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domenica 6 luglio 2025

Il capo della Nato: vermi e servi della retorica delle armi - Franco Arminio

 

 

QUESTA POESIA parla del capo della Nato e altri striscianti. Lo decido io che è una poesia e chi vuole può tenersi la contentezza che non lo sia. Questa poesia non aveva bisogno di poesia, volevo solo festeggiare la mia libertà, buttarla in faccia ai servi, ai vermi della nostra occidentale inciviltà. Questa poesia dice che il capo della Nato ha fatto il compito che gli era assegnato: far comprare agli Stati altre armi americane. Il resto lo recuperano i dazi. Questa poesia dice che con i soldi che si spendono in armamenti si potevano piantare miliardi di alberi, investire sulla ricerca contro le malattie, regalare cento libri e uno strumento musicale a tutti i bambini del mondo. Questa poesia dice che per salvare il mondo dobbiamo capire che il mondo è uno solo e non sta nella nostra testa, sta fuori di noi, come i sassi, come l’erba, come i denti dei cavalli. Pensiamo al fallimento del pensiero e della parola: in un mondo in cui tutti parlano non ci capiamo di più, semplicemente siamo soli in mezzo alle nostre parole. Questa poesia dice che Israele a Gaza non sta solo distruggendo un popolo, sta distruggendo il sentimento dell’umano. Questa poesia dice che l’Europa deve costruire uno sguardo nuovo su se stessa, accettare che il mondo ha molti centri. Questa poesia dice che sono miserabili quei giornalisti che raccontano la possibile invasione dell’Europa da parte della Russia. Tutti quelli che credono nella forza più che nel mettersi d’accordo sul come affrontare insieme lo stare qui nel mondo sono nemici della poesia e dell’amore. Questa poesia dice che invece della ragione bellica dobbiamo costruire una ragione poetica. La poesia non esclude la lotta, il conflitto, la poesia lotta per dire agli umani che non c’è bisogno di missili sempre più potenti ma di un disarmo planetario. Questa poesia sa che dovrà districarsi tra notizie di compleanni e altre poesie e notizie sul caldo e pensieri sul riccone che si è sposato a Venezia. Questa poesia avrà una mortalità infantile, vivrà meno di una farfalla.

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domenica 2 luglio 2023

È più di un festival del silenzio - Franco Arminio

 

I paesi perdono abitanti. È un processo che avviene in tutto il mondo. In larga parte viene considerato ineluttabile. Ma è una rassegnazione che non ha senso in una nazione dove ogni paese è diverso dall’altro e spesso si tratta di luoghi di enorme valore paesaggistico e architettonico.

L’anno scorso sono stato due giorni a Morigerati (Salerno) invitato dal Comune e da un’associazione locale. Già durante la mia breve residenza ho espresso il desiderio di farci un festival. L’idea iniziale era di fare un festival del silenzio. Amministratori e membri dell’associazione hanno accolto con entusiasmo la mia idea. E così ho cominciato a pensare a cosa effettivamente si poteva fare. Alla fine, ho lasciato per strada l’idea del festival del silenzio, ma mi è rimasta la suggestione di fare un evento senza programma, senza service, senza palco.

Morigerati mi aveva colpito perché di mattina in piazza ci sono più galline che persone. E questo ai miei occhi di paesologo non è certo un problema. Conosco l’obiezione: i paesi hanno bisogno di lavoro. Non si combatte lo spopolamento indugiando in una sorta di estetica delle rovine. Obiezione che nel caso di Morigerati ha poco senso. Il paese negli ultimi vent’anni è stato ben amministrato e sono state fatte tante cose belle. Non si può chiedere agli amministratori di sovvertire un modello economico che penalizza i paesi e le montagne. In Campania il risultato è evidentissimo e per certi aspetti sconcertante: da una parte abbiamo le zone pianeggianti che sono diventate un gigantesco deposito di materiale edile, dall’altra abbiamo le zone dell’orlo che sono sempre più vuote e desolate.

Il problema degli amministratori di Morigerati è proprio la carenza di risorse umane. Insomma, c’è il paese, c’è il paesaggio, manca chi può concretamente rivitalizzarlo. È chiaro che il Simposio di luglio non può porre rimedio, ma sicuramente può servire a dare attenzione a un luogo bellissimoDa anni ad Aliano, il paese lucano dove fu esiliato Carlo Levi, organizzo La luna e i calanchi, festa della paesologia. Posso dire che il paese è diventato da luogo di esilio, luogo di accoglienza. Non ha risolto tutti i suoi problemi, ma sotto la spinta del festival il paese ha una connotazione culturale che porta turisti ad Aliano tutto l’anno.

 

Tornando all’affermazione iniziale che i paesi sono uno diverso dall’altro, non potevo a Morigerati immaginare una clonazione del festival di Aliano. Nel piccolo paese cilentano andrà in scena un vero e proprio esperimento culturale. C’è un cantante come Dario Brunori, c’è un monaco come Guidalberto Bormolini, c’è una studiosa che viene apposta dall’America come Serenella Iovino, ci sono giovani musicisti, ma non sono stati invitati a esibirsi. Prima dell’arte, viene la voglia di farci compagnia e di andare a fare compagnia a un luogo, stare insieme a chi ci sta tutto l’anno e a chi verrà per il Simposio. Si formerà in tal modo quella che io amo chiamare Comunità provvisoria, una Comunità che legge poesie, che canta, che riflette sul suo futuro e sul futuro della Terra. Sono il primo ad essere curioso di vedere cosa accadrà nei giorni di luglio. Saranno giorni quietamente avventurosi, aperti all’impensato, in un tempo che sta dando le spalle all’utopia e all’immaginazione.

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mercoledì 3 febbraio 2021

Il terremoto di Salvemini - Franco Arminio

Questa è la storia di un uomo che nasce nel 1873 a Molfetta. Studi in seminario, poi primo incarico di insegnamento a Palermo. Per due anni è docente a Faenza, poi a Lodi e a Firenze. Nel 1901, a ventotto anni, diventa docente di storia all’università di Messina. E qui accade il terribile, il terribile che tanti riescono a schivare arrivando a consegnarsi alla morte senza che sia successo niente di particolare nella loro vita. 

 

La mattina del 28 dicembre 1908 la terra trema per trentasette secondi tra Messina e Reggio Calabria. Cadono le due città e i paesi vicini, cade anche la terra dentro il mare. Muoiono più di centomila persone. Per alcuni giorni di lui non si sa nulla, lo danno per morto. Arriva persino un telegramma di condoglianze al suocero da parte di Mussolini. Ma lui è vivo e due mesi dopo scrive a un amico "Io mi sono messo al lavoro, e vedo con gioia e con terrore che mi interessa", e prosegue: "tutti pensano che io ne sia uscito, mi credono forte, e non pensano che io sono un poveretto".

Salvemini ha perso la moglie, Maria Minervini, figlia di un ingegnere pugliese, e i suoi cinque figli, Filippo, Leonida, Corrado, Ugo ed Elena. Il terremoto gli ha portato via pure la sorella e tanti amici e colleghi. Gaetano si era sposato con Maria il 21 ottobre 1897: “presi moglie con venticinque lire in tasca, e fui felice, pur dovendo vivere con 150 lire al mese”. 

 

Nella piccola Italia c’è sempre stata una grande distanza tra il centro e il margine. Ce lo segnala ogni volta la storia del ritardo nei soccorsi dopo il terremoto. Il Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, viene informato dai primi dispacci nella tarda mattinata del 28 dicembre, ma sottovaluta le proporzioni della catastrofe e le liquida come "l'ennesima fastidiosa lamentela meridionale per il crollo di qualche comignolo!".

