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sabato 10 febbraio 2024

Foibe, lettera di uno storico a Giorgia Meloni - Eric Gobetti

 


Cinque proposte sull’allestimento del Museo del Ricordo, deciso dal governo, di uno dei massimi esperti della “complessa vicenda del confine orientale” e delle sue drammatiche conseguenze. Tra le indicazioni per far conoscere correttamente i fatti ai cittadini, auspicabile un’intera sala dedicata ai 30.000 italiani che hanno combattuto da partigiani in tutta la Jugoslavia, fra il 1943 e il 1945. Nella certezza che dovendo valutare il contributo di più “soggetti pubblici e privati” si saprà ben distinguere gli studiosi onesti dai propagandisti di professione. O no?


Cara Presidente Meloni, caro Ministro Sangiuliano,
ho appreso con piacere che avete annunciato l’istituzione a Roma di un museo nazionale del Ricordo delle violenze avvenute al confineitalo-jugoslavo durante e dopo la Seconda guerra mondiale.

Già i mass-media lo definiscono entusiasticamente “il museo delle Foibe”. Mi permetto di scrivervi perché nel comunicato stampa che accompagna il lancio del progetto si auspica il contributo di “soggetti pubblici e privati” e io, modestamente, studio da decenni quella vicenda. Ho addirittura scritto un libro che magari avete sentito nominare: si intitola E allora le foibe?, edito da Laterza nel 2021.

Ho letto anche che è prevista la spesa di 8 milioni di euro; ma io, sebbene non abbia uno stipendio dalla crisi del 2008, vi vorrei offrire la mia collaborazione gratuitamente, perché da cittadino penso, esattamente come voi, che ognuno debba fare la sua parte per il bene del Paese. E poi condivido lo scopo di far conoscere agli italiani “la complessa vicenda del confine orientale” e le sue drammatiche conseguenze: le foibe e l’esodo. Il nostro obiettivo comune è quello di impedire che drammi del genere si ripetano, condannarne storicamente i responsabili, e contribuire così a rendere il mondo un posto migliore, dove i conflitti si possano risolvere con la mediazione e la trattativa e non con le armi e la violenza.

Data questa premessa, sono certo che presterete la massima attenzione alle mie proposte, che vanno nella direzione auspicata dalla legge che vent’anni fa ha istituito il Giorno del Ricordo. D’altronde che senso avrebbe non ascoltare i consigli degli studiosi più esperti, gli unici titolati a parlare con cognizione di causa di eventi storici tanto delicati?

Ecco quindi le mie proposte per il museo che si farà...

continua qui

sabato 30 aprile 2022

Bibliografia ragionata degli attacchi all’antifascismo - Luca Casarotti

 

In questo tempo di guerra l'Anpi è divenuto il bersaglio grosso delle critiche allo schieramento pacifista. La posta in gioco è anche la memoria della Resistenza e l'attualità politica della lotta al fascismo

 

Il 25 aprile 2022 giunge con un sovraccarico di tensione. Nell’opinione pubblica italiana, tra le altre cose, la guerra di aggressione all’Ucraina scatenata da Putin ha riorientato la contesa attorno alla memoria della Resistenza. L’Anpi, si sa, è il bersaglio grosso delle critiche allo schieramento pacifista. La polemica poggia su una lettura sbagliata della sua posizione. In una polemica corretta, sarebbe onere degli accusatori provare che l’Anpi abbia messo in questione la legittimità dell’autodifesa ucraina, o giustificato l’invasione di Putin. Sennonché la prova sarebbe impossibile, dato che l’Anpi dice esattamente l’opposto. Così, da ultimo, il presidente Gianfranco Pagliarulo, parlando a Bari lo scorso 23 aprile: «Tutto è nato dall’invasione russa, moralmente e giuridicamente da condannare e condannata, senza se e senza ma, a cui hanno fatto e stanno facendo seguito uno scempio di umanità e di vita del popolo ucraino e una legittima resistenza armata». Questa invece è la risposta del congresso nazionale dell’associazione al saluto inviato dal Presidente della repubblica. Era il 25 marzo, il messaggio esordiva così: «Gentile Signor Presidente della Repubblica, condividiamo profondamente il suo giudizio sull’ingiustificabile aggressione al popolo ucraino da parte della Federazione russa, che abbiamo condannato poche ore dopo l’invasione». 

