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domenica 3 agosto 2025

Von der Layen e Meloni abbandonano il Sud: l’alternativa è il Modello Riace - Mimmo Lucano

 

Mi chiamo Domenico “Mimmo” Lucano, e sono un europarlamentare eletto con Alleanza Verdi Sinistra, oltre a essere il Sindaco di Riace, un piccolo borgo calabrese che è diventato in questi anni sinonimo di accoglienza grazie al lavoro di tantissime persone.

Oggi vi voglio raccontare cosa è successo a Riace negli scorsi giorni e perché sia stato importante. La scorsa settimana, con il sostegno del gruppo The Left, a cui sono iscritto all’Europarlamento, si è tenuta l’iniziativa “L’alternativa dell’accoglienza, per un’Europa umana in un mondo in fiamme”. Sabato 19 luglio, con le colleghe eurodeputate di AVS Ilaria Salis e Benedetta Scuderi, ci siamo recati nella tendopoli di San Ferdinando, dove vivono i braccianti sfruttati dal sistema del caporalato nei campi circostanti.

L’Europa deve vedere cosa accade nelle campagne italiane, deve guardare in faccia le terribili condizioni di vita e sfruttamento a cui i braccianti migranti sono costretti.

Al termine della nostra ispezione ho avuto modo di confrontarmi telefonicamente con il cardinale Matteo Maria Zuppi: vuole visitare la baraccopoli di San Ferdinando con noi, per vedere con i suoi occhi le condizioni disumane in cui vivono centinaia di persone. Lo aspettiamo a braccia aperte.

Una soluzione esiste per garantire una vita dignitosa a chi lavora nei campi, e per rendere i braccianti meno ricattabili da caporali e ’ndrangheta: aprire le case vuote nei paesi abbandonati da chi è emigrato, per accogliere altri uomini e donne che migrano.

È una possibilità concreta, come ha mostrato Alberto Ziparo, professore di Pianificazione Urbanistica dell’Università di Firenze, che ha lavorato a censire il patrimonio abbandonato in provincia di Reggio Calabria e il fabbisogno abitativo di chi lavora nei campi.

L’Europa della Commissione di Ursula Von der Leyen ha deciso di abbandonare le aree più povere del continente, tagliando nel nuovo bilancio pluriennale appena presentato le risorse per il Fondo di Coesione, aumentando le spese militari.

Mentre si fanno missili e carri armati, l’Europa rinuncia a risolvere le drammatiche differenze di opportunità e ricchezza tra regioni e territori. A farne le spese sarà anche il nostro Sud, mentre il governo di Giorgia Meloni applaude e sceglie di abbandonare le aree interne.

In un documento appena approvato si ribadisce che “alcune aree non possono porsi obiettivi di inversione di tendenza, ma devono essere accompagnate in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento”, mentre il Ministro per gli Affari europei, il Sud e le politiche di coesione, Tommaso Foti, ha dichiarato: “Lo spopolamento è irreversibile”.

A Riace invece abbiamo la testa dura, e non vogliamo chiudere per sempre il nostro paese come vorrebbe la destra che ci governa in Italia e in Europa.

Abbiamo provato a mettere in piedi un modello basato sull’accoglienza e l’umanità, pensando a chi sbarca sulle nostre coste come cittadini e cittadine che hanno bisogno di una casa e di integrarsi. Nonostante gli attacchi della destra e le difficoltà, stiamo ancora qua.

Di questo abbiamo discusso sabato 20 luglio in un partecipato dibattito con gli europarlamentari Ilaria Salis Pasquale Tridico, con il responsabile esteri di Sinistra Italiana Giorgio Marasà e con la filosofa Donatella Di Cesare.

Da questo angolo del Sud d’Europa, abbiamo preso l’impegno di portare il modello Riace a Bruxelles.

Perché vogliamo un’Europa di accoglienza e pace, e non ci arrendiamo al destino che hanno scritto per tutti i Sud del nostro continente.

In questi giorni a Riace continuano ad arrivare persone per incontrarsi e discutere di quanto sta avvenendo a Gaza e della guerra contro il popolo palestinese, assieme alla nostra amica e compagna Luisa Morgantini.

Per questo vi invito a sostenere la petizione per candidare Francesca Albanese al Premio Nobel per la Pace.

Quella della Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati è una delle poche voci chiare e limpide, contro il genocidio del popolo palestinese.

Non lasciamola sola di fronte agli attacchi che sta subendo.

https://www.manifestosardo.org/von-der-layen-e-meloni-abbandonano-il-sud-lalternativa-e-il-modello-riace/#more-38843

mercoledì 2 luglio 2025

Giustizia è fatta - Luigi Pintor

Pubblichiamo un corsivo de il manifesto firmato da Luigi Pintor il 10 settembre 1972, un corsivo dedicato alla tragedia del popolo palestinese, alla resistenza contro la violenza dell’occupazione israeliana e al silenzio della stampa italiana. Non è cambiato nulla. (red)

Azione “fulminea” e “rappresaglia” furono due dati distintivi della guerra nazista. Della rappresaglia, in particolare, gli ebrei furono la vittima storica. Oggi, Golda Meir e Dayan la scatenano altrettanto fulminea e feroce, contro i profughi palestinesi, prima cacciati con le armi dalle loro case, ed ora inseguiti e fatti a pezzi dalle bombe nei loro miseri rifugi in altre terre arabe. La nostra stampa borghese, i propagandisti del terrore legale e della guerra imperialista, gli uomini di cuore straziati dal sangue versato in una palazzina olimpica, asciugano ora le lacrime e tornano a sorridere, felicemente risarciti con cadaveri di donne e bambini trionfalmente vendicati da una flotta aerea mille volte più nobile del coltello dei feddayn. Questo non è finalmente, il crimine turpe dello straccione, è il diritto luminoso dei signori della guerra. Non è più sangue e barbarie e terrore, è potenza e pulizia. Non è merda, è civiltà. Aspettiamo il pagliaccio di turno che dica: l’hanno voluto loro. Occhio per occhio, dente per dente: ecco la prova che il terrorismo non paga (qualche disgraziato, anche a sinistra, già l’ha detto). Come se la guerra fosse cominciata ieri in Palestina. Come se quei profughi oggi uccisi nei loro campi non fossero i sopravvissuti di uno sterminio a cui da anni concorrono la generosa Israele, Hussein il gentiluomo, la incorrotta destra egiziana, con la complicità vorace delle grandi potenze, la vergogna sordida dell’ONU, l’inerzia che la grande opinione pubblica riserva alla causa dei deboli, per meglio concentrare le sue emozioni sui lutti olimpici. Come se i capi di Israele non dichiarassero sfacciatamente al mondo che la “rappresaglia” è in scientifica continuità con la guerra, per consolidarne ed estenderne i risultati, col fine di legittimare per sempre l’usurpazione territoriale e politica. Oggi non è solo chiaro che i 17 macellati all’aeroporto di Monaco potrebbero essere vivi al Cairo se i poliziotti di Brandt (anche di Brandt caro Avanti! non solo di Strauss) e i capi di Israele non ne avessero decretato la morte. Oggi non è solo chiaro da chi quel macello è stato voluto, ma perché e in quale quadro è stato voluto. Non perché c’era un ricattato che non poteva cedere al ricattatore, ma perché c’è un oppressore che non può cedere all’oppresso, non può ammetterne la rivolta e neppure l’esistenza, preferisce sterminarlo e lo stermina, in Germania come in Palestina. E nel quadro di una guerra di aggressione e di annichilimento di un popolo povero, simbolo delle minoranze e delle classi subalterne contro cui in tutte le società capitalistiche si accentua la repressione. Chi sono i macellai, chi sono i terroristi, chi sono gli oppressori? Basta con questa storia, conosciamo a memoria le posizioni di principio, politiche e morali, che il movimento operaio ha maturato nella sua storia sulla lotta rivoluzionaria e i suoi metodi. Sono le nostre. Non i manualetti di marxismo, però. Guai a chi, a sinistra, anche per un momento mette tra parentesi la causa degli oppressi, confonde le vittime con i carnefici, crede di stare nel mezzo. Oggi costui si accorgerà forse di avere, nei giorni di Monaco subito una manipolazione che lo ha portato a piangere le stesse lacrime e trasudare la stessa indignazione dei cecchini di Baviera e dei piloti di Dayan, dei macellai in nero e dei benpensanti a colori di tutto il mondo. Anche se ora riscopre, più scientificamente, le colpe dell’imperialismo: con meno emozione, tuttavia, perché la morte si armonizza al paesaggio palestinese infinitamente meglio che alla Monaco olimpica.

