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venerdì 2 giugno 2023

Le parole del Pnrr e il diritto alla casa - Sarah Gainsforth*


 

L’attacco di interessi privati alle risorse pubbliche per il diritto alla casa e allo studio si manifesta nel linguaggio del Pnrr e dei suoi decreti attuativi, con la comparsa di nuove definizioni e di dati che non tornano.

 

La vicenda dei posti letto per studenti finanziati con 960 milioni di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), finora destinati soprattutto a studentati privati anziché agli enti per il diritto allo studio, consente di osservare all’opera, nei dettagli, l’espansione dell’ideologia neoliberale.
La lettura del Pnrr e dei suoi decreti attuativi è un esercizio che vale la pena fare perché consente di cogliere i meccanismi di penetrazione parassitaria di interessi privati che colonizzano la sfera pubblica per appropriarsi delle sue risorse.
Questi meccanismi si manifestano nel linguaggio: congiunzioni e avverbi che compaiono da un decreto attuativo all’altro in paragrafi altrimenti identici, nuove definizioni che entrano nel lessico istituzionale, sfumature, piccoli aggiustamenti; la scomparsa di parole che vincolano le risorse economiche a un obiettivo preciso e di pubblico interesse, come il diritto allo studio e all’abitare. Ancora: parole che creano incertezza e che aprono a nuovi principi e interessi. Così le norme dello stato diventano espressione di interessi privati. L’avanzata avviene nei dettagli, nella discrepanza di dati, nel loro occultamento, e produce effetti devastanti. La scelta della lingua, poi, è determinante: tutto quello che è poco chiaro, perché così deve restare, poco chiaro, lo si nomina in inglese. Questa è la sfera dove avviene la colonizzazione. «Abitare» diventa «housing», come se si trattasse di un’innovazione. Il diavolo sta nei dettagli.

 

Giochi di parole 

La premessa è questa: il Pnrr ha stanziato 960 milioni di euro per triplicare il numero di posti letto per studenti universitari, portandoli da 40mila a 100mila entro la metà del 2026. La prima fase della misura si è conclusa a febbraio con l’assegnazione a soggetti pubblici e privati di 287 milioni di euro per la «creazione» di oltre 9mila posti. Due terzi di queste risorse sono andate a gestori privati come Camplus e Campus X.
La seconda fase del Pnrr prevede l’assegnazione di 660 milioni di euro, confluiti in un fondo che si chiama Fondo «housing» universitario, per circa 52mila posti: si tratta di un contributo di 12mila euro a posto letto, o 350 euro a posto per tre anni, l’arco temporale per cui il Pnrr prevede la copertura dei costi di gestione dei posti. Questo contributo, erogato a gestori di studentati, agirebbe con un «effetto leva»: non coprirà infatti i costi di realizzazione di nuovi posti, ma sarà un incentivo al finanziamento dei posti da parte di privati che beneficiano anche di importanti agevolazioni fiscali e la possibilità di locare le stanze ad altri utenti, come turisti
Secondo il ministero anche gli enti pubblici potrebbero partecipare al bando per l’assegnazione delle risorse del Fondo housing universitario. Ma non lo faranno, perché gli enti pubblici non hanno la disponibilità economica per creare nuovi posti con un contributo che copre solo una parte delle spese. Così le risorse saranno destinate ai soggetti privati «anche in convenzione» con le università e gli enti per il diritto allo studio». La comparsa di «anche», congiunzione che esprime possibilità, prima di «in convenzione» significa che i privati potranno beneficiare delle risorse anche non in convenzione con gli enti pubblici: con quella congiunzione piazzata al posto giusto questo vincolo è caduto.
Infine, se il ministero parla di partenariato pubblico-privato, con il Fondo housing universitario la maggior parte delle risorse le metterebbe il privato; il pubblico si limiterà a erogare un contributo. Non si tratta, insomma, di un partenariato ma della destinazione di risorse pubbliche a soggetti privati a scopo di lucro, senza alcun vincolo sulla destinazione dei posti agli studenti nelle graduatorie per il diritto allo studio.

 

L’obiettivo non è il diritto allo studio 

Per comprendere l’assenza di un vincolo torniamo all’inizio. Il primo problema riguarda l’interpretazione delle parole del Pnrr. Quale obiettivo intende realizzare il Pnrr con queste risorse e come lo esprime? La Riforma 1.7 è effettivamente una misura per il diritto allo studio?

Nella prima versione del Pnrr approvata dal Consiglio dei ministri del governo Conte il 12 gennaio 2021 nel titolo della Riforma 1.7 compaiono le parole «diritto allo studio». Nella versione definitiva queste parole sono scomparse. Leggiamo il testo: l’obiettivo della riforma è «triplicare i posti per gli studenti fuorisede, portandoli da 40mila a oltre 100 mila entro il 2026». Da nessuna parte c’è scritto «diritto allo studio». La riforma non ha l’obiettivo di incentivare il diritto allo studio, perché questo obiettivo non è mai citato. Gli studenti definiti «capaci e meritevoli se pur privi di mezzi», quelli più poveri insomma, che hanno diritto a una borsa di studio e a un alloggio se sono fuorisede, non sono mai menzionati.
Così nei decreti di attuazione del Pnrr è scomparsa la quota del 20% di posti cofinanziati dal pubblico che i privati devono riservare agli studenti meno abbienti, che era invece presente nei bandi precedenti negli articoli sulla destinazione dei posti. Adesso questa percentuale di posti riservati agli studenti più poveri è stata sostituita con le diciture «prioritariamente» e «ove possibile».
Il Pnrr parla di «incentivare la realizzazione» e di «creazione» di «nuove strutture di edilizia residenziale universitaria». I target sono «almeno 7.500 posti letto aggiuntivi» il primo, e «creazione e assegnazione di almeno 60.000 posti letto aggiuntivi» il secondo. Nelle schede inviate alla Commissione europea si parla di posti sia «nuovi» che «aggiuntivi». Non ci sono dubbi: l’obiettivo è per posti nuovi. «Se l’italiano non inganna, creare significa produrre dal nulla», si legge nel report «Diritto al profitto, come sperperare i fondi del Pnrr» presentato a Roma il 18 maggio dall’Unione degli universitari.
Ma nei decreti attuativi le parole «creare» e «nuovi», riferito ai posti letto, sono scomparse, sostituite dalla definizione di posti letto «aggiuntivi». Così i primi 278 milioni di euro del Pnrr hanno finanziato posti già esistenti, perlopiù in studentati privati, per rispettare formalmente la scadenza del primo target (dicembre 2022, prorogata a febbraio 2023) e non perdere i fondi.
Il criterio applicato è stato questo: se al momento della presentazione dei progetti i posti letto fossero o meno già censiti nella banca dati del ministero.
Questo è detto esplicitamente in un decreto di luglio: «nel caso di ristrutturazione di immobili già nella disponibilità dei soggetti proponenti deve essere specificato nella manifestazione di interesse che i posti letto non sono stati computati nella baseline Ustat adottata in sede di definizione dei target del Piano nazionale di ripresa e resilienza».
Erano dunque ammessi a cofinanziamento posti già esistenti.
Il ministero ha equiparato tutti i posti negli studentati privati non censiti nella propria banca dati come «nuovi». E quindi li ha finanziati. Alcuni di questi posti sono gestiti dagli stessi operatori, negli stessi edifici, a volte da oltre dieci anni.
La differenza è che adesso rientrano nel perimetro dell’offerta «istituzionale» (definizione mia): restano privati, ma ricevono contributi pubblici che sono serviti all’acquisto e alla locazione di immobili, da parte dei gestori privati.
I fondi pubblici sono finiti a banche, società edili, fondi immobiliari (come a Milano, Ferrara e Torino) per l’acquisto e l’affitto degli edifici da parte di gestori come Camplus e Campus X che poi locano le stanze agli studentati.
Si tratta di immobili che restano di proprietà dei soggetti gestori degli studentati e hanno un vincolo d’uso che dura nove anni.

 

L’offerta di posti prima del Pnrr

Questi posti letto, si legge nei decreti, sarebbero «aggiuntivi».
Aggiuntivi a cosa?
Qual è la «baseline Ustat adottata in sede di definizione dei target del Piano nazionale di ripresa e resilienza»?

