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venerdì 27 marzo 2026

Epstein e i confini morali delle democrazie - Sergio Labate

 

Non è difficile prevedere che, nonostante le reticenze e la complicità della maggior parte del sistema mediatico, lo scandalo degli Epstein files sia appena all’inizio. Troppo grande il degrado morale, le fitte e perverse trame politiche ed economiche che emergono e che rendono esplicito ciò che finora si è solo potuto immaginare («io so, ma non ho le prove». Eccole le prove). Anche questa è una delle tante lezioni di questa storia: come ha sottolineato – non senza una nota di sarcasmo – la filosofia Gloria Origgi si tratta di capire come reagire razionalmente quando le teorie politiche del complotto si rivelano vere, come in questo caso. Tutto ciò a cui non si poteva credere, si sta dimostrando anche più realistico del previsto. Ecco, la portata di questi documenti è davvero epocale e per questo conviene tener desta l’attenzione e non cedere all’inevitabile strategia del depistaggio e della minimizzazione cui andremo incontro nei prossimi mesi. Io credo che quei milioni di documenti rappresentino per certi versi una delle tracce più consistenti per ricostruire dall’interno una storia economica, politica e morale del neoliberismo e della sua capacità di modificare e orientare l’ordine del mondo.

Come tutte le storie, anche questa storia contiene tanti risvolti, sfumature, controtendenze e azioni che appaiono marginali e in realtà non lo sono. Stiamo parlando di come negli anni si è costruita un’élite mondiale tenuta insieme dalla crudeltà nei confronti degli altri esseri umani (in particolare donne), dallo scambio rigidamente endogeno di influenze, informazioni, soldi (molti soldi) e dall’odio delle democrazie. Tutto questo intorno alla vivacità di un uomo condannato per pedofilia quasi vent’anni fa, esplicitamente razzista, eugenetico, sadico. E che non ha mai nascosto ciò che era, anzi ha sedotto buona parte della classe dirigente mondiale – e in particolare i condottieri che hanno guidato la sinistra mondiale verso la propria dissoluzione – proprio grazie a questi tratti disumani.

La questione fondamentale non è dunque semplicemente quella morale (che pure non disprezzerei affatto, sinceramente). È piuttosto l’inquietante intreccio tra sadismo pianificato e realizzato in modo compulsivo e quello che poco fa ho definito nei termini di un vero e proprio odio per le democrazie. Siamo dinanzi al tentativo (del tutto riuscito) di abbattere i confini morali delle democrazie e, in questo modo, di abbattere le democrazie stesse. In maniera più dura ma forse più efficace, si può sostenere che il progetto politico delle classi dirigenti mondiali degli ultimi decenni sia stato quello di sostituire le democrazie non solo con le autocrazie, ma con un vero e proprio governo sadico sugli uomini e (soprattutto) sulle donne.

Trump, Clinton, Epstein, Gates e tanti altri… Tutto ciò che li unisce e li tiene insieme è una sorta di incontrollabilità del potere, come un demone interiore che nessuno riesce più a frenare. Tutti maschi bianchi di una certa età, presi in ostaggio dal loro stesso potere, che non è più un semplice vizio tra gli altri che può anche dar luogo a scelte responsabili – ogni buon politico deve essere ambizioso, ricordava Weber. È un demone interiore che si fa legge superiore: che vuole spazzare via ogni ostacolo formale, a partire dalle leggi e da tutto ciò che tiene sotto controllo il loro potere e trasformare tutte le relazioni umane a misura del dominio di qualcuno su qualcun altro. Sarà per questo che – tra una violenza e un’altra, tra una tortura e un’altra – l’ossessione dei loro discorsi sembra essere precisamente l’insofferenza nei confronti della democrazia. Personalmente provo dolore anche solo a immaginare le scene. Con queste povere ragazzine vittime di potenti che mescolavano insieme umiliazioni feroci e discorsi su come limitare i danni delle democrazie, su come sottomettere tutto il mondo al loro sadismo sperimentato festosamente sulla pelle di giovani donne. Eccoli, quelli che hanno vinto definitivamente la lotta di classe. Un’élite ristretta di maschi perversi e malati, circondati da api regine o da donne schiavizzate. Pienamente consapevoli che l’ultimo argine che resta alla trasformazione del loro potere in un dominio incondizionato è proprio la democrazia. È così che la questione morale è già questione politica. In fondo è stata proprio questa la grande scommessa della democrazia. Immaginare di poter mettere dei confini al potere, in modo tale che esso non sia mai assoluto. Tenere separato, per quanto possibile, l’esercizio del potere dalla voluttà personale del dominio di qualcuno su qualcun altro. In democrazia il potere resta sempre contendibile – nessun uomo di potere può possedere quel potere che gli è solo assegnato per un certo periodo – e si trova vincolato da confini morali e giuridici, rappresentati per eccellenza dai diritti fondamentali e dalla tutela della dignità di ciascuno.

Oggi sappiamo – anche grazie a ciò che sta emergendo – che il disegno mondiale che ha dissolto le democrazie non era legato ad altro che a questa insofferenza satrapica, a questo ultimo stadio del patriarcato in cui tutto si irrigidisce in violenza e consumo. In cui il nuovo ordine mondiale fa coincidere perfettamente l’interno e l’esterno, ciò che accade dentro le tante e lussuose case a disposizione di pochi e ciò che accade al di fuori, con la guerra assurta a misura del mondo. La distruzione, l’umiliazione, la reificazione, tutto agghindato dentro cene eleganti e jet privati. Vale anche per Chomsky, purtroppo. E non è ingenuità, ma seduzione. La seduzione del sadismo, non solo della ricchezza. Della violenza, non solo del potere.

Questa è la verità scomoda che emerge: i potenti, chiusi nella stanza dei balocchi e costretti a godere incessantemente, hanno finito col trasformare questa complessa architettura del potere e dei suoi limiti connaturali in un’esigenza di dominare sugli altri esseri umani. Cioè di trasformarli in merci, in oggetti da consumare compulsivamente, da umiliare e degradare. È la tentazione del sadismo: in fondo quando il potere si affranca dal proprio limite esso non può che volere la cancellazione dell’essere umano. Perché l’umanità dell’essere umano sarà sempre una nota stonata, una resistenza all’esigenza di possedere senza più confini morali, all’assolutismo del dominio. Quando Trump rivendica di essere l’unico a poter autolimitare il proprio potere (“c’è una sola cosa che può fermarmi: la mia morale. La mia mente”), non fa che confermare questo schema e, allo stesso tempo, pronunciare la sentenza definitiva di dissolvimento del principio democratico. Un potente che crea da sé i confini al proprio potere sarà inevitabilmente un sadico. Un uomo la cui funzione principale non è quella di vedere e sentire gli altri, di fare i conti con la loro libertà, ma piuttosto di ridurli ogni volta a un pretesto per confermare il proprio arbitrio, il proprio dominio.

Ecco il filo rosso che lega l’inquietudine del nostro presente all’oscenità di questo passato che emerge. Se a Gaza o a Minneapolis si fanno esperimenti su ciò che sarà il nostro futuro, le case chiuse e festose di Epstein sono state il laboratorio del nostro presente. Luoghi di tortura e di disumanizzazione in cui si è sperimentato quel che adesso possiamo comprendere appieno: che il contrario della democrazia non è semplicemente l’autocrazia, ma il sadismo. Ecco il punto complesso ma inaggirabile che dobbiamo ormai affrontare. Cosa accade quando i confini morali delle democrazie vengono oltrepassati e tutte le relazioni tra esseri umani – compreso l’eros – vengono plasmati a immagine della relazione tra dominatore e dominato? Quando il dominio diventa misura di tutte le relazioni? Quando il sadismo che governava dentro le mura di quelle case diventa la forma complessiva delle nostre città e dei nostri rapporti internazionali? Conviene non fuggire da queste domande, magari con la scusa dell’autonomia del politico. Quell’autonomia si fondava anche sul rispetto di alcuni confini morali che oggi non ci sono più. La politica del sadismo si è sostituita definitivamente alla politica delle democrazie. Le perversioni soggettive sono diventate la misura di tutte le cose.

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giovedì 19 febbraio 2026

Ai movimenti: non lasciamo il dissenso alla repressione - Haidi Gaggio Giuliani

Lettera aperta di Haidi Giuliani: dissenso, repressione, democrazia


La storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”, scriveva Marx nel Diciotto Brumaio.

