Visualizzazione post con etichetta Portogallo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Portogallo. Mostra tutti i post

sabato 10 luglio 2021

Pandemia criminale: sentenza a Lisbona, solo 152 morti di Covid in un anno e mezzo - Alberto Capece

 

Sono quelle cose che uno non si aspetta, che avvengono in Paesi che di solito non sono direttamente sotto i riflettori, ma che riescono a scardinare le granitiche menzogne del sistema. Una petizione pubblica ha costretto il tribunale amministrativo di Lisbona a dare il numero effettivo dei morti di moti di covid in Portogallo  e secondo la sentenza , il numero di decessi verificati per COVID-19 da gennaio 2020 ad aprile 2021 è solo di 152, non di oltre 17.000 come sostenuto dalle autorità e dal governo . E insomma solo lo 0,9 per cento dei “casi verificati” è effettivamente morto di covid. Tutti gli “altri” sono deceduti per vari motivi anche se il loro test PCR era positivo. “I dati provengono dal Sistema de Informação dos Certificados de Óbito (Sistema di informazione sui certificati di morte – SICO), l’unico sistema del suo genere in Portogallo. che rilascia i certificati di morte  sotto la supervisione del Dipartimento di Giustizia, l’unico ente che li rilascia. Adesso chiunque sia responsabile della gestione dei dati di ‘casi’ e ‘decessi’ potrebbe essere perseguito se è ancora rimasto qualche brandello dello stato di diritto.

La notizia si è subito diffusa ed è stata ripresa dall’ Americas Frontline doctors che ha fatto notare: “Se questi numeri sono dello stesso ordine di grandezza in altri paesi, e non c’è motivo di presumere il contrario, allora si tratta di una frode di proporzioni inimmaginabili e crimini contro l’umanità sono stati commessi su larga scala”. In effetti era già ampiamente noto che  il modo in cui vengono conteggiate le morti per Covid è come dire altamente creativo e include tutti coloro che hanno avuto un test positivo negli ultimi 28 giorni o in alcuni casi il semplice contatto con una persona positiva, ma in realtà la stragrande maggioranza delle persone è morta di ben altre patologie, molte delle quali allo stadio terminale. Il problema che denuncia chiaramente la volontà mistificatoria è che ormai da 6 mesi la stessa Oms ha decretato l’inaffidabilità dei test diagnostici pcr, senza che però questo abbia avuto un minimo effetto sulla propaganda di morte che continua a basarsi sull’equivoco della positività (fasulla all’80 ) = malattia. Il fatto è che la vastità della menzogna è tale in ogni ambito degli stati, dei sistemi informativi e delle istituzioni, che una “liberazione” implicherebbe di per sé la caduta di governi e di regimi complici. Insomma la mistificazione è così ampia che ormai si regge in piedi proprio grazie al suo mostruoso peso e solo una forte spallata popolare può far crollare l’edificio.

da qui

sabato 11 luglio 2020

L’epidemia e la rivoluzione. A dieci anni dalla scomparsa di José Saramago (1922-2010) - plv *




José Saramago era uno spaccamaroni.
E va scritto così, senza esitazioni, con tanto di turpiloquio e vocabolo assente da ogni dizionario. Occorre mettere in disparte, da subito e senza timidezza, quel senso reverenziale che rischia di intimidirci ogni volta che parliamo di qualcuno di importante.
Perché è vero, José Saramago era un grande scrittore, ha regalato alla storia della letteratura testi indimenticabili che forse, direbbe lui, non salveranno il mondo, anche se possono ancora cambiare la vita di qualcuno. Ma se i suoi testi hanno questa forza è perché José Saramago era anche molto altro.
José Saramago era comunista. Ed era un comunista che era capace di vedere e comprendere le nuove lotte, che entrava nei dibattiti e lo faceva senza lesinare critiche. Come nei confronti del regime cubano, che nel 2003 Saramago decide di criticare apertamente, pur mantenendo saldo il suo appoggio alla rivoluzione e alla sua eredità. Oppure verso il Partido Comunista Português, di cui ha fatto parte dal 1969 e con cui i rapporti sono stati a volte turbolenti, specialmente durante la rivoluzione portoghese del ’74-’75. Solo quando era in Messico ci teneva a puntualizzare: «Sono comunista, ma in Messico sono zapatista».
José Saramago era un attivista. Sia nelle vesti di romanziere che nelle sue dichiarazioni pubbliche, Saramago agiva non per descrivere, ma per incalzare la realtà. E se abbiamo dubbi andiamoci a leggere il discorso del 15 marzo 2003 contro la politica guerrafondaia di Bush e Blair; o le sue prese di posizione contro l’ingresso di Portogallo e Spagna nella Comunità Europea; o le esternazioni contro la politica di Israele. Ma anche nei suoi romanzi si possono facilmente individuare prese di posizione contro un preciso ordine delle cose che occorre modificare. Perché secondo Saramago nessun sopruso è eterno, ogni sopraffazione può essere circostanziata e storicizzata, ogni sopraffazione ha un inizio e quindi può avere una fine, può essere affrontata e dunque abbattuta.
Saramago non era un uomo amareggiato dalla vita, né un pessimista, né un nichilista.
José Saramago era un rivoluzionario.