L’obiettivo definito nel Pnrr è «triplicare i posti per gli studenti fuorisede, portandoli da 40mila a oltre 100 mila entro il 2026». Il dato di partenza sono quindi 40mila posti: sembrerebbero quelli degli enti per il diritto allo studio. I posti degli enti regionali per il diritto allo studio (Dsu) nell’anno accademico 2019-2020 (anno accademico di riferimento per il Pnrr) erano infatti 42.732 (erano 41.500 l’anno successivo), si legge nel focus annuale 2019-2020 sul diritto allo studio.

Di fatto l’offerta è composta anche da posti resi disponibili in maniera autonoma da alcuni atenei, «seppur in misura minore». Poi ci sono i posti nei Collegi universitari di merito, statali e accreditati: «centri per gli studenti universitari che alla funzione abitativa associano un progetto di formazione umana, accademica e professionale».
Tre collegi di merito sono pubblici, mentre gli altri sono privati. I posti nei collegi di merito sono censiti nella banca dati Ustat divisi per ogni città: nel 2019-2020 erano 4.475 (5.056 l’anno successivo).
Di questi, non si sa quanti siano stati destinati a studenti nelle graduatorie per il diritto allo studio (questo dato è pubblicato solo per gli enti pubblici, le Dsu). In ogni caso, i posti nei collegi universitari sono riservati ai soli ospiti dei collegi. Ricapitolando, l’offerta di posti letto è costituita da alloggi gestiti da tre soggetti: gli enti per il diritto allo studio (gli unici che sarebbero considerati dal Pnrr), gli atenei, e i collegi di merito.

I collegi di merito sono definiti come «legalmente riconosciuti» e se posseggono determinati requisiti possono essere accreditati e quindi accedere al contributo statale (circa 11 milioni di euro l’anno).
La Conferenza dei Collegi universitari di merito (Ccum) è stata fondata nel 1997 da Maurizio Carvelli, l’amministratore delegato della Fondazione Ceur, dietro il marchio Camplus. Oggi gli enti gestori dei collegi di merito privati accreditati sono 17. Gli enti che hanno più collegi accreditati sono la Fondazione Ceur (proprietaria del marchio Camplus) con dieci collegi, e la Fondazione Rui con 13. Le fondazioni stipulano convenzioni con le università per l’erogazione di borse di studio per studenti meritevoli.
La Fondazione Rui, per esempio, ha una convenzione con l’università La Sapienza per dieci borse di studio annuali che prevedono un’agevolazione di mille euro della retta per un posto letto. La retta per un posto presso un collegio della Fondazione Rui a Roma costa fino a 15mila euro l’anno; comprende una varietà di servizi e un progetto formativo personalizzato.

L’invenzione dell’offerta «strutturata» e i collegi di «ispirazione cristiana» 

La seconda fase del Pnrr, quella legata al Fondo housing universitario, prevede «la ricognizione dei fabbisogni territoriali dei posti letto, funzionali alla assegnazione delle risorse, in base all’offerta oggi disponibile».
Che non coincide, però, con la «baseline» individuato dal Pnrr (40mila posti).
Nel decreto che istituisce il Fondo housing universitario, infatti, compare per la prima volta una nuova definizione dell’offerta esistente: si chiama offerta «strutturata» e, si legge nel decreto, è composta di strutture pubbliche e/o convenzionate.
I posti di questa offerta «strutturata» (riportati nell’allegato A al decreto) sono molti di più dei 40mila usati come «baseline» del Pnrr: sono 54.810 posti (secondo il mio calcolo, perchè nell’allegato al decreto manca la somma totale dei posti elencati per città).
Si tratta di 12mila posti in più rispetto a quelli degli enti per il diritto allo studio disponibili nel 2020; 15mila in più rispetto alla «baseline» del Pnrr (40mila posti).
È una differenza sostanziale.
Perché l’offerta di posti esistenti è aumentata così tanto?
E come è stata calcolata?
In nota nell’allegato che quantifica la nuova offerta «strutturata» si legge che i dati sono relativi all’anno accademico 2019-2020 perché «la baseline adottata ai fini del Pnrr» è stata calcolata con dati di giugno 2020. Ma questa baseline, di oltre 54mila posti, non ha nulla a che fare con quella del Pnrr (40mila posti). Perché è cambiata? E se proprio si poteva cambiare, perché non usare dati aggiornati (il decreto è del 27 dicembre 2022), includendo anche i posti finanziati con il primo bando del Pnrr, i 4.478 posti ammessi a finanziamento a novembre?

L’offerta «strutturata», si legge nel decreto, include i posti degli enti per il diritto allo studio, ma anche i posti degli atenei e dei collegi di merito. Per tutti questi posti «si fa riferimento agli open data del Mur (base dati Ustat)». Ma accanto a questi tre soggetti, che tradizionalmente compongono l’offerta di posti, nel decreto è comparso un quarto soggetto i cui posti sarebbero adesso parte dell’«offerta strutturata»: le strutture dell’Associazione Collegi e Residenze Universitarie (Acru). Ma il ministero non pubblica e non ha mai pubblicato i dati su questi posti: qual è allora la fonte di questi dati? Quanti e dove sono questi posti, a chi sono destinati, a quali condizioni, da chi sono gestiti? Nel decreto questo non è specificato.
L’Acru, si legge sul sito dell’Associazione, «riunisce i Collegi e le Residenze universitarie che si riconoscono nella Charta dei Collegi Universitari di ispirazione cristiana». Ancora: «l’Associazione opera in costante collegamento con l’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università (Unesu) della Conferenza Episcopale Italiana (Cei)». L’Unesu «ha lo scopo di approfondire l’insegnamento cristiano attinente l’educazione e la scuola» e «assicura particolare attenzione alla Scuola Cattolica di ogni ordine e grado e alla Formazione Professionale» si legge sul suo sito web.
I posti dell’Acru, scopriamo nel decreto che istituisce il Fondo per l’Housing universitario, sono ora «convenzionati» con il pubblico. Eppure – ripetiamolo – questi posti non sono mai stati censiti nella banca dati Ustat del Mur. Meglio: non lo sono ancora. Perché il fatto che non siano ancora censiti, come sappiamo, significa che sono buoni candidati a essere considerati dal ministero come «nuovi», e dunque finanziabili con fondi del Pnrr.

I conti, peraltro, non tornano neanche confrontando la nuova offerta «strutturata» con i dati del ministero sugli altri tre soggetti gestori tradizionali (quindi posti Acru a parte) che sarebbero stati usati come base di calcolo secondo la nota. Secondo l’allegato A che quantifica l’offerta «strutturata» nel 2019-2020 a Chieti c’erano zero posti letto; eppure i dati Ustat-Mur per quell’anno registrano 65 posti alloggio, gestiti dall’ente per il diritto allo studio, di cui 27 assegnati a borsisti. Infatti la residenza pubblica Benedetto Croce di Chieti ha 65 posti, creati con un finanziamento pubblico di 1.415.000,00 euro nel 2012, a valere sul terzo bando di attuazione della legge 338. Di più, nel corso del 2020 era programmato l’avvio della ristrutturazione in un’altra residenza universitaria di 149 posti. Erano dunque 214 i posti letto pubblici a Chieti, di cui 65 in funzione, a cui si sommano 79 posti convenzionati presso la residenza di Campus X. C’è anche da dire anche che Campus X ha beneficiato di oltre 3 milioni di euro di fondi del Pnrr per la locazione di una residenza di 450. Ma l’offerta «strutturata» sarebbe zero. L’Aquila, di contro, avrebbe un’offerta «strutturata» di 295 posti;  ma secondo i dati del ministero nel 2020 i posti erano 326 (nel 2022 ne aveva zero). In altre città come Roma e Milano la discrepanza dei dati è macroscopica: se Roma nel 2020 contava 2.550 posti pubblici e 594 posti nei collegi di merito censiti dal ministero, l’offerta «strutturata» sarebbe il doppio: 4.787 posti. Milano avrebbe addirittura 8.344 posti.
Con il trucco di far aumentare l’offerta di 15mila posti che il ministero considera disponibili (includendo quelli nei collegi «cristiani»)  il «gap» rispetto al target da raggiungere (ovvero la copertura del 20% del fabbisogno di posti degli studenti fuorisede) diminuisce: si devono realizzare meno posti «nuovi» entro il 2026, e a parità di importo totale disponibile (660 milioni di euro) il contributo pubblico per ogni posto «nuovo» aumenta.