 

Ci pensavo guardando le immagini di sabato scorso, a Torino. Sembrava di rivedere, in scala ridotta, quelle del luglio 2001 qui a Genova. La grande presenza unitaria di uomini e donne di tutte le età e di varia provenienza che hanno manifestato lungo il percorso fino alla fine. L’arrivo di chi viene subito nominato come “guastatore. Le forze dell’ordine massicciamente presenti, addobbate per la guerra. I petardi da una parte, i candelotti lacrimogeni dall’altra, le botte date nel mucchio. 
A Torino per fortuna nessun morto, nemmeno in coma, solo un poliziotto preso a calci. Delle altre persone ferite molti solerti giornalisti non hanno neppure parlato: sembra che sia diventato normale tornare a casa dopo una giornata di legittima protesta con la testa sanguinante e qualche osso rotto, si tratti di cittadinǝ che difendono il proprio territorio, operaǝ che difendono il posto di lavoro, studentǝ davanti a scuole e università.
Eppure la protesta resta un diritto costituzionale, non un favore concesso, ma un elemento essenziale della democrazia. Manifestare significa rendere visibile un conflitto, portarlo nello spazio pubblico, chiedere che venga riconosciuto e discusso. Oggi, invece, il dissenso viene punito a prescindere, svuotato di legittimità politica e riscritto come devianza. Decreto dopo decreto, il perimetro di ciò che è considerato accettabile si restringe. Esporre un dubbio, avanzare una critica, rischia di diventare un atto pericoloso, un reato penale da perseguire.

In questo contesto, vale la pena interrogarsi sul concetto stesso di violenza. Si parla molto di violenza contro le cose e contro le persone durante le manifestazioni. Si parla poco, invece, di altre forme di violenza, più pervasive e difficili da nominare. La violenza economica che frustra sistematicamente le aspettative di una generazione. La violenza semantica che delegittima chi dissente, trasformandolo in nemico interno. La violenza comunicativa e propagandistica che produce paura, semplifica il reale, cancella le cause dei conflitti.
Molti giovani scendono in piazza non per vocazione allo scontro, ma perché vedono traditi i valori che la democrazia dovrebbe difendere. Vivono un presente di ansia e paura, un futuro incerto, un lavoro instabile, un diritto allo studio sempre più fragile. Quando ogni canale di partecipazione appare chiuso, la protesta diventa l’unico linguaggio disponibile. È una richiesta di ascolto.

Nel clima attuale si sta affermando da tempo una cultura reazionaria: chi pone domande viene marginalizzato, chi critica viene deriso e isolato, chi prova a partecipare viene spinto ai margini del dibattito pubblico. Da qui nasce un conflitto che si radicalizza, perché non trova luoghi di mediazione.
A questo punto la domanda non può che essere politica. Che cosa può fare la politica, se non riappropriarsi degli spazi che le competono? Spazi di confronto, anche aspro, anche scomodo. Spazi in cui incontrare i giovani, tutti, anche quelli considerati “cattivi”. Non per giustificare ogni gesto, ma per sottrarre il conflitto alla sola gestione repressiva.
Genova ha mostrato cosa accade quando la politica abdica a questo ruolo e lascia alle forze dell’ordine il compito di gestire il rapporto con chi protesta. Un rapporto che viene inevitabilmente trattato come questione di ordine pubblico. Ancora 25 anni dopo, Torino lo ricorda. Quando la protesta viene lasciata sola, viene anche delegittimata politicamente.

Che fare, allora? Tocca a noi ampliare il consenso, costruire alleanze, radicarsi nei territori. Rendere la partecipazione contagiosa, non un gesto isolato. Uscire dalla logica delle avanguardie e ricostruire spazi collettivi di parola, conflitto e partecipazione. Tocca a noi, ancora e sempre, inventare metodi nuovi o mutuati dalle lotte – ricchissime di esempi – di chi ci ha preceduto. Senza questa assunzione collettiva di responsabilità, la storia continuerà a ripetersi

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martedì 27 gennaio 2026

La democrazia è utile al potere quando è inutile - Antonio Cipriani

Parafrasando Hannah Arendt, lo spazio pubblico della democrazia vive immerso nella menzogna, e la menzogna è il modo in cui la realtà viene narrata costantemente. Questa premessa per affrontare il tema del titolo: la democrazia è perfettamente utile al sistema capitalista e, nel contempo, rappresenta un gravissimo rischio.

Utile quando il meccanismo di persuasione, propaganda e controllo riesce a celare le brutalità insite nel sistema, distogliendo l’attenzione dall’ingiustizia strutturale del modello economico e sociale basato su sfruttamento, oppressione e dominio del ricco sul povero, del forte sull’inerme. Utile, quindi, quando occhio non vede e coscienza non duole.
Inutile, invece, quando il livello di conoscenza pubblica, insito nel concetto stesso di democrazia, alimenta un eccessivo senso critico nei confronti del potere e mette in dubbio proprio l’architettura brutale, ma flautata mediatica e politica, del sistema. In quel caso a diventare il nemico numero uno del Potere con la P maiuscola è la conoscenza, in tutte le sue declinazioni. La conoscenza come consapevolezza di ciò che viviamo, come lettura di libri non banali e conformisti; la conoscenza come informazione e testimonianza delle efferatezze (basta vedere la mattanza di giornalisti a Gaza).

Insomma la democrazia è utile al Capitale, e alle sue declinazioni politiche, tecnologiche, militari e mediatiche, se non agisce come democrazia, ma come parvenza di democrazia a celare la realtà di un meccanismo spietato. Se i popoli alzano la testa, ecco che vengono archiviati legalità e diritti e si passa sul piano puro e semplice della sorveglianza e repressione. Quando poi ci sono in campo fondamentalismi estremi, espressione di quanto le cose che vanno male possano andare peggio, tipo Trump e Netanyahu, tutto appare ancor meglio definito: la democrazia immaginaria, quando non serve più, con tutto il suo corredo di regole e legalità, si può mettere in un armadio come un cappotto vecchio passato di moda.

Così noi poveri cittadini che pensiamo ancora ai valori come la giustizia uguale per tutti, la legalità internazionale, l’etica, il rispetto civile e altre anticaglie culturali in tempi di zombie, siamo attoniti di fronte al mistero dell’involuzione della specie. Di come sia possibile un tale livello di collaborazionismo ottuso davanti a criminali al Potere che hanno addirittura gettato la maschera, in perfetta alleanza con il sistema militare industriale e alle multinazionali più sfrenate, ritenendo che fosse il momento per decretare, armi in pugno, che il mentire politico è una filosofia morale e la menzogna una forma di verità indiscutibile.

Almeno adesso si vede con chiarezza quello che finora sapevamo ma non si poteva dire per miope convinzione che fosse complottismo, antiamericanismo eccetera.

Sta a noi che siamo cittadini comuni credere che la verità (non il compromesso con la menzogna) sia l’unica arma che abbiamo per scalfire la montagna di bugie che ci governa e ci rende passivamente schiavi dell’1% del mondo che fa il bello e cattivo tempo contro il 99% delle altre persone che tacciono e soffrono.

Ps - Questa frase finale è stata scritta pensando alla disperazione del barbiere anarchico che non sa arrendersi di fronte all’evidenza della sconfitta e pensa sempre che la notte buia finirà e che il seme di chi non si è arreso sarà nel vento per nuove rosse primavere.

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martedì 30 dicembre 2025

Democrazia declinante, si fa avanti la Riccocrazia - Guglielmo Ragozzino

 

Una nuova ondata di miliardari ci sovrasta, racconta l’ultimo studio della banca Ubs. La nuova generazione di eredi, insieme ai sopravvissuti, tra 15 anni avrà 5,9 trilioni di dollari. Una ricchezza spropositata in mano a pochi, però. I miliardari in dollari sono 2.900 sul pianeta e soltanto 61 in Italia.

 

1. Donald Trump è un uomo pieno di qualità e oltretutto è un signore molto ricco. Gli viene attribuito un patrimonio (o meglio una ricchezza) di 5,9 miliardi di dollari, in un tempo in cui secondo gli specialisti, 5 dollari al giorno è il minimo vitale per sopravvivere.  Del resto, nel mondo attuale vi sono da un lato persone che non hanno il cinquino di prammatica e assai spesso molto, molto meno; e poi gli altri, nel mondo, che vogliono arricchire, per togliersi dai guai e soprattutto perché il desiderio di avere di più è irrefrenabile; non la preoccupazione per i giorni brutti, le burrasche della vita, ma piuttosto essendo la ricerca di un’affermazione, sono certi che sia calcolabile solo, o soprattutto, in denaro.  

A qualcuno sembrava ragionevole pensare che nello scarto tra quei livelli di ricchezza, cinque miliardi e cinque dollari, un milione di volte maggiore l’una dell’altra, ci fosse qualcosa di esagerato. Ma eravamo noi a sbagliare; “niente di esagerato; siete comunisti, come al solito” ci dicevano.

Credevamo, per tornare sui nostri passi, che il presidente degli Usa – che il re Mida lo protegga – fosse uno tra gli uomini più ricchi al mondo. Invece è così, ma solo in parte. Infatti è ormai semiufficiale (fonte: UBS, grande banca svizzera oltre che gran pettegola; nel caso, il testo svizzero utilizzato ha nome Billionaire Ambition Report) che esista una classifica delle centinaia di persone che nel mondo sono in possesso di una ricchezza di un miliardo di dollari e più. I più doviziosi contribuiscono anche al Triplete (cioè i mille miliardi di dollari): questa parola, come si sa, in italiano non esiste e per convenienza suggeriamo di utilizzare un’altra parola che anch’essa in italiano non esiste, ma che è ben nota a noi tifosi del calcio.

Ubs registra, nel catalogo del 2025, 196 nuovi miliardari in dollari; tutti insieme un totale di 15,8 mille miliardi cioè Triplete.

