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mercoledì 3 dicembre 2025

Non un soldo, né un soldato per la guerra: disarmati di tutto il mondo uniamoci, per salvare l’umanità dall’autodistruzione - Pasquale Pugliese

 

Negli stessi giorni in cui il Parlamento europeo votava prima (26 novembre) per respingere le modifiche al piano di riarmo dei paesi UE, ammettendo in esso anche le cosiddette “armi controverse”, ossia le bombe all’’uranio impoverito, al fosforo bianco, i killer robot ed altri simili ordigni di sterminio e dopo (27 novembre), a larghissima maggioranza, per respingere il “piano di pace” di Trump perché “la pace non può essere raggiunta cedendo all’aggressore, bensì fornendo un sostegno risoluto e costante all’Ucraina e dissuadendo in maniera adeguata la Russia dal ripetere tale aggressione in futuro”, in quegli stessi giorni e sugli stessi temi Edgar Morin – 104 anni lo scorso luglio – scriveva alcune note, pubblicate in Italia su il manifesto e ytali. (28 novembre). Meritano essere citate, per segnare la pericolosa distanza tra chi ha lo sguardo lungo, lucido e libero e gli attuali decisori europei, insieme a gran parte dei media.

È con stupore” – scrive Morin – “che una parte degli umani considera il corso catastrofico degli eventi, mentre un’altra parte vi contribuisce con incoscienza. (…) La visione unilaterale dei media ignora che l’Ucraina è stata una posta in gioco fra l’impero americano e l’impero russo. Prima di Trump, gli Usa avevano satellizzato economicamente, tecnologicamente e militarmente l’Ucraina, la quale sarebbe stata una pistola puntata alla frontiera russa, se fosse passata sotto il controllo della Nato. I nostri media non soltanto sottolineano l’imperialismo russo, ma immaginano che questo potrebbe invadere l’Europa, laddove è peraltro incapace di annettere l’Ucraina in tre anni di guerra. (…) Invece che spingere i due nemici a negoziare, e a stabilire un compromesso sulle basi che ho appena menzionato [qui fa riferimento alle proposte del libro “Di guerra in guerra” del 2023], gli europei contribuiscono alla escalation. (…) Infine noi dobbiamo cercare di pensare la policrisi dell’umanità nelle sue complessità e nei suoi orrori, e dovremmo agire nelle incertezze, ma con l’intenzione di salvare l’umanità dalla autodistruzione”.

Invece, nei giorni precedenti (21 novembre) il Capo di Stato maggiore francese, generale Fabien Mandon, parlando all’assemblea del Sindaci francesi (merito dei militari è il parlare chiaro) aveva detto che devono preparare le rispettive città a “perdere i figli in guerra” ed anche “a soffrire economicamente perché la priorità deve essere la produzione militare”: solo così ci si prepara al prossimo conflitto armato con la Russia, che il documento strategico nazionale francese prevede tra il 2027 e il 2030. Per questo una settimana dopo (27 novembre) Macron ha annunciato che dalla prossima estate partirà per i giovani francesi il Servizio militare di leva, inizialmente su base volontaria, che sostituisce il Servizio Universale Nazionale che poteva essere anche civile.

Per non essere da meno, anche il ministro italiano della difesa Crosetto ha annunciato il disegno di legge per istituire, con un ossimoro, una “leva militare volontaria” anche nel nostro paese, similmente a quanto sta avvenendo in Francia e in Germania (dove è già previsto che possa diventare obbligatoria), per reclutare almeno altri 10.000 giovani italiani come forza di riserva, in aggiunta ai 170.000 militari già nelle Forze Armate. Naturalmente, come evidenziato dalla recente ricerca del Censis, gli italiani sono fortemente contrari sia alla prospettiva di coinvolgimento bellico del nostro Paese, per questo nessuno evoca il ripristino tout court della leva militare obbligatoria, al momento sospesa, che non sarebbe pagante in termini di consenso elettorale. Però è evidente che, in tutta Europa, la direzione è quella di reclutare nuova massa per la guerra, ossia “carne da cannone” per “l’attacco preventivo” alla Russia che sta preparando la Nato, come esplicitato dal generale Cavo Dragone, presidente del Comitato militare dell’Alleanza atlantica (1 dicembre). Al quale bisogna rispondere con la storica formula: “Non un un soldo, né un soldato per la guerra”.

Perché questo non sia solo uno slogan da cantare nei cortei pacifisti ma diventi azione politica, e non potendo dichiararsi formalmente obiettori di coscienza, è necessario sottoscrivere personalmente la dichiarazione di obiezione alla guerra, promossa dalla Campagna del Movimento Nonviolento che – mentre nella dimensione internazionale sostiene obiettori di coscienza e disertori di tutti i fronti delle guerre in corso (1.500.000 ucraini sono considerati “ricercati” dai centri di reclutamento) – nella dimensione interna promuove il rifiuto preventivo e individuale di partecipare a qualsiasi forma di preparazione della guerra, a cominciare proprio dal rifiuto della chiamata alle armi.

E’ una campagna che risponde al compito che ci indica Morin per “salvare l’umanità dall’autodistruzione”, ma anche alle indicazioni di un altro saggio del ‘900, Norberto Bobbio, difronte alla precedente corsa agli armamenti: “Saremo i più forti se saremo uniti, se saremo solidali almeno su un punto essenziale: non vi è conflitto che non possa essere risolto con le armi della ragione, specie in questo mondo in cui a causa dell’interdipendenza di tutte le questioni internazionali, la violenza chiama violenza in una catena senza fine. Saremo i più forti se riusciremo ad ubbidire alla voce che nasce dal profondo del nostro animo e che ci suggerisce questo nuovo comandamento: Disarmati di tutto il mondo, uniamoci” (Il terzo assente, 1989). Per difenderci dalla guerra, anziché nella guerra.

da qui

domenica 9 novembre 2025

Contro la barbarie ci restano la cultura e l’umanesimo - Giovanna Lo Presti


Sempre più spesso mi viene spontanea e irrefrenabile la voglia di guardare indietro. Saranno gli anni che avanzano, sarà l’insostenibilità di certi aspetti del presente ma mi pare che per tentare di non scivolare in un futuro distopico sia sempre più necessario gettare l’ancora nel passato. Ciò che è stato ha sempre l’efficacia dell’essere stato, avrebbe detto Giovanni Verga, ed ha assunto, avrebbe detto Pirandello, la sua forma, fissata per sempre, analizzabile e, per così dire, istruttiva. E noi da quel che è stato, se avessimo l’umiltà e la pazienza necessarie, potremmo davvero imparare molto e non ripetere il tragico copione che gli umani scrivono e riscrivono senza mai dimenticare di assegnare la parte della co-protagonista a un mostro che ha nome “violenza”: coprotagonista che assicura brividi, sentimenti forti e che, in ultima analisi, genera l’attaccamento alla stessa vita che distrugge.

Il rapporto Oxfam Italia del 2025 ci informa che, secondo i dati dell’Uppsala Conflict Data Program, nel mondo si contano oltre 100 conflitti armati, internazionali o interni ma con implicazioni globali. Il pianeta, quindi, è butterato da guerre; ci sono voluti due anni e il crudele sterminio del popolo palestinese messo in atto da Israele perché le coscienze si smuovessero e i nostri Paesi fossero attraversati da manifestazioni di protesta imponenti. Questo orribile presente per i Palestinesi non è, però, che l’ultima pagina di una storia che, come tutti sappiamo, ha inizio molto tempo fa, con la nascita del sionismo. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale ha inizio la storia di Israele, avamposto dell’Occidente in terra araba; gli insediamenti sionisti avevano avuto inizio ben prima e non certo in modo pacifico.

Mi attengo alla premessa iniziale e faccio un balzo in avanti nel tempo; arrivo al 1969, anno in cui uno dei nostri grandi scrittori, Luciano Bianciardi, scrive un articolo per la rivista Kent – una sorta di succedaneo di Playboy, alla quale lo scrittore collaborò, probabilmente per spirito di contraddizione e per non sentirsi al soldo di una borghesia che aborriva. [Aveva rifiutato le 300mila lire al mese (un mucchio di soldi) che l’allora direttore del Corriere, Indro Montanelli, gli offriva per scrivere sul suo giornale quello che ritenesse opportuno. Luciano dunque rifiutò e, dopo il successo enorme de La vita agra, scelse invece di collaborare con testate molto meno prestigiose, anzi piuttosto dubbie, come Le Ore, ABC, Kent, Playmen]. Nel settembre del 1969 Bianciardi è a Tel Aviv (ricorda ai suoi lettori che il nome della città significa “il colle della primavera”), al seguito di una squadra di “palla al canestro”, come la chiama lui, che fa anche, a modo suo, il cronista sportivo. Bianciardi ha come guida per la visita della città “Ester, una livornese alta un metro e quaranta, con due medaglie al valore”, la quale comincia subito a fare il suo “spiegone” al gruppo di giornalisti italiani in visita a Tel Aviv.

