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lunedì 11 settembre 2023

Usando un cane da combattimento, soldatesse israeliane costringono donne palestinesi a spogliarsi - Amira Hass

 

Haaretz 

Durante un raid a Hebron, cinque donne della famiglia sono state costrette a spogliarsi sotto la minaccia di un cane dell’unità cinofila e dei fucili dei soldati.

Due soldatesse israeliane mascherate, armate di fucile e di un cane da combattimento, hanno costretto cinque donne di una famiglia palestinese a spogliarsi, ciascuna separatamente, nella città cisgiordana di Hebron, a luglio. Secondo la famiglia, le soldatesse hanno minacciato di liberare il cane se le donne non avessero obbedito.

Durante l’irruzione nella casa della famiglia, soldati maschi hanno perquisito i membri maschi della famiglia, ma non hanno chiesto loro di spogliarsi.

L’esercito aveva informazioni sulla presenza di armi nell’abitazione e l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha dichiarato ad Haaretz che è stato trovato un fucile M16 con munizioni, il che ha reso necessaria la perquisizione degli altri residenti della casa.

Un totale di 26 persone, tra cui 15 minori di età compresa tra i 4 mesi e i 17 anni, vivono in tre appartamenti adiacenti, nella casa della famiglia Ajluni, nel sud di Hebron. La famiglia racconta che il 10 luglio, alle 1:30 del mattino, circa 50 soldati si sono piazzati intorno alla casa accompagnati da almeno due cani.

Secondo la famiglia, circa 25 o 30 soldati hanno preso posizione all’interno degli appartamenti, dove sono passati da una stanza all’altra dopo aver svegliato gli occupanti con torce elettriche, forti colpi alle porte e minacce di sfondare le porte.

La maggior parte dei soldati era mascherata, con solo gli occhi visibili. Uno, che sembrava essere l’ufficiale comandante e non era mascherato, indossava pantaloni militari ma una normale camicia a maniche corte. Le donne non sapevano chi fosse.

Alle 5.30 del mattino, i soldati hanno lasciato la casa, portando con sé il figlio maggiore della famiglia, Harbi, che hanno arrestato. La famiglia ha subito scoperto che i gioielli d’oro che il fratello minore, Mohammed, aveva comprato in vista del suo matrimonio erano scomparsi. Il valore era di 40.000 shekel (10.500 dollari). Gli uomini si sono precipitati alla stazione di polizia israeliana nel vicino insediamento di Kiryat Arba per sporgere denuncia.

La polizia ha detto che non era stato rubato nulla, ma il giorno seguente un ufficiale ha telefonato a Mohammed dicendogli di venire a ritirare l’oro. I soldati avevano pensato che si trattasse di proiettili, gli è stato detto. L’Unità Portavoce dell’IDF afferma che i gioielli erano in una borsa nera avvolta da nastro adesivo che è stata aperta più tardi in una stanza di investigazione della polizia.

La moglie di Harbi, Diala, ha scoperto che mancavano anche 2.000 shekel che erano in un cassetto, ma il denaro non è stato restituito. I portavoce dell’esercito affermano di non essere a conoscenza di questa accusa.

Costrette a spogliarsi davanti ai figli

Le donne costrette a spogliarsi erano Ifaf, 53 anni, sua figlia Zeinab, 17 anni, e le tre nuore di Ifaf: Amal, Diala e Rawan, che hanno 20 anni. Una dopo l’altra sono state portate nella cameretta rosa e viola dei figli di Amal, dove un orsacchiotto rosa fa la guardia.

La prima a essere chiamata nella stanza è stata Amal, 25 anni, che è stata costretta a spogliarsi in presenza di tre dei suoi quattro figli, che si erano appena svegliati. Piangendo e urlando, terrorizzati dal cane e dai fucili, hanno visto le soldatesse mascherate che, con gesti delle mani e in un arabo stentato, hanno intimato ad Amal di togliersi l’abito da preghiera.