Salvemini sull’"Avanti!" così descrive il terremoto: “Ero in letto allorquando sentii che tutto barcollava intorno a me, e un rumore sinistro che giungeva dal di fuori. In camicia come ero, balzai dal letto, e con uno slancio fui alla finestra per vedere cosa accadeva. Feci appena in tempo a spalancarla che la casa precipitò come in un vortice, si inabissò, e tutto disparve in un nebbione denso, traversato da rumori come di valanga e da urla di gente che precipitando moriva. Tutto disparve tranne il muro maestro ove si trovava la finestra alla cui m’ero avvinghiato con la frenesia della disperazione. Sotto di me  si deve pensare che ero al quarto piano  le macerie avevano fatto un cumulo tale che il mio urto fu meno forte di quanto poteva aspettarmi. Mi feci male ma non mi uccisi». 

 

Le grandi tragedie ci mettono davanti a un bivio: andare avanti con più furore o abbandonarsi al lento suicidio del rancore verso la vita che ci può togliere tutto quello che ci è caro. Salvemini perse perfino gran parte dei suoi scritti storiografici. Solo al mondo, ricomincia a testa alta la sua attività di studioso e di attivista politico. 

Nel 1910 ottiene la cattedra pisana di storia moderna. In quegli anni toscani prova a superare in qualche modo lo strazio delle giornate passate a frugare tra le macerie per disseppellire i corpi dei familiari, uno strazio che puoi accantonare di giorno, riempiendolo di nuove faccende, ma che torna ogni notte in sogno fino alla fine della tua esistenza. 

 

Nel 1916 approda all’università di Firenze e nello stesso anno sposa Fernande Dauriac. Questa donna ha due figli, Jean e Margherita, e con loro Salvemini ritrova la paternità perduta, ma molti anni dopo avrà un grande e doloroso dissidio con Jean in seguito alla sua scelta di sposare la causa del nazismo, che lo renderà noto a tutti come il "Fuhrer della stampa collaborazionista" in Francia.

 

Torniamo indietro, alla vita in salita e all’opposizione di Gaetano Salvemini. Si batte contro Giolitti e poi contro il fascismo: viene arrestato nel giugno del 1925. Usufruisce di un’amnistia e ad agosto si rifugia clandestinamente in Francia dove si ritrova coi fratelli Rosselli con i quali fonda il movimento Giustizia e libertà.  

Dopo un trasferimento in Inghilterra, nel 1934 approda negli Stati Uniti, va ad insegnare ad Harvard e qui gli tocca imparare l’inglese a cinquant’anni per poter continuare il suo lavoro, per continuare la sua fuga da quella notte a Messina, da quei suoi cinque figli a cui forse non dedicò molto tempo, preso com’era dalla passione per i suoi studi e per le sue battaglie civili. 

Torna in patria nel 1947 e riprende a combattere contro i dogmatismi clericali e comunisti, ma è una posizione che ha poco spazio. Muore a Sorrento il 6 settembre del 1957. 

 

Nell’Italia ciarliera e impaurita del 2020 forse è utile ricordare la vita fittissima di un uomo che ha saputo rispondere al dolore del caso con la passione della libertà: per lui “libertà significa il diritto di essere eretici, non conformisti di fronte alla cultura ufficiale.” 

Una vita come la sua ci fa capire che siamo in uno spazio in cui si possono fare tante cose. Lui le ha fatte in 84 anni, ma si possono fare anche nei 53 di Pasolini o nei 35 di Mozart. Bisogna narrare la vita fitta che c’è stata un tempo, era fitta per ognuno, anche per quelli che non sono diventati famosi, la vita fitta di chi è emigrato o dei contadini rimasti nei loro paesi e che facevano tre ore al giorno solo per andare a piedi a zappare un pugno di terra. 

 

Gaetano Salvemini spesso è citato per le sue idee politiche, ma andrebbe ricordato soprattutto per come è riuscito a vivere altri 43 anni dopo aver perso la sposa e i suoi cinque figli e sua sorella. La sua storia prima ancora che le sue idee di storico dovrebbe essere conosciuta da chi si ferma a volte davanti a ostacoli molto piccoli: siamo circondati da ammutinati per dolori che hanno solo immaginato, sconfitti da guerre che non hanno neppure combattuto. È volgare e mediocre una nazione che non sa dare fama durevole a persone come Salvemini. Lui ha combattuto idee che oggi hanno trovato nuovi figuranti, ma in fondo sono sempre le stesse, figlie di un paese poco interessato agli spiriti liberi, ma solo alla manutenzione delle sue furbizie. Bisogna defurbizzare l’Italia, diceva Gianni Celati, uno che è andato via dalla patria di Dante perché non sopportava quello che siamo diventati.

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domenica 13 dicembre 2020

Franco Arminio: “Il rispetto per il malato è più importante della crisi economica”

 

(Intervista di Massimiliano Virgilio, su Fanpage)

 

"Non mi considero un negazionista, ma è arrivato il momento di denunciare le mancanze della gestione del Covid-19. Non è possibile che le persone in fin di vita per questa terribile malattia non abbiano diritto all'ultimo saluto dei loro cari. Ad aprile gli abbiano negato i funerali, oggi non gli stiamo risparmiando l'onta della totale mancanza di umanità nelle cure". Sin dai primi mesi di quest'anno Franco Arminio è stata una delle voci più critiche rispetto alla gestione della pandemia, oltre ad essere tra i più preoccupati su ciò che il Coronavirus lascerà nel nostro DNA di umanità quando sarà finita. Adesso si dichiara amareggiato per il modo in cui le disquisizioni di natura filosofica e ideale della prima fase si sono trasformate in rabberciate valutazioni sull'oggi, senza respiro, né condivisione di battaglie culturali. "È sotto gli occhi di tutti il fatto che il Covid-19 possa avere esiti gravissimi e mortali – dichiara lo scrittore e poeta irpino, autore dell'ultimo ‘La cura dello sguardo, piccola farmacia poetica' (Bompiani) – Tuttavia cerco di sollecitare, come cittadino e scrittore, alcune riflessioni. Nel nostro Paese si parla continuamente di virus, ma quasi mai delle vittime. Ai morti, che definisco di Stato, è stato dedicato un minuto di silenzio in una manifestazione dell'ANCI passata completamente sotto silenzio. Invece andrebbero ricordati sempre, ogni giorno."

Eppure consentire le visite ai parenti dei malati potrebbe essere pericoloso in una situazione come quella attuale.

Tuttavia in un ospedale a Pisa si è riuscito a permetterlo. Credo che, debitamente preparati, siamo in grado di affrontare tutto. Non possiamo rinunciare alla nostra umanità in ragione del fatto di non essere organizzati bene. E poi la mia richiesta riguarda un altro aspetto in particolare.

Quale?

Garantire l'ultimo saluto alle vittime del Covid-19. Dobbiamo fare uno sforzo per organizzare gli ospedali in modo da consentire alle persone di non morire da soli. Quando parliamo di cura discutiamo di tutte le strumentazioni mediche e tecnologiche necessarie a salvare la vita fisica delle persone, ma è necessario affrontare il tema di come risparmiare a persone – quasi sempre anziane – una solitudine devastante, che può fare gravi danni e accelerare il decorso della malattia verso la morte.

Secondo lei il sistema sanitario è in grado di occuparsi di qualcosa che vada oltre le cure strettamente necessarie?

Non mi pare che ci stia riuscendo granché. Nonostante le tante misure di prudenza che come cittadini stiamo attuando, il numero di morti nel nostro Paese continua ad essere molto alto. È evidente che nella nostra organizzazione sanitaria qualcosa non funzioni. Siamo organizzati male. Lo eravamo prima e lo siamo adesso. Ciò che mi insospettisce è vedere come gran parte della classe politica continui a puntare l'attenzione sui comportamenti dei cittadini.

Ci spieghi.