“Ecco gli autocarri che durante la guerra dei sei giorni abbiamo strappato agli egiziani. Ecco i resti, dipinti col minio, degli automezzi andati distrutti durante la guerra del ’48, E ora, gente, eccovi una sorpresa. Questi sono i carri armati che abbiamo strappato agli egiziani durante la guerra dei sei giorni. Vedete quanti sono? Noi siamo contenti che i russi diano carri armati agli egiziani, così ci forniscono i pezzi di ricambio”.
Io comincio ad averne le tasche piene. “Scusi, signora Ester” – chiesi, “se voglio salutare una persona, da queste parti, che cosa debbo dire?” “Lei deve dire scialom”. “E cosa significa?” “Significa pace” “Benissimo, grazie” […]
Ester aveva riattaccato lo spiegone: “Ecco la porta dei Leoni. Di qui durante la guerra dei sei giorni, entrarono a Gerusalemme i nostri paracadutisti. Gli arabi invece fuggirono dalla porta della spazzatura”.
A un certo punto la Ester mi redarguì. “Signor Luciano, perché lei cammina così piano?”
“Ma perché siamo a Gerusalemme”.
“E allora?”
“A Gerusalemme si cammina lemme lemme. E anche a Betlemme. Sempre lemme lemme”.
“Ma lei mi prende in giro!”
“Non è vero. È contenta, cara Ester di vivere qui in Palestina?”
“Vivere dove?”
“In Palestina”
“Cosa è la Palestina?”
“È qui, dove siamo noi”.
“Guardi che noi diciamo Israele”.
“Ma davvero? A scuola mi avevano insegnato in altro modo”.
“Cioè?”
“A dire Palestina. O anche Terra Santa”.
“Ma lei mi prende in giro!” […]
Siamo poi andati in un kibbutz di frontiera, tutto pieno di soldati e soldate (dire soldatesse è sbagliato, altrimenti dovremmo dire pure cognatesse anziché cognate), i quali militari più che altro scavano bunker e coltivano qualche raro pomodoro. La Ester ci fece vedere la piantine appena nate. E il mio amico Arnaldo le chiese: “Scusi, Ester, che grado ha il comandante di questi soldati che coltivano pomodori?”

Questo per dire, con una lunga e arguta citazione, che da troppo tempo le cose in Palestina vanno male. Da troppo tempo la Palestina ha perso pure il nome e si parla ormai di Terra Santa soltanto nei dépliant dei pellegrinaggi.

Traggo, da un passato più vicino al nostro presente, una citazione di Edgard Morin. È del 1997.

Israele ha ritrovato un paese che era diventato straniero per duemila anni e, facendolo suo, ha fatto sì che il Palestinese che lì viveva da secoli diventasse straniero. Israele ha accolto centinaia di migliaia di rifugiati che fuggivano dall’Europa e una parte della diaspora ebraica. Ha provocato l’esilio di centinaia di migliaia di Palestinesi, che da allora sono stati ammassati nei campi profughi o dispersi nel mondo. Chi avrebbe mai pensato, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che, dopo secoli di umiliazioni e rifiuti, dopo l’affare Dreyfus, il ghetto di Varsavia, Auschwitz, i discendenti e gli eredi di queste terribili esperienze avrebbero sottoposto i palestinesi occupati a umiliazioni e privazioni? Come possiamo comprendere la transizione dall’ebreo perseguitato all’israeliano persecutore?

Se le cose vanno male per un periodo piuttosto lungo, si può dire, con una certa sicurezza, che andranno sempre peggio. E nelle more, tra una fragile tregua e l’altra, se non si organizzano saldi presidi contro il disastro, a qualcuno, più fanatico di altri, potrà venire in mente l’organizzazione della soluzione finale, quella che affermerà in modo definitivo le ragioni di una parte. È già successo, ed ecco che accade di nuovo.

D’altronde, cosa ci si poteva aspettare se la nascita dello Stato ebraico tra il 1947 e il 1948 che viene denominata dagli israeliani “guerra di indipendenza” provocò per i Palestinesi la Nakba – cioè la Catastrofe? Quale risarcimento prevederà la comunità internazionale per i Palestinesi a fronte di una terribile ingiustizia che attraversa gran parte del Novecento per dilagare nel primo quarto del nostro secolo? Non basterà certo la vieta formula “due popoli, due Stati”, impraticata e impraticabile.

Ha ragione Daniel Baremboim, che dal 1999 conduce la West-Eastern Divan Orchestra, in cui suonano musicisti provenienti da tutto il Medio Oriente e che ha fondato, insieme con Edward Said la Barenboim-Said Akademie, che prosegue l’intento della West-Eastern Divan Orchestra di definire un terreno comune in cui israeliani e palestinesi possano riconoscersi reciprocamente e lavorare fianco a fianco. Baremboim sostiene che l’umanesimo sia l’unica (e l’ultima) “resistenza che abbiamo contro le pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia umana”.

Quanto tale affermazione sia dissonante dal cinismo crudele dei nostri tempi è evidente: eppure, sino a che non si riconoscerà l’essere umano anche nel nemico le cose non cambieranno. La regola vale per tutti, tranne che per i tiranni, quelli che fanno ciò che a loro pare decretandone senza appello la giustezza; essi sono colpevoli di vivere in uno stato di eccezione e quindi non meritano la nostra pietà.

da qui

domenica 10 settembre 2023

LA PUBBLICITÀ. TESI E OPINIONI DEI PIÙ NOTI INTELLETTUALI


Pubblicità e modernità


La nascita della pubblicità si fa comunemente risalire agli ultimi decenni dell’ottocento; solo a partire dai primi decenni del ‘900 però compaiono gli strumenti che permettono di superare l’ambito locale del commercio e della comunicazione, ampliando le possibilità di circolazione di beni e messaggi. Le vetrine dei negozi (celebri i “passages” parigini), le esposizioni universali, i cataloghi per corrispondenza permettono la nascita delle prime marche aziendali; nel 1904, dopo la nascita nel 1895 del cinematografo dei fratelli Lumiére, viene creato il primo spot, un filmato sullo champagne Moet & Chandon.

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La nascita della pubblicità però non può essere compresa se non si mette in relazione con un altro grande fenomeno, che si sviluppa nello stesso periodo: la nascita della moda; questa viene fatta risalire al 1857, con l’apertura del primo atelier in Francia. Walter Benjamin sostiene che la moda è apotropaica: esorcizza la morte diffondendo il nuovo, ciò che è appena nato, proprio come la pubblicità, che lo fa praticando la religione del nuovo a tutti i costi. {Leopardi, invece, un secolo prima aveva scritto che la moda e la morte sono sorelle, in quanto figlie della caducità: come la morte elimina i viventi, così la moda trasforma gli abiti.} La produzione artistica è esclusa da queste dinamiche, perché i suoi ritmi risalgono a un tempo lontano e sono lontani dalla velocità del capitalismo; fanno eccezione le avanguardie storiche (citare il futurismo italiano, russo ecc). Il primo tentativo di commistione tra pubblicità e arte è del 1886, con il quadro Bubbles di Millais; successivamente ricordiamo Chéret, Toulouse-Lautrec, Mucha, Dudovich, Cappiello…

 

 

Critica della pubblicità


Nel dopoguerra numerosi intellettuali si occupano di pubblicità; Marshall McLuhan, a differenza di molti studiosi dell’epoca che attaccano la pubblicità, incolpandola di essere la principale fautrice del consumismo, assume un diverso atteggiamento: convinto che coloro che protestano siano una manna per i pubblicitari, poiché “nessuno applaude meglio di chi protesta”, ne La sposa meccanica espone il metodo che il ricercatore deve assumete nei confronti della modernità. Si ispira ad un racconto di Edgar Allan Poe, Una discesa nel Maelstrom, nel quale un marinaio riesce a salvarsi dal vortice che lo risucchia non combattendo contro di esso, ma studiando l’azione delle onde e cooperando con essa, aggrappandosi a un barile; così McLuhan suggerisce di affrontare la cultura di massa con un atteggiamento da surfista, non cercando di entrare all’interno delle onde integrandosi con esse, come i nuotatori, ma nemmeno rimanendo la loro esterno, come chi le affronta in barca. E’ quindi inutile combattere contro la modernità; è meglio prenderne atto e cercare di indirizzarla verso il meglio. Le pagine seguenti sono poi un’analisi dei saggi

 

 

Horkheimer e Adorno. Réclame nell’industria culturale



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La cultura moderna si fonde con la réclame. Mentre nella società concorrenziale la réclame orientava il consumatore sul mercato e ne facilitava le scelte, ora invece ribadisce solo il vincolo che lo lega alle grandi aziende.
Quanto più il linguaggio diventa comunicazione, tanto più le parole diventano, da portatrici di significato, segni privi di qualità, opache e impenetrabili; e la parola che non significa più nulla si irrigidisce in formula, diventa uno stereotipo.
La ripetizione cieca e il rapido espandersi di parole stabilite collegano la pubblicità alla parola d’ordine totalitaria: molte persone usano parole ed espressioni che o non capiscono nemmeno più, o si adoperano solo come simboli protettivi, che si fissano più tenacemente quanto meno si è in grado di comprenderne il significato. Il totalitarismo dell’industria culturale rende da una parte tutti liberi di scegliere; ma questa libertà si rivela in ultima analisi falsa, poiché è una “libertà di omologazione” al modello offerto dall’industria culturale stessa. “Personalità non significa altro che denti bianchi e libertà dal sudore: è il trionfo della réclame dell’industria culturale”.
In questo contesto lo slogan deve essere ripetuto, ribadito in continuazione, attirare l’attenzione; deve anche risultare familiare, per poter essere compreso. La ripetitività però, come abbiamo visto, lo trasforma in pura forma, svuotata di significati: diventa un cliché; perdendo significato assume la stessa perentorietà delle dittature.
Annamaria Testa sottolinea le differenze tra gli slogan in pubblicità e in politica: in pubblicità questo è scritto nella lingua del destinatario, altrimenti non viene compreso; nella propaganda politica è invece scritto nella lingua dell’emittente, quasi in forma dittatoriale.

