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domenica 1 marzo 2026

NON SIATE COMPLICI del Board of Peace!

 

Lettera aperta al Governo Meloni

Come Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace e LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista rivolgiamo un fermo invito alla Presidente del Consiglio e ai Ministri di questo Paese

NON SIATE COMPLICI del Board of Peace!

L’Italia partecipa a un consesso in cui Trump si pone come Presidente a vita, indipendentemente dal suo ruolo alla Casa Bianca.

Nei 13 articoli del regolamento la parola Gaza non risulta nemmeno una volta, non ci sono rappresentanze dirette dei palestinesi nel Board e di pace non si parla ma solo di affari.

Con pochi paesi europei (Cipro, Grecia, Romania, Slovacchia, Austria, Ungheria), monarchie assolute (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar), regimi militari (Azerbaijan, Uzbekistan, Cambogia), dittature come la Bielorussia, e Israele, questo gruppo si incontra per fare business in Medio Oriente, sulle rovine di quel poco che resta a Gaza e in Cisgiordania.

 

E mentre Kushner con altri tra cui Aryeh Lightstone, consigliere di Trump e ideatore della Ghf (Gaza Humanitarian Foundation), coordina lo sviluppo delle “comunità sicure”, veri e propri centri di contenimento militarizzati dove Washington e Tel Aviv vogliono confinare la popolazione palestinese[1], l’Italia rappresentata dal Ministro Tajani va a “osservare” per non rimanere esclusa.

 

Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che la ricostruzione di Gaza avverrà con la rimozione delle macerie contenenti cadaveri e materiali bellici inquinati ed inquinanti che serviranno da “materiale da costruzione”?

 

Lo sanno le cittadine e i cittadini italiani che gli investitori immobiliari lavorano alla ricostruzione senza porsi alcun problema etico e morale?

 

Nei giorni scorsi avevamo lanciato un appello perché non venisse raggiunto un tale livello di degrado morale buttando a mare cocci e cadaveri, bombe inesplose, insieme allo spirito dell’umanità.

 

Lei, Presidente Meloni, che si dichiara madre e cristiana, è consapevole dell’orrore che sottende il regolamento del Board? Davvero preferisce, con i suoi Ministri, aderire alle azioni disumane presenti e future che si stanno promuovendo in Medio Oriente?

 

RingraziandoLa per l’attenzione, La invitiamo a leggere il nostro appello qui di seguito.

 

Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace

Maiindifferenti6@gmail.com

www.maiindifferenti.it

 

LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista è su Facebook e Ig

laboratorioebraicoantirazzista@gmail.com

 

APPELLO ALL’UMANITÀ

 

Cadaveri e macerie in mare per cancellare l’orrore:

 

BENVENUTI NELLA NUOVA GAZA

 

Così titolava il 23 gennaio 2026 l’articolo di Nello Scavo su “Avvenire”. E bisogna specificare: nella Nuova Gaza del “Board of peace”.

Ovvero: cancellare un orrore perpetrando un orrore anche più orrendo:

 

UNO SCEMPIO AMBIENTALE PERMANENTE, UNA SCELTA DEVASTANTE PER LA NOSTRA UMANITÀ

 

Durante il convegno del 19 gennaio al teatro Elfo Puccini a Milano, intitolato “Verso il Giorno della Memoria. Israele Palestina: a che punto è la notte?”, è stato denunciato il crollo di civiltà che ci sta travolgendo, simile a quello che si verificò negli anni ’20-’30 con l’ascesa del fascismo prima, e poi del nazismo, in cui ci fu un rovesciamento totale dei valori accettati universalmente: ecco, adesso siamo arrivati a un punto di svolta tragicamente simile.

 

Il culto, il rispetto dei morti sono una delle prime regole che si è dato il genere umano fin dalla più lontana antichità: anche il nemico aveva diritto a una degna sepoltura.

È come se si fosse superato un estremo limite, l’ennesimo punto di non ritorno verso una barbarie simile alle efferatezze praticate dai nazisti verso le loro vittime: quelle, ridotte in cenere, queste in polvere, materiale di supporto per la “ricostruzione”.

Se si supera tale confine, niente, e nessuno, potrà più salvarci.

Per questo ci rivolgiamo, oltre che alle associazioni e persone nostre affini, agli esponenti di tutte le Chiese, di tutte le religioni, perché si ergano a difesa della soglia che non dev’essere varcata e trovino in quest’unione di intenti la forza per imprimere una svolta alla storia della nostra umanità arrivata ormai sull’orlo dell’abisso.

 

Non dobbiamo permetterlo.

 

Maiindifferenti – Voci ebraiche per la pace, Khader Tamimi, presidente della Comunità palestinese di Lombardia, LƏA - Laboratorio ebraico antirazzista, Widad Tamimi, scrittrice e attivista



[1] Da il Manifesto, articolo di Eliana Riva del 19 febbraio.

sabato 17 gennaio 2026

Lo Stato Canaglia non smette mai: ora è la volta dell’Iran - Alberto Bradanini

 

1. Diversamente dai rotoli di carta igienica che non finiscono mai, ma un giorno poi finiscono, le turpitudini del più pericoloso rogue state (stato canaglia) dell’epoca contemporanea – gli Stati Uniti d’America – non hanno davvero mai fine!

Si tratta di crimini etici, politici, giuridici e persino di senso comune, che prendono la forma di invasioni, colpi di stato, rivoluzioni colorate/teleguidate, assassini mirati, bombardamenti pedagogici, sanzioni, minacce di annessioni di paesi amici (Groenlandia, Panama, Canada…) o nemici (Cuba, Palestina/Gaza etc…), sequestri di presidenti (Maduro, 3 gennaio 2026) e tentativi di assassinarli (Putin, 28/29 dicembre 2025[1]). La storia retrocede di duecento anni, restaurando la gloriosa legge del gorilla. E l’Europa, e l’Italia, sia detto en passant, sono dignitosamente schierate dalla parte del gorilla!

Nell’apprezzamento dell’oligarchia politico-affarista nordamericana, visibilmente uscita di senno, la Legge viene rispettata solo quando fa comodo. Chi osa resistere, se non dispone di adeguata deterrenza economica o militare, rischia la vita, come paese e come persona.

Una lunga schiera di analisti – valgano per tutti Lindsay O’Rourke (Covert Regime Change, Cornell University, 2018) e il regista/giornalista australiano John Pilger[2] – ha documentato con inoppugnabile evidenza che in 80 anni gli Stati Uniti hanno rovesciato (o tentato di) oltre cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni di decine di paesi, bombardando popolazioni di una trentina di nazioni, la maggior parte povere e indifese; hanno provato ad assassinare politici di cinquanta stati, finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in oltre venti paesi. La magnitudine di questi crimini viene spesso evocata, ma poi subito accantonata, mentre i responsabili salgono più in alto o restano al loro posto, impuniti.

Il pianeta Terra non troverà pace fin quando non riuscirà a liberarsi da questo tumore metastatizzato che vuole dominare l’universo, aggredendo chiunque non si piega. Sanzioni, minacce, bombe, agenzie segrete, basi militari – 686 in 74 paesi[3] (in Italia 113[4] e 65/90 testate nucleari[5], in violazione del Trattato di Non Proliferazione), cui si aggiungono quelle segrete e quelle dei loro compagni britannici di merende – e via dicendo, nulla viene scartato, purché serva allo scopo.

