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giovedì 29 dicembre 2022

La città perduta - chiedoaisassichenomevogliono


V’è qualcosa d’ideologico, di ancestrale e fatto di paure nella voglia d’armarsi a difesa delle cittadelle fortificate del proprio quotidiano. L’appello a sparar cinghiali, abbattere il lupo, scannare lorso, non è dissimile dall’affondare la nave che fugge da disperazione, che è a preferenza morto per annego che accoglienza. Tutto pare ricondursi a terrore puro d’invasione, invasione d’orrenda fiera a saccheggio di rifiuto, d’orrendo altro e reietto a rimetto in discussione stile di vita. Eppure l’uno venne a bussar alle porte della città che non ebbe più bosco per fare spazio a cemento, l’altro fu a condizione di schiavo e carne da macello per benessere di cittadino di posto civile, che casa sua fu messa ferro e fuoco da monocoltura e scavo di miniera per diletto d’altri che n’ebbero – a mistero fitto – paura. Or dunque quelli è ad invito ad imbracciar arma, a difesa di magione, presa d’assalto dal proprio agire d’inconsapevole parassita. E la città da difendere diventa il simbolo più elevato del vero assedio che fu di paura e null’altro. E della città parlai, ed ora riparlo par pari, che a tentacolo s’estende a spazzar via residuo di civiltà umana e di natura.

“Più per angoscia che per celia, m’appartiene la vista lontana della città presa d’assalto, dalle torme dei resilienti – non resistenti – in griffe gratta e vinci. Lo spazio urbano assembrato diventa fantasma della sua crescita indiscriminata, sempre più privato, sempre meno pubblico, sociale, definitivamente distanziato, come nei giochi d’ossimori si compete, tanto più è affollato. Il reale, trasformato in immagine spettacolare, è quinta scenografica d’una rappresentazione farsa, in cui le mura cingono d’assedio gli assedianti, non più le mura di Campanella dov’è la storia della scienza, il progetto educativo condiviso dei destini magici e progressivi dell’uomo. Le mura s’attrezzano a prigioni da cui non s’evade, ma dentro cui ci si rinchiude spontaneamente, sovvertendo l’ordine mentale costituito, quello che cerca l’orizzonte libero e di vertigine dello sguardo dell’animale in gabbia.

Dunque, l’animale in gabbia, alla catena, ha qualcosa di più umano dell’umanità stessa, poiché invoca per sé lo spazio aperto, rifugge dal pericolo mortale dell’assalto all’unisono alla stessa preda. Le immagini degli eloquenti muri della città ideale di Platone, sono ora grate elettrificate e luminescenti, gli orrori della merce che trabocca dalla caricatura d’una cornucopia di svendite morali e materiali. Pure l’effimero, in quanto concetto, sparisce nelle celle delle fiumane umane, diventa superfluo necessario, vocazione definitiva alla barbarie annichilente. Le architetture/prigioni delle periferie commerciali, e di dormitori, pure quelle di centri storici mercatizzati, non sono innocenti oggetti devitalizzati, ma espressione urlante del potere sociale che reclama le sue vittime. E se l’agnello o l’orrendo porco, s’avvedono del loro imminente sacrificio all’altare della tavola imbandita, con lacrima ed urlo straziante, il residuo umano vi s’immola con fanciullesca indifferenza. La progressione verso la forma estrema del mercato, il narcisismo individualista, ha soppiantato persino le oscene gerarchie dei rapporti di produzione convenzionali. Ed il consumo diventa religione di stato, di sovrastato, religione della religione. Solo il lavoro rende liberi in quanto apre la via alla speranza redentiva del consumo, del consumo d’una merce, purché sia, pure solo nella sua percezione virtuale e fuggente. Le città assaltate hanno perso ormai persino quel flebile richiamo al modernismo, financo superato le creazioni monolitiche della dittatura ceauseschiana, le volontà di Marinetti di deviare canali per affogare la vetusta Venezia, o Le Corbusier che anelava l’autostrada che spaccasse in due Parigi. Gli spazi vitali non esistono se non nel sentire, ormai folle, di chi deraglia dalla “normalità” di chi è persona e non gente. La follia è solo di quei pochi che s’avvedono della malattia come dolorosa e furente.

La normalità – contrappeso di massa alla pazzia -, che osannava un tempo Davide e la sua povera pietra per millenni, ora è di giganteschi Golia splendenti d’armature invincibili, il cui unico desiderio è cancellare la memoria della fionda sotto il pesante tallone della propria poderosa ed indiscutibile stazza. Guai ai vinti, soprattutto se s’atteggiano a ultimi, tanto più se proclamano la propria deviazione standard dal numero medio, se s’appigliano, resistenti, alla propria follia premeditata.