 

 

Raymond Williams. Pubblicità: un sistema magico



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Il sistema. La pubblicità è diventata uno dei principali elementi del mondo capitalistico: oltre al ruolo commerciale, costituisce una delle principali fonti finanziarie del mondo della comunicazione. Ha oltrepassato la frontiera della vendita di beni e servizi, giungendo ad avere un ruolo importante nella trasmissione di valori personali e sociali; infine è diventata anche l’arte ufficiale della moderna società capitalistica.
Williams parte dalla considerazione che la società contemporanea non sia abbastanza materialista: la pubblicità interviene proprio perché l’oggetto materiale da vendere non è mai sufficiente. Se gli individui fossero davvero materialisti, troverebbero la maggior parte della pubblicità stupida e inutile, e non avrebbero bisogno di associare idee e valori a prodotti (come birre o lavatrici) per essere venduti. E’ evidente quindi che nel nostro modello culturale gli oggetti da soli non bastano, ma devono essere associati con significati personali e sociali; il modello potrebbe essere descritto con il termine magico, un sistema di esortazioni e soddisfazioni magiche simili ai sistemi magici delle società primitive.
“Consumatori”. I membri della società capitalistica vengono descritto come consumatori, piuttosto che “utenti”, poiché visti come i canali lungo i quali il prodotto fluisce e scompare; mentre ai consumatori basta avere una quantità adeguata di beni di consumo a un prezzo accettabile, per gli utenti questo non basta, visto il desiderio di soddisfazione di bisogni umani che il consumo non può soddisfare, come quelli di tipo sociale. Visto che il consumo lascia insoddisfatta l’area del bisogno umano, il magico tenta di associare a questo consumo desideri umani con i quali esso non ha nessun rapporto reale: vi si associano idee, emozioni e valori sempre positivi; Williams in questo caso critica l’eccessiva edulcorazione della pubblicità, e dei pubblicitari che agiscono come fossero perennemente in guerra.

 

 

McLuhan sulla pubblicità



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Il mezzo è il messaggio vuol dire che mentre il mezzo assume importanza, i contenuti del messaggio sono sempre più intercambiabili; si va incontro ad un appiattimento dei contenuti a vantaggio dei mezzi di comunicazione di massa.
Vi è la tendenza a creare richiami pubblicitari che corrispondono sempre più alle motivazioni e i desideri del pubblico: aumentando la partecipazione, diminuisce così l’importanza del prodotto in sé. La pubblicità sembra basarsi sul principio secondo il quale la più piccola unità modulare, se ripetuta in modo rumoroso e ridondante, finirà per imporsi; ciò corrisponde alle tecniche del lavaggio del cervello, e può darsi che la ragione di tutto questo sia proprio l’assalto all’inconscio. McLuhan sostiene che, se si presta coscientemente attenzione ai messaggi pubblicitari, molti di questi risultano ridicoli; ne deduce che questi annunci non sono destinati a una fruizione cosciente, ma sono pillole subliminali per il nostro subconscio, a un livello di semi-consapevolezza. La loro esistenza è una testimonianza della situazione di sonnambulismo di una metropoli stanca.
Dopo la seconda guerra mondiale, un ufficiale dell’esercito americano abituato alla pubblicità notò che gli italiani sapevano i nomi dei loro ministri, ma non quelli dei prodotti preferiti dai loro connazionali; inoltre notò che lo spazio murario delle città italiane era occupato più da slogan politici che da annunci commerciali. Predisse allora che gli italiani difficilmente sarebbero arrivati a una forma di prosperità o tranquillità fin quando non avessero cominciato a interessarsi, anziché delle capacità degli uomini pubblici, delle diverse marche di dentifricio o di spaghetti. Qualsiasi comunità che vuole accelerare e aumentare lo scambio di prodotti o servizi deve omogeneizzare la sua vita sociale; la pubblicità, invece di presentare una tesi o una prospettiva personale, offre un sistema di vita che è per tutti o per nessuno.
Secondo McLuhan i critici della pubblicità, gli apocalittici, si comportano in modo sbagliato: coloro che passano la vita a protestare, infatti, “sono una manna per i pubblicitari, come lo sono gli astemi per i birrai o i censori per i produttori cinematografici; nessuno applaude meglio di chi protesta”. Si deve cercare invece di entrare nei processi, al fine di orientarli.

 

 

Alberoni. Pubblicità nelle innovazioni dei consumi



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Il sociologi analizza il caso della proposta di nuovi beni di consumo che vanno a sostituire precedenti modalità d’uso o beni strumentali; il meccanismo è simile a quello che opera nel caso delle resistenze all’innovazione dei beni strumentali artigiani e contadini. Il bene, appena introdotto, viene visto come pericoloso, distruttivo; Alberoni fa l’esempio delle lavatrici o dei cibi in scatola, spiegando come lo schema interpretativo delle resistenze passi per tre fasi.
Ogni soggetto ha, nei riguardi dei propri oggetti strumentali d’uso, un’ambivalenza di base che tiene a freno mediante meccanismi riparativi; nel caso del lavare le attività sono a un tempo sadiche (strofinare, battere) e riparative (curare, stirare), mentre, nel caso del cucinare, adottare un prodotto che permette un risparmio di tempo e fatica significa inconsciamente prendere coscienza del proprio odio verso questa e le altre attività. Poiché però allo stesso tempo la donna ama queste attività, nella prima fase si difende da quegli impulsi proiettando l’aggressività sul prodotto che la tenta, che viene dotato di caratteristiche distruttive.
In una seconda fase il prodotto, nonostante i timori, viene accettato, ma non come sostitutivo del vecchio metodo, bensì come una specie di compromesso in cui i componenti del vecchio schema ora hanno un significato ripartivo per il danneggiamento prodotto dal nuovo bene (la massaia farà la pasta in casa nelle occasioni importanti, laverà i panni delicati a mano). A poco a poco (siamo nella terza fase) la nuova modalità assume anch’essa un significato di amore, e la fase dell’aggressività passa alla vecchia modalità del rapporto; in questa fase la massaia deride coloro che si comportano come lei faceva in passato. In questo passaggio è cruciale l’apporto della pubblicità, che ha il compito di negare l’aggressività: i meccanismi in gioco sono la riparazione e la negazione; in particolare la negazione allevia le ansie prodotte dall’immissione sul mercato di nuovi beni, che alleviano l’impegno ripartivo verso l’oggetto d’amore. Le pubblicità della pasta mostreranno piatti succulenti e famiglie felici, e quelle delle  lavatrici sottolineeranno l’impegno e l’amore della massaia verso la famiglia, con biancheria e vestiti puliti.
La pubblicità, proponendo un nuovo prodotto, suscita ansie; contemporaneamente però, attraverso la sua funzione di negazione, le abolisce. Regola generale è di non dire alcunché negativamente, ma solo in maniera positiva.
Quando il meccanismo di negazione fallisce, lascia libero il campo a esperienze depressive; la comparsa di meccanismi schizoparanoidei costituisce una minaccia gravissima per il settore merceologico colpito (esempio del dado per il brodo).
Nel settore dei consumi l’oggetto d’amore principale non è il sé, ma il sociale stesso (vedi casi di dentifrici, deodoranti).
Quando il gruppo sociale esterno, gli altri, cominciano ad acquistare importanza, e rifiutano la barbarie e l’aggressività, l’individuo deve adeguarsi, pena l’esclusione; questa situazione è vista da molti individui come problematica, e la pubblicità può tentare di risolverla.

