La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
mercoledì 22 luglio 2026
lunedì 16 marzo 2026
lunedì 5 gennaio 2026
Criticare Israele non è antisemita, è antifascista, ma anche criticare l’Unione Europea è altamente rischioso
Quando è troppo è troppo! – Alberto Bradanini
1.Nel cosiddetto Regno del Bene il dissenso, proprietà assiologica qualificante del termine Democrazia, non è solo demonizzato, ma ormai criminalizzato. I detentori del potere – da non confondersi col governo, dei quali questo non è altro che un obbediente servitore, pronto a tutto in cambio di un po’ di palcoscenico, carriere e denari – assumono posture radicali contro chiunque si ostini a pensare con la sua testa, senza nemmeno un’eccedenza di apprensione davanti alla realtà fattuale e alla propria coscienza. Per costoro, le nervature strutturali della società non presentano alcuna crepa. Del resto, come dar loro torto se la maggioranza, nel sonno della ragione, si lascia consumare da TV e smartphone. Eppure, ciononostante, il potere resta inquieto: il silenzio dei più, dietro le quinte del palcoscenico, suscita qualche punta di nervosismo, poiché nessun potere potrà mai cancellare l’indomita tensione di ogni essere umano verso un mondo dove regnino pace, giustizia e libertà (non di forma, ma di sostanza).
Oggi, gli usurpatori di democrazia, tra cui occupano un posto d’onore le de-stituzioni europee, Commissione e entità affini, luoghi eterei affollati da privilegiati non-eletti – oltre 60.000 persone, con stipendi stellari, al servizio di corporazioni private, il cosiddetto mercato – decidono finanche chi debbano essere i nostri nemici, in occulta complicità con i governi, senza che cittadini e parlamenti dei paesi membri (almeno quelli) ne siano stati informati e consultati.
In questo drappo funebre, cotanti geni della lampada hanno un giorno decretato lo stato di guerra de facto contro un paese il cui esercito sarebbe schierato alle frontiere e, dopo quattro anni di energico avanzamento nel sud-est dell’Ucraina, sarebbe pronto, secondo tali vaneggiamenti, a sbaragliare la potenza di fuoco (persino atomico) di 32 paesi Nato armati fino ai denti. Nessun cenno, inoltre, alla ragione di tale ipotetica invasione da parte del paese più esteso al mondo, ma fa niente.
È di tutta evidenza che siamo di fronte a una favola per bambini in età prescolare. La decretazione del nemico da combattere, abusiva secondo la nostra Costituzione e quella di molti paesi europei, ci catapulta d’amblée nella schiera dei paesi cobelligeranti a fianco dell’Ucraina, alla quale non ci lega alcun trattato di mutua difesa, che non fa parte della cosiddetta Unione e insignificante per i nostri interessi strategici. L’Italia è infatti circondata da nazioni amiche, che non hanno alcun interesse e capacità di invaderci da terra o dal mare. Insomma, un insieme di insulti giuridici e geopolitici. Si dirà, ma il nostro Paese è legato alla Nato e all’Ue e dunque … dunque cosa? Le medesime ragioni valgono infatti per le citate istituzioni, che sono obsolete, la Nato (che avrebbe dovuto sciogliersi il 1° luglio 1991 insieme al Patto di Varsavia, ma non è mai troppo tardi!) o la Ue (creatura incestuosa e distruttiva sotto il profilo politico, economico, monetario, industriale e via dicendo). Un duplice livello di asservimento che rende vuota la nozione di sovranità popolare di cui all’art. 1 della nostra Carta Fondamentale. Resta un sogno indelebile che la nostra amata Penisola sperimenti l’avvento di una diversa classe dirigente, finalmente libera da ogni infondato sentimento di inferiorità nei riguardi dei paesi nord-euro-atlantici, capace di condurci fuori da questo inferno.
2. Malauguratamente, la Macchina della Distorsione e della Menzogna funziona a meraviglia, anche se milioni di cittadini manifestano l’intento di riappropriarsi dell’uso della ragione, abbandonando i racconti di fantasia. E dunque il martello dell’oppressione torna a colpire.
Le disgrazie che colpiscono Jacques Baud, ex colonnello, membro dei servizi di sicurezza svizzeri e analista strategico della Nato, ne sono una tragica derivata. Vediamo.