 

Camplus ne sa una più del ministero 

La nuova definizione di offerta «strutturata» è comparsa pochi mesi dopo la pubblicazione del decreto in un report di Scenari Immobiliari e Camplus, presentato a Roma il 13 aprile. Di più: il report quantifica questa offerta: sarebbero 9.120 i posti nelle Acru, e poi 4.660 quelli dei collegi di merito e 40.000 (cifra tonda) quelli degli enti per il diritto allo studio. Iil report non considera però quelli degli atenei.
Il totale dei posti nel rapporto Camplus è molto simile al totale nell’Allegato A.
Forse anche nell’offerta «strutturata» ufficiale, quella citata nel decreto che stanzia le risorse per il Fondo housing universitario e che non sappiamo in base a quali dati sia stata calcolata, i posti negli atenei sono scomparsi dall’offerta pubblica?

Il fatto che la definizione di offerta «strutturata» compaia sia nell’allegato al decreto ministeriale, a dicembre 2022, che nel rapporto curato da Camplus, presentato ad aprile 2023, fa riflettere, perché in nessuno dei focus annuali sul diritto allo studio pubblicati dal ministero ed elaborati con dati della sua stessa banca dati Ustat, compare la definizione di offerta «strutturata»: i posti dei collegi Acru non sono inclusi né menzionati. Come sono finiti nel decreto che stanzia 660 milioni di euro per il Fondo housing universitario? E perchè, se questi posti fanno parte dell’offerta «pubblica e/o convenzionata» non ci sono dati pubblici? Perchè questi dati si trovano solo nell’elaborazione «su fonti varie» di Scenari Immobiliari e Camplus, due soggetti privati?

Che ci sia stato un rapporto tra il mondo Camplus, il principale operatore privato nel settore dell’ospitalità studentesca, e il ministero dell’università non è una novità.
Da alcuni decreti pubblicati sappiamo che il presidente della Fondazione Ceur, Patrizio Trifoni, ha fatto parte su nomina dello stesso ministero della Commissione paritetica alloggi e residenze: si tratta della commissione ministeriale che ha il compito di verificare le proposte di cofinanziamento, la scelta degli interventi ammissibili, la formulazione delle graduatorie e il loro monitoraggio.

La commissione, istituita in applicazione della legge 338 del 2000, è stata rinnovata nel corso degli anni. Trifoni ha dunque fatto parte della commissione ministeriale che ha valutato e approvato finanziamenti per almeno 84 milioni di euro al marchio Camplus della Fondazione Ceur da lui presieduta. Alla galassia Camplus sono andati anche altri 108 milioni di euro del Pnrr.

La necessità di aprire i servizi pubblici al mercato viene sempre giustificata con l’argomento secondo cui «il pubblico non ce la fa». Ma se il pubblico oggi funziona poco e male è anche perché le sue istituzioni sono state parassitate da rappresentanti di interessi privati che stanno possibilmente cambiando i dati e drenando le risorse necessarie a garantire diritti, come il diritto allo studio, al di fuori della sfera di un mercato privato, che campa sulle nostre spalle.


* Tratto da Jacobin Italia.
Sarah Gainsforth, giornalista freelance, scrive di trasformazioni urbane e abitare. È autrice di 
Airbnb città merce (DeriveApprodi 2019), Oltre il turismo, Esiste un turismo sostenibile? (Eris Edizioni 2020) e Abitare stanca. La casa: un racconto politico (Effequ, 2022).

da qui


mercoledì 31 agosto 2022

I costi sociali del Jova Beach Party - Sarah Gainsforth

La seconda edizione del Jova Beach Party, il tour estivo che Jovanotti sta portando in dodici località italiane, di cui nove sono spiagge, è al centro di numerose critiche per il suo impatto ambientale. I concerti distruggono i delicati ecosistemi costieri con lo spianamento delle dune, l’abbattimento di piante, il calpestio di migliaia di persone, fanno notare molte associazioni ambientaliste tra cui Legambiente, la Lipu e l’Ente nazionale protezione animali, che hanno lanciato una petizione per vietare i grandi eventi su spiagge e siti naturali.

A Marina di Ravenna i concerti sono stati organizzati nei pressi di una riserva naturale. A Vasto e a Roccella Jonica le aree scelte per l’evento sono destinate a tutela ambientale e rinaturalizzazione per la presenza di vegetazione dunale. La spiaggia di Casabianca che ha ospitato la tappa di Fermo – e che è stata spianata di nuovo dopo che era già stato fatto tre anni fa per ospitare la prima edizione del tour – è un’area di tutela del fratino, un piccolo uccello a rischio estinzione.

Ma c’è un aspetto di questa vicenda che finora è rimasto in secondo piano: se è normale che i soggetti privati promotori di eventi a scopo di lucro mirino al massimo profitto con il minimo dispendio, c’è da chiedersi chi lo rende possibile, perché e a quali condizioni.

I concerti di Jovanotti si svolgono su suolo pubblico. Le spiagge scelte dagli organizzatori sono parte del demanio marittimo statale su cui hanno competenza i comuni, che possono rilasciare concessioni come quelle balneari. Quelle concesse per il Jova Beach Party sono temporanee, e costano pochissimo: per la prima tappa del tour a Lignano Sabbiadoro la Fvg Live srl, che l’ha organizzata, ha pagato al comune 3.260 euro. A Barletta la Trident ha pagato 2.698 euro. Sono cifre molto inferiori a quelle richieste per l’affitto degli stadi che normalmente ospitano i grandi eventi. Affittare lo stadio Diego Armando Maradona di Napoli per un concerto nel 2019 (all’epoca si chiamava stadio San Paolo) costava il 10 per cento dell’incasso, “con un minimo garantito di 50mila euro”.

I costi per la pulizia delle spiagge sono a carico dell’organizzazione del Jova Beach Party, ma sono una cifra molto piccola rispetto alle spese necessarie per allestire le aree, che invece sono tutte a carico delle amministrazioni comunali e regionali. Per lo sbancamento delle dune e la copertura di fossi, e poi per il loro ripristino, il comune di Fermo ha stanziato 5mila euro, e poi 1.500 euro per barriere in cemento, 4mila euro per lavori in aree parcheggio, 2.690 euro per lo smontaggio e il rimontaggio di un’area giochi. Inoltre il sindaco ha dichiarato di aver stanziato 20mila euro per coprire gli straordinari del personale.

Il comune di Roccella Jonica ha stanziato 25mila euro. Per coprire un corso d’acqua sulla spiaggia di Vasto, una delle tappe del concerto, la regione Abruzzo ha speso 80mila euro, a cui si aggiungono altri 40mila euro per i trasporti. La cifra più alta, però, l’ha stanziata il comune di Viareggio: 250mila euro più iva per “costi tecnico-organizzativi connessi alla realizzazione dell’evento”, si legge nella determinazione dirigenziale numero 1476 del 10 agosto, assegnati direttamente, senza bando, a un’azienda di organizzazione eventi, la Prg srl.

L’organizzazione dei concerti di Jovanotti richiede un lavoro straordinario da parte delle amministrazioni comunali, dei loro uffici e di appositi tavoli tecnici, e poi la mobilitazione di prefetture, polizia locale e protezione civile, associazioni di volontariato, la croce verde, spesso con l’impiego di personale prestato da altri comuni.

A Chieti l’azienda sanitaria locale ha chiesto il rafforzamento del personale ospedaliero e la disponibilità delle sale operatorie, allestendo perfino un treno-infermeria, “un convoglio che, all’occorrenza, collegherà Vasto con Pescara, con tappa a Ortona, in 25 minuti, con priorità rispetto a tutti gli altri treni in transito”.

Ma molti dei costi non sono tracciati ed è difficile conoscerli. Nel 2019 Augusto De Sanctis, della Stazione ornitologica abruzzese, ha chiesto un accesso agli atti per conoscere le spese sostenute dal comune di Roccella Jonica per la tappa del Jova Beach Party. Con questa procedura le pubbliche amministrazioni sono obbligate a fornire i documenti entro trenta giorni di tempo, ma i documenti sono arrivati dopo cinque mesi. Tra le carte, c’era una lettera con cui la Trident chiedeva al comune lo sbancamento delle dune, cosa puntualmente avvenuta.