Lei se l’è tolto. Poi le hanno chiesto di togliersi il resto dei vestiti. Lei ha protestato, facendo notare che non poteva nascondere nulla nei pantaloncini e nella canottiera. Dice che allora hanno liberato l’enorme cane, che le si è avvicinato ma non l’ha toccata.

I bambini urlavano di paura per tutto il tempo. Amal ha detto alle soldatesse di ritirare il cane perché i bambini ne avevano paura; poi si è tolta il resto dei vestiti. I bambini hanno dovuto assistere all’ordine dato alla madre di girarsi nuda dall’altra parte, mentre lei singhiozzava per l’umiliazione. Circa 10 minuti dopo lei e i bambini sono stati portati fuori dalla stanza, pallidi e tremanti.

La seconda donna chiamata nella stanza è stata Ifaf, la matriarca della famiglia. Non ha voluto parlare molto del suo calvario, anche se ha raccontato che le soldatesse le hanno fatto cenno o le hanno ordinato, in arabo stentato, di togliersi i vestiti. Va bene, gìrati, vèstiti.

Mentre succedeva questo, gli altri membri della famiglia erano tenuti in altre due stanze dello stesso appartamento. Le donne e i bambini erano in una stanza e gli uomini nell’altra. Due o tre soldati armati erano appostati alla porta di ogni stanza e ordinavano agli Ajluni di non parlare.

Di tanto in tanto compariva un altro soldato che riferiva qualcosa ai suoi colleghi. Mentre i membri della famiglia erano tenuti prigionieri nelle stanze, hanno sentito Amal e i suoi figli urlare, seguiti dalle altre donne che facevano lo stesso.

Hanno anche sentito i soldati rovistare negli appartamenti adiacenti. Hanno sentito sbattere, aprire cassetti e farli cadere sul pavimento. Hanno anche sentito i soldati ridere.

Il silenzio sul trauma

Non ci sono molti resoconti di donne palestinesi costrette a denudarsi durante un’incursione dell’esercito nella loro casa. Nei suoi 15 anni di ricerca sul campo a Hebron per il gruppo israeliano per i diritti B’Tselem, Manal al-Ja’bari ha registrato circa 20 casi del genere. Ma ritiene che negli ultimi mesi questi fenomeni siano aumentati. La maggior parte delle donne rifiuta di essere intervistata dai giornalisti in merito al trauma subito, dice Ja’bari.

Ma le donne della famiglia Ajluni hanno accettato di essere identificate per nome a patto che non venissero scattate foto. Dopo l’uccisione di una donna nel vicino insediamento di Beit Hagai il 21 agosto, alla stessa Ja’bari è stato detto di togliersi tutti i vestiti durante una massiccia perquisizione notturna delle case di Hebron. Ja’bari ha notato una telecamera sulla fronte di una soldatessa e si è rifiutata di spogliarsi.

“La soldatessa ha rimosso la telecamera dopo le mie insistenze. Tuttavia, ho rifiutato di spogliarmi. Forse perché sono di B’Tselem, hanno ceduto”, ha detto. Ma i soldati hanno messo a soqquadro la sua casa, hanno rotto diversi oggetti e hanno lasciato un tale disordine che Ja’bari non sapeva da dove cominciare a pulire. È quello che fanno spesso i soldati, ed è quello che hanno fatto anche a casa degli Ajluni.

Parlando con Haaretz il 27 agosto, le donne della famiglia Ajluni hanno ascoltato Ja’bari, anch’essa presente, raccontare il proprio calvario. Poi hanno ricordato che anche loro avevano visto qualcosa sulla fronte delle soldatesse, ma non sapevano cosa fosse. Ora, oltre al trauma della perquisizione, erano tormentate dalla domanda se i soldati le avessero filmate nude.

Nella sua dichiarazione, l’esercito ha affermato che i soldati non indossavano telecamere, mentre il cane sì, ma era spenta.

All’inizio le donne hanno detto di non essere sicure che i soldati mascherati fossero donne, ma poi hanno concluso che dovevano esserlo. “Quando ognuna di noi è entrata nella stanza, le soldatesse hanno spostato un po’ il cappello… così abbiamo potuto vedere che avevano i capelli lunghi, il che significa che erano donne”, hanno ricordato Diala e Zeinab, una completando il racconto dell’altra.