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sabato 3 giugno 2023

Il Metaverso - Roberto Paracchini

 


Prima storia: il disegno “Mani che disegnano” dell’incisore Maurits C. Escher (1898-1972) è una delle sue opere più famose che rappresenta due mani sopra un foglio puntellato su un tavolo da disegno che mostra due mani, ognuna impegnata a disegnare l’altra.

 Seconda storia, raccontata dall’antropologo Gregory Bateson (1904-1980): siamo nella zoo di San Francisco, due giovani scimmie combattono tra di loro, ma non si feriscono; guardando meglio si nota che è un combattimento simulato, un gioco.

 Si tratta di due eventi molto diversi tra loro ma che raccontano un qualcosa di straordinario su cui ruota gran parte della riflessione filosofica e scientifica contemporanea. Quale delle due mani disegna l’altra? E come fanno le scimmie a capire che devono giocare e non combattere? Entrambi in qualche modo creano una specie di forbice o di distanza contradditoria tra le apparenze o, se si preferisce, un modo immediato di vedere il mondo e un livello di realtà più profondo.

 Queste storie, assieme a tante altre, sono prese come esempi da Silvano Tagliagambe nel suo bello e denso libro “Metaverso e gemelli digitali. La nuova alleanza tra reti naturali e artificiali” (Mondadori Università). Tagliagambe, già professore ordinario di filosofia della scienza (ha insegnato a Pisa, Cagliari, Roma La Sapienza e Sassari), è un filosofo difficile da classificare per la vastità di competenze e interessi. Di certo meraviglia ogni volta per la sua capacità di interconnettere settori del sapere considerati lontani tra loro come la psicologia analitica e la meccanica quantistica, ad esempio, e più in generale per l’abilità teorica nel vedere gli inscindibili legami tra cultura umanistica e cultura scientifica.   

 Ma che cosa centrano i due esempi citati col metaverso? Andiamo per gradi e facciamoci aiutare da un barbiere, amico del matematico Bertrand Russell (1872-1970), che ha la particolarità di radere la barba di tutti coloro che nel suo paese non si radono da soli. Tutto bene sinchè non arriva Russell a chiedere al barbiere: “E a te, amico mio, chi ti rade? Non puoi certo farlo tu visto che radi solo chi non si rade da solo; e se ti radi da te, vuol dire che non appartieni più al gruppo di persone che non si radono da soli”. In pratica un serpente (logico) che si mangia la coda.

 Che cosa è capitato? Che il linguaggio con cui si è parlato e descritto il barbiere, detto “linguaggio oggetto”, si trova sullo stesso piano del linguaggio con cui lo si vuole analizzare, detto “metalinguaggio”. Quest’ultimo, infatti, dovrebbe stare sopra, al di fuori dei confini del primo: su un piano concettuale differente. E questo, per Russell, crea un problema irrisolvibile: uno scarto che impedisce la chiusura del ragionamento: “Questo scarto – sottolinea Tagliagambe – è costituito dallo spazio intermedio, quello dell’insieme dei barbieri” che non appartengono né a chi si rade da solo, né a chi non si rade da solo. Una questione analoga, anche se più sofisticata, Russell la pose nel 1902 anche al matematico Friedrich Frege (1848-1925) provocando un grande patatrac nell’ambito di ricerca logico-matematico. Allora non si sapeva che questa crisi sarebbe stata molto fertile perché in grado di stimolare tante nuove e interessanti ricerche. E così fu che Frege ne uscì moralmente a pezzi: vide dissolversi il suo progetto di rendere i fondamenti della matematica privi di dubbi attraverso la riduzione dell’aritmetica alla logica e in particolare alla teoria degli insiemi. Da parte sua Russell tentò di blindare il linguaggio oggetto con una serie di accorgimenti logici, ma non ebbe molto successo.

 In seguito Bateson, partendo dalla simulazione del combattimento delle scimmie, propose di prendere il toro per le corna: niente separazione netta tra i due piani del linguaggio oggetto e del metalinguaggio, ma loro considerazione in un quadro unitario (olistico). Ammettendo così implicitamente che esiste un piano intermedio che permette l’interconnessione e che risulta decisivo per la comprensione di tantissimi fenomeni. E qui torniamo alla riflessione di Tagliagambe, che sugli spazi intermedi ha molto riflettuto, sottolineando che si tratta di spazi non di separazione ma  di intermediazione e collegamento virtuoso tra gli elementi interessati; e in grado di arricchirli molto con l’apertura di nuove strade conoscitive.

 Eccoci, quindi, al metaverso, ovvero a quel mondo inteso come una “rete massicciamente scalata e interoperabile di mondi virtuali 3D” come recita Matthew Ball, citato dall’autore del libro di cui si parla. Mondi virtuali 3D, prosegue la definizione, “renderizzati in tempo reale”, ovvero in grado di rendere immagini, scritti e suoni immediatamente presenti a chi li cerca tramite particolari procedimenti informatici. Basta provare a cercare ad esempio “Cagliari città” o “gioco del calcio”, e si avranno immediatamente moltissime informazioni visive e non. E non solo, assieme a noi le stesse informazioni “renderizzate” possono fruirle “un numero effettivamente illimitato di utenti e con continuità di dati”, anche un discendente del barbiere di Russell che si trovi al Central Park di New York e abbia un computer con connessione Wifi. In più, oggi il pronipote di quel barbiere può anche giocare con Facebook, Istagram, Twitter, Tic Toc, ecc. ecc., passandoci dentro molto tempo sino ad avere con questi social network un rapporto di vita e di abitazione.

 Mah, se è così, potrebbe dire il pronipote del barbiere, che comincia a capire l’antifona, possiamo ancora dire che il metaverso è solo una mappa o un modello dell’universo fisico? Certamente no, spiega Tagliagambe: “Ne è invece il gemello digitale”, che può essere definito come – e qui ritorna Ball – “una rappresentazione digitale dei dati, dello stato, delle relazioni e del comportamento di una qualunque entità fisica”, si tratti di persona o cosa. In pratica qualunque nostra interazione che avvenga su internet (da una telefonata a una ricerca, a uno spostamento…) lascia diverse tracce che diventano, appunto, il nostro gemello digitale. Ed ancora: dato che le tracce che noi lasciamo sono evidentemente diverse da quello che noi siamo ed anche dal mondo virtuale che le ospita (internet), vuol dire che il gemello digitale è uno spazio intermedio, “d’interazione che fa convergere e coinvolge insieme la dimensione fisica, comunque intesa, e quella virtuale”.