Giochi pericolosi
Il 25 aprile del 1974, José Saramago ha all’attivo un paio di libri di poesie, un romanzo pubblicato e uno nascosto che sarà pubblicato postumo, diversi articoli e due libri di cronache. È già un riferimento dal punto di vista culturale, ma è ben lontano dall’essere uno scrittore affermato.
Non sono in molti a pensarla in questo modo, ma a mio avviso è con gli articoli pubblicati sul Diário de Lisboa tra il ’72 e il ’73 e poi radunati nella raccolta As opiniões que o DL teve (non pubblicata in Italia), che Saramago cambia passo: compresso nelle righe di una colonna di giornale, Saramago veste i panni dell’equilibrista impegnandosi a criticare un regime fascista in piedi da decenni, riuscendo a sfuggire alle strettissime maglie della censura. Per riuscirci ha solo un modo: usare le armi che lo stesso regime inavvertitamente lascia a sua disposizione.
Negli articoli, Saramago analizza in maniera chirurgica il dispositivo di potere di un regime che ha ereditato il linguaggio e lo stile del suo ex-leader, morto nel 1970, José António Salazar. Ma non è un’operazione semplice: il regime portoghese non ha nulla dello stile roboante del fascismo italiano. Le dichiarazioni dei suoi leader sono esplicite quando si tratta di attaccare le rivolte nei territori coloniali, ma estremamente melliflue rispetto al governo del Portogallo, tanto che il filosofo José Gil, analizzando il linguaggio di Salazar, parla di una «retorica dell’invisibilità» in cui lo Stato fascista è narrato come «una persona per bene» e i cittadini sono disposti a scegliere l’anonimato per il bene della Nazione.
Sono i questi meccanismi discorsivi che Saramago aggredisce, sostando sul filo del rasoio, tra l’ironia e l’affronto politico ad un regime pronto a far scattare arresti arbitrari contro chi è in disaccordo. Non sempre gli riesce: in vetrina nella Fundação Saramago di Lisboa sono esposte le stampe degli articoli dell’epoca con le correzioni e i tagli imposti dalla censura portoghese. Inoltre, As opiniões que o DL teve contiene quattro articoli in cui non è indicata la data di pubblicazione. Sono gli articoli di cui la censura ha impedito la stampa.
In uno di questi Saramago centra una delle modalità retoriche tipiche dei membri di un regime marcato dalla retorica dell’invisibilità»: si tratta delleufemismo, il meccanismo utilizzato per alleggerire a livello retorico una realtà di relazioni estremamente autoritarie. A seguito di una dichiarazione in cui César Moreira Baptista, Segretario di Stato dell’Informazione, parla della necessità di una «decompressione dei diritti e delle garanzie individuali», Saramago scrive:
«Ma dove si trova, alla fine, l’eufemismo? L’eufemismo si trova sottolineato (e non da noi) nella parola decompressione (dei diritti e delle garanzie individuali). […] Nonostante tutto questo tergiversare stilistico, si fa una confessione: quella per cui i diritti e le garanzie individuali dei portoghesi sono compressi. Tutti lo sapevamo, ma allo stesso modo sapevamo quanto minuziosamente ci era spiegato che questa compressione non era tale» («O eufemismo como política»).
Saramago è un maestro, ma il gioco è rischioso. Il suo arresto è previsto per il 29 aprile 1974.
L’anno della nascita di José Saramago
Il dramma teatrale La notte (1979) racconta l’asservimento dei direttori di giornali, la mordacchia della censura sull’informazione e soprattutto racconta la loro fine. Il dramma è nella notte che cambia la storia del Portogallo contemporaneo.
All’alba del 25 aprile 1974 il Movimento das Forças Armadas occupa le strade di Lisbona per destituire il governo presieduto da Marcelo Caetano e invita la cittadinanza a chiudersi in casa. La popolazione disobbedisce e invade il Largo do Carmo dove Caetano si è rinchiuso in un mutismo che durerà fino a sera, quando sarà costretto a salire su un aereo e fuggire in Brasile. Ma la rivoluzione non dura un giorno, dura almeno un anno e mezzo e probabilmente anche di più, visto che è nel 1961 che il regime portoghese inizia il suo declino inesorabile, con l’inizio delle rivolte in Angola.