 

 

Baran e Sweezy, tesi sulla pubblicità. Economia, consumatore, media



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La pubblicità e l’economia. Nell’industria internazionale si è creato un sistema oligopolistico in cui poche grandi compagnie sono responsabili del grosso della produzione del loro settore; il problema dell’industria sta nella carenza di domanda in rapporto al suo potenziale produttivo: come riuscire a vendere i prodotti. Le aziende si fanno concorrenza non attraverso i prezzi, ma attraverso il marketing e quindi la pubblicità. Sulla pubblicità vi è una differenza di posizioni: coloro che la difendono fanno notare come questa dia un forte impulso alle vendite e ai consumi (indispensabili per il funzionamento dell’economia capitalistica), favorisce l’introduzione di nuovi prodotti e l’apertura a nuove possibilità di investimento; inoltre fornisce le risorse finanziarie per i mezzi di comunicazione. I critici della pubblicità invece partono da presupposti differenti: sostengono che la pubblicità porti a uno spreco massiccio di risorse materiali e umane; inoltre si pensa che se non ci fosse la pubblicità si affermerebbe la piena occupazione, poiché le risorse destinate alla pubblicità sarebbero destinate altrove. Ma, sostengono i difensori, i tentativi di ridurre o abolire la pubblicità potrebbero avere conseguenze dannose, se non fossero accompagnati da una pianificazione efficace per il conseguimento di un’occupazione piena e socialmente desiderabile.
La pubblicità e il consumatore. Secondo i critici della pubblicità le campagne possono influenzare il consumatore al punto da vendergli qualsiasi cosa; i difensori obbiettano però che nessuna campagna può indurre all’acquisto di un prodotto inutile o meno economico di altri sul mercato; se il prodotto non va incontro ai desideri del consumatore, la pubblicità fallisce. Gli effetti della pubblicità sui consumatori non si possono misurare valutando le reazioni a singole campagne, ma solo se si tiene conto della totalità degli stimoli fisiologici e delle forze sociali che determinano la formazione dei bisogni in un determinato contesto storico.
La pubblicità è più efficace quando mira a rafforzare i bisogni latenti dei consumatori; il desiderio di comprare un determinato oggetto, di seguire le ultime mode non può essere attribuito alla pubblicità, ma proviene dall’atmosfera generale che si respira nella società, di cui la pubblicità è fautrice. Inoltre, la pubblicità offre al consumatore a posteriori la giustificazione di un comportamento d’acquisto che potrebbe apparirgli inaccettabile su altri piani.
La pubblicità e i mezzi di comunicazione di massa. Le grandi cifre investite dalle aziende in pubblicità mantengono in vita i grandi mezzi di comunicazione; questi ultimi per massimizzare gli introiti si rivolgono a strati di popolazione quanto più ampi possibile. Questo dà un forte impulso a non trattare argomento alti, intellettuali, ma argomenti sensazionali come i delitti, il sesso ecc.
La pubblicità e i valori. La pubblicità e i programmi veicolati dai media non creano nuovi valori ed atteggiamenti, ma riflettono valori già esistenti e sfruttano gli atteggiamenti più diffusi, rafforzandoli e contribuendo alla loro diffusione. La pubblicità ha successo quando non cerca di mutare gli atteggiamenti, ma quando si collega ad atteggiamenti esistenti.
Il danno più grave che la pubblicità porta è quello di mercificare tutto ciò che tocca, attraverso la prostituzione di uomini e donne che prestano la loro intelligenza, voce e faccia a scopi in cui non credono.

 

 

Roland Barthes. Società, immaginazione, pubblicità



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La pubblicità viene accusata di essere l’alleata del capitalismo; il denaro è il movente esplicito della pubblicità, lo scopo è commerciale, di far conoscere colui che paga.
Il muro La pubblicità è vistosa, fatta per saltare agli occhi: è un gesto culturale, il rapporto materiale che il creatore e il consumatore stabiliscono con l’oggetto culturale quando lo rappresentano o lo decifrano. Il segno ha bisogno di una materia di sostegno, che in pubblicità viene chiamata supporto. All’inizio il gesto pubblicitario sembrava aggressivo, poi con la differenziazione dei supporti è divenuto un gesto integrato; l’utente di pubblicità si adatta a questa, e non fa nemmeno più caso ai contenuti, lasciando che il messaggio scivoli via.
Il linguaggio. Ogni annuncio pubblicitario implica tre messaggi diversi, interconnessi e sovrapposti.
Il primo è il messaggio letterale (o denotato): l’immagine o la frase bruta, ridotta alle parole essenziali per descriverla; il senso è immediato, la descrizione è semplice.
Il secondo messaggio è associato (o connotato), composto da tutti i valori e i sensi che vengono associati al messaggio; queste associazioni implicano una cultura e delle disposizioni variabili per ogni individuo.
Il terzo messaggio è quello dichiarato (referenziale): è la marca, o il prodotto stesso, la cui menzione costituisce il fine ultimo della pubblicità; la sua presenza è obbligatoria, e da della pubblicità una comunicazione franca.

 

 

Pubblicità e Barthes. Messaggio letterale, associato e dichiarato


Questi tre messaggi sono equivalenti, e vengono letti contemporaneamente. Il secondo messaggio è quello più importante, poiché, come un ponte, stabilisce una relazione fra l’immagine letterale e il prodotto; è questo il centro del messaggio pubblicitario, e per elaborarlo il pubblicitario dispone di due figure (individuate da Roman Jakobson): la metafora e la metonimia. Nella metafora si sostituisce un significante con un altro, a fronte di uno stesso significato; nella pubblicità per metafora è sempre possibile poter ristabilire il primo termine di paragone. Esistono talvolta metafore rovesciate, quando un attributo del prodotto viene significato, paradossalmente, dal suo contrario (è il caso di tanta pubblicità per la Volkswagen). In campo pubblicitario è abbastanza rara, al contrario della metonimia, su cui si basa la maggior parte dei messaggi pubblicitari; questa di basa su una sostituzione di senso per contiguità: quando siamo abituati ad associare naturalmente due oggetti, perché nel senso comune uno sta per l’altro, cioè lo significa. La forma più comune di metonimia è la sineddoche, in cui il tutto sta per la parte e viceversa; ricordiamo che mentre la metafora agisce a livello paradigmatico, in absentia (uno dei due termini non compare), la metonimia agisce a livello sintagmatico, in praesentia (anche per questo è più efficace, poiché sono necessarie minori competenze decodificative). La metonimia ha successo perché spesso, desiderando l’oggetto associato al prodotto, si desidera il prodotto stesso (bella donna ecc).

L’immaginario Questo linguaggio pubblicitario così descritto ha due funzioni: comunicare il movente dell’annuncio e tutti i suoi attributi, e creare un immaginario, attraverso il quale i fruitori del messaggio esercitano la loro psicologia.
Il linguaggio euforico ed eufemico della pubblicità dispone di un immaginario rasserenante, che trae alimento da tre grandi riserve: il repertorio dei soggetti antropologici, ovvero schemi di classificazione che la società assume per affrontare il mondo (la vita, il sesso, la famiglia, il lavoro) e che diventano presto degli stereotipi; gli oggetti, attributi di cui questi soggetti possono essere provvisti, e che usano nella vita quotidiana: possono essere realistici oppure sovra connotati, onirici, ma in entrambi i casi forniscono all’individuo una finestra sul mondo; infine vi sono i simboli culturali: la pubblicità con questi simboli attinge dall’immaginario collettivo, al nostro sapere e al nostro passato.
Il corpo Il corpo umano è il motivo che il pubblicità ricorre con maggior frequenza; il più delle volte, per questo motivo, si è parlato di erotismo pubblicitario, ma l’autore vede questa tesi esagerata: le rappresentazioni di belle donne e uomini virili, talvolta anche svestiti, sono il segno dell’erotismo, e non l’erotismo in sé, e non vanno oltre i limiti dell’eufemia pubblicitaria, che impone di fornire allo spettatore una rappresentazione del mondo piacevole e confortevole.
Il vero erotismo consiste invece nel corpo parziale, frammentato, di cui soltanto alcune parti sono significanti; ma il corpo erotico non è mai quello tutto intero; le tracce dell’erotismo vanno allora ricercate nel feticismo.
L’ironia L’uomo dei nostri giorni possiede tutti gli strumenti per comprendere il linguaggio pubblicitario, ma non per parlarlo; attraverso i collage, i tagli, le composizioni della pop art, le deformazioni dei manifesti pubblicitari, allora, il pubblico cerca di appropriarsi del messaggio pubblicitario, di falsificarlo, di dargli nuova forma. Questo plagio, che significa libertà, costituisce un atto di profonda ironia, che è il solo modo per parlare la lingua della pubblicità.