Si tratta di cose note, eppure si continua a dipingere questo inquietante paese come l’ideale cui tutti aspireremmo, con qualche lacuna, certo, ma che volete? … la perfezione non è di questo mondo! e una delle ragioni alla base di tale distopia è costituita dalla colonizzazione delle menti[6] – tramite infiltrazione ideologica, manipolazioni, demonizzazione di altre nazioni, alterazioni percettive per sovvertire governi sovrani e altro ancora – che il governo degli Stati Uniti ha accentuato ancor più dalla fine della guerra fredda (1991). Si tratta di un vero e proprio lavaggio cerebrale, che impedisce ai popoli assonnati di avere un’idea meno approssimata degli accadimenti del mondo.

2. Venendo all’Iran, è noto che la plutocrazia (governo dei ricchi!) nordamericana è da sempre attenta alla tutela della vita umana degli altri popoli: basta gettare uno sguardo sul trattamento riservato nel giugno 2025 ai mille civili iraniani uccisi durante l’aggressione Usa-Israele, alla schiera interminabile di latino-americani, iracheni, libanesi, siriani, vietnamiti, somali, yemeniti, serbi etc. morti sotto le bombe umanitarie a stelle e strisce, alle violenze perpetrate – a dispetto del cosiddetto cessate il fuoco israeliano del 9 ottobre 2025 – contro il popolo palestinese, i cui massacri non sono mai cessati, con armi, soldi e (dietro le quinte) soldati Usa.

Oggi, questa nazione, per bocca del suo sublime rappresentante presidenziale, esprime turbamento per le sofferenze dei manifestanti iraniani scesi in piazza. Un’attenzione questa che qualche settimana fa era stata riservata anche ai cristiani della Nigeria, singolarmente la nazione più ricca di petrolio di tutta l’Africa, ma non ai cristiani di Siria, un paese ora guidato da un signor convertito alla democrazia, tale al-Jolani, di pregresso mestiere tagliagole, divenuto meritevole di abbraccio fraterno alla Casa Bianca e della mano sul cuore dei due capo-maggiordomi europei, von der Leyen e Antonio Costa. Quale esaltante esplosione di valori umani occidentali e di coerenza politica!

Se nei farfugliamenti del presidente i coraggiosi, empatici bombardamenti degli aviatori americani faranno migliaia di morti, che sarà mai! il popolo però potrà finalmente vivere in democrazia (quale genere di, possiamo immaginarlo gettando uno sguardo su Siria, Libia, Somalia etc.). Il compito di chiarire questo aspetto è comunque affidato alle incantevoli agenzie di intelligence, alle corporazioni di Wall Street e alle Sette Sorelle.

In verità, quel che accade in Iran in queste ore è un caso da manuale di regime change. La tecnica è collaudata: a) creare una crisi economica con sanzioni illegittime (in Iran durano da quasi cinquant’anni) rese più stringenti negli ultimi anni. La depressione economica genera infatti malcontento, che a sua volta spinge il popolo a protestare; b) vengono quindi reclutate schiere di infiltrati che per quattro soldi sparano su forze dell’ordine e manifestanti (modello Kiev/Maidan, 2014) creando caos, confondendo le responsabilità, inducendo a credere che il sistema stia crollando; c) a seguire – questa è la scommessa – i vertici dovremmo frantumarsi consentendo alle bombe umanitarie Usa di dare il colpo di grazia. Fine della storia. Questa volta, tuttavia, in Iran le cose sembrano andare altrimenti.

Vediamo. Che le inizialmente pacifiche manifestazioni contro il carovita e le critiche condizioni economiche siano state inquinate da teppisti al soldo del Mossad (e dunque della Cia e dell’Mi6) lo ha candidamente riconosciuto lo stesso servizio segreto israeliano[7], corroborato da Mike Pompeo (ex segretario di Stato e direttore della Cia con Trump 1.0) che ha complimentato i rivoltosi e i loro accompagnatori del Mossad[8] per il lavoro svolto sul campo. Dunque, non dovrebbero esserci dubbi, ma gli attenti osservatori di mainstream voltano pagina con indifferenza, perché verità o menzogna si confondono all’orizzonte. Solo pochi curiosi mantengono l’uso della ragione, la maggioranza fa fatica ad accettarne la deduzione.

Mentre restano aperte le piaghe inferte dall’impero all’Ucraina e al Venezuela, ecco dunque il turno dell’Iran. E la ragione è così banale che anche una foca esquimese riesce a capirla: il petrolio, croce e delizia delle nazioni indifese! Le riserve di petrolio e gas insieme fanno dell’Iran il primo paese al mondo, un boccone che più ghiotto non si può. Gli Stati Uniti vogliono imporre a tutti i paesi produttori l’uso del dollaro nelle transazioni energetiche, facendo in parallelo la guerra alle energie rinnovabili (di cui la Cina è dominus) che potrebbero prendere il posto dei combustibili fossili. Se il petrodollaro scomparisse, la valuta americana diverrebbe carta straccia, frantumando un’economia che si regge sulla stampa di moneta, pratica poco costosa che estrae da decenni lavoro e ricchezze dal resto del mondo. Non basteranno i dazi (tasse al consumo) imposti dall’instabile inquilino della Casa Bianca per reindustrializzare il paese, in assenza dei fondamentali. L’impero è in frantumi. Per tornare una nazione normale ci vorrà ancora tempo, ma il destino è segnato.

3. Insieme al petrolio l’altro obiettivo è indebolire lo sfidante principale, la Cina, la cui economia, nel semplicismo trumpiano, senza il petrolio iraniano verrebbe messa in ginocchio e comunque tornerebbe al petrodollaro, abbandonando il petroyuan. Ma la Cina ha tante frecce al suo arco e saprà reagire a dovere. Infine, Washington immagina che eventuali trasferimenti di armamenti russi a favore di Teheran intrappolata in una guerra prolungata indebolirebbe l’impegno di Mosca sul fronte ucraino, con presunti benefici per l’Occidente Collettivo esposto su quel fronte.

Per Israele, a sua volta, e in misura minore per Washington, la destabilizzazione dell’Iran porterebbe alla frantumazione del paese. L’Iran è in effetti composto da diverse etnie: azeri, curdi, arabi, baluchi, kazaki, Lori, Qasquai e altri, mentre i persiani veri e propri non superano il 55%. Tante piccole nazioni in guerra tra loro e facilmente soggiogabili, sul modello Libia o Siria, è anche il sogno di Israele. Ma l’Iran, che fino al 1935 si chiamava Persia, ha una lunga storia e una panoplia di articolate anime e configurazioni, che i deliranti propositi trumpiani non capiranno mai. È dunque consigliabile evitare previsioni e semplificazioni.

In uno scenario mediorientale di conflitto prolungato che coinvolga gli Usa, Israele potrebbe beninteso coronare il suo sogno, liberarsi una volta per tutte dei palestinesi sopravvissuti, cacciandoli in Egitto o chissà dove.