Quel che di solito non viene colto (oppure viene colto benissimo, et pour causeè che la critica dell’Anpi concerne il fronte interno della politica italiana, e cioè si appunta sul tema dell’aumento delle spese militari. La questione si può riassumere così: dato che la spesa militare occidentale è già ora molto superiore a quella pur ingentissima della Russia (si vedano i dati commentati da Francesco Vignarca sul Manifesto), qual è l’utilità reale di una rinnovata corsa agli armamenti? E quali soluzioni sono precluse all’orizzonte della praticabilità politica, quando il discorso è per intero occupato dalla prospettiva delle armi? I riferimenti al ruolo della Nato sono da collocare all’interno di quest’argomentazione. 

Nel 2006 la Nato indica ai paesi membri di destinare alle spese militari almeno il 2% del prodotto interno lordo (rimando ancora all’articolo di Vignarca per una discussione più dettagliata), ma in Italia l’indicazione si affaccia all’ordine del giorno solo sedici anni più tardi, nel marzo 2022. Inoltre, in un’ottica cronologicamente più lunga, l’Anpi ha sentito la necessità di ribadire che Nato e Federazione russa sono state entrambe attrici dell’instabilità nell’est dell’Europa dopo la caduta del muro di Berlino. Come questa constatazione possa essere interpretata in chiave anti-Ucraina è incomprensibile, dato che un’analisi non diversa (anzi, ancora più critica del ruolo di Stati uniti e Nato in Europa) ha fatto anche Noam Chonsky, di cui è indubbio lo schieramento senza riserve in favore  della resistenza ucraina. 

Il nucleo duro degli attacchi all’Anpi è però più profondo, e ha come posta in gioco anche la storia e la memoria della Resistenza. La polemica fa leva sul tentativo, non nuovo nello schema, di istituire una contrapposizione tra l’antifascismo odierno e il vero partigianato. «Come può l’Anpi essere pacifista», si dice, «senza rinnegare la lotta armata che dell’Anpi è l’evento costitutivo?» Una dicotomia, dunque: antifascismo inautentico vs autentica resistenza. «Basti guardare alla presidenza dell’associazione», insinuano i critici. Pagliarulo è nato nel ’49, non ha fatto il partigiano, quindi non può rappresentare il sentire dei veri partigiani. In più, questo presidente non partigiano (per la cronaca, è il secondo, dopo Carla Nespolo) ha pure una tara biografica: è stato un dirigente comunista, quindi è un nostalgico della potenza di Mosca, e su questa posizione ha trascinato con sé l’Anpi. 

Anche a prenderli sul serio, cioè a sfrondarli dalle diffamazioni, gli argomenti della polemica sono del tutto inconsistenti. Gli ingredienti sono sempre gli stessi, ma il cocktail si può preparare diversamente a seconda della stagione. In tempo di pace, si può dire che l’antifascismo non ha senso d’essere, perché il fascismo è stato sconfitto dalla storia: anzi, il ricordo della violenza partigiana rischia d’immettere il seme del fratricidio nella nazione finalmente pacificata. Meglio allora ricordare la resistenza disarmata. In tempo di guerra, si può dire che l’antifascismo  deve rifarsi alla tradizione della resistenza armata, e che non sa riconoscere i veri nuovi fascisti. Relegata all’astrattezza, la disputa sui principi è circolare. Saltando da una parte all’altra della circonferenza, un modo di confinare l’antifascismo nell’inattualità politica si trova sempre. 

