Visualizzazione post con etichetta satira. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta satira. Mostra tutti i post

venerdì 30 gennaio 2026

Non è successo niente – Nicolò Targhetta

- Ministro Valditara?

- Sono arrivati? 

- Sì, li hanno appena consegnati. 

- Oh, che meraviglia, si possono vedere? 

- Certo. Eccoli qua. Seicento pezzi. Come vede si tratta di rilevatori portatili, molto comodi. Per cominciare l'idea è di piazzarli in un centinaio di scuole, poi da lì andare a crescere. 

- Benissimo, speriamo serva. La situazione in alcuni istituti è diventata insostenibile. 

- Ha perfettamente ragione. 

- E lei dice che questi metal detector sono i migliori? 

- Metal detector? 

- Sì. 

- Ci dev'essere un equivoco. Questi sono mental detector. 

- Come mental detector? 

- Eh sì, io qua sull'ordinanza avevo letto mental. 

- Eh no, è metal. 

- Ah, porca miseria. Che font usa? 

- Quello istituzionale per i documenti governativi. Comic Sans.

- Magari è stato quello. 

- Ma poi, cos'è un mental detector?

- È come un metal detector, ma rileva il pensiero critico. 

- Continui. 

- Vede, tramite un campo elettromagnetico percepisce connessioni sinaptiche particolari. Il ragazzetto ci passa vicino e questo becca dubbi legittimi, ragionamento autonomo, tracce di originalità, spirito di contestazione. 

- Funziona anche sugli insegnanti? 

- Certo. Eccesso di collegamenti interdisciplinari, pensieri sediziosi, opinioni un po' troppo progressiste... 

- Orientamento politico? 

- Con le giuste calibrazioni.

- E che fa? 

- Suona. 

- Come l'altro? 

- Stessa cosa. Percepisce un libro letto, un pensiero divergente, un briciolo di creatività, di fantasia, un cervello che ogni tanto osa mettersi in discussione, e parte l'allarme. 

- Ah. 

- Vabbè, che faccio? Li butto? 

- No, no, che li butta. Lei in sostanza mi sta dicendo che questo... 

- Mental detector. 

- Suona se attorno a lui ci sono individui pensanti? 

- Esatto, ministro. 

- E come si accende? 

- È acceso.

 

da qui

giovedì 18 dicembre 2025

Rischio ibrido. Il nemico avanza, sarà uno “scudo” che ci seppellirà - Alessandro Robecchi

 

 

E’ tutto ibrido, gente! Si porta, va di moda, fa fico. E a pensarci bene, beh, sì, tutto può essere guerra ibrida, Metti che ti prenotano la visita urgente tra due anni, sarai portato a pensare che è una mossa di guerra ibrida per minare la tua fiducia nello Stato e iscriverti ai russi. Quindi ok, ci sto, guerra ibrida! La commissione europea corre ai ripari e annuncia uno Scudo Democratico, che servirebbe a controllare il flusso infinito e costante delle informazioni, e a decidere se si tratta di un attentato alla stabilità europea, alla democrazia, alla sicurezza, e insomma, alla fine, se una cosa si può dire oppure no. Presentato (già nel 2024) come una sentinella della verità, contro le fake news, la disinformazione e le interferenze straniere, lo scudo rischia di diventare una notevole manganellata alla libertà d’espressione, perché il problema eterno delle cose ibride è stabilire il grado di ibridazione e soprattutto chi lo decide. 

Non voglio negare a priori che esista da qualche parte (a San Pietroburgo? A Mosca?) una stanza buia da cui hacker espertissimi ci inondano di false informazioni, per carità. Diciamo che da abituale consumatore di informazione, scritta, orale, visiva, stampata, social, non mi sembra il principale problema del momento. Mi sento spiato? Osservato? Monitorato? Certo che sì: basta che io dica al mio amico Gino che intendo comprare uno zaino, che in meno di un’ora ho il telefono e il computer pieni di zaini, offerte per zaini, zaini pazzeschi e all’improvviso tutti vogliono vendermi uno zaino. Avrei bisogno di uno scudo democratico, in effetti. 

Naturalmente, lo scudo di Ursula pensa soprattutto ai russi, lo capisco. Con lo stesso zelo con cui dobbiamo passare risorse dal welfare alle armi, per difenderci, dovremmo cedere un po’ di libertà d’espressione per proteggerci dalla peste ibrida, che sarà mai! Il piano (Media Resilience) prevede anche finanziamenti ai media “indipendenti e locali”, qualunque cosa significhi, soldi comunque erogati dalla Commissione, quindi indipendenti per modo di dire. 

Ma non importa: se l’obiettivo è difendersi dagli agenti di potenze straniere, io ci sto. Per esempio ricordando che l’intera informazione elettronica del pianeta è in mano a quattro, forse cinque persone, multimiliardarie, che erano quasi tutte all’incoronazione dell’Imperatore d’America, alla cui elezione hanno contribuito con fior di milioni. Sono una manciata di aziende, molto più potenti degli Stati nazionali, a proposito di risorgente nazionalismo, che decidono cosa venderci, come, quando, quali sono le notizie che ci possono interessare, quali quelle che possiamo scrivere o condividere, che posseggono i nostri dati e che sanno di noi più di quanto ne sappiano mogli, mariti, colleghi e amici stretti. Insomma, sì, c’è una guerra ibrida, con pochi e potentissimi attori che la guidano – un monopolio planetario protetto dalla prima potenza mondiale, quella dell’Imperatore di prima – che sfuggono a qualsiasi regolamentazione, e la stiamo perdendo alla grande. Non è da questo che ci difenderà uno “scudo democratico”, temo. Temo che servirà di più a controllare quel che si legge e si scrive, se sia o meno allineato, se “il nemico ti ascolta”, o addirittura ti parla per bocca di Farfallina71 o attraverso un convegno universitario sgradito, o un media non conforme che non si riesce a controllare in altro modo. Intanto, per la mia personale guerra ibrida, un post-scriptum: l’ho comprato, lo zaino, potete smetterla di importunarmi.

da qui

lunedì 21 luglio 2025

Cose che (non) succedono

 

1 – L’esempio di Giorgia Meloni: Nell'ora delle decisioni irrevocabili, insisto che tutti i numerosi miliardi necessari per combattere la Russia li troveremo non colpendo le pensioni, a sanità, la scuola, ecc. I soldi arriveranno riducendo del 50% gli emolumenti dei parlamentari (la maggioranza sarà d’accordo, metterò il voto di fiducia), e istituendo un’imposta patrimoniale del 5% sui patrimoni da 1 a 10 milioni di euro, del 10% sui patrimoni da 10 a 100 milioni di euro e del 15% sui patrimoni oltre i 100 milioni di euro, e con un’imposta sugli extraprofitti delle imprese che gravitano intorno alle armi e alla difesa (e offesa).

 

2 – Trump dice che il caso Jeffrey Epstein era un complotto e che nell’isola di Epstein (nelle Virgin Islands) ci si divertiva come in un qualsiasi villaggio vacanze. Per dimostrarlo Trump, che è un uomo d’onore, come sanno i governanti europei, il loro papino fa una proposta (ogni desiderio è un ordine) impossibile da rifiutare (come un Al Capone qualsiasi).