Il 15 dicembre scorso la Commissione europea, con il consenso dei paesi membri deve tragicamente sottolinearsi, approva un regolamento che possiede tutti i lineamenti di una sentenza. Tale atto normativo, nel vuoto di etica politica, viola le costituzioni formali e materiali dei paesi dell’Unione, oltre che dei cosiddetti Trattati istitutivi, un groviglio inestricabile, illeggibili come sono da qualsiasi cittadino europeo di intelligenza media. Qui si seguito il dispositivo di tale vomitevole regolamento, che (massimo sopruso!) costituisce come noto fonte normativa superiore alle leggi interne dei paesi membri.
“Jacques Baud, ex colonnello dell’esercito svizzero e analista strategico, è regolarmente invitato a programmi televisivi e radiofonici filorussi. Egli agisce come portavoce della propaganda filorussa e formula teorie del complotto, ad esempio accusando l’Ucraina di aver orchestrato la propria invasione per entrare a far parte della Nato. Di conseguenza, Jacques Baud è responsabile dell’attuazione o del sostegno di azioni o politiche attribuibili al governo della Federazione Russa che compromettono o minacciano la stabilità o la sicurezza di un paese terzo (Ucraina), attraverso la manipolazione delle informazioni e l’interferenza. Questo … regolamento di esecuzione (Ue) 2025/2568 del Consiglio del 15 dicembre 2025 dà attuazione al regolamento (Ue) 2024/2642, sulle misure restrittive relative alle attività destabilizzanti condotte dalla Russia. Il Consiglio dell’Unione Europea, … vista la proposta dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la sicurezza considerando che … il 18 luglio 2025, l’Alto Rappresentante … ha rilasciato una dichiarazione a nome dell’Unione, in cui ha condannato … le persistenti attività illecite della Russia, che rientrano in campagne ibride più ampie, coordinate e di lunga data volte a minacciare e minare la sicurezza, la resilienza (sic.!) e i fondamenti democratici dell’Unione, degli Stati membri e dei partner…
“L’Alto Rappresentante ha sottolineato che le attività illecite della Russia si sono ulteriormente intensificate dall’inizio della guerra di aggressione contro l’Ucraina ed è altamente probabile che continuino nel prossimo futuro … L’Unione … condanna ancora una volta le attività illecite della Russia contro l’Unione, gli Stati membri, le organizzazioni internazionali e i paesi terzi (quale mirabile sensibilità da parte di tali svaporati nei riguardi di paesi terzi – quali? di grazia! n.d.r.) Data la gravità della situazione, il Consiglio reputa opportuno aggiungere dodici persone fisiche e due entità all’elenco delle persone fisiche e giuridiche, delle entità e degli organismi di cui all’allegato I … Il presente regolamento … entra in vigore il giorno della pubblicazione nella Gazzetta ufficiale … ed è obbligatorio … e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri. Bruxelles, 15 dicembre 2025, per il Consiglio, la Presidente, K. Kallas”. Fine del testo.
La violenza prevaricatrice delle de-istituzioni europee genera qui un mostruoso amalgama dei tre poteri dello stato, esecutivo, legislativo e giudiziario, un’ingiuria partorita da individui irresponsabili, nella duplice etimologia del termine, poiché delle loro turpi nefandezze essi rispendono esclusivamente alla loro coscienza, vale a dire al vuoto cosmico. Tutto ciò avviene senza che moltitudini di cittadini esprimano la loro profonda indignazione! La sorte ci fa vivere in un tempo davvero moralmente cupo e ci precipita nell’inferno di un’ontologica amarezza.
È ben evidente che, seduti nei loro sontuosi uffici e retribuiti con il nostro lavoro, lorsignori servono gli interessi di “chi – direbbe C. Smitt – dispone del potere nello stato di eccezione”, vale a dire quel sovrano impalpabile che decide a suo piacimento di disattendere impunemente le leggi esistenti, nel perseguimento dei suoi funesti obiettivi, in questo caso la guerra, per riempire le tasche già piene dei produttori di morte.
In termini di peso politico poi, non deve mai dimenticarsi che in Europa nulla vien fatto o disfatto senza che Germania e Francia (le rispettive élite beninteso) siano d’accordo. Chi reputa ingenuamente che in seno all’Ue le decisioni costituiscano l’esito di un compromesso tra i 27, farebbe bene a farsi una doccia rinfrescante.
Non è un caso, infatti, che prima di Jacques Baud, a subire il medesimo trattamento (giugno 2025) sia stata la doppia cittadina svizzera/camerunense, Natalie Yomb, rea di aver criticato le politiche neocoloniali francesi in Africa Orientale. Che il paese della rivoluzione par exellence della storia occidentale, si sia piegato a tale insulto contro la libera espressione del pensiero è solo un’osservazione a margine che qualifica la cupezza dei tempi che stiamo vivendo.