Peccato che quella agitata in faccia all’Anpi per criticarne lo schieramento pacifista sia una resistenza irreale, ridotta a un comune denominatore, ora individuato nel lottarmatismo. Un’altra rappresentazione oleografica della guerra di Liberazione, pendant di quella esistenziale e molto meno guerreggiata che ha dominato la penultima stagione. A differenza della Resistenza mitica edificata a usi contingenti, ieri criminale e oggi d’improvviso eroica, nella Resistenza reale le partigiane e i partigiani in armi avevano idee diverse sul che fare, com’era del tutto naturale in un fronte composito. Che fare, ad esempio, quando nell’autunno del ’44 gli alleati danno appuntamento alla primavera successiva? Ai vertici del partigianato si fronteggiano in sostanza due orientamenti. Le destre sono più inclini a ridurre la lotta armata, perché temono che il peso militare delle formazioni organizzate dal Partito d’azione e soprattutto dal Partito comunista possa tradursi in peso politico, o peggio ancora in forza rivoluzionaria, dopo la Liberazione dal nazifascismo. La posizione delle sinistre, che prevarrà, è nel senso di rigettare la strategia dell’attesa, perché dare continuità politica e militare alla Resistenza avrebbe significato anche rivendicare una maggiore autonomia dall’egida angloamericana. Claudio Pavone ha proposto lo schema delle tre guerre, e altri autori vi si sono rifatti suggerendo ulteriori integrazioni, esattamente per dare conto dell’irriducibile molteplicità di cause che hanno convissuto nella guerra partigiana: la causa della liberazione nazionale, quella della liberazione dal fascismo saloino, quella della lotta di classe e dell’internazionalismo, quella dell’emancipazione femminile, quella decoloniale… 

Non ogni formazione, non ogni partigiano combatteva tutte queste guerre. Non tutti i partigiani combattevano la stessa guerra. Se si tiene presente quest’interpretazione della Resistenza, ormai acquisita alla storiografia, si capisce perché chi ha partecipato alla guerra di Liberazione può avere idee diverse anche sul modo di opporsi all’invasione di Putin; perché il partigiano Carlo Smuraglia può pronunciarsi in modo (in parte) diverso dalla partigiana Mirella Alloisio; e perché l’una e l’altro si riconoscono nell’Anpi, con dispiacere dei detrattori. «Abbiamo impugnato una volta le armi, per non doverle impugnare mai più», hanno detto molte e molti combattenti: è ancora Pavone a parlarne, e non per caso nel capitolo sulla violenza partigiana del Saggio sulla moralità nella Resistenza. Come ogni massima, è chiaro che anche questa non enuncia una verità astorica, valida da sempre e per sempre. Ma nemmeno si può far finta, come invece si sta facendo, che il pacifismo e l’antimilitarismo non siano state idee radicate nel partigianato. Né ci si può inventare che l’Anpi si sia svegliata pacifista il 24 febbraio 2022: Matteo Pucciarelli ha fatto un’istruttiva rassegna di tessere dell’Anpi a tema pacifista, dal 1952 al 1995. Anni in cui, putacaso, a dirigere l’associazione erano tutti e solo partigiani, quelli che i nuovi dirigenti non partigiani starebbero tradendo nello spirito. Ancora, il tentativo di opporre il nuovo antifascismo dell’Anpi al vecchio partigianato va a vuoto. E la ragione è banale. L’ha ricordata Davide Conti, in un intervento come sempre eccellente: è stata la dirigenza partigiana dell’Anpi, nel congresso di Chianciano del 2006, a decidere di aprire i ruoli dirigenziali ai non partigiani, perché l’associazione potesse sopravvivere ai suoi fondatori.

Se c’è un atteggiamento che offende la storia della Resistenza, è quello di chi si arroga il diritto di parlare per i morti in una disputa tra vivi: «Pertini vi avrebbe preso a randellate!», mi ha scritto qualcuno. A dirci cos’avrebbe fatto Pertini non sarà questo spontaneo fiorire di esegeti della domenica, di storici della Resistenza finora in altre faccende affaccendati: è un peccato, perché la professione sembra essere in gran voga. Con nonchalance, il comandante in capo del Battaglione Azov a Mariupol esegue sul Corriere uno dei pezzi più famosi del repertorio neonazi, quello che fa: «la svastica è un antico simbolo che non ha nulla a che fare con il nazismo». E magari «white power!» urlato a braccio teso è un’apprezzamento alle indubbie qualità del vino bianco. C’è da sperare solo di non dover ascoltare, un domani, Dmitry Utkin spiegarci che Wagner è stato un compositore armonicamente innovativo, e per questo il suo gruppo si chiama così. Nessuna dicotomia amico nemico autorizza una deroga tanto smaccata al dovere di verità dell’informazione, quanto quella che ci ha accompagnato al settantasettesimo anniversario della Liberazione. Su queste premesse, nessun dibattito serio sull’uso della forza è possibile.