Nei giorni che precedono il 25 de Abril, Saramago sta scrivendo un poema che narra in forma allegorica la storia di un popolo soggiogato da un regime autoritario. Ha iniziato a scriverlo il 16 marzo 1974, a seguito di un golpe fallito contro il regime, ma con il 25 de Abril si interrompe: il contesto è cambiato, non c’è più bisogno di un testo del genere. Saramago partecipa alle piazze e alle discussioni pubbliche e nell’aprile 1975 lo ritroviamo alla direzione del Diário de Notícias, uno dei principali organi in appoggio del processo rivoluzionario. Gli articoli che vanno dal 14 aprile al 25 novembre 1975 sono contenuti nella raccolta Os apontamentos (anche questa inedita in Italia).
Ci si aspetterebbe un cambio di stile e invece Saramago non risparmia le critiche al processo rivoluzionario, a personaggi che stanno ponendo le basi della loro carriera, al suo stesso partito: è un militante a tutti gli effetti, impegnato a indirizzare il paese verso il socialismo, nella consapevolezza di quanto questo possa essere rischioso:
«Il Portogallo sarà socialista, o morirà, perlomeno con dignità. Questo è l’unica strada per la libertà e la liberazione. Tutto il resto è capitalismo, fascista o social-democratico.» («A mão do imperialismo»).
Il Portogallo rivoluzionario è un paese in tumulto, conteso da forze rivoluzionarie, forze nostalgiche e forze che appartengono al nuovo mondo che si sta affacciando, quello delle socialdemocrazie del Mercato Unico. Poco a poco Saramago si accorge che è necessario, come titola uno dei suoi articoli, «Salvare la rivoluzione», e incita la popolazione a mantenere alta l’attenzione. Intuisce cosa sta per avvenire e afferma più volte che il Portogallo rischia di ritornare indietro o di prendere derive pericolose. Nel frattempo ha ripreso il poema che ha lasciato nel cassetto dal 25 de Abril e anche grazie a questo esempio si può dire che per lui la scrittura ha un valore pienamente militante: sentendo che la situazione sta cambiando, Saramago pensa sia necessario ricordare a tutti il passato che il paese sta cercando di superare, e per questo descrive in termini distopici la realtà che il paese ha vissuto fino a poco tempo prima. Il libro esce proprio in quei mesi complicati, col titolo L’anno mille993.
Nell’agosto del ’75, Saramago invoca una nuova alleanza tra il popolo e parte del Movimento das Forças Armadas contro una possibile contro-rivoluzione. La sua linea è chiara:
«o questa rivoluzione si suicida, e per farlo basta che continui per il cammino che sta già percorrendo, o questa rivoluzione si recupera attraverso l’unica via che le lasciano coloro che desiderano liquidarla: la via della violenza esercitata implacabilmente contro i responsabili della violenza, chiunque essi siano». («Poupar o inimigo»).
Nel 1975, Saramago non è uno scrittore affermato, ma è già un maestro. La formula utilizzata per invocare la violenza rivoluzionaria è volutamente involuta perché chi la scrive sa perfettamente che sta maneggiando un argomento pericoloso e decide di smontare l’enfasi delle frasi.
Il suo appello rimane inascoltato e il processo rivoluzionario portoghese termina il 25 novembre 1975. Quel giorno un gruppo di paracadutisti tenta, mediante un’azione militare, di dare nuova linfa alla rivoluzione. Il paese rimane col fiato sospeso. Nella notte Saramago scrive l’ultimo dei suoi articoli «E o socialismo?» in cui chiede alle forze rivoluzionarie di dare seguito alle azioni dei paracadutisti. Ma il tentativo di questi ultimi viene disinnescato e il Portogallo si avvia a entrare in quella che Saramago anni dopo, in un’intervista che troviamo nel Diario dell’anno del Nobel (28 giugno 1998), chiamerà «normalità». A contrastare tale “normalità” Saramago dedicherà i suoi restanti 35 anni di vita di militanza e di carriera letteraria.
Non credo che quei folgoranti 35 anni, sarebbero stati possibili senza le consapevolezze maturate nei tormentati mesi del processo rivoluzionario portoghese. Tempo fa si è scritto, da queste parti:
«Prendere parte al movimento rivoluzionario significa comprendere che la tua vita non è scritta nei piani del potere, ma puoi scriverla tu, almeno fino a un certo punto».
È nella lotta quotidiana per la rivoluzione, nella rabbia per la sconfitta, che nasce il grande scrittore.
Non c’è nessun dopoguerra
La rivoluzione prende la piega della smobilitazione. Si afferma una socialdemocrazia che assorbe molte delle conquiste ottenute tra il’74 e il ’75, ma che non fa fino in fondo i conti col passato del paese.
Il Portogallo cambia, gli anni passano. Saramago, isolato dal Partito e dai colleghi, nei mesi successivi alla rivoluzione decide di non cercare lavoro e di dedicarsi alla scrittura. Si guadagna da vivere con alcune traduzioni e con diversi testi scritti su commissione. Nel frattempo si dedica ad una strenua battaglia contro l’insorgere di una possibile nostalgia per il passato: Una terra chiamata AlentejoMemoriale del Convento e soprattutto L’anno della morte di Ricardo Reis riscrivono il passato del Portogallo e smontano quei miti su cui il fascismo si era poggiato. Sono i libri che lo conducono al successo mondiale.
Con gli anni Novanta la sua produzione prende una virata decisa. L’ambizione è quella di scrivere testi che guardino al di là del contesto portoghese e nel 1995, quando la cosiddetta “guerra fredda” è finita da poco, Saramago pubblica Cecità, o meglio Ensaio sobre a cegueira, «Saggio sulla cecità». È con questo titolo che da qui in avanti mi riferirò al romanzo.
In questi mesi se n’è sentito parlare parecchio, quasi quanto la Storia della Colonna infame di Manzoni, La Peste di Camus. È la storia di un’epidemia che colpisce gli abitanti di una città diffondendosi in maniera inarrestabile. La cecità bianca di cui gli abitanti della città si ammalano non ha cura, non ha cause scatenanti, non ha modo di essere circoscritta perché il contagio è talmente rapido che il Governo della città è totalmente sovrastato. Le uniche misure che l’amministrazione attua sono di quelle di concentrare le persone infette in luoghi di contenimento, ma presto l’azione si rivela inutile. Tutti diventano ciechi. Tutti tranne una donna, che nel romanzo è indicata come «la moglie del medico» e che per qualche strana ragione conserva la vista, assistendo all’orrore che si scatena nella città.
L’analisi del Saggio sulla cecità meriterebbe tempo e spazio, per la vastità di temi che si annidano nel romanzo. Di certo va sottolineato che le azioni della moglie del medico sono pienamente politiche: la sua decisione di osservare senza gettare giudizi morali, la sua presa in carico di un piccolo gruppo di ciechi, il suo ricorso alla violenza contro altri ciechi che decidono di approfittare della situazione violentando le donne con cui sono rinchiusi e uccidendone una, rivestono un senso sui cui sarebbe bene soffermarsi.
Tuttavia, nel contesto in cui ci troviamo, l’urgenza è quella di scongiurare un grande malinteso che si annida fra le righe di diversi commenti che abbiamo letto e ascoltato negli ultimi mesi: questo romanzo non parla di un’epidemia. Non parla di come diventano gli esseri umani quando una malattia inaspettata li soverchia, non parla di quello che abbiamo vissuto a partire da febbraio. La moglie del medico lo dice chiaramente in un dialogo col marito nelle ultime pagine: «Non penso che siamo diventati ciechi, penso che siamo ciechi, Ciechi che vedono, Ciechi che, vedendo, non vedono».