Va tenuto a mente che la sanzione comminata dai citati inqualificabili individui prevede che il sanzionato non possa viaggiare (salvo rientrare nel suo paese, dal quale non potrebbe più muoversi), disporre del proprio conto in banca, essere aiutato da amici/sostenitori ad acquistare di che vivere, raccogliere i fondi per la difesa davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo e altro ancora, poiché in tal caso costoro a loro volta commetterebbero un reato! Insomma, Jacques Baud dovrebbe lasciarsi morire non solo intellettualmente ma persino fisicamente, salvo deroghe di volta in volta generosamente concesse dai suddetti maggiordomi per la spesa al supermercato.
Deve rilevarsi che il crimine di cui sono accusati N. Yomb e J. Baud – individui liberi che hanno osato pensare con la loro testa – non è previsto da alcuna norma europea o dei paesi membri. Siamo invece di fronte al famigerato reato d’opinione, quello che infastidisce il discorso del padrone, ormai fuori da ogni binario e che, messo alle strette dalla ragione e dalla competenza, non vede altra scelta che la repressione.
Secondo la civiltà giuridica nella quale pensavamo di vivere, per sanzionare qualcuno sarebbe necessario raccogliere le prove di un reato la cui fattispecie sia prevista da una legge, condurre l’imputato davanti a un giudice terzo e quindi, dopo i previsti gradi di giudizio, deliberare la sentenza. La classica ripartizione valoriale tra democrazia e autocrazia/dittatura va dileguando: chiunque ormai può essere colpito per il medesimo non-reato. Agghiacciante!
3. Durante la cosiddetta guerra fredda– quando il comunismo sovietico veniva dipinto come una minaccia incombente per la sopravvivenza dell’Occidente capitalistico – era tuttavia consentito dissentire senza rischiare la lapidazione. Se oggi il potere ha acquisito tratti così feroci, la ragione andrebbe ricercata nella hybrisdei potenti, divenuti arroganti come mai davanti a un popolo incapace di opporre un minimo di resistenza. Per altri, tuttavia, la ragione di tale prepotenza– ed è questa l’ermeneutica che preferiamo – si colloca nell’autopercezione di debolezza di chi siede in cima alla piramide e vede il terreno tremare sotto i piedi.
Uno dei maggiori intellettuali viventi, Noam Chomsky, afferma che la propaganda sta alle democrazie come il bastone alle dittature. Nelle cosiddette autocrazie o dittature, la popolazione sa bene quel che è consentito e quel che non lo è, mantenendo dunque un sano scetticismo verso ciò che sente o legge. Per insondabili ragioni, invece, nelle cosiddette democrazie la popolazione ritiene che la verità e la conoscenza scaturiscano in automatico dalla libertà d’espressione, quale esito di un sistema naturalmente rispettoso dell’etica pubblica e dei bisogni dei cittadini. Nel cosiddetto mondo libero resta un mistero insoluto che l’impalcatura mediatica sia considerata intrinsecamente attendibile, salvo qualche indecoroso eccesso, quando la macchina della propaganda richiede invero una sorveglianza più sottile, poiché qui le tentazioni a discostarsi dalle verità rivelate sono maggiori rispetto a quelle in essere nelle autocrazie/dittature.
Ora, se il termine democrazia si limita a operare con delega senza riscontro, precludendo ogni profilo di partecipazione (in specie quando si ha a che fare con pace o guerra!), allora esso diviene strumento di selezione cosmetica della classe politica di servizio, nulla di più. Dinanzi a tale sciagura, i cittadini onesti di intelletto sono chiamati a opporsi a una ristretta cerchia di valletti indecorosi, tutti destinati alla spazzatura della storia: K. Kallas, Ursula Albrecht in von der Leyen e loro colleghi, insieme a coloro che hanno votato il citato sregolamento.
4. “La maggior parte dell’umanità è predisposta alla sottomissione. È inconsapevole, gestita da altri. Chi ha capito non ha bisogno di consigli, chi non ha capito non capirà mai. Non biasimo costoro, essi sono strutturati per vivere e basta. Respirare, mangiare, bere, recarsi al ristorante il sabato sera, partorire, guardare la TV, assistere a una partita di calcio. Il loro mondo finisce lì. Essi non percepiscono altro. Esiste poi un esiguo gruppo di esseri umani, sfuggiti al controllo qualità della linea di produzione. Essi sono difetti di fabbricazione, sono pochi, sono eretici, sono guerrieri (Carlos Castaneda, scrittore peruviano)”.
