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lunedì 15 febbraio 2021

Sollievo – Pabuda


poveretta!

le hanno scritto

su un foglietto

una specie di broda

senza molto sapore

né sale né senso

in forma

di bel discorsetto:

deve presentare

d’Art Blakey

il potente sestetto:

nel mio anno

d’immatricolazione

preciso, perfetto:

sessanta e tre

(pensa te!)

e nella mia regione:

a Sanremo,

tutto detto.

vorrei sapere

chi gliel’ha

scritto:

per colpa

di quel foglietto

oggi –

oltre che un po’

tonta –

sembra pure razzista,

poveretta!

non c’è scampo:

han registrato

tutto…

e il documento

filmato

è stato archiviato

e messo in mostra

per mezzo mondo,

nel frattempo.

si soffre a vederla

si soffre a sentirla,

poveretta.

a distanza

di oltre mezzo

secolo,

ci si vergogna

e si arrossisce

per quella povera

presentatrice

mentre introduce

i jazzisti stellari

come al saggio

per la fine dell’anno

si presentano

i più bravi scolari.

i sei professionisti…

ci stanno

e per un attimo

recitano la parte

dei baccalà

capitati per caso

sul palco.

così,

tocca soffrire

un po’

anche per loro.

finché non

cominciano –

con tromba,

trombone,

piano, batteria,

saxo

e contrabbasso –

a fare

il loro sporco lavoro.

al secondo brano:

che sollievo:

finalmente

torniamo a respirare

a muovere il culo,

le anche e le spalle

e – grazie a tutto questo

trambusto –

ci si scalda il cuore.

 



nella foto (lasciata l’altra notte – a scopo puramente didattico – dalle onde del mare internettico sul bagnasciuga computerizzato del Pabuda) si riconoscono: Cedar Walton, Wayne Shorter, Curtis Fuller, Reggie Workman, Art Blakey, Freddie Hubbard e Art Blakey, naturalmente.

L’impressione è che stiano fuggendo da Sanremo (o San Remo): aspettano un treno per Genova, dove salteranno su un piroscafo e se ne torneranno in America?

da qui


domenica 21 giugno 2020

Una bella delusione - Pabuda


dopo mesi
di clausura stretta
per assediante pandemia,
m’avventuro a caccia
di pagine nuove:
con le sue copertine, i risvolti
e le rilegature.
disposto anche a pagare,
s’intende.
lo faccio con assurdo ritardo.
avendo
rimandato & rimandato.
ma rimandato
perché? per cosa?
per paura:
del là fuori, delle strade,
del cielo, dei marciapiedi,
della luce, degli alberi,
del non so cosa,
del cosa dico a chi incontro?
e del come si fa
a uscire per tornare?
così oggi mi son deciso
e ho deciso d’andare,
con la mia bella,
in libreria:
abbiamo scelto
tra tutte, forse,
la più piccina che ci sia.
però, arrivati lì, ci son rimasto
troppo male:
se chiedi, puoi comprare
ma non puoi entrare
a curiosare, a sfogliare
o anche solo
a inspirare odor di negozio
tanto per farti… ispirare.
mentre consegnavamo
la lista dei libri desiderati
mi sembrava d’essere davanti
a una farmacia notturna:
di quelle tutte chiuse, blindate,
col campanello
e con aperta soltanto
una feritoia
da cui scambiare prodotti e soldi
per la paura delle rapine
dei drogati.
tornato a casa –
dove un libro vecchissimo,
un grande classico bellissimo
(forse anche un po’ geloso)
attende d’esser fatto fuori, finito –
lavate le mani, tolta la mascherina,
piagnucolo:
come uno sboccato moccioso:
andare avanti così, andare fuori così:
insomma… io non posso.
cioè… (belin) potrei anche, ma proprio
non voglio.
quando cazzo
ci leveremo ‘sta merda
di dosso?

lunedì 10 febbraio 2020

IN ONORE DI LI WENLIANG - Pabuda

quando muore un dottore
com’è morto
il dottor Li,
quando muore un combattente
combattendo
senza spada, senza mitra,
senza carro armato
né drone
ma solo con: occhi attenti,
mani sensibili e passione
studi di anni su libri e malati,
memoria di casi,
somiglianze e differenze,
siringhe, provette,
entusiasmo ed esperienze,
ecco: quando muore
combattendo così
un giovane combattente
io penso
al mestiere complicato
di mio padre,
penso agli specialisti
che ti mettono il nervoso
perché fanno ipotesi
diverse tra di loro,
penso al sorriso
del mio medico di base
e al grande infettivologo
che ogni mattino scrutava
le mie reazioni
alle cure che con me
trepidante sperimentava
un po’ a tentoni.
penso alle infermiere
e alle dottoresse –
poco più che ragazze –
che per curare la gente
nella bolgia
del pronto soccorso
senza risparmiarsi
diventano pazze.
insomma, penso
che a tutti i guerrieri
che non fanno guerre
ma curano malati
dovremmo dar retta,
dovremmo essere grati.