Dopo quello per Cola Pesce, non resta che recitare il de profundis pure per Giufà, che s’aggirava per le campagne, e negli occhi aveva la meraviglia per il tutto d’intorno, financo per un piatto di fagioli, con la pentola in testa, che non gli scappasse da quella l’innata sua passione per la follia che l’accomunava agli infiniti colori d’una umanità perduta.”

mercoledì 28 ottobre 2015

Sulla felicità – Pietro Ratto

E’ incredibile come gli uomini, in ogni istante della loro vita, tendano alla Felicità pur non avendo in alcun modo chiaro in cosa essa consista. Com’è possibile cercare qualcosa e, contemporaneamente, non sapere cosa si stia cercando? Inoltre, davvero siamo certi che la felicità sia da “cercare”? Uno dei problemi tipici dell’umanità, d’altra parte, sta proprio nel trascorrere il tempo a cercare ciò che non conosce, a rispondere frettolosamente alla domanda senza averla compresa.
Il termine felice veniva anticamente attribuito agli alberi (“arbor felix”, secondo una dolce espressione di Catone), designando in tal modo piante particolarmente feconde, capaci di produrre molti frutti. L’etimo originario (Féo – in greco Phyô, “produco”), suggerisce proprio l’idea della fertilità, della produttività. Da qui la riflessione. La felicità non ha evidentemente a che fare con ciò che deriva dall’esterno, con ciò che ci viene dato o che possiamo procurarci, bensì è strettamente connessa con la nostra capacità di essere fecondi, creativi; consiste nel dare, insomma. Non nell’avere. Un dare che, però, si traduce nell’offrire ciò che appartiene alla nostra stessa natura, così come l’albero davvero fecondo offre in abbondanza i suoi stessi frutti realizzando pienamente, in tal modo, la sua profonda e particolarissima natura.
La felicità consiste, allora, nell’essere pienamente se stessi e nel donare copiosamente i propri frutti al mondo, non come sacrificio – si badi bene – bensì come unica via per realizzare pienamente la propria personalità.
E’ lo stesso Socrate, autentico padre della filosofia occidentale, a ricordarci che ciò che rende felici è la realizzazione della propria essenza. E a chiamare tale realizzazione virtù (in greco ρετή, areté).
Nessun essere vivente fischia come il merlo; il fischiare è quindi la virtù propria di questo animale, una virtù che, tutte le volte che è posta in essere, lo rende felice proprio perché gli permette di sentirsi pienamente se stesso. Nessun essere vivente è così felice come il ghepardo quando corre, perché nessuno corre come il ghepardo. Ecco perché i greci usano la parola areté. Essa designa la capacità stabile di un essere, di eccellere in qualcosa; una capacità che Socrate fa dipendere dalla natura stessa delle cose, riconoscendone una diversa e peculiare in ogni essere.
Tradotto nella parola latina virtus, tale concetto rivela il successivo intento filosofico di restringerne il significato al solo campo umano (da vir, uomo), laddove Socrate aveva riconosciuto una areté in ogni essere vivente. A proposito dell’uomo, l’insegnamento socratico era stato per altro chiarissimo: la sua virtù consiste nel pensare; niente pensa come l’uomo. In altre parole, ciò che ci contraddistingue e che ci permette di produrre i nostri particolare frutti, ciò ce ci rende davvero felici è pensare, riflettere, meditare. Siccome però ognuno di noi possiede inclinazioni ed attitudini diverse, la nostra personale virtù consiste nell’applicazione di tale facoltà razionale ai singoli campi della vita verso cui ci sentiamo maggiormente portati. Comporre sinfonie, costruire finestre, innalzare muri di cinta, insegnare geografia: tutte queste sono attività razionali applicate alle diverse mansioni che – per carattere, per inclinazione ed anche, certamente, per motivazioni legate all’ambiente in cui siamo nati e vissuti – ci sentiamo portati a svolgere.
Riassumendo, allora, la vera felicità sta nel sentirsi fecondi ed in grado di produrre frutti nell’ambito per il quale ci sentiamo naturalmente portati; significa sentirsi se stessi, liberi di fiorire nel modo che più ci contraddistingue e ci permette di contribuire, in maniera del tutto personale, al bene collettivo. Ho sempre in testa la frase che il grande atleta e corridore Eric Liddel pronuncia nel celebre film di cui è protagonista, Momenti di gloria: “Quando corro sento che Dio è felice”. Ognuno di noi è chiamato ad essere se stesso, nulla più; ad ognuno di noi è chiesto di fare ciò per cui è nato. Nulla può renderci più felici, e nulla può rendere più felice Dio – se ci crediamo – che ci ha creati così come siamo e che ci vuole puri, autentici. La purezza tanto venerata dalle religioni nulla ha, infatti, a che fare con l’astinenza sessuale o con la rinuncia di principio a qualsivoglia piacere; essa consiste solo ed unicamente nell’autenticità, nell’essere se stessi, puri nello stesso senso in cui viene detta pural’acqua incontaminata, priva di commistioni con altre sostanze.