Mi pare evidente che spostare di continuo l'attenzione sui doveri dei cittadini è una strategia per evitare di affrontare un'analisi seria su ciò di cui la politica dovrebbe occuparsi. O di cui non si è occupata adeguatamente.

Invece di cosa dovrebbe occuparsi?

Innanzitutto, affrontando il tema della salute in maniera globale. Per difendere le persone dal virus – ormai è chiaro – hai bisogno di due dighe: medicina del territorio e ospedali. La prima linea, rappresentata dai medici di famiglia, è invece rimasta criminalmente sguarnita. Dopo la prima ondata in cui in molti si sono ammalati, e purtroppo in tanti sono morti, abbiamo assistito al moltiplicarsi di episodi in cui il paziente è rimasto solo, senza assistenza alcuna. E i medici di famiglia spesso sono ridotti a passacarte, privi di quelle strumentazioni tecnologiche che accompagnate da una necessaria carica affettiva possono evitare molte ospedalizzazioni.

Qualcuno sostiene che nella seconda ondata molti medici di famiglia hanno "disertato il fronte".

Invece di dare forza all’assistenza, mi pare ci sia più premura di creare una saldatura tra medicina e potere. Un saldatura fondata sull'arroganza di entrambe. Medicina e politica vanno costantemente monitorate dal punto di vista democratico, perché il rapporto tra dottore e paziente è unilaterale, un rapporto dove quest'ultimo è totalmente dipendente dal primo, come lo è il cittadino povero di fronte alla politica.

C'è l'ha col ministro Speranza?

Rappresenta una visione della politica a me lontana, oltre ad avere un’efficienza più rappresentata che reale. Penso, per esempio, all'assenza di un piano contro le pandemia. E comunque non è che prima di lui abbiamo avuto ministri eccellenti. Lui però è un l'architetto di questa saldatura tra potere e medicina di cui segnalavo i pericoli. E poi ci sono cose piccole ma significative. Faccio un esempio: perché gli OSS, gli operatori socio-sanitari interinali, che fanno un lavoro enorme e sono ogni giorno a rischio, vengono pagati mille euro al mese e lavorano in costante precarietà? Da un politico che si dichiara di sinistra mi sarei aspettato che si occupasse di affrontare certe situazioni.

In generale ritiene che non stia facendo abbastanza sull'umanizzazione delle cure?

Una nazione che ha dato al mondo Leopardi e Foscolo, oggi non si può permettere un'immagine come quella che abbiamo visto la settimana scorsa di una bara all'interno di un deposito di immondizia. È inaccettabile.

È inaccettabile, ma si è trattato di un episodio isolato.

Certo, è un fatto isolato, ma il contesto generale è di degrado. Se il ministro Boccia arriva a dire che non è un problema far nascere Gesù Cristo due ore prima della mezzanotte, con tale cinismo e sprezzo di questioni che afferiscono a una sfera che tocca da vicino milioni di persone, vuol dire che il contesto culturale è degradato.

È credente?

No, ma mi ritengo una creatura intensamente religiosa.

A proposito di cultura: cosa pensa della chiusura di musei, teatri e cinema?

Ci può stare, perché stiamo attraversando una pandemia e dobbiamo fare di tutto per contrastarla, ma ci volevano delle compensazioni, per esempio portare più cultura in tv. Ciò che non mi va è il silenzio attorno a questo tema. Trovo ingiusto che, da un lato, si nega la vita culturale e ogni forma di partecipazione allo spazio pubblico, mentre dall'altro si fa pagare il costo di questa crisi ad alcune categorie di persone, mentre altre ci stanno persino guadagnando.

I colossi dell'e-commerce?

Non solo le aziende. Anche gli imprenditori della politica. Prenda Vincenzo De Luca in Campania. Ha ottenuto una rielezione insperata a causa dello scompiglio portato dal virus. Eppure la Campania non brilla di certo in termini di capacità di cura.

De Luca è anche uno strenuo difensore della chiusura delle scuole, almeno della didattica in presenza.

 

Un tema serissimo derubricato a macchietta. Ci sono ragazzi che a scuola non ci vanno da marzo scorso e non ci andranno probabilmente fino a Pasqua 2021. Non mi sembra giusto. Invoco una dibattito pubblico su questi temi che invece non c'è, partendo però da alcuni punti fermi.

Mi dica il più importante.

Il malato è sacro. Tutta l'organizzazione sanitaria deve ruotare attorno alla battaglia contro il dolore e al rispetto della persona umana. Rispetto a questo principio universale, ogni cosa diventa secondaria. Anche la crisi economica. Anche il PIL.

Se cala il PIL e la crisi economica morde, ci saranno sempre meno risorse per curare i malati di cui parla.

Intanto, nonostante il rallentamento delle attività economiche. il mondo non sembra al collasso, le borse tengono, segno che forse, come sempre, è il Pil dei poveri a cadere. In ogni caso, una comunità civile non può non trascurare il tema dell'umanizzazione delle cure. Non c'è dimensione economica che tenga. Il fatto è che siamo sempre in meno a parlarne.

Ritiene che gli scrittori stiano mancando di senso critico in questa fase?

Sicuramente sulla mia bacheca non è mai venuto nessuno a darmi man forte quando più volte l’esercizio del pensiero critico si è scontrato col fanatismo di chi invoca il rispetto delle regole senza nessun spazio per il buon senso e per il dubbio. La questione è che, se ci sono, sono militanze sconnesse, come se ogni scrittore parlasse in un vicoletto che non sfocia mai nella piazza di tutti. Comunque è bene ricordare che da sempre la poesia e i poeti hanno avuto grande attenzione al tema della morte, della fragilità, del culto degli assenti. La tragedia in atto è lontana dalla fine, facciamo sempre in tempo a federare i fervori che ci sono.

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giovedì 25 aprile 2019

Il dolore, poesia - Franco Arminio



Il dolore che ti arriva
guardalo, lavalo,
tienilo con te.

Il dolore che tieni
non vola via alla cieca,
ti fa compagnia.

Il dolore serve contro
la ruggine, contro le muffe
delle abitudini.

Ecco, ora tu e il dolore
siete contenti di stare assieme:
azzurro è il cielo,
un signore ti ha detto
buongiorno.

(Franco Arminio, Resteranno i canti, Bompiani, 2018)



mercoledì 6 marzo 2019

Divagazioni su Pasolini - Franco Arminio


Pasolini ha vissuto in un tempo in cui ancora si poteva agire.
Si può agire anche adesso, ma spesso sono azioni virtuali, azioni che ti lasciano nella gabbia del tuo corpo e non riesci a uscire.
Pasolini che vuole aprire gli occhi è dunque un uomo che soffre perché gli uomini dagli occhi chiusi, gli uomini dallo sguardo basso non vogliono cambiare postura.
Pasolini e i molli. L’eterna mollezza italica. Ci si può ridere quando si svolge in un bar, diventa pericolosa quando agisce sul piano della storia. Pasolini aveva uno spirito greco, una pulsione balcanica in una nazione che è tutto un formicolio di mezze misure, di cattiverie senza talento, di generosi che non ti danno niente.

Sempre in Italia a un certo punto ti ritrovi al punto di Pasolini. Hai intorno a te un’umanità a basso voltaggio. Più lavori e più sei denigrato. Nessuno sopporta l’eroismo, il martirio. I devoti della miseria spirituale non ti perdonano la tua inquietudine. Ti dicono narciso, egoista, ti attribuiscono calcoli dove hai slanci, ti fanno furbo come loro, non capiscono il furore, lo scambiano per arrivismo.
Pasolini e l’Italia che non vuole cambiare e però non accetta di essere limpida, secca. L’Italia umida, corrotta. L’Italia ingrata coi suoi spiriti irregolari. L’Italia che non ama l’eresia, il coraggio. L’Italia che ama i facili e non capisce i semplici. Pasolini era una fiamma. Portava la verità nel corpo. Era un batticuore in giro per il mondo. Lui amava se amava, soffriva se soffriva, guardava se guardava. Parola e azione, studiare ed esporsi, giocarsi la vita, non giocare con la vita. Osare, esagerare, rompersi piuttosto che estinguersi.