«I popoli felici non hanno storia», scriveva Queneau. Se la storia è il  suo avvilente uso a scopo di propaganda, allora Queneau ha ragione. Intendiamoci: sarebbe sciocco pretendere che della storia non si faccia uso pubblico alcuno. Né sarebbe auspicabile. Al contrario, vale sempre il monito di Bloch: è quando la storiografia si ritira (o quando si fa di tutto perché si ritiri) dal dibattito generalista, che le propagande hanno briglia sciolta. L’abuso politico della storia è una tattica che si fa più evidente nei momenti di crisi. Il meccanismo è semplice: siccome l’adagio vuole che l’historia sia magistra, l’evocazione di questo o quell’evento trascorso, quasi sempre per proporre un’analogia con l’attualità, diviene il fondo legittimante dell’una o dell’altra posizione. Ma se l’evocazione è disinvolta, cioè se difetta la validazione metodologica della storiografia, la profondità prospettica di questo tipo di discorsi è solo illusoria, e il danno è duplice: a esserne compromessa è sia la comprensione del passato, setacciato all’esclusiva ricerca dell’evento mobilitante, sia la comprensione del presente, schiacciato sotto il peso dell’analogia con quell’evento. Obliterate le differenze, oppure premesso che bisogna tenerne conto (ma la premessa è sovente di facciata), passato e presente si rincorrono nel disegno di una ripetizione continua. In questa storia mandata allo sbaraglio per dilettantismo o per dolo, i fatti sono oggettivi e non ammettono interpretazioni: il che è come dire che esiste una e una sola interpretazione possibile, dunque è essa stessa il fatto. «I popoli felici non hanno storia». Facciamo in modo che Queneau abbia torto.

*Luca Casarotti è un giurista. Fa parte del gruppo di lavoro Nicoletta Bourbaki. Scrive di uso politico del diritto penale e di antifascismo. Ha una seconda identità di pianista e critico musicale

https://jacobinitalia.it/bibliografia-ragionata-degli-attacchi-allantifascismo/

lunedì 28 febbraio 2022

Foibe, l’inaudita e inaspettata circolare ministeriale - Anpi

 

La lettera firmata dal capo dipartimento del ministero dell’Istruzione per il sistema educativo di istruzione e di formazione, Stefano Versari, autorevolissimo dirigente del dicastero, è inviata la sera dell’8 febbraio a tutte le scuole d’Italia (anticipata da Repubblica.it). L’oggetto è: «Giorno del Ricordo 2022, opportunità di apprendimento». Vero, molto ancora c’è da divulgare su una sofferta pagina di storia troppo spesso argomento di strumentalizzazione politica e a volte anche di manipolazione.

Peccato che dopo citazioni di Shakespeare, Bauman e anche di Papa Francesco, una manciata di righe sono diventate un macigno, anzi una valanga di pietre contro la storia e la memoria. «In quel caso – c’è scritto nella circolare ministeriale – la “categoria” umana che si voleva piegare e culturalmente nullificare era quella italiana. Poco tempo prima era accaduto, su scala europea, alla “categoria” degli ebrei. Con una atroce volontà di annientamento, mai sperimentata prima nella storia dell’umanità».

Insomma gli italiani come le vittime della Shoah, gli oltre sei milioni di ebrei sterminati dai nazifascisti in quell’unicum spaventoso della storia umana. Senza contestualizzazione alcuna, senza dati e riferimenti storiografici alla vicenda del confine orientale, con circa seimila morti, nata da un conflitto in cui le aggressioni e le stragi di civili del regime fascista in terra jugoslava ebbero gravissime responsabilità.

A sussultare, incredulo, il presidente nazionale Anpi, Gianfranco Pagliarulo, che subito ha chiesto lumi al ministro Bianchi «sulla comparazione che consideriamo storicamente aberrante e inaccettabile».

La circolare continuava: «Pochi decenni prima ancora era toccato alla “categoria” degli Armeni. Eppoi? Sempre vicino a noi, negli anni novanta, vittima è stata la “categoria” dei mussulmani di Srebrenica… Non serve proseguire». Non sappiamo quali altri esempi sarebbero stati sottoposti agli studenti.

Il titolare del dicastero, va detto, è immediatamente intervenuto con una nota diffusa sul sito del Miur: «Ogni dramma ha la sua unicità, va ricordato nella sua specificità e non va confrontato con altri, con il rischio di generare altro dolore».

