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martedì 17 novembre 2020

Ci pensa la vita, da sola, ogni tanto, a scombinarti i piani - Giorgio Anelli

Ci pensa la vita, da sola, ogni tanto, a scombinarti i piani; e tu, sonnambulo, magari costretto a dare tutto per una persona a te cara, vaghi tra possibili soluzioni e irrisolti problemi nelle ore liquide della giornata. Costretto a sacrificarti persino di notte. Spezzando il sonno, i sogni; ciò che ti costituisce. Bisognerebbe forse arrendersi in questi casi, lasciarsi trasportare dalle onde e dalle mareggiate della realtà, tanto potente da rovesciare gli iceberg di ogni equilibrio precostituito? Intendo: dare la vita per qualcun altro. Qualcuno che fino all’ultimo l’ha data per te. Qualche volta succede. Tocca anche a me. Ora è nuovamente il mio turno.

Eppure non è facile arrendersi. Non lo è per nessuno. Eppure, i libri mi guardano arrivare stanco nella stanza-studio. Dino e Walt, eccoli…, i primi che scorgo, sembrano parlarmi da silenzi lontani. Poi Joseph, George, Alexandre, Simone e Hermann. Tutta gente che aveva il fuoco dentro. Quello stesso fuoco che animava le giornate d’amore e gelo di Amedeo, a Parigi. Di conseguenza Anna, Marina, Cristina, Alejandra, si stringono in forte abbraccio. “Vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo”: sembrano rianimarmi nella stanza, ondeggiando tra le barricate della piccola biblioteca. Per la prima volta il silenzio vibra e mi fa conoscere nuovamente il valore del sacrificio. Rinunciare a tutto ‒ addirittura alla scrittura e alla lettura, a ciò che si ha di più caro (come un fogliettino ripiegato da anni nel portafoglio) ‒ per il bene di qualcun altro. Interrompendo più e più volte pure il breve pensiero che ora stai leggendo, proprio per dare una mano, non lasciar sola, nel momento della prova, chi mi ha dato la vita.

Eppure quel fuoco viene proprio da là, dalle viscere di una donna che ci ha scaraventato in mezzo al mondo, dicendoci: arrangiati, cadi, rialzati; sono affari tuoi!

Nonostante tutto, brucio ancora. Vivo. Qualcosa rimane sempre d’incompiuto, perfino nella fatica inimmaginabile. Il fuoco nella notte mi fa ricordare di avere un’ombra, e mi scalda in questa stanza così gelata, d’autunno.

Esiste una dignità del dolore che va rispettata fino in fondo. Una dignità che dilania il cuore. Io la conosco. L’ho provata. Forse, perfino tu che mi leggi ancora…

Mi ricorda da dove vengo, l’urlo, il dolore, il fuoco, l’amore. Mi ricordo che le battaglie non sono affatto finite e che, intrapresa una, molte altre stanno per tendere un agguato.

Ci pensa la vita a dirti: prendere o lasciare: come a dire, prenderti sul serio o gettare la spugna. Qual è la cosa più facile da fare? Non lo voglio scrivere. Affermo, piuttosto, che non scappo dai problemi. A costo di dover ritornare da dove sono venuto, un tempo, oramai lontano. Ci sbatto contro ai problemi, per fame e per sete. Altro che la fama. L’altra settimana mi è venuto a trovare, facendomi una sorpresa (erano otto giorni che non vedevo nessuno la sera), il nipote di Simone Cattaneo: Ti auguro di non diventare mai famoso, mi ha detto. Averne di auspici del genere! Liberi di essere, liberi di creare nuovi mondi. Senza alcun vincolo. Poi ‒ come dicevo ‒ ci pensa quella stessa bella e timida vita a cambiare le regole del gioco. Tuttavia, senza inquietudini, nulla sarebbe di me.

Guardo nuovamente i miei libri: L’umorismo di Luigi Pirandello improvvisamente prende fuoco, ravviva per un attimo la mia triste feconda tarda serata. Ho ripreso a scrivere, nonostante tutto. Anche stanotte sarò presente, pronto ad alzarmi all’una, se necessario, per non lasciare sola chi ha dato tutto per i miei sogni. E poi all’alba, in piedi, per andare come sempre a lavorare.