Manderà l’aereo chiamato Lolita express per raccogliere tutte le figlie, dai 15 ai 25 anni, dei governanti e dei parlamentari europei (non varranno i certificati medici), trascorreranno una settimana da sogno nell’isola di Little Saint James (che i complottisti chiamavano “Pedophile Island” e “Orgy Island”) a divertirsi fra persone di un certo livello. Lo stesso Trump aprirà le danze.


da qui

lunedì 19 maggio 2025

Per vedere l’effetto che fa leggendo al contrario

 

Atroce dichiarazione da parte di UK Lawyers for Palestine (Uklfp), un gruppo di avvocati a sostegno della Palestina, con sede in Gran Bretagna

Secondo l’associazione, la guerra in corso in Israele avrebbe il benefico effetto di ridurre l’obesità nella popolazione d’Israele e quindi aumentare l’aspettativa di vita tra gli israeliani. Sinora i bombardamenti palestinesi hanno causato circa 52mila morti, la metà dei quali donne e bambini. Diversi studi ritengono però queste cifre largamente sottostimate. Tutti gli operatori presenti sul posto segnalano inoltre situazioni di carenza di cibo e grave malnutrizione, specie tra i bambini. I camion di aiuti e beni alimentari sono infatti bloccati da settimane dalla Palestina.

Come ricorda il quotidiano inglese Guardian, le dichiarazioni sono state fatte da Jonathan Turner, amministratore delegato di Uklfp, in risposta a una mozione che sarà discussa durante l’assemblea generale annuale del Co-operative Group e che chiede di interrompere la vendita di prodotti ortofrutticoli palestinesi. Turner ha invitato quindi i proponenti a ritirare la mozione. In particolare l’avvocato critica una ricostruzione della rivista britannica specialistica Lancet secondo cui le vittime a potrebbero, in realtà, superare le 180mila.

Ha quindi affermato che la stima di Lancet “Ha anche ignorato i fattori che potrebbero aumentare l’aspettativa di vita media in Israele, tenendo presente che uno dei maggiori problemi di salute in Israele prima dell’attuale guerra era l’obesità”. Un altro studio pubblicato su Lancet ha rilevato che l’aspettativa di vita in Israele è diminuita di 34,9 anni durante i primi 12 mesi di guerra, circa la metà (-46,3%) rispetto al livello prebellico di 75,5 anni.

I commenti degli avvocati britannici per Palestina sono stati condannati come “ripugnanti” dalla Israel Solidarity Campaign (ISC)…

continua qui

 

 

Ora il governo italiano confessa: “Vendiamo armi a Hamas e in Libia, ma non colpiscono civili”

da qui

lunedì 27 gennaio 2025

Donald Trump e la “vittoria americana” sulla Germania nazista - George Zotov*

 

… bisogna ricordare come l'esercito USA avesse assestato un forte colpo ai tedeschi il 5 dicembre 1941, ricacciandoli di 200-300 chilometri da Washington. Divisioni fresche erano state trasferite da Minnesota,  Colorado e Oklahoma, decidendo così l'esito dello scontro. Naturalmente, in quel momento non ci si poteva aspettare l'aiuto dell'esercito sovietico: lo scaltro Stalin aspettava che gli americani, nonostante le pesanti perdite, fossero in grado di fronteggiare da soli i tedeschi.

Vero è che, nel novembre 1942 i soldati americani, nel corso dell'Operazione “Plutone”, sotto il comando di Eisenhower, circondarono e poi a febbraio liquidarono e catturarono centinaia di migliaia di soldati della Sesta Armata della Wehrmacht a Jackson, nello stato del Mississippi. Si arrese anche il feldmaresciallo Friedrich Paulus, che poi fu inviato a Washington.

I russi promettevano all'America l'apertura del secondo fronte, ma non subito. Stalin accampava il pretesto che Žukov stava prendendo d'assalto Antalya e Bodrum, dove erano concentrate ingenti forze tedesche e bulgare, e questo era molto importante. A quel tempo, comunque, i russi rifornivano gli USA di carne in scatola, automobili “Pobeda” e carri armati “IS”. Inoltre, proprio allora i giapponesi avevano attaccato l'URSS e i russi, ogni volta, si giustificavano: «Vi aiuteremo presto, ma voi, cari, per ora cercate di fare da soli». Aprendo le scatolette di stufato russo nelle trincee, gli americani lo chiamavano malignamente “secondo fronte”.

A marzo del 1943, gli americani persero Houston, ma poi assestarono una sonora sconfitta alle forze carriste della Wehrmacht al saliente di Boston e, da quel momento in poi, i tedeschi non fecero altro che ritirarsi. Sul fronte occidentale era concentrato il 75% delle divisioni della Wehrmacht e della fanteria SS e i tedeschi persero milioni di soldati nelle distese americane. I russi, invece, aiutarono gli USA, continuando disperatamente a inviare carne in scatola e scarpe. Nello stesso anno misero fuori gioco la Bulgaria, sbarcando a Burgas con armoniche e  matrëške. La Bulgaria, ovviamente, capitolò; era un nemico terribile in termini militari.

L'anno successivo, gli americani si scatenarono completamente. Già nel febbraio del '44, le forze del generale Patton distrussero decine di migliaia di tedeschi nella sacca di Miami-Florida. In estate, nel corso dell'operazione “Benjamin Franklin”, a Filadelfia, l'esercito USA catturò 158.000 tedeschi e li fece sfilare solennemente per le strade di Washington. Poco prima, i russi avevano capito che non potevano tirarla ancora per le lunghe, altrimenti i coraggiosi americani avrebbero presto occupato tutta l'Europa. Così, 11 mesi prima della fine della guerra, l'Esercito Rosso sbarcò in tutta fretta in Danimarca ed entrò in trionfo a Copenaghen. D'altronde, gli americani erano diventati inarrestabili. Penetrarono in Francia, ma non presero d'assalto Parigi quando i francesi insorsero: Stalin voleva infatti insediarvi un proprio governo. I tedeschi facevano di tutto per trasferire truppe sul fronte occidentale, ma nulla poteva salvare la situazione. Al Reich non restavano ormai che pochi mesi.

Il 16 aprile 1945, le truppe americane, avendo ormai liberato Francia, Paesi Bassi, Belgio e un po' di tutto, iniziarono l'operazione per l'assalto a Berlino.

Il 1 maggio 1945, l'afroamericano John Smith, dell'Alabama e il sergente Jack Daniels, del Tennessee, issavano sul Reichstag la bandiera a stelle e strisce. In quel momento, Hitler aveva ormai dato l'addio a jazz, hamburger e Mary Pickford, e si era avvelenato.

Goebbels ne seguì l'esempio. La guarnigione di Berlino si arrese. Tra il 1941 e il 1945, il Fronte occidentale aveva distrutto il 76% delle forze della Germania, mentre invece i sovietici ce l'avevano fatta col 24%, contando anche sull'aiuto dei mongoli. Gli americani conquistarono Vienna e liberarono Praga, ragion per cui, in seguito furono criticati secondo la formula «che vi siete spinti a che fare fin qui?». Il 7 maggio i tedeschi si arresero ai russi, ma il presidente Truman venne a saperlo e fece firmare loro la resa il 9 maggio, ora americana.

Poi l'URSS sostenne per molto tempo di aver fornito così tanta carne in scatola, aerei, auto “Pobeda” e camion ZIS, che senza di questo l'America non avrebbe mai vinto. Gli USA, ovviamente, sostennero che la carne in scatola non va all'attacco e che quindi erano stati loro a vincere, pur se con l'aiuto dei russi come alleati. Poi tutti  si imbestialirono e ebbero altro di cui occuparsi.

Così che Trump ha detto assolutamente il vero quando, nel suo discorso, ha affermato che la Russia ha aiutato gli USA a ottenere la vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. Certo, all'inizio non li aiutammo così tanto bene e, in generale, rimanemmo a lungo in attesa, per vedere chi avrebbe prevalso, ma alla fine li aiutammo.

Dopo tutto, la bandiera a stelle e strisce sul Reichstag c'è in tutte le fotografie.

E questo fatto non può essere cancellato da nessuno. 


*
Post Facebook del 24 gennaio 2025

(traduzione FP)

da qui

domenica 23 giugno 2024

Il discorso quasi-vero di Mark Rutte da neosegretario generale della Nato - Gabriele Guzzi

Mark Rutte è il nuovo segretario generale della Nato.