Una nuova aggressione Usa-Israele contro l’Iran aprirebbe d’altra parte scenari imprevedibili su altri fronti: a) con la Turchia, che resta inquieta davanti all’espansionismo israeliano in Siria; b) i curdi, indomiti e divisi su quattro paesi; c) il Pakistan, che dispone dell’arma nucleare e potrebbe non restare indifferente in un conflitto allargato; d) l’Iran infine, va rilevato, secondo l’Aiea dispone di oltre 400 kg accertati di uranio arricchito (che non sono stati distrutti nella messinscena del bombardamento di Fordow nel giugno ’25, e potrebbe averne persino di più), con i quali si può già fabbricare un ordigno nucleare. Secondo alcuni analisti, infatti, Teheran sarebbe già ora una potenza nucleare non dichiarata, che messa alle strette potrebbe utilizzare l’arma atomica, come del resto Israele in situazioni analoghe. Infine, se aggredita, Teheran potrebbe ricorrere all’arma atomica energetica, riempire di mine il Mar Rosso rendendolo impercorribile per anni e/o chiudere lo stretto di Hormuz, dove transita un terzo del petrolio mondiale via mare, il 20% del totale. Arma estrema certo, ma possibile, anche se ciò non piacerebbe alla Cina, che nel 2025 – infischiandosi delle sanzioni statunitensi – ha acquistato l’80-90% dell’export petrolifero iraniano[9], equivalente al 13,6% del totale importato. 

In buona sostanza, qualora davvero gli Stati Uniti, insieme a Israele, decidessero sconsideratamente di tornare ad aggredire l’Iran, il mondo intero, non solo la regione mediorientale, si troverebbe davanti a drammatici scenari. Non può non generare acuta depressione constatare il silenzio dei governi europei – e per quanto ci riguarda della patetica l’Italia, priva di un briciolo di coraggio in politica estera – davanti a questa locomotiva impazzita, che gioca con la vita dei popoli, mettendo a rischio la sopravvivenza del genere umano, in caso di escalation nucleare.

Il pericolo qui non viene da autocrazie o dittature, comuniste o fasciste che siano, ma dalle degradate élite nordamericane, dai loro vassalli europei e dai media servili che imbrattano con le loro menzogne le menti del popolo.

4. Per finire, è bene evidenziare ancora una volta che l’aggressione militare contro una nazione sovrana (o meglio il secondo atto, dopo lo scorso giungo) costituisce un atto illegittimo sia per il diritto internazionale che per la Costituzione statunitense, poiché una guerra non dovuta a legittima difesa deve ottenere il via libera del Congresso. Ora, in assenza di un potere superiore, sulla scena anarchica internazionale, che disponga del monopolio dell’uso della forza e capace di imporre il rispetto della Legge, pesi e contrappesi interni alla cosiddetta democrazia americana dovrebbero supplire, al meno in parte, suggerendo moderazione e rispetto della sovranità altrui. Ma questo è proprio ciò che fa acqua da tutte le parti. Dunque, se in un solo anno l’esagitato inquilino della Casa Bianca ha messo a soqquadro il commercio del pianeta e aggredito impunemente sette paesi (Iran, Iraq, Nigeria, Somalia, Siria, Venezuela e Yemen), solo Iddio sa cosa potrà combinare nei tre anni che lo separano dalla sua uscita. Senza la massima attenzione al principio di non interferenza negli affari altrui, il mondo diventa un inferno. Ogni nazione ha il diritto inalienabile di scegliere il proprio destino, anche sbagliando. Non v’è dubbio che l’Iran sia una teocrazia (lo è del resto anche Israele), ma gli iraniani hanno diritto di scegliere il loro sistema come credono. D’altra parte, non dovrebbe sorprendere che un paese sotto assedio da anni, brutalmente aggredito, senza rappresentare un pericolo per nessuno (tantomeno per Israele o gli Stati Uniti), un governo che vede massacrare i propri vertici militari, insieme a suoi alleati, un paese che teme di essere destabilizzato a morte, reagisca fuori le righe. Una domanda sorge spontanea: cosa avrebbe fatto un governo europeo davanti a manifestanti armati che sparano alle forze dell’ordine e ai manifestanti? La domanda è aperta. Lasciamo dunque in pace l’Iran, e pian piano anche quel paese troverà la strada verso una apertura politica, sociale e istituzionale. Per favorire questi sviluppi, semmai, andrebbero promossi commerci e investimenti, scambi scientifici, turismo e via dicendo, come prevedeva del resto, tra le righe, il Jcpoa[10] (l’accodo nucleare voluto da B. Obama nel 2015), che nel 2018 Trump decise di stracciare, sotto la pressione di Israele. È verosimile che dopo dieci anni, se l’accordo fosse rimasto in vigore, avremmo oggi a che fare con un paese diverso, più aperto e finanche influenzabile sui temi che ci stanno a cuore. In verità, l’Iran è un nemico costruito, che serve le agende di Israele e dell’espansionismo nordamericano. È la sua sovranità che deve essere frantumata. La storia non fa regali. Piegarsi senza fiatare agli appetiti imperialistici degli Stati Uniti toglie etica alla coscienza politica e persino significato alla nostra alleanza, e non fa certo gli interessi del popolo iraniano. Le guerre, sarà bene ribadirlo in chiusura, uccidono sempre la povera gente. Donald Trump è invitato a passare qualche giorno a Gaza in una tenda battuta dal vento, o in una casa iraniana bombardata da quegli ordigni di cui tanto va fiero. Se sarà sopravvissuto, saremo curiosi di ascoltare il suo pensiero.    


[1] https://mail.yahoo.com/d/folders/1/messages/AADEXJAf7tg5Og5Jjwh0IE0Y081?reason=invalid_cred

[2] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/

[3] https://www.tpi.it/esteri/basi-militari-stati-uniti-2017082350311/

[4] http://www.kelebekler.com/occ/busa.htm

[5] https://www.tpi.it/esteri/bombe-nucleari-usa-italia-dati-documenti-20190717372685/

[6] https://english.news.cn/20250907/52998b0f27704866af2a66f5df6577dd/c.html

[7] https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-881733

[8] https://www.wionews.com/world/pompeo-mossad-agents-iran-protests-controversy-1767420580748

[9]https://search.brave.com/search?q=how+much+iranian+oil+china+buys&source=desktop&summary=1&conversation=91ef36f1a60913c2960518

[10] Joint Comprehensive Plan of Action

 

da qui

martedì 13 gennaio 2026

Il cinico Kissinger non aveva torto (solo su un punto, però!) - Alberto Bradanini

 

1. Aveva ragione la buonanima di Henry Kissinger – grande esperto di colpi di stato, di impietosi bombardamenti su popoli per lui inutili (cambogiani, laotiani, vietnamiti), minacce o aggressioni a nemici e amici (Moro, Craxi, per restare in Italia) i quali, sebbene vassalli, erano alla ricerca di qualche margine di autonomo pensamento – che è assai più rischioso essere amici che nemici degli Stati Uniti: ora è il turno della Danimarca.

Donald Trump, presidente del più grande stato canaglia del tempo contemporaneo, continua a ribadire che intende annettersi la Groenlandia con le buone o le cattive, e la ragione è banale, gli Stati Uniti ne hanno bisogno. Chiaro no? “Vorrei fare un accordo – ha egli aggiunto – … nel modo più facile, … altrimenti lo farò in un modo più difficile”, lasciando intuire che l’opzione militare è sul tavolo, anche se egli preferirebbe giungere al risultato sborsando una congrua somma di denaro, fino a un milione di dollari, sembra di capire, per ciascuno dei 56.542 abitanti di quella terra desolata, tanto più che i soldi non sarebbero i suoi, ma verrebbero stampati ad libitum dal Dipartimento delle Finanze!