da qui

lunedì 31 dicembre 2018

Siate, grazie - Pabuda



fate gentilezze, gente!
fatele anche piccole
o minuscole
ma fatene tante:
fate gentilezze alla gente:
ma gente presa una per una,
individualmente:
persona singolare
tutta diversa da tutte le altre:
appena vi capita a tiro
fategli o fatele
una minuta gentilezza:
quando ne ha bisogno
e se l’aspetta
ma – soprattutto –
quando
non s’aspetta più niente:
per abitudine, vuoto,
paura, solitudine,
fretta o stanchezza.
fate qualcosa
di quasi impercettibile
però gradevole o utile:
una porta, una borsa,
un posto in coda,
un’indicazione,
una moneta, una precedenza,
una traduzione,
un passo, una voce,
un saluto, un ascensore.
siate: fate, maghi, stregoni,
sciamani:
con una gentilezza qua, una là
distribuite incantesimi
di buon umore, sollievo,
gratitudine, tranquillità:
roba microscopica
ma così densa e diffusa
da tramutare
la strana, bizzarra
gentilezza generale
in confortevole normalità.
grazie.

lunedì 1 gennaio 2018

Cosa succede? - Pabuda

cosa succede nell’acqua stagnante
del laghetto artificiale
in mezzo al parco pubblico deserto,
soprattutto la notte,

quando il freddo dolciastro  
è ancora più torbido
e scuro e unto e schifoso
e impenetrabile
e riposano sul fondo
tutte le trote meccaniche?
cosa succede nella chiesa,
tra una funzione e l’altra,
col grosso portone e pesante
barrato senza speranza
e il grasso e satollo parroco
lasciato lì solo
privo
del benché minimo
controllo?
cosa succede la domenica di festa
in quella sala operatoria
apparentemente abbandonata
ma che vedo
illuminata abbagliante,
oltre la strada, dalla mia finestra,
ancora lustra
e disinfettata perfettamente?
cosa succede in quel tunnel,
in quel sottopasso tremendo,
quando persino le ombre
lo percorrono soltanto correndo?

venerdì 2 dicembre 2016

Anche se - Pabuda




il giorno quattro
del mese natalizio
voterò (al cosiddetto       
referendum)
quel che mi risulta
più dignitoso
per chi ancora
ha conservato un pizzico
di senso del giudizio:
crocerò
un monosillabo simpatico,
facendo bene attenzione
non contenga
due insidiose lettere –
ricorrenti fino alla noia
nel gergo tartufesco
della cosiddetta
buona educazione –:
la cigolante vocale “i”
e l’ambigua
consonante “esse”.
farò così anche se, ormai,
il grosso del danno
è stato fatto:
la dozzinale
ma chiassosa sarabanda
messa in scena
dal piazzista toscano
e dalla sua batteria
di ben pasciuti & ammaestrati
pubblicitari-ministri
e prestigiatori-“giornalisti” –
a questo punto dello spettacolo –
ha del tutto intossicato
il flaccido corpaccione
del già non molto acuto e reattivo
“popolo italiano”:
‘sta merda di…
– come chiamarlo? –
populismo pubblicitario?
qualunquismo marchettaro?
autoritarismo
plebeo-ma-aristocratico?
interclassismo
iperclassista di nascosto? 
mercantilismo parà-politico?
analfabetismo saputello? –
assunto in dosi massicce 
per via orale,
oculare, auricolare, anale
endovenosa & intramuscolare
intradermica, ipnotica
& subliminale,
sottocutanea, parenterale –
ha raggiunto, assediato
e devastato
l’avanzo minimo
di cervello metaforico
rimasto al suddetto popolo
(già ridotto, per incuria,
disuso e atrofia,
a una robina davvero piccina: 
diciamo: della dimensione…
d’una nocciola)
in grado, ormai, di pensare
a una cosa sola:
“che c’è di nuovo, di giovanile,
di fico-cool, di consegnato a casa 
senza muovere il culo
(e collo sconto promozionale)
on line da comprare?”