Tra le cinque donne spogliate, solo Amal non era in casa quando le altre hanno parlato con Haaretz. Era andata a comprare materiale per il matrimonio del fratello Mohammed. La vita stava riprendendo, l’anno scolastico era iniziato e gradualmente i volti delle donne e dei loro figli erano tornati a sorridere.

Ja’bari, la ricercatrice sul campo di B’Tselem, aveva registrato i racconti delle donne un giorno dopo il raid, descrivendo il terrore e lo shock che le Ajluni avrebbero provato ancora settimane dopo. Per circa quattro settimane, i bambini si svegliavano nel cuore della notte per la paura e bagnavano il letto. Le donne avevano spesso la sensazione che i soldati fossero ancora in casa e saltavano ogni volta che sentivano un rumore all’esterno.

Soldati intorno alla casa

La notte dell’incursione, Diala, 24 anni, si è svegliata sentendo il marito, Harbi, che discuteva con qualcuno e chiedeva di non entrare in camera da letto perché c’era sua moglie. “Ho capito che erano soldati e mi sono subito alzata per coprirmi e mi sono vestita velocemente, con un abito da preghiera”, ha raccontato.

In quel momento, i soldati e due grossi cani con la museruola hanno fatto irruzione nella stanza. Le tre ragazze che dormivano nella stanza dei genitori si sono svegliate alla vista dei fucili, dei cani e degli occhi che scrutavano da sotto le maschere.

“Mio marito ha urlato ai soldati – in ebraico e in arabo – di allontanarsi e di allontanare i cani. Le mie figlie urlavano, piangevano e tremavano di paura. Lujin, che ha 4 anni, se l’è fatta addosso. I soldati hanno ordinato a mio marito di non parlarmi, gli hanno puntato i fucili alla testa e lo hanno trascinato in cucina”, ha raccontato Diala.

Lo avrebbe rivisto solo alcuni giorni dopo, presso il tribunale militare di Ofer, dove la sua detenzione è stata prolungata più volte. È sospettato di possedere un’arma, ha detto Diala.

La notte del raid, lei e le sue figlie sono state lasciate in camera da letto per 10 o 15 minuti; poi i soldati le hanno ordinato di attraversare il cortile per raggiungere il luogo in cui era stato ordinato di radunare l’intera famiglia. Si trattava dell’appartamento del cognato Abdullah e di sua moglie Amal. Diala ha chiesto di poter prendere i soldi dal cassetto, ma l’ufficiale in maniche corte non glielo ha permesso, ha raccontato.

Il cortile è solo parzialmente pavimentato ed è pieno di sassi, spine e pezzi di vetro. L’ufficiale non le ha permesso di mettere le scarpe alle figlie “e mi ha fatto segno di portarle in braccio”, ha detto Diala. Ma lei ha portato solo Ayla, di 17 mesi. Lujin e Lida, di 5 anni, le sono rimaste vicine e sono uscite.

“Stavo morendo di paura quando sono passata accanto al cane”, ha detto. Le sue figlie le trotterellavano accanto, a piedi nudi e piangendo. Ha pensato che ci fossero anche altri cani nel cortile.

A quel punto, Abdullah ha chiesto il permesso di andare nell’appartamento in cui suo fratello Mohammed si sarebbe trasferito dopo il matrimonio. Abdullah voleva prendere i gioielli d’oro, ma i soldati si sono rifiutati. Lui ha protestato, e allora lo hanno ammanettato da dietro, bendato e portato nella cucina di Diala e Harbi.

Lo stesso hanno fatto con suo cugino Yamen, di 17 anni. Le donne li avrebbero trovati in cucina dopo che i soldati se ne erano andati con Harbi. Hanno tagliato le manette di plastica con un coltello.