La cecità di cui parla Saramago è la nostra normalità. Anzi, è la normalità che si è costruita negli anni. È la normalità in cui le strutture politiche che abbiamo sono assolutamente inutili, capaci al massimo di assumere decisioni restrittive, ma poco altro. È la normalità che continuerà a descrivere nei romanzi successivi e nelle sue dichiarazioni: è la normalità del mercato unico, è la normalità di un mondo dominato dalle multinazionali, dalla finanza, da poteri che sovrastano ogni nostra struttura politica e sociale.
Non solo: è la normalità che si è costruita nel corso di secoli. Saramago non entra nella polemica sul cosiddetto postmoderno, ma si dimostra perfettamente consapevole di quanto scritto da Habermas, Lyotard e Jenkins: «Siamo al termine di una civiltà e del processo di passaggio da un tempo con radici nella Rivoluzione Francese, nell’Illuminismo, nell’Enciclopedia, che tende a scomparire. Non so quello che verrà». Non è un caso che quella narrata da Saramago sia una cecità bianca: il problema non è il buio, l’assenza di ragione o l’irrazionalità, il problema è la nostra razionalità, sono i lumi che ci stanno accecando: «si arriva più facilmente su Marte che al nostro simile» dirà nel 1998 nel discorso alla consegna del Nobel.
L’epidemia è un allarme che ci mostra il mondo per come è. Ci segnala che i nostri modi per reagire alle difficoltà non sono sufficienti, che di fronte ai drammi che stiamo attraversando siamo ciechi. E, come afferma la moglie del medico, «i ciechi sono sempre in guerra, sono sempre stati in guerra».
Never Ending Wars
Il 15 Febbraio del 2003, milioni di persone si riversano nelle strade di tutto il mondo per dire “no” all’imminente bombardamento dell’Iraq. Un mese dopo, José Saramago è a Madrid per la una nuova manifestazione e di fronte ad una platea di 400mila persone legge il Manifesto contro la guerra all’Iraq e si scaglia contro le politiche di Bush e Blair: «Vogliono la guerra, ma non li lasceremo in pace […] La terra appartiene ai popoli che la abitano, non a quelli che, con il pretesto di una rappresentazione democratica perversa, alla fine li sfruttano, li manipolano, li ingannano».
La guerra in Iraq inizia il 20 marzo. Un anno dopo Saramago pubblica il Saggio sulla lucidità.
La vicenda si svolge in una città senza nome, capitale di un paese senza nome. I risultati delle elezioni sono sorprendenti: al primo turno la percentuale di voti in bianco supera l’70%. Al secondo turno la percentuale è ancora più alta. Il Governo va nel panico. Un po’ come ha appena fatto Trump che, non potendo arrestare tutta la popolazione si è auto-arrestato circondando la Casa Bianca con un muro, il Governo della città infligge una pena a se stesso, si auto-esilia e abbandona la città, confidando che il caos renda necessario il suo ritorno. Ma in città regna l’ordine. È una rivoluzione pacifica, impeccabile e soprattutto magica. Nessuno sa come abbia fatto la popolazione a organizzarsi, al contrario Saramago riveste la questione di organizzazione politica di un alone di realismo magico. È la «lucidità» della popolazione che ha costruito un “no” collettivo senza precedenti.
Il Governo in esilio inizia a ragionare su come riguadagnare la propria legittimità, fino a quando nel Consiglio dei ministri non avviene questo scambio:
«Nel frattempo andremo a tentoni, alla cieca, si lamentò il presidente. Il silenzio fu tale che avrebbe smussato la lama del più affilato dei coltelli. Sì, alla cieca, ripeté senza accorgersi del turbamento generale. Dal fondo della sala, si udì la voce tranquilla del ministro della cultura, Tale e quale a quattro anni fa.»
Poco dopo al Governo arriva una strana segnalazione: una lettera che segnala che quattro anni prima, durante l’epidemia, una donna aveva mantenuto la vista e forte di questa sua posizione ha pure commesso un omicidio. Il personaggio in questione è il primo cieco del Saggio sulla Cecità e la donna è ovviamente la moglie del medico, il capro espiatorio cui il Governo darà la caccia per destabilizzare la situazione e tornare al potere.
Il ciclo dei romanzi allegorici di Saramago è caratterizzato da ambientazioni anonime, prive di storia, in cui ciascuno possa riconoscere la propria città o il proprio paese. Ma tutt’ad un tratto, arrivati a metà del Saggio sulla Lucidità, la Storia ritorna: questa città senza nome ha un passato e lo conosciamo bene perché è stato raccontato in un altro romanzo.
Per i portoghesi il legame del Saggio sulla Lucidità con il Saggio sulla Cecità è chiaro fin dal titolo, ma Saramago ha dichiarato di aver compreso che i due libri sono connessi a metà della scrittura, e in effetti a metà del libro la vicenda prende una svolta inaspettata. Eppure il legame è vincolante, la cecità e la lucidità sono connesse.