 Se così è, va tratta la logica conclusione che parlare di gemelli digitali “significa che non siamo di fronte a una semplice rappresentazione o simulazione, ma a un flusso bidirezionale di dati che genera un’interconnessione imprescindibile tra le due dimensioni”.

 Forse senza volerlo, col gemello digitale l’essere umano ha ricreato un corto circuito virtuoso che ricorda molto quello intuito da Bateson nell’osservazione sul gioco delle scimmie: che sembra si combattano, mentre in realtà giocano. E lo fanno perché han prodotto, in qualche modo, un “dialogare” tra il linguaggio oggetto, il piano del combattimento, e il metalinguaggio, quella serie di segnali intermedi, che stanno fuori dai segnali del combattimento, ma che hanno permesso di trasformare il combattimento in gioco.  Un salto, si potrebbe dire, istintivo-spontaneo-cognitivo che, all’occhio dell’osservatore, ha comportato uno sforzo-salto immaginativo che ha permesso di superare le regole del combattimento per trasformarle in quelle del gioco. Uno sforzo di “immaginazione produttiva”, si potrebbe affermare riprendendo il concetto kantiano (dal filosofo Immanuel Kant, 1724-1804), ampiamente sviluppato da Tagliagambe, di un’idea, un “focus imaginarius”, un’immaginazione produttiva che – sottolinea lo stesso Kant –  “giaccia fuori dal campo della conoscenza empirica possibile: se non che questa illusione (…) è tuttavia inevitabilmente necessaria, se oltre agli oggetti, che ci sono innanzi agli occhi , vogliamo vedere insieme anche quelli che ci stanno lontani alle spalle”.

 E così i gemelli digitali, in cui converge e si coinvolge insieme sia la dimensione fisica che quella virtuale in un’interazione continua, possono diventare protagonisti di un ulteriore salto immaginativo. Un focus imaginarius, che scavalca l’effettualità di “quanto accade in tempo reale”, spiega Tagliagambe, in quanto i gemelli digitali “elaborano anche scenari possibili, quindi attivano funzioni di predizione”. In questo prospettiva, il libro riporta diversi esempi, da quelli negativi, come lo scandalo prodotto da Cambridge Analytica (che ha utilizzato i dati di 87 milioni di account Facebook per influenzare le campagne elettorali), ai tanti positivi, tra cui il cuore virtuale, “uno straordinario progetto di ricerca” del matematico  Alfio Quarteroni, “Il primo tentativo al mondo di creare un modello integrato del cuore umano”; sino ai numerosi studi volti a realizzare gemelli digitali del cambiamento climatico.

  In questo quadro concettuale, il metaverso viene analizzato da Tagliagambe in un intrigante viaggio che porta il lettore dalla fisica quantistica alle neuroscienze, dalla crisi dei fondamenti della matematica all’antropologia e all’epistemologia, dalla letteratura alla linguistica e a tanto altro. Un’odissea positiva che mostra come il metaverso sia diventato un caposaldo dell’attuale contemporaneità, che stimola e aiuta ad immergerci in una “prassi totale”, in una circolarità di produzione tra teorie e prassi, che può aiutare a trovare nuove chiavi per “vedere” e “ascoltare” meglio la vita.

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lunedì 23 gennaio 2023

Jacinda Ardern e il nostro diritto al fallimento - Roberto Loddo

“Sono un essere umano. Diamo tutto quello che possiamo per tutto il tempo che possiamo, e poi arriva il momento. E per me quel momento è arrivato”. Mi hanno colpito nel profondo le parole della dimissionaria premier neozelandese Jacinda Ardern, parole che possono essere estese a qualsiasi dimensione della nostra società dominata dal grande culto dell’efficienza e della prestazione a qualsiasi costo.

E allora chi è che garantisce i diritti e la libertà delle persone che vivono l’esperienza del fallimento? Spesso ci dimentichiamo che più di quarant’anni fa i nostri servizi di salute sono stati travolti da una piccola rivoluzione, una lotta politica e culturale che ha portato all’approvazione della Legge 180 e al cambiamento radicale dei diritti umani e civili delle persone che vivono l’esperienza della sofferenza mentale. Il sogno interrotto di Basaglia è contenuto nei dettagli della mancata applicazione dei principi della deistituzionalizzazione. Per questo le persone che non funzionano più come vorremmo sono da un lato escluse dalle garanzie costituzionali ma dall’altro sono ancora oggi, di fatto, elemento costituente della società basata sull’esclusione sociale e sulla disuguaglianza.

Gli effetti delle disuguaglianze hanno prodotto una società tradita dalle promesse di benessere del neoliberismo in cui dovevamo essere tutti più felici lavorando di più e rinunciando a parte dei diritti sociali. Al contrario ci siamo ritrovati appiattiti in una società malata e contaminata da relazioni umane basate sulla violenza dove non sono le persone ad essere al centro dei bisogni dello stato ma solo i mercati e la finanza. Questo mondo spinge le persone a rimanere sole, isolate nell’egoismo e nell’individualità della mercificazione quotidiana, e non prevede, non consente, il tempo per il loro fallimento e non consente loro di avere nuove opportunità e nuove possibilità.

Senza il tempo per il fallimento siamo esseri divisi e separati da un ordine sociale basato dalla produttività e dall’efficienza. Sei giusto se produci e consumi e sei matto e sbagliato se non lo fai. E se non lo fai hai fallito, perché non hai diritto a seconde possibilità. Nel mondo per fatto per i giusti, il fallimento è declinato solo come insuccesso e sconfitta.

La relazione tra il tempo del fallimento e la salute mentale è ben visibile nella qualità sempre più insufficiente della presa in cura e nella mancata organizzazione dei servizi di salute mentale, nell’assenza di partecipazione e di consenso da parte di chi utilizza i servizi di salute mentale che diventano un non luogo verticale dove non c’è più spazio per praticare il rispetto dei diritti umani e dei diritti di cittadinanza. C’è solo un ambulatorio che cataloga le persone dispensando farmaci e terapie.

Non ci può essere diritto al fallimento se rimane solo l’appuntamento con lo psichiatra per la fiala depot, se rimane solo il ricovero nei reparti ospedalieri degli Spdc, se mancano i percorsi di presa in cura individuali orientati al miglioramento della qualità della vita, se mancano gli strumenti per il diritto all’abitare, al lavoro e alle relazioni sociali e affettive.

Non possiamo permetterci di fallire con poco personale nei Centri di salute mentale, con centri di riabilitazione diurna senza risorse, con tante persone che vivono la loro sofferenza restando tutto il giorno chiusi in casa con un intervento farmacologico che non è accompagnato da una riabilitazione e da un adeguato sostegno psicologico, con i familiari in balia di un carico enorme e senza prospettive future.

Non possiamo permetterci di fallire e senza il tempo per il fallimento non ci può essere crescita e nemmeno libertà. Siamo ingabbiati in una forma moderna di schiavitù, la schiavitù 2.0 di chi soffre ma deve stare in silenzio, di chi lavora ma rimane povero, di chi vive la negazione della propria identità. Nuovi schiavi obbligati a stare al mondo come esseri perennemente soddisfatti, sempre giusti e privi della possibilità di fare errori.