da qui

domenica 16 agosto 2020

Su Hiroshima – Kenzaburō Ōe


Il 6 agosto del 1945 l’atomica devasta Hiroshima; il 9 agosto cade su Nagasaki. Uno dei ricordi più profondi – per portata etica – della tragedia è il film di Akira Kurosawa, “Rapsodia in agosto” (1991). In quel caso, il tema è la sequela della memoria (cosa ricorda chi non ha visto, chi non c’era?), il rapporto con i ‘nemici’, la natura della tradizione. L’anziana Kane – sopravvissuta, ha perso il marito a Nagasaki – vive in un tempo fuori dalla storia, non ha brama né bisogni, lacera di ricordi, sfida la tempesta. La bomba atomica le appare come un occhio di fuoco che squarcia il cielo. Viviamo per salvare i nostri morti, in un gesto eccessivo, contro natura, si direbbe. Molti sono i libri intorno all’atomica: cito “Diario di Hiroshima” di Michihiko Hachiya e “La pioggia nera” di Ibuse Masuji. Per autorevolezza e sguardo sul futuro, però, preferisco il libro di Kenzaburō Ōe, Nobel per la letteratura nel 1994, scrittore eccezionale, forse troppo complesso per i nostri criteri editoriali (leggete, se li trovate, “Gli anni della nostalgia”, “Un’esperienza personale”, “Insegnaci a superare la nostra pazzia”). Nel 2008 Alet Edizioni pubblica “Note su Hiroshima”, frutto di un reportage che Kenzaburō Ōe realizza negli anni Sessanta. I temi del libro sono, dunque, decisivi: nonostante il disastro le potenze si riarmano, ostentando il bicipite della bomba nucleare; che senso ha, allora, la memoria? Il libro nasce intorno a un momento di dolore. “Un nostro comune amico si era tolto la vita impiccandosi a Parigi, sopraffatto dal terrore della minaccia nucleare e di una guerra mondiale estrema – un’ossessione che si era insinuata nella sua coscienza giorno dopo giorno, fino all’annichilimento totale”. Inoltre, il figlio di Kenzaburō Ōe, gravemente malato, nato nel 1963, “giaceva tra la vita e la morte, senza la minima speranza di guarigione, in un contenitore dalle pareti di vetro”.  In queste circostanze, lo scrittore parte per Hiroshima e scopre il miracolo della dignità umana. Naturalmente, 75 anni dopo la tragedia, questo libro così importante è “attualmente non disponibile” nei comuni canali di vendita.

In questa nostra epoca di armamenti nucleari, in cui, come affermano con piena sincerità i fautori del libro bianco sui danni della bomba atomica, viene rivolta maggiore attenzione al loro potenziale distruttivo piuttosto che all’infelicità che provocano, e in cui le attività dell’uomo tendono sempre più alla loro rapida proliferazione, cos’è che noi giapponesi dobbiamo… O meglio, cos’è che io stesso, come singolo individuo, devo continuare a ricordare?

Inutile dire che si tratta di qualcosa che ha a che fare con Hiroshima, ovvero con la tragedia umana di questa città. Inutile dire che si tratta di qualcosa che riguarda il complicato processo innescatosi in seguito al tentativo di superare questa tragedia, nonché il nuovo umanesimo della gente di Hiroshima. Ma al di là di tutto, mi chiedo, quali principi e quale e quale morale sono ancora oggi degni di fiducia?

In tempi come questi, è necessario più che mai dare forma concreta ai pensieri dello straordinario popolo di Hiroshima, luogo unico al mondo. Hiroshima è come una ferita aperta su tutto il genere umano, e al pari di tutte le ferite, anche questa pone due possibili sviluppi: la speranza di guarigione da un lato e il pericolo di un’infezione fatale dall’altro. Se noi giapponesi di oggi non perseveriamo nel ricordare l’esperienza di Hiroshima, i segnali di guarigione che affiorano flebilmente da questo luogo unico al mondo cominceranno in breve a marcire, condannandoci alla degenerazione finale… Nel corso della notte in cui la Cina ha dato inizio ai suoi esperimenti nucleari, sono stato svegliato di continuo, fino all’alba, dalle telefonate dei giornalisti. Tuttavia, in questo scritto tento di ricostruire una mia personale immagine di Hiroshima. Questa immagine verterà in particolare sulla dignità umana, perché si tratta del concetto più importante che ho scoperto in questa città, nonché ciò di cui ho bisogno io stesso per dare supporto alla mia vita. Ho appena affermato di aver scoperto la dignità umana a Hiroshima, tuttavia occorre precisare che questo non significa che sia in grado di spiegarla adeguatamente a parole. Direi anzi che la realtà di questo concetto trascende il nostro linguaggio, e aggiungo che ho cominciato a persuadermene fin dai tempi della mia fanciullezza…