Bianchi ha voluto anche rendere pubblico di aver prima telefonato alla presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni, e al presidente nazionale Anpi, per ribadire che sia il ministro sia il ministero da sempre sono impegnati nella memoria della Shoah. «Il ministro Bianchi mi ha informato – ha spiegato alla stampa il presidente nazionale Anpi, Gianfranco Pagliarulo – della nota che stava inviando alla stampa. Ha voluto leggermela. Ha sottolineato l’unicità degli eventi e la mancanza di nessi tra l’uno e l’altro. In sostanza Bianchi ha preso in maniera esplicita le distanze dalle dichiarazioni del suo capo dipartimento. Sono soddisfatto. D’altro canto – ha concluso il presidente nazionale Anpi – non avevo dubbi sull’equilibrio del ministro rispetto alle tragedie che hanno toccato l’umanità».

da qui

sabato 1 dicembre 2018

L’Italia nell’incubo dell’apartheid giuridico


Il comunicato dell’ANPI e un commento di Franco Astengo

Il comunicato della Presidente nazionale ANPI, Carla Nespolo, a seguito dell’approvazione definitiva, con voto di fiducia, del decreto sicurezza e immigrazione
Con l’approvazione del decreto sicurezza si stravolge di fatto la Costituzione e l’Italia entra nell’incubo dell’apartheid giuridico. È davvero incredibile che sia accaduto un fatto simile, che sia stato sferrato un colpo così pesante al diritto di asilo, all’accoglienza, all’integrazione. A un modello che ha portato ricchezza e convivenza civile a quelle comunità che hanno avuto la responsabilità e il coraggio di sperimentarlo. Questa legge, oltretutto, non risolve affatto il problema del controllo dell’immigrazione clandestina, bensì l’aggrava – come stanno denunciando in queste ore non pochi Sindaci, anche del M5s – con un carico di lavoro per i Comuni insopportabile. Non si può restare inerti. Non ci si può rassegnare a questo declino, alle pratiche ignobili contro la vita e la dignità dei migranti cui dovremo assistere. Facciamo appello alle coscienze delle cittadine e dei cittadini: che l’indignazione sia permanente, che non manchi occasione di riempire piazze e strade per un’Italia autenticamente umana. Facciamo appello alle forze politiche democratiche: basta divisioni, discussioni stucchevoli, rese dei conti. È ora di una straordinaria assunzione di responsabilità. Di organizzare una resistenza civile e culturale larga, diffusa, unitaria. L’ANPI c’è e con lei tante associazioni che continuano nel loro quotidiano lavoro di stimolo sociale e costituzionale. L’umanità al potere! Adesso.
Carla Nespolo – Presidente nazionale ANPI
Roma, 29 novembre 2018