 

 

Umberto Eco e la pubblicità televisiva



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L’autore vuole analizzare quali sono gli effetti delle comunicazioni di massa, ponendosi in una posizione intermedia fra gli apocalittici, che pensavano che le tecniche di comunicazione avrebbero massificato l’intera umanità, e gli integrati, fiduciosi in una diffusione di valori culturali alla portata di tutti. La comunicazione di massa livella le notizie, offrendole al proprio pubblico come una sorta di rumore indifferenziato. Eco critica McLuhan: il pubblico della comunicazione pubblicitaria non è indifferente ai contenuti (come invece pensava lo studioso americano, parlando del “villaggio globale”); è invece consapevole, e o non vuole difendersi dai messaggi pubblicitari, o sa già come farlo.
I discorsi della pubblicità si avvolgono su sé stessi, senza comunicare nulla, e lasciando che sia il pubblico a parlare per loro, portandoli a dire qualcosa che in realtà la pubblicità non voleva dire. Vladimir Propp aveva scoperto, studiando le fiabe russe, che ciascuna raccontava la stessa storia e tutte si strutturavano intorno ad alcune funzioni fondamentali, combinando alcuni elementi fondamentali; tutte le storie non erano altro che la stessa, e l’umanità continuava a raccontarsi una storia che ben conosceva dall’inizio. Non si provava però alcun sentimento di noia: il piacere del raccontare, e dell’ascoltare racconti, consisterebbe proprio nel ritrovare il già noto, anche se con qualche illusione di novità, qualche deviazione dalla linea maestra. Se il piacere dell’iterazione funziona, questo discorso può essere fatto anche per le storie raccontateci dai mezzi di comunicazione di massa: il pubblicitario in realtà non vuole rivelarci nulla, e utilizza un linguaggio stereotipato, che è già stato parlato, che è entrato a far parte di un codice e ci appare comunicante in blocco, come un motto, un proverbio, in definitiva un emblema. Il linguaggio pubblicitario è una pura funzione proposizionale che può sostituire le X e le Y della propria formula, senza che nulla accada; il pubblico infatti non si attende che dica qualcosa, ma che dica (non diversamente dai convenevoli quotidiani “Come stai?”, che non ci dicono affatto che l’altro vuol sapere qualcosa di noi, ma dicono solo che l’altro è là, che è in contatto con noi). In definitiva il linguaggio pubblicitario non è persuasivo o emotivo, ma bensì fàtico, o di contatto.
Il linguaggio pubblicitario, allora, si auto reclamizza in ciascun prodotto, non lavorando per i prodotti singoli, ma per sé stesso, facendo metapubblicità: il rumore di fondo crea quella che Eco definisce “coazione al consumo”, che spinge i consumatori fuori di casa a comprare qualcosa, magari anche molto diversa da quella che effettivamente volevano acquistare (dentifricio-automobile). Il messaggio deve puntare su un elemento che sia riconoscibile, simbolo di associazioni già note e riassuntivo di un carattere: ecco l’importanza del personaggio, nel quale si riassume uno slogan, una formula. Nel momento in cui questi personaggi e slogan circolano, però, distruggono il prodotto: lo slogan diventa modo di dire, nuovo patrimonio linguistico, argomento fàtico e va sclerotizzandosi, uccidendo il referente (come i quadri di Warhol per Campbell Soup). L’immaginario collettivo si popola di eroi molto esili, che a differenza di quelli dei miti che si imparano a scuola, non sono portatori di un’idea, come i personaggi mitologici di cui si è persa la nozione di ciò che dovevano simboleggiare, e rimangono portatori di valori ambigui. Questi personaggi sembrano colmare un’esigenza di un’epoca senza miti e senza eroi, che ha spinto i mezzi di comunicazione di massa a creare degli eroi sostitutivi, per colmare quel bisogno di figure esemplari che rimane nel pubblico. Questi eroi però sono deperibili, invadendo la scena per qualche stagione, e venendo poi completamente dimenticati.

 

 

Morin e natura ambivalente della pubblicità



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La pubblicità ha bisogno di fondarsi su conoscenze scientifiche, e deve utilizzare ricerche motivazionali per conoscere i propri utenti; inoltre attraverso le ricerche mira a conoscere l’andamento del mercato, ma nello stesso tempo cerca di mantenere il segreto sulle sue indagini. La pubblicità si dispiega quando c’è distanza tra produttore e consumatore, e quest’ultimo ha bisogno di stimolare il consumo; fiorisce quindi dove c’è produzione industriale di beni di consumo.
Morin analizza due coppie di elementi concettuali che possono spiegare il funzionamento della pubblicità: da una parte la coppia informazione/incitamento, dall’altra la coppia ripetizione/innovazione. Se l’informazione può essere considerata come ciò che in un messaggio è nuovo, le info di base che il mittente fornisce al destinatario, e la ripetizione il fattore primario dell’incitamento, si può pensare che queste ultime due si confondano tra di loro: la ripetizione è così un modo di moltiplicare l’informazione per pubblici differenti mentre si ottiene un effetto di incitamento sullo stesso pubblico. Per quanto riguarda l’innovazione, questa deve giocare sia al livello del prodotto, dove deve significare quindi continuo progresso, sia al livello della propria efficacia, per rinnovare sempre il messaggio.
La pubblicità si sforza con tutti i mezzi di eccitare il desiderio della merce, e ha compreso immediatamente che bisognasse introdurre nella merce qualità libidinali non necessariamente ad essa intrinseche: il produttore le introduce nell’estetica del prodotto, il pubblicitario nell’associazione del messaggio. La pubblicità utilizza dunque l’attrattiva estetica, che mescola all’attrattiva ludica e alla desiderabilità erotica: un intero settore pubblicitario si sforza di divertire, attirando l’attenzione del pubblico riconoscente per il divertimento provocatogli.
L’altra via molto importante per risvegliare il desiderio è quella dell’eros: ma se è utile erotizzare le merci, è pur vero che non tutte si prestano all’erotizzazione; e inoltre quest’ultima non è soggetta solo a limiti (come la censura), ma anche pericoli, rischiando di suscitare la sofferenza più che il piacere del desiderio, e di deviare sull’eros vero e proprio il piacere che invece dovrebbe far deviare sulla merce. Nel frattempo, la pubblicità deve impegnarsi anche a adulare il consumatore, sottolineando il suo individualismo; e nello stesso tempo però lo rende schiavo, sottomesso al mondo del consumismo. Possiamo andare ad analizzare quindi l’evoluzione della pubblicità, in tre diverse ere: nell’era primaria c’era bisogno di beni di prima necessità, e la pubblicità era fondata essenzialmente sull’informazione del messaggio e sulla sua ripetizione; nella seconda era, quella del progresso, si doveva comunicare l’innovazione, e favorire l’incitamento; la terza era è infine quella dello sviluppo, privilegia prodotti che riguardano la personalità individuale; finiamo in un universo in cui tutti i prodotti hanno una qualità magica, e la pubblicità è fautrice della coazione al consumo: l’azione pubblicitaria è mirata a trasformare il prodotto in droga, in modo che il suo acquisto-consumo procuri l’immediata euforia e sollievo, ma comporti l’asservimento; il messaggio deve sia eccitare che turbare, far pregustare il prodotto e obbligare il consumatore all’acquisto.

da qui

 

sabato 12 marzo 2022

Sul baratro, ovvero come fare guerra alla guerra - Edgar Morin

 Originale qui: https://www.ouest-france.fr/monde/guerre-en-ukraine/guerre-en-ukraine-comment-faire-la-guerre-a-la-guerre-la-lettre-ouverte-d-edgar-morin-bf8aa2ae-a053-11ec-b494-7a5e63fed517

Il filosofo e sociologo Edgar Morin ha inviato a Ouest-France una lettera aperta in cui analizza la posta in gioco della guerra in Ucraina, la radicalizzazione di Vladimir Putin e le opzioni incerte per una via d’uscita dalla crisi che potrebbe portare a una soluzione pacifica sostenibile. .
“Mentre scrivo questo testo, ricordo l’angoscia che mi attanagliava durante la crisi dei razzi russi impiantati a Cuba nel 1962. Ero ricoverato in ospedale a New York e il mio amico Stanley Plastrick mi annunciava quotidianamente che New York correva il pericolo di essere distrutto da una bomba atomica. Poi il compromesso è arrivato in extremis e Khroutchev ha ritirato i suoi razzi. Oggi in un altro modo, ci vedo sull’orlo di un abisso, e nell’assoluta incertezza del domani”.

Il semplice e il complesso
Proviamo a vedere chiaramente ciò che è semplice e insieme complesso. La semplicità sta nel fatto che c’è un aggressore e un aggressore, che l’aggressore è una grande potenza e l’aggressore una nazione pacifica. La complessità è che il problema ucraino non è solo tragico e straziante, ma ha molteplici implicazioni intrecciate e molteplici incognite. Proviamo allora a vedere quale potrebbe essere una soluzione di pace che non sia la pace del cimitero per l’Ucraina.
Ricordiamo che l’Ucraina fu divisa alla fine del 18° secolo dalla Polonia, (che sarà essa stessa divisa) dall’Impero Russo e dall’Impero Austriaco. Divenne indipendente durante le guerre successive alla rivoluzione del 1917, ma fu sconfitta nel 1920 e integrata nell’Unione Sovietica. I suoi contadini soffrirono più crudelmente della colkozificazione e della grande carestia del 1931.
Alcuni ucraini ebbero per un momento l’illusione di essere liberati dalla Wehrmacht. Nel 1941 il separatista Bandera, divenuto collaboratore, proclamò una pseudo-repubblica indipendente sotto l’occupazione tedesca. Ma gli ucraini hanno partecipato attivamente alla resistenza al nazismo.