Aver bisogno della Groenlandia, secondo cotanta intelligenza presidenziale è un argomento che la comunità internazionale dovrebbe ben comprendere, che qualsiasi giudice giudicherebbe legittimo, che è in linea con logica e buon senso, con la Carta delle Nazioni Unite e via dicendo. Insomma, sia tratta di un argomento inoppugnabile, un po’ come quello (ci viene in mente questo a caso) che il petrolio venezuelano appartiene agli Stati Uniti e che il governo di Maduro (nemmeno il Venezuela!) avrebbe loro misteriosamente sottratto[1]. L‘inquilino-ballerino della Casa Bianca ribadisce che gli Stati Uniti “devono fare qualcosa in Groenlandia, che piaccia o no agli altri, perché altrimenti saranno Russia o Cina a prenderne il controllo”. Secondo una sofisticata dottrina geopolitica, gli Stati Uniti non possono consentire che quest’isola – così strategica per la difesa del territorio nordamericano! – cada sotto il controllo di Russia o Cina, le quali, secondo un profondo conoscitore della storia come Trump, non solo vagheggiano da sempre di invaderla ma obliterano misteriosamente di mettere in conto che appartiene a un paese Nato, insensibili come sono alla circostanza che questo scatenerebbe la terza guerra mondiale. Ma pace!

La Danimarca e l’85% degli abitanti della Groenlandia si oppongono fermamente, ça va sans dire, a tali insani propositi, ma l’aspirante Premio Nobel per la Pace non intende rinunciare a quello di cui ha bisogno, alla luce di acute riflessioni sulla strategia di difesa nazionale e dell’evolversi della geopolitica planetaria. Di tutta evidenza, quest’uomo non è normale: la Groenlandia è infatti un territorio danese autonomo più grande del Messico, ma semi-disabitato e gli Stati Uniti vi hanno già una presenza militare e nulla vieta di espanderla, a piacimento. Copenaghen non si opporrebbe.

M. Frederiksen, a capo del governo danese, ha avvertito che un’aggressione statunitense contro un paese Nato assesterebbe un colpo mortale al Blocco Atlantico, sebbene alla luce dell’avvilente spirito di vassallaggio dei maggiordomi europei tale esito non è affatto scontato.

Se Copenaghen ha battuto un colpo, almeno sul piano formale, gli altri europei hanno fatto invece ricorso, coraggiosamente, alla banalità del banale, ripetendo insieme a M. Lapalisse che “la Groenlandia appartiene ai groenlandesi/danesi”, lasciando in verità nel vago persino quest’ultimo aspetto.

2. Ora, alla luce di sviluppi la cui effervescenza, sino a un anno fa, solo i più fervidi scrittori di fantascienza avrebbe potuto immaginare, ai paesi europei si presenta l’occasione storica di un cambiamento epocale. Facciamo un’ipotesi così semplicistica che più semplicistica non si può: se gli Usa aggrediscono la Danimarca (Groenlandia), la Nato muore. Le nazioni europee tornano sovrane, da subito sul piano politico e militare, in attesa di affrontare il capitolo monetario/finanziario (specie quelle del Sud Europa). Le basi militari Nato/Usa in Europa vengono gradualmente smantellate. Quelle in Italia, per quanto ci riguarda, ancora più in fretta dal momento che nessuno minaccia le nostre coste o montagne (se i paesi del Nord-Est vogliono mantenerle, facciano pure, sul piano bilaterale, noi no!). In chiave cautelativa, il governo di Roma, per evitare che i suoi Ministri seguano il destino di Maduro, potrebbe stipulare un accordo per il mantenimento di (poche) basi militari Usa, su condizioni diverse (stracciando l’armistizio di Cassibile) e dietro adeguato compenso (vale a dire a spese loro). Tale scenario consentirebbe all’Italia di recuperare la sua perduta sovranità politico-militare e iniziare a ragionare su come arrestare il drammatico declino del Paese. Al termine di tale fruttuosa traiettoria di ripresa, l’Italia si scoprirebbe riposizionata al centro del Mediterraneo, uno spazio strategico di incontro tra civiltà e continenti (Europa, Asia e Africa), su cui ricostruire quelle idealità contenute nella nostra Carta fondamentale, assicurando un contributo di qualità alla soluzione di tensioni e conflitti che infestano la regione. in una proiezione di pace, stabilità e prosperità.

La storia offre dunque un’occasione unica, che certo per essere colta avrebbe bisogno di una classe dirigente di qualità, di cui ahimè non disponiamo. Noi, tuttavia, perenni sognatori di un mondo migliore, non intendiamo capitolare. Continueremo dunque a lavorare per la costruzione di luoghi incorporei, forse utopici, ma che devono restare vivi nella nostra mente, se vogliamo che un giorno, vicino o lontano, possano diventare realtà.


[1] I membri neocon dell’entourage di Trump lasciano intendere che il petrolio sarebbe stato sottratto in passato alle corporazioni Usa con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera venezuelana decretata negli anni ’70. La legge entrò in vigore il 1° gennaio 1976 (sotto il governo di Accion Democratica di Carlos Andrès Perez). Le compagnie petrolifere straniere – tra cui la Creole Petroleum Corporation (filiale della Standard Oil of New Jersey, ora ExxonMobil), la Royal Dutch Shell e la Gulf Oil Corporation – furono però regolarmente indennizzate con 1,1 miliardi di dollari, pagate in 20 anni con un tasso d’interesse del 6% (totale 2,2 miliardi di dollari), a conclusione di alcuni contenziosi raggiunti di comune accordo nel 1977.

da qui

domenica 11 gennaio 2026

Meglio un imperialista brutale e sincero o un imperialista gentile e ipocrita? - Francesco Valendino


Dunque Trump sarebbe un “imperialista brutale”. Un pericoloso sovversivo dell’ordine internazionale. Un vandalo che calpesta le sacre tavole del diritto tra i popoli. E i suoi predecessori, invece? Santi subito, immaginiamo. Peccato che la realtà – quella cosa ostinata che continua a disturbare la propaganda – racconti una storia leggermente diversa.

Prendiamo la conversazione telefonica appena declassificata tra Bush Jr. e Putin, alla vigilia dell’invasione dell’Iraq. Marzo 2003: il presidente americano spiega al collega russo che sta per bombardare Baghdad. Non chiede permesso, beninteso. Non argomenta in base al diritto internazionale. Semplicemente informa. Con la stessa cortesia con cui si avvisa il vicino che il giorno dopo passerà il camion dei rifiuti. Il tono è identico a quello che Trump usa oggi per parlare di Groenlandia o Canale di Panama: “lo faccio perché posso”. La differenza? Trump almeno non si nasconde dietro al dito delle “armi di distruzione di massa” che – ops – non sono mai esistite.

L’invasione dell’Iraq è durata oltre dieci anni. Ha prodotto centinaia di migliaia di morti civili (le stime più prudenti parlano di 200mila, quelle più realistiche superano il mezzo milione). Ha distrutto un paese, scatenato guerre settarie, fatto nascere l’Isis. E Saddam Hussein? Trovato in un buco, processato da un tribunale fantoccio, impiccato in diretta. Tutto rigorosamente secondo “i nostri valori democratici”, ovviamente.