Se pertanto tale cerchia di disonorevoli intendono portarci in guerra contro un nemico fabbricato a tavolino, mandando a morire i nostri figli e nipoti, prendiamo allora la libertà di richiamare l’invito di Boris Vian (il Disertore): “Signor Presidente, se è proprio necessario spargere del sangue, si metta lei in prima fila e si senta libero di spargere il suo, insieme a quello dei suoi parenti e amici. Io la guerra l’ho fatta, mi han rubato moglie, figli, lavoro, la vita intera. Se poi vuole farmi arrestare, nessun problema, proceda pure. E anzi dica ai suoi gendarmi che quando mi troveranno sarò disarmato, e che se vogliono possono anche sparare. Signor Presidente, mi ascolti bene: io al fronte non ci vado!”. Come ci ricorda il grande poeta, Pablo Neruda, infatti: “le guerre sono fatte da persone che si uccidono senza conoscersi, per gli interessi di persone che si conoscono, ma non si uccidono”.
Come inventare un nemico: chi osa condannare Israele – Francesco Maria Tedesco
Qualche settimana fa, il licenziamento di Gabriele Nunziati per una domanda su Gaza ha rinfocolato il dibattito su libertà di parola e antisemitismo. Qualche giorno fa, infine, la questione è tornata d’attualità per il disegno di legge Delrio, che pretende di asserire in sostanza che chi critica Israele è tout court antisemita.
Una china assai discutibile e pericolosa che l’ottimo Guerra all’antisemitismo? uscito nel 2024 per Altreconomia e scritto dalla sociologa Donatella Della Porta aveva analizzato con riferimento al contesto tedesco. Un libro prezioso, che torna ahinoi utile, sullo sfruttamento di quello che l’autrice – sulla scorta di un saggio di Stanley Cohen pubblicato nel 1972 – definisce “panico morale”, quando – scrive Cohen – qualcosa viene definito come “una minaccia ai valori e agli interessi della società”.
La natura di queste minacce viene presentata “in modo stilizzato e stereotipato dai mezzi di comunicazione di massa”, e le barricate morali che ne conseguono “sono presidiate da editori, vescovi, politici e altri benpensanti”. I presunti autori di queste minacce vengono bollati come folk devils (che potremmo tradurre come “nemici della società”), devianti che attentano a un interesse pubblico. Della Porta spiega come questo interesse pubblico in Germania sia rappresentato dalla difesa di Israele. Tutto ciò che sembra minacciare Israele, ma soprattutto tutto ciò che rischia di mettere in questione l’immagine dell’impegno tedesco contro l’antisemitismo e la difesa dello Stato israeliano, deve essere circoscritto, contrastato, censurato, espunto.
Della Porta elenca una serie notevole di casi in cui intellettuali, scrittori, giornalisti, ricercatori, hanno subito forme di ostracismo, censura, stigmatizzazione da parte dell’opinione pubblica, ma anche provvedimenti di natura amministrativa volti a impedire che tenessero conferenze, corsi, lezioni. Masha Gessen, una parte della sua famiglia vittima della Shoah, si è vista annullare la cerimonia di conferimento del premio Hannah Arendt; Ghassan Hage è stato licenziato dal Max Planck Institute; a Moshe Zuckerman, figlio di un sopravvissuto alla Shoah, non è stato permesso di partecipare a un conferenza a Heilbronn. E si potrebbe continuare. Quello che il libro segnala è l’uso, nel caso tedesco, del panico morale per non intralciare il processo di guiltwashing, ovvero di camuffamento degli altri orrori dell’Occidente e della Germania (responsabile in Namibia del primo genocidio del Ventesimo secolo) attraverso l’elaborazione della colpa per la Shoah, descritta come un evento unico e irripetibile (vietato parlare di genocidio a Gaza).
Della Porta getta quindi una luce sul concetto di “nuovo antisemitismo”, etichetta che trasforma le critiche a Israele in opinioni razziste fondata perlopiù sulla working definition dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Tale definizione pone un legame troppo stretto tra antisemitismo e antisionismo, rischiando di sovrapporli. In Germania (e non solo) l’accusa di (nuovo) antisemitismo viene rivolta sostanzialmente alla sinistra (e a molti ebrei critici nei confronti di Israele): L’equazione così risulta: propal=antisemiti; ma Della Porta segnala che lì la stragrande maggioranza dei reati a sfondo razzista-antisemita è ufficialmente attribuito alla destra. Così l’equazione è: pro-Israele=antisemiti. Non inganni la saldatura solo apparentemente paradossale tra estrema destra e filosemitismo: essa infatti si struttura attorno alla comune lotta contro la “barbarie islamista”. Per AfD, “la civiltà giudeo-cristiana è chiamata a mobilitarsi in una crociata contro l’Islam”.
