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martedì 6 ottobre 2020

Lampedusa. In memoria - Ascanio Celestini


Il becchino di Lampedusa mi parla dei primi morti in mare che ha visto. Della menta pistata che s’è infilato in una mascherina per non sentire la puzza dei corpi in decomposizione. Le croci di legno che ha piantato quel giorno sono ancora nel piccolo cimitero dell’isola. Stanno lì senza nome. Sembrano tombe di un film western.

Me le ricordo in un’alba straziante. Al camposanto c’erano solo i musicisti della banda. La prima tappa della marcia che finisce nell’acqua della Guitgia comincia lì. Suonano per i loro compagni musicisti defunti. Poi cominciano a bere, ospiti nelle case di chi tiene le porte aperte.

Mi ricordo Fessaha. S’è presentata nella casa a un piano di Cala Pisana, la casa di Paola e Mèlo a un metro dal mare. Mostra due fotografie di ragazzi. Uno ha gli occhiali scuri. Indica il più giovane e comincia a parlare.

Erano 368 persone, lui era con suo fratello maggiore. Quando son partiti dalla Libia il suo fratello maggiore ha detto: “È meglio che tu rimani qua, che torni a casa”. Lui ha insistito: “io voglio seguire le tue tracce, voglio venire con te”. È salito su questa barca e il fratello grande non lo sapeva… dopo, quando è partita la barca ha visto suo fratello piccolo.

Quando hanno visto la terra ferma, hanno visto le luci, tutti quanti, anche quelli che stavano nella stiva son saliti gridando Ave o Maria, in tigrino si dice “Madre di Dio, tu che sei onnipotente, tu ci hai salvato”. Mussulmani, cristiani, ortodossi, cattolici tutti insieme hanno cantato questa invocazione. “Grazie a te che ci hai messo il tuo manto sopra siamo arrivati sani e salvi”.

Poi di colpo lo scafista ha bruciato qualcosa perché passavano delle navi. È stato come se qualcuno dal buio arriva, ti da uno schiaffo, e tu non capisci chi è stato, cosa è successo e la barca… è finita.

E io cercavo mio fratello e si era aggrappato alla mia gamba, poi il mare l’ha portato via.

E malgrado tutto questo tutti quanti gridavamo “O Vergine Madre!” come se fosse un’esplosione di un vulcano. E poi ho visto il corpo di mio fratello che mi abbandonava e io non potevo farci niente. Ho lottato contro l’onda e solo io son riuscito a salvarmi. E ho visto otto bambini piccoli che venivano strappati dal mare, dalle loro mamme, che non capivano, che gridavano. Alcuni pensavano che era un gioco, cercavano la loro mamma. Io ho visto tutti questi bambini andare giù. E non potevo fare niente. E lì ho gridato ancora al cielo, anche con gli altri: “Perché ci hai abbandonato, mentre prima ci avevi portato in salvo?”. Le mie lacrime salate si mischiavano all’acqua salata che ci veniva in bocca e negli occhi.

Fessaha dice che lui, il più giovane, voleva andare a studiare. Perché in Eritrea c’è un regime di dittatura che dai sedici fino a cinquantacinque anni vanno a fare il servizio militare e questo impedisce ai giovani un futuro, di studiare, di lavorare, di sposarsi. Per questo la maggior parte delle persone scappano. Il governo eritreo fa questo con la scusa dicendo “l’Etiopia ci vuole attaccare”, ma non è vero. L’Etiopia ha i suoi problemi.

Nella casa di Cala Pisana c’è Dag. A Lampedusa è sbarcato otto anni prima. Ora è un regista di documentari. Siamo seduti a un metro dall’acqua. “Io partecipo a tutti gli incontri – dice – anche se poi vedo che tutti ci tengono a organizzarsi ognuno contro gli altri. Ognuno con le proprie ragioni. È come se ciascuno stesse sulla barca e sotto ci fossero le persone che affogano. E quelli di sopra litigano e si dicono: tocca a te ripescarlo… no, tocca a te, io ci ho messo la barca, tu lo devi ripescare. E intanto che litigano con tutte le migliori ragioni: di sotto c’è gente che affoga”.