E’ un altro gigante della filosofia greca, Platone, ad evidenziare nella sua Repubblicacome ogni cittadino, nella società, debba svolgere il compito verso cui si sente maggiormente portato; solo così uno Stato potrà dirsi veramente giusto, giacché la giustizia, per il grande allievo di Socrate, si può dire che non abbia a che fare con la distribuzione dei beni – così come comunemente ed impropriamente si ritiene – bensì con la “distribuzione delle persone” nei diversi ruoli della comunità. Uno stato in cui ognuno “fa ciò che è” è uno stato felice, composto da persone felici. E’ soltanto per questo, non per chissà quale crisi economica, che il nostro mondo è così infelice.
Perfettamente in linea con questa visione della felicità è anche Epicuro, filosofo ellenistico di grande spessore, convinto che la felicità debba essere considerata il reale obiettivo della ricerca filosofica. Accusato erroneamente di edonismo, Epicuro ritiene, sì, che la felicità consista nel piacere, ma considera altresì il piacere in modo molto diverso da come abitualmente lo si intende. La sua famosa teoria che distingue piaceri in movimento e piaceri stabili afferma infatti che se i primi ci derivano dall’esterno e sono quindi soggetti a mutamento, solo i secondi sono da preferire e sono in grado di accordarci la piena felicità, in quanto si traducono in assenza di dolore e di turbamento (atarassia ed aponia). Non dunque la temporanea gioia procurataci da un avvenimento particolarmente gratificante o fortunato, da un successo o da un qualsiasi bene materiale, può produrre in noi vera felicità, bensì l’estemporanea consapevolezza (che capita ogni tanto, in rari momenti di grazia e di effettivo e profondo piacere), di star bene, di essere vivi, sani e sereni, momentaneamente liberi da dolori fisici e da dispiaceri o preoccupazioni. Una felicità, ancora una volta, che deriva da noi stessi, dal nostro stesso esistere, dall’essere al mondo, e non da qualsiasi causa esterna.
Da tutto ciò l’uomo deve trarre l’insegnamento secondo cui la felicità è a portata di tutti. Ogni essere vivente, e quindi anche ogni uomo, può essere realmente felice se solo ha il coraggio di imparare ad esser se stesso. Ma tutto ciò, per i più, è davvero troppo: l’esser se stessi costa, espone, sbilancia pericolosamente al di là dei rassicuranti confini del gruppo.
Personalmente sono convinto che ciò che veramente ci appartenga sia solo ciò che non possediamo. Tutto quello che consideriamo in nostro possesso può venirci tolto dagli altri, dal caso, dalla malattia; ma solo chi ha vissuto l’esperienza della perdita di quelle cose che possedeva e per le quali aveva lottato anni ed anni, quelle stesse che riteneva indispensabili alla propria esistenza, solo costui conosce bene quel rendersi conto di poter vivere felice anche senza nulla, solo un tale individuo ha assaporato appieno quell’irrinunciabile senso di un vivere autentico, concessogli proprio dal precario equilibrio del trovarsi improvvisamente sulla punta estrema dell’universo, a diretto contatto con l’essere. Gli alberi, le piante, gli uccelli in volo, il vento nei capelli, il senso di libertà di fronte al mare agitato, lo spettacolo meraviglioso di un tramonto infuocato, di una notte disseminata di stelle… Tutto ciò non potrà mai esserci sottratto. Tutto ciò, davvero, ci apparterrà per la vita, proprio perché non è in alcun modo in nostro possesso.
A guardare bene, ogni manifestazione naturale, ogni pianta, ogni animale, rivela la propria profonda felicità derivante dal proprio esser se stesso. Soltanto l’uomo, nel suo costringersi a dissimulare, a far violenza alla propria natura, volontariamente si forza ad adulare gli idoli della convenienza e dell’interesse e a condurre, così, un’esistenza infelice, continuando a sperare in qualcosa o qualcuno che possa un giorno donargli la tanto sospirata, incompresa, costantemente rifiutata felicità.
Così ho imparato a distinguere tra felicità e contentezza; ho capito che si può essere molto felici anche in momenti di profonda tristezza. Felici seppur scontenti e in lotta, come spesso accade a me, nella quotidiana guerra contro un mondo talvolta disumano e ingiusto, un mondo che fa di tutto per ostacolare, invece che favorire, la felicità delle persone. Una guerra, sì. Ma una guerra felice, perché combattuta in maniera autentica e libera, in piena sintonia con il mio io più profondo e più puro.
La felicità, infatti, non ha a che fare con la gioia o l’allegria: essa consiste nel non tradire se stessi, nel rispettare la propria personalità e le proprie inclinazioni, producendo i propri frutti e dando al mondo i propri colori, ottenendo così l’effetto di render contenti gli altri.
Questa divina disposizione, se davvero si ha il coraggio di raggiungerla, costituisce una condizione esistenziale stabile, al di là delle fasi tristi o di quelle gioiose la cui costante alternanza, inevitabilmente, caratterizza il nostro vivere nel mondo.