L’Ucraina non è solo una grande preda geopolitica per la Russia e l’America, è una grandissima preda economica.
Fu durante la decomposizione dell’URSS che l’Ucraina e la Bielorussia ottennero l’indipendenza in accordo con la Russia allora guidata da Eltsin. La situazione in Ucraina è peggiorata in concomitanza con l’aggravarsi delle relazioni tra Russia e Stati Uniti. L’Ucraina non è solo una grande preda geopolitica per la Russia e l’America, è una grandissima preda economica. È la prima riserva europea di uranio, la seconda di titanio, manganese, ferro, mercurio. Ha la più vasta area di seminativo d’Europa, il 25% di suolo nero del pianeta, produce ed esporta orzo, mais e altri prodotti agricoli
Dopo una rivoluzione democratica, l’Ucraina ha subito crescenti pressioni dalla Russia e nel 2014 aspirava ad entrare nell’Unione Europea. Putin ha quindi annesso la Crimea e mantenuto la rivolta e poi l’autonomia della regione di lingua russa del Donbass. Bisogna riconoscere che la Crimea è una provincia tartara russificata, ma non ucraina. E che mantenere il Donbass in Ucraina richiederebbe una soluzione federale.

Dal 2014 il processo infernale di feedback conflittuale Est-Ovest è peggiorato e il peggio è accaduto a marzo 2022
Putin ha giustificato la sua azione proclamando il 18 marzo 2014: “Ci hanno mentito ripetutamente, hanno preso decisioni alle nostre spalle, ci hanno presentato un fatto compiuto. Ciò è accaduto con l’espansione dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico [NATO] a est, nonché con lo spiegamento di infrastrutture militari ai nostri confini. In effetti una guerra nel Donbass era poi iniziata nonostante gli accordi di Minsk e non si era fermata.
In un articolo del quotidiano Le Monde pubblicato il 3 maggio 2014 avevo previsto il pericolo: «Purtroppo l’impotenza dell’Occidente non è solo, per quanto riguarda l’Europa, di natura militare, non è solo di volontà. È del pensiero politico, è semplicemente del pensiero. Sarebbe auspicabile che Hollande, Fabius e Manuel Valls prendessero coscienza dell’aumento spietato dei pericoli e proponessero l’unico piano di pace coerente, quello dell’Ucraina federale, un collegamento tra Occidente e Oriente. Non siamo più nel momento in cui dobbiamo cercare il meglio, siamo nel momento in cui dobbiamo evitare il peggio”.

Il grosso ingranaggio
Questo processo è stato spinto sia dalla crescente ambizione di Putin di integrare la parte slava dell’Impero russo nel suo territorio, sia dal concomitante allargamento della NATO intorno alla Russia. È più ampiamente determinato dall’escalation dei conflitti di interesse tra le due superpotenze dopo il periodo dell’accordo Bush-Putin del 2001.
C’è stata la ricostituzione della Russia come superpotenza militare, stabilendo le sue zone di influenza in Siria e Africa, alla sanguinosa reintegrazione della Cecenia attraverso due guerre (1994-1996 e 1999-2001). L’intervento militare in Georgia (2008) poi la crescente pressione sull’Ucraina. Contemporaneamente, senza mandato dell’ONU, si è svolta la seconda guerra di invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003, catastrofica per l’intero Medio Oriente, seguita da guerre interne almeno fino al 2009, l’invasione della Libia nel 2011. Infine gli Stati Uniti si sono impegnati in una guerra in Afghanistan dal 2001 al 2021.
Mentre nel 1991 il presidente americano aveva promesso verbalmente a Gorbaciov che la NATO non sarebbe stata estesa alle ex democrazie popolari, la NATO ha integrato nel 1999 su loro richiesta Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, poi le repubbliche baltiche seguite da Romania, Slovenia (2004) poi Albania e Croazia nel 2004, creando un accerchiamento de facto della Russia (con due violazioni in Georgia e Ucraina). Questo accerchiamento “oggettivo” ha ricordato al Cremlino l’accerchiamento dell’URSS da parte dei paesi capitalisti nel periodo tra le due guerre e il contenimento della Guerra Fredda.
Di qui, soggettivamente, lo sviluppo di una psicologia ossidiana in Putin e l’irrigidimento del suo regime autoritario.

Gli Stati Uniti sono ora decisi a evitare qualsiasi guerra lontana
Con la copertura della guerra contro l’Afghanistan, gli Stati Uniti hanno istituito basi militari nelle ex repubbliche sovietiche del sud, in Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan, continuando di fatto l’accerchiamento in Siberia. Non possiamo nascondere il ruolo della crescente opposizione tra due superpotenze per estendere o salvaguardare la loro area di influenza, né quello dell’accerchiamento da parte della NATO. L’evento significativo è che dopo il ritiro dall’Afghanistan, gli Stati Uniti sono ora decisi a evitare qualsiasi guerra lontana e che il governo ucraino aspira a essere protetto dall’Unione Europea e dalla NATO.
Tuttavia, va ricordato che Vladimir Putin sente sempre più fortemente che ciò che è tollerato per gli Stati Uniti, in particolare l’interferenza militare nei paesi sovrani, è condannato per la Russia. Non tollererà che l’Ucraina vada a ovest. Sa che gli Stati Uniti non interverrebbero militarmente se invadesse l’Ucraina. Può pensare a una rapida invasione e ha già organizzato riserve in caso di sanzioni economiche di cui sottovaluta l’importanza a lungo termine, ma forse pensa che tutto si risolverà nel breve termine.
Putin, inizialmente cauto e astuto, è diventato audace nel 2014 e ora è spinto da una rabbia terribile
Senza voler entrare nella psicologia, posso immaginare l’evoluzione di questo spirito autoritario, per il quale le democrazie occidentali sono decadenti, che indurisce sempre più il suo regime militare-poliziesco in Russia, che ha creduto per un certo tempo nel 2001, in simpatia del reciproco accordo con Bush, che gli Stati Uniti trattassero con dignità il suo grande Paese. Tende a nascondere il fatto che le sue guerre in Cecenia, i suoi interventi in Georgia e infine in Ucraina nel 2014 hanno messo in allerta l’America e l’Europa. Putin, inizialmente cauto e astuto, è diventato audace nel 2014 e ora è spinto da una rabbia terribile.
Va anche visto che mentre le truppe russe si stavano concentrando al confine con l’Ucraina, Biden ha pronunciato un discorso intransigente, a parole, il 1 marzo 2022, dove c’è una piccola frase maiuscola “non andremo in guerra” che, pur essendo legittimo, ha sbilanciato gli Stati Uniti negli equilibri di potere. E allo stesso modo nessun popolo, nessun governo in Europa ha pensato di entrare in guerra per l’Ucraina invasa, nonostante i continui appelli del presidente Zelensky e i molteplici tentativi di negoziato di Macron con Putin.

La difficoltà di fare guerra alla guerra
L’eroica resistenza del presidente Zelensky, del suo governo, del popolo ucraino ha senza dubbio sorpreso Putin perché ha suscitato la nostra ammirazione. Ha persino fatto abbandonare a Putin l’enorme menzogna della denazificazione, ora parla di nazionalisti ucraini. Ha indubbiamente contribuito a unificare l’Ucraina democratica e nazionale.
Allo stesso modo, la guerra di Putin unifica l’Europa, nella sua disapprovazione e nella sua reazione, almeno per un certo tempo. L’Occidente sta cercando di fare di tutto tranne l’essenziale, la guerra stessa: questa sarebbe una catastrofe generale che farebbe precipitare Ucraina, Europa e America in una nuova, terrificante guerra mondiale.
Da qui una risposta puramente economica di sanzioni multiple e generalizzate (personalmente ripugno profondamente le sanzioni che colpiscono la cultura, la musica, il teatro, le arti); poi la risposta è amplificata dagli aiuti economici, poi dall’equipaggiamento militare all’Ucraina, dall’organizzazione di un’accoglienza di profughi. Poi è la formazione di una legione di volontari per combattere in Ucraina. Un aspetto della tragedia è che non ci si può permettere né debolezza né forza e si è costretti a navigare tra i due in modi incerti.
Detto questo, ricordiamo che le sanzioni colpiscono anche chi le attua. Così l’Europa rischierà una carenza di gas e altri prodotti.