In realtà è lo stesso Governo a creare questo legame, ne ha bisogno per trovare un capro espiatorio. Lo individua nella persona che quattro anni prima si era assunta la responsabilità di aiutare e guidare chi le stava attorno, anche ricorrendo all’uso della forza. Ma in questo nuovo romanzo, la moglie del medico è un personaggio come un altro, non è investita di alcuna responsabilità, né ha risposte rispetto a quanto è avvenuto. Ciononostante il Ministro dell’Interno di questo Governo ne ordina l’uccisione, individuandola come l’untrice di questa nuova epidemia. E nel momento della sua uccisione, nelle ultime righe del romanzo sappiamo che qualcuno, lì vicino, è appena diventato cieco. L’azione repressiva del Governo dà avvio ad una nuova epidemia.
Eppure, è anche vero quanto sostiene Daniele Giglioli in Stato di minorità: in realtà è la lucidità stessa ad aprire le porte ad una nuova epidemia:
«Il peccato originale della città di Saramago era stato quello di limitarsi a espungere il governo. […] Ma ciò che non si vuole vedere ritorna come sintomo, ed è per questo che il romanzo si chiude mettendo in scena la ricaduta della cecità».
Giglioli svela un grande fraintendimento, presente anche nei testi di diversi critici: il Saggio sulla lucidità non è un romanzo sulla rivoluzione. È un romanzo sul fallimento di una rivoluzione. E non è il Governo che la fa fallire, quanto piuttosto il fatto che non si è agito per impedirlo. Lo dice chiaramente la moglie del medico nel dialogo già citato del Saggio sulla Cecità: dopo esser dovuta ricorrere alla violenza uccidendo il capo dei ciechi colpevoli di aver imposto un ordine coloniale tra i ciechi, la donna chiarisce il motivo per cui si è arrivati a quel punto: «non abbiamo saputo resistere come avremmo dovuto».
Saramago non era persona da poter credere in una rivoluzione che non modificasse la sostanza del mondo che aveva attorno. Saramago è uno che ha provato a costruire una rivoluzione con idee chiare e precise. Invece nella città “rivoluzionaria” del romanzo nulla cambia: non cambiano i rapporti tra ricchi e poveri, tra i generi, non c’è redistribuzione della ricchezza. Quella descritta nel Saggio sulla lucidità non è la rivoluzione di Saramago, è il suo fallimento.
Volenti o nolenti, nel libro ci viene detto che quella cosa che ancora chiamiamo democrazia non solo è insufficiente a concepire una rivoluzione, ma è quel che ci costringe in una cosiddetta «normalità», dove l’unico spazio di manovra che ci viene lasciato è quello di una guerra cieca fra di noi.
Epilogo: pesci ciechi in acque torbide
22 aprile del 1975. Le elezioni del Portogallo rivoluzionario sono alle porte e si discute di come interpretare un possibile voto in bianco da parte della popolazione. Saramago taglia con l’accetta il dibattito:
«il voto in bianco è una forma di protesta contro 48 anni di fascismo che, loro sì, sono i veri responsabili di questa discussione così poco chiara, in cui si cerca di pescare voti come in acque torbide si pescano pesci ciechi…» («O branco em discussão»)
Saramago intuisce che anni di oppressione rendono la popolazione incapace di agire, come pesci ciechi, vittime a disposizione di qualunque carnefice. In realtà questo non stupisce. A stupire è il fatto che più di trent’anni dopo aver scritto queste parole, decenni dopo la caduta del fascismo, Saramago nota le stesse difficoltà.
Tuttavia i suoi pensieri, forti dell’esperienza, sono lievemente diversi rispetto a prima: le schede bianche, la non-azione, per quanto siano legittimi conducono al crollo, se non sono sostanziati da qualcos’altro. È stato così per la rivoluzione portoghese ed è così nel Saggio sulla lucidità che però a questo punto non è un racconto fuori dal tempo: contiene riferimenti intertestuali che rimandano un altro romanzo, la cui vicenda precede quanto viene narrato; ha riferimenti concreti nella vita di Saramago; ha riferimenti nella nostra storia, quella che ha visto fallire un movimento che diceva di No ad una guerra che non è mai finita.
Ha riferimenti nella nostra vita di oggi.
Saramago è morto dieci anni fa, il 18 giugno 2010.
La normalità è un problema oggi più che mai.
_
plv è un attivista e insegna, da precario, italiano e storia nelle scuole superiori di Bologna. Ha collaborato con Giap per diverse cronache da Bologna (qui e qui), da Ventimiglia (qui e qui) e dalla penisola iberica (qui e qui). Ha insegnato letteratura portoghese e brasiliana e sulla rivoluzione portoghese ha scritto un articolo per Nuova Rivista Letteraria: «Garofani rossi per sbiancare la storia» (pdf qui).