Sono saltate le regole

Il problema però non sono solo le spese: stando alle denunce delle associazioni ambientaliste, sono saltate le norme ambientali. La tappa a Marina di Ravenna si è svolta nei pressi di una riserva naturale, la pineta di Ravenna, e di un sito classificato come di interesse comunitario (Sic) e di protezione speciale (Zps) dall’Unione europea. Ogni intervento all’interno o nelle vicinanze di siti Sic e Zps dev’essere sottoposto a un procedimento di valutazione di incidenza ambientale: i proponenti devono presentare e pubblicare la valutazione 30 giorni prima dell’intervento perché associazioni e cittadini possano verificarla ed eventualmente presentare osservazioni. Le associazioni ambientaliste hanno denunciato la mancata pubblicazione di questi studi nei tempi stabiliti per legge sia a Ravenna sia a Castel Volturno.

La sezione di Ravenna dell’associazione Italia Nostra ha definito “sconcertante” alcuni passaggi del primo nullaosta rilasciato dai carabinieri forestali biodiversità. Tra le prescrizioni della forestale ci sono infatti obblighi quali “limitare al minimo il taglio o il danneggiamento della vegetazione”, “provvedere quanto prima al ripristino morfologico e vegetativo”, “gli effetti piroscenici non potranno essere utilizzati con vento proveniente da nord est”.

Gli effetti piroscenici, notava Italia Nostra, “saranno realizzati con fiamme libere posizionate sul palco, secondo un progetto non reso pubblico da nessuna parte”. Anche a seguito delle proteste, il primo nullaosta è stato rettificato con un secondo documento che ha vietato l’uso dei fuochi

Sulla spiaggia di Casabianca a Fermo era vietato persino “il normale calpestio” per ordinanza dello stesso sindaco, secondo il Comitato Tag Costa Mare, un coordinamento di associazioni ambientaliste della costa marchigiana. A Casabianca il comitato ha diffidato il comune per ben due volte, la seconda pochi giorni fa, denunciando la distruzione della vegetazione, tra cui piante molto rare, dopo un’opera di restauro ambientale che era stata mirata a ricreare l’ecosistema spianato nel 2019.

A Fosso Marino, a Vasto, l’area scelta per il concerto è vicina a un sito di interesse comunitario e riserva naturale regionale. Qui la regione aveva chiesto di spostare il palco per modificare la direzione dell’impatto acustico, ma questo non è avvenuto. L’area chiesta dalla squadra di Jovanotti per il concerto a Vasto era già concessa ad alcuni stabilimenti privati così il comune li ha compensati concedendogli porzioni di spiaggia libera.

A inizio agosto diverse associazioni ambientaliste tra cui Lipu, Italia Nostra, l’Arci, la Stazione ornitologica abruzzese e il Forum italiano del movimenti per l’acqua, hanno presentato una diffida per quelle che sembrano violazioni compiute a Fosso Marino: l’intubamento di un corso d’acqua e la totale distruzione della vegetazione della spiaggia, il tutto usando i fondi pubblici concessi dalla regione. La prima copertura del corso d’acqua non ha retto a un acquazzone estivo, così è stato coperto per la seconda volta per renderlo calpestabile. Un intervento di “assoluta irragionevolezza” oltre che in palese violazione “delle norme comunitarie, nazionali e regionali in materia urbanistica, di tutela ambientale nonché di quelle relative alla pubblica incolumità”, scrivono le associazioni.

A Viareggio saranno distrutti habitat protetti a livello comunitario. A rilevarlo è uno studio di Giovanni Bacaro, professore di ecologia vegetale all’Università di Trieste. Le delibere attestano come siano gli organizzatori del tour a chiedere ospitalità ai comuni e a indicare i lavori da fare.

Un pass per residenti

Le tappe del Jova Beach Party si stanno svolgendo in piccole località marine prevalentemente turistiche e residenziali. La straordinarietà dell’evento sembra giustificare non solo i danni ambientali documentati ma anche molti disagi per chiunque non abbia comprato un biglietto per il concerto.

Ogni tappa del tour è preceduta da ordinanze che hanno un impatto sulla vita di residenti e turisti. Il comune di Roccella Jonica è diventato “zona rossa” ben prima della data del concerto. A Vasto marina i residenti possono circolare solo con un pass rilasciato dal comune.

Il quadro che emerge è quello di un apparato pubblico succube delle richieste di un privato a cui è consentito organizzare eventi a scopo di lucro in aree naturali protette, violare norme, usare fondi pubblici e lavoro straordinario di amministrazioni spesso in affanno per ricavarne un guadagno privato. Perché le amministrazioni pubbliche stanno favorendo un singolo, forte, interesse privato? Che cosa ottengono in cambio?

Secondo la Trident la prima edizione del Jova Beach Party ha avuto oltre 600mila spettatori. A un costo di 56 euro a biglietto (ma l’organizzazione offre diverse fasce di prezzo che arrivano fino a 300 euro) gli incassi nel 2019 per lo show di Jovanotti sono stati intono ai 33 milioni di euro.

Misurare l’impatto economico dei grandi eventi e del turismo non è semplice

“Lavorando negli stadi si guadagna molto di più”, dice all’Essenziale Maurizio Salvadori, manager di Trident, secondo cui organizzare i concerti sulle spiagge non conviene economicamente. “Fare i concerti sulle spiagge è una scommessa, una sfida che Lorenzo ha lanciato per fare qualcosa di diverso per il suo pubblico. Abbiamo voglia di usare le spiagge perché i concerti vengono meglio”.

Secondo Salvadori i costi di produzione per il Jova Beach Party sono astronomici: “Non sono certo compensati da un risparmio dell’8 per cento dell’incasso, che è l’affitto che chiedono gli stadi, al netto dei diritti della Siae: parliamo di una cifra tra gli 80 e i 200mila euro a data”. Organizzare un concerto sulla spiaggia comporta un’organizzazione logistica molto più complessa. “Solo di facchinaggio spendiamo 150mila euro a evento, il doppio di quanto spenderemmo in uno stadio”, spiega Salvadori. “L’idea che risparmiamo usando le spiagge è totalmente sbagliata”. La scelta delle spiagge sarebbe quindi dettata da criteri logistici.

“Paghiamo tutto noi, non prendiamo sovvenzioni, chiediamo solo che l’area sia pronta ad accoglierci”, continua Salvadori. “Le piattaforme televisive chiedono delle cifre astronomiche quando fanno promozione del territorio. Quando la Rai fa una trasmissione di capodanno, il comune prescelto paga delle cifre importanti perché si ritiene che questa sia pubblicità per la località che accoglie la manifestazione”, spiega il manager. “Per ogni tappa, mi risulta che il Giro d’Italia chieda ai comuni tra 300 e i 500mila euro. Noi non chiediamo niente”.

Trident e le organizzazioni locali che la supportano hanno beneficiato di sovvenzioni in soli due casi: a Lignano Sabbiadoro, dove eventi, prove e produzioni sono parzialmente compensati dagli interventi della regione per la promozione del territorio, e a Viareggio, perché la spiaggia non era in sicurezza.

“C’è un salto di tre metri, bisogna costruire trecento metri di layer per creare una passerella come via di fuga oltre ai costi legati alla sicurezza dell’area”, dice Salvadori. Questo sarebbe il motivo per l’affidamento diretto di 250mila euro del comune alla Prg srl. “Sono andato a parlare con il sindaco di Viareggio”, spiega Salvadori, “e gli ho detto ‘non voglio niente’. Ma se devo spendere 250mila euro in più rispetto a quanto spenderei in un’altra sede, non ci vengo. E avevo già una sede alternativa”.

Secondo Salvadori la ricaduta economica per il territorio di Viareggio, generata dalla presenza di 80mila persone, sarebbe stata di circa 10 milioni di euro. “La ricaduta è un fatto notorio. A Lignano Sabbiadoro gli alberghi erano occupati al 98 per cento nel raggio di 60 chilometri. Se a fronte di questo il sindaco destina fondi a lavori, che dovranno esser rendicontati al termine dell’operazione, se così facendo il sindaco ha sbagliato… io gli farei un monumento”.

Insomma, secondo la Trident le spese per la preparazione delle aree sono il minimo per i comuni in cambio di visibilità e spesa turistica. “Noi non chiediamo sovvenzioni per scelta, ma se andassi con il cappello in mano a chiedere 100, 200mila euro a fondo perduto, solo per esserci, sono convinto che li porterei a casa”, dice ancora Salvadori.