In più, veniamo a sapere che 91 persone nel periodo considerato son diventate miliardarie per eredità per un totale di 297,8 miliardi. I miliardari-eredi piacciono moltissimo ai loro dante-causa che non pensano proprio alla causa specifica dell’eredità – la propria morte – pensano piuttosto alla continuità dei Valori; alla dinastia e alla ricchezza espressa nel proprio testamento e agli eredi preferiti, affinché quello che hanno non si disperda o passi al fisco; ma le loro colorate storie piacciono anche al pubblico bancario e perfino ai semplici appassionati lettori: si prevede che nel giro di 15 anni, per il famoso e molto atteso anno 2040, gli eredi o gli antichi miliardari eventualmente sopravvissuti, metteranno insieme 5,9 Triplete. C’è dunque molto movimento tra i miliardari che forse ritengono di attraversare – tutti insieme, ognuno per conto proprio – un magnifico rinascimento miliardesco. Era ora, sembra dichiarino alcuni dei più affermati, come Elon Musk o Jeff Bezos.  

Mentre Bezos o Musk, o cito a caso, Donald Trump, sono convinti di essere dei modelli fantastici che tutti devono imitare, perché di essi sarà la nuova traccia del mondo, la nuova religione del fare, o meglio dell’avere, semmai dell’ereditare, per l’intanto, sulle attività prescelte, preferite dai miliardari, nuovi e vecchi, cala un po’ di mistero. 

Perfino Ubs appare reticente: quello che conta è la ricchezza, comunque ottenuta; non con atti dolosi, con misfatti da codice penale, ovviamente. Tutto il resto va bene, è uguale a tutto il resto. Un opificio, un’occhialeria ottocentesca conta come un gioco di borsa benfatto, un fondo d’investimento andato a buon fine. Gli esempi in positivo non mancano, ma sono appunto suggerimenti per i lettori curiosi, quasi note a piè di pagina: compaiono software marketinggeneticsrestaurants, infrastrutture, LNG (gas naturale liquefatto). Sono dunque ben poche le scorciatoie sicure per diventare miliardari o per restare tali una volta che lo si è diventati. La strada maestra però è sempre quella: non perdere la dritta via ch’era smarrita (come diceva quel poetastro). I miliardi di dollari non possono restare lì, fermi, immobili, a perdere tempo. Essi devono agire, investir-si, agire, moltiplicarsi; in Italia, tanto per indicare un paese minore – o una Nazione, per dirla altrimenti – sembra lo abbiano capito: la strada maestra dei miliardari è percorsa da 61 personaggi; tanti, si direbbe, ma pochi se si tiene conto che in totale nel mondo “grande e terribile” sarebbero 2.900 i miliardari in dollari, per un insieme di 16 milioni di miliardi di dollari.

Ci viene ricordato anche un altro aspetto sul quale val la pena di riflettere. Dei novantun eredi, o per meglio dire, successori, dell’ultimo anno, con un fondo complessivo di 297,8 miliardi di dollari, 64 sono maschi e 29 femmine. Due osservazioni si presentano subito: la prima è che le femmine, nell’insieme del nuovo capitalismo dei miliardari, ricevono o ereditano (o godono; come preferite) la loro parte. Possiamo però congetturare che per natura il numero naturale dei discendenti maschi corrisponda, più o meno a quello delle femmine – e questo in ogni angolo del mondo – con tutta evidenza. In ogni angolo del pianeta in cui uomini e donne: piccini e piccine, nelle loro povere, o – nel caso – ricchissime culle, siano benvoluti nello stesso modo, figli e figlie, amati e amate in modi ragionevolmente simili, in Europa, nelle Americhe, in Asia e nel resto del mondo. Questo in teoria, perché in realtà non è così; in mille modi diversi le ragazze sono svantaggiate. Questo avveniva già nei mondi patriarcali antichi, ma si è poi visto, non solo lì; sempre, dovunque… Ogni tanto, come sappiamo, c’è qualche eccezione storica, ma poi la natura e la storia continuano il loro corso. Come si ricorderà, nel secolo scorso, in un paese importante, ormai quasi primo nel mondo, nella Cina di Mao e di Deng, per rispondere ai pericoli di una popolazione troppo numerosa, si dette vita (anche se “dette vita” è un’infame barzelletta) alla politica del Pfu-Politica del figlio unico. Il controllo delle nascite, realizzata con il figlio unico, rese assai frequente nelle famiglie la decisione di sacrificare le future figlie, rivelate in anticipo ormai dalle analisi prenatali scientifiche (scientifiche?) a favore dei preferiti e più opportuni maschi. II risultato fu che in pochi decenni vi fu un eccesso di giovani maschi senza femmine. 

I maschi in sovrannumero sfiorarono i quarantamila. Gli ecclesiastici di molte religioni, in molti paesi, si divertirono, ridendo di nascosto per il risultato. In ogni caso, in complesso, anche dopo di allora, le figlie femmine venivano al mondo, in ambiente straricco – e si può immaginare “acculturato” – e passato il giusto numero di anni, decisi dalla sorte, dalla salute e dalle cure (o dalle svariate divinità correnti) avveniva che anch’esse, in numero ridotto, un po’ falcidiato, mettessero nel cassetto, con la dote, tra i merletti del corredo, i loro sudati miliardi. Nonostante tutto, non poche crebbero e rimasero ricche; riuscirono anch’esse a formare il loro Triplete (che ricorderemo essere un insieme di non meno di mille miliardi di dollari secondo il modello di Ubs) ma con un valore complessivo di un quarto circa dell’analoga ricchezza maschile. 

Un aspetto particolare è il conteggio, o forse diremmo la previsione scientifica, del valore delle ricchezze dei Triplete di qui a 15 anni, nel fatidico 2040. La previsione è che i miliardari in dollari potrebbero mettere insieme 6,9 Triplete. Di questi la parte degli Usa sarebbe di 5.9 Triplete e a quella degli europei, tutti insieme, inglesi compresi, toccherebbe 1,3 Triplete. In altre parole i miliardari europei (in dollari) arriverebbero a mettere insieme milletrecento miliardi di dollari. In altre parole, per ripeterlo ancora, i milletrecentomiliardi di dollari non sarebbero la ricchezza di tutti gli europei. Disoccupati e immigrati, contadini, operai, pensionati, medio ceto, professionisti, dipendenti pubblici, artisti, ecc. ecc., tutti compresi, conti e duchi, vescovi e cardinali: tutti insomma, metterebbero insieme una ricchezza imprecisata che ventisette uffici delle finanze cercherebbero attentamente di precisare. Di fianco, ben separata, pressoché intoccabile, l’altra somma di tutti i miliardari d’Europa, irraggiungibili dagli spioni di Giancarlo Giorgetti e dai loro ventisette simili (abbiamo contato nei ventisette anche Rachel Reeves, cancelliera dello scacchiere inglese). Pochi costoro, con una ricchezza, ciascuno, di almeno mille milioni di dollari, farebbero, gravemente, festa. In tutto, tra uomini e donne, imprenditori ed eredi, un migliaio di umani, ciascuno con una ricchezza di almeno un miliardo. Tutti insieme, ecco il Triplete del Vecchio Continente. A costoro si affiancheranno in numero ben superiore i ricchi americani: tutti insieme: gli autori da un miliardo come Steven Spielberg, le cantanti come Taylor Swift, artisti capaci di mettere insieme la cifra tonda di 2,8 Triplete; non meno di 2.500 presumibili miliardari in dollari; tra di essi anche il Donald, in persona, sopravvissuto magnificamente (per le nostre preghiere) per altri 15 anni, o uno o più dei suoi eredi.

2. Abbiamo utilizzato finora un po’ di numeri della ricerca di Ubs, abbiamo riflettuto sugli studi di Oxfam e ci scusiamo per incertezze ed errori. Crediamo di aver capito però che lo spirito dei ricercatori è molto serio: Attenzione, pericolo! ci dicono, Achtung! Attention please!. “Noi della Banca svizzera facciamo tutto il possibile per avvertirvi – senza magari che neppure i nostri capi banchieri se ne accorgano. Abbiamo per anni descritto, con l’aiuto di Oxfam, il mondo dei ricchi e dei poveri disegnando i grafici relativi, le alternative, i progressi/regressi. Vi siete divertiti e interessati e nient’altro. Nessun fatto nuovo, nessuna iniziativa politica o sociale. Oggi proviamo a dirlo con altre parole, altri numeri. “Il baratro costituito dai miliardari in dollari è vicino; tutto il mondo che conosciamo e che cerchiamo di orientare con le nostre forze, potrebbe caderci dentro”. Il sistema del credito, dei conti bancari – il nostro, ci dicono – non è perfetto, lo sappiamo, ma è migliore di qualunque altro (anche i banchieri svizzeri possono parafrasare Churchill che ironizzava sulla democrazia). Il pericolo ormai è immanente; i miliardari, tutti insieme, si stanno attrezzando per il nuovo mondo. Vogliamo che la democrazia, il sistema di votare i capi, o almeno di votare chi ci rappresenterà nel votare i capi, si riduca solo a questo? Chi ha più soldi vince e tutti gli altri si allineano o fanno l’opposizione, fino alla prossima volta?