A Lampedusa ho imparato che forse prima di raccontare le storie degli altri bisogna imparare a raccontare le nostre. Che forse stiamo diventando disumani per questo. Non perché non siamo capaci di commuoverci per quello che vediamo. No. Noi non siamo più capaci di vedere le cose.

Sei anni fa a un metro dall’acqua, dalla piccola terrazza della casa a un piano di cala Pisana ho visto il mare che si gonfiava. È un fenomeno naturale che non puoi prevedere e non sai quanto dura. L’aria calda diventa fredda, lo scirocco lascia il posto al maestrale, il cielo è grigio e il mare fa una pancia che sale anche di un metro e mezzo. Anche di due. Poi si sgonfia. È un piccolo maremoto che certe volte rovescia i pescherecci nel porto. L’onda di ritorno lascia ancora per un po’ le barche a cozzare tra loro, che però a Cala Pisana non ci stanno. E allora è il mare quasi immobile che ti si para davanti. E da dietro le spalle ritorni a sentire il rumore di fondo della centrale elettrica. È il marrobbio. Me lo ha detto Mèlo che si chiama così.

da qui

sabato 5 settembre 2020

C’è davvero un’emergenza migranti a Lampedusa? - Annalisa Camilli

“C’è un’emergenza immigrazione a Lampedusa, ma non c’è un’emergenza immigrazione in Italia”. Il sindaco della piccola isola siciliana, Salvatore Martello, è seduto alla sua scrivania al secondo piano del municipio, il sigaro acceso e il telefono che squilla di continuo. Al termine di una lunga giornata che lo ha visto protagonista di un ennesimo braccio di ferro tra i suoi concittadini e il governo, cerca di cavarsela con una manovra retorica per rispondere a chi gli contesta di aver abusato della parola “emergenza” per definire la situazione degli arrivi di migranti a Lampedusa. Aveva proclamato uno sciopero di tutte le attività produttive, “una serrata”, per il 1 settembre ma, dopo aver ricevuto una convocazione a palazzo Chigi per il 2 settembre, ha sospeso la contestazione.

Da settimane, inoltre, Martello chiede che il governo dichiari lo stato di emergenza per l’aumento del numero degli arrivi e il sovraffollamento del centro di accoglienza (hotspot) di contrada Imbriacola, che è arrivato a ospitare più di mille persone. Da giugno sono arrivate sull’isola via mare con sbarchi autonomi cinquemila persone. “In un momento di epidemia, un centro di accoglienza che può accogliere duecento persone ed è arrivato a ospitarne 1.500 è un’emergenza, le decine di barche abbandonate nel porto senza essere rimosse sono un’emergenza”, continua il sindaco, che allo stesso tempo ci tiene a chiarire che l’immigrazione è un fenomeno storico e strutturale e che quello che sta succedendo sull’isola siciliana è il frutto del fallimento delle politiche dell’immigrazione degli ultimi decenni.

I lampedusani non hanno dimenticato che nel 2011 l’isola si era trasformata in un carcere a cielo aperto, dopo che il governo centrale aveva sospeso i trasferimenti verso la terraferma. Tornare alle condizioni del 2011 è l’incubo ricorrente nei discorsi degli abitanti. Per il sindaco, l’aggravante questa volta sono le numerose notizie false fabbricate dai sovranisti che nel corso dell’estate hanno contribuito a creare un clima di odio verso i migranti e hanno diviso ancora di più la comunità locale, che teme forti perdite economiche nella stagione turistica.

“Siamo stati costretti a smentire la notizia di migranti che diffondevano il covid-19 e che era stata prodotta addirittura dal sindacato di polizia, oppure la notizia ancora più assurda dei migranti che mangiavano i cani”, spiega il sindaco. “L’immigrazione a Lampedusa è sempre stata la normalità, ma c’è stata tutta una campagna mirata a far crescere l’odio e a dividere le persone che ora si scontrano e si minacciano anche fisicamente, prima non era così. Quanto al turismo, chi viene a Lampedusa con tutte le notizie false che girano è un eroe”, conclude.