mercoledì 8 ottobre 2014

Rottamare Platone? - Andrea Ermano

Tra le varie frasi pronunciate dal Presidente del Consiglio Renzi lunedì scorso all'assemblea del Nazareno, ce n'era una - dedicata alla natura del PD - che mi ha fatto sobbalzare: "Noi non siamo un club di filosofi, non siamo un'associazione di liberi pensatori, noi siamo un partito politico".
Oibò. Non saprei nulla di più essenzialmente filosofico che un partito politico. E nulla mi pare più intimamente politico di un dialogo filosofico. Non solo la filosofia nasce come progetto pedagogico espressamente finalizzato alla formazione di membri consapevoli della Polis, ma il moderno partito politico altro non è se non un organismo collettivo che assume (o dovrebbe assumere) le proprie deliberazioni sulla base di certe procedure 'dialettiche' e certi ancoraggi ideali le quali e i quali in ultima analisi sono filosofia, nient'altro che filosofia.
Per non parlare del prototipo del partito politico: l'ecclesia ateniese, cioè l'assemblea del popolo sovrano (ekklēsía: "assemblea") cui spettava di deliberare in merito alle questioni più rilevanti per la conduzione della Polis.
Questo sanno (o dovrebbero sapere) tutti quelli che si occupano di politica. Poi però occorre aggiungere che - dopo l'uccisione di Socrate, per mano demagogica, nel 399 a.C. - è proprio il suo allievo Platone a riformulare in senso filosofico la questione della Polis (e dell'ekklēsía), cioè la questione di un governo della cosa pubblica resistente alle crisi mimetico-sacrificali nelle quali il potere e le masse possono trovarsi risucchiati.

Lungo ventiquattro secoli di vita la filosofia ha sviluppato utili antidoti contro la demagogia e il populismo, denunciando - non sempre ascoltata e non senza pagare essa stessa un prezzo di sangue - i temibili demoni che possono sedurre il potere e le masse. Quando questi demoni prevalgono, vediamo interi continenti cadere in una sorta di sonnambulismo suicida, fatto di lotte fratricide, guerre sanguinose, immani tragedie.
Non è tramite gli Osanna e i Crucifige, i culti entusiastici della personalità o il loro 'odioso' inverso persecutorio che uno stato consegue la forma stabile del buon governo, ma solo grazie al lavoro critico e pubblico sulle ragioni in base alle quali si giustifichino le scelte politiche da compiere.
Dopodiché, la storia non sta ferma davanti a niente. E quindi anche la filosofia appare destinata, prima o poi, alla sorte universale della rottamazione; tema, questo, classicamente marxiano. Ma a proposito di esso Karl Korsch osservava che non si può rottamare la filosofia prima di averla... realizzata.
E, in effetti, le strutture civili, politiche e cosmopolitiche moderne - dalle associazioni di volontariato al dialogo interreligioso, dagli stati democratici all'Onu - si modulano su una "sostanza normativa" di natura prettamente filosofica.
Per converso, gli esperimenti politici di "superamento" della filosofia - copiosamente scaturiti dall'economia o da qualsivoglia altra scienza, dall'esaltazione ideologica o da qualsivoglia altro dogmatismo, dalla supremazia militare o da qualsivoglia altra techne - hanno provveduto da sé a disintegrarsi con virulenza e rapidità davvero impressionanti.

mercoledì 11 gennaio 2012

I libri che mi sono piaciuti di più nel 2009

nel vecchio blog per qualche anno ho fatto una lista di libri che mi erano piaciuti di più durante quell'anno. 
la ripropongo per mia memoria e per la curiosità di chi ogni tanto molla tutto e legge un bel libro - franz 

un libro che non ti lascia indifferente, provaci!