In effetti tutti sappiamo di Donald Trump e lo temiamo. Sappiamo anche che è ricco, ricchissimo, miliardario addirittura. Sappiamo anche che ha fatto uso dei suoi soldi per allargare il consenso elettorale, pagando a giornata il lavoro dei suoi propagandisti. Sappiamo che crede di aver fatto tutto da sé; anzi di essersi fatto da sé, nascendo nella famiglia giusta, scegliendo ogni momento della sua vita. Quando, tra un paio d’anni, scadrà da presidente e sarà il suo momento di andarsene, lo farà davvero? O farà delle bizze? I miliardari suoi sostenitori non hanno dubbi su questo; saranno essi a scegliergli il sostituto, senza troppi sforzi. Anche Trump lo sa e sembra d’accordo; ma è proprio così? Non avrà armato di nascosto un’armata di suoi sostenitori, miliardari o gente fallita di ogni estrazione, avventurieri, per assaltare il Campidoglio, per giocare la nuova partita?

3.Dunque, stando al nostro sommario e assai impreciso esame, la partita è questa: Trump contro tutti; tutti con Trump; tutti uniti senza Trump. Delle tre proposte, la terza sembra la peggiore, o meglio la più pericolosa. Le altre due riportate al fatidico anno duemilaquaranta che interessa gli studiosi dell’Ubs avranno un protagonista di novantaquattro anni, essendo Trump nato nel 1946; mentre Trump e il suo sodale Putin e altri ancora contano di vivere molto a lungo, è pensabile che vengano scelti da leader meno longevi, eredi – tanto per usare il linguaggio scientifico ormai entrato nell’uso – o successori appropriati. Nel caso peggiore la partita sarà ancora quella dell’ultimo caso; nel caso migliore, sarà una partita da rigiocare.

Ma veniamo al caso del duemilaquaranta senza il Donald. Avremo al potere i ricchi, che con tutti i loro miliardi, riusciranno a costruire vittorie elettorali, una dopo l’altra, festeggiando sempre la democrazia trionfante? Lo stile ormai è quello delle elezioni americane, esplicito, con sempre vincente il candidato che ha saputo alzare più denaro da diffondere tra i suoi sostenitori. Se poi una volta il più ricco perde – la più ricca nel caso di Hillary Clinton, segretaria di Stato di Barack Obama, la spiegazione per la sconfitta è quella di aver usato male il suo abbondante denaro, al punto di aver raccolto un milione di votanti in più, senza ottenere voti elettorali sufficienti. Hillary, insomma, ha perso perché ha giocato male, non conosceva abbastanza la partita, si fidava troppo del voto e della democrazia. In futuro saranno miliardari ad affrontarsi per ottenere le presidenze dei diversi Stati e staranno attenti. Nessuno perderà tempo a discutere di programmi o di altre pignolerie, di migranti e disoccupati; di uomini, donne, generi. Servirà denaro e altro denaro, promesse e sottogoverno, posti letto e buone vacanze, da acquistare (e da distribuire) lontano da occhi indiscreti e malevoli. L’alternativa alla democrazia nella sua forma semplificata – riccocrazia – sarà la democrazia alla turca o quella dei fascisti – un uomo solo al comando – o la democrazia talebana – le donne tutte a casa. Non disperiamo, però. La democrazia dei 100 partitini ha svolto nel mondo un importante ruolo, per anni e anni, per decenni, prima di essere cotta e mangiata. 

https://sbilanciamoci.info/democrazia-declinante-si-fa-avanti-la-riccocrazia/

lunedì 22 dicembre 2025

a proposito di BlackRock e della democrazia

BlackRock vuol farci pagare la guerra e la pace - Alberto Capece

Ieri, nel post dedicato alla demenzialità bellica della Ue, avevo accennato proprio in coda, al ruolo degli ambienti global – finanziari nella inedita, scomposta e incoerente aggressività europea. Non sono andato avanti per evitare di rendere il post troppo lungo, ma occorre uscire dal vago: questa ingombrante presenza non è sempre nascosta dietro le quinte, alle volte le eminenze grigie si mostrano anche sul palcoscenico. Per esempio ci si potrebbe chiedere cosa c’entri Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, il gigante finanziario che gestisce più o meno 10 triliardi di dollari, con le trattative di pace e con Zelensky?  C’entra molto, visto che telefona spesso al duce di Kiev  e non è certo un caso che il cancelliere tedesco, Merz, un uomo che esce da BlackRock appunto, sia diventato il maggior fautore della guerra. Il fatto è che fin dall’autunno del 2022 Fink ha firmato con Zelensky un patto per la ricostruzione dell’Ucraina che di fatto sfrutta joint venture pubblico – privato per fare un mucchio di affari.

Ovviamente più viene distrutto nel corso del conflitto, più la torta aumenta: così possiamo presumere che Fink e i suoi compari stiano aspettando il momento in cui si potrà lucrare di più sul Paese che ha fornito ilo materiale umano, evitando però che l’avanzata russa dilaghi e rompa le uova nel paniere o susciti negli stessi ucraini un sentimento di ripulsa nei confronti di chi li ha usati come carne da cannone. È dunque probabile, per non dire certo, che egli sia parte di primo piano nelle trattative, così come è stato un attore importante nella guerra. Adesso c’è da ricostruire tutto ciò che rimarrà del Paese, dalla rete elettrica all’agricoltura, all’industria, allo stesso apparato dello stato che oggi è in mano a nazisti e oligarchi che rubano a più non posso. Ossia ci sono come minimo 600 miliardi di euro in gioco che stanno già stati dirottati su strumenti finanziari ad hoc: tutto questo è persino visibile nel cosiddetto piano di pace formulato da Trump e leggendo le clausole che riguardano il “dopoguerra”, pare di sentire i sussurri delle eminenze grigie nei recessi della Casa Bianca. Del resto, a quanto pare di capire, l’intero Paese non sarà che un bel parco giochi nelle mani della finanza. Va però specificato che gran parte dei soldi saranno di origine pubblica, cioè verranno prelevati dalle tasche dai cittadini,  soprattutto europei, in maniera che i ricchi divengano ancora più ricchi, grazie a un massacro che hanno propiziato con un cinismo estremo: quando si sono resi conto di non riuscire a sconfiggere la Russia con le loro sanzioni, si sono dedicati a mettere in piedi un gigantesco business. Che poi sia macchiato di sangue a loro importa ben poco. L’espressione il sonno del giusti è una clamoroso falso: i giusti si tormentano, sono gli ingiusti a non avere pensieri.

Per un momento è sembrato che parte di quei soldi avrebbero potuto derivare dalla rapina dei fondi russi, ma quando si è capito che ciò avrebbe spaccato la Ue, forse in maniera irrecuperabile e che comunque l’Fmi aveva forti dubbi sull’operazione, ecco che hanno messo le mani nelle tasche sempre più povere dei cittadini, per cavar fuori 90 miliardi di euro da regalare ai corrotti di Kiev: si tratta di denaro da rubare che non serve a nulla per la guerra. I problemi dell’Ucraina  consistono soprattutto nella carenza di uomini e di addestramento e in parte nella mediocrità e del costo stratosferico delle armi prodotte dall’Occidente. Cerco di spiegarmi con un esempio concreto: i russi lanciano ogni mese molte decine di missili ipersonici su obiettivi militari, energetici o industriali dell’Ucraina, ma per avere il 12 % di possibilità di intercettarli occorre far partire almeno 4 Patriot per ognuno dei vettori russi in avvicinamento, vale a dire  occorre un totale di 16 milioni di dollari per avere una minima possibilità di difesa. Per disporre poi di un’intera batteria di questi mediocri missili antiaerei  (in Arabia Saudita sono riusciti a beccare solo pochissimi droni degli Houti)  dotata di radar, centri di controllo, generatori e tutto ciò che occorre, la spesa è di un miliardo in relazione a una modestissima efficacia.

Così 90 miliardi sembrano tanti e sono in effetti tanti, anzi troppi, per Paesi in drammatica  crisi economica, ma in realtà sono pochi per organizzare una efficace difesa nelle condizioni in cui si trova ormai l’esercito ucraino: la sola difesa aerea per un anno li brucerebbe quasi tutti. Senza dire che Kiev è in totale bancarotta e che occorrerebbero 150 miliardi solo per tenere in piedi la baracca. Ma si sa, Fink e la sua compagnia cantante di speculatori, amano questi fiumi di denaro perché producono interessi che poi vanno in tasca a loro. La russofobia, instillata ogni giorno, su ogni canale o giornale mainstream, serve appunto a fa sì che il flusso di soldi non si fermi. E per questo che intervengono direttamente nelle trattative, non fidandosi abbastanza delle loro teste di legno di Bruxelles, scelte proprio in ragione della loro mediocrità e/o ricattabilità. In una lettera aperta al cancelliere Merz, l’economista Jeffrey Sachs gli lancia l’accusa di essere fuori dalla storia, dalla diplomazia, da ogni buon senso e credibilità. Però dovrebbe sapere che, nel modello economico in cui viviamo, il profitto non guarda in faccia a nessuno e tantomeno alla storia. Fino a quando la storia non ne decreterà la fine.