Una società nuova, basata sulla giustizia, sulla democrazia e sull’eguaglianza deve anche avere un tempo per il fallimento. Alle persone deve essere garantita per legge la possibilità di commettere errori, di perdere, di essere sconfitti, di ripensarsi, di avere dubbi e di prendere decisioni sbagliate. Dobbiamo avere il diritto di costruire percorsi di vita che crollano senza che ci sia una società che ci giudichi e che ci condanni. Il diritto al fallimento andrebbe inserito nella Costituzione.

Avere il diritto di praticare il fallimento significa avere la possibilità di essere antagonisti a questo sistema.

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venerdì 21 gennaio 2022

The Sardinian factory of death (La fabbrica sarda della morte) - Lisa Camillo

 




The Sardinian factory of death


Esce sul canale Al Jazeera per la serie Close Up il nuovo documentario di Lisa Camillo “The Sardinian factory of death” (La fabbrica sarda della morte). Il film racconta la storia di un gruppo di coraggiosi iglesienti – Iglesias (SU) – che combatte per riconvertire una pericolosa fabbrica di armi di proprietà tedesca e trasformare la loro povera regione in una fiorente e sana terra, con il loro marchio di qualità: War_Free, liberi dalla guerra.

La regista del documentario lungometraggio, premiato ed apprezzato in tutto il mondo, “Balentes – I coraggiosi”, uscito nei cinema australiani e oggi disponibile su Prime Video, continua la sua lotta per preservare la sua amata terra, la Sardegna, divulgando l’orrore della guerra e le conseguenze socio-ambientali devastanti per il territorio sardo e per la popolazione stessa. Lisa mette in evidenza l’incredibile potere di resilienza di coraggiosi sardi che propongono una riconversione graduale della fabbrica di bombe in una industria che protegge i lavoratori e rispetta l’ambiente, costruendo un tessuto economico più sostenibile e consono al proprio territorio.

“The Sardinian factory of death” in 12 minuti ci fa sentire orgogliosi del nostro popolo e ci fa capire come organizzandosi, passo per passo, possiamo cambiare la storia ed il futuro della nostra Isola.

Lisa Camillo è una regista, scrittrice ed antropologa sardo-australiana, autrice del libro, una ferita italiana, che combatte per sensibilizzare la gente e soprattutto i giovani a proteggere la propria terra.

“I cuori dei sardi – ci confessa – dovrebbero opporsi a questo scempio, dovrebbero combattere per riappropriarsi della propria terra, dovrebbero dire basta. Io l’ho fatto, ho ricevuto diverse minacce, ma non mi sono mai fermata né mi fermo. Se vogliamo cercare di cambiare qualcosa, prima di tutto dobbiamo informarci e informare i nostri figli che sono quelli che più di tutti pagano e pagheranno il prezzo dell’inquinamento ambientale che avvelena la salute, che causa malattie, che impedisce un sano sviluppo”.

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martedì 19 ottobre 2021

Riflessioni sulla “buona morte” - Gianni Loy

 

Il significato dell’espressione, sia nella lingua originaria che in quella italiana, per quanto riguarda l’aspetto teleologico, è chiaro e inequivocabile: indica  le azioni volte a porre fine alla vita di una persona allo scopo di evitargli sofferenze prolungate nel tempo o una lunga agonia.

Non altrettanto condivisa è la classificazione delle condotte che vengono  considerate eutanasia. Si parla di eutanasia attiva quando la morte è diretta conseguenza dall’azione di un terzo, come la somministrazione di un farmaco da parte del medico, e di eutanasia passiva quando la morte costituisce l’effetto indiretto di un’azione o di un’omissione, come nel caso della sospensione di trattamento sanitario o dell’alimentazione artificiale.

Fattispecie a sé, sarebbe costituita dal suicidio assistito, (l’aiuto o l’assistenza al suicidio) nel quale è la persona che desidera morire a compiere l’atto che produce la morte grazie all’aiuto di una terza persona. Il caso classico è quello del  medico, o di un familiare che, su richiesta dell’aspirante suicida, gli fornisce un farmaco idoneo a procurargli la morte, che sarà però il richiedente ad assumere.

Quanto alla classificazione delle condotte non vi è consenso neppure all’interno del Comitato  Nazionale di Bioetica che, chiamato a pronunciarsi sulla questione dopo la nota sentenza della Corte Costituzionale, si è limitato a dar conto dell’esistenza di diverse opinioni al suo interno: alcuni hanno sostenuto che la distinzione tra eutanasia e suicidio assistito sarebbe speciosa,  data la sostanziale equivalenza tra il fatto di aiutare una persona che vuole darsi e si dà la morte, e il fatto di essere autore della morte di questa persona; altri hanno ritenuto che, sia sotto il profilo filosofico che simbolico,  consentire a una persona di darsi la morte non è identico a dare la morte a qualcuno a seguito della sua richiesta.

Il suicidio, da un punto di vista giuridico, non è oggetto di divieto da parte della legge. Tuttavia, – secondo interpretazione dello stesso Comitato di bioetica,  non si ritiene  esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, ma viene inteso come una semplice facoltà̀ o un mero esercizio di una libertà di fatto. Lo sfavore dell’ordinamento si ricaverebbe,  tra l’altro, dal fatto che la legge sanziona penalmente sia le condotte che incitano al suicidio, sia quelle che provocano, materialmente, la morte di una persona che chieda di porre fine alla propria vita.

L’art. 579 del codice penale punisce (con reclusione tra i 6 e i 15 anni) chi cagioni la morte di una persona con il consenso di lui ed un’altra norma (art. 580)  punisce con pene variabili tra 1 e 12 anni  chi determina altri al suicidio, ne rafforza il proposito, ovvero ne agevola, in qualsiasi modo, l’esecuzione.

Si tratta, per la verità, di norme estranee all’impianto costituzionale, introdotte dal Codice penale del 1930  precedentemente all’entrata in vigore della Carta Costituzionale. Norme, peraltro, già dichiarate parzialmente incostituzionali. La Corte costituzionale , (Sent. n.  242 del 22 novembre 2019), ha dichiarato incostituzionale l’art. 579 del c.p. nella parte in cui non esclude la punibilità di chi con le modalità di cui alla legge n. 219/2017  (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento) o con modalità equivalenti, agevoli l’esecuzione del proposito di suicidio che si sia autonomamente e liberamente formato, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputi intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente. La norma, è ritenuta in contrasto con gli art. 2, 13 e 32 Cost. che riconoscono i diritti inviolabili dell’individuo, la libertà personale ed il diritto alla salute.

Sulla base dei ragionamenti del Giudice costituzionale si può sospettare che anche l’art. 580, (oggetto del quesito referendario) potrebbe non superare un eventuale vaglio di costituzionalità  ove la  Corte venisse chiamata a pronunciarsi. La distinzione tra fornire il prodotto che procura la morte  e somministrarlo, quanto a finalità ed effetti, è assai labile, almeno fuori dai confini di Bisanzio, posto che, in ogni caso si produce la morte della persona che, nel rispetto delle condizioni indicate dal Giudice costituzionale, lo richieda.