Secondo il manager “in alcuni casi il Jova Beach Party ha messo in moto un meccanismo virtuoso: sono stati sbloccati tre milioni di euro per la pineta a Castel Volturno, è stata pulita la spiaggia, sono stati messi in funzione i depuratori. Noi mettiamo in piedi un meccanismo locale di accelerazione di cose bloccate da tempo”.

Visibilità e crescita economica

Gli eventi garantirebbero visibilità, un ritorno d’immagine e introiti per i piccoli comuni. In un post su Facebook il sindaco di Fermo ha scritto: “Lido e Casabianca possono riuscire ad avere un panorama nazionale e lo meritano (…). Abbiamo la voglia di promuovere, far conoscere questo territorio. Farlo emergere.”. Ma in che modo la visibilità si traduce in crescita economica?

A proposito di Viareggio, Salvadori parla dello studio di un’università sull’impatto economico, ma sarebbe di qualche anno fa. Negli atti amministrativi che giustificano le spese non sono citati dati, calcoli economici o studi. In un atto di giunta del comune di Fermo, il numero 164 del 17 maggio 2022, si parla genericamente di “un evidente beneficio per il territorio, in termini di visibilità e indotto”.

Perché altri soggetti, come le realtà del terzo settore, devono partecipare a bandi con progetti e valutazioni di impatto sociale per accedere a finanziamenti pubblici, mentre per il Jova Beach Party basta la prospettiva di possibili benefici per l’economia turistica? E chi, esattamente, ne beneficia? “Commercianti, ristoratori, e tutti gli operatori del settore turistico”, si legge nell’atto.

Secondo la Banca d’Italia, quasi un terzo del valore aggiunto generato dal turismo in Italia è riconducibile all’uso di case di proprietà per motivi turistici. Le altre attività economiche interessate sono quelle del comparto alberghiero, della ristorazione, dei trasporti e del commercio al dettaglio. Possiamo quindi immaginare che a Fermo la spesa turistica sia stata assorbita dai proprietari di case in affitto, dai pochi alberghi nella zona e dalla decina di bar, pizzerie e ristoranti presenti in un’area prevalentemente residenziale.

A Vasto e a Marina di Ravenna, però, alcuni gestori di stabilimenti hanno lamentato un calo dell’attività dovuto all’invasione del lungomare dei tir dell’organizzazione, l’obbligo di smontare gli ombrelloni, e la chiusura delle strade. In ogni caso, considerando che per i concerti di Jovanotti sono stati spesi soldi pubblici, gli effetti economici diretti sono di fatto una forma di redistribuzione iniqua perché a beneficiarne è solo un ristretto gruppo di persone – i proprietari di case, alberghi e attività commerciali.

Bisognerebbe allora conoscere l’impatto a lungo termine di un evento di due giorni, organizzato nel picco della stagione turistica e quindi in località già piene di turisti, per sapere se anche la collettività ne beneficerà con, per esempio, la creazione di nuovi posti di lavoro. Ma misurare l’impatto economico dei grandi eventi e del turismo non è semplice. Anche perché, spiega la Banca d’Italia, esistono pochi studi basati su analisi a livello sub-nazionale, il più idoneo per studiare la relazione tra turismo e crescita.

Tra gli studi esistenti, uno pubblicato nel 2019 dalla Banca d’Italia ha stimato l’impatto della spesa turistica straniera in alcune province italiane tra il 1997 e il 2014. La ricerca rileva che l’effetto di questa spesa è modesto in termini economici. “L’impatto è maggiore per le province meno sviluppate e nullo per quelle che presentavano le entrate turistiche per abitante più elevate all’inizio del periodo, suggerendo che possono verificarsi fenomeni di congestione”, si legge nelle conclusioni.

Insomma nelle località già turistiche, l’aumento del turismo non produce crescita economica per via dell’aumento dei costi. Di più, può addirittura “contrastare la crescita del prodotto interno lordo pro capite, perché incoraggia attività e occupazione con una bassa produttività”, si legge ancora nello studio.

L’effetto di ricomposizione del mercato del lavoro verso settori a basso valore aggiunto, ovvero lavoro povero, è confermato da un altro studio sugli effetti del giubileo del 2000 a Roma (entrambi gli studi sono riassunti nel quaderno del 2019 Turismo in Italia: numeri e potenziale di sviluppo).

Non c’è quindi solo una crescita di posti di lavoro nei settori turistici, ma una diminuzione di posti in altri comparti a più alto valore aggiunto. Questa dinamica è avvenuta a livello nazionale a partire dagli anni ottanta con la diminuzione di posti di lavoro nel settore manifatturiero e l’aumento di posti in settori quali alberghi e pubblici esercizi. Ma è un processo desiderabile? Secondo lo studio sugli impatti del giubileo del 2000 gli effetti dei grandi eventi in termini di “ricadute complessive sullo sviluppo del territorio” sono “generalmente transitorie”.

Una ricerca sull’impatto di 43 giochi olimpici che si sono svolti tra il 1964 e il 2018 ha trovato che solo in sei casi i ricavi hanno superato di poco i costi. La perdita economica per il resto è stata mediamente del 38 per centro. Quando si parla di grandi eventi bisogna dunque considerare anche i costi connessi e la qualità del lavoro creato: nei settori legati al turismo i salari sono bassi e il lavoro sommerso è molto diffuso. Il fatto che proprio nel cantiere per la tappa di Fermo del Jova Beach Party l’ispettorato del lavoro abbia trovato diciassette lavoratori su cinquantacinque senza contratto non è un buon segnale.

Turismo insostenibile

Altri effetti negativi della crescita del turismo sono l’aumento del costo della vita per i residenti e la scomparsa dell’offerta di case in affitto ordinario. Secondo lo studio della Banca d’Italia sulla spesa turistica, “se l’offerta di alloggi non è elastica, l’afflusso di turisti potrebbe far aumentare gli affitti, il che a sua volta riduce l’offerta di lavoro (poiché per i lavoratori è più costoso vivere nell’area)”.

È questa la dinamica oggi in atto in molte città dove non si trovano lavoratori essenziali perché i salari sono bassi e gli affitti sono alti. Le case in affitto su Immobiliare.it a Fermo sono quattordici, molte solo per la stagione estiva; a Porto San Giorgio, accanto a Fermo, sono dodici, molte per i mesi estivi. Dove dovrebbero abitare i lavoratori dei settori turistici se il turismo crescesse ancora? Milano, la città che in Italia ha più puntato sull’organizzazione di grandi eventi per attirare capitali e turisti, è diventata troppo cara anche per chi ha uno stipendio medio. Le località turistiche alla lunga diventano inabitabili.

Il modello Jova Beach Party porta non solo benefici ma anche i problemi delle grandi città, che le piccole vogliono emulare. Soprattutto, però, promuove l’idea che la produzione di cultura debba essere sostenuta non in quanto tale ma come strumento di marketing turistico. C’è da chiedersi, allora, se la possibile normalizzazione della logica turistica della visibilità, dell’eccezione e della straordinarietà, che servirebbe addirittura a mettere in moto l’amministrazione ordinaria, non ponga seri problemi di democrazia.

L’approccio ecologista – opposto a quello turistico che isola, seleziona e separa – invita a leggere le connessioni e l’interdipendenza di processi che distruggono l’ambiente e plasmano i territori, gli effetti a lungo termine di scelte ed eventi. Invita a guardare quello che resta in ombra, a fare domande, a cercare risposte collettive e strutturali per la crisi climatica, a chiedersi se è poi così vero che la crescita del turismo generi ricchezza o se invece non sia nient’altro che un’ideologia, ormai insostenibile.

da qui

sabato 23 luglio 2022

La casa: un racconto politico - Sarah Gainsforth e Andrea Staid

Una conversazione con Sarah Gainsforth, autrice di Abitare stanca.

Andrea Staid è docente di Antropologia culturale e visuale presso la Naba, ricercatore presso Universidad de Granada, dirige per Meltemi la collana Biblioteca /Antropologia. Ha scritto: I dannati della metropoli, Gli arditi del popolo, Abitare illegale, Le nostre braccia, Senza Confini, Contro la gerarchia e il dominio. I suoi libri sono tradotti in Grecia, Germania, Spagna e adottati in varie facoltà universitarie.