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Davos, BlackRock e il cerino della democrazia

Quando il potere non si presenta alle elezioni - Giuseppe Gagliano

C’è chi parla di “nomina tecnica”, chi di “fase di transizione”, chi si affanna a precisare che no, BlackRock non ha preso formalmente il controllo del World Economic Forum. Tutto vero. Ma irrilevante. Perché il punto non è il titolo sulla porta, bensì chi tiene le chiavi. E oggi una di quelle chiavi è finita nelle mani di Larry Fink, capo del più grande gestore di capitali del pianeta, chiamato a co-presiedere il tempio di Davos proprio mentre il sistema globale scricchiola.

Dicono che non sia una presa di potere. Sarà. Ma quando il signore di dieci e passa trilioni di dollari di asset diventa il garante della “governance globale”, forse una domanda bisognerebbe farsela. Anche solo per sport.

Il World Economic Forum è sempre stato questo: un luogo dove il potere si dà del tu, lontano da urne, parlamenti e fastidiose opinioni pubbliche. Ma finché restava un salotto, una fiera delle buone intenzioni, si poteva liquidarlo come folklore d’élite. Oggi no. Oggi Davos è il posto dove si prova a supplire al fallimento della politica. E chi meglio di BlackRock, che governa capitali più grandi di molti Stati, può farlo?

BlackRock non legifera, certo. Ma decide cosa è finanziabile e cosa no. E nel mondo reale, quello dove le fabbriche chiudono e le transizioni si pagano, questo equivale a decidere cosa esiste e cosa muore. Se non investi, non cresci. Se non cresci, scompari. Altro che sovranità.

La favola racconta che è tutto per il bene comune: sostenibilità, clima, responsabilità sociale. Peccato che a stabilire cosa è “responsabile” sia sempre lo stesso club. Un club che non risponde a elettori, ma ad azionisti. E che quando sbaglia non viene sfiduciato, ma al massimo cambia consulente.

Sul piano geopolitico il messaggio è chiarissimo. Mentre Cina e Russia rafforzano il controllo statale sull’economia, l’Occidente sceglie un’altra strada: privatizzare la stabilità. Delegare al capitale il compito di tenere insieme un sistema che la politica non sa più governare. Non è liberalismo, è resa. Una resa elegante, in giacca scura e cravatta ESG.

Il problema non è Larry Fink. È il vuoto che lo rende indispensabile. Stati indeboliti, istituzioni multilaterali paralizzate, democrazie che non decidono più ma ratificano. In questo spazio entra la finanza, che non fa prigionieri ma nemmeno promesse. E soprattutto non chiede permesso.

Poi ci stupiamo se fuori dall’Occidente Davos viene visto come il volto sorridente di un ordine economico imposto dall’alto. Ci stupiamo se cresce la diffidenza, se il Sud globale parla di ipocrisia, se la parola “governance” suona come un sinonimo elegante di comando.

La verità è che nessuno ha eletto BlackRock, ma tutti ne subiscono le scelte. Nessuno ha votato il World Economic Forum, ma molte politiche pubbliche sembrano scritte con il suo vocabolario. E quando il potere diventa così grande da non avere bisogno di legittimazione, allora sì che il problema non è più complottista. È democratico.

Davos non ha bisogno di prendere formalmente il potere. Gli basta che nessun altro lo eserciti davvero.

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lunedì 8 dicembre 2025

Il pregiudizio democratico - Piero Bevilacqua

 

Ci sono pochi dubbi sul fatto che analisti, esponenti politici, giornalisti del mondo occidentale fondano la propria scelta di campo (o coprono la loro malafede), sovrapponendo il proprio giudizio sul regime interno dei paesi alle loro posizioni di politica estera. Se gli stati non sono democratici – secondo gli standard decisi in occidente – qualunque sia il loro comportamento, in qualunque controversia, hanno torto in partenza, sono dalla parte sbagliata della storia. Il caso più recente di applicazione di tale criterio l’abbiamo osservato in occasione della cosiddetta “guerra dei 12 giorni” tra Israele e Iran. Il fatto che il governo iraniano abbia sottoscritto il trattato di non proliferazione, si sia sottoposto per anni ai controlli degli ispettori dell’AIEA, abbia trattato da ultimo con l’amministrazione Trump non è stato sufficiente a evitare il bombardamento da parte di Israele e degli USA. Poiché l’Iran è uno stato teocratico (anche se la sua realtà effettiva non corrisponde alla caricatura che ne fanno i media occidentali) gran parte dei governanti e dei commentatori europei si è sentita autorizzata ad affermare, senza alcuna vergogna, che Israele – il quale possiede un arsenale nucleare e non si sottopone ad alcun controllo – “ha il diritto di difendersi” e dunque di bombardare chi crede.

Ma il doppio standard degli esponenti democratici non è solo fallace nel giudicare la politica estera degli stati sulla base dei loro ordinamenti interni. Alla luce dell’analisi storica esso appare ingiusto e infondato anche nel giudizio di merito sulla democrazia che si sceglie come criterio di valore. Prendiamo il caso di Israele. “L’unica democrazia del Medio Oriente”, ha effettivamente conosciuto, al suo interno, esperienze democratiche importanti, perfino socialistiche, con l’istituzione dei Kibbuz, e un certo cosmopolitismo tollerante. Ma queste si svolgevano, almeno a partire dalla guerra del 1967, sulla base dell’occupazione dei territori palestinesi, su una politica di apartheid di un altro popolo, violando il diritto internazionale. Che demo-crazia, potere del popolo, è quella che si fonda sull’oppressione di un altro popolo? Oggi, dopo l’involuzione autoritaria degli ultimi decenni, dopo che nel 2018 Israele è diventato lo “stato-nazione del popolo ebraico”, mentre consuma un genocidio a Gaza, definirlo una democrazia è un palese oltraggio alla verità.

Ancora più agevole sarebbe mostrare, solo restando nell’ambito degli ordinamenti interni, quanto sia inappropriato definire gli USA uno stato democratico. Emmanuel Todd lo definisce, a ragione, una “oligarchia liberale”, vale a dire uno stato di diritto, ma in mano a ristretti gruppi di potere. Basterebbe ricordare come in America perfino il rito elettorale sia diventato un affare per milionari. Del resto l’amministrazione Trump si è incaricata di rendere evidente questa realtà anche ai più distratti. Ma proprio gli USA mostrano quanto fallace e ingiusto sia elaborare criteri di valore e fare scelte di campo sulla base della della loro tradizione democratica. Come si fa a schierarsi con un paese perché lo si considera democratico, mentre opprime altri popoli che hanno diversi ordinamenti, frutto della propria particolare storia, cultura, colonizzazioni subite? È senza valore il fatto che gli USA non solo hanno “esportato” rovinose democrazie, ma molto più spesso hanno abbattuto regimi democratici per imporre dittature? Come ha ricordato un analista americano che ha potuto esaminare negli archivi le tabelle delle operazioni della CIA: «Gli Stati Uniti hanno supportato movimenti autoritari in almeno 44 su 64 operazioni segrete di cambio di regime, incluse almeno sei operazioni in cui cercarono di rimpiazzare governi democratici liberali con regimi autoritari illiberali» (A.O. Rourke, Covert regime change. America’s secret cold war, Cornell University Press, 2021).

Cosi oggi quello che ormai appare come un vero pregiudizio, la democrazia presunta quale criterio di valore per giudicare le relazioni internazionali, impedisce a molti intellettuali e osservatori onesti di scorgere nell’organizzazione dei Brics il fronte di un nuovo, equo, pacifico, ordine mondiale. Com’è nel loro programma, solennemente riproposto a Kazan nel 2024 e a Rio de Janeiro il 6-7 luglio scorso, i grandi paesi che la compongono perseguono una relazione economica paritaria e cooperativa tra gli stati del globo, che sfugga al dominio unipolare degli USA. Un progetto, dunque, di assetto multilaterale, unica via per impedire un conflitto mondiale. Il fatto che gran parte di questi paesi siano regimi illiberali è ragione sufficiente per non guardare con interesse e favore al loro progetto, visto che quello dell’Unione Europea è la guerra contro la Russia e quello degli USA il conflitto contro la Cina?

https://volerelaluna.it/politica/2025/08/05/il-pregiudizio-democratico/

sabato 6 dicembre 2025

La tempesta di bugie - Antonio Cipriani

 

“Prevenire il collasso climatico significa proteggerci da una tempesta di bugie”. Lo scrive George Monbiot sul Guardian, tradotto da quell’indispensabile rivista che è Internazionale. Afferma il giornalista inglese: se si trattasse solo di una crisi climatica l’avremmo già risolta. Abbiamo soldi e tecnologie, mancano le scelte politiche. E mancano perché la crisi climatica si scontra con una quella epistemica. Non da oggi, da decenni viviamo una crisi di produzione e diffusione di conoscenze. La maggior parte delle persone non sanno niente di niente, non leggono, non si informano se non davanti alla tv o davanti allo schermo del telefonino, non identificano più i confini di ciò che è vero e ciò che è falso. Quindi non hanno elementi per porsi delle domande, per comprendere i propri diritti, per decifrare la vita che vivono.