Si tratta dello stesso meccanismo all’opera in Italia, dove la destra cerca di bonificare il passato fascista e spesso il presente neofascista con la difesa di Israele, tentando di scaricare l’antisemitismo sulla sinistra.
Anche qui destra ed estrema destra sono paradossalmente filo-sioniste per una presa di posizione che ha a che fare con il loro posizionamento geopolitico e ideologico (oltre che con il guiltwashing). Israele è visto come un baluardo contro i movimenti anticolonialisti e un presidio di difesa dell’ordine politico occidentale, nonché la parte per la quale l’estrema destra parteggia nello “scontro di civiltà” tra valori occidentali, mondo arabo-musulmano, immigrazione.
Il governo israeliano annuncia il boicottaggio del quotidiano Haaretz accusandolo di appoggiare i ‘nemici’
Per la prima volta dalla fondazione dello Stato di Israele, il governo ha annunciato il boicottaggio del quotidiano Haaretz, accusandolo di supportare i “nemici” durante il tempo di guerra.
Secondo Galei Tzahal [la radio dell’esercito israeliano, ndt.], il governo ha deciso di non avere più rapporti con Haaretz relativamente sia agli annunci pubblicitari sia alle questioni editoriali. Ministri, agenzie di pubblicità e società finanziate dallo Stato hanno avuto indicazioni di interrompere ogni rapporto con il quotidiano.
Nel reportage di una radio israeliana si afferma che il boicottaggio è stato implementato con una decisione del governo presa a novembre del 2024 che ha anche previsto l’isolamento del quotidiano dagli account ufficiali degli uffici stampa di alto grado all’interno dell’esercito israeliano.
In una dichiarazione il governo israeliano ha affermato che durante la guerra a Gaza Haaretz ha pubblicato editoriali che “hanno danneggiato la legittimità dello Stato di Israele nel mondo e il suo diritto all’autodifesa.”
Nella dichiarazione si afferma che il governo “non accetterà una situazione in cui l’editore di un quotidiano ufficiale chieda di sanzionarlo e supporti i nemici dello Stato durante una guerra”. Su questa base ha affermato che tutti i rapporti con il quotidiano verranno interrotti e nessuna dichiarazione ufficiale verrà rilasciata attraverso di esso.
Secondo [il quotidiano, ndt.] Yediot Aharonot il passo arriverebbe dopo che la Knesset [il parlamento israeliano, ndt.] ha approvato in prima lettura una legge che impone nuove restrizioni sulla libertà di opinione e di espressione.
Il quotidiano in lingua ebraica ha riferito che la legge, denominata “Riforma del sistema dei media”, è stata proposta dal ministro delle comunicazioni Shlomo Karhi [del partito di maggioranza, il Likud, ndt.] ed ha passato il voto iniziale della Knesset in seduta plenaria.
La legislazione estende i poteri delle corti rabbiniche a spese dell’autorità della procuratrice generale israeliana, Gali Baharav-Miara, che si è opposta alla legge. Essa ha avvertito che la legge “include misure che aggravano i rischi per l’immagine della libertà di stampa in Israele”.
Essa ha detto che “c’è una vera e propria preoccupazione riguardo ad una significativa influenza e interferenza commerciale e politica nel lavoro dei mezzi di comunicazione”.
(traduzione dall’inglese di Gianluca Ramunno)
mercoledì 17 dicembre 2025
Poteva l’Unione Europea essere da meno degli Usa?
nel peggio, naturalmente – di Francesco Masala
Gli Stati Uniti d’America applicano sanzioni ad personam a chi denuncia il genocidio israeliano dei palestinesi a Gaza (e in Cisgiordania) contro i componenti della Corte Penale Internazionale e Francesca Albanese per aver osato dimostrare che sta commettendo un GENOCIDIO a Gaza (leggi qui e qui).
Secondo me, se non fosse morto, anche papa Francesco sarebbe stato sanzionato.
L’Unione Europea applica sanzioni ad personam “contro 48 persone fisiche e 35 entità o associazioni ritenute responsabili di interferenze politiche e “azioni destabilizzanti” legate all’invasione russa dell’Ucraina e alla sicurezza euro‑atlantica” (leggi qui)
Tra i sanzionati c’è Jacques Baud, ex colonnello svizzero della Nato.
Lo ascolto con interesse tutte le volte che posso, vedi qui:
e qui:
e mi trovo d’accordo con le cose comprensibili e condivisibili che dice.