 

Ma c’è di meglio. Nel 2011, l’inquilino della Casa Bianca si chiama Barack Obama. Premio Nobel per la Pace 2009, giusto per chiarire. Il nostro decide di “risolvere la questione Gheddafi” – notare la delicata perifrasi burocratica – attraverso una pioggia di missili e bombe sulla Libia. Risultato: il leader libico massacrato dai ribelli (un video che ha fatto il giro del mondo mostra Gheddafi sodomizzato con un oggetto di legno prima di essere ucciso), il paese precipitato nell’anarchia permanente, diventato base di mercenari, trafficanti di esseri umani e gruppi terroristi. Mission accomplished, verrebbe da dire.

Ecco il punto: l’imperialismo “brutale e nazionalista” di Trump è semplicemente più sincero. Non si maschera con la fraseologia democratica, con le “missioni umanitarie”, con la retorica dei “diritti umani”. Non bombarda in nome della libertà, ma in nome dell’interesse nazionale americano. È più volgare? Certamente. È più pericoloso? Difficile da credere, visti i risultati delle guerre “democratiche” precedenti.

Il vero scandalo non è che Trump faccia l’imperialista – è che i suoi predecessori lo abbiano fatto spacciandosi per missionari della democrazia. L’imperialismo liberale “internazionalista” di Obama e Biden ha prodotto lo stesso numero di cadaveri, con l’aggravante dell’ipocrisia. Almeno l’imperialista volgare non ti prende per il naso raccontandoti che sta bombardando per il tuo bene.

La verità è che l’impero neo-americano è intrinsecamente aggressivo, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione. Che sia avvolto nella bandiera della democrazia o esibito con la franchezza di un costruttore immobiliare, il risultato non cambia: invasioni, occupazioni, regimi cambiati con la forza. Trump almeno ha il merito dell’onestà intellettuale: quando vuole qualcosa, lo dice. I suoi predecessori preferivano le buone maniere: ti bombardavano sorridendo, ti occupavano in nome della libertà, ti distruggevano il paese per salvarti dalla dittatura. E tutto questo con il plauso dei media “democratici” e delle cancellerie europee.

Meglio un imperialista brutale e sincero o un imperialista gentile e ipocrita? La domanda è mal posta. Perché le centinaia di migliaia di iracheni morti – e i libici, e gli afghani, e tutti gli altri – non hanno avuto modo di apprezzare la differenza.

da qui

sabato 10 gennaio 2026

Confronto tra Grandi Potenze dietro l’aggressione al Venezuela dello stato canaglia nordamericano - Alberto Bradanini

 

1. Il diritto internazionale – consuetudinario, pattizio, le Convenzioni di Vienna, la Carta delle Nazioni Unite e le tante convenzioni in vigore, vale a dire l’impalcatura che ha sinora presieduto (pur con i suoi limiti) la complessità della vita tra stati – è stato ridotto a carta straccia dalla cosiddetta democrazia nordamericana, che si rivela ancora una volta un vero e proprio stato canaglia (rogue state, nella lingua dell’impero). Sorprende non poco che – nonostante le evidenze, luminose come il sole a mezzogiorno – tale plutocrazia bellicista sia tuttora idolatrata in tanti paesi al mondo (invero soprattutto temuta), a partire dai governi e popoli europei, il cui spirito critico è stato soppresso da un processo di colonizzazione mentale che dura da decenni.

Il mondo è immerso in una pericolosa ebollizione. Al posto della Legge – fondamento costitutivo di ogni collettività – la pretesa superpotenza nordamericana ha scelto quali principi guida la violenza e la prepotenza, nell’assunto che i suoi interessi devono prevalere su quelli degli altri, calpestando la libera scelta delle altre nazioni a forgiare il proprio destino, sbagliando come tutti magari, senza però aggredire altri paesi o interferire nelle altrui libertà. È così che una nazione armata fino ai denti, con migliaia di ordigni atomici, minaccia la stabilità e la pace nel mondo.

L’uso della forza nei riguardi di paesi deboli e indifesi riflette un bisogno primitivo di dominio, insieme al convincimento di appartenere a una civiltà superiore, un mito bizzarro che quando sarà dileguato – nei tempi che prima o poi la storia ci dirà – avrà lasciato ovunque dietro di sé rovine materiali e valoriali, depressione e sconforto.

2. Secondo il diritto internazionale, il rapimento di Nicolás Maduro e consorte è illegale sotto ogni punto di vista. Vediamo. Per il diritto consuetudinario (quello delle genti, primordiale, essenziale) un presidente di un altro paese in carica non può essere arrestato, processato o sequestrato da un altro stato. Un principio fondamentale questo, nelle relazioni tra stati, che aiuta a salvaguardare la pace anche quando le tensioni superano una soglia critica.

Tale immunità è totale e permanente, e vale indipendentemente dalla circostanza che un presidente sia formalmente riconosciuto tale da un altro stato. Gli Usa, ad esempio, non riconoscono Maduro come legittimo presidente, ma l’immunità resta. E la ragione è banale. Sarebbe infatti sufficiente, altrimenti, ritirare tale riconoscimento per disporre del pretesto per intervenire legalmente contro un’altra nazione. L’immunità resta tale anche davanti alle (strumentali, beninteso, in questa evenienza) accuse di narcotraffico. Solo quelle riguardanti i crimini di genocidio o contro l’umanità, la farebbero cadere, alla luce delle prerogative della Corte Penale Internazionale (cui gli Stati Uniti non aderiscono e che, anzi hanno più volte sanzionato, per invereconde ragioni!): Nicolàs Maduro, in ogni caso, non è accusato di nessuno di questi crimini.

L’aggressione nordamericana contro il Venezuela, paese indipendente e membro della comunità internazionale, viola inoltre l’art. 2.4 della Carta delle Nazioni Unite che vieta l’uso della forza contro stati sovrani. Washington non può nemmeno invocare l’art. 51 della Carta (legittima difesa), poiché il Venezuela non era in procinto di aggredire gli Stati Uniti. L’attacco militare, inoltre, non ha ottenuto alcuna autorizzazione dal Consiglio di Sicurezza ai sensi dell’art. 42, ciò che avrebbe reso legittimo l’intervento.

Infine, il rapimento del presidente venezuelano e l’azione militare nel suo insieme devono ritenersi illegittimi ai sensi della stessa Costituzione statunitense – che fanno strame del principio di divisione dei poteri quale essenza di ogni democrazia degna di questo nome – poiché trattandosi di un intervento militare, e non di un’azione di polizia, come il presidente Trump e i suoi compagni di merende vogliono presentarla, avrebbe dovuto ottenere l’autorizzazione del Congresso.

La circostanza che tale azione abbia fatto circa 80/100 vittime tra civili e militari viene poi derubricata a danni collaterali – così come le vittime dei barchini bombardati dalla marina militare Usa negli ultimi mesi, come si trattasse di un gioco. Ormai l’empatia umana è una qualità rara nei circoli dei potenti a stelle e strisce, insieme al rispetto della civiltà giuridica di un Occidente che ha perso l’anima. Si tratta di crimini per i quali, è facile profezia, nessuno pagherà mai.