Del fatto che il suicidio  costituisca una semplice facoltà e non un diritto, o  una   libertà di fatto, si può dubitare.  Nel diritto alla vita, al pari di altri diritti costituzionalmente garantiti, è implicito anche il diritto a rinunciare all’esercizio di tale diritto. Il diritto ad iscriversi ad un sindacato, ad esempio, comprende in sé anche il diritto a non iscriversi. Il diritto alla riservatezza non proibisce di comunicare ad altri i dati che si ha diritto a mantenere riservati. Analogamente, il diritto alla vita non impone alla persona l’obbligo di restare in vita. Non le impedisce, in altri termini, di decidere di non esercitare quel diritto. Se così non fosse, dovremmo concepire non solo un diritto alla vita, ma, accanto ad esso, anche un obbligo a restare in vita. Ma possiamo davvero ipotizzare che l’ordinamento, in presenza dell’esplicita e consapevole volontà di una persona di rinunciare al proprio diritto alla vita, possa in qualche modo costringerlo a vivere? 

L’art. 32 della Costituzione consente, ove sia la legge a disporlo, l’obbligo di sottoporre le persone a determinati trattamenti sanitari, anche contro la loro volontà; precisa, tuttavia, che la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana. Personalmente, non credo che imporre di continuare a vivere ad un uomo o ad una donna che con piena coscienza e consapevolezza abbiano deciso di lasciarsi andare nelle braccia della loro “sorella morte” – tanto più se si tratta di una scelta dettata dall’urgenza di fuggire da un insopportabile dolore fisico e psichico – sia rispettoso della dignità umana. Un’interpretazione che ritenesse il contrario, sarebbe in contrasto, con quanto stabilito dal secondo comma dell’art. 32 della Costituzione in quanto andrebbe oltre i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Sia ben chiaro, nel nostro ordinamento, nella nostra cultura giuridica, non esiste alcun “diritto al suicidio”. La Repubblica, al contrario, è chiamata a promuovere e proteggere il diritto alla vita, e sono molti gli strumenti che può mettere in cmapo, a partire dal promuovere il benessere generale della società, garantire un’assistenza sanitaria generale e gratuita, ridurre gli incidenti sul lavoro, soccorrere i naufraghi, predisporre misure di tempestiva ed efficace terapia del dolore, offrire il sostegno psicologico alle persone che si trovino in grave difficoltò, garantire un’adeguata riabilitazione e rieducazione …

In Europa, secondo dati Eurostat, oltre un milione di persone muoiono ogni anno delle deficienza del sistema sanitario pubblico diverse migliaia a causa di errori della diagnosi e della cura. Per fortuna, in queste speciali classifiche, l’Italia risulta tra i paesi più virtuosi o, sarebbe meglio dire,  meno deficitari.

Il fatto che l’ordinamento, in generale, non guardi con favore alla scelta di rinunciare alla propria vita non significa, tuttavia, né che possano adottarsi misure coercitive che impediscano alla persona di disporre della propria esistenza, e neppure che nelle ipotesi di patologie incurabili in presenza di sofferenze insopportabili, in ossequio al rispetto dei diritti fondamentali della persona, il sistema sanitario non possa prevedere forme di assistenza medica alla buona morte.

Concludo questi brevi riferimenti – di carattere prevalentemente giuridico – con riferimento al suicidio, perché dal punto di vista teleologico, anche quanto alle implicazioni di carattere morale, non vi è differenza tra le diverse modalità che provochino la morte di chi abbia deciso di togliersi la vita.  Ciò che conta sono il desiderio e la cosciente volontà di porre fine alla propria vita. In definitiva, sotto il profilo etico, non fa differenza se tale finalità viene perseguita mediante la rinuncia alle cure, il suicidio o la buona morte medicalmente assistita. Altrettanto potrebbe dirsi per la persona che cooperi alla realizzazione dell’intento:  sotto il profilo etico, poco importa se provoca la morte di una persona a seguito di un’omissione  o di una condotta attiva. Ciò che conta è il rapporto tra la condotta e l’effetto desiderato. Sotto il profilo legale, invece, il mero aiuto al suicidio, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale, non costituisce più reato,  mentre continua ad esserlo, in attesa dell’esito del referendum abrogativo,  la condotta di chi provochi direttamene la morte, ad esempio con la somministrazione di un farmaco.  

Vorrei far riferimento ad un recente avvenimento. Qualche settimana fa,  in Spagna, una donna gravemente ammalata si è tolta la vita in una stanza d’albergo assumendo una dose di veleno. La donna era affetta, da anni, da una patologia cronica osteomuscolare incurabile, aggravata dall’intolleranza agli oppiacei. Ultimamente era sopravvenuto un cancro alla vescica “invasivo e di grado elevato”, secondo il referto medico. La donna, che auspicava una dolce morte, non appena entrata in vigore la legge che, in quel paese, consente la morte medicalmente assistita, aveva chiesto di poter essere ammessa. La  richiesta era stata sottoposta alla struttura competente,  ma non era andata a buon fine, inizialmente in quanto il medico incaricato si era dichiarato obiettore di coscienza.

Ma non è questo che interessa, piuttosto l’esito e le ragioni della donna che, qualche settimana prima accompagnata  dal medico curante e dall’amica più cara, aveva rilasciato un’intervista a “El Pais” dichiarando quanto segue:

La decisione l’ho già presa. Non credo di poter attendere che mi venga applicata la legge. Ho sempre affermato che non voglio vivere se non sono in grado di poter decidere sulla mia vita. Non sono in grado di cucire, non posso leggere. Non c’è niente che possa darmi speranza. Non si tratta di un capriccio.  Il fatto è che tutta la mia vita consiste esclusivamente nel cercare di soffrire il meno possibile. E nonostante tale sforzo la mia sofferenza è intollerabile. Per questo penso che, al massimo, riuscirò a resistere sino ad  ottobre, ma forse neppure riuscirò ad arrivarci”.

Il giornalista le chiede: “E nel caso non riuscisse ad essere ammessa al trattamento previsto dalla legge,  ha cercato qualche alternativa per darsi la morte?

“Si ho qualche alternativa, non piacevole, ma ce l’ho. Solo che, dal punto di vista psicologico, si tratta di una alternativa terribilmente violenta. È violento pensare Mi sto suicidando”. Io non lo voglio questo. Voglio solo che mi aiutino a smettere di soffrire. Niente di più”.

Cito questo, episodio, uno come tantissimi altri, tra i pochi che superano il riserbo e diventano di dominio pubblico, perché consente, di comprendere come il tema, l’unico tema in discussione, sia quello della vita, della morte e del diritto di decidere della propria esistenza: il resto riguarda gli aspetti tecnici, le modalità  di esecuzione dell’intento, che possono andare dalla rinuncia alle cure ed all’alimentazione sino al suicidio.

Ho voluto introdurre nel discorso un caso concreto, anche perché risulti chiaro che la vita, la morte, le sofferenze, non esistono. Nella storia, nella realtà esistono uomini e donne che vivono, che soffrono, che muoiono. Le espressioni astratte che utilizziamo sono comprensibili e concepibili soltanto perché si verificano tali evenienze.

Come, proprio in questi giorni  ci ha ricordato Biorn Larsson,  siamo in grado di intendere il “senso” attribuito alle parole ed alle espressioni,  ma per sapere se esistono veramente dobbiamo rivolgerci alla scienza.  La vita è sacra, inviolabile, è un valore supremo. Il principio lo intendiamo, riscuote consenso.  Ma, nella realtà, davvero  la vita è sacra protetta, rispettata? Ed in che modo?

Arriviamo al nodo. La decisione circa le regole che potrebbero  disciplinare – se, quando e come – pratiche di buona morte, ha evidenti implicazioni etiche che interrogano la coscienza di ciascuno e quella collettiva.