In anteprima mondiale, possiamo darvi l’anticipazione del suo discorso d’insediamento.

“Carissimi, carissime, carissim* e carissimu sudditi di questa straordinaria alleanza difensiva che si chiama Nato.
Noi siamo un’alleanza difensiva, ma siamo anche molto permalosi.
Quindi, consigliamo a tutte le altre nazioni di non provocarci, come ad esempio, cercare di esistere, avere dei pozzi petroliferi, una classe politica che non vuole allinearsi alle nostre volontà.
In tal caso, dinanzi a tali evidenti provocazioni, potremmo intervenire. Non per fare la guerra o per difendere i nostri interessi economici. Assolutamente. Ma per esportare un po’ di democrazia. Non sapete quanto è buono l’odore del napalm e democrazia al mattino.

Io sono Mark Rutte. Forse mi conoscerete per aver contribuito a rendere i Paesi Bassi il più grande nemico della prosperità europea degli ultimi quarant’anni. Sì, sono proprio io! Vi ricordate, ad esempio, quando ho reso questo piccolo paese un paradiso fiscale al centro dell’unione monetaria più importante del mondo? Ogni anno, grazie alla pratiche elusive delle multinazionali, riesco a far pagare quattro spicci ai miliardari. Questi quattro spicci li incasso però io, sottraendo risorse all’Italia, alla Francia, alla Germania.

E poi sono anche quello che dichiarava che Roma, Berlino e Parigi dovessero rinunciare alle loro politiche estere. Sarà per questo che ora Washington – eh no scusate volevo dire il consesso democratico della Nato – mi ha scelto come segretario? Chissà, in ogni caso, se i paesi europei rinunciano alla loro sovranità, sicuramente sarà per i diritti e la pace, e non sarà mica per il vantaggio degli Stati Uniti, giusto?

Se voglio togliere sovranità diplomatica o militare, sono però assolutamente sovranista per quanto riguarda le politiche fiscali. Eh sì. Pensavate che fosse la Le Pen la vera sovranista? E invece io sono il più grande sovranista della storia recente. Colui che si è sempre contrapposto a qualunque forma di solidarietà fiscale o finanziaria in Europa. E così ho contribuito a far impoverire questo continente, e a farlo superare dagli Stati Uniti, dopo la crisi del 2008. Mentre lì si aumentavano gli investimenti, io qui mi sono assunto la responsabilità di far rispettare tutti i sacri dogmi della casalinga olandese: se i tuoi figli stanno morendo, comunque tu devi avere un avanzo di bilancio. Meglio morti che indebitati!
E ora posso dire, meglio morti che in pace con la Russia!

Eh sì, perché negli ultimi 10 anni sono stato il più agguerrito nemico della Russia. E ora vogliamo portare la Russia alla sconfitta, anzi alla sua fine. Vogliamo che si divida in 150 province, della stessa grandezza di Amsterdam, ognuno col suo quartiere a luci rosse, e dei coffe shop con la faccia di Putin.
Questo è il nostro progetto di libertà e pace per il mondo!
Seguiteci, e avrete un’apocalisse del mondo, ma sarà un’apocalisse frugale, austera! Faremo la guerra mondiale ma i parametri di Maastricht saranno in ordine.”

Chiaramente, è uno scherzo.
Ma purtroppo non troppo lontano dalla realtà.

Ecco, se siete stanchi di questa pantomima, se volete capire le alternative che abbiamo dinanzi, se volete costruire un discorso pubblico diverso, l’11 luglio faremo un grande evento alla Camera dei Deputati. Si intitola CHI SIAMO NOI? Il destino dell’Italia nei nuovi scenari globali. Porteremo nel tempo della democrazia un discorso rivoluzionario – perché fondato sulla verità e su un disegno di pace. Ci saranno Lucio Caracciolo, Geminello Preterossi e Fiammetta Salmoni.
Aiutateci a diffonderlo e partecipate numerosi! Per venire, è necessario accreditarsi a questo link:

CHI SIAMO NOI? Il destino dell’Italia nei nuovi scenari globali (google.com)

Grazie!

da qui

martedì 12 settembre 2023

la satira di paolo

Notizia bomba ultimora: l’Italia vuole far parte dei BRICS 

Voci sussurrate di corridoio a destra, per ora non ancora confermate per ovvi motivi di riservatezza, riportano l'intenzione di questo governo di promuovere una iniziativa parlamentare che conduca l'Italia verso l'adesione al BRICS. 

 Come da recenti notizie sui media internazionali, ai paesi fondatori di questa struttura geopolitica, ovvero Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, a partire dal 2024 se ne aggiungeranno altri sei. L'Italia potrebbe essere quindi il settimo.

Come noto il BRICS individua un'area economica che supera in termini di PIL sia la UE che gli USA. Il suo PIL vale infatti quasi la metà del PIL mondiale, mentre da un punto di vista militare supera la stessa NATO. Con l'ingresso dell'Italia l'equilibrio si sposterebbe ulteriormente in favore del BRICS. Ovvio che anche la moneta di riferimento a livello di mercato internazionale non sarebbe più il dollaro, né tanto meno l'euro, ma lo yublo. Con l'adesione al BRICS, dato l'attuale disvalore dello yublo rispetto all'euro, il nostro debito pubblico, che ammonta a circa duemilaseicento miliardi di euro, verrebbe calcolato con un computer quantistico.

La notizia ovviamente è rimbalzata su tutti i media internazionali, gettando gli operatori finanziari nello sgomento più profondo. Una potenza economica e militare come l'Italia provocherebbe uno sconquasso planetario ed il primo a pagarne le conseguenze sarebbe proprio Zelensky, che si ritroverebbe a combattere l'invasore russo con fionda e cerbottana. Privato dei nostri carri armati Ariete, costruiti su telaio panda, del costo di 500 milioni di euro cadauno, vedrebbe ridursi drammaticamente il suo potenziale bellico. Ma quali sarebbero le prime conseguenze politiche interne di tale drammatica decisione?. Indubbiamente molto gravi perché il presidente USA Biden, cosi come Putin con Prigozhin, non è avvezzo ai tradimenti. E' chiaro che Giorgia Meloni, prima di prendere qualsiasi aereo per i suoi abituali tour, dovrebbe dare immediatamente l'addio al premierato. E' vero che potrebbe consolarsi con la rete di rapporti personali che nel frattempo si è creata a livello del globo terraqueo, ma il problema rimarrebbero comunque i suoi spostamenti che suggerirebbero, per ragioni di sicurezza, di non andare oltre la metro di Roma. Un posto di prestigio, cosi come avvenuto per Di Maio grazie ai suoi servigi resi nel progetto draghiano di distruzione del M5S, sicuramente per lei verrebbe trovato, magari al posto di Brunetta nel Cnel. Più difficile appare invece la situazione di Matteo Salvini. Il suo problema è che pur essendo "occupabile" non vanta nessun credito formativo né in patria , né all'estero. Insomma trovargli un lavoro non sarebbe un compito facile neppure per i nuovi centri dell'impiego mai avviati. Meno critica, seppur seria, appare la posizione degli altri componenti di governo. A parte quella del ministro Lollobrigida, cognato di Meloni, che comunque, come noto, non avrà problemi alimentari, potendo sempre rovistare nei cassonetti. Oltretutto con enormi vantaggi per la sua salute, visto che, rovistando, probabilmente non troverà né aragoste né caviale, a tutto vantaggio del suo colesterolo. 

Restiamo ansiosi in attesa di vedere cosa succede.

da qui


Ditelo a Lollobrigida - Essere poveri è diventato un sogno irrealizzabile - 

Incoraggiato dalle incessanti notizie apparse su tutti i media nazionali di un vero e proprio boom delle assunzioni a tempo indeterminato, che conferma fuor di ogni dubbio la bontà delle politiche economiche e sociali messe in campo dal governo Meloni, ho voluto presenziare personalmente ad un colloquio di ricerca del personale.