Abitare è senza dubbio una delle principali attività di noi esseri umani. In realtà lo è anche per gli animali non umani, ma da loro ci separa una fatto importante; noi homo sapiens siamo l’unica specie vivente che ha pensato la casa come una merce, ovvero il frutto di un privilegio e non un qualcosa di universalmente garantito a tutte e tutti. 

Quando ho studiato il senso della dimora per le popolazioni indigene che non hanno sviluppato come in Occidente il pensiero della casa come merce è sempre stato difficile sul campo di ricerca raccontare che da “noi” in Europa ci sono donne e uomini ai quali viene negata la casa: è veramente un fatto inconcepibile per chi a differenza nostra non riesce a immaginare la casa come qualcosa che ha un valore monetario di mercato. Da poco è uscito un libro lucido e appassionante che ha un titolo esplicativo: Abitare stanca. La casa: un racconto politico di Sarah Gainsforth. L’autrice racconta la tragedia della casa in Occidente, dove essa diventa luogo di chiusura che rappresenta sempre di più un motivo di profondo malessere psicologico, di indebitamento e di esclusione. Un libro particolare sotto molti punti di vista, inclusa la sua forma, per questo ho deciso di conversare con Sarah sui temi della sua ultima pubblicazione.

Sicuramente concordiamo pienamente su una cosa: la casa merce non è un dato naturale ma una costruzione culturale e sociale ben specifica. Per te cosa rappresenta o dovrebbe rappresentare la casa?

La casa dovrebbe essere un punto di partenza, la terra sotto i piedi, la base per fare altro, non un punto di arrivo, un obiettivo, uno status symbol o un fine. Questo non sminuisce la sua importanza: proprio perché la casa è un requisito fondamentale per stare felicemente e pienamente nel mondo è assurdo e profondamente ingiusto che qualcuno ce l’abbia e qualcun altro no.
È in questa situazione che la casa alimenta le disuguaglianze: chi ce l’ha, magari perché l’ha ereditata, chi ne ha più di una e vi guadagna un affitto, parte avvantaggiato e può fare altro, accumulare. Chi non ce l’ha spende la maggior parte delle proprie risorse ed energie solo per sopravvivere. Ovviamente tra questi estremi c’è una realtà variegata e mista, di persone che lavorano o meno, che pagano un affitto o un mutuo – a questo proposito, bisognerebbe leggere all’interno dei blocchi tutte le differenze, rompere per la narrazione monolitica sulla proprietà, e forse la maggior parte dei proprietari capirebbe che no, una riforma del fisco o del catasto non toccherebbe loro ma solo i ricchi.
Ma sto andando fuori tema. La casa non dovrebbe assorbire più di una certa percentuale di energia fisica, mentale ed economica – non oltre il 30% del proprio reddito. Per me la casa era sempre stata un obiettivo perché sono partita senza avere la terra sotto i piedi. Tutte le mie energie erano assorbite da questo, dall’avere una casa. Ne ho abitate tante, in affitto. Le arredavo, le rendevo comode, belle. Ma ero troppo impegnata a non precipitare. Ho passato anni con una sensazione di essere aggrappata sopra il vuoto, provando un senso di fatica, di solitudine e di irrealtà, con la consapevolezza di essere finita a fare una vita non mia. A quel punto la casa mi sembrava un set, ma per che cosa non sapevo. Così ho mollato la presa e in effetti non sono precipitata ma ho trovato una strada che sale e scende ma non precipita, sono ripartita – senza casa – con un altro obiettivo. O almeno questo è il senso che attribuisco oggi alla mia scelta. Mi rendo conto che anche la precarietà come quella a cui sono andata incontro, sottraendomi al ricatto della casa-merce, può essere un lusso. Perché non tutti possono mollare tutto, non tutti possono contare su una comunità di attivisti e di amici su cui appoggiarsi, che sostituisce un welfare inesistente, per cambiare la propria vita.

 

Il tuo è un testo denso che riesce continuamente a muoversi tra le tue storie familiari, i racconti biografici, la storia, la geopolitica, la critica radicale. Un libro che viaggia tra saggistica, racconto, reportage… come hai pensato a questa struttura?

È venuta scrivendolo. Venendo da una scrittura giornalistica, di reportage appunto, immaginavo un tipo di struttura in cui alternare dati e voci, immaginavo di scrivere un saggio sulla storia delle politiche abitative e urbanistiche, con parti di aneddoti e racconti personali. Questo era il punto di partenza. Francesco Quatraro di Effequ, l’artefice di tutto insieme a Silvia Costantino, insisteva perché dessi più spazio al racconto in prima persona, io ero un po’ scettica. Poi, immergendomi nella storia, studiando e scrivendo al tempo stesso, ho scoperto una trama a tratti imprevista – la questione irlandese, per esempio, non c’era nella prima struttura. Da dentro la scrittura ho visto le connessioni tra le storie familiari, biografiche, e la storia. È stato un viaggio non lineare, prima a ritroso, poi verso il presente. Credo che questo si veda. Non sapevo se avrebbe tenuto, ho rischiato di perdermi più volte.

Racconta brevemente a chi ci legge la geografia del libro, cerchiamo di costruire una piccola mappa per la lettrice e il lettore, perché con il tuo libro si viaggia anche grazie alle tue storie famigliari che non sono affatto secondarie nel libro.

La piccola mappa inizia oggi, in una via di Roma, con una ragazza che gesticola e che abita in una rientranza in un muro. Inizia con me che guardo le case degli altri. Inizia con la storia di mio padre, nato nel ’37 in un piccolo paese in Nebraska da cui emigra a diciotto anni dopo aver passato un anno in un carcere per adulti per un piccolo furto. Lo seguo nei suoi spostamenti in giro per le Americhe, nella traversata dell’Atlantico sullo yacht di John Wayne dove lavora come barman, e poi in Europa. La storia prosegue tornando indietro nel tempo, alla ricerca delle origini della mia famiglia e di quel modello di accumulazione capitalista basato sull’estrazione di rendita dalla terra, origini che in qualche modo coincidono, perché sono per tre quarti di origine irlandese. I miei bisnonni sono emigrati perché non avevano abbastanza terra per sfamare le famiglie. L’Irlanda era una colonia dell’impero britannico, di quella nazione dove secoli prima era avvenuta la transizione a un modello di accumulazione capitalistico e verso la creazione del mercato del lavoro salariato, con la recinzione delle terre comuni. C’è il tema della povertà, della sua gestione, il tema della nascita della miseria moderna nella città industriale dove esplode la questione abitativa. Ed è a Liverpool, dove nel ’48 in una casa affollata di migranti irlandesi nasce mia madre, che la questione abitativa e urbanistica viene affrontata per la prima volta con norme che iniziano a limitare il dominio della proprietà privata. Mia madre cresce in una casa popolare, durante la stagione d’oro del welfare e dell’edilizia pubblica, una politica universale. Va all’università e ci va perché praticamente costretta da un’insegnante, non per sua scelta, si sentiva troppo in colpa per farlo, il che dimostra l’importanza della scuola e delle istituzioni oltre la famiglia e, nella mia testa, fa di lei la negazione vivente dell’homo oeconomicus neoliberale teorizzato da von Mises e Hayek secondo cui l’agire umano sarebbe sempre un agire intenzionale, un calcolo razionale, economico, fondato sulla competizione. Stronzate. Lei era la prima della classe, ma la madre era morta e doveva badare al padre e a tre fratelli. Come avrebbe potuto lasciare tutto per studiare? In ogni caso, costretta, andò e partecipò alle lotte studentesche. Era il ’68. Di lì a poco avrà inizio l’avvento del neoliberismo, lo smantellamento del welfare state, la diffusione della proprietà di massa per rompere le lotte della classe operaia mentre si ristruttura l’economia, finanziarizzandola. Poi siamo di nuovo a Roma, dove mio padre è stato felice negli anni Sessanta e dove ritorna dieci anni dopo dopo aver strappato la propria tessera di leva e invitato il capo di stato maggiore ad andare a farsi fottere per via della guerra in Vietnam. A Roma lui ignora le condizioni di chi abita in baracche ai bordi della città, le lotte per la casa, gli scontri sul tema della rendita, le lotte delle donne, la proposta di Sullo, la restaurazione del blocco edilizio che segue e la rimozione dal dibattito pubblico di questo tema. Ritroviamo l’origine delle narrazioni e degli argomenti utilizzati per stigmatizzare l’edilizia residenziale pubblica e per promuovere la proprietà, che sommiamo a quelli già intercettati all’epoca del dominio coloniale inglese, quelli che giustificano lo spossessamento e l’appropriazione di terre raccontate come vuote da “migliorare” e “valorizzare” che solo la proprietà assicurerebbe, che sono gli stessi argomenti usati oggi per privatizzare lo spazio pubblico in nome del decoro. Sono argomenti che rimuovo le cause economiche e sociali dei problemi e li riducono a problemi architettonici, estetici, che rimuovono i problemi eliminando lo spazio pubblico e demolendo le case. Racconto le trasformazioni urbane contemporanee in quartieri in via di gentrificazione, a Milano, o semplicemente depredati e impoveriti, a Roma. Le politiche abitative di fatto non ci sono più, il poco che c’è come i sussidi per il mercato privato non funziona, la proprietà viene ancora proposta come la soluzione, il cerchio si è chiuso.