Propaganda e covid-19
In Italia i contagi di covid-19 tra i migranti sono stati il 5 per cento del totale nel mese di agosto, eppure per tutta l’estate 
la propaganda si è concentrata sull’idea che i migranti diffondano l’epidemia e siano un pericolo. Questo tema è stato sollevato sia dalle destre sovraniste sia da attori più istituzionali. Secondo le Nazioni Unite, la pandemia sta acuendo il clima di odio e l’ostilità verso migranti e richiedenti asilo, accusati di essere “untori”, nonostante i dati non confermino questa teoria e anzi la smentiscano.

Il 23 agosto il governatore della Sicilia, Nello Musumeci, ha firmato un’ordinanza per sgomberare tutti gli hotspot dell’isola e trasferire i migranti in altre regioni, ma la decisione è stata subito impugnata dal governo e dichiarata illegittima dal tribunale amministrativo regionale (Tar), perché l’immigrazione non è di competenza regionale. Musumeci è stato convocato insieme al sindaco di Lampedusa Martello dal presidente del consiglio Giuseppe Conte a Roma il 2 settembre per discutere di eventuali misure straordinarie per far fronte alla situazione.

 

Ma per molti analisti è proprio l’approccio emergenziale e la mancanza di una visione di lungo periodo sull’immigrazione ad aver creato problemi. All’inizio dell’epidemia di covid-19 il governo ha dichiarato l’Italia “paese non sicuro”, vietando alle navi umanitarie che prestano soccorso nel Mediterraneo di attraccare sulle coste italiane. Quindi ha disposto l’uso di navi da quarantena per i migranti e ha inviato l’esercito a sorvegliare gli hotspot e i centri di accoglienza per evitare che i richiedenti asilo lasciassero i centri.

Molti sindaci e governatori regionali si sono rifiutati di accogliere i migranti e i richiedenti asilo trasferiti dalla Sicilia, nonostante il governo abbia assicurato di aver sottoposto a tampone tutti quelli arrivati via mare e di aver aspettato l’esito negativo del tampone, prima del trasferimento. Questa situazione ha finito per appesantire la pressione su Lampedusa, che dal 2013 fino alla fine del 2017 aveva smesso di essere la porta di ingresso in Europa per migliaia di persone.

Fino a quel momento infatti erano attivi i soccorsi nel Mediterraneo centrale, i naufraghi erano soccorsi al largo da navi governative e non governative e poi fatti sbarcare nei diversi porti italiani, sotto il coordinamento della guardia costiera. “Il nostro paese dal 2014 al 2016 ha visto numeri come 140mila arrivi, 160mila arrivi, quindi con 17mila persone che sono sbarcate nel 2020, non si può dire che quelli degli ultimi giorni siano stati sbarchi da invasione”, ha detto l’ex sindaco Giusi Nicolini in un’intervista con l’Huffington Post.

Per Nicolini quella di Lampedusa e dell’Italia in generale non è una situazione di emergenza, soprattutto se paragonata a quella degli anni precedenti, mentre il problema è l’assenza di pianificazione: “Il governo non ha una politica. Io per anni sono stata convinta che l’emergenza e questo clima giovassero solo alle destre e a chi vive di malaffare, come si fa con i terremoti e le ricostruzioni. Invece giova a tutti, anche a questo centro malandato che in questo momento non ha una visione e non ha idee. Con la scusa delle emergenze pensano di farsi perdonare altro?”.

I decreti sicurezza e le falle dell’accoglienza
La situazione sull’isola siciliana era già tesa da settimane, ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato lo sbarco sull’isola, il 30 agosto, di un’imbarcazione di legno con 367 persone a bordo, partite da Zuara, in Libia, diversi giorni prima. L’arrivo ha suscitato proteste da parte dei militanti della Lega locale, ma soprattutto ha riportato alla mente il 
naufragio del 3 ottobre 2013, in cui morirono 368 persone a poche miglia dall’isola dei conigli di Lampedusa. All’epoca i lampedusani parteciparono con le loro imbarcazioni ai soccorsi, furono così accoglienti da essere nominati per il premio Nobel per la pace nel 2014. Ma nel corso degli ultimi anni, tra propaganda e proteste, il clima sembra essere completamente cambiato.