Il fondamentale interrogativo, sul piano etico, consiste nel cercare una risposta, non ambigua, ad una elementare domanda: consentire la buona morte, è un bene o un male? Ciò, non significa, nonostante ogni apparenza, pronunciarsi su principi astratti, quali la sacralità della vita.

Il quesito, al quale il Parlamento italiano non ha voluto rispondere, nonostante il pressante invito della Corte Costituzionale,  è un altro: se la comunità nella quale oggi storicamente viviamo ritenga eticamente accettabile consentire l’assistenza medica, la buona morte, alle persone gravemente sofferenti, senza speranza di guarigione delle quali sia stata accertata la cosciente e consapevole volontà di porre fine alle proprie sofferenze.

Ciò, non sulla base di precetti morali fondati su costruzioni metafisiche o di credo religiosi, ma alla luce di valori fondanti e condivisi, logicamente giustificati, di una comunità, laica. Quali il benessere collettivo, la ricerca della felicità, la solidarietà. Che tenga conto, evidentemente, degli effetti che le scelte personali possano provocare sul sistema di convivenza dell’intera comunità. L’etica laica, in ogni caso deve necessariamente trovare nell’immanenza, e non nel trascendente, la risposta ai propri interrogativi.

Non dobbiamo chiederci se la buona morte, astrattamente considerata, sia un bene o un male, ma se operi bene o male, per se stesso e per la comunità, la persona che decida di praticarla. Si tratta, conseguentemente, di un giudizio sulla persona che aiuta il richiedente a porre fine alle proprie  sofferenze.

L’etica di cui parliamo, peraltro, è opinabile, in quanto ispirata a diverse concezioni  filosofiche; ad esempio all’imperativo categorico kantiano che ipotizza una sorta di deontologia nel comportamento umano; oppure alle teorie utilitaristiche, secondo le quali le nostre azioni dovrebbero mirare alla massima felicità per il maggior numero di persone. In ogni caso, l’etica di cui parliamo non coincide con i precetti morali  dettati da ideologie o religioni. Beninteso, è frequente che  i valori “laici” e quelli derivanti dai precetti morali delle religioni possano coincidere, Ma non sempre. Alcune pratiche imposte da talune religioni, ad esempio, sono incompatibili con i diritti fondamentali universalmente riconosciuti.

In ogni caso non vi è alcun antagonismo tra l’etica laica che dovrà ispirare le scelte del legislatore in materia di buona morte ed i precetti morali delle religioni cristiane in materia di buona morte – peraltro non condivisi da tutte le professioni religiose – . Precetti morali che, anche quando non coincidenti con l’etica “laica” del legislatore, potranno sempre orientare liberamente le condotte dei propri adepti. Non solo, a quanti eventualmente professino un credo distinto da quello dell’etica “laica”, in casi come questo, viene di norma  riconosciuto il diritto di non uniformarsi al precetto civile, cioè di astenersi dalle pratiche che non condividono, attraverso lo strumento dell’obbiezione di coscienza, come opportunamente richiamato anche dalla citata sentenza della Corte Costituzionale.

Nel caso concreto, – perché non si dimentichi, neppure per un momento, che non è della morte che ragioniamo, bensì delle persone che, in determinate circostanze, desiderano la propria morte o si danno la morte  – si può aggiungere che a tutte le professioni religiose,  vien in ogni caso garantita – ci mancherebbe altro – ogni assistenza spirituale volta ad aiutare il credente a non cedere alla tentazione di porre fine anticipatamente alla propria vita e ad affrontare con spirito orientato al trascendente le proprie sofferenze.  Ma se un credente, uomo o donna, esercitando il libero arbitrio,  continuasse a manifestare il proposito di porre fine alla sua vita, troverei paradossale che il suo desiderio non possa poi essere accolto perché il precetto morale della confessione religiosa che il proprio adepto non intende rispettare venisse  recepito e fatto proprio dall’ordinamento giuridico dello Stato.  

Aver certezze è bene, risulta sicuramente rassicurante,  rassicurante. Ma coltivare dubbi è non meno salutare e utile,  soprattutto in questo caso, visto che la vita e la morte, per tutti, possono essere segnate da svolgimenti imprevedibili e misteriosi.

Spesso siamo convinti, molti di noi- e lo proclamiamo con sicumera -, che in presenza di  un determinato evento ci comporteremo in una determinata maniera.  Ma è soltanto un’idea, un’astrazione. Finché resta un’idea … Tra quanti oggi giurerebbero che mai, in nessuna circostanza, ricorrerebbero alla buona morte, non pochi, di fronte ad una situazione non più immaginaria ma reale, sicuramente, potrebbero  comportarsi in maniera differente.  Ma è vero anche il contrario, cioè che tra quanti dichiarano che, in circostanze analoghe, sceglierebbero di anticipare la morte, molti, alla prova dei fatti opererebbero una diversa scelta rinunciando a tale  proposito.   

Vita e morte, disincrostate dell’astrazione, altro non sono che i nostri percorsi quotidiani  Così terribili da considerare funesto persino il giorno della nascita – secondo il pastore errante di Leopardi – o così assurdi da potere essere paragonati – secondo Camus  – alla fatica di Sisifo? O, per altro verso, esaltante esperienza di conoscenza e di appagamento, o alternarsi di gioia e di dolore? Una miriade interpretazioni che sfugge alla nostra conoscenza ed alla nostra esperienza futura. Cosa ne sappiamo, esercitando sana umiltà, del sentimento di chi, ormai sul ciglio del baratro, in presenza di insopportabili sofferenze, chiede di lasciarsi andare dolcemente? Abbiamo sufficienti motivi per giudicarlo e per impedirglielo? Senza contare che, il più delle volte, ciò significa semplicemente che lo costringiamo a realizzare lo stesso proposito in clandestinità o con maggiore sofferenza.  

Non abbiamo ricette. Camus immagina che possa essere felice persino chi è destinato a  spingere sassi lungo il pendio per tutta dal vita, senza alcuna speranza di fuggire dal supplizio. Umberto  Eco afferma “Io ho il diritto di scegliere la mia morte per il bene degli altri”, e tanti altri, ciascuno secondo i propri principi.

Prendiamo atto di trovarci di fronte all’irrisolto mistero della vita e della morte. E visto che la vita, in un modo o nell’altro, la sperimentiamo, il mistero si concentra sulla nostra. La morte costituisce il nostro ultimo dubbio.

Il mistero. Io, ad esempio, in questo momento, immagino che se mi trovassi in condizioni di estrema ed insopportabile sofferenza, non solo chiederei di anticipare la fine con una buona morte, ma mi fingo  persino che nel momento in cui  mi comunicassero che all’indomani un medico mi accompagnerebbe dolcemente alla morte, proverei un grande senso di serenità, anzi di felicità.

Allo stesso tempo, sono certo e consapevole che, di fronte ad una situazione del genere, ne ho esperienza, potrei decidere diversamente, cioè scegliere di attendere, anche nel dolore, con altro spirito, la fine dei miei giorni.

Insomma, sappiamo così poco della vita da non poter essere certi neppure delle nostre azioni.  Figuriamoci se possiamo dettare il comportamento di altre persone. Spero che né a me né ad altri venga confiscato il libero arbitrio.

Insomma chi siamo noi per giudicare? Impedire, per legge, una scelta altrui che non condividiamo è assai più di un giudizio.