La guerra economica sarebbe stata efficace a lungo termine, ma a quel punto l’Ucraina sarebbe stata inghiottita
La guerra economica sarebbe stata efficace a lungo termine, ma a quel punto l’Ucraina sarebbe stata inghiottita. Potrebbe avere effetti importanti in Russia, impoverire le popolazioni, suscitare una forte opposizione (la vera informazione arriva già attraverso mille canali privati nelle città russe), rafforzare o rovesciare il potere autoritario di Putin.
Qual è, dov’è il confine tra la guerra economica, gli aiuti con le armi e l’intervento dei volontari e la guerra stessa? I bombardamenti, le rovine, le morti, gli esodi che hanno colpito la Siria, l’Iraq, la Libia, l’Afghanistan lontano da noi sono alle nostre porte.
Arriva la più volte ripetuta minaccia di Putin di un’arma inarrestabile contro chi avrebbe attaccato la Russia: “sareste tutti vetrificati”. Sarebbe, in un eccesso di rabbia, in grado di agire? Comunque sia, lo slittamento verso una guerra che supererebbe in orrore le due guerre mondiali precedenti, non è impossibile.
Come trovare la strada tra debolezza colpevole e intervento irresponsabile?
Mentre scrivo Kiev non è caduta. Macron ha fatto un nuovo e valoroso sforzo con Putin, senza risultato. Tutto è incerto, tutto è pericoloso. La soluzione di compromesso accettabile per tutti sarebbe un’Ucraina neutrale e federale, data la sua diversità etnica e religiosa. Attualmente è inaccessibile.
Una soluzione pacifica della guerra consentirebbe negoziati più generali tra Russia, Stati Uniti, Europa, non so se l’Unità acquisita durante la crisi dall’Unione Europea verrà mantenuta. Ci sarà un elemento nuovo: il riarmo tedesco, che darà alla Germania un’egemonia che non sarà più solo economica. In attesa di una soluzione ipotetica, il pericolo permanente resta. Come trovare la strada tra debolezza colpevole e intervento irresponsabile?
In ogni caso, abbiamo visto molto spesso che le conseguenze degli interventi sono state contrarie alle intenzioni e alle decisioni, sia in Oriente che in Occidente».

mercoledì 2 marzo 2022

L’identità una e molteplice - Edgar Morin

  

Chi sono io? Rispondo: sono un essere umano. È il mio sostantivo. Ma ho molti aggettivi, di importanza variabile a seconda delle circostanze: sono francese di origine ebraico sefardita, parzialmente italiano e spagnolo, ampiamente mediterraneo, europeo culturale, cittadino del mondo, figlio della Terra-Patria.

Si può essere tutto questo nello stesso tempo? No, dipende dalle circostanze e dai momenti in cui predomina talvolta l’una, talvolta l’altra di queste identità. Come si possono avere molteplici identità? Risposta: è di fatto il caso comune. Ognuno ha l’identità della sua famiglia, quella del suo villaggio o della sua città, quella della sua provincia o della sua etnia, quella del suo paese, e poi quella più vasta del suo continente. Ciascuno ha un’identità complessa, cioè nello stesso tempo una e plurale.

La mia identità una e plurale

La coscienza della mia identità una e plurale mi è venuta progressivamente. I miei genitori immigrati non avevano identità nazionale. Avevano un’identità etno-religiosa sefardita e l’identità di una città, Salonicco, oasi pacifica nell’impero ottomano dal 1492, ove la maggioranza della popolazione era ebrea. A differenza dei greci, dei serbi e degli albanesi che erano stati conquistati e colonizzati dai turchi, gli ebrei vi erano stati accolti e non subivano né esazioni da parte dei giannizzeri né persecuzioni da parte degli ottomani. Una parte di loro, venuta dalla Toscana (Livorno) all’inizio del XIX secolo, vi aveva portato le idee laiche, il capitalismo e poi il socialismo. Anche Salomon Beressi, mio nonno materno, era apertamente un libero pensatore e insegnava ai suoi figli una morale senza Dio. Mio padre, da giovane, non sognava che Parigi. La borghesia sefardita di Salonicco parlava il francese oltre al vecchio castigliano, detto “djidio” in casa e giudeo-spagnolo fuori casa.

Nato in Francia, non ho avuto in eredità una nazionalità straniera. I miei genitori avevano l’identità di una città a fare da alone dietro la loro nuova identità francese. In famiglia parlavano il djidio, anche se mai con me, ma io avevo questo spagnolo nelle orecchie. Fui sorpreso in Spagna dal fatto di comprendere in parte la lingua e di parlarla più o meno male. Poi fui molto felice di sviluppare la mia parlata castigliana in Spagna e in America latina. Ciò risvegliò in me, che mi credevo discendente diretto degli espulsi del 1492 da Isabella la Cattolica, una identità spagnola – identità che peraltro posso rivendicare legalmente, cosa che mi è stata spesso ufficialmente proposta.

Sono diventato francese naturalmente durante l’infanzia poiché i miei genitori parlavano il francese con me, e a scuola la mia mente si è appropriata della storia della Francia. Ho sentito mia questa storia, con forti emozioni all’evocazione di Vercingetorige, di Bouvines, di Giovanna d’Arco, dell’assassinio di Enrico IV, della Rivoluzione, di Valmy, della prima campagna d’Italia, di Austerlitz, di Napoleone glorioso e di Napoleone decaduto a Sant’Elena, del 1848, del 1870, della Comune, della guerra del 1914-1918. Non ero assolutamente consapevole delle ombre di questa storia […].

Nello stesso tempo, scoprivo di essere ebreo. I miei genitori, benché laicizzati, mi facevano partecipare alla cena di Pasqua da mia nonna, celebrata in giudeo-spagnolo in presenza del rabbino Perahia. Ero stato circonciso, evidentemente senza saperlo, ma mio padre non mi aveva fatto preparare il mio bar mitzvah alla sinagoga dove, a tale scopo, si impara un po’ di ebraico e qualche preghiera. Su insistenza di un cognato pio si rassegnò a un compromesso: chiese al rabbino di rue Buffault di celebrare il rito senza preparazione, adducendo il fatto che fossi un piccolo orfano. Così dovetti ripetere le parole ebraiche che il rabbino mi suggeriva e fare una breve dichiarazione, in francese, dicendo che sarei stato sempre rispettoso nei confronti della famiglia.

Era soprattutto al liceo, nella mia classe, in cui c’erano dei cattolici, qualche protestante, cinque ebrei e dei figli di liberi pensatori, che alcuni compagni mi domandavano quale fosse la mia religione. Ero dunque ebreo, ma questa identità non aveva contenuto culturale. Essa era soprattutto qualcosa di strano per alcuni, e qualcosa di cattivo per altri che avevano ereditato dell’antisemitismo dai loro genitori. Sebbene abbia subito solo pochissime offese personali nella mia giovinezza, ho dovuto sopportare l’antisemitismo estremamente violento della stampa di destra, poi quello di Vichy, senza che ciò mettesse in discussione interiormente la mia identità francese sempre più legata alla tradizione umanista che va da Montaigne a Hugo.

Umanista prima di tutto

In effetti, la mia coscienza ebraica si diluiva nella mia ricerca di una coscienza politica umanistica che cercava una via nella crisi della democrazia, nell’antifascismo e nell’antistalinismo. Avevo diciassette anni quando i nazisti privarono gli ebrei tedeschi dei loro diritti civili e organizzarono la Notte dei cristalli, nel novembre del 1938. Rimasi pacifista, desideroso di conservare un punto di vista universale, piuttosto che auspicare, in quanto ebreo, la guerra contro la Germania.

Sotto l’Occupazione, durante la Resistenza, dopo la guerra, l’identità ebraica si risvegliava e poi scompariva. Avendo preso nella Resistenza lo pseudonimo di Morin, ebbi dopo la guerra la tentazione di cambiare legalmente identità, come fecero alcuni, ma ho mantenuto Nahoum sulla mia carta d’identità, facendovi aggiungere: “detto Morin”. Infine, poiché all’epoca vivevo la tragedia dei processi comunisti, seguii da lontano la guerra d’indipendenza di Israele, felice che i combattenti e i kibbutz smentissero il mito dell’ebreo commerciante e codardo.

Un soggiorno in Israele nel 1965, dunque prima della Guerra dei sei giorni, mi fece scoprire l’odio fra ebrei e arabi. Abbandonai la mia ricerca di radici in quella nazione. Poi, la dominazione di Israele sul popolo arabo della Palestina mi implicò di nuovo come ebreo, ma in quanto uno degli ultimi intellettuali ebrei portatori di universalismo e anticolonialismo, dunque ostili alla colonizzazione della Palestina araba. Gli articoli che all’epoca scrissi su “Le Monde”, nei quali non contestavo per niente l’esistenza di Israele, mi valsero l’essere trattato da traditore e persino da antisemita.

Ho scritto un libro di omaggio a mio padre e ai miei antenati, Vidal mio padre, cosa che rende ridicola ogni accusa di odio, ivi compreso l’odio di sé.

Non ho mai contestato il diritto all’esistenza dello stato israeliano e ho sempre avuto consapevolezza dei pericoli storici che ha subito e potrà subire nel futuro la nazione israeliana. Ho in compenso criticato l’azione repressiva dell’esercito o della polizia israeliani sui palestinesi, e ho riconosciuto il diritto di questi ultimi a uno stato nazionale, conformemente alle risoluzioni dell’ONU e ai defunti accordi di Oslo. Il mio vero desiderio sarebbe stato lo stesso di Martin Buber, quello di una nazione comune agli ebrei e agli arabi. […] Pur riconoscendo la mia discendenza ebraica e pur affermando di essere del popolo maledetto e non del popolo eletto, mi definisco come post-marrano, cioè come figlio di Montaigne (di ascendenza ebraica) e dello Spinoza anatemizzato dalla sinagoga.