3. In buona sostanza, la Legge è dagli Stati Uniti considerata un intralcio. Una schiera di analisti – valgano per tutti Lindsay O’Rourke (Covert Regime Change, Cornell University, 2018) e il regista/giornalista australiano John Pilger[1] – ha documentato con inoppugnabile evidenza che a partire dal secondo dopoguerra il paese che di gran lunga ha tratto maggior beneficio dai conflitti sono stati gli Stati Uniti, che in 80 anni di misfatti hanno rovesciato (o tentato di) più di cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni democratiche di decine di paesi, bombardando popolazioni di oltre trenta nazioni, la maggior parte povere e indifese. Hanno tentato di assassinare dirigenti politici di 50 stati sovrani. Hanno finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in oltre 20 paesi. La magnitudine di tale condotta criminosa viene talora evocata, ma poi subito accantonata, mentre i responsabili salgono ancora più in alto o restano comunque al loro posto, indisturbati.

Il governo di Washington mostra indifferenza nei riguardi della legittimità, che sfuma all’orizzonte come la nebbia mattutina, sotto la guida del cosiddetto Dipartimento della Difesa, che con il ritorno di D. Trump alla Casa Bianca è stato perfino ribattezzato Dipartimento della Guerra, affinché non si abbiano dubbi in proposito.

La grande potenza nordamericana, che vede avvicinarsi il tempo del declino (non domattina, certo, ma i segnali sono evidenti) si scopre in difficoltà a preservare la postura di dominus sulla scena del mondo, e reagisce dunque come una belva ferita dove è più facile farlo, aggredendo i vicini di casa, in linea con la nota dottrina Monroe. Enunciata dal presidente omonimo oltre due secoli orsono (1823), tale riflessione geopolitica aveva il fine di impedire un’alleanza militare tra un paese delle Americhe e le potenze europee dell’epoca, indifferente alla stipula di accordi commerciali o altro genere. È stata la sua successiva interpretazione a estenderne il senso, conferendo a tale dottrina il significato che le si attribuisce ora, vale a dire un’abusiva determinazione degli Stati Uniti a interferire sulle scelte politiche, economiche o ideologiche delle nazioni del continente.

Deve riconoscersi che ormai è venuta meno anche la pudicizia di un tempo, poiché l’amministrazione Trump parla fuori dai denti. Non si tratta più – come in Iraq, in Afghanistan o in Libia – di esportare la democrazia o i diritti umani, ma esplicitamente di sottrarre petrolio gas e altre risorse a beneficio delle opulente corporazioni nordamericane. Una condotta dai tratti imperialisti, la cui magnitudine pensavamo relegata alla spazzatura della storia.

4. La violenza non genera pace, ma solo altra violenza. A festeggiare sono oggi i signori della guerra, le società petrolifere (che invero dovranno attendere anni prima di raccogliere i frutti di tale saccheggio: il petrolio venezuelano richiede lavorazioni costose e un laborioso ripristino delle infrastrutture) e la hybris imperiale, che nelle parole di Pete Hegseth, Segretario alla Guerra, con questa impeccabile azione militare, avrebbe riconsegnato agli Stati Uniti la perduta (si suppone) capacità di deterrenza.

La storia insegna che, oltre alla violazione di leggi e convenzioni, i cambi di regime imposti con la violenza dagli Stati Uniti – Iran, Guatemala, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Somalia e via dicendo – generano endemica instabilità, aggravando le condizioni di vita delle popolazioni colpite (quelle sopravvissute!). Deve invero rilevarsi che il loro obiettivo è proprio quello di promuovere il Caos, generare tensioni e conflitti, servire gli interessi dei venditori di armi, della finanza privata, dei privilegi del dollaro e altro ancora. Gli obiettivi sono quindi raggiunti.

L’aggressione al Venezuela ha spinto Cina e Russia a sollecitare la convocazione urgente del C.d.S. delle N.U., dal quale tuttavia, è facile profezia, non uscirà alcuna soluzione, operando esso sulla base dei veti incrociati, Stati Uniti ed europei si opporranno a ogni condanna. Alcune nazioni latino-americane, Brasile, Colombia, Cuba, Messico, Uruguay e persino il Cile dell’ammiratore di Pinochet, José Antonio Kast, insieme alla Spagna di Sanchez, hanno condannato con fermezza questo folle intervento, mentre gli europei – tra cui il nostro – si sono nascosti dietro grotteschi farfugliamenti. L’Italia, ad esempio, ha affermato quanto segue: “… Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza (sic.!, n.d.r.), come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. Non c’è bisogno di aggiungere una virgola per suscitare una pena infinita davanti a tali torsioni.

Per conto della cosiddetta Unione, poi, la sedicente Alta Rappresentante per la (inesistente) Politica Estera, la famigerata K. Kallas, ha dichiarato quanto segue: “…, in ogni circostanza, devono essere rispettati i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. I membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno una responsabilità particolare di sostenere tali principi, come pilastro dell’architettura della sicurezza internazionale. L’UE ha ripetutamente affermato che Nicolás Maduro manca della legittimità di un presidente”.

Ma il comunicato della Ue continua: “l’Ue condivide la priorità di combattere la criminalità organizzata transnazionale e il traffico di droga, che rappresentano una minaccia significativa alla sicurezza a livello mondiale …, mentre sottolinea che queste sfide devono essere affrontate attraverso una cooperazione costante nel pieno rispetto del diritto internazionale e dei principi di integrità territoriale e sovranità. Siamo in stretto contatto con gli Stati Uniti, così come con partner regionali e internazionali per … facilitare il dialogo con tutte le parti coinvolte, portando a una soluzione negoziata, democratica, inclusiva e pacifica alla crisi, guidata da venezuelani. Rispettare la volontà del popolo venezuelano rimane l’unico modo per il Venezuela di ristabilire la democrazia e risolvere la crisi attuale”. Traduzione dal lessico dei maggiordomi di Bruxelles: “sappiamo che i gringos hanno aggredito un paese sovrano che nulla ha fatto contro di loro, ma non abbiamo il coraggio nemmeno di evocare il reato, figuriamoci quello di condannare colui che lo ha commesso. Restiamo dunque piegati a 90 gradi e terremo tale posizione anche in avvenire, con dignitoso orgoglio”.

L’Ue ricorda infine che “in questo momento critico, è essenziale che tutti gli attori rispettino pienamente i diritti umani e il diritto umanitario internazionale”. Non sia mai che all’estensore del comunicato venga in mente di chiamare per nome il paese che per primo non rispetta tali diritti e che en passant ha ucciso un centinaio di persone, portando la guerra nei Caraibi.

Secondo l’Alta Rappresentante etc. etc. …, dunque, per governare il presidente venezuelano deve ottenere il via libera della Commissione Europea. Indicibile, sotto ogni criterio. In realtà, N. Maduro, in linea con la Costituzione del suo paese, tale legittimità l’aveva a suo tempo ottenuta dalla Corte Suprema venezuelana, anche se alcuni (paesi o individui, non fa differenza) possono ritenere che egli non sia stato eletto in elezioni trasparenti, perché ciascun paese fa i conti con la sua realtà, e non deve subire interferenze di sorta, affinché il mondo non si trasformi in un inferno.

Del resto, quando nel gennaio 2021 un gruppo di sostenitori di D. Trump sconfitto alle elezioni assaltarono il Congresso accusando i democratici di aver falsato i risultati, nessun paese al mondo ha mai vagheggiato di intervenire, considerando giustamente tale disputa un affare interno statunitense. Spetta dunque solo al popolo venezuelano e alle sue istituzioni, deboli o democratiche che siano, di costruire autonomamente il suo futuro. Limpido come l’acqua di una sorgente alpina.