Dopo che i soldati avevano spogliato Ifaf, è stato il turno di Diala. Un soldato è entrato nel soggiorno e le ha detto di andare con lui. “Sono entrata in una stanza e, poiché avevo molta paura del cane enorme, sono rimasta vicino alla porta e ho cercato di uscire”, ha raccontato. “Le soldatesse mi hanno urlato contro e mi hanno ordinato di rimanere nella stanza”.

Quando si è rifiutata di togliersi i vestiti sotto l’abito da preghiera, la soldatessa con il cane ha minacciato di liberare l’animale. Anche a Diala è stato chiesto di girarsi nuda in presenza delle soldatesse e anche lei ha pianto.

La diciassettenne Zeinab si è ribellata. Quando i soldati hanno chiesto a tutti di consegnare i telefoni, lei è riuscita a nascondere il suo sotto un cuscino. Ha raccontato che, mentre i membri della famiglia erano ancora seduti in salotto con i bambini, “un soldato mi ha indicato e ha detto [in arabo] ‘Tu, vieni’ e mi ha condotto nella stanza dei bambini”.

“Le soldatesse mi hanno mostrato i capelli per farmi capire che erano donne e mi hanno ordinato di mettermi in un angolo della stanza. Poi il soldato maschio ha aperto con rabbia la porta, ha sbirciato all’interno, ha sventolato il mio telefono, ha alzato il fucile e lo ha puntato contro di me. Era arrabbiato perché non l’avevo consegnato quando mi aveva detto di farlo. Ho urlato. È stato un bene che non mi fossi ancora tolta l’hijab”.

(A questo punto Diala interviene dicendo che le altre donne l’hanno sentita urlare, non sapevano cosa stesse succedendo ed erano molto preoccupate).

“Pensavo che ci avrebbero esaminato con un’apparecchiatura elettromagnetica”, ha detto Zeinab. “Sono rimasta sorpresa quando la soldatessa mi ha detto in arabo stentato di spogliarmi. Ho chiesto: ‘Cosa? Mi ha risposto: ‘I vestiti’. Ho detto: ‘Non voglio’. Mi ha detto: ‘Togliti tutto’.

“Ho deciso di urlare e di mostrare che non avevo oggetti addosso, ma lei ha insistito perché mi togliessi tutto. Quando mi sono opposta, si sono avvicinate a me con il cane in modo minaccioso. Ho sentito Diala urlarmi da fuori la stanza che dovevo fare quello che mi dicevano.

“Allora mi sono spogliata. La soldatessa mi ha detto di girarmi. Mi sono girata solo a metà e allora lei mi ha avvicinato di nuovo il cane. Tremavo e piangevo”.

A un certo punto, i bambini sono stati lasciati soli nel soggiorno senza le loro madri e in presenza dei soldati armati. Dopo essere state perquisite, le madri sono state messe in un corridoio adiacente. I bambini erano spaventati e piangevano.

I soldati hanno parzialmente accolto le richieste delle madri e hanno permesso loro di prendere i due più piccoli. Ifaf e uno dei suoi nipoti raccontano che i soldati hanno cercato di calmare i bambini che erano rimasti da soli nel soggiorno. Hanno battuto i loro pugni con i piccoli pugni di alcuni bambini.

L’unità portavoce dell’IDF ha dichiarato che: “Sulla base dell’intelligence, è stato trovato un M16 lungo, così come munizioni e un caricatore. Dopo aver trovato l’arma, è stato necessario controllare le altre persone presenti nella casa per eliminare la possibilità che ci fossero altre armi. Seguendo le istruzioni degli investigatori della polizia di Hebron, le soldatesse [dell’unità cinofila] hanno perquisito le donne della casa in una stanza chiusa, ognuna individualmente. Le soldatesse non indossavano telecamere.

“Il cane, che non era presente nella stanza durante l’ispezione, aveva una telecamera montata sulla schiena per scopi operativi, ma non era accesa in quel momento. Durante le perquisizioni è stata trovata e portata via, insieme all’arma rinvenuta, una borsa nera nascosta e avvolta da nastro adesivo. La borsa è stata aperta nella stanza delle indagini e si è capito che si trattava di gioielli.