Ora siamo nell’Italia degli estinti, solfatara del rancore. Ai tempi di Pasolini la parola grande e la parola piccola erano ancora ben distinte. Adesso tutto è sulla stessa tavola digitale, il sonetto e l’ingiuria sgraziata, il cuore limpido e quello opaco. Pasolini non ha cambiato l’Italia ma ha dato una pista per chi vuole stare alla larga dai compromessi. I suoi nemici invincibili erano gli epigoni di Ponzio Pilato. Li vediamo al lavoro ogni giorno. Possono perfino amare Pasolini, ma in fondo vogliono uccidere il suo spirito ogni volta che si ripresenta in altre figure. Il delitto di Ostia in qualche modo continua. Pasolini è insopportabile. Questa è una nazione col respiro corto, col respiro furbo. Odia gli innocenti, odia il sacro. E lo sterminio che Pasolini aveva intravisto non si ferma in nessuna giornata. La coalizione dei mediocri tiene il suo rogo sempre acceso, basta un cenno di poesia e sei condannato, non hai diritto a svolgere le tue indagini sulle umane inquietudini, devi limitarti alla melina, alla pozzanghera.

Il gioco è scambiare la lotta per lamento. L’amore indicibile per i corpi diventa immorale. La violenza del non saper bruciare, i tutori del gelo. Pasolini di nuvole e di vento contro il mondo chiesa, il mondo chiuso. La luce, il buio, le cose nette. 
Lui sapeva e ora sappiamo anche noi. Il tempo che ci resta non può essere speso assieme ai molli. Amare quello che non è molle: il volo degli uccelli, il ramo da cui escono le foglie, le cose mirabili che ancora riescono agli umani.

martedì 21 agosto 2018

due poesie di Franco Arminio, su Genova




FERMIAMOCI
Fermiamoci su Genova.
Fermiamo la ruota che porta
via gli eventi.
Conosciamo i nomi dei morti,
chiediamo ai colpevoli di farsi avanti,
vadano in televisione a scusarsi,
a riconoscere
che hanno avuto in regalo
contratti segreti e rapinosi,
dicano di rinunciare ai soldi,
si convincano a pagare quel che devono
e andare via.
Fermiamoci qui,
non lasciamo questa storia
in mano alla magistratura,
al Parlamento,
chiediamo che diano conto
direttamente a noi,
formiamo improvvisamente
un popolo attento,
un popolo che non si fa distrarre,
che non si divide
in fazioni,
un popolo che si fa famiglia
e non si sposterà dalle sue lacrime
e dalla sua rabbia
fino a quando i colpevoli
non daranno un cenno di umanità:
chiediamo a chi ha concesso
un contratto capestro
di chiedere scusa agli italiani
e di non candidarsi mai più
a nessun governo,
chiediamo ai governanti di adesso
di non replicare le pagliacciate
che conosciamo da anni.
Fermiamoci su Genova,
quella è una scena da vecchio testamento,
non può finire in un  balletto di carte
e fatui giochi di politicanti.
Fermiamoci, non c’è nessun motivo
per passare ad altro, la peste del guadagno
ora è chiarissima,
dobbiamo estirparla tutti assieme,
tutti quanti.


L’IMBUTO DI  CEMENTO
Lo sterno schiacciato,
la bocca piena di polvere.
Una mattina buia,
il filo del tempo
spezzato, il sangue
sullo sterzo,
la pioggia che entra
nell’orecchio.
Squilla il tuo telefono,
ti sta cercando tua madre,
ma non puoi rispondere,
tu non puoi sentire l’ultimo
tuono
del giorno
e le nostre parole, le sirene
la ruspa,
il ronzio dei vivi.
Non ti conoscevo,
ma ti penso e ti ripenso
in quell’imbuto
di cemento
senza Dio e senza vento.


martedì 4 agosto 2015

Due pensieri per il sud - Luigi Cazzato

Se c’è una cosa che la storia della “questione meridionale” ha insegnato al Meridione (e al Settentrione) è che il paradigma sviluppista metropolitano dalle magnifiche sorti e progressive ha platealmente fallito. Dopo più di un secolo di studio della “questione” e tentativi di soluzione attraverso la riduzione del cosiddetto “divario” – con interventi pesanti come l’industria che si è abbattuta sulla Taranto magnogreca, sulla Bagnoli flegrea, sull’Augusta federiciana – quel “divario” è ancora lì.
Se c’è una cosa che la storia della “questione coloniale” ha insegnato al sud (e al nord) del mondo è che la missione civilizzatrice europea è stata la madre di tutte le menzogne. Dopo secoli di esplorazioni, missioni e insediamenti l’unico risultato è stato quello di ridurre in schiavitù mezzo mondo e decivilizzare se stessi anziché civilizzare gli altri. “L’orrore, l’orrore” gridava l’europeo Kurtz nel cuore di tenebra del Congo conradiano.
E’ da queste constatazioni – la prima paesologica, la seconda postcoloniale – che si è partiti per decostruire le vecchie categorie concettuali sulle quali è stata fondata per lungo tempo l’analisi della condizione del sud italiano e del mondo.
Grazie alla temporalità meridiana, il Mezzogiorno ha resistito passivamente all’ideologia del progresso, quel progresso che è venuto da nord e ha dichiarato sottosviluppato tutto ciò che non gli si conformava. Il binomio sviluppo/sottosviluppo va denunciato per quello che è: un dispositivo discorsivo che ha governato i sud per l’intera modernità capitalista. Come si diceva già negli anni ‘70, la presunta arretratezza non è che una funzione dello sviluppo capitalistico, una condizione necessaria sia in tempi di crescita (come nel dopoguerra) sia in tempi di decrescita infelice (come oggi).
Ne sa qualcosa, adesso, tutta l’Europa mediterranea. Da quando la crisi morde, la questione meridionale italiana è divenuta, infatti, una questione continentale. A riprova del fatto che il gioco dello sviluppo e dell’arretratezza è stata la scommessa della storia del capitalismo, il dualismo europeo attuale fra paesi virtuosi (del nord) e paesi amorali (del sud) – ovvero i PIGS di cui parlano gli esperti di econometria – affonda le radici nella storia della modernità. Una storia fondata sul primato della whiteness europea che ha sostenuto, parallelamente, sia l’espansione coloniale nel mondo non bianco e sia il capitalismo industriale in quello bianco, con la precisazione che più ci si avvicinava al nero dell’Africa più le popolazioni diventavano rozze, incivili, arretrate (così anche per l’antropologo lombrosiano e meridionale Niceforo), secondo una linea del colore ben conosciuta altrove.
A proposito di Niceforo, oggi siamo tornati a posizioni di tipo ottocentesco, a veri processi di razzializzazione. In “Der Spiegel International” nel luglio del 2012 si poteva leggere: “Al Sud il problema reale non è la crisi economica e finanziaria, è la corruzione, gli sprechi e il nepotismo”. Insomma, ci sono popoli performanti e popoli meno performanti grazie o a causa della loro condizione morale, che vengono accomunati in positivo o in negativo, guarda un po’, in base alla posizione geografica.
Nell’agosto del 1856, sul periodico inglese The Examiner, un anonimo pubblicista lamentava: “costituzionali o dispotici, non fa differenza: i dottori non sono soddisfatti dei vari governi turco, greco, italiano e spagnolo, che per le loro mancanze versano in condizioni di salute pietose … E’ veramente incredibile il disprezzo con cui i settentrionali parlano dei meridionali … come se fossero filosofi di un pianeta superiore che guardano con disgusto alla condizione di una razza decaduta”.
Dopo un secolo e mezzo, la narrazione, in realtà mai dismessa, della frattura “naturalmente” esistente fra un nord avanzato e superiore e un sud arretrato e inferiore, continua. Ieri, sotto l’egida della missione civilizzatrice o modernizzante, oggi, sotto quella dell’austerità e della moralizzazione.
Il pensiero di Franco Arminio e quello postcoloniale di tanti studiosi e artisti dell’altra metà non occidentale del mondo interrompono questa narrazione. C’è un legame silenzioso ma forte fra la paesologia e il postcoloniale: dopo secoli di semi-colonialismo (per il sud italiano) e colonialismo tout-court (per il sud globale), l’una e l’altro non credono più alla fandonia storicista (marxista o liberale che sia) del progresso, l’una e l’altro denunciano i misfatti dell’imperio della modernità singola, l’una e l’altro credono che, se di materialismo si deve rattare, questi debba essere anche geografico e possibilmente commosso.