5. Una delle ragioni profonde della caduta degli imperi è legata al convincimento di essere esenti dalle conseguenze delle loro azioni sbagliate. L’attacco di Trump al Venezuela non renderà il mondo più sicuro, ma nemmeno gli Stati Uniti. Esso rafforzerà invero il convincimento di molti paesi che per resistere alle aggressioni nordamericane occorrerà armarsi vieppiù, se possibile anche con l’arma nucleare (Saddam, Milosevic, Gheddafi e al-Assad docent, così come Kim Jong-un, a contrario).

Con il sequestro (notizia delle ultime ore) di una petroliera battente bandiera russa – ma forse trasportava anche altro, non sappiamo ancora -, la Marinera, dopo averla inseguita per due settimane in pieno oceano Atlantico tra Scozia e Islanda, minacciosi venti di un confronto diretto tra Mosca e Washington iniziano a soffiare. Nelle parole del Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, l’embargo intorno al Venezuela è una misura che “si applica in tutto il mondo”. L’equipaggio, dunque anche cittadini russi, sarà giudicato negli Stati Uniti. L nave era scortata dalla marina, a quanto è dato sapere, ma soprattutto da sommergibili russi. Logica vuole che Mosca abbia scelto di non intervenire per evitare un confronto diretto. La prossima volta, forse, Mosca farà un’altra scelta. L’orologio dell’Apocalisse da 89 seconda alla mezzanotte sta forse accelerando, mentre l’orchestra del Titanic continua a suonare, insieme al coro stonato e borbottante dei maggiordomi europei.

I popoli restano arbitri del proprio destino, un destino che non va abbandonato nelle mani di ineffabili oligarchie che, giunte al potere, tendono invariabilmente ad abusarne. Senza riguardo al lessico cui si ricorre per qualificarle – democrazie, autocrazie, dittature o altro – le oligarchie che siedono in cima alla piramide suonano spesso la medesima musica, comiziando a squarciagola: cari connazionali non vogliamo altro che il vostro bene! E in effetti intendono proprio questo … vogliono il nostro bene, per portarselo via. Non dobbiamo permetterlo!


[1] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/

 

da qui

giovedì 8 gennaio 2026

America, uno Stato canaglia - Chris Hedges

 

Scollata dall’universo fondato sui fatti, e accecata dall’idiozia, dall’avidità e dall’arroganza, la classe dirigente degli Stati Uniti ha sacrificato i meccanismi interni che impediscono la dittatura e i meccanismi esterni progettati per proteggere da un mondo senza legge, caratterizzato dal colonialismo e dalla diplomazia delle cannoniere.

Le nostre istituzioni democratiche sono moribonde. Sono incapaci o non disposte a frenare la nostra classe dirigente gangsteristica. Il Congresso, infestato dalle lobby, è un’appendice inutile. Ha rinunciato da tempo alla propria autorità costituzionale, compreso il diritto di dichiarare guerra e approvare leggi. L’anno scorso ha inviato alla scrivania di Donald Trump solo 38 miseri disegni di legge da firmare. La maggior parte erano risoluzioni di “disapprovazione” che revocavano le normative emanate durante l’amministrazione Biden. Trump governa con decreti imperiali per mezzo di ordini esecutivi. I media, di proprietà di grandi imprese e di oligarchi, da Jeff Bezos a Larry Ellison, sono una cassa di risonanza per i crimini di Stato, tra cui il genocidio in corso dei palestinesi, gli attacchi all’Iran, allo Yemen e al Venezuela e il saccheggio da parte della classe miliardaria. Le nostre elezioni saturate dal denaro sono una farsa. Il corpo diplomatico, incaricato di negoziare trattati e accordi, prevenire guerre e costruire alleanze, è stato smantellato. I tribunali, nonostante alcune sentenze emesse da giudici coraggiosi, tra cui il blocco dello schieramento della Guardia Nazionale a Los Angeles, Portland e Chicago, sono al servizio del potere delle grandi aziende e controllati da un Dipartimento di Giustizia la cui funzione principale è quella di mettere a tacere i nemici politici di Trump.

Il Partito Democratico, asservito alle grandi aziende e nostra presunta opposizione, blocca l’unico meccanismo che può salvarci – i movimenti di massa e gli scioperi – sapendo che la sua leadership corrotta e disprezzata verrebbe spazzata via. I leader del Partito Democratico trattano il sindaco di New York, Zohran Mamdani – un barlume di luce nell’oscurità –, come se avesse la lebbra. Meglio affondare l’intera nave che rinunciare al proprio status e ai propri privilegi.

Le dittature sono unidimensionali. Riducono la politica alla sua forma più semplice: fai quello che ti dico o ti distruggerò.

Le sfumature, la complessità, il compromesso e, naturalmente, l’empatia e la comprensione, vanno oltre la minuscola larghezza di banda emotiva dei gangster, compreso il Gangster in Capo.

Le dittature costituiscono il paradiso dei criminali. I gangster, che siano a Wall Street, nella Silicon Valley o alla Casa Bianca, cannibalizzano il proprio Paese e saccheggiano le risorse naturali di altri Paesi.

Le dittature capovolgono l’ordine sociale. L’onestà, il duro lavoro, la compassione, la solidarietà, il sacrificio di sé vengono considerati qualità negative. Coloro che incarnano queste qualità vengono emarginati e perseguitati. I senza cuore, i corrotti, i mendaci, i crudeli e i mediocri prosperano.

Le dittature danno potere ai teppisti per tenere immobilizzate le loro vittime, in patria e all’estero. Teppisti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Teppisti della Delta Force, dei Navy Seals e delle squadre Black Ops della CIA, che, come qualsiasi iracheno o afgano può dirvi, sono le squadre della morte più letali del pianeta. Teppisti del Federal Bureau of Investigation (FBI) e della Drug Enforcement Administration (DEA) – visti scortare il presidente Nicolás Maduro ammanettato a New York – del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) e dei dipartimenti di polizia.

Qualcuno può seriamente sostenere che gli Stati Uniti siano una democrazia? Esistono istituzioni democratiche funzionanti? Esiste un controllo sul potere dello Stato? Esiste un meccanismo in grado di far rispettare lo Stato di diritto nel Paese, dove i residenti legali vengono rapiti dalle strade da teppisti mascherati, dove una fantomatica “sinistra radicale” è una scusa per criminalizzare il dissenso, dove la più alta corte del Paese conferisce a Trump poteri e immunità da monarca? Qualcuno può fingere che con la demolizione delle agenzie e delle leggi ambientali – che dovrebbero aiutarci ad affrontare l’incombente ecocidio, la più grave minaccia all’esistenza umana – ci sia qualche preoccupazione per il bene comune? Qualcuno può sostenere che gli Stati Uniti siano i difensori dei diritti umani, della democrazia, di un ordine basato sulle regole e delle “virtù” della civiltà occidentale?