“Il giorno successivo alla perquisizione, il fratello dell’arrestato è venuto, ha firmato che si trattava di gioielli di famiglia e li ha ripresi. Non siamo a conoscenza della richiesta di 2.000 shekel. Non siamo a conoscenza di reclami riguardanti il caso. Se dovessero pervenire, saranno presi in considerazione, come di consueto”.

 

Traduzione a cura di AssoPacePalestina

da qui

mercoledì 19 maggio 2021

Il lungo viaggio di un musicista siriano e del suo cane Stella - Francesca Spinelli

Quando nell’estate del 2015 Bassel è fuggito dalla Siria, ha potuto portare con sé la sua musica ma non Stella. Provare a raggiungere clandestinamente l’Europa con un cane non era pensabile. Così l’ha lasciata a Damasco, in balia dei bombardamenti che la terrorizzavano, ed è partito con altri quattro amici. Aveva diciott’anni e cinquanta cd di musica composta da lui nello zaino. Tre giorni prima della partenza era riuscito a pubblicare il suo primo album. “Non volevo andarmene senza qualcosa in mano”, mi spiega. “Non puoi presentarti da qualche parte e dire ‘Ciao, sono un artista’. Devi avere qualcosa da mostrare. Tanto più se vieni dalla Siria”.

Se cercate in rete dei video di Bassel Abou Fakher, lo troverete quasi sempre con un violoncello tra le braccia. Da piccolo, però, Bassel voleva studiare il clarinetto. “Avevo sette anni e ammiravo tantissimo un bambino più grande di me, Nabil, il figlio di una collega di mia madre. Correva più veloce di me e suonava il clarinetto. I miei genitori però mi dissero: ‘Perché non impari a suonare il violoncello? È più bello’”. Sua sorella Yara studiava già il violino. “I miei hanno sempre lavorato tantissimo per pagare l’affitto, per farci studiare, poi per mandarci in Europa durante la guerra. Per alcuni anni hanno avuto due lavori ciascuno. Mia zia stava a casa e si prendeva cura di noi”, racconta.

Dopo la scuola il padre lo accompagnava ogni giorno all’accademia di musica. “Studiavo due, tre ore al giorno, ma non ero molto portato per il violoncello. La verità è che non sono mai stato un vero violoncellista e l’ho sempre saputo”. Con altrettanta sicurezza Bassel sa di voler produrre musica. “Ho sempre voluto fare album. Quand’ero a Damasco non sapevo che si dice ‘produrre’, ma è quello che ho fatto: ho trovato i musicisti, ho scritto la musica, ho pensato alla copertina del disco, ho guidato tutto il processo”. Quel primo album (disponibile in rete) s’intitolava Qotob, come il gruppo, formato da Bassel al violoncello, Maher Khoddor allo zither, Michael Khayat alle percussioni e Milad Khawam alla tromba.

Qualcosa in mano
A renderne possibile l’uscita era stato un incontro casuale. “A Damasco c’era un piccolo locale frequentato solo da musicisti e artisti. Si chiamava… ”. Bassel si sforza di riportare alla memoria il nome, poi rinuncia e riprende il racconto: “Una volta entrò un tizio africano e si mise a suonare il basso. Era pazzesco. E dato che in Siria non ci sono molti africani, vederlo suonare fu come avere la più grande star di un club di jazz newyorchese che si esibiva solo per noi. Eravamo tutti senza parole. Gli parlai del mio progetto, del fatto che ci servivano settecento dollari, e Alphonse decise di aiutarci”. Alphonse Munyaneza è un funzionario ruandese dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), ma è anche un musicista e un ex rifugiato. È una delle persone che più hanno sostenuto l’esordio del gruppo Sierra Leone’s Refugee All Stars, raccontato nell’omonimo documentario del 2005. Dieci anni dopo, Munyaneza ha permesso a Bassel di realizzare il suo sogno e cercare rifugio in Europa “con qualcosa in mano”.