Ho già scritto, per esempio, della tenace combattività di quell’anziano signore che, preso dall’indignazione, tentò invano il suicidio in segno di protesta contro la ripresa degli esperimenti nucleari; e ho poi raccontato di come le sue lettere di protesta furono del tutto ignorate e di come quell’uomo continuasse a ripetere: “Povero me, condannato all’eterna vergogna!”. A dispetto dal senso di fallimento da cui era afflitto sono convinto che avesse dignità umana da vendere, quel tipo di dignità che m’intriga e mi spinge a riflettere. Per dirla in altri termini, quell’uomo era rimasto in possesso di nient’altro che della sua dignità umana. Se penso al tentato suicidio, alla protesta ignorata, al tempo passato in un letto d’ospedale e m’interrogo sul significato della sua vita, la risposta mi viene spontanea: il significato e, dunque, il valore dell’esistenza di quell’uomo giacciono proprio nella straordinaria dignità umana perseguita negli ultimi mesi di vita grazie a quei penosi eventi. Confinato in un letto d’ospedale con una grossa ferita sull’addome scarnito, quell’uomo possedeva finalmente la forza necessaria per sostenere con dignità lo sguardo di tutti gli esseri umani senza cicatrici e cheloidi. Questo è senza dubbio un magnifico esempio di ciò che intendo per dignità umana.

http://www.pangea.news/hiroshima-reportage-kenzaburo-oe/

domenica 29 gennaio 2017

IO SONO (e sarò) PANGEA - Anghelu Marras


Constato, con grande disappunto, la grande enfasi con la quale, la Nuova Sardegna (27/1/2017) – senza firma - dà la notizia del “via libera” del Sindaco, allo sgombero del Centro Culturale e Sociale “Pangea” a Porto Torres.
Erano quattro anni che i giovani del Pangea e gli ospiti delle numerosissime iniziative da loro organizzate offrivano alla città e all’intero territorio innumerevoli iniziative culturali e di spettacolo chiedendo alle amministrazioni varie che la sicurezza dello stabile fosse nell’agenda consiliare.
Tali iniziative, interamente autogestite dai giovani turritani, talvolta in collaborazione con associazioni o centri-studio, hanno sollevato temi e argomenti di vivissima attualità e suscitato, nei locali del Pangea e nel Territorio importantissimi dibattiti culturali, ambientali e sociali che alcuna forza politica cittadina ha mai avuto il merito di suscitare. Valga per tutte la battaglia per le bonifiche dell’E.N.I. vero cancro diffuso nel territorio turritano e in tutto il S.I.N. (Sito di interesse nazionale del nord Sardegna).
Il Sindaco Wheeler e i consiglieri 5 Stelle affermano che “il percorso culturale – del Pangea – si è interrotto perché UNA FORZA POLITICA SI E’ OPPOSTA ALLA PROSECUZIONE DELLE ATTIVITA’”
Di quale “forza politica” si tratta?
Stante lo scranno occupato dall’unico petulante consigliere che si è cocciutamente, puntigliosamente, tossicamente e volgarmente battuto contro i giovani della sua stessa città (vale a dire un certo Davide Tellini) si tratterebbe del glorioso Partito Sardo d’Azione.
Ora mi domando se il Partito Sardo di Giovanni Columbu sia a conoscenza di questa vergogna pubblica rappresentata da un proprio confuso consigliere comunale, novello “Polifemo” in una città così importante per la Sardegna.
Giovanni Columbu, che, in questi giorni, lancia un forte appello unitario (verso gli indipendentisti, i sovranisti e gli autonomisti sardi) per scegliere un percorso comune nelle ormai poco improbabili prossime elezioni anticipate del Consiglio Regionale della Sardegna, con particolari e originali attenzioni verso le sensibilità sardiste chiedendo loro di ampliare l’orizzonte ideale e politico personale e del Partito, per superare quella disposizione egoistica e miope (il “nostro” Polifemo?) diffusa nei militanti del PSD’Az, per acquisirne un’altra che sia generosa e ideale in grado di ampliare l’orizzonte dell’azione politica del Partito Sardo.
Il “nostro” amico Consigliere, ormai isolato e mal sopportato dai più (tranne che dal cronista della Nuova Sardegna) avrà ben donde per riflettere sulla sua infeconda boria e ottusità.
Certe prese di posizione, come quelle assunte da Tellini, a scorrere l’web, sono assunte da esponenti del Partito Fratelli d’Italia e da fascisti di altri simili consorterie, come per esempio i deviati di Casa Pound che entrati nel Pangea hanno aggredito a martellate alcuni fra i nostri ragazzi e hanno danneggiato i vetri di alcune finestre che il nostro “attentissimo” cronista della Nuova Sardegna pubblica sulla “sua” pagina lasciando intendere al lettore male informato che certi danneggiamenti sono stati opera degli occupanti e non dei componenti di un Commando di picchiatori fascisti che in quel modo e alla stessa stregua del consigliere Tellini o del cronista della Nuova cercano di “infangare” (senza riuscirvi!) una NOBILE STORIA DI LIBERTA’.
Ritorneranno a farsi sentire i giovani turritani, perché il futuro è “cosa loro” …. per i comprimari dell’abuso, del qualunquismo e della sciatteria politica (quelle si, volgari) che nulla hanno a che fare con la politica e tantomeno con la cronaca …. A questi rampolli antichi TANTI AUGURI E BUONA VITA!