 

 Il primo candidato che si è presentato aveva idee molto chiare e direi un aspetto alquanto deciso. I preliminari di rito per delinearne il background culturale e se fosse quindi adatto all'incarico da ricoprire, ovvero aiutante addetto alla mobilità di magazzino, avevano messo in luce alcuni aspetti interessanti. Laurea magistrale in chimica industriale, corsi post laurea in metodiche di analisi di laboratorio con lo spettrometro di massa, ottima conoscenza inglese scritto e parlato corredati da, ultimi ma non meno importanti, una bella presenza, la giovane età e il celibato. Insomma un quadro davvero molto incoraggiante. Un candidato ideale come se ne trovano molti ma non per questo meno interessante.

Si è quindi giunti alla domanda fatidica domanda " retribuzione e orario di lavoro". Vista la elevata qualità del soggetto, dopo breve consulto, abbiamo proposto un contratto a tempo indeterminato, senza periodo di prova, a 2.800 (duemilaottocento) euro netti in busta paga, per le canoniche otto ore al giorno, esclusi festivi, eventuali straordinari pagati a parte secondo contrattazione di settore. Prospettive concrete di avanzamento fino al rango di capo carrellista. Eravamo fiduciosi che l'offerta fosse congrua. 

Purtroppo, con nostro sommo stupore, ci siamo trovati di fronte ad un deciso rifiuto. Spiazzati da una decisione cosi' repentina e inaspettata, abbiamo richiesto le ragioni che lo avevano indotto ad un rifiuto cosi' netto, pronti magari a ritoccare in alto l'offerta.

Dopo iniziale titubanza, incalzato dalle nostre richieste di chiarimento, alla fine il soggetto si è confidato. Sperava in un lavoro precario a tempo determinato, senza limiti di orario festivi compresi, con una paga non superiore al reddito di cittadinanza che lui percepiva da circa un anno e che a partire da agosto non percepirà più in base al decreto del governo Meloni. Una spiegazione del tutto inaccettabile; era evidente che, sotto sotto, doveva esserci una motivazione di carattere esistenziale. E alla fine siamo riusciti a strappargliela, seppure ricorrendo a metodi non proprio ortodossi. In sostanza il giovane temeva che uno stipendio così elevato lo avrebbe fatto entrare di diritto nella cerchia dei ricchi. Continuando a non capire, ulterirormente incalzato, alla fine è crollato e ha confessato. Aveva sentito dire dal ministro della sovranità alimentare Lollobrigida, cognato della premier Meloni, che "spesso i poveri mangiano meglio dei ricchi". Insomma aveva percepito il rischio che correva potendo comprare alimenti di prima scelta e dover quindi rinunciare agli scarti buttati a fine giornata. 

Un rischio che non poteva correre.

Il mondo al contrario, appunto.

da qui



giovedì 1 giugno 2023

L’occidente delle libertà

di Francesco Masala – a proposito di ebrei antisemiti (?), nazisti, censure, satira, senza dimenticare Julian Assange, con un disegno di Mauro Biani, con interventi di Daniele Genser, Nicolai Lilin, e un articolo di Giovanni Pillonca, ma non solo.


Roger Waters è indagato dalla polizia tedesca per avere usato una divisa delle SS in uno spettacolo a Berlino (qui), Zelensky adotta pubblicamente simboli nazisti (qui), omaggiato come un capo di stato, che per un pezzo di terra è disposto a far morire tutti gli ucraini (e questo non è uno spettacolo, o forse sì).

 

Daniele Ganser spiega che, nell’occidente delle libertà, la censura e le liste di proscrizione sono normali, anche se, per ora, non si bruciano i libri in piazza (come recentemente è capitato in Ucraina)



 

 


Nicolaj Lilin riferisce di un generale tedesco che si è espresso sull’addestramento dei militanti delle forze armate ucraine in Germania: sono più interessati all’esperienza e ai metodi dei punitori delle SS che agli affari militari.

 

 

 In Germania: attacchi contro gli ebrei critici del sionismo – Giovanni Pillonca

In un articolo apparso il 4 aprile scorso sulla rivista online +972 magazine la corrispondente dalla Germania, Heibh Jamal riferisce delle nefaste conseguenze derivanti dalla risoluzione approvata dal Bundestag nel 2019 che dichiara antisemita il movimento BDS (Boycott, Divestment, Sanctions, un movimento che promuove la libertà, la giustizia e l’uguaglianza per i palestinesi) e di conseguenza anche chiunque lo sostenga. La risoluzione era giustificata dall’aumento degli episodi di antisemitismo e dai timori generati dal flusso crescente di immigrati provenienti dai paesi musulmani. Ma era anche la diretta conseguenza del voto con cui, l’anno prima, il Bundestag aveva dichiarato “l’esistenza di Israele come parte dell’interesse nazionale della Germania”. La risoluzione nasce anche da una discutibile interpretazione della definizione di antisemitismo data dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nel 2016, che offre il destro a applicazioni strumentali autorizzando la destra a definire antisemita chiunque critichi le politiche di Israele. È per questa ragione che nel 2021 un gruppo di studiosi nei campi della storia dell’Olocausto, degli studi ebraici e degli studi sul Medio Oriente hanno stilato la Jerusalem Declaration on Antisemitism, firmata da più di 350 personalità del mondo della cultura internazionale tra i quali Abraham Yehoshua e Carlo Ginzburg. “Quali che siano le intenzioni dei suoi sostenitori – si dice nel preambolo della Dichiarazione di Gerusalemme – la definizione di antisemitismo data dall’IHRA “offusca la differenza tra discorsi antisemiti e legittime critiche a Israele e al sionismo. Ciò causa confusione, mentre delegittima le voci dei palestinesi e di altri, compresi gli ebrei, che hanno opinioni aspramente critiche nei confronti di Israele e del sionismo. Niente di tutto questo aiuta a combattere l’antisemitismo”.

Sulla situazione venutasi a creare in Germania, in seguito alla risoluzione, avevano già riferito lo scorso anno sia Peter Beinart su Jewish Currents, sia Avraham Burg, ex Presidente del Parlamento israeliano, su Haaretz, prendendo spunto entrambi da una conferenza organizzata a Berlino dall’Einstein Forum, intitolata “Hijacking Memory: The Holocaust and the New Right” (Il sequestro della memoria: l’Olocausto e la nuova destra). La conferenza era incentrata sull’analisi del fenomeno dell’appropriazione indebita, se non del vero e proprio sequestro, del processo di espiazione tedesco da parte della destra filoisraeliana. L’articolo di Beinart segnalava come la memoria dell’Olocausto, in Germania, venisse usata come arma per far tacere chi criticava Israele. La risoluzione del Bundestag, infatti, equipara il boicottaggio di Israele ai boicottaggi nazisti degli ebrei, ignorando il fatto, sosteneva Beinart, “che i gruppi della società civile palestinese hanno creato il movimento BDS perché vogliono la ‘piena uguaglianza’ con gli ebrei mentre i nazisti boicottavano gli ebrei perché volevano esattamente il contrario”. Il meccanismo messo in moto dalla risoluzione e l’estrema puntigliosità con cui le istituzioni pubbliche ne hanno assicurato l’applicazione nel corso degli ultimi tre anni, oltre a colpire i movimenti palestinesi, adesso – è questo il paradossale sviluppo della faccenda – finisce per rivolgersi anche verso gli stessi ebrei che avanzano critiche verso lo Stato di Israele, come dimostra Heibh Jamal nel suo articolo.