Chi legge il tuo libro alla fine non avrà dubbi: la storia della casa-merce è una storia di ingiustizie e speculazioni, espropri e occupazioni, di fatto è una storia di lotta di classe…

Si, lo è. La promozione della proprietà è stata il principale strumento di una guerra di classe dall’alto che ha frammentato, individualizzandola, la società e le lotte. In Italia le cose sono andate un po’ diversamente rispetto all’Inghilterra di Margaret Thatcher, perché non c’è stato un piano esplicito di diffusione dell’ideologia neoliberale. In Italia questa agenda è passata per una serie di riforme e per una gestione sempre più tecnocratica delle scelte economiche, il che spiega anche la sparizione dell’urbanistica dal dibattito pubblico: se l’urbanistica era stata uno strumento di emancipazione per i ceti popolari, per gli esclusi, per le donne che rivendicano servizi sociali, asili, parchi, successivamente viene depoliticizzata, resa materia tecnica per pochi esperti maschi.
In secondo luogo in Italia, soprattutto a Roma e nel meridione, nella diffusione della proprietà gioca un grande ruolo l’abusivismo edilizio, prima per necessità e poi per speculazione. In ogni caso, la casa è stata un veicolo per la penetrazione del mercato in un ambito che è sociale, che andrebbe tutelato dal mercato. La promozione della proprietà è servita ad alimentare il mercato finanziario, innescando un ciclo di prestiti e debiti per case sempre più costose, mentre il mercato del lavoro e i settori industriali venivano smantellati. Oggi ci troviamo in un punto di rottura tra queste due dinamiche, le politiche sul lavoro sono completamente scollegate da quelle per la casa (il lavoro non c’è, la casa costa troppo), mentre la rendita ha sostituito il lavoro. Raramente questi due aspetti vengono collegati, come nel dibattito attuale sui lavoratori che non ci sono. Il risultato potrebbe essere, almeno io me lo auguro, una rottura. Ogni avanzamento sul piano dei diritti, tra cui la nascita stessa dell’urbanistica e delle politiche abitative nelle città industriali, nasce da un punto di rottura, di protesta dal basso, di non sopportazione delle condizioni di miseria. Forse neanche di miseria in assoluto, ma di miseria in un contesto di benessere generale da cui però nei fatti si è esclusi.

Un punto per me fondamentale del tuo testo è l’analisi del concetto del decoro, in tante e tanti ricercatrici e ricercatori abbiamo ragionato e attaccato le politiche del decoro che si sono sviluppate senza sosta negli ultimi trenta anni.
Il tuo capitolo che affronta questa tematica parte subito a gamba tesa sulla questione della riqualificazione urbana (spesso, se non sempre, una farsa per speculare al meglio sugli immobili) nello specifico l’incipit ci racconta come una delle pratiche sempre più comuni nelle città è utilizzare la “street art” per riqualificare ( che fa rima con gentrificare), ovvero un inizio di sostituzione del tessuto sociale di un luogo con un altro tipo di abitanti che “stranamente” avranno un potere d’acquisto maggiore. Ci sono molti esempi e tanti studi etnografici che ci raccontano che un’opera di street art può far crescere il valore immobiliare dell’edificio su cui viene realizzata e quindi velocizzare il processo di “rigenerazione”…o per meglio dire: di gentrificazione. Cosa hai visto a Roma e perché non ti piacciono i bei disegni sui muri dei quartieri popolari? Ci fai qualche esempio?

Il punto per me è provare a leggere la retorica del decoro da una prospettiva storica ampia, non solo legata agli ultimi trent’anni – tutti i capitoli precedenti dovrebbero servire a leggere quello sul decoro. Quella sul decoro è la nuova versione di una narrazione vecchissima, quella del miglioramento, che legittima l’appropriazione di spazi e risorse. Il miglioramento significa la messa a profitto, l’ingresso del mercato in spazi liberi dal mercato, presentati come vuoti, dimenticati, degradati. Questa narrativa legittima un intervento di “miglioramento”, ovvero di mercificazione. Questo è essenzialmente il meccanismo. L’abbiamo visto con le recinzioni delle terre comuni, con la stigmatizzazione dell’edilizia residenziale pubblica, con le piazze nelle città turistificate, tutti spazi liberi e colonizzati dal mercato. Si basa sulla rimozione delle condizioni economiche che determinano l’uso dello spazio, e sull’identificazione dei problemi in un fattore estetico, architettonico (nel caso dell’edilizia pubblica), e con l’identificazione della soluzione nella proprietà privata. Solo la proprietà instillerebbe quel senso di cura, ci dice Oscar Newman, tra gli ideologi neoliberisti più influenti che hanno contribuito alla stigmatizzazione, e demolizione, dell’edilizia residenziale pubblica. Retake opera lo stesso meccanismo, paragonando la città a una casa, a un condominio, in cui lo spazio pubblico, dell’imprevisto, semplicemente sparisce. La street-art serve a costruire questo canone estetico, un tappeto sotto cui far sparire le disuguaglianze. Serve ad addomesticare il conflitto, a imbrigliarlo in un gioco di apparenze, a rendere quartiere attrattivi per una popolazione più ricca, anche e soprattutto fagocitando espressioni di una contro-cultura che resiste alla distruzione del capitale. David Harvey lo ha detto meglio di me: “Se il capitale non deve distruggere totalmente l’unicità che è alla base dell’appropriazione delle rendite di monopolio, allora deve sostenere una forma di differenziazione, consentire divergenze e sviluppi culturali locali in una certa misura incontrollabili, che possono rivelarsi antagonistici rispetto al suo normale funzionamento. (…) Il problema per il capitale è trovare le strade per cooptare, sussumere, mercificare e monetizzare tali differenze in modo tale da potersene appropriare come rendite di monopolio. Il problema dei movimenti di opposizione consiste nell’utilizzare la validazione di particolarità, unicità, autenticità, significati culturali ed estetici per aprire nuove possibilità e alternative, piuttosto che permettere che esse vengano usate per creare un terreno più fertile per l’estrazione di rendite di monopolio da parte di coloro che hanno il potere e l’inclinazione compulsiva nel farlo”. Non è un caso che sui muri di Roma compaiano opere si street-art finanziate da operatori immobiliari. Quello che distingue la vera street-art illegale da quella degli iperatori immobiliari è tutto quello che non è visibile: non l’immagine, ma il processo che sta dietro l’immagine. Nella vera street-art, come nella produzione culturale in generale, questo conta tantissimo. C’è bisogno di spazi fuori dal mercato perché la cultura possa nascere, prima che sia compiuta, visibile, commerciabile. Il fatto grave dei murales che stanno tappezzando le mura di Roma come di tante altre città, e di cui ci saremmo anche stufati, è la loro sponsorizzazione pubblica. A San Lorenzo e a Ostiense, a Roma, sono stati inaugurati da assessori e presidenti di municipio. I che rivela che la gentrificazione è a tutti gli effetti una politica pubblica per le città, che serve a rimuovere problemi e persone, a non affrontare le condizioni di vita di chi vi abita (la casa, il lavoro) ma a rendere belli i muri.

Anche in questo tuo nuovo lavoro torni su uno dei motori della speculazione e della desertificazione sociale dei centri storici: la tua critica a AirBnB e simili è totale. Perché il turismo fa male alla città e crea divari di classe sempre più feroci?