Del viaggio che l’ha portato da Damasco fino a un campo per richiedenti asilo vicino alla città belga di Hasselt non parliamo, perché “tanto tutti sanno cosa succede in quei viaggi” taglia corto Bassel. E poi quel viaggio Bassel lo ha raccontato in un libro per bambini, Saving Stella, pubblicato dalla casa editrice britannica Bloomsbury nel novembre del 2020. Anche il libro è frutto di un incontro casuale, virtuale però. Dopo il suo arrivo in Belgio, Bassel ha lasciato rapidamente il campo di Hasselt e si è trasferito a Bruxelles, ospite di una famiglia belga che lo ha aiutato a far arrivare Stella nella capitale. La storia del viaggio di Stella – in taxi da Damasco a Beirut, poi su un volo da Beirut a Bruxelles – è stata ripresa da alcuni siti per cinofili, arrivando fino a Deborah Blumenthal, autrice statunitense di libri per l’infanzia. Blumenthal ha contattato Bassel proponendogli di pubblicare un libro insieme.

 “Quando Deborah mi ha contattato avevo vent’anni ed ero in un periodo di grande incertezza. Avevo paura, dovevo trovare un lavoro, pagare l’affitto. Sono stato piuttosto brusco e le ho detto: ‘Per me va bene, ma non voglio mentire a nessuno, nemmeno ai bambini’”. Nel libro, consigliato per bimbe e bimbi tra i cinque e i sette anni, l’arrivo in Belgio è raccontato così: “Ma Bassel non era ancora libero. È stato rinchiuso in un campo per rifugiati come un prigioniero”. La vera accoglienza, spiega Bassel al suo giovane pubblico, non è quella istituzionale, è quella di cittadine e cittadini che respingono le politiche disumanizzanti dei loro governi. Il centro profughi di Moria, in Grecia, non era che la variante più estrema di un modello di pseudo-accoglienza punitivo e sempre più privatizzato (come ricorda la rivista belga Alter Échos in un recente articolo sul centro di Jalhay, in provincia di Liegi).

Bassel ha raccontato la sua storia a Deborah nel corso di lunghe conversazioni telefoniche. Poi per un po’ non l’ha più sentita. Bloomsbury voleva che a illustrare il libro fosse una persona siriana. La scelta è caduta sulla scrittrice e illustratrice Nadine Kaadan, che ha lasciato la Siria nel 2012 e oggi vive a Londra. Bassel non era sicuro di riconoscersi nelle parole di Deborah, ma “quando si è rifatta viva e mi ha mandato il testo”, dice, “non ho voluto cambiare niente”.

Restare di sasso
Oggi Bassel convive con i ricordi della sua fuga dalla Siria e dei primi tempi in Europa, che lo assalgono, improvvisi. “Sul momento non pensi al senso di quello che ti sta accadendo. Sei impaurito, l’unica cosa che vuoi è raggiungere il traguardo. Poi, quando arrivi, è uno shock. Ti buttano in un campo, ti trattano peggio di un cane”. Con il passare del tempo lo shock si supera, ma il suo effetto, “il suo rilascio” dice Bassel, continua. “A volte, mentre cammino per strada, capita che di colpo qualcosa mi attraversi la testa e rimango di sasso, mi chiedo se è davvero successo. Ho cominciato a scrivere questi ricordi”. Quando si confronta con i suoi amici a Bruxelles per capire se quello che ha dovuto affrontare è normale, Bassel si rende conto che il sistema “è uno schifo”.

È assurdo, dice per farmi un esempio, che siano criminalizzate le persone alla guida delle imbarcazioni di fortuna che tentano la traversata del Mediterraneo. “Non sono loro i veri trafficanti”, osserva. “Spesso sono persone in fuga dalla guerra come gli altri”. I governi e le istituzioni europee la pensano diversamente. Il 23 aprile 2021 K.S., un giovane siriano arrivato in Grecia con la moglie e i tre figli a marzo del 2020, è stato condannato a cinquantadue anni di carcere e 242mila euro di multa da un tribunale di Lesbo per “ingresso illegale” e “favoreggiamento di ingresso illegale”.