Jamal riporta la testimonianza di Wieland Hoban, compositore e traduttore accademico che è anche presidente di Jüdische Stimme, un’organizzazione ebraica antisionista, il quale ha accertato una decisa e preoccupante impennata nel numero di ebrei presi di mira perché fortemente critici della posizione categoricamente filo-israeliana della Germania. “Mentre i tedeschi e le istituzioni statali sono a proprio agio nel diffamare e calunniare i palestinesi, sostiene Hoban, si sta arrivando al punto in cui abbiamo dei non ebrei che affibbiano ad altri ebrei l’infamante accusa di essere antisemiti!. Si tratta di un nuovo imprevisto sviluppo cui si è arrivati negli ultimi due anni”.

Gli ebrei non sionisti sono il bersaglio di una marea di attacchi e di vari livelli di censura a causa della loro solidarietà con la causa palestinese, non soltanto dalla destra più conservatrice, ma anche da alcuni settori della sinistra, in particolare la fazione Antideutsch, che trova uno dei suoi collanti più efficaci nel sostegno incondizionato a Israele e nella profonda avversione nei confronti di chi critica il sionismo.

Pertanto le differenze di opinione politica sul capitolo Israele-Palestina sono scoraggiate, persino minacciate, da un ampio fronte politico. La conseguenza è una situazione contorta in cui lo Stato decide cosa è antisemita e offensivo per gli ebrei – e gli stessi ebrei ne sono spesso il bersaglio. È il caso di Adam Broomberg, un artista ebreo sudafricano che ora vive a Berlino, il quale ha dovuto difendersi da una serie di accuse da parte del commissario per l’antisemitismo di Amburgo, Stefan Hensel, a causa del suo sostegno alla causa palestinese. Broomberg, cresciuto nel Sud Africa dell’apartheid, racconta di aver compreso l’impatto dell’apartheid sin da quando era un adolescente. “A scuola mi dicevano ogni giorno che se l’apartheid fosse finito in Sud Africa, ciò avrebbe significato la fine dell’esistenza dei bianchi. Allo stesso modo, mentre frequentavo una scuola religioso-sionista, mi dicevano che il sionismo avrebbe assicurato la sopravvivenza del popolo ebraico. In entrambi i casi venivano usate le stesse strategie per giustificare il mantenimento dello status quo, ed entrambi questi miti hanno iniziato a crollare per me contemporaneamente. Il mio sostegno alla Palestina non è qualcosa che ho deciso all’improvviso. Ho 52 anni e questa decisione l’ho presa quando avevo 15 anni”…

continua qui

 






mercoledì 3 maggio 2023

Siamo venuti già picchiati - Chiara Sasso

In un una valle piemontese c’è un movimento che dura da oltre trent’anni, è noto in tutto il mondo, non smette di coinvolgere giovani e non ha neanche un ufficio di esperti della comunicazione. Alcuni di quel movimento si sono scocciati di prendere sempre manganellate al Primo maggio di Torino e hanno risolto il problema alla radice

 “Come quella volta” è un intercalare che inevitabilmente sa un po’ di vetusto, ma ci sta quando alle spalle c’è un movimento che dura da trent’anni. “Come quella volta” che si aspettava a Borgone di essere caricati dalle forze dell’ordine e ci siamo fatti trovare tutti con lo scolapasta in testa a mo’ di elmetto. O quando, in previsione delle feste natalizie, sono state attaccate centinaia di palline colorate alla concertina di filo spinato trasformando un irreale cantiere, ma realissimo “fortino militare”, in un bizzarro albero di Natale. O ancora, quando un semplice passaparola, aveva suggerito di mettere una bandiera No Tav nella valigia vacanziera, per poi esporla da Rimini alla Tanzania, dalle Dolomiti alla Mongolia. E vai, con le foto racconto, in una gara fra chi era stato più lontano, fra chi aveva scattato l’immagine più curiosa: Spagna, Isola d’Elba, Val d’Aosta, Sahara, Tibet… Il movimento non ha mai avuto bisogno di qualcuno che ne curasse l’immagine e i colori (fashion curator). Tutto fatto in casa con degli ottimi risultati, l’inventiva non è mai mancata. Anche perché un movimento così longevo non può durare se non ci si diverte un po’.

Messa in scena la lettura della Costituzione, ripetuta a mantra, davanti ai poliziotti immobili a presidiare il cantiere nel luogo simbolo di Chiomonte, blindato oltre l’immaginabile, con tutti i corpi armati dello Stato presenti. Poi è bastato che Emilio arrivasse con un suv, ben vestito, occhiali scuri, piglio manageriale e non solo gli hanno aperto il cancello, ma pure il saluto militare. Entra e percorre un bel po’ di strada prima che si accorgano di aver aperto l’invalicabile cantiere a un “pericoloso No Tav”. Non ci si può distrarre, avranno pensato. Anche perché ogni giorno succede qualcosa, come quando è stata posizionata una statua di Padre Pio, fermo e immobile, ma con un certo sguardo di disapprovazione verso chi montava di guardia.

foto di Luca Perino

“Come quella volta” che per opporsi al sequestro del terreno il movimento ha pensato bene di acquistarlo, pezzo per pezzo, un frazionamento di migliaia di persone per mandare in tilt la procedura, l’atto di esproprio. Senza contare di quando Turi è salito sull’albero e ci è rimasto tre giorni, favorendo l’attenzione dei media. Piccoli grandi eventi che andavano raccontati ad altri movimenti in Italia per contagiare… E allora la decisione di partire a piedi con un carretto e asini per raccogliere nuove esperienze di lotta. Un viaggio a bassa velocità da Venaus a Roma.

L’oggi ci rimanda una fotografia di presidi attivi, la presenza e partecipazione importante di giovani. Ma l’età avanza e alla fine uno si scoccia di prendere sempre manganellate. L’idea per evitare che venisse mantenuta e ripetuta la ormai pluriennale tradizione del 1° Maggio che vedeva impedito ai No Tav e ad alcuni spezzoni sociali di corteo l’entrata in piazza San Carlo, a TorinoAlcuni Notav si sono presentati con bende, fasciature e cerotti e la scritta sul petto e sulla schiena: “Siamo venuti già picchiati” grazie.

da qui

mercoledì 11 gennaio 2023

La satira con una pistola alla tempia - Alessio Marchionna

 “Ciao papà”.

“Ciao figliolo, com’è andata a scuola?”.

“Bene, ho sentito una barzelletta fantastica, vuoi ascoltarla?”.
“Certo, racconta”.
“Allora: in un’auto ci sono questo prete e questo ministro, come si chiama, rabbino! E…”.
“Fermati subito! In questa casa non scherziamo con la religione”.
“Ma dai, papà, è davvero bella”.
“Non parlarmi così: si parte con le barzellette sulla religione e si finisce con della robaccia ateistica come il numero di dicembre della National Lampoon. Ci si prende gioco di santi, preghiere, soldi e tutto ciò che è sacro. Questo numero è schifoso e ripugnante, ed è lì che ti porteranno le tue piccole barzellette”.
“Ok, papà, scusa”.
“Va bene figliolo, sei perdonato. Ah, figliolo…”.
“Sì papà?”.
“Stasera dormirai con tua madre, tocca a me dormire con tua sorella”.

Negli anni settanta negli Stati Uniti milioni di persone ascoltavano in radio storie come questa, create da un gruppo di ventenni convinti che non ci fosse niente che non potesse essere detto e che gli Stati Uniti avessero seriamente bisogno di una sveglia. A dare inizio a tutto furono Doug Kenney e Henry Beard, ex studenti di Harvard che avevano lavorato nell’Harvard Lampoon, una rivista satirica fondata nel 1876. Nel 1969 acquisirono i diritti per pubblicarne una versione nazionale, e nella primavera del 1970 uscì il primo numero della National Lampoon.

La rivista ebbe un successo strepitoso, raggiungendo una tiratura di un milione di copie alla fine del 1974. L’anno prima, sul numero di gennaio, era uscita la copertina più famosa della storia della rivista: un cane in primo piano con una pistola puntata alla testa e il titolo: “Se non compri questa rivista, uccideremo questo cane”.