I nostri gangster al potere accelereranno il declino. Rubano tutto quello che possono, il più velocemente possibile, mentre stanno cadendo. La famiglia Trump ha intascato più di 1,8 miliardi di dollari in contanti e regali dalla rielezione del 2024. Lo fanno mentre si prendono gioco dello Stato di diritto e stringono la loro morsa. I muri si stringono. La libertà di parola è stata abolita nei campus universitari e nelle trasmissioni radiofoniche. Coloro che denunciano il genocidio perdono il lavoro o vengono espulsi. I giornalisti vengono diffamati e censurati. L’ICE, alimentato da Palantir – con un budget di 170 miliardi di dollari in quattro anni – sta gettando le basi per uno stato di polizia. Ha aumentato il numero dei suoi agenti del 120%. Sta costruendo un complesso nazionale di centri di detenzione. Non solo per i clandestini. Ma anche per noi. Chi si trova fuori dai confini dell’impero non se la passerà meglio con un budget di 1˙000 miliardi di dollari destinati alla macchina da guerra.

E questo mi porta al Venezuela, dove un capo di Stato e sua moglie, Cilia Flores, sono stati rapiti e portati di nascosto a New York, in aperta violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.

Non abbiamo dichiarato guerra al Venezuela, ma d’altra parte non c’è stata alcuna dichiarazione di guerra quando abbiamo bombardato l’Iran e lo Yemen. Il Congresso non ha approvato il rapimento e il bombardamento delle strutture militari a Caracas perché non ne era stato informato.

L’amministrazione Trump ha mascherato il crimine – che è costato la vita a 80 persone – come un’operazione antidroga e, cosa ancora più bizzarra, come una violazione delle leggi statunitensi sulle armi da fuoco: “possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi; e cospirazione per il possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi”.

Queste accuse sono assurde quanto tentare di legittimare il genocidio a Gaza come “il diritto di Israele di difendersi”.

Se si trattasse di droga, l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández non sarebbe stato graziato da Trump il mese scorso, dopo essere stato condannato a 45 anni di carcere per aver cospirato per distribuire oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti, una condanna giustificata da prove molto più consistenti di quelle a sostegno delle accuse mosse contro Maduro.

Ma la droga è solo un pretesto.

Sull’onda del successo, Trump e i suoi funzionari parlano già di IranCubaGroenlandia e forse ColombiaMessico e Canada.

Il potere assoluto in patria e il potere assoluto all’estero si espandono. Si nutrono di ogni atto illegale. Si trasformano in totalitarismo e in un disastroso avventurismo militare. Quando la gente si rende conto di ciò che è successo, è troppo tardi.

Chi governerà il Venezuela? Chi governerà Gaza? Ha importanza?

Se le nazioni e i popoli non si inchinano davanti al grande Moloch di Washington, vengono bombardati. Non si tratta di stabilire un governo legittimo. Non si tratta di elezioni corrette. Si tratta di usare la minaccia della morte e della distruzione per ottenere una sottomissione totale.

Trump lo ha chiarito quando ha avvertito la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez che “se non fa ciò che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro”.

Il rapimento di Maduro non è stato effettuato a causa del traffico di droga o del possesso di mitragliatrici. Si tratta di petrolio. È, come ha detto Trump, affinché gli Stati Uniti possano “governare” il Venezuela.

“Faremo entrare le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, le più grandi al mondo, che spenderanno miliardi di dollari per riparare le infrastrutture gravemente danneggiate, le infrastrutture petrolifere, e inizieranno a fare soldi per il Paese”, ha detto Trump durante una conferenza stampa sabato.

Gli iracheni, un milione dei quali sono stati uccisi durante la guerra e l’occupazione statunitense, sanno bene cosa succederà dopo. Le infrastrutture, moderne ed efficienti sotto Saddam Hussein – ho fatto reportage dall’Iraq sotto Hussein, quindi posso attestare questa verità – sono state distrutte. I fantocci iracheni insediati dagli Stati Uniti non avevano alcun interesse nel governare e, secondo quanto riferito, hanno rubato circa 150 miliardi di dollari di entrate petrolifere.

Alla fine, gli Stati Uniti sono stati cacciati dall’Iraq, anche se controllano i proventi del petrolio iracheno che vengono convogliati alla Federal Reserve Bank di New York. Il governo di Baghdad è alleato con l’Iran. Il suo esercito comprende milizie sostenute dall’Iran nelle Forze di Mobilitazione Popolare irachene. I maggiori partner commerciali dell’Iraq sono la Cina, gli Emirati Arabi Uniti, l’India e la Turchia.

Le debacle in Afghanistan e Iraq, che sono costate al pubblico americano dai 4˙000 ai 6˙000 miliardi di dollari, sono state le più costose nella storia degli Stati Uniti. Nessuno degli artefici di questi fiaschi è stato chiamato a rispondere delle proprie responsabilità.

I paesi scelti per un “cambio di regime” implodono, come ad Haiti, dove Stati Uniti, Canada e Francia hanno rovesciato Jean-Bertrand Aristide nel 1991 e nel 2004. Il rovesciamento ha portato al collasso della società e del governo, alla guerra tra bande e all’aggravarsi della povertà. Lo stesso è accaduto in Honduras quando un colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti nel 2009 ha destituito Manuel Zelaya. Hernández, recentemente graziato, è diventato presidente nel 2014 e ha trasformato l’Honduras in uno Stato narco, così come ha fatto il fantoccio degli Stati Uniti Hamid Karzai in Afghanistan, che ha supervisionato la produzione del 90% dell’eroina mondiale. E poi c’è la Libia, un altro Paese con vaste riserve di petrolio. Quando Muhammar Gheddafi è stato rovesciato dalla NATO durante l’amministrazione Obama nel 2011, la Libia si è frammentata in regioni controllate da signori della guerra e da milizie rivali.

L’elenco dei disastrosi tentativi degli Stati Uniti di “cambiare regime” è esaustivo e comprende il Kosovo, la Siria, l’Ucraina e lo Yemen. Tutti sono esempi della follia dell’eccessiva ambizione imperiale. Tutti prevedono dove stiamo andando.

Gli Stati Uniti hanno preso di mira il Venezuela sin dall’elezione di Hugo Chávez nel 1998. Sono stati dietro al fallito colpo di Stato del 2002. Hanno imposto sanzioni punitive per oltre due decenni. Hanno cercato di consacrare il politico dell’opposizione Juan Guaidó come “presidente ad interim”, sebbene non fosse mai stato eletto alla presidenza. Quando questo non ha funzionato, Guaidó è stato scaricato con la stessa freddezza con cui Trump ha abbandonato la figura dell’opposizione e premio Nobel per la pace María Corina Machado. Nel 2020 abbiamo messo in scena un tentativo maldestro da parte di mercenari mal addestrati di scatenare una rivolta popolare. Niente di tutto ciò ha funzionato.

Il rapimento di Maduro dà l’avvio a un’altra debacle. Trump e i suoi tirapiedi non sono più competenti, e probabilmente lo sono meno dei funzionari delle amministrazioni precedenti, che hanno cercato di piegare il mondo al loro volere.

Il nostro impero in decadenza arranca come una bestia ferita, incapace di imparare dai propri disastri, paralizzato dall’arroganza e dall’incompetenza, che brucia lo Stato di diritto e fantastica che la violenza su scala industriale indiscriminata gli consentirà di riconquistare l’egemonia perduta. Capace di proiettare una forza militare devastante, il suo successo iniziale ha inevitabilmente portato a costosi e controproducenti pantani.

La tragedia non è che l’impero americano stia morendo, ma che sta trascinando con sé così tanti innocenti.

America the Rogue State. The evisceration of the rule of law at home and abroad solidifies America as a rogue state / The Chris Hedges Report – 05.01.2026

(traduzione in italiano a cura di Giorgio Riolo)

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