martedì 25 novembre 2014

La rivoluzione dello sguardo - Franco Arminio

Cari ragazzi,
abitate da poco una terra antica, dipinta con le tibie di albe greche, col sangue di chi è morto in Russia, in Albania. Avete dentro il sangue, il freddo delle navi che andavano in America, le grigie mattine svizzere dentro le baracche.
Prima il mondo filava le sue ore lentamente e ogni scena era per tanti, tutti insieme nel pochissimo bene che c’era e nel male che aveva il suono sotto le coppole e le mantelle nere. Era la terra dei cafoni e dei galantuomini, era il sud dell’osso, era un uovo, un pugno di farina, un pezzo di lardo. Ora è una scena dissanguata, ora ognuno è fabbro della sua solitudine e per stare in compagnia si è costretti a bere, a divagare nel nulla, a tenersilontani dal cuore. È uno stare che non contesta niente, ma è senza pace, senza convinzione. Ora non vi può convincere nessuno. Dovete camminare nel mistero di questa epoca frivola e dannata, in questa terra che muore e che guarisce, dovete stare nelle crepe che si sono aperte tra una strada e l’altra, tra una faccia e l’altra, tra una mano e l’altra.
Tutto è spaccato, squarciato, separato. Sentiamo l’indifferenza degli altri e l’inimicizia di noi stessi. È una scena che non si muta in un solo giorno, ma è importante sollevare lo sguardo, allungarlo: la rivoluzione del guardare. Uscite, contestate il vomito invecchiato su una mattonella a cui si è ridotta la politica. Contestate con durezza i ladri del vostro futuro: sono qui e a Milano e a Francoforte, guardateli bene e fategli sentire il vostro disprezzo. Siate dolci con i deboli, feroci coi potenti. Uscite e ammirate i vostri paesaggi, prendetevi le albe, non solo il far tardi. Avvolgete con strisce di luci le ombre in cui dimorano i vostri nonni.

Vivere è un mestiere difficile a tutte le età, ma voi siete in un punto del mondo in cui il dolore più facilmente si fa arte: e allora suonate, cantate, scrivete, fotografate. non lo fate per darvi arie creative, fatelo perché siete la prua del modo: davanti a voi non c’è nessuno. Il sud italiano è un inganno e un prodigio. Lasciate gli inganni ai mestieranti della vita piccola. Pensate che la vita è colossale. Siate i ragazzi e le ragazze del prodigio.

(grazie a Betti per la segnalazione)

domenica 21 aprile 2013

La Liberazione alla rovescia -Franco Arminio


La sinistra è arrivata col polso debolissimo sul ring delle elezioni presidenziali. Ha messo i guantoni e ha cominciato a combattere con se stessa. Gli avversari non sono saliti sul ring. L'Italia clericale e fascista non combatte a viso aperto, gli basta che vengano garantiti i propri interessi. E se questo lavoro lo fa un ex comunista non c'è problema. L'elezione di Napolitano per come è maturata è la pagina più nera della nostra storia, un venticinque aprile alla rovescia: dalla liberazione alla mummificazione. Ora quel filo di sinistra che c'è in Parlamento deve a guardare a tutta la sinistra che c'è nel paese. Ora si può fare un partito che sia ispirato a una democrazia profonda. Attento all'Europa, ma ma più ancora ai territori. Innervato dalla dimensione locale e non dai giochi di palazzo. L'elezione di Napolitano azzera di fatto il Partito Democratico e finisce un lungo equivoco. La sinistra si organizzi in un partito che non abbia nessuna compiacenza per il berlusconismo e nemmeno per gli estremisti della moderazione che allignano al centro. L'Italia ha bisogno di un vero conflitto democratico, non di agonizzanti che si prestano soccorso. Abbiamo una figura come Fabrizio Barca che può essere un ottimo punto di coagulo. Non abbiamo bisogno di un leader che parli per slogan e non abbiamo bisogno neppure del comunismo all'antica. Una sinistra radicalmente ecologista, una sinistra per niente supina alle suggestioni della grande finanza. Una sinistra che organizza il suo popolo, che unisce scrupolo e utopia, che fa politica e cultura, che amministra e crea senso, voglia di futuro. Non sarà facile, non sarà un lavoro di pochi mesi, ma non si può più restare in attesa di quello che fanno i vecchi dirigenti del Pd. Se Grillo ha preso un quarto dell'elettorato, non si capisce perché un partito veramente di sinistra non possa prendere la maggioranza dei voti. L'Italia laida e meschina esiste e va affrontata. Senza conflitto, senza sinistra, marciremo in una palude che potrebbe diventare definitiva.