Eloì, Eloì - Custovic Alen Si tratta di un libro che si legge in poco tempo, denso, tosto, vivo. Non sembri strano, lo associo a Fanculopensiero, di Cristan Maksim, un libro molto vicino, secondo me. Provare per credere, non te li dimentichi.

Capita, a volte, di incontrare un libro che ti fa entrare in uno stato di partecipazione che lo leggi piano piano, per non perdere nessuna parola. I personaggi sono persone, che ti sembra raccontino a te cosa succede, cosa pensano, che cosa hanno dentro. Ti lasciano guardare e ascoltare la loro vita, la vita che scorre, piena di contrarietà e anche cose belle. Alla fine ringrazi Magda Szabò per il regalo grande che ti/ci ha fatto, ti/ci ha fatto vivere dentro la sua storia, soffrendo e godendo insieme a chi vive nelle pagine.


se qualcuno non lo conosce
provi a leggere "Note. vol.1", pubblicato da Marcos Y Marcos, 
ma attenzione, potreste non staccarvene mai più.

Ho letto il libro con qualche decennio di ritardo, davvero bello. Una storia di un piccolo paese e soprattutto della sua gente, del mondo di allora, fascisti, comunisti, democristiani, qualche anarchico, povera gente che stentava ad arrivare alla fine del mese, o del giorno, gente viva, orgogliosa, ti aspetti di vedere apparire uno come Ligabue da un momento all’altro. Tante storie personali che sono legate tra loro, con un’analisi affettuosa e spietata dell’intellettuale e del politico comunista del tempo. Quando lo finisci capisci che è un libro che vale. Ho comprato i suoi libri di poesia, nelle biblioteche non si trovano, so già che saranno bellissime.

La shoah vista in modo un po’ diverso. Un diario, due fratelli, il padre, Auschwitz, il Gia algerino, le banlieues. L’ho visto per caso in biblioteca, senza mai averne sentito parlare, non ti stacchi, il libro ti prende, appassionante, e arrivi fino alla fine, di sicuro.

Dice Jorge Luis Borges: “Non so niente della letteratura di oggi. Da tempo gli scrittori miei contemporanei sono i greci”.
Ho letto “Apologia di Socrate” e “Critone”, qualcosa di eccezionale. Abbandonarsi all’argomentazione di Socrate, seguirlo nella sua logica, dispiacersi di non essere stato suo discepolo, ringraziare Platone per averci lasciato quei pensieri, è un viaggio alle radici. - franz

Davvero un bel libro, apparentemente lungo, ma di una lunghezza necessaria per far starci dentro tutta la storia/le storie che Gaiman ci racconta. Lasciate da parte la ricerca razionale di verosomiglianza, lasciatevi portare da Neil Gaiman nel mondo degli dei americani, non ve ne pentirete. - franz

Uno scrittore che sa scrivere, storie che si incrociano senza fallire un passo, un regime che è per noi a portata di mano, personaggi vivi e come noi. Cosa volere di più per aprire la prima pagina? A me è piaciuto molto, si sentono gli echi di Mahfouz e Cossery, due sirene niente male - franz

È un libro perfetto per almeno i primi ¾, nell’ultima parte torna con i piedi per terra e resta “solo” un bel libro, che comunque non è poco - franz


Un libro doloroso, insostenibile per lunghi tratti, necessario.
Per capire di cosa vi aspetta vi lascio qualche parola tratta dalla prima parte.


"
L’oscenità del mondo non è nella sfilata dell’orrore e dell’ingiustizia, bensì nell’atteggiamento di chi non sa dire altro che “è tremendo, certo, ma…”, di chi non sa far altro che allusioni tra un caffè e una battuta, altro che compiere il rito dell’indignazione per poi passare ad altro: alla vita normale. Era questo essere rassegnati a ogni disastro, questo non permettere che che il disastro ci travolga per non aggiungere la nostra sventura a quella che schiaccia il mondo: era questo che lei non sopportava più. D’un tratto, l’atteggiamento che si era amorevolmente costruita, in cui si era rifugiata per anni, la disgustò. Ma come si fa ad agire altrimenti?"

Fatevi forza e leggetelo, non vi deluderà, per quanto terribile. E' un grande libro, sull'orlo dell'abisso.