COSTITUZIONE E SICUREZZA
di Franco Astengo
«Con l’approvazione del decreto sicurezza si stravolge di fatto la costituzione e l’Italia entra nell’incubo dell’apartheid giuridico. È davvero incredibile che sia accaduto un fatto simile, che sia stato sferrato un colpo così pesante al diritto di asilo, all’accoglienza, all’integrazione”. Lo dice Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Anpi».
Con questa dichiarazione di Carla Nespolo l’ANPI si pone ancora una volta come barriera in difesa della Costituzione Repubblicana.
Si tratta di un intervento molto importante che apre sicuramente una stagione di battaglia politica dopo che, nei due anni che sono intercorsi dall’esito del referendum del 4 dicembre 2016, sono apparsi sotto traccia due punti fondamentali:
a)    La prospettiva di un attacco diretto alla prima parte della Costituzione, quella riguardante i diritti e i doveri dei cittadini. Quest’attacco era stato annunciato da più parti, in particolare a partire dal momento in cui la Lega aveva assunto posizioni di governo. Adesso questa possibilità si concretizza ed è necessario farvi i conti fino in fondo. Fermo restando che anche la deformazione della seconda parte, prevista dal progetto del PD respinto proprio dal referendum già citato, toccando l’ordinamento dello Stato inficiava  il rispetto di articoli fondamentali della prima parte, in particolare all’articolo 3;
b)    La necessità per la sinistra di trarre, dall’esito referendario del 2016, conclusioni più direttamente politiche anche sul piano della propria strutturazione di soggettività. Questo non è stato fatto lasciando milioni di elettrici e di elettori privi di un riferimento certo, in grado di produrre alternativa sul terreno della difesa della democrazia repubblicana e della saldatura tra questa e i principi di eguaglianza e di fuoriuscita dal regime di sfruttamento che una sinistra che si dichiari d’alternativa è chiamata a perseguire.
Il decreto cosiddetto “sicurezza” convertito in Legge dal Parlamento ha riproposto per intero il tema della difesa costituzionale proprio nella dimensione dell’attacco alla prima parte della nostra Carta fondamentale.
In questa sede si evidenzia un solo punto tra quelli contenuti nel decreto appena tramutato in legge:
Viene cancellato il permesso di soggiorno per motivi umanitari (articolo 1), che aveva la durata di due anni e consentiva l’accesso al lavoro, al servizio sanitario nazionale, all’assistenza sociale e all’edilizia residenziale. Al suo posto vengono introdotti permessi per “protezione speciale” (un anno), “per calamità naturale nel Paese di origine” (sei mesi), “per condizioni di salute gravi” (un anno), “per atti di particolare valore civile” e “per casi speciali” (vittime di violenza grave o sfruttamento lavorativo).”
Il tema dell’asilo, pur presentando profili di drammatica attualità, trova un referente normativo primario ed esplicito all’art. 10 della nostra Carta Costituzionale e, segnatamente, delle disposizioni di cui al secondo e terzo comma, laddove è statuito espressamente che “La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
L’enunciazione in termini così puntuali dell’istituto in questione, infatti, si radica storicamente nell’esperienza vissuta durante il ventennio fascista dai Costituenti, molti dei quali avevano dovuto intraprendere personalmente la dura via dell’esilio ed erano pertanto ben determinati, al momento di redigere la nuova Carta costituzionale democratica, a prospettare una forma di accoglienza in Italia per quegli stranieri che avessero patito nel loro paese di origine una situazione di illibertà. In più occasioni è stata la stessa Corte Costituzionale ad affermare come lo stesso sia da annoverare tra i diritti inalienabili della persona umana e non a caso la sede prescelta è quella propria dei “diritti fondamentali” su cui si regge il nostro ordinamento.
Il governo italiano sta lanciando inoltre un nuovo segnale di chiusura al mondo sul tema delle migrazioni che non può essere sottovalutato anche sotto il profilo costituzionale.
 Nella giornata di mercoledì 28 novembre, infatti, il ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha annunciato che, contrariamente a quanto sostenuto negli ultimi due anni, l’Italia non sottoscriverà il Global Compact for Migration, un documento redatto dalle Nazioni Unite in collaborazione con i Paesi maggiormente coinvolti nel fenomeno migratorio. A rafforzare questa scelta, il governo ha reso noto che non parteciperà alla conferenza intergovernativa sulle migrazioni che avrà luogo a Marrakech, in Marocco, il 10 e 11 dicembre prossimi.
Il Global Compact for Migration non è un testo vincolante, ma intende stabilire e ribadire alcuni princìpi nella gestione del fenomeno migratorio, dalle partenze all’accoglienza, così come richiesto da funzionari, operatori e studiosi del tema a livello globale. Non si tratta dunque di un insieme di proposte concrete, ma di uno strumento che pone 23 obiettivi, molti dei quali già integrati nel diritto internazionale, per una migrazione “sicura, ordinata e regolare” (articolo 16).
Questo secondo punto riguardante il “Global Compact for Migration” non è materia di livello costituzionale, pur tuttavia sotto questo profilo non si può nascondere la preoccupazione per un’evidente retrocessione di ruolo dell’Italia rispetto al quadro di partecipazione agli organismi internazionali in difesa della pace previsto dall’articolo 11 della Costituzione.
 Infatti: quale difesa della pace migliore si può trovare se non nel provvedere all’accoglienza da chi fugge da tremendi conflitti che provocano immani fenomeni di distruzione della stessa vita umana?
C’è sufficiente materia, insomma, per una mobilitazione forte della parte più coerente della sinistra italiana: una mobilitazione da svilupparsi ancora una volta, attorno ad un obiettivo “vitale” come quello della difesa e dell’affermazione della Costituzione Repubblicana.