Della sanzione a Jacques Baud ha parlato Giacomo Gabellini qui:
Sanzionare significa che alcune persone impresentabili, che un giorno saranno rottamate (in altri tempi si usavano metodi molto più radicali), decidono e fanno di tutto perchè il sanzionato sia visto come un paria e per tappargli la bocca, che sia un esempio per tutti quelli che pensano che la Nato sia la causa della guerra in Ucraina e che in Palestina il genocidio non si è fermato.
Gli europei verranno ricordati per i segretari della Nato Stolto e Rutto, e per Kaja Kallas, che tutte le volte che apre bocca è molto stonata, qui un ritratto di Gianandrea Gaiani.
Il prossimo sanzionato dall’Unione Europea potrà essere John Mearsheimer:
e chissà se anche labottegadelbarbieri rischia qualche sanzione?
martedì 16 dicembre 2025
mercoledì 19 novembre 2025
Come la CIA e il Mossad hanno organizzato il genocidio in Sudan dagli anni '90 - Mnar Adley*
Il Sudan non sta crollando da solo: è in fase di smantellamento.
E dietro
ogni titolo sulla "guerra civile" si nasconde una storia di
imperialismo, avidità e tradimento da parte degli Stati Uniti.
Mentre i
titoli dei giornali indicano gli Emirati Arabi Uniti come i colpevoli del
disastro umanitario in Sudan, la verità è molto più profonda e sinistra.
Per oltre
due decenni, la politica ufficiale di Washington è stata quella di trasformare
il Sudan nello stato fallito che vediamo oggi, parte di una nuova Guerra Fredda
contro Cina, Russia e Iran e di una campagna per distruggere qualsiasi nazione
che osi schierarsi a favore della liberazione palestinese.
Ciò che sta
accadendo in Sudan non è un'altra tragedia africana, ma un disegno architettato
dall'imperialismo statunitense in cui la fame, gli sfollamenti e il genocidio
sono gli strumenti della politica di Washington.
In Sudan,
intere città sono state rase al suolo.
Ospedali
bombardati. Donne violentate e giustiziate davanti alle telecamere.
Le famiglie
muoiono di fame mentre l'oro del Sudan viene estratto e trasportato in aereo a
Dubai.
Un tempo il
Sudan era il cuore dell'Asse della Resistenza: un ponte tra Iran, Palestina e
Libano; una linea di trasporto logistica per le armi verso Gaza e il Libano
meridionale; e un alleato strategico sul Mar Rosso.
Quella sfida
ne segnò il destino.
Come la
Libia e l'Iraq prima di lui, il Sudan è stato preso di mira e distrutto, punito
per la sua indipendenza e la sua solidarietà con la Palestina.
E al centro
di questo assalto ci sono due dei rappresentanti più affidabili di Washington:
Israele e gli Emirati Arabi Uniti.
Sono stati
schierati da Washington per fare ciò che l'impero non può più fare apertamente:
scatenare guerre per procura, impossessarsi delle risorse e schiacciare la
Resistenza dall'interno.
Israele
fornisce intelligence e strategia.
Gli Emirati
Arabi Uniti forniscono denaro, armi e copertura.
Insieme,
portano avanti il ??lavoro sporco dell'impero.
Il Sudan si
trova su una faglia che collega il Mar Rosso, il Sahel e il Corno d'Africa,
regioni centrali per l'iniziativa cinese Belt and Road e per le reti
commerciali della Russia.
I suoi porti
potrebbero collegare la ricchezza mineraria dell'Africa a una nuova economia
multipolare, non più dipendente dal dollaro statunitense.
Per
Washington si tratta di una minaccia esistenziale.
La Belt and
Road initiative della Cina offre a nazioni come il Sudan una via di fuga dal
FMI, dalla Banca Mondiale e dal sistema del petrodollaro che hanno intrappolato
il Sud del mondo nel debito per decenni.
Se il Sudan
si unisse a questa rete, potrebbe collegare l'oro, il petrolio e le ricchezze
minerarie dell'Africa direttamente a Pechino, aggirando completamente il
controllo occidentale.
Questo è ciò
che Washington teme di più.
Con il
crollo del Sudan, si indeboliscono sia l'Asse della Resistenza sia la Belt and
Road Initiative, impedendo a Pechino, Mosca e Teheran di mettere piede in
Africa.
È la stessa
logica della Guerra Fredda che ha distrutto la Libia, la Siria e lo Yemen: lo
stesso progetto imperiale: Se una nazione rifiuta il capitale occidentale
e cerca l'indipendenza, deve essere destabilizzata, divisa e ridotta alla fame
fino alla sottomissione.