Le persone abboccano a tutto perché vivono immerse in una gigantesca ed efficace struttura di persuasione; pura propaganda travestita da verità oggettiva, democrazia, libertà, diritti civili. Così chi si pone dubbi e studia qualcosa in più oltre le tabelline coglie in controluce un sistema efferato di ingiustizie. Eleganti, ben narrate, ma bugie di una tempesta che è appena cominciata.

La conoscenza pubblica mai come in questa fase storica è plasmata dal potere.

Scrive saggiamente Monbiot: “La promessa della democrazia era che la vita di tutti sarebbe migliorata con la diffusione della conoscenza: avremmo trasformato una maggior comprensione del mondo in progresso sociale. Per un po’ ci siamo riusciti. Ora però quell’epoca sembra avviarsi alla fine…”

E come mai? La domanda sorge spontanea. Come mai la nostra democrazia sembra un fantoccio in mano a interessi spietati? Come mai anche il diritto internazionale, fiore all’occhiello di una visione progressista del mondo, è bombardato?  Purché svanisce il senso morale che ci animava a vantaggio di un’indifferenza pavida? Perché mai le persone festeggiano i successi dei miliardari anche se vanno a intaccare il bene comune di tutti?

Una parte fondamentale della crisi epistemica proviene dal potentissimo e cinico sistema di informazioni? Su questo Polemos tante volte abbiamo a parlato della libertà di stampa padronale, salvando i buoni cronisti che sono la spina dorsale delle speranze residue… Quante volte abbiamo posto l’accento sui proprietari dei mezzi di informazione e di comunicazione di massa? Chi ha in mano il potere delle informazioni? Persone molto molto ricche o loro accoliti.

“Se la democrazia è il problema che il capitale cerca sempre di risolvere, la propaganda è parte della soluzione”, aggiunge, ineccepibile, Monbiot.

E la crisi epistemica è così declinata: la diffusione della conoscenza, aiutando a comprendere il mondo, è terreno fertile per la democrazia. Al potere che è forte, cavolo se è forte, la strada del progresso sociale non conviene, quindi meglio fare a pezzi tutto, a suon di ferocia e narrazioni tossiche, in bilico tra persuasione e propaganda.

Gli interessi di pochi stanno uccidendo il pianeta.

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lunedì 25 agosto 2025

”Riforma o morte”: il grido di battaglia dell’élite che ha già vinto – Mario Sommella

Una volta era “Rivoluzione o morte”, oggi è “Riforma o morte”. Ma a pronunciarlo non sono i popoli oppressi, né i leader rivoluzionari. Sono i tecnocrati dell’élite finanziaria.
Mario Draghi lancia il suo ennesimo ultimatum all’Europa: o si piega al nuovo paradigma del mercato globale, o scompare. Dietro il monito si cela una visione che ha già escluso i cittadini: una nuova egemonia capitalista che pretende riforme imposte dall’alto, mentre le democrazie si svuotano e le diseguaglianze si consolidano.
È davvero questo il futuro che ci viene offerto?

Il dogma della riforma: una religione senza popolo
“Riforma o morte”: il titolo scelto da Mario Draghi per la sua nuova offensiva comunicativa è più che una sintesi economica. È un manifesto ideologico. Non c’è spazio per il dissenso, per l’alternativa, per il tempo del confronto democratico. L’Europa, dice l’ex presidente della BCE, è irrilevante perché non si riforma abbastanza, perché non investe abbastanza, perché non si adegua abbastanza alla nuova guerra mondiale dei capitali.

Ma cos’è, in concreto, questa riforma? Non è certo un’idea condivisa di giustizia sociale o di redistribuzione. Riforma, nel linguaggio di Draghi e delle istituzioni sovranazionali, significa sempre la stessa cosa: tagli, flessibilità, privatizzazioni, efficienza di bilancio, deregolamentazione industriale, compressione dei diritti collettivi. È un’economia armata contro il lavoro e blindata nei suoi dogmi.

Il tramonto dell’Europa e il risveglio della verità
Draghi ha lanciato l’allarme da Rimini, proprio mentre la Germania sprofonda nella stagnazione. Il PIL tedesco è tornato a contrarsi e l’economia europea nel suo insieme fatica a riprendersi. Il motivo? Secondo Draghi, non si è fatta abbastanza integrazione finanziaria, non si è costruita una rete energetica comune, non si sono liberalizzati i mercati. Ma il sospetto è che, dietro queste parole, ci sia molto di più.

Il modello europeo fondato sull’austerità, sulla tecnocrazia e sull’illusione di una forza geopolitica data solo dal peso commerciale, è arrivato al capolinea. Draghi stesso lo ammette: l’Europa ha creduto per anni che le sue dimensioni economiche le garantissero automaticamente influenza. Ma si sbagliava. Lo dimostra Trump, che tratta Bruxelles come una pedina marginale sullo scacchiere globale.

Il messaggio è chiaro: non abbiamo più alcun potere se non ci adeguiamo al modello americano, se non diventiamo anche noi una “economia di guerra” capace di produrre, investire, controllare. Ma questa narrazione dimentica che l’Europa non è solo un mercato. È, o dovrebbe essere, anche un’idea di civiltà, di welfare, di diritti, di pace.

Le riforme che nessuno ha chiesto
Da un anno Draghi ripete lo stesso mantra: serve una nuova strategia industriale, un bilancio europeo ambizioso, una rete elettrica integrata, una finanza unificata. Ma nulla si muove. E il motivo è semplice: gli Stati membri, stretti tra interessi nazionali e vincoli esterni, non sono disposti a cedere altra sovranità a Bruxelles. E i cittadini, soprattutto, non vengono mai coinvolti in questo dibattito.

Quello che Draghi propone è un’accelerazione tecnocratica dell’integrazione, in nome della competitività globale. Ma senza un progetto democratico, senza partecipazione popolare, senza redistribuzione, questa accelerazione diventa un suicidio politico. Lo stesso think tank Bruegel ammette che solo il 20% delle proposte è stato attuato. Il resto è carta straccia. Non per caso, ma per mancanza di legittimità.

Una rivoluzione al contrario: il potere dei pochi contro i molti
Il paradosso è drammatico. Il linguaggio di Draghi richiama quello delle rivoluzioni, ma in modo rovesciato. Dove i popoli dicevano “o ci liberiamo o moriamo”, ora le élite affermano “o ci seguite o morirete”. È il capitalismo che si è appropriato dell’immaginario rivoluzionario, svuotandolo di ogni contenuto emancipativo. Le riforme non servono più a liberare, ma a garantire i profitti dei fondi speculativi, delle multinazionali, delle piattaforme digitali.

Mentre Lagarde tesse l’elogio dei migranti come forza-lavoro invisibile che salva l’Europa dalla stagnazione, Draghi grida all’irrilevanza se non ci si piega alla concorrenza globale. Ma nessuno, tra questi grandi tecnocrati, si chiede che fine abbia fatto il consenso sociale. Nessuno parla di salario minimo, di diseguaglianza, di diritto all’abitare, di servizi pubblici. Il popolo non è previsto nel loro disegno. Se non come ostacolo.

Lo spettro della guerra economica totale
Nel frattempo le crisi si moltiplicano. Gaza muore di fame sotto embargo israeliano, l’Ucraina è intrappolata in un conflitto interminabile, la Francia viene attaccata diplomaticamente dagli Stati Uniti per non essere abbastanza allineata sul piano ideologico. E l’Europa? Rimane spettatrice o peggio: complice silenziosa.

La guerra commerciale con Washington è stata evitata a prezzo di una resa: accettare il 15% di dazi sui prodotti europei per non aprire uno scontro. Altro che sovranità. Intanto la coesione sociale si sgretola, la sicurezza alimentare si dissolve, e le reti pubbliche vengono smantellate. Eppure la priorità resta sempre la stessa: “riformare per crescere”. Ma crescere per chi?

Conclusione: disobbedire al futuro che ci impongono
Il problema non è Mario Draghi in sé. Il problema è il mondo che rappresenta. Un mondo che non ha bisogno della politica, che considera il consenso un ostacolo, che riduce la democrazia a un rito inutile. Un mondo in cui si parla di riforme come se fossero leggi della fisica, e in cui al popolo resta solo da obbedire.

Ma questa narrazione non può più bastare. L’alternativa non è “riforma o morte”, ma “partecipazione o sottomissione”. Non abbiamo bisogno di una nuova governance tecnocratica, ma di una nuova sovranità popolare. Non ci serve un’economia armata per competere, ma una società giusta per vivere.

Per troppo tempo abbiamo creduto che il cambiamento potesse arrivare dall’alto. Ma oggi è evidente: o il popolo riprende in mano il proprio destino, o l’élite continuerà a riformare tutto. Tranne sé stessa.