Spagnolo, italiano, europeo

La mia identità spagnola deriva dal vecchio castigliano parlato nella mia famiglia, dal mio amore per il teatro e per la letteratura del Secolo d’oro, per García Lorca e Antonio Machado, e soprattutto dai soggiorni in Spagna, particolarmente in Andalusia, dove ho trovato dei cibi matriciali. Tuttavia, la mia identità italiana è diventata molto viva, non solo perché in Toscana mi sono sentito come in una matria ritrovata e perché mi sono impregnato d’Italia, ma anche perché le mie famiglie materne, Beressi e Mosseri, sono di origine italiana. Anche i Nahoum furono un tempo insediati in Toscana, dove uno di loro partecipò al Risorgimento. Del resto, la mia famiglia Nahoum ottenne la nazionalità italiana a Salonicco non appena l’Italia divenne uno stato unificato indipendente. Così come il primo ministro Felipe González volle restituirmi l’identità spagnola, la città di Livorno mi offrì la cittadinanza onoraria.

Europeo, lo divenni politicamente nel 1973, quando scoprii che l’Europa dominatrice del mondo e potenza coloniale disumana era divenuta una povera vecchia cosa che aveva perso le sue colonie e poteva sopravvivere solo sotto perfusione del petrolio mediorientale. Ma le mie speranze europee si deteriorarono con la subordinazione delle istituzioni europee alle forze tecno-burocratiche e poi finanziarie. Infine, le divergenze fra le ex democrazie popolari e le nazioni fondatrici, la pressione distruttiva delle autorità dell’UE sul governo greco di Tsipras e l’atteggiamento generale nei confronti dei migranti di Afghanistan e Siria finirono per deludermiMi auguro che ciò che sussiste non si disintegri, ma ho perso la fiducia nell’Europa.

La mia cultura umanistica mi ha reso fin dall’adolescenza preoccupato per il destino dell’umanità. Quando Philippe Dechartre, uno dei capi del movimento di Resistenza a cui avevo aderito, mi ha chiesto che cosa avesse motivato il mio ingresso nella lotta clandestina, gli ho risposto che non era solo per liberare la Francia, ma anche per partecipare alla lotta di tutta l’umanità per la sua emancipazione – cosa che confondevo con il comunismo.

Una volta dissipata questa confusione, verso il 1952-1953 aderii ai Cittadini del mondo, di cui ho conservato la tessera. Poi presi coscienza del fatto che noi viviamo gli sviluppi dell’era planetaria cominciata nel 1492, prendendo a prestito questo termine da Heidegger. Nella rivista “Arguments” mi dedicai ai problemi di quello che allora si definiva Terzo mondo. Nel 1993 scrissi e pubblicai Terra-Patria, poi diventai adepto di una altermondializzazione, pur prendendo coscienza del fatto che la mondializzazione tecno-economica aveva creato una comunità di destino fra tutti gli umani. Tramite, dunque, Terra-Patria e la comunità di destino, ritorno alla mia prima e sostantiva identità di essere umano. […]

Identità familiare

I miei genitori avevano sei o sette fratelli o sorelle. Una comunità di mutuo aiuto li tenne legati per tutta la loro vita. Le coppie della mia generazione avevano solo un figlio o due. Con la fine della grande famiglia, i legami si allentarono. Figlio unico, incontravo qualche volta zii, zie e cugini; mantenevo qualche raro legame affettivo con alcuni di loro.

La morte di mia madre Luna, quando avevo dieci anni, aggravò la mia solitudine. Rimaneva di lei solo una grande presenza mitica, ma nessuna presenza fisica. L’esagerata protezione che mio padre esercitava sul suo unico figlio fu vissuta da me come una schiavitù della quale mi liberavo non appena si presentava l’occasione. Vissi veramente fuori dalla famiglia, a scuola, al cinema, nei libri, in strada. Io ho fatto la mia educazione e appreso le mie verità.

Sposato e padre di due figlie, non cercavo di educarle, pensando che niente valesse più dell’auto-educazione, come era stata la mia. Poi la mia separazione da Violette quando loro avevano undici e dodici anni, la mia vita amorosa, le mie ossessioni intellettuali e politiche sospesero a più riprese le nostre relazioni senza porvi fine. Non fui un buon figlio né un buon padre, ma fui un marito amato e amorevole. […]

Il mio cammino intellettuale da solitario

Il mio primo libro, L’Anno zero della Germania, che tornava sulle mie esperienze del 1945-1946 nella Germania devastata e sconvolta, fu accolto bene. Se ha irritato qualche germanista, è pur vero che in quel momento non c’era nessun altro che trattasse di quel momento unico e straordinario della storia tedesca. Allo stesso modo, L’uomo e la morte, il mio primo libro importante, in cui inauguro il mio modo di conoscenza transdisciplinare, non subì alcuna critica da parte degli specialisti, poiché nessuno fino ad allora aveva mai trattato dei paradossali atteggiamenti umani davanti alla morte intrecciando la storia, la sociologia e la psicologia. Fu così anche per il mio libro di antropologia del cinema, che non fece torto ad alcun esperto, e poi per quello sulle star, personaggi semi-mitici che non avevano mai interessato i sociologi. In seguito, al contrario, quando mi sono lanciato ne Il Metodo, sono stato spesso mal visto da alcuni proprietari dei domini di conoscenza, accusato come incompetente o volgarizzatore, mentre reinterpretavo e collegavo le conoscenze sparse e forgiavo il metodo per trattare le complessità.

So per certo che ci sono state e che ci sono molto più grandi vittime dell’incomprensione e della calunnia. Pur amareggiato, e pur criticando quelli che ritengo essere i loro errori, e in alcuni casi la loro vanità, non ho mai attaccato chi mi ha attaccato.

Ho anche subito, dopo la mia rottura con il Partito comunista, gli insulti di routine che ogni escluso riceve. Ho subito le più enormi calunnie per aver criticato la politica repressiva di Israele nei confronti del popolo palestinese. Ogni personaggio pubblico suscita innumerevoli inimicizie. Ma beneficia anche di amici sconosciuti…

Ho preferito rimanere libero e indipendente al CNRS (dove ero giudicato favorevolmente, a seconda della quantità e non della qualità dei miei lavori) piuttosto che brigare per un posto in un’università di provincia dove sarei stato ossessionato dal desiderio di essere chiamato a Parigi, sognando la pensione o la morte dei titolari di cattedra. Non ho aspirato ad alcun posto onorifico come il Collège de France e non ho mai fantasticato sull’Académie. Ma ho accettato con piacere i trentotto dottorati honoris causa ricevuti all’estero.

Chi sono io, infine?

Ho dedicato molte pagine per descrivermi, sapendo che questo autoritratto lacunoso comporta anche l’assenza di ciò che indicherò ora.

Non sono solo una minuscola parte di una società e un effimero momento del tempo che passa. La società in quanto Tutto, con la sua lingua, la sua cultura e i suoi costumi è all’interno di me. Il mio tempo vissuto nel XX e XXI secolo è all’interno di me. La specie umana è biologicamente all’interno di me. La linea dei mammiferi, dei vertebrati, degli animali, dei policellulari è in me.

La vita, fenomeno terrestre, è in me. E poiché ogni vivente è costituito da molecole, le quali sono assemblaggi di atomi, i quali sono unioni di particelle, è tutto il mondo fisico e la storia dell’universo che sono in me. Sono un Tutto per me, pur restando quasi niente per il Tutto. Sono un umano tra otto miliardi, sono un individuo singolare e qualunque, differente e simile agli altri. Sono il prodotto di eventi e di incontri improbabili, aleatori, ambivalenti, sorprendenti, inattesi. E nello stesso tempo sono Me stesso, individuo concreto, dotato di una macchina ipercomplessa auto-eco-organizzatrice che è il mio organismo, macchina non banale, capace di rispondere all’inatteso e di creare dell’inatteso. Il cervello dà a ciascuno la mente e l’anima, invisibili al neuroscienziato che analizza il cervello, ma emergenti in ogni umano nella sua relazione con l’altro e con il mondo. Ciascuno di noi è un microcosmo, che porta all’interno dell’unità irriducibile del suo Me-Io, spesso inconsciamente, i molteplici Tutto dei quali fa parte all’interno del grande Tutto. Questi molteplici Tutto sono costituiti dalla diversità dei nostri ascendenti familiari e delle nostre appartenenze sociali.

Il rifiuto di un’identità monolitica o riduttiva, la coscienza dell’unità/molteplicità (unitas multiplex) dell’identità, sono delle necessità di igiene mentale per migliorare le relazioni umane.

https://comune-info.net/lidentita-una-e-molteplice/