sabato 15 dicembre 2012

Mediterraneo interiore - Franco Arminio

Alle presentazioni dei miei libri non si parla mai di letteratura. Le persone vengono per sentire cosa penso dei paesi, e la domanda è sempre la stessa: cosa si può fare per impedirne la morte? La mia risposta è che si devono fare cose mirate e assai diverse tra loro. Non esistono due paesi uguali e dunque le politiche devono essere fatte su misura per ogni luogo. Un paese può essere accidioso, velleitario, smarrito, può essere ricco e può essere povero, fragile e scontroso. Non ci può essere la stessa politica per tutti. Non ci può essere un centro che decide. Non è possibile nemmeno che il centro lasci decidere le comunità locali che spesso sono guidate non dai più illuminati, ma dai più furbi.
Per gli interventi nei prossimi anni non è solo un problema di risorse, è questione di sguardo, di azioni diffuse che incrocino buone pratiche amministrative e stili di vita che tengano conto dello sfinimento della modernità. Le altre nazioni hanno il Mediterraneo sull'orlo. Noi ci stiamo in mezzo, solo noi abitiamo il Mediterraneo interiore, la colonna vertebrale che è il nostro Appennino. Da qui può partire un nuovo modo di vivere i luoghi, radicalmente ecologico, improntato a un'idea di comunità inclusiva del respiro degli uomini e dell'ambiente. L'Italia interna può diventare il laboratorio di un nuovo umanesimo, l'umanesimo delle montagne. 
Non so e non spetta a un paesologo definire piani e programmi. Mi piace evocare alla rinfusa suggestioni per gli amministratori e gli abitanti. 
Terra e cultura più che cemento e uffici. Prodotti tipici da consumare non solo nelle sagre. Canti e teatro al posto delle betoniere. 
Svuotare le coste e riportare le persone sulle montagne. Sistemare le strade provinciali, togliere le buche, restaurare i paesaggi, le pozze d'acqua per gli ovini, ripulire i fiumi, i torrenti. 
Ora al sud si fanno buoni vini, ma il pane potrebbe essere migliore. E così pure il latte. Imparare a fare il formaggio. Dare ai giovani le terre demaniali. Coltivare un pezzo di terra.
Essere scrupolosi, ma farsi tentare dalla fantasia, dall'impensato. Distendersi ogni tanto con la pancia per terra. Avere cura che i propri figli imparino a cucinare e a fare lavori manuali. Adottare un luogo e prendersene cura. Passare ogni giorno un po' di tempo vicino a un animale. 
Ogni paese deve avere un piano regolatore del suo paesaggio. Un piano dove siano previste zone inoperose, in cui non solo non si fabbricano case, ma non si fa neppure agricoltura. Zone dove non si taglia neppure la legna. Un piccolo cuore selvatico per ogni paese. 
Nei piccoli paesi dovrebbero essere esentati dall'Imu le persone che abitano nel centro antico. 
Stare all'aria aperta almeno due ore al giorno. Ascoltare gli anziani, lasciare che parlino della loro vita. 
Ogni paese deve avere un piccolo teatro e una sala per suonare. Le scuole devono essere aperte la mattina per i ragazzi e la sera per gli adulti. 
Riattivare la vita comunitaria. Oltre al museo della civiltà contadina ci devono essere dei luoghi in cui i ragazzi possano apprendere vecchi mestieri: fare un cesto, una sciarpa, potare un albero. 
Viaggiare nei dintorni. Tenersi la testa tra le mani ogni tanto. Incontrare delle persone che sappiano sverniciare la nostra modernità incivile. Costruirsi delle piccole preghiere personali e usarle. Esprimere almeno una volta al giorno ammirazione per qualcuno. Svegliarsi ogni tanto alle tre di notte. Uscire all'alba almeno una volta al mese. Comprare il formaggio da chi lo fa, fare la spesa nei piccoli negozi. 
Riportare gli animali nei paesi. Un paese in cui non ci sia un uovo fresco non ha senso. 
Mettere una libreria comunale in cui si vendono i libri a prezzo ridotto. Stabilire che in ogni consiglio comunale ci debba essere come primo punto all'ordine del giorno un'iniziativa culturale. Riportare le feste patronali alle antiche tradizioni. 
Dire quello che vediamo assai più di quello che pensiamo. Regalare almeno un libro la settimana, magari dopo averlo letto. 
Mettere una tassa di trentamila euro l'anno per ogni pala eolica e usare questa cifra per servizi agli anziani. Stabilire gemellaggi tra i paesi interni e quelli della costa. Dimezzare il costo del gas e del gasolio da riscaldamento nei paesi più freddi. Dare incentivi a chi abbatte edifici incongrui o a chi restaura la propria casa rendendola più adatta al contesto. Obbligare ogni paese ad avere un'isola pedonale in funzione tutto l'anno. 
Dare attenzione a chi cade e aiutarlo a rialzarsi, chiunque sia. Leggere poesie ad alta voce. Far cantare chi ama cantare. 
Abituare i cittadini a un uso limitato della macchina. Diminuire l'uso della plastica e degli imballaggi. Fare una vera raccolta differenziata e stimolare azioni locali di recupero e riciclaggio dei materiali. Stabilire che ogni amministrazione comunale faccia per legge un'assemblea pubblica ogni sei mesi sulle scelte riguardanti la comunità. Piantare alberi da frutta e obbligare gli acquedotti a mettere almeno una fontana pubblica in ogni paese. Abituare i cittadini a fare un manifesto in cui si annuncia la nascita di un bambino: perché annunciare la morte e non la nascita? 
Il futuro dei luoghi sta nell'intreccio di azioni personali e civili. Per evitare l'infiammazione della residenza e le chiusure localistiche occorre abitarli con intimità e distanza. E questo vale per i cittadini e più ancora per gli amministratori. Bisogna intrecciare in ogni scelta importante competenze locali e contributi esterni. Intrecciare politica e poesia, economia e cultura, scrupolo e utopia.





domenica 7 ottobre 2012

Avere di più, essere di meno - Franco Arminio

La parola più citata dalla politica è la parola crescita. Ormai viene pronunciata a ripetizione, come negli esercizi spirituali buddisti. In una società che alla sua crisi sa opporre solo questa parola non bisogna poi stupirsi che viene fuori la bulimia dei politicanti alla Fiorito che l’ossessione della crescita la prendono alla lettera e fanno di tutto per accrescere il loro patrimonio. In un certo senso viviamo tutti ammassati in un piccolo campo di concentramento in cui vige la sola legge dell’accumulo. Possono essere poltrone, benefit, amori, successi, fallimenti, il principio ispiratore della dilagante miseria spirituale è sempre quello: avere di più, essere di meno. 
La crescita che viene evocata ovviamente è solo quella dei consumi. Vendere più automobili significa avere più gatti morti per le strade, più aria sporca e più rumori, ma questo non sembra preoccupare nessuno. La politica col governo tecnico è andata in cassa integrazione. È entrata in depressione e non lo sa. Non sa allearsi e non sa scontrarsi sulle scelte di fondo. Ci sono contese puramente verbali, come quelle che vediamo in televisione. È il trionfo dell’agonia ciarliera, dell’autismo corale. 
Purtroppo questa scena non riguarda solo una minoranza di malati, è tutta la società italiana che è depressa. Ogni persona, oltre alla depressione che gli può venire dalle vicende della sua vita e del suo corpo, è come se partecipasse al dividendo quotidiano della depressione collettiva. Siamo tutti azionisti dell’impotenza, militanti della scontento. 
In uno scenario di questo tipo ha poco senso allinearsi su falsi dilemmi: crescita-decrescita, politica-antipolitica. Quello che possiamo fare è dare attenzione ai nostri luoghi, essere fedeli alle nostre passioni. Non è affatto un programma minimo ed è un programma che tiene insieme tensioni intime e tensioni civili...

domenica 22 luglio 2012

Oratorio bizantino - Franco Arminio

un libro da leggere piano, fermandosi, riprendendolo, senza fretta.
denso, concreto e poetico insieme.
come non leggerlo? - franz



Quanti libri politici escono ogni mese in Italia? Cinque, dieci, cinquanta? Forse meno, forse di più. Di certo nessuno somiglia a questo libro scritto da Franco Arminio: Oratorio bizantino (Ediesse). Nessuno possiede la forza e la verità di parola del paesologo di Bisaccia, Irpinia d’Oriente. Lo scrive Franco Cassano, filosofo meridionale, osservatore acuto del nostro Sud, quando ci spiega nella sua prefazione come il poeta irpino si opponga alla “planetaria fornicazione dei mediocri”, quella che incrementa al Sud come al Nord il bottino privato, arraffando dal pubblico secondo i propri interessi personali e di gruppo. Di più, da questa fornicazione procede la politica attuale, una politica non-politica, che trasforma tutto in affare, in carriera e compromessi, che presenta come sano senso della realtà la tecnica della spartizione del bottino…