lunedì 30 marzo 2020

La coalizione dei ripugnanti


Moltissimi lutti addusse agli umani il Covid-19 (e non ha finito).
E però diventa un’occasione per ripensare tante cose.
Primo: che idea hanno di Europa quelli che prima di lanciarti il salvagente vogliono il numero della carta di credito? - Primum vivere, deinde philosophari (qui), diciamo noi.
secondo: alla fine la coalizione dei ripugnanti farà la classifica dei buoni e dei cattivi, la faranno gli olandesi che fanno dumping fiscale, e i loro amici, "Alla Commissione – ha aggiunto Von der Leyen – è stato affidato dal Consiglio il compito di elaborare il piano di ricostruzione, e questi sono i binari su cui stiamo lavorando" (qui)
Traduzione: aspettiamo che l'epidemia faccia il lavoro di distruzione del vostro paese (come anche in Spagna e in Portogallo, la Grecia è stata una prova ben riuscita) e poi ci prenderemo tutto a prezzi di saldo (ecco il piano di ricostruzione).




già l’otto marzo una lettera dell’Associazione nazionale di Amicizia Italia-Cuba segnalava al ministro della Sanità Speranza la disponibilità a offrire medicine e personale medico per aiutare a combattere il virus (qui)

il 18 marzo arrivano i primi aiuti dalla Cina (qui)

il 22 marzo arrivano 53 medici e infermieri cubani (qui)

il 23 marzo Il governo italiano ha lanciato un appello diretto al segretario alla Difesa americano, Mark Esper, per aiuti militari nella lotta contro il coronavirus…A parte qualche tweet di solidarietà, gli Usa piuttosto hanno fatto incetta in Italia di kit per gli esami di laboratorio. La notizia aveva fatto scalpore nei giorni scorsi: mezzo milione di tamponi sono stati comprati presso un’azienda produttrice al Nord e caricati su un grande aereo militare che è poi partito da Aviano. (qui)

------------------

il 28 marzo alle parole di Ursula Von der Leyen (Presidente della Commissione Europea) contro i coronabond: “Quella parola è solo uno slogan” replica  il presidente del consiglio Conte: "Qui c’è un appuntamento con la storia. L’Europa deve dimostrare se è all’altezza” (qui)


-----------------------

il 28 marzo arriva dall’Albania un team di 30 medici e infermieri albanesi è partito per l’Italia per aiutare il nostro Paese ad affrontare l’emergenza Coronavirus.

qui

 

------------------

il 29 marzo Boris Johnson dice: "E' importante che  io sia chiaro con voi: sappiamo che le cose peggioreranno prima che inizino a migliorare” (qui).

probabilmente la sera prima aveva guardato Oltre il giardino), prendendo spunto da Chance il giardiniere (qui)

e sempre Peter Sellers aiuta a capire la logica della coalizione dei ripugnanti (qui), quella logica schifosa per cui prima devi avere l’assicurazione medica, o una carta di credito ben piena e allora ti curiamo, se non hai quelle due caratteristiche al massimo un paio di aspirine e poi crepa a casa tua, se ce l’hai , o in strada.

--------------------





Il Dipartimento di Stato USA ha criticato Cuba mercoledì scorso per aver inviato medici in diversi paesi in crisi a causa del coronavirus. Inoltre, l'ambasciata americana a L'Avana, ha esortato i paesi che ricevono la cooperazione medica cubana a rifiutare questo aiuto, nonostante la pandemia di COVID-19.
Il ministero degli Esteri cubano, tuttavia, ha respinto questa posizione di Washington, definendola "offensiva per Cuba e il resto del mondo", mentre il mondo intero è minacciato dalla pandemia di COVID-19.
Allo stesso modo, ha sollecitato la "cessazione e sospensione di ingiusti blocchi e misure unilaterali coercitive", nonché "meschinità e ostilità", come sostenuto dalle Nazioni Unite, ha ricordato.
Inoltre, Palacios ha sottolineato la necessità di impegnarsi per "promuovere la solidarietà e aiutare coloro che ne hanno bisogno" in questi momenti critici.
Il portavoce ministeriale cubano, ha assicurato che il paese caraibico continuerà a “inviare i dottori necessari negli angoli più bui del mondo. Medici e non bombe”, ha precisato.

-------------




"Questo discorso è ripugnante nel quadro dell'Unione europea. Questa è la parola giusta: ripugnante, perché noi non siamo pronti per ascoltare ancora una volta ministri dell'Economia olandesi". Così il premier portoghese Antonio Costa attacca il ministro olandese Wopke Hoekstra, ricordando le parole che il suo predecessore Jeroen Dijsselbloem aveva durante la crisi economica. Lo scontro è ancora una volta di natura economica: il Portogallo è schierato con i Paesi Ue che sostengono la necessità degli eurobond, su tutti Italia e Spagna. Un'ipotesi che non piace, tra gli altri, all'Olanda e che avrebbe spinto Hoekstra a chiedere alla Commissione Ue di avviare un'indagine sui bilanci dei Paesi che vorrebbero gli eurobond per far fronte all'emergenza coronavirus.


-------------------


Il governo del Portogallo ha deciso di concedere il permesso di soggiorno a tutti gli immigrati che ne hanno già fatto richiesta, almeno fino al primo luglio, per garantirgli di affrontare al meglio l'emergenza coronavirus. Il governo di Antonio Costa ha approvato la sanatoria per i richiedenti asilo e per tutti gli stranieri senza permesso di soggiorno che abbiano chiesto di accedere ai servizi sanitari.

martedì 1 aprile 2014

4 aprile 1992: muore Fernando José Salgueiro Maia

Maria De Madeiros, bravissima attrice portoghese, gira il suo primo film. “Capitani d’aprile”, sulla Rivoluzione dei garofani. Protagonista è Stefano Accorsi, che interpreta Salgueiro Maia.
Per la maggior parte della critica cinematografica un film sulla sufficienza, per me molto di più, a tratti epico, c’è la storia vera di Salgueiro Maia, uno di quegli uomini che per una volta non mi fanno vergognare di appartenere al genere umano.
Guardate il film, se vi è sfuggito, conoscerete la storia di un Cincinnato del Novecento, e non lo dimenticherete mai più (e qualcuno conoscerà anche Josè Afonso) - franz