Fonti e approfondimenti:
• Discorso di Mario Draghi, Rimini, agosto 2025
• Bruegel Think Tank – Rapporto sulla competitività europea 2025
• BCE – Discorso di Christine Lagarde, Jackson Hole Symposium
• Eurostat – PIL e crescita UE 2022–2025
• Politico EU Playbook – Agosto 2025
• ISTAT – Rapporto su disuguaglianze e investimenti pubblici in Italia
• OCSE – Industrial Policy and Inequality, 2024
• Amnesty International – Famine in Gaza and International Responsibility, luglio 2025

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martedì 12 agosto 2025

Gli ultimi del mondo e gli dèi del caos - Alberto Bradanini


1. Solo gli esseri umani sanno essere disumani. Quelli che nel creato qualifichiamo come animali si comportano in modo decisamente più umano. La mesta realtà che ci circonda riflette le prodezze di figure politiche dozzinali ed evanescenti, giornalisti reclutati tanto al chilo, accademici/esperti che misurano le parole per il loro rimbalzo su carriera e immagine, pubblici funzionari eviscerati al servizio funzionale di chi sta in alto. Tutti costoro hanno divelto dalle loro arterie ogni traccia di empatia nei riguardi dei loro simili. Ogni istante, uomini, donne e bambini palestinesi vengono massacrati dallo stato sion-nazista di Israele, senza alcuna ragione che non sia riconducibile a malvagità, odio, delirio di potenza, saccheggio e furto di terre. Eppure, coloro che dispongono di poteri o pubbliche tribune tremano all’idea di gridare l’evidenza. Devono obbedire al dominus atlantico, guardiano della finanza privata, dei produttori di armi o dei potenti ricattati per crimini dicibili o indicibili (pedofilia/Epstein, evasione fiscale, corruzione, depravazione senile …).

La realtà è invero plateale: Israele è uno stato terrorista, impunito e impunibile perché come le iene nella giungla dispone dell’astuzia e della forza, guidato da un governo che bombarda tutto ciò che si muove entro un raggio di 500 km dalla sua capitale (Tel Aviv, per il diritto internazionale, non Gerusalemme!), sicuro di farla franca perché protetto dai loro complici (gli amerikani sfrontati davanti alla storia e alla coscienza del mondo), violando la Carta delle Nazioni Unite, uccidendo civili come mosche, demolendo edifici pubblici dove capita (Teheran, Beirut, Gaza e ierlaltro 16 luglio 2025 a Damasco!) in una lista di nefandezze lunga fino al pianeta Marte, tutto e sempre per legittima difesa, che vergogna!

Codardi quali sono, i titolari delle nostre istituzioni – sulla carta guardiani della Costituzione più bella del mondo, quella umiliata ogni istante dalla incomprensibile cobelligeranza sul fronte ucro-nazista, della guerra predatoria Usa contro la Russia e del sostegno al sionismo espansionista, ladro di territori altrui - sostenuti dai maggiordomi mediatici-accademici-esperti, temono di essere puniti dal cerchio magico sionista che ha penetrato persino le sfere di un sistema-paese inconsistente come l’Italia. Per costoro non certo i valori, ma carriere e denari danno senso all’esistenza. Come affermava il geniale Groucho Marx: questi sono i miei principi, e se non vi vanno a genio … beh, allora ne ho degli altri! Sintesi bipartisan delle fanfare mediocri e deculturate che si contendono periodicamente quel piatto di lenticchie che chiamano governo, all’insegna delle note caratteristiche: obbedienza (alle istruzioni extra-nazionali), paura, opportunismo e interessi personali, che vergogna!

Se i più restano in silenzio o si sottomettono con dignitosa puntualizzazione alla liturgia genocidaria di Israele, altri, i più nocivi, si arrampicano impudentemente sulle pareti lisce di un ragionare indifendibile, ingarbugliando ragioni e contro-ragioni - come l’avvocato dei Promessi Sposi abile a tirar fuori dai guai le persone disoneste -, negando che il sole sorge a Oriente e che nessun 7 ottobre 2023 giustifica l’omicidio volontario di esseri umani in fila per un tozzo di pane o l’esecuzione di un bimbo da parte di un cecchino tossicodipendente, che vergogna!

I responsabili delle sofferenze causate al popolo palestinese sono il governo e l’esercito israeliani, i loro servi/padroni americani (Cia, Nsa etc. e sicari reclutati all’occorrenza, tumore metastatizzato del sistema), britannici (governo e Mi6) e last but not least i compagni di merende euro-continentali, tutti orgogliosi di sostenere l’unica democrazia del Medioriente, terminologia di genesi orwelliana ripetuta sino alla noia, senza che ciò provochi irrefrenabili conati di vomito.

Alla luce di ciò, e di tanto altro, deve dedursi che i responsabili diretti, complici o megafoni di sostegno, vicini o lontani, visibili o nascosti, nessuno di loro ha titolo per qualificarsi appartenenti alla specie umana.

L’indignazione contro le turpitudini commesse dai criminali di turno, ammoniva Mao Zedong, non deve essere postuma (in poltrona, ad es., o quella degli storici del futuro), ma attuale, nella misura consentita dalle circostanze e con le forze di cui disponiamo! Se i nostri simili rimasti umani non dispongono di risorse per rimuovere lorsignori dai suntuosi palazzi dove espletano le loro avvilenti funzioni, essi possono tuttavia invocare l’imperativo categorico dell’umanità affinché tali responsabili siano degradati da membri della razza umana a tumefazioni neoplastiche di uno stadio primitivo dell’evoluzione della specie.

La qualificazione di regime nazista attribuita al governo di Tel Aviv non deve ritenersi esagerata poiché - come affermano le migliori voci del pensiero critico americano, tra tutti Norman Finkelstein[1] (uno straordinario fustigatore ebreo del degrado etico di Israele) e John Mearsheimer[2] (principale esponente liberal della scuola realista) – la condotta dello Stato Ebraico ha ormai superato ogni livello d’immaginabile disumanità. La sua classe dirigente, tranne qualche pregevole minoranza, vive in una patologia di superiorità e onnipotenza, imbrigliata in un messianesimo che giudica inferiore ogni altra razza e religione, e tale convincimento basta da solo a considerarla vittima abominevole di serie turbe mentali. Quanto all’immancabile accusa di antisemitismo, ormai solo i pinguini dell’Antartide reputano che abbia qualche minima consistenza: noi umani abbiamo ben impresse nella memoria le indicibili sofferenze degli ebrei per mano dei nazisti tedeschi. E dunque per favore!

Nelle pseudo-democrazie occidentali – repetita iuvant - ricatti, denari e carriere a favore della servitù padronale possono svelare la pervasività di una Macchina della Menzogna – insieme a una dimensione sociologica dove dominano cinismo etico, mercificazione e nichilismo - che impedisce alla coscienza popolare di inorridire davanti a tali massacri.

La litania che “Israele ha diritto di difendersi” e “le bombe colpiscono i terroristi di Hamas” provoca rigurgiti viscerali persino in Alaska. Ai governi post-democratici importa ben poco delle opinioni dei cittadini, le elezioni sono lontane e il loro esito cambia solo l’orchestra, non certo la musica. Il cambio di poltrone non si gioca poi sulla dimensione umana o alla distribuzione della ricchezza dell’azione di governo. Eppure, le signorie loro farebbero bene a tenere alta la guardia. Il popolo resta inquieto per definizione. Prima o poi alzerà la voce.


2. Ora, in ogni epoca non mancano esseri umani integri e coraggiosi. Ne è oggi fulgido esempio Francesca Albanese (Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati), che nella sua perigliosa attività ha posto intelligenza ed empatia al servizio dell’etica umana, a rischio della sua incolumità.

Come sappiamo, sua maestà imperiale, la patetica democrazia americana, ha revocato le sanzioni ai terroristi di al-Nusra e HTS (Hayat tahrir al-Sham), divenuti d’amblée angeli benefattori, dopo aver dismesso la pratica di tagliar gole a cristiani e islamici eretici, per mettersi al servizio (precario, beninteso) degli israeliani massacratori e ladri di terre, americani/padroni del mondo e turchi/parolai finti protettori di palestinesi e incalliti odiatori di curdi. Allo stesso tempo, in perfetta coerenza psicotica, la medesima maestà non ha vergogna di sanzionare un funzionario che osa mostrare alla platea delle Nazioni Unite quelle evidenze che anche i roditori – e non solo l’inquilino provvisorio della Cara Bianca – fanno fatica a negare a loro stessi quando, prima di coricarsi, passano in rassegna gli accadimenti del giorno.