Lettera all’Irpinia
     Cara Irpinia
     Terra di nuvole e silenzio,
     Ti scrivo da una strada di Avellino che si chiama corso Europa, una strada dove sta iniziando il traffico della mattina. Si annuncia una bella giornata di sole, ma pochi dei tuoi figli se ne accorgeranno: si parlerà, parleremo anche oggi del frastuono che produciamo con le nostre frasi che stanno nell’aria e non si posano da nessuna parte. La politica è un polline che produce allergie, un polline sottile, invisibile, che entra dappertutto, nelle case, si posa sulle giacche, sulla testa, sulle ciglia.
     Tu, cara Irpinia, non vorresti che i tuoi figli ti squarciassero il ventre con nuove strade, non ti opprimessero il corpo con il peso di altri palazzi.
     Ti piace chi ara e semina, chi sa potare un albero, chi pianta una vigna. Ti piace chi legge, chi vive la sua vita in una quieta passione, guardando i figli che crescono, i genitori che muoiono. Guardare e aiutare. Commuoversi e aiutarsi. Essere dolci.
     Cara Irpinia, i tuoi figli ti hanno sempre combattuta e questo ha seminato nel loro sangue paura e diffidenza. Ma adesso c’è bisogno di amare l’epoca stracciata in cui ci troviamo, c’è bisogno di ricucirla giorno per giorno, ora per ora. È questa la rivoluzione a cui siamo chiamati. Ci vuole una tensione religiosa, un’adesione alla sacralità del reale.
     La politica in tutto il mondo e anche in questo angolo piccolo non dice alle creature del mondo di fermarsi, di raccogliersi e abbracciarsi, ma istiga a produrre nuove merci e a consumarle. Viviamo in un delirio in cui l’unica grande moneta che possediamo, la terra tonda, viene nascosta dai coriandoli prodotti dalle zecche di stato.
     Tra quelli che pretendono di curarti, cara Irpinia, ci sono persone di cui non abbiamo alcun bisogno, mestieranti della politica che vengono da un tempo in cui si pensava che il mondo voleva essere modernizzato. Invece il mondo voleva semplicemente fare il suo mestiere che è quello di essere un mistero, un mistero in cui girano per un poco, per un attimo tutte le nostre vite.
     Non ti chiediamo niente, cara Irpinia. Vogliamo solo farti compagnia, festeggiarti, lo facciamo anche per chi sta nelle spine di una malattia, anche per chi resta nel groviglio delle sue miserie spirituali.
     Quello che ci puoi dire tu, è che dobbiamo finalmente disubbidire alle nostre debolezze e alle nostre paure. Eccola la nostra politica, l’abbiamo trovata.
     Noi vogliamo andare dietro il paesaggio, vogliamo servirlo.
     Siamo noi, cara Irpinia, che continueremo ad amare ogni tuo angolo e non importa se non faremo abbastanza, se non saremo lucidi e composti.
     Saremo attenti, ti porteremo attenzione. Perché l’amore è attenzione, perché la politica è raccogliersi e pensare insieme a cosa vogliamo, a cosa possiamo diventare.

giovedì 5 luglio 2012

nel sogno di un’altra politica - Franco Arminio

Si parla della crisi, senza il coraggio di dire cos’è in crisi. I partiti vogliono uscire dalla crisi con la crescita. Sembra una cosa ovvia e invece è una scelta molto complicata. Bisogna crescere per mantenere un certo tenore di vita. I governi ragionano come se fossero individui. La politica si sta riducendo sempre più alla manutenzione dell’egoismo. Ho molti amici di sinistra a cui parlare della necessità di inumare il capitalismo pare una follia. Quello che una volta era il conflitto di classe adesso è diventata la guerra delle vanità contrapposte: si preferisce contestare il vicino di casa, si preferisce parlare male delle persone che abbiamo intorno, piuttosto che organizzare la lotta ai padroni del mondo. Questi padroni a volte vanno in disgrazia, vedi Berlusconi, e la sinistra non sa approfittarne per provare a costruire una democrazia senza padroni.
Il capitalismo è intimamente morto, ma prima di morire ha stordito anche la sinistra. E allora ci troviamo in una stagione con gli occhi chiusi. E l’occidente sta diventano una macchina della decomposizione. Una macchina che mostrando ogni giorno i suo effetti ha il potere di far pensare che non c’è spazio per nient’altro. E invece bisogna dire ogni giorno che la felicità e il capitalismo sono forze antitetiche. I mercati finanziari non contano più dei mercati rionali; un ragazzo che si iscrive all’università dovrebbe prima frequentare una bottega per imparare a fare qualcosa con le mani; ci vorrebbe un reddito di cittadinanza garantito per tutti, ma più alto per chi vive nei paesi; i giovani che ne fanno richiesta dovrebbero poter disporre di un pezzo di terra. Alle prossime elezioni ci vorrebbe un partito che facesse proposte di questo tipo. Un partito che candidi non chi sa parlare, ma chi sa guardare...

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mercoledì 4 luglio 2012

Il cammino degli infermi - Franco Arminio


Prima si camminava, adesso si telefona o si vaga nella rete. Nella civiltà contadina per vivere bisognava camminare molte ore al giorno. Al mio paese il fazzoletto di terra, che poi era un fazzoletto di pietre, poteva distare anche dieci chilometri. E in un giorno se ne facevano venti, insieme al mulo e alla zappa.
L’Italia negli ultimi anni si è letteralmente fermata. Chi non è fermo davanti alla televisione, è fermo davanti al computer o è dentro un’automobile. Si vedono sul ciglio delle strade solo gli stranieri. Qualche giorno fa ho incontrato una badante che ogni giorno fa cinque chilometri a piedi per spostarsi dal letto dove dorme al letto dove accudisce un’anziana.
Pure io cammino poco ultimamente. Potrei accampare la scusa di una lesione al menisco, ma il motivo vero è che al mio paese non c’è più nessun motivo per camminare. Non ho un fazzoletto di terra da raggiungere, non c’è più nessuno con cui passeggiare. Quando esco in piazza trovo i miliziani del rancore. Qualche spirito più lieve ha ormai da tempo rinunciato a uscire. I ragazzi non amano le vasche, stazionano davanti al bar e si spostano solo per approdare davanti alla sala giochi. I ragazzi non passeggerebbero mai con un cinquantenne.
Per camminare non mi resta che prendere la macchina fotografica e farmi un giro lontano dalla piazza, nel museo delle porte chiuse che è diventato il mio paese. Non sono camminate che fanno bene. Quando torno a casa mi sento peggio di prima. E mi metto davanti al computer a scrivere. Scrivo seduto sul divano, col computer sulle gambe. È una postura che mi consente di rimanere davanti allo schermo anche per sei ore, ma è una postura micidiale. Fra poco girare il collo o piegare la schiena saranno operazioni complicate...

mercoledì 7 marzo 2012

Terracarne - Franco Arminio

Arminio racconta di un mondo che sta morendo, fa delle fotografie dell'esistente, con poesie, racconti, cronache, istantanee. 
ogni tanto qualche raggio di luce e un venticello di speranza allontana gli odori (anche) di morte e di rovine, fisiche e morali, che ammorbano l'aria, che respiriamo tutti i giorni.
un libro necessario - franz



…Questo è anche e forse soprattutto un libro sulla morte che, occasionalmente ma non per questo meno significativamente, s’incontra con la morte del mondo che l’uomo, nella presunzione pure di superare i suoi limiti, ha costruito. E Arminio crede e non crede nel potere della parola. Se da qualche parte scrive di volere, con le sue parole, prendere un paese e porlo in salvo (p. 231), dall’altro confessa pure l’impotenza: “Faccio parole con la carne e con la terra. Con le parole faccio carne e terra e niente” (p. 145). C’è un’esattezza spaventosa in queste parole, continuazione stenografica dell’osservazione che avvicina la tensione della scrittura di Arminio, e la sua interna esigenza, a quella dell’ecole du regard di un Peter Handke, che scrive: “Quel che ho sempre pensato fra me non è niente: io sono soltanto quel che m’è riuscito di dirvi”. D’altro canto, ci viene un altro paragone lontano territorialmente da quel Sud nel quale Arminio si muove (ma Arminio non è scrittore territoriale, localistico), quello con il paesologo Walter Benjamin (quello che ha parlato della natia Berlino e di Mosca, e di Berlino attraverso Mosca: come Arminio attraverso il suo vagabondaggio torna in fondo sempre all’odiata/amata Bisaccia). In Benjamin l’altissima tensione della scrittura investe ogni frase, tanto da togliere il respiro. Anche Arminio, flaubertianamente, costruisce le sue frasi come se ciascuna fosse l’ultima, anzi l’unica. Ma, nello stesso tempo, ci fa il dono di una leggibilità assoluta.
  