Nei primi anni Settanta (e, più precisamente, nel 1974) giovane capitano incaricato dell'addestramento dei sottufficiali presso la "Escola Prática de Cavalaria" di Santarém, fu informato dei piani del Movimento delle Forze Armate per abbattere il regime autoritario dell'Estado Novo che governava il Portogallo da mezzo secolo.
Al momento del segnale convenuto per l'avvio delle operazioni (la canzone di José Afonso proibita dal regime Grândola vila morena, trasmessa alla radio), prese le armi insieme ai suoi cadetti e si unì alle forze ribelli dell'MFA dopo aver arrestato i propri superiori.
In seguito si diresse verso Lisbona e qui prima pose sotto assedio le sedi istituzionali nel quartiere Terreiro do Paço, poi su ordine del comando dell'MFA, il quartier generale della Guarda Nacional Republicana a Carmo, dove si trovavano il presidente del ConsiglioMarcelo Caetano e altri alti funzionari di regime.
È accreditato per aver evitato spargimenti di sangue (le uniche vittime del colpo di stato furono 4 civili uccisi dalla polizia politica fedele al governo), riuscendo comunque a convincere le forze lealiste a passare dalla parte dei ribelli e, infine, ottenendo la resa di Caetano.
Dopo la Rivoluzione Salgueiro Maia non volle assumere alcun incarico politico. Nel 1981 fu promosso al grado di maggiore.
Adottò due bambini. Nel 1989 gli fu diagnosticato un cancro che, dopo una lunga sofferenza e diverse operazioni chirurgiche, lo portò alla morte il 4 aprile 1992, a soli 48 anni di età.

…La Revolución de los Claveles se saldó, finalmente, con cuatro muertos, todos civiles (desde una ventana de la sede de la PIDE alguien disparó con una ametralladora sobre la gente congregada ante su puerta).
Me ha costado encontrar el nombre de ese alférez, el hombre que no mató a Salgueiro Maia. Pero lo he hecho. Se llamaba Fernando Sottomayor. Qué bien habrían venido unos cuantos Sottomayores distribuidos por Argentina, Uruguay, Chile, Brasil… y España. Gente que se pasara por el forro la repugnante “obediencia debida” a sus mandos.
Que no se pierda de la memoria el nombre de la gente que debe ser recordada. Que no se pierda. Nuestro concepto de la civilización puede depender de ello.

Portogallo. Venti minuti dopo la mezzanotte che divide il 24 dal 25 aprile del 1974 Radio Renascença Leite de Vansconcelos inizia a trasmettere “Grandola vila morena”, una canzone del poeta Josè Afonso che parla di Grandola, “terra di fraternità”. Il 25 aprile 1974, però, Grandola vila morena non è solo una canzone sull’uguaglianza: è un inizio. Quelle note, infatti, sono il segnale stabilito per dare il via ad una rivoluzione, forse la più poetica di tutte.   La rivoluzione dei garofani inizia così, sulle note di una canzone, e si capisce già che sarà una rivoluzione diversa da tutte le altre.   All’alba le truppe della Escola Pratica de Cavalaria lasciano Santarem e si dirigono verso Lisbona, dove ha sede il governo di un regime dittatoriale che tiranneggia dal ’32. Alla radio intanto una voce annuncia: «Le Forze Armate hanno scatenato una serie di azioni tese a liberare il paese dal regime che da molto tempo lo domina… coscienti d'interpretare i veri sentimenti della nazione… Viva il Portogallo!». Alla guida dei soldati debella EPC c’è il capitano Fernando José Salgueiro Maia, nato a Castelo de Vide l’1 luglio del 1944, entrato nell’Accademia Militare di Lisbona nel 1964, ha combattuto durante le guerre coloniali di Angola, Guinea e Mozambico e, come tutti i capitani della Revolução, ne è rimasto segnato dalle atrocità. Maia e i militari dell’Escola occupano prima il “Terriero do Paço” e poi il Quartier Generale Militare e Poliziesco del Carmo dove ha trovato rifugio il primo ministro Marcelo Caetano. Il capitano intima la resa al dittatore fascista. Dopo la trattativa Caetano viene scortato dallo stesso Maia fino all’aereo con il quale sarà costretto al lasciare il Portogallo, mentre per le strade si riversa una folla immensa che abbraccia i soldati che hanno restituito la libertà al paese.   A questo punto iniziano a comparire i garofani sulle canne dei fucili, quasi a voler sottolineare il carattere incruento della Revolução (“mettete i fiori nei vostri cannoni” recitava un vecchio slogan che sembra passato di moda): niente vendette, niente giustizia sommaria. I soli morti del 25 aprile furono tre dimostranti uccisi dai proiettili della PIDE, la polizia segreta di Caetano. A Salgueiro Maia e agli altri capitani bastò poco più di 17 ore per abbattere una delle dittature più longeve d’Europa, il tutto senza spargere sangue.  Dopo la Revolução venne ristabilito l’ordine democratico, vennero abolite le misure repressive, furono reintrodotte le libertà civili, si sciolse la PIDE e il partito unico, si abolì la censura, si liberarono i prigionieri politici e si dichiarò l’indipendenza totale delle colonie. Il capitano Maia, di cui è stato detto che “era il migliore tra i migliori (i più coraggiosi e generosi) ufficiali militari della Rivoluzione di aprile”, è morto nel 1992.   A soli 48 anni, dopo aver chiesto inutilmente aiuto e assistenza medica allo Stato, Salgueiro è stato stroncato dal cancro.  I libri di storia non lo citano e pochi ricordano il suo nome, forse perché rifiutò tutte le cariche che gli furono offerte o forse perché qualcuno vuol farci dimenticare che rivoluzione non è sinonimo di violenza.