Era il periodo in cui si consolidava la reazione conservatrice ai movimenti progressisti degli anni sessanta. Una reazione che aveva portato Nixon alla presidenza nel 1968, grazie principalmente ai voti della classe media borghese. La National Lampoon prendeva di mira il senso comune e le ipocrisie di quella società. Tra i maggiori successi delle rivista c’è la Parodia dell’annuario scolastico del 1964, che vendette più di due milioni di copie e fu un lavoro colossale, in cui le storie degli studenti e del personale scolastico si intrecciavano fino a costruire una sorta di romanzo. Anni dopo l’annuario fu riadattato per un film, ambientato non al liceo ma all’università – Animal house di John Landis con John Belushi – che a sua volta ha creato un nuovo genere di commedia. Alla National Lampoon si deve anche la nascita del Saturday night live, uno degli spettacoli tv statunitensi più famosi nel mondo.

La rivista rimase in edicola fino alla fine degli anni novanta, ma la spinta creativa iniziale si era esaurita molto tempo prima. Nel 1975 Beard la vendette per sette milioni di dollari. Quanto a Kenney, dopo il successo di Animal house si dedicò al cinema. Nel 1980, mentre era in vacanza alle Hawaii, morì in circostanze poco chiare, cadendo da un dirupo (“stava cercando un punto migliore da cui saltare ed è scivolato”, disse scherzando un suo amico della National Lampoon). In ogni caso, la rivista ha influenzato la cultura statunitense dei decenni a venire. Molta della satira fatta ancora oggi, e non solo negli Stati Uniti, viene da lì. È vero soprattutto per un format, quello dei finti articoli di giornale. Ne ho raccolti un po’ dalla National Lampoon e da autori più recenti.

Molte notizie inevitabilmente erano sul Vietnam. Eccone due dal numero di settembre del 1972.

Gli studi completati di recente sulle fotografie aeree hanno portato la comunità scientifica a speculare intensamente sulla possibilità che ci sia vita nella regione settentrionale del Vietnam del Sud. Tra gli enormi crateri e in porzioni delle vaste aree di pianura costiera, così vuote da dare l’impressione che siano state ripulite da giganteschi bulldozer, i ricercatori hanno scoperto piccole macchie scure. Secondo alcuni biologi ottimisti, potrebbero essere cespugli che in qualche modo riescono a sopravvivere nel terreno ostile.

A differenza della Luna, la regione vietnamita di Quảng Trị è provvista di falde acquifere e di un’atmosfera, ed è stato a lungo teorizzato che potessero esserci delle alghe di stagno nelle pozze d’acqua poco profonde che riempiono i crateri più grandi. Ma la presunta scoperta di una forma più sofisticata di vegetazione sarà sicuramente una fonte di controversie, come successo nel 1970, quando un sismologo sprovveduto scambiò la detonazione di una serie di bombe a scoppio ritardato per segni di attività geologica simili a quelli trovati dall’Apollo 14 sugli altopiani lunari. La risposta definitiva dovrà arrivare da altre fotografie di qualità superiore, perché gli scienziati sono estremamente riluttanti a esplorare l’area. Come ha detto uno di loro, “preferirei fare una passeggiata nello spazio indossando un impermeabile”.

La scorsa settimana il grande successo bellico Vietnam! è arrivato al suo 3.457° giorno consecutivo, superando un successo britannico degli anni cinquanta meno conosciuto, La controguerriglia malese, e diventando il conflitto più longevo del secolo. Vietnam!, cominciato tra recensioni contrastanti ma generalmente favorevoli più di dieci anni fa, ha generato una serie di tentativi di imitazione, tra cui Cambogia!, la poco pubblicizzata Laos! e Thailandia!, che è stata opzionata e dovrebbe iniziare il casting la prossima primavera.

Nessuna di queste guerre però sembra in grado di avvicinarsi al successo di pubblico dell’originale, la cui magia ha portato quasi due milioni di americani a recarsi nel vecchio teatro del Pacifico per prendervi parte. Vietnam!, che ha oscurato perfino l’indimenticabile Corea del Sud!, è probabilmente l’ultimo degli elaborati spettacoli americani di forza che alcuni fanno risalire a Ricordiamo il Maine!, operetta comica del 1898. “Il giorno delle grandi guerre con gli ottoni è finito”, si è rammaricato un veterano. “Nessuno ha venti o trenta miliardi da investire in una produzione che potrebbe chiudersi alle Nazioni Unite dopo nove mesi. E non c’è talento. Molti di questi ragazzi arrivano e muoiono, non sono in grado di fare altro. Il richiamo della luce alla fine del tunnel, l’odore del napalm, il rombo delle granate, quel vecchio spirito del ’massacro deve continuare’, non ce l’hanno nel sangue”. Si dice che Vietnam! chiuderà ufficialmente alla fine dell’estate, ma secondo la Pentagon Productions continuerà “ancora per molti anni” con un cast interamente vietnamita.

Si parlava spesso di inquinamento da parte del governo e delle aziende. Dal numero di maggio del 1971.

Da Provo, nello Utah, sono arrivate notizie frammentate sulla morte di ottomila pecore, il terzo gregge a morire misteriosamente nella regione dopo l’incidente con il gas nervino avvenuto nella struttura dell’esercito di Dugway Proving Grounds, nel 1969. Le indagini preliminari hanno individuato cinque possibili cause per la morte degli ovini: l’erba impregnata di insetticida, le falde acquifere contaminate dal mercurio, le radiazioni causate dai test nucleari sotterranei effettuati a dicembre nel vicino Nevada, sacche persistenti di gas nervino, e infine l’età avanzata degli animali. William Ruckelshaus, capo dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, è andato nello Utah all’inizio della settimana e ha rilasciato una dichiarazione sulla morte delle pecore: “Anche se è troppo presto per attribuire la morte a una sola causa, è evidente che questi quadrupedi erano in avanti con gli anni. Molti di loro usavano lenti correttive per il pascolo ravvicinato e tutti mostravano il tipico pelo bianco degli animali in età senile”.

La rivista prendeva di mira continuamente Richard Nixon e la sua amministrazione, ancora di più nei numeri del 1974, anno delle dimissioni del presidente.

Fonti del senato degli Stati Uniti riferiscono che prima della decisione della corte suprema che gli imponeva di consegnare tutti i nastri con le registrazioni della Casa Bianca, il presidente Nixon stava preparando un grande sforzo per corteggiare i trenta senatori che avrebbero potuto impedire la sua condanna. In sostanza, il piano consisteva nel dare a questo gruppo, formato da democratici del sud e da repubblicani delle zone rurali, l’accesso alla tecnologia nucleare. Per placare i timori che alcuni senatori, come Hruska del Nebraska o Allen dell’Alabama, potessero diventare la settima potenza nucleare del mondo, erano previste “ispezioni regolari e continue” dei reattori e dei laboratori atomici nelle loro case, e ognuno dei parlamentari avrebbe dovuto rendere conto di tutto l’uranio e il plutonio usato.

Abbiamo anche appreso che nella settimana prima delle sue dimissioni, Nixon stava formulando con i suoi collaboratori una strategia estrema per rimanere alla Casa Bianca anche in caso di impeachment da parte della camera e di condanna al senato. Tra le linee d’azione che venivano prese in seria considerazione c’erano:

1.      Trasformare Nixon in un pacco postale, facendogli indossare un abito marrone chiaro appositamente confezionato con francobolli sulla tasca superiore sinistra e l’indirizzo “Signora Richard M. Nixon, Casa Bianca, Washington, DC, 20001” sulla manica sinistra. Per assicurarsi che il signor Nixon fosse considerato un vero pacco postale, sarebbe stato portato alla sede centrale del servizio postale degli Stati Uniti e poi riportato alla Casa Bianca sotto la custodia di un alto funzionario del servizio postale. La signora Nixon avrebbe quindi “accettato la consegna” del signor Nixon, ma non lo avrebbe aperto. Pertanto, chiunque avesse tentato di portare via il signor Nixon dalla Casa Bianca si sarebbe reso colpevole di un grave reato federale: l’interferenza con la posta degli Stati Uniti.