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domenica 29 novembre 2020

la polizia (egiziana?) a casa di Cristian

 

Solidarietà a Cristian: Meno repressione e più ospedali

 

Ogni attivista che immagina una Sardegna diversa dall’isola delle diseguaglianze che viviamo e libera dall’occupazione militare rischia di imbattersi nelle intimidazioni poliziesche della Questura di Cagliari.

Intimidazioni puntuali, come orologi svizzeri che arrivano solo quando sono presenti iniziative e mobilitazioni. L’idea è antica, ignorare e sospendere la costituzione italiana per costruire una atmosfera di tensione e violenza e per spaventare chiunque possa avvicinarsi alle iniziative democratiche di dissenso all’attuale modello di società. Un clima di violenza gratuita che dovrebbe preoccupare e allarmare ogni persona sensibile all’azzeramento delle garanzie costituzionali e delle libertà individuali. Queste forme di violenza della polizia italiana non sono nuove e non colpiscono solo gli attivisti e le attiviste ma tutti coloro che frequentano la dimensione delle loro vite, familiari, amicizie e coinquilini, addirittura circoli privati. La redazione del manifesto sardo esprime la sua vicinanza e solidarietà a Cristian riportando il suo post su quanto accaduto stamattina.

“Oggi ho subito una perquisizione da parte della forza pubblica. Alle 8.00 mi suona il campanello con un uomo che mi dice “posta”: alle 8. Chiaramente avevo capito che si trattava di altro tipo di servizio pubblico. Sei agenti della digos sono entrati così in casa mia. Hanno frugato in camera mia, tra le mie cose. Hanno aperto libro per libro (magari ci avessero capito qualcosa).Mi hanno sequestrato il telefono, il computer, il tablet ed ogni tipo di memoria esterna che potessi avere. Mi hanno sequestrato una giacca e un paio di scarpe, gli unici decenti che avessi. Mi hanno sequestrato otto fumogeni definiti come “razzi”, perchè il fumo uccide. Non contenti di ciò sono andati a casa mia a Capoterra, da mio padre, appena dimesso dall’ospedale, per puro atto di intimidazione. Sono rimasti per intere ore in casa fotografando il loro “materiale probante” per passare così la velina a qualche giornalaio. Tutto questo perchè secondo loro farei il paparazzo. Entro oggi mi farò un nuovo numero e forse anche un nuovo profilo social. Per adesso non mandatemi messaggi. Salvo foto di ghigni da fargli trovare quando accenderanno il pc. Non posso tra l’altro accedere ai miei social, in quanto ho l’autenticazione a due fattori. Le lotte non si fermano anche se questi “signori” continueranno a intimidirci, perquisirci e reprimerci. A innantis ”Cristian”

da qui

 

 

La politica alternativa fatta con gli stessi mezzi della controparte non è una politica alternativa - Omar Onnis

 

In diverse occasioni ho argomentato su queste pagine la sostanziale inesistenza storica della politica in Sardegna. La condizione di subalternità economica e culturale ha impedito negli ultimi due secoli il maturare di dinamiche socio-politiche autonome, situate, pienamente dispiegate.

L’essere una porzione territoriale marginale e tributaria di qualcos’altro ha prodotto e perpetuato dinamiche sociali e politiche degeneri, che si sono riprodotte in modo estremamente resiliente anche dentro il mutare del contesto.

Certe forme di diseguaglianza, la concezione feudale dei rapporti politici e della stessa amministrazione pubblica, il debordare delle misure assistenziali e clientelari, la stessa debolezza del tessuto produttivo sono tutti fattori di un circolo vizioso che non si è mai interrotto.

Le cattive prove della politica sarda pressoché in ogni epoca, con evidenti degenerazioni negli ultimi lustri, non sono casuali. La feroce transizione storica in cui ci ritroviamo coinvolti non fa che peggiorare le cose. L’epidemia di covid-19 ne è parte integrante, non un caso straordinario e irripetibile.

Che in Sardegna sia necessario, storicamente necessario, un cambio di rotta deciso, lo sappiamo e lo diciamo da tanti anni. Lo dicono anche coloro che in realtà agiscono in senso contrario, ossia affinché le cose vadano avanti ancora allo stesso modo.

Ma è davvero possibile questo cambio di rotta? In quali condizioni dovrebbe avvenire? E cosa significa concretamente un auspicio del genere? Chi dovrebbe promuoverlo? Come?

Sono tante domande che bisognerebbe farsi ogni volta che si fa questo discorso. Spesso le diamo per scontate o facciamo finta di conoscere tutte le risposte. Io non credo che sia vero. E credo anche che siano ancora troppe le cose di cui non parliamo o su cui stendiamo uno spesso velo di ipocrisia, o di rimozione. Anche per paura, non solo e non necessariamente per nascondere cattive intenzioni.

Ma forse serve ancora un ulteriore sforzo di verità e di onestà intellettuale. Bisogna parlarsi chiaro e bisogna calare le carte.

Di ieri è la notizia della perquisizione domiciliare di Cristian Perra, studente, militante molto impegnato su più fronti politici e sociali. Una figura nota e stimata del variegato movimento che si oppone all’occupazione militare, alle politiche di saccheggio del territorio, all’oscurantismo moralista, alle politiche padronali e anti-popolari dominanti.

Un’operazione di polizia che sa molto di rappresaglia e intimidazione. Solo venerdì scorso, il 13 novembre, Cristian, con altre decine di militanti, aveva dato vita a un sit-in presso il poligono di Capo Frasca, sede tuttora di esercitazioni militari, a dispetto della pandemia e delle restrizioni anche economiche che i cittadini devono sopportare in questi mesi.

L’intimidazione naturalmente non è solo a carattere individuale, benché naturalmente il bersaglio non sia scelto a caso, ma colpisce un intero ambito politico e tende a lanciare un avvertimento generalizzato.

È inevitabile che la Sardegna, considerata dalla classe dominante italiana, dalla politica e dal deep state alla stregua di una colonia oltremarina, debba essere tenuta sotto controllo, con ogni mezzo. Un po’ come chiedevano gli USA negli anni ’60. Non solo per ragioni geo-strategiche pure e semplici, ma anche per garantire la mole di affari che l’occupazione militare dell’isola consente. E questa è una faccenda che dobbiamo sempre tenere ben presente.

Non è un caso se le azioni intimidatorie più forti da parte delle forze dell’ordine colpiscano preferibilmente chi appare più esposto sul fronte della lotta contro l’occupazione militare.

Non c’è solo questo, naturalmente. Le partite strategiche in cui la Sardegna è inserita, sia pure come pedina sacrificabile, sono anche altre. C’è quella energetica, con tutte le sue implicazioni. Ci sono le relazioni conflittuali tra medie potenze dell’area turco-arabo-persiana (il Qatar, che domina la scena in Sardegna, è ormai ai ferri corti con l’Arabia Saudita ed altri attori di quello scenario, compresi quelli europei ed extra-europei). Ci sono partite economiche in cui l’isola può avere un ruolo di fornitore di materia prima, o di territorio da sfruttare, ma non può avere ambizioni di protagonismo e di autonomia strategica.

La mediocrità e il discredito della nostra classe politica complicano una situazione già aggravata da una crisi ormai strutturale e da una pandemia gestita male e dagli esiti incerti.

Se pensiamo al susseguirsi delle giunte regionali delle ultime legislature è facile constatare come di volta in volta si sia pensato di aver toccato il fondo e invece al giro successivo ci si debba sempre confessare di essere stati troppo ottimisti.