Figlio di Francisco da Luz Maia, ferroviere, e di Francisca Silvéria Salgueiro, Fernando José Salgueiro Maia nasce l'1 luglio 1944 a Castelo de Vide. Frequenta la scuola primaria a San Torcato, Coruche, e poi il Liceu Nacional di Leiria, laureandosi infine presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali in etnologia e antropologia.
Nel mese di ottobre 1964 entra all’Accademia Militare di Lisbona e due anni dopo è alla Scuola Pratica di Cavalleria a Santarém. Nel 1968 è assegnato alla 9ª Compagnia di Commandos e parte per il nord del Mozambico, mentre dal luglio 1970 è in Guinea Bissau. La partecipazione alle vicende belliche coloniali gli vale la promozione a capitano, ma quando nel 1973 ritorna all’EPC di Santarem ha ormai maturato una profonda coscienza politica democratica antifascista e anticolonialista.
E’ in questo periodo che iniziano le riunioni clandestine del Movimento delle Forze Armate, e Salgueiro Maia è nel Comitato di coordinamento del Movimento come Delegato della Cavalleria. Dopo il 16 marzo 1974 e la fallita sollevazione di Caldas è, come abbiamo già visto, il protagonista fra i protagonisti del 25 aprile portoghese ("il migliore tra i migliori” venne definito).
Dopo la rivoluzione è membro attivo dell'assemblea del MFA e malgrado lo stesso MFA e molti partiti e organizzazioni politiche, riconoscendone la sua sensibilità alle tematiche sociali, il merito, l’intelligenza superiore ed un insolito coraggio e fedeltà, gli chiedano di rivestire importanti incarichi pubblici o politici (come ad es. far parte Conselho da Revolução, oppure fare il governatore civile di Santarem o l’addetto militare in una ambasciata di sua scelta), Maia, schivo di onori e riservato, riluttante a gettarsi nelle diatribe partitiche, non accetta nessuna offerta preferendo rimanere a svolgere semplicemente il suo compito di militare.
Solo il 25 novembre 1975 accetterà di venir posto al comando di un gruppo di carri alla diretta dipendenza del Presidente della Repubblica Francisco da Costa Gomes.
E’ poi trasferito alle Azzorre dalle quali torna nel 1979 per assumere il comando del Presidio militare di Santa Margherita.
Nel 1981 è promosso a maggiore e nel 1983 riceve la Grãn-Cruz da Ordem da Liberdade
Non sempre, fra l’alternarsi dei governi a maggioranza moderata e quelli a maggioranza socialista, rimane univoco e positivo il giudizio storico e politico sul 25 aprile portoghese e sui suoi protagonisti, Salguero Maia lo scopre amaramente a sue spese quando, malato di cancro, nel 1990 chiede inutilmente (al contrario due ex torturatori della PIDE che invece lo avevano ricevuto!) sostegno medico allo Stato, in quel momento governato dal moderato Aníbal António Cavaco Silva.
Muore a Santarém il 4 aprile 1992. Nello stesso anno riceve atitolo postumo il grado di Grande Oficial da Ordem da Torre e Espada ed infine nel 2007 la medaglia d'oro di Santarém.
La sua memoria rimane oggi viva nel ricordo di tutti i democratici portoghesi fedeli al ricordo ed ai valori del 25 Aprile.                            Carlo Onofrio Gori
da qui

giovedì 26 aprile 2012

tramonto della rivoluzione

... 25 aprile 2012, sono passati quasi quarant'anni da quei mesi gravidi di speranza e davvero poco sembrerebbe essere rimasto dello spirito che aveva animato quella Rivoluzione. Vasco Lourenço, uno dei capitani dell'Mfa e oggi presidente nazionale dell'Associação 25 de Abril, (A25A), che, come l'Anpi in Italia, difende i valori dell'antifascismo, decide un gesto eclatante: «Quest'anno non parteciperemo alle celebrazioni ufficiali». Perché? Perché l'A25A considera che quel contratto sociale stipulato tra militari e cittadini è stato cancellato dal governo, perché le politiche di austerità introdotte in quest'ultimo anno sono andate tutte nella direzione di riscrivere fin dalle fondamenta quei principi etici e morali sanciti nella costituzione.
La democrazia sostanziale ha lasciato il posto alla democrazia formale e le politiche di pieno impiego sono state sostituite dai dogmi monetaristi che ricordano molto da vicino quelli applicati da Pinochet all'indomani dell'11 di settembre del 1973. Dopotutto, Milton Friedman è uno dei principali punti di riferimento dell'attuale ministro delle Finanze Vitor Gaspar.
Ieri il 25 aprile è stata una giornata triste, fredda e piovosa. Il 15% di disoccupazione e una retribuzione media oraria di appena 12 euro (in Italia è di circa 26 euro) sono lì a testimoniare le difficoltà che hanno i valori del 25 aprile ad affermarsi. Chiudono gli ospedali, chiudono le fabbriche, cancellate tredicesime e quattordicesime, tutto senza che per il governo si profili il benché minimo problema di consenso, qualche punto nei sondaggi, forse, ma nulla di più: se oggi ci fossero le elezioni probabilmente l'attuale coalizione di centro destra, guidata da José Pedro Passos Coelho, le vincerebbe nuovamente.
Mario Soares, fondatore del partito Socialista, ex primo ministro ed ex presidente della Repubblica si accoda alle proteste dell'A25A e anche lui rinuncia a partecipare alle commemorazioni ufficiali. È tardi ci sentiremmo di dirgli, doveva pensarci un anno fa quando fece pressioni affinché il Portogallo dichiarasse bancarotta, ci avrebbe dovuto pensare alla fine degli anni settanta quando i governi da lui guidati cominciarono a mettere in discussione quelle che erano state le vittorie del 25 aprile. Per la gran parte dei portoghesi la rivoluzione dei Garofani è soltanto l'anniversario della fine di una dittatura non più fascista ma semplicemente e banalmente autoritaria, è una festa che non divide perché è stata svuotata di gran parte dei suoi contenuti, sbiadita come una vecchia fotografia nella quale non si riesce più a riconoscere i dettagli e il contesto nel quale era stata scattata rimane solo un vago e lontano ricordo.