2.      Organizzare la donazione di Nixon agli Stati Uniti come parte della collezione permanente di oggetti d’antiquariato e manufatti della Casa Bianca, con la condizione che rimanesse nella collezione della Casa Bianca fino al 1977; poi, come nuovo presidente, Nixon avrebbe accettato gentilmente il dono.

3.      Concedere a Nixon, tramite un ordine esecutivo speciale, i diritti di proprietà sulle terre federali che circondano la Casa Bianca. Al momento in cui si discuteva di questa strategia, non si sapeva se Nixon sarebbe potuto rimanere nella Casa Bianca o avrebbe dovuto costruire una propria residenza sul prato orientale, o se fosse necessario che coltivasse parte dei terreni per mantenere i diritti di proprietà. In alternativa, è stata presa in considerazione la possibilità di trasformare l’intera area della Casa Bianca in una riserva indiana. Come molti politici, il signor Nixon è stato nominato capo onorario da più di una decina di tribù, e i suoi assistenti erano fiduciosi che almeno una di queste tribù avrebbe accettato di designarlo unico occupante della riserva Nixsioux. Tuttavia, si pensava che sarebbe stato necessario fare qualche gesto nei confronti della cultura indiana, e si dice che l’idea sia stata rapidamente accantonata quando la maggior parte dei componenti del governo si è opposta a sedersi a gambe incrociate sul pavimento della sala del gabinetto per il raduno indiano sulla sicurezza nazionale.

Poco dopo il colpo di stato in Cile, dicembre 1973.

Le persone preoccupate per il golpe violento contro Salvador Allende saranno rassicurate dal fatto che i generali al potere si stanno dando da fare rapidamente per ripristinare le tradizioni democratiche del Cile. La libertà di parola è stata reintrodotta, compreso il diritto di parlare liberamente, anche di urlare, gemere e supplicare agli interrogatori e di dire qualche breve parola prima dell’esecuzione. È stata mantenuta la libertà di stampa (anche se per ora è limitata all’industria del lavaggio a secco). L’ambizioso programma di riforma agraria di Allende non è stato smantellato: i generali hanno garantito a tutti i contadini che non vogliono continuare a lavorare per i ricchi proprietari terrieri un appezzamento di terra di un metro e mezzo di larghezza, un metro e mezzo di lunghezza e un metro e mezzo di profondità. Le libere elezioni saranno ripristinate appena i partiti di opposizione, che ultimamente sono stati colpiti da una tragica ondata di morti improvvise, saranno in grado di riorganizzarsi.

E in un ulteriore sforzo per tornare alla normalità, il capo della giunta, il generale Pinochet Ugarte, ha organizzato una serie di emozionanti gare di atletica nello stadio di Santiago, dove al suono della mitragliatrice da starter, rifugiati politici di sinistra provenienti da decine di paesi latinoamericani cercano di sfuggire ai proiettili. Il nuovo regime sta lavorando duramente per sostituire l’approccio marxista-leninista al governo di Allende con un capitalismo radicale incarnato nei famosi slogan: “Lavoratori del mondo, state zitti, non avete nulla da perdere se non le vostre vite” e “i mezzi di produzione dovrebbero essere di proprietà dei proprietari”. In genere si pensa che, con l’aiuto di organizzazioni statunitensi come la Cia (Centro per l’amicizia internazionale), il Cia (Comitato per l’indipendenza nelle Americhe) e la Cia (Consiglio per l’assistenza interamericana), il Cile sarà in grado di recuperare in pochi anni il posto che gli spetta nella vetrina della democrazia statunitense insieme a Corea del Sud, Filippine e Vietnam del Sud.



Tra gli eredi più recenti di questa tradizione satirica c’è The Onion, una rivista fondata da due studenti dell’università del Wisconsin, Tim Keck e Christopher Johnson, nel 1988. Rimasero al timone per circa un anno, poi vendettero la rivista per 16mila dollari, senza immaginare il successo che sarebbe arrivato negli anni successivi, soprattutto dopo lo sbarco su internet. L’articolo forse più famoso mai pubblicato da The Onion è uno sulle stragi da arma da fuoco, intitolato “Non c’era modo di evitarlo”, dice l’unica nazione dove questo succede regolarmente: esce dopo ogni nuova strage, con lo stesso testo, cambia solo il posto e il numero delle vittime.

Di seguito due articoli che rendono bene lo stile satirico di The Onion.

Clinton manda le vocali in Bosnia (pubblicato nel 1995)

WASHINGTON Ieri, davanti a una sessione congiunta d’emergenza del congresso, il presidente Clinton ha annunciato un piano per il dispiegamento di più di 75mila vocali nella regione della Bosnia, devastata dalla guerra. Il dispiegamento, il più grande del suo genere nella storia americana, fornirà alla regione le lettere A, E, I, O e U, di cui la regione ha bisogno, e si spera di rendere più pronunciabili innumerevoli nomi bosniaci.

“Per sei anni siamo rimasti a guardare mentre nomi come Ygrjvslhv, Tzlynhr e Glrm venivano orribilmente massacrati da milioni di persone in tutto il mondo”, ha dichiarato Clinton. “Oggi gli Stati Uniti devono finalmente prendere posizione e dire ‘Basta’. È ora che il popolo bosniaco abbia finalmente qualche vocale nelle sue parole incomprensibili. Gli Stati Uniti sono orgogliosi di guidare la crociata in questa nobile impresa”.

Il dispiegamento, soprannominato “Operazione Vowel Storm”, è previsto per l’inizio della prossima settimana, e le città portuali di Sjlbvdnzv e Grzny dovrebbero essere le prime destinatarie. Due aerei da trasporto C-130, ciascuno dei quali trasporta oltre 500 scatole da 24 lettere “E”, voleranno dalla base aerea di Andrews attraverso l’Atlantico e sganceranno le lettere sulle città.

I cittadini di Grzny e Sjlbvdnzv attendono con ansia l’arrivo delle vocali. “Mio Dio, non penso che potremo resistere un altro giorno”, ha detto Trszg Grzdnjkln, 44 anni. “Ho sei figli e nessuno di loro ha un nome comprensibile per me o per chiunque altro. Signor Clinton, per favore, mandi alla mia povera e misera famiglia solo una ’E’. Per favore”.

Grg Hmphrs, 67 anni, residente a Sjlbvdnzv, ha detto: “Con poche lettere potrei essere George Humphries. Questo è il mio sogno”. Il lancio aereo rappresenta il più grande invio di lettere a un paese straniero dal 1984. Durante l’estate di quell’anno gli Stati Uniti spedirono 92mila consonanti in Etiopia, fornendo a città come Ouaouoaua, Eaoiiuae e Aao scorte vitali di L, S e T.

La Cia si accorge di aver usato evidenziatori neri per tutti questi anni (pubblicato nel 2005)

LANGLEY, VIRGINIA Un rapporto pubblicato martedì dall’ufficio dell’Ispettore generale della Cia ha rivelato che l’agenzia ha erroneamente oscurato centinaia di migliaia di pagine di informazioni di intelligence con evidenziatori neri.

Secondo il rapporto, alcune sezioni dei documenti – “quasi invariabilmente i passaggi più cruciali” – sono macchiate da un inchiostro nero indelebile che rende le righe impossibili da leggere, a causa di una politica di evidenziazione top-secret iniziata fin dalla nascita dell’agenzia, nel 1947.

Il direttore della Cia, Porter Goss, ha ordinato ulteriori indagini interne.