Il turismo fa male alle città come strumento di rianimazione della rendita, come strumento di appropriazione, mercificazione e di distruzione di quell’unicità di cui parlavamo poc’anzi. Come ogni monocultura che sfrutta intensivamente una risorsa, anche l’economia turistica distrugge ciò di cui si nutre, si autodistrugge. Le città turistiche si somigliano tutte, hanno perso la propria unicità, sono, come dici giustamente, desertificate. L’economia turistica distrugge e poi mercifica l’esperienza dei luoghi– Giacomo Salerno ha scritto un bellissimo libro su questo, sul turismo come “industria della nostalgia” che ci vende l’esperienza della città che ha appena distrutto. Il turismo è una macchina estrattiva, preda le risorse comuni, scarica i costi sulla collettività e privatizza i profitti. In questo senso è una strategia coloniale, dove la colonia è interna, la colonia siamo noi. I proprietari delle case si arricchiscono, i prezzi aumentano, la parte di popolazione più povera è cacciata fuori, i divari crescono. Quello che ho provato a rimettere in luce è che la rendita stessa (connaturata alle trasformazioni urbane, perché le trasformazioni urbane sono inserite dentro un modello di sviluppo che è quello capitalistico, dell’urbanizzazione del capitale) è una costruzione collettiva, perché la formazione della rendita, ovvero del valore di un terreno, deriva non solo dalla sua edificabilità ma anche dalla sua posizione rispetto alla città e a una serie di vantaggi che questa offre in termini di servizi pubblici: la rendita è il risultato di scelte delle collettività. Dunque non è una prerogativa della proprietà privata, come viene presentata dalle associazioni di proprietari che si oppongono alla regolamentazione degli affitti brevi e lamentano l’ingerenza in quello che considerano un loro diritto – fare della proprietà quello che vogliono (salvo poi invocare aiuti pubblici quando il turismo crolla). Se le loro case valgono tanto è perché sono in zone ben servite e collegate o in zone turisticamente attrattive per via di un patrimonio storico, artistico e culturale… collettivo. Insomma l’esistenza di forme di pre e redistribuzione di questi vantaggi dovrebbe essere un fatto ovvio, non dovremmo neanche starne a parlare. Invece.

Il tuo è un libro speciale, si legge come un romanzo ma è denso di dati come un reportage sullo stato di salute della casa contemporanea, sono pagine che scorrono veloci e che lasciano l’amaro in bocca. Su una cosa però che scrivi non concordo, e questo mio sospetto probabilmente è dettato dalla mia esperienza personale politica e di vita: ci parli di un epoca passata di welfare universale in Europa, credi veramente che sia esistita? Ma soprattutto credi che il welfare elargito dall’alto in una società verticale e gerarchica possa non avere un doppio fine (quello del dominio e del controllo)?

La tua domanda è molto strana. Certo che è esistito un welfare universale, altrimenti non avremmo un sistema sanitario nazionale. Il punto credo sia un altro, ovvero se principi universali costituzionali come l’uguaglianza sostanziale e formale siano attuati o meno. Quei principi sono validi ancora oggi ma è evidente, anche nel caso del SSN, che non sono pienamente attuati, e che il welfare, inteso come una protezione sociale non demandabile al mercato o agli individui, è stato eroso con l’ingresso del mercato e con la logica della sussidiarietà. In secondo luogo, il welfare non è stato “elargito dall’alto”: sono state le lotte a conquistare diritti e servizi nel corso del Novecento. Sono le lotte che danno contenuto ai principi, che li sostanziano. In terzo luogo è proprio il welfare che abolisce le istituzioni totali, come le workhouses per i poveri di cui scrivo nel libro, o come i manicomi in Italia. La chiusura dei manicomi era strettamente legata all’introduzione del sistema sanitario nazionale come sistema non di controllo ma di pianificazione sociale, come esito di una visione olistica dell’insieme sociale, della socializzazione del disagio che dev’essere gestito dalla società nella sua interezza e quindi non rinchiuso. Il senso dei servizi territoriali di cura, che non sono “verticali e gerarchici” è questo. Che la riforma sia incompleta è stato detto e ridetto, ma il principio è questo. 

C’è poi un’altra questione: l’Italia non ha mai avuto un welfare “calato dall’alto”, semmai è proprio la peculiarità italiana quella di aver avuto un welfare non universale ma particolaristico, lavoristico, differenziato a seconda del lavoratore, e familistico. In ogni caso il welfare state, sebbene difettoso (basta guardare Cathy come home di Ken Loach girato nel ’66, cosa che ho fatto l’altra sera con mia madre) nasce della lotte e nasce come meccanismo di protezione, non di controllo. Lo diventa con il neoliberismo, quando diventa punitivo. La riforma del welfare fatta da Clinton è emblematica fin dal titolo (Personal Responsibility and Work Opportunity Act); la riforma fa del matrimonio il fondamento della società e delle politiche di welfare, è una restaurazione dopo le lotte, anche femministe, degli anni Settanta. Sono semmai i programmi di lavoro obbligatorio introdotti che hanno un fine di dominio e di controllo – programmi che ricordano la gestione della povertà in un’epoca pre-welfare state. L’idea di un welfare universale “elargito dall’alto” come strumento di controllo è esattamente la narrativa che è stata impiegata per smantellarlo, secondo un concetto di “libertà” neoliberale, di libertà di iniziativa economica, in cui il welfare è raccontato come sinonimo di controllo, ma solo perché è un freno al libero mercato e alla competizione tra lavoratori salariati. Ne libro questo c’è, perché è quello che è successo prima dell’avvento del welfare state, quando nel 1834 in Inghilterra furono aboliti i sussidi per sancire la supremazia del sistema salariale. Una questione di nuovo attuale in Italia… Da un punto di vista politico, quando il welfare universale sparisce sostituito da logiche di sussidiarietà e privatizzazione, quello che resta sono richieste particolaristiche di inclusione in un sistema che produce esclusione, qualcosa di paradossale – come le istanze dell’identity politics negli Stati Uniti. È come se lo stato non ci fosse più: è stato esternalizzato, è uno strumento del mercato. Allora chiariamoci su che cosa vogliamo. Le lotte, anche quelle più recenti, hanno sempre chiesto più welfare universale (non riconoscimenti particolari), più servizi, più ospedali, più reddito di base, non meno servizi e più libertà. Diverso è provare a immaginare come questo può darsi, oltre il welfare state, e che ruolo possono giocare le lotte e le esperienze dal basso, il mutualismo; come possono non sostituire lo Stato (in un’ottica di sussidiarietà) ma imporre un’agenda di vera partecipazione e redistribuzione, ripoliticizzare il welfare. Perché, e torno alla questione della casa, il privilegio esiste solo in relazione all’assenza di politiche e meccanismi di pre e redistribuzione.

Hai ragione, ho posto male la domanda da un punto di vista temporale e geografico, dando per scontato che stessimo ragionando sul concetto di “universale” in termini antropologici, ovvero di qualcosa valido per tutti/e e per il mio modo di leggere la storia, il diritto universale alla casa, alla salute, alla scuola… non è mai esistito in Europa. Le democrazie europee non hanno mai garantito a tutte e tutti un welfare, ma solo a un numero ristretto di persone privilegiate e per lo più bianche che abitavano in Europa, basti pensare al trattamento riservato alle comunità rom e sinti, o alla difficoltà di tutte le comunità diasporiche che con il crollo del colonialismo dagli anni sessanta sono arrivate in quella che oggi chiamiamo fortezza Europa. Detto questo, condivido con te che oggi la situazione è peggiorata rispetto a 40 anni fa e sottoscrivo che il welfare è stato conquistato attraverso le lotte, ma lo considero una sorta di “contentino” utile per non  mettere in discussione la democrazia della maggioranza, ovvero la tirannia del numero.Torno all’incipit di questa conversazione, per concludere: ho conosciuto luoghi dove era presente una sorta di welfare universale ma non all’interno della società industriale e capitalista. Luoghi dove la casa non può essere pensata come merce, dove la proprietà privata e inconcepibile e, soprattuto, società native definite da una configurazione diffusa del potere, distribuito in maniera tendenzialmente egualitaria tra le persone, ognuna portatrice di parola pubblica, di istanze, di volontà, che vanno considerate e rispettare nelle decisioni collettive.

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