La sconfitta di Renato Soru nel 2009, chiaramente una sorta di restaurazione oligarchica e anti-democratica, era stata anche responsabilità – e in qualche caso opera diretta – di alcune parti dello stesso centrosinistra.

La giunta Cappellacci, pur non avendo conseguito alcuni degli scopi fondamentali per cui era stata promossa (in primis lo smantellamento del PPR), aveva però rimesso a posto dinamiche di spartizione e assetti di potere che per un attimo erano stati minacciati. Il banco tuttavia sarebbe potuto saltare già al giro successivo, nel 2014, se non fosse stato per la trovata estemporanea ma invero efficace della candidatura Pigliaru.

L’esperimento normalizzatore della “giunta dei professori” garantiva il perpetuarsi delle relazioni e delle forme di potere consolidate, ma con un’aura di rispettabilità che consentiva di svolgere i peggiori magheggi al riparo da troppe critiche. Non a caso quella giunta, nominalmente di centrosinistra, è riuscita a realizzare obiettivi che i suoi dirimpettai politici non sarebbero riusciti a realizzare così a buon mercato. Per esempio la privatizzazione sistematica di ampie porzioni di beni comuni (con una generalizzata licenza di occupare suolo fertile a scopi speculativi) e lo smantellamento o l’indebolimento drastico di ambiti democraticamente vitali come la scuola e la sanità pubbliche. Lo ricordo a vantaggio dei tanti che credettero di votare quella compagine per “battere le destre” o come “il meno peggio”.

Oggi ci ritroviamo nelle mani di una giunta sardo-leghista che al suo massimo splendore potremmo definire imbarazzante, sennò si va da lì all’indietro, in un’ipotetica classificazione della qualità politica. La cialtronaggine e la subalternità erette a regola aurea dell’amministrazione pubblica. Di male in peggio, appunto.

Il guaio è che, come dicevo, tale decadenza politica si inserisce in un quadro più ampio di disarticolazione sociale e politica e di estrema incertezza. A livello italiano, europeo, mediterraneo e globale.

Questo è il quadro in cui deve muoversi qualsiasi proposta di mutamento politico radicale in Sardegna. Che significa anche mutamento sociale ed economico, oltre che culturale. Un mutamento che, se innescato, rimetterebbe in discussione interessi corposi a un livello più ampio di quello locale, non solo le aspirazioni di carriera a spese pubbliche dei vari arrivisti da quattro soldi nostrani.

I quali, però, servono ancora, magari camuffati da qualcos’altro. Le manovre di ricomposizione o ricollocazione politica già in atto evidenziano la precisa coscienza della debolezza delle compagini che hanno garantito fin qua gli assetti di potere vigenti ed evocano il conseguente obiettivo di accaparrarsi o quanto meno sabotare eventuali aggregazioni politiche alternative.

Io leggo anche in questo senso l’appello fatto da Paolo Maninchedda, su cui mi sono soffermato nell’ultimo post su SardegnaMondo. Di cui ribadisco le argomentazioni.

Non si può pretendere di essere un’alternativa se si fa parte del meccanismo di potere a cui si dichiara di volersi contrapporre. Ciò significa che non se ne possono nemmeno mutuare metodi, scopi, personale.

Noto invece con una certa costernazione, benché senza grande sorpresa, che anche l’ambito indipendentista-autodeterminazionista è percorso da tentazioni pericolose, in questo senso. Si equivoca la furbizia tattica e opportunistica di alcuni soggetti, prendendola per intelligenza politica; si ritiene la capacità di entrare nel Palazzo a qualsiasi prezzo l’unico modo pragmatico di agire; si allentano i filtri etici e ideali in nome di una malintesa necessità di conquistare il consenso elettorale pur che sia.

È un problema. Questo modo di agire nega in partenza la possibilità di costruire il cambiamento politico che si pretende di perseguire. Per altro, sul piano meramente pragmatico, si accetta di giocare con le regole e secondo i criteri di un meccanismo di selezione e di gratificazione gestito da vecchi marpioni di questo gioco, a cui non si potrà mai insegnare come vincere. Si accettano le condizioni e il terreno di gioco altrui, finendo per ridursi a semplici strumenti di una tattica che non si padroneggia e da cui si viene facilmente irretiti.

E per cosa, poi? Per poter “contaminare dall’interno” i meccanismi di spartizione e di potere di intermediazione a cui è da tempo ridotta la politica sarda contemporanea? O per ricevere gratificazioni al proprio ego, per compiere una scalata sociale altrimenti impossibile?

I mezzi sono giustificati dal fine, si dice, ma, anche se questo fosse sempre vero ed accettabile, resta la necessità che siano adeguati. Cedere ai meccanismi di contrattazione e di compromesso richiesti dalla gestione della politica podataria sarda, oltre che inaccettabile, è anche pragmaticamente controproducente. È una pia illusione quella di avere la forza e la capacità di mutare questi meccanismi politici facendone pienamente parte e dunque legittimandoli.

Chiaro, il percorso realmente alternativo, che passa per il confronto aperto, la lealtà, la trasparenza degli scopi, la rispondenza dell’azione politica a reali interessi collettivi e a una prospettiva di emancipazione democratica generalizzata, è difficile. Molto più facile accettare di entrare in combutta con i vari maneggioni delle clientele e del consenso sotto ricatto, o allearsi con centri di potere opachi, oligarchici, coloniali, ma che assicurano – almeno nelle promesse iniziali – la partecipazione al bottino. Ma se si vuole questo, che almeno si abbia il coraggio di schierarsi coerentemente, senza fingere di aspirare a qualcosa di radicalmente diverso.

Esiste anche l’eventualità di operazioni scientemente finalizzate a debilitare i percorsi alternativi. In questo caso la contaminazione dall’interno sarebbe del tutto sensata. Ne ho già fatto cenno. È del tutto possibile e direi anche probabile che chi ha qualcosa da perdere da un mutamento drastico degli assetti di potere lavori a colonizzare, inquinare e al limite sabotare il processo di costruzione di un fronte democratico e popolare. Non sarebbe nemmeno difficilissimo (e perdonatemi se non scendo nei particolari). Chi può escludere che non sia già successo?

Alle difficoltà oggettive si sommano dunque anche difficoltà soggettive e contingenti. È una partita estremamente complessa, ma decisiva. Il processo in corso ormai da alcuni anni va avanti con la forza di un’inerzia storica difficile da arrestare. Ciò significa che qualcosa succederà. Potrebbe essere un esito democratico ed emancipativo, da difendere strenuamente, oppure l’aggravamento definitivo della nostra condizione di subalternità, di povertà, di degrado ambientale, sociale e culturale, di spopolamento.

La ragione, oggi come oggi, suggerisce che quest’ultimo sia l’esito più probabile. Per scongiurarlo non servirà la retorica da social media, non servirà la presunzione di chi mette se stesso o il proprio gruppo davanti a tutto e a tutt*, non basterà la furbizia da ladri di polli, né garantirà il successo la malleabilità ideale ed etica.

La democrazia si conquista e soprattutto si garantisce esclusivamente con la democrazia stessa. Idem la libertà e le conquiste sociali. Che si chiamano conquiste perché sono il frutto di una lotta collettiva, l’esito di un conflitto, non certo la concessione di un potente magnanimo o il premio per un tradimento. Se qualcuno pensa il contrario, quale che sia la bandiera sotto cui si presenta, non stiamo dalla stessa parte né abbiamo gli stessi obiettivi politici.

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