Bassel mi parla poi del villaggio serbo dove ha pagato venticinque euro per caricare il telefono per dieci minuti: “Alcuni abitanti del posto avevano installato delle catene di ciabatte elettriche lunghe dieci metri”. Gli stati europei, impedendo alle persone di raggiungere i loro territori in modo sicuro e legale, hanno creato un mercato nero della circolazione tanto lucroso quanto pericoloso. “Ho pagato circa seimila euro per venire qui, e sono partito con quattro persone che hanno pagato quanto me. Mia sorella è partita con altre quattro persone, hanno seguito una rotta diversa e ognuna ha pagato 8.500 euro. Fai il calcolo, sono circa 70mila euro. È una somma pazzesca. Certo, con seimila euro mi sono salvato la vita, ma dove sono finiti quei soldi? In tasca a un sistema corrotto, e tutto questo succede davanti ai nostri occhi”.

Un sistema diverso
Bassel fa una pausa. Nel luminoso salotto dove mi ha accolta, una forma morbida e bianca si staglia sul parquet chiaro: Stella che riposa. Il tono di Bassel invece rimane cupo. “Immaginiamo un sistema diverso, un programma che permetta alle persone di venire qui con un visto, anche a pagamento. Lo pago seimila euro, ma una volta qui mi dai un appartamento, non m’importa se è nel bel mezzo del nulla, però mi dai una casa, un corso di lingua, e dopo un po’ mi dai la possibilità di inserirmi nella società, di contribuire, di pagare le tasse, tutto quello che i governi occidentali vogliono da noi”.

Ascoltandolo penso che siamo abituati a leggere le storie di chi rischia la vita per raggiungere l’Europa, meno ad ascoltarne le rivendicazioni e la rabbia suscitata dalla nostra non accoglienza. Alla prima edizione del Forum sociale europeo sulla migrazione, che si è tenuto dal 15 al 26 marzo 2021, una delle conclusioni del laboratorio sull’accoglienza solidale è stata questa: “Le persone migranti e rifugiate devono essere considerate attori politici e non solo oggetti beneficiari. Sono portatrici e attrici di diritti. Sono anche la chiave del loro futuro”.

 

Chiedo a Bassel cosa pensa della decisione della Danimarca di cominciare a rimpatriare delle persone siriane, sostenendo che Damasco e i suoi dintorni sono zone sicure. “Chi prende questo tipo di decisioni è sostenuto da chi l’ha votato. Il problema non sono i governi, sono gli elettori. La Siria è diventata come l’Afghanistan. Leggi i titoli dei giornali, guardi i notiziari e sembra tutto ‘normale’”. La madre e la sorella di Bassel sono riuscite a lasciare il paese, ma il padre è rimasto a Damasco: “Laggiù c’è il caos, un caos controllato dalle bande di Assad e dal suo esercito. Mancano gas ed elettricità, manca il cibo, tutto è carissimo. Le infrastrutture sono sparite, le persone soffrono per sopravvivere. Una situazione da post guerra civile”.

Torniamo a parlare di musica e Bassel si rasserena. A Bruxelles ha inizialmente dato vita a una nuova versione del progetto Qotob con i musicisti belgi Jean-Baptiste Delneuville al pianoforte e Piet Maris alla fisarmonica, pubblicando l’album Entity nel 2017. Ora Bassel ha deciso di concentrarsi sulla produzione musicale e sulle collaborazioni, forte della sua formazione classica e dell’entusiasmo con cui ha imparato a usare i programmi di registrazione, mixaggio ed editing. Ha collaborato agli ultimi due album del duo statunitense A winged victory for the sullen e sta ora lavorando al secondo album del suo progetto solista, Linear Minds, che uscirà a giugno (il primo, Rosemary Water, è del 2020). “È un concept album nato da una collaborazione con il birrificio Brussels Beer Project, una loro iniziativa”, spiega, poi aggiunge: “È stata una delle prime volte che qualcuno mi ha contattato in quanto artista e non ‘artista rifugiato’”. Sorride. Un altro traguardo raggiunto.

Saving Stella si chiude su queste parole: “Come Bassel, Stella ha due vite. Allora e adesso. Una è perduta, l’altra è trovata”.

da qui