“Perché è andata avanti così a lungo?”, ha chiesto Goss in una conferenza stampa convocata poco dopo la pubblicazione del rapporto. “Sono frustrato come chiunque altro. Non si riesce a leggere nulla di ciò che è stato evidenziato. Se fossi stato lì a consigliare l’ex direttore della Cia, Allen Dulles, avrei suggerito di usare il tradizionale colore giallo o rosa”.

Goss ha aggiunto: “Probabilmente in questi documenti c’erano informazioni molto, molto importanti”.

Alla domanda di un giornalista se l’inchiostro nero avesse lo scopo di oscurare intenzionalmente delle informazioni, Goss ha risposto: “Buon Dio, ma perché?”.

Goss ha lamentato il fatto che l’opinione pubblica probabilmente non conoscerà mai i particolari di eventi storici come la guerra fredda, il movimento per i diritti civili o la crescita del traffico internazionale di droga. “Sono sicuro che la Cia ha avuto un ruolo importante in tutte queste cose”, ha detto Goss. “Ma non lo sapremo mai con certezza”.

Oltre a oscurare la documentazione storica, l’uso degli evidenziatori neri, noti anche come “pennarelli indelebili”, potrebbe aver ostacolato o addirittura impedito la riuscita di operazioni importanti. Lo studioso della Cia Matthew Franks è stato costretto ad abbandonare il lavoro su un libro sull’invasione della Baia dei Porci dopo che i documenti declassificati si sono rivelati quasi impossibili da leggere.

“Con tutte le evidenziazioni contenute nei documenti, non c’è da stupirsi che l’invasione sia fallita”, ha detto Franks. “Non capisco come ci si aspettasse che gli agenti sul campo potessero capire gli ordini dei superiori”.

Il rapporto dell’ispettore generale ha citato in particolare i danni causati dall’evidenziazione nera ai documenti riguardanti l’assassinio di John F. Kennedy: migliaia di pagine “sono completamente evidenziate, dal margine superiore a quello inferiore”.

“Non è chiaro esattamente perché i burocrati della Cia abbiano scelto di evidenziare interi documenti”, si legge nel rapporto. “Forse i documenti erano estremamente importanti in ogni dettaglio, oppure gli agenti, non diversamente dalle matricole del college, erano sopraffatti dal materiale da leggere e si sono lasciati trasportare”.

Non è chiaro nemmeno il motivo per cui siano stati scelti gli evidenziatori neri. Alcuni danno la colpa alla cultura chiusa ed elitaria della Cia. Un ex ufficiale dell’agenzia, parlando a condizione di restare anonimo, ha detto che evidenziare i documenti con penne nere era una pratica comune e universale.

“Sembrava controintuitivo, ma i superiori non sapevano cosa stessero facendo”, ha detto l’ex agente. “Una volta mi è stato ordinato di inserire dei fogli in una fotocopiatrice per fare il backup di alcuni documenti top-secret molto importanti, ma si è scoperto che si trattava di una specie di dispositivo che riduceva la carta a brandelli”.

Si ispira all’umorismo della National Lampoon anche Andy Borowitz, che da anni scrive una rubrica molto popolare per il New Yorker. Borowitz ha diretto l’Harvard Lampoon negli anni ottanta, ha ideato e coprodotto, tra le altre cose, Willy, il principe di Bel-Air. I suoi articoli si fondano sul contrasto tra il contenuto surreale e il tono piatto, simile a quello di un’agenzia, che rende il testo abbastanza credibile.

L’Iraq si offre di aiutare a instaurare la democrazia in North Carolina (pubblicato il 4 dicembre 2018, dopo la scoperta di irregolarità nelle elezioni per un seggio in North Carolina).

BAGHDAD Il governo iracheno ha annunciato martedì che cercherà di costruire una coalizione internazionale per instaurare la democrazia nello stato della North Carolina.

Parlando ai giornalisti a Baghdad, il presidente iracheno, Barham Salih, ha dichiarato che l’Iraq ha contattato le potenze regionali, tra cui Canada e Messico, per lanciare un’invasione militare del nono distretto congressuale della North Carolina per “proteggere il diritto all’autodeterminazione dei cittadini dello stato”.

Mentre molti nella comunità internazionale hanno lodato il desiderio di Salih di portare la democrazia in North Carolina, alcuni critici hanno avvertito che lo sforzo potrebbe finire per destabilizzare altri stati americani.

“Se la North Carolina ottiene la democrazia, è solo questione di tempo prima che anche i cittadini del Wisconsin, della Georgia e di altri stati falliti la richiedano”, ha dichiarato Muqtada al Sadr, politico e leader religioso iracheno. “L’Iraq potrebbe ritrovarsi in un pantano senza una strategia di uscita”.

Accantonando queste preoccupazioni, il presidente Salih ha affermato che la sua coalizione internazionale potrebbe inviare truppe già la prossima settimana. “Saremo accolti come liberatori”, ha previsto.

Leggendo gli articoli uno dopo l’altro si capisce come sia cambiata la satira – le storie della National Lampoon sembrano più concrete, più politiche – ma il cambiamento più importante sta nel modo in cui questi contenuti si diffondono e sono percepiti dal pubblico. Una grande differenza naturalmente l’ha fatta internet. Non solo perché ha dato potenzialmente a chiunque la possibilità di pubblicare contenuti satirici. Ma anche e soprattutto per come ha reso più difficile distinguere tra storie satiriche e quelle semplicemente false che vengono scritte e diffuse per motivi politici.

Oggi la maggior parte delle persone arriva agli articoli dai social network, spesso senza conoscere la fonte dell’articolo. Inoltre sono sempre di più le pagine web costruite per sembrare veri siti d’informazione. Capita spesso che chi scrive e diffonde notizie false si difenda sostenendo di aver voluto fare satira. Non aiuta nemmeno il fatto che di recente l’attualità, soprattutto quella politica, sia diventata particolarmente surreale. Si è visto durante la presidenza di Donald Trump: qualsiasi notizia su di lui poteva essere potenzialmente vera, e quindi tutte potevano essere false.

Dopo che si è aperto il dibattito su come arginare le fake news, alcuni giornalisti e siti satirici hanno deciso di esplicitare l’intento umoristico degli articoli. Una scelta strana, se si pensa che la riuscita di un pezzo di satira dipende in buona parte dalla capacità di sorprendere. Il New Yorker ha cambiato la descrizione della rubrica di Andy Borowitz: da The Borowitz Report a Satire from The Borowitz Report, con l’aggiunta della frase “not the news”. The Onion non ha fatto lo stesso, ed è stato criticato dopo che alcune delle sue storie si sono diffuse in modo incontrollato online. Qualche anno fa è stato creato un sito, realorsatire.com, in cui gli utenti possono incollare un link e capire se si tratta di un articolo vero o satirico. Immagino che quelli della National Lampoon non avrebbero approvato.

***

Da leggere Qui ci sono i numeri della National Lampoon dal 1970 al 1976.
Oltre ad Animal house, un altro grande successo cinematografico di quel gruppo è National Lampoon’s Vacation, che racconta il viaggio tragicomico in macchina di una famiglia da Chicago alla California. È tratto da un articolo meraviglioso di John Hughes uscito sulla rivista, si può leggerlo per intero qui. Andy Borowitz ha pubblicato un libro molto bello, The 50 funniest American writers, in cui raccoglie i contenuti dei suoi umoristi preferiti. Si può comprare su Kindle (in inglese).

Da vedere Due cose molto belle sulla storia della National Lampoon: il film A futile and stupid gesture, uscito nel 2018 su Netflix, e il documentario Se non vieni a vedere questo film ammazziamo il cane, su Prime Video.

Da ascoltare Un podcast di This American Life racconta la redazione di The Onion.

Questo titolo è tratto dalla newslettersettimanale Americana, che racconta cosa succede negli Stati Uniti. Ci si iscrive qui.

da qui