E Israele e
gli Emirati Arabi Uniti, schierati da Washington, sono diventati gli esecutori
regionali dell'impero, controllando il Mar Rosso, isolando l'Iran e
saccheggiando l'oro e il petrolio del Sudan sotto la bandiera della
"stabilità".
La
distruzione del Sudan non è iniziata ieri.
Tutto è
iniziato decenni fa, con una lunga campagna per rendere il Sudan ingovernabile.
Nel 2019,
dopo anni di sanzioni, isolamento e interferenze della CIA, Washington e i suoi
alleati del Golfo hanno orchestrato la caduta di Omar al-Bashir con l'illusione
di una "riforma democratica".
Negli ultimi
anni della sua vita, Bashir ha cercato di ottenere l'approvazione
dell'Occidente, commettendo lo stesso errore fatale di Muammar Gheddafi.
Gheddafi
strinse la mano a Tony Blair e accettò il disarmo in cambio della sopravvivenza
politica, ma l'Impero non poteva permettere che la Libia diventasse uno stato
indipendente, mentre Gheddafi voleva creare una valuta africana aurea per unire
il continente e abbandonare il dollaro statunitense.
La NATO
invase il paese e Gheddafi fu eliminato in un batter d'occhio. Trascinato per
le strade di Tripoli dopo essere stato sodomizzato con un machete.
E Omar
AL-Bashir ha cercato di negoziare con gli Stati Uniti e si è rivolto all'Arabia
Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, accettando di tagliare i legami con l'Iran
in cambio della sopravvivenza politica.
Lui fece
tutto quello che gli avevano chiesto, e lo rovesciarono comunque.
Perché
l'impero non perdona e non dimentica.
Volevano un
Sudan compiacente, non sovrano.
E volevano
assicurarsi che non si sarebbe mai più schierato con l'Iran, la Palestina, lo
Yemen o il Libano.
Per
giustificare tale risultato, l'impero dovette far apparire il Sudan come un
mostro.
Negli anni
2000, Washington lo etichettò come “Stato sponsor del terrorismo”, non per la
violenza, ma per le sue alleanze.
Poi è
arrivato il Darfur, l'arma emotiva perfetta.
Il teatro
umanitario che ha spianato la strada alla distruzione della Libia da parte
della NATO è stato messo in scena per la prima volta in Sudan.
I think
tank, le ONG e le agenzie di intelligence occidentali hanno trasformato un
conflitto regionale in uno spettacolo globale.
Celebrità
come George Clooney e Angelina Jolie sono diventate il fronte morale di una
campagna imperialista, parlando di "genocidio" e di "salvataggio
del Sudan", mentre i servizi segreti statunitensi e israeliani mappavano
silenziosamente i giacimenti petroliferi e le riserve auree.
Mentre
Clooney chiedeva l'intervento, la CIA armò i suoi agenti.
Mentre Jolie
invocava i “diritti umani”, gli alleati occidentali e legati a Israele
sostenevano i signori della guerra.
Da allora,
perfino Jolie ha lasciato intendere che l'attivismo delle celebrità può essere
manipolato per servire i programmi occidentali, trasformando la compassione in
consenso alla guerra.
Quando
Bashir cadde, il mondo aveva già accettato la menzogna secondo cui il Sudan era
uno stato fallito: il suo popolo era pronto per una “salvezza” straniera e le
sue risorse erano già destinate all’estrazione.
Con la partenza
di Bashir, gli Emirati Arabi Uniti sono diventati i nuovi garanti di Washington
e Tel Aviv.
Un tempo
nota per i suoi grattacieli e centri commerciali, Abu Dhabi è diventata il
fulcro delle guerre per procura, dove si finanziano colpi di stato, si armano
milizie e si ricicla oro sporco sotto la bandiera della "lotta al
terrorismo".
Attraverso
gli Accordi di Abramo, Israele e gli Emirati Arabi Uniti hanno fuso il denaro
degli Emirati, l'intelligence israeliana e le armi occidentali in un'unica
macchina da guerra.
E il Sudan
divenne il loro prossimo laboratorio.
Mentre la
popolazione sudanese muore di fame, le sue risorse vengono ridotte al minimo.
Gli avvoltoi
si stanno nutrendo.
Al Junaid
Multi Activities, di proprietà della famiglia del comandante delle RSF Hemedti,
ha sequestrato le miniere d'oro del Sudan, trasformando la terra intrisa di
sangue nella sua fortuna privata.
Emiral e
Alliance for Mining, sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, hanno rilevato la
miniera di Kush e hanno convogliato l'oro attraverso Dubai, cancellandone le
origini prima che raggiungesse i mercati globali.