In uno scenario drammatico - dove il 51º stato degli Stati Uniti d’America, Israele, in diciotto mesi di bombardamenti (qui non è in atto un conflitto aperto, ma uno sterminio a sangue freddo) ha ucciso almeno 300.000 persone e mutilato 4-500.000 uomini, donne e bambini (questi i numeri veri, non quelli pur giganteschi diffusi dal mainstream) - un individuo il cui contenuto d’umanità sfiora drammaticamente lo zero, tale Marco Rubio, ha affermato quanto segue: “La campagna di guerra politica ed economica di Francesca Albanese contro gli Stati Uniti e Israele non sarà più tollerata. Né gli Stati Uniti né Israele sono parte della Corte Penale Internazionale (CPI), il che rende la sua azione una grave violazione della sovranità di entrambi i Paesi[3]". A siffatta insigne personalità - che con tale sentenza assurge ai vertici della giurisprudenza internazionale (è noto che la spregevole condotta dell’esercito israeliano è sottoposta al vaglio della CPI, in quanto la Palestina ne è parte e i territori occupati cadono dunque sotto la sua giurisdizione) - la più grande democrazia del pianeta (sollecitiamo l’indulgenza del lettore se tale qualifica fa venire il voltastomaco), ma soprattutto la più armata e minacciosa del pianeta, ha affidato il duplice incarico di Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale. La delegittimazione di Marco Rubio nei riguardi di una donna integra, valorosa e umana, costituisce la premessa di uno scenario che – speriamo di aver torto – mette a repentaglio la stessa incolumità di Francesca Albanese, alla luce dei crimini abominevoli ai quali indulgono abitualmente agenti, spie e criminali vari al servizio dell’impero americano, o di chi solo Dio sa.

Dal silenzio tombale dei governi europei, in specie quello italiano trattandosi di una nostra cittadina, non traspare alcun imbarazzo. Di tutta evidenza, nel bel paese là dove il sì suona indossare la divisa del maggiordomo su istruzioni dell’alleato-padrone è divenuto un riflesso che Ivan Pavlov avrebbe catalogato tra i suoi esperimenti meglio riusciti, che pena!


3. Il profilo professionale di F. Albanese mette in mostra una delle rare personalità italiane di cui possiamo andar fieri. Il 1º maggio 2022 viene nominata Relatrice Speciale per i territori palestinesi occupati, secondo funzionario italiano, dopo Giorgio Giacomelli, a ricoprire tale incarico.

Nel gennaio 2023 l’impegno instancabile di F. Albanese per proteggere i diritti umani nei Territori palestinesi occupati (OPT) e contro il regime di apartheid viene elogiato da 116 organizzazioni per i diritti umani, organizzazioni della società civile, istituzioni accademiche e altri gruppi.  Il 26 aprile 2023, Amnesty International Italia pubblica una lettera di sostegno, cui aderiscono decine di associazioni per i diritti italiani, parlamentari, giuristi e accademici.

Nel luglio 2023, al Consiglio dei diritti umani, Albanese scrive che Israele ha trasformato la Cisgiordania in una prigione a cielo aperto e denuncia che dal 1967 oltre 800.000 palestinesi, tra cui migliaia di bambini, sono stati arrestati con accuse pretestuose dalle autorità israeliane.

Nell’ottobre 2023, afferma che palestinesi e israeliani meritano una vita di pace, uguaglianza, dignità e libertà, invitando la comunità internazionale a imporre un cessate il fuoco immediato e proteggere i palestinesi dallo sterminio, mentre le azioni di Hamas e delle truppe israeliane devono essere vagliate alla luce del diritto internazionale, e non del pregiudizio politico o della legge del più forte.


4. Albanese riceve regolarmente minacce di morte e subisce campagne diffamatorie da Israele e alleati, mentre denuncia l’immobilismo e la corruzione morale e politica dell’Occidente a guida Usa. L'attacco contro Albanese preannuncia un mondo senza regole, nel quale i veri stati canaglia, vale a dire Stati Uniti e Israele, possono commettere crimini inenarrabili senza limitazioni: omicidi individuali o di massa, torture psicologiche e fisiche, devastazioni, condizioni di vita disumane, distruzione di ospedali, sfollamenti forzati, demolizione di case, bombardamenti, fame e disperazione. Se a qualcuno non va a genio il termine genocidio, il lessico consente altre penose terminologie.

Dylan Williams, vicepresidente del Center for International Policy, ha definito le sanzioni statunitensi contro F. Albanese comportamenti da stato delinquente, mentre per Agnes Callamard, segretaria generale di Amnesty International, i governi del mondo e coloro che credono nel diritto internazionale sono chiamati a bilanciare gli effetti delle sanzioni Usa contro F. Albanese, proteggendone lavoro e indipendenza.

Per la portavoce delle N.U., Stephane Dujarri - cui si sono uniti Human Rights Watch e il Center for costitutional rights – “le sanzioni contro F. Albanese costituiscono un inaccettabile precedente contro l’indipendenza di un funzionario internazionaleil rapporto da lei presentato al Consiglio dei Diritti Umani può certo essere contestato da qualsiasi paese, partecipando alle discussioni del Consiglio (le Nazioni Unite, sono state ideate proprio per favorire dialogo e compromessi).

È tale pubblicità a inquietare Israele e Stati Uniti, per i quali non si deve discutere in pubblico di crimini contro l’umanità, sterminio di popoli e genocidio da parte di Israele. Tutto ciò deve proseguire in silenzio senza disturbare la coscienza civile e umana degli esseri umani.


5. Albanese, oltre a denunciare i crimini di Israele, in un apposito rapporto
[4] ha elencato aziende ed altre entità americane ed europee che da questi traggono ingenti profitti, e ciò ha fatto traboccare il classico vaso: tra queste Palantir Technologies Inc., Lockheed Martin, Alphabet Inc. (Google), Amazon, International Business Machine Corporation (IBM), Caterpillar Inc., Microsoft Corporation e il Massachusetts Institute of Technology (MIT), e un lungo elenco di banche e società finanziarie (tra cui l’immancabile BlackRock), assicurazioni e organizzazioni cosiddette umanitarie.

L’accusa contro F. Albanese è infarcita del solito j’accuseessere antisemita: non se ne può più! Ormai anche le pietre dell’Antartide sanno che semiti sono anche gli arabi e che nessuno prende di mira la religione o la etnia ebraica, ma esclusivamente il governo sionista e genocidario presieduto dal criminale B. Netanyahu e da ministri che qualificano i palestinesi come animali. In verità, nella neolingua imperiale per essere antisemita è sufficiente indignarsi per i massacri di Israele contro popoli e paesi sovrani (Iran, Libano, Siria, Yemen …) o disapprovare gli Stati Uniti che giustificano tali atrocità, sotto la pressione delle lobby pro-Israele che con ricatti, minacce e corruzione pilotano le carriere di congressmen, senatori e aspiranti alla Casa Bianca. Tutto qui, brutalmente.

In aggiunta, se ce ne fosse bisogno, il sociopatico padrone dell’universo, D. Trump, sanziona quattro dei giudici della Corte Penale Internazionale (che nel 2024 aveva emesso mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant) e firma un ordine esecutivo contro paesi o individui che collaborano con la medesima Corte, di cui gli Stati Uniti non sono nemmeno parte. Non v’è dubbio, la civiltà etica e giuridica american-style è tornata all’età del bronzo.

Le sanzioni consentono ora di congelare le proprietà che F. Albanese o parenti forse possiede negli Stati Uniti (mi auguro non ne abbia alcuna), impedendole persino di recarsi al quartier generale delle Nazioni Unite per le quali presta la sua opera.

È appena il caso di rilevare che i critici di F. Albanese si guardano bene dallo sfidare le prove da lei accumulate, ricorrendo a calunnie e diffamazioni, simili a quelle usate contro i suoi predecessori - John Dugard (2001-2008), Richard Falk (2008-2014) e Michael Lynk (2016-2022) - i quali hanno tutti espresso pieno sostegno alla sua integerrima attività (F. Albanese è oggetto di attacchi diffamatori personali!).

Rubio sostiene che il rinnovo dell’incarico a F. Albanese (2025-2028) sia illegale, una presa di posizione questa che costituisce una positiva sorpresa per coloro fino a ieri convinti che gli Stati Uniti usassero lo Statuto delle Nazioni Unite, insieme alle convenzioni internazionali, come sostituto della carta igienica. Benvenuti nel mondo capovolto, dove la censura è presentata come libertà di pensiero, dove le persone che denunciano crimini contro l’umanità sono terroristi, dove coloro che li commettono sono liberatori, dove i campi di concentramento sono zone umanitarie, dove Donald Trump merita il premio Nobel per la pace, dove al-Julani è uno statista di spessore internazionale, dove Israele è un esempio per il mondo libero e dove F. Albanese è una pericolosa estremista.

Agli inverecondi, pretesi dominatori del pianeta terra (sempre più, per nostra fortuna, solo dell’emisfero occidentale) non fanno difetto spietati strumenti di repressione e falsificazione, costoro dovrebbero tuttavia tener a mente – come rileva lo storico Wolfang Reinhard - che gli ultimi del mondo hanno pur sempre dalla loro parte gli dèi del caos!



NOTE: 

[1] https://m.youtube.com/watch?v=vGz-RNiTYKg

[2] https://instagram.com/reel/DKMeAlgJrq6/),

[3] https://www.state.gov/releases/office-of-the-spokesperson/2025/07/sanctioning-lawfare-that-targets-u-s-and-israeli-persons

[4] https://comedonchisciotte.org/blackrock-vanguard-stati-e-multinazionali-dietro-il-genocidio-di-israele-a-gaza-latto-di-accusa-senza-appello-della-relatrice-speciale-onu-francesca-albanese/

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