La desolazione è la sua Musa, ma non c’è solo lei. Arminio è anche ispirato da un profondo sentimento umoristico, perché mentre si leggono le sue pagine si ride per i continui paradossi, le descrizioni di sé e degli altri. Pratica la politica dell’humor, che è un altro aspetto della sua personalità. Al termine di queste pagine, scritte con eleganza eppure ruvide, si conosce, o riconosce, il Paese che noi tutti abitiamo, le cento e mille località distese lungo lo Stivale, dove alloggiamo, o abbiamo alloggiato, perché Arminio non descrive solo l’Irpinia desolata, bensì un luogo dello spirito che conosciamo molto bene. Per questo Terracarne, che prende il nome dal suo particolare modo di essere, non è un libro localistico, bensì globale, mondiale. È un libro sui paesi senza essere paesano, sull’identità senza essere fornire alcuna identità, un libro singolare eppure universale. Ha ragione Roberto Saviano quando dice che in questo libro, nelle sue pagine, ci sono frammenti di luce. A tratti abbagliante.
Marco Belpoliti da la Stampa
*
Chi è Franco Arminio? Uno che va in giro per paesi e li descrive. Certo, ma non solo. Uno scrittore? Sì, uno dei più originali delle ultime generazioni. Ma non basta. E’ soprattutto un eroe culturale. Appartiene a quella genia di scrittori che fanno qualcosa di più che scrivere: testimoniano con la loro vita e la loro presenza l’incontrovertibile. Una volta si sarebbe detto che sono degli intellettuali. Penso a Sciascia, a Pasolini. Oggi lo scrittore che supera la distinzione tra arte e vita è qualcosa di più: come Roberto Saviano, un eroe culturale dei nostri tempi, oltre che uno scrittore. Chi legge “Terracarne” (Mondadori, pp 353, §18) incontrerà un modo ancora diverso di essere eroi culturali: dimesso, paziente, laterale, diagonale.  Arminio, ipocondriaco all’ultimo stadio, vive su di sé, sulla sua pelle quello che racconta dei paesi del suo Sud. Lo fa in un modo assoluto, estremo, eppure dolce e riflessivo. con ‘Terracarne’ ci ha dato un libro straordinario che sarebbe da leggere nelle scuole per far capire come gli scrittori s’impastano con la realtà e la somatizzano. Una scrittura pungente e insieme calma, affabulante e stralunata.
Marco Belpoliti  da “l’espresso”

Sono molti anni che esco quasi ogni giorno e vado in giro in posti dove non va più nessuno, posti a cui non crede più nessuno. Vado a vedere come stanno le cose, vado a vederle da vicino. La mia scrittura è un modo per uscire da me o per convivere con il dolore, una scrittura che si forma intorno a ciò che ho dentro e al modo in cui questo mio “dentro” si incontra, si incrocia con il “fuori”. Un scrittura fatta con tutto il corpo, un corpo a corpo col paese. Nessun paese è un luogo inerte. Ognuno ha un suo umore. Non ce ne sono due uguali. L’atmosfera cambia da un posto all’altro. Ogni volta che entro in un paese nuovo, provo un’emozione vera. Bisogna avere un occhio trasversale per superare ciò che, a prima vista, sembra uguale. È con quest’occhio e con questo cuore che tutto, piano piano, diviene interessante, unico. Un’osservazione partecipe diventa un’osservazione terapeutica. In fondo non posso nascondere che per me la paesologia è una terapia. Uscire dalle case in cui per tanto tempo ci siamo rintanati, pensando di stare al sicuro, uscire dalla baracca mefitica del proprio io. La paesologia è una strada sul crinale, a metà tra una nuova forma di impegno e una cerimonia religiosa, a metà tra poesia ed etnologia, sempre però ben lontani dalla paesanologia e dalle sue sagre.
Se c’è una sagra che mi interessa è quella del futuro. Questa disciplina, allo stesso tempo inesistente e indispensabile, sta tutta nell’attenzione ai paesi come sono adesso. Il mio è un dolore che combatte contro la distrazione e la cecità. I paesi non sono morti, ci sono ancora, sono malati, esattamente come è malato tutto il pianeta. C’è una parola che può riassumere tutto: desolazione. Si tratta di una malattia nuova per i paesi. Prima c’era la miseria, c’era il mondo mirabilmente descritto da Carlo Levi, c’era la lontananza e l’oppressione, c’era la comunità dei poveri, degli umili. Siamo passati dalla civiltà contadina, a volte crudele, perfino spietata, a questa cosa oscena che chiamo modernità incivile.
Il mio ultimo libro, più degli altri, esprime la scelta di porre una serena obiezione al mondo. La desolazione per me non è un epilogo, ma un punto di partenza per un nuovo modo di abitare la terra, una nuova postura. Ciò che io invoco è una nuova etica, un umanesimo delle montagne. La mia visione parte dallo sgomento di stare in un pianeta pieno di merci, un pianeta in cui non sappiamo più farci compagnia e nel quale ognuno in cuor suo sembra aver dato addio a tutti gli altri. In Terracarne parlo di autismo corale, parlo della nostra incapacità di passare il tempo in compagnia e in lietezza. È qui la radice di tutta la mia scrittura. La posta in gioco è tollerare l’incertezza di ogni cosa. La paesologia è una “scienza” arresa, non è una “scienza” facile. Scrivo a oltranza di luoghi che perdono abitanti e di abitanti che hanno perso i loro luoghi. È un invito ad abbandonare le sicurezze dell’uomo attuale, a scendere in basso, ad avvicinarsi alla terra, al mondo per come è e per come potrebbe essere nostro malgrado. È un atto di ascolto riverente, è inginocchiarsi davanti all’altare del vento e dell’aria, della luce, delle pietre. La paesologia è prendere i propri occhi e modificarli, è svelare la bellezza di ciò che gli altri ci fanno credere brutto, insignificante. Un punto di vista che parte dall’interno, dai nostri organi, dai nostri sensi e che ci lega a ciò che vive, che sta nel mondo. Non è più il tempo del delirio per l’umanità, non è più il tempo per le smanie capricciose dell’ “io”. Bisogna uscire, andar fuori, imparare a usare il corpo come un’astronave, apprendere da tutto ciò che è piccolo, inerme, silenzioso, vinto. Pregare per la sua salvezza, che è poi anche la nostra. Una piccola apocalisse silenziosa è in corso sotto i nostri occhi. Possiamo fingere di non vederla, o possiamo chinarci e prestare nuova attenzione, donarle lo sguardo, darle una voce. I paesi non sono un problema, sono una possibile soluzione. Non sono un esperto di faccende economiche, la mia ossessione è la scrittura. La mia è un’esperienza di dedizione assoluta alla scrittura. Inutile lamentarsi per la perdita di attenzione nei confronti della letteratura. L’unica cosa che uno scrittore può fare è scrivere libri veri, onesti, infiammati dal coraggio, costruiti con puntiglio e rigore.
La paesologia non è un’evasione dalla letteratura. Cerca lettori combattenti. Per stare al mondo senza ammalarsi di noia e di ingordigia, ci vuole uno slancio disumano, ci dobbiamo convincere che siamo terracarne. In ciò che scrivo l’indagine su me stesso è intrecciata all’osservazione di un lampione, di una macchina parcheggiata, di una vecchia che cammina per strada. I deliri della mente e quelli delle betoniere, tutto per me è oggetto della paesologia. C’è bisogno di includere, intrecciare. Viviamo in un’epoca irrimediabilmente mescolata, a cui è inutile portare il broncio. La realtà, a dispetto di ogni oltraggio, rimane colossale e merita di essere raccontata.
Franco Arminio da  LA REPUBBLICA