Il gigante
petrolifero occidentale Schlumberger è tornato sotto le mentite spoglie della
“ricostruzione”, mentre la carestia si diffondeva e le città si trasformavano
in cenere.
L'economia
del Sudan era spartita tra RSF e Forze armate sudanesi, che traevano profitto
dalla guerra e dal contrabbando, mentre i civili morivano di fame.
La carestia
non è una conseguenza, è un'arma.
Le Forze di
Supporto Rapido non sono apparse per caso: sono state create.
Nel 2015,
durante la guerra in Yemen sostenuta dagli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti
reclutarono migliaia di combattenti sudanesi, molti dei quali ex Janjaweed,
come mercenari contro il movimento Ansarallah dello Yemen.
Hanno combattuto
con finanziamenti emiratini e armi occidentali, con la silenziosa approvazione
di Washington.
Quella
guerra fornì alla RSF addestramento, finanziamenti e contatti globali,
trasformandola in un esercito regionale a pagamento.
Ieri hanno
combattuto la resistenza dello Yemen. Oggi stanno massacrando civili a
Khartoum, nel Darfur e altrove.
Villaggi
rasi al suolo. Donne violentate. Ospedali bruciati. Milioni di sfollati.
Intere generazioni perse.
Questi non
sono “scontri tribali”.
Questo è un
genocidio, progettato e finanziato dagli stessi poteri che un tempo sostenevano
di portare la “democrazia”.
Dal 2023,
Israele e gli Emirati Arabi Uniti hanno armato e finanziato la RSF,
assicurandosi il controllo sull'oro e sui porti del Sudan.
L'oro
fluisce dal Darfur a Dubai, dove viene raffinato e venduto in tutto il mondo.
Una volta
sciolto, le sue origini svaniscono, ma non il suo sangue.
Questa
ricchezza circola attraverso banche, appaltatori della difesa e catene di
fornitura tecnologica a Tel Aviv, Londra e New York.
Per Israele,
il crollo del Sudan è strategico: indebolisce gli alleati dell'Iran, apre i
mercati africani e protegge le rotte del Mar Rosso aggirando il blocco dello
Yemen.
Mentre lo
Yemen si sacrifica per bloccare le navi israeliane dirette a Gaza, gli Emirati
Arabi Uniti e i loro alleati mantengono in vita silenziosamente il commercio
con Israele.
È lo stesso
schema imperiale: destabilizzare. Demonizzare. Poi dividere.
Ogni volta,
il bersaglio è una nazione che sta dalla parte della Palestina, si allinea con
la Cina o l'Iran e si rifiuta di cedere.
Ma non
fatevi illusioni: questa non è solo una guerra contro la Resistenza. È una
guerra contro il futuro stesso.
Il crollo
del Sudan invia un messaggio a tutte le nazioni africane e asiatiche che osano
collaborare con Pechino o Mosca: abbandonate il dollaro e noi distruggeremo il
vostro paese.
La
sofferenza del Sudan non è un danno collaterale, ma il costo della resistenza.
Mentre la
carestia si diffonde e i bambini muoiono, l'oro continua a circolare, il
petrolio continua a scorrere e l'impero continua a ricavare profitti.
La chiamano
“stabilità”.
Ma ciò che
hanno costruito è la schiavitù, mascherata dal linguaggio della democrazia.
Ogni nazione
che oppone resistenza – Palestina, Yemen, Iran, Libano e ora Sudan – va
incontro allo stesso destino: sanzioni, guerre per procura, fame e propaganda.
Questa è
l'architettura dell'imperialismo statunitense.
L'esportazione
della cosiddetta democrazia occidentale contro il Sud del mondo.
Il Sudan non
è “un’altra tragedia africana”.
È una linea
del fronte nella lotta dell'umanità per la libertà, tra l'Asse di Assistenza e
l'Asse di Resistenza, tra un ordine occidentale morente e un mondo che lotta
per liberarsi.
Ed è per
questo che il Sudan è importante: è il luogo in cui convergono la guerra per
una Palestina libera, la guerra contro l'Africa e la guerra contro le ambizioni
multipolari della Cina.
Questo è il
volto del colonialismo moderno.
(Traduzione
de l'AntiDiplomatico)
*Mnar Adley è una giornalista e redattrice pluripremiata, fondatrice e direttrice di MintPress News. È anche presidente e direttrice dell'organizzazione mediatica no-profit Behind the Headlines. Adley è anche co-conduttrice del podcast MintCast ed è produttrice e conduttrice della serie video Behind The Headlines. Account social X @mnarmuh