“Per ore i manifestanti non ci hanno fatto uscire dal molo commerciale”, racconta Claudia Vitali, operatrice di Mediterranean Hope, presente allo sbarco del 30 agosto. “Le persone erano veramente provate, dopo giorni di navigazione”. Vitali, che vive a Lampedusa tutto l’anno, sottolinea che un barcone così grande è stata una “novità” e ha portato indietro le lancette dell’orologio di anni: “Non si vedevano barche così grandi arrivare sul molo dalla Libia da molto tempo”. Un’altra costante dell’estate 2020 per Vitali è stato l’hotspot dell’isola costantemente sovraffollato. “Ci vorrebbero trasferimenti quotidiani di migranti verso la terraferma, per non creare quella situazione. Servono trasferimenti più veloci”.

Dopo le proteste, il governo ha promesso l’invio di altre tre navi da quarantena. Al momento ne sono attive due: la nave Aurelia con circa 300 persone a bordo e la nave Azzurra con circa 700 persone a bordo. Ma la prima nave che sarebbe dovuta arrivare, la Allegra, in realtà è stata dirottata verso Palermo dove il 2 settembre sono stati trasbordati i naufraghi soccorsi dalle navi umanitarie SeaWatch 4 e dalla Louise Michel al largo delle coste libiche.

Tra il 30 e il 31 agosto sono state usate motovedette della guardia costiera per spostare circa trecento persone sulla terraferma, ma in ogni caso ne sono rimaste più di mille sull’isola: circa 800 nell’hotspot e 300 alla Casa della carità gestita dalla parrocchia. Nel centro di contrada Imbriacola, ancora parzialmente funzionante e in ristrutturazione, l’esercito presidia ogni angolo, impedendo ai migranti di uscire. Le persone dormono in molti casi su materassi stesi a terra, in mezzo all’immondizia.

Nonostante i centri di accoglienza italiani siano in molti casi semivuoti a causa della diminuzione degli arrivi a partire dal 2017, non è stata considerata la possibilità di fare la quarantena a terra, trasferendo le persone su tutto il territorio nazionale. L’hotspot di Lampedusa dal gennaio del 2019 è amministrato dalla Nova Facility di Treviso, la stessa società finita sotto inchiesta per la gestione della caserma Serena di Dosson, il più grande Cas (centro di accoglienza straordinaria) della provincia di Treviso, diventata un focolaio di covid-19 durante l’estate. La Nova Facility, che per l’accoglienza dei migranti a Lampedusa incassa 35 euro al giorno a persona, ha cambiato completamente giro di affari negli ultimi. anni, passando dall’istallazione di tubature per il gas e pannelli fotovoltaici, all’accoglienza per i richiedenti asilo e diventando uno dei colossi dell’accoglienza nel nordest.

Al momento la società gestisce tre centri di accoglienza in Veneto, uno in Friuli Venezia Giulia e l’hotspot di Lampedusa, per un totale di seicento posti al nord e duecento nell’hotspot siciliano, che però ha finito per ospitare molte più persone della sua effettiva capienza. “L’assetto dell’accoglienza, determinato dal decreto sicurezza – ancora in vigore senza alcuna modifica – favorisce indiscutibilmente le grandi concentrazioni di persone in grandi centri nelle mani di grandi gestori. È nei grandi centri infatti che si possono realizzare utili che diventano significativi se sono ospitate molte persone”, commenta Fabrizio Coresi, tra gli autori del rapporto di Openpolis e Action Aid sull’impatto del decreto.

“Fondamentale è anche l’abbassamento della qualità dei servizi: mentre molte realtà del terzo settore si sono autoescluse dalle gare per un’accoglienza straordinaria, l’assenza di competenza specifica e vocazione sociale dell’ente gestore for profit fa sì che non ci si preoccupi di fornire un servizio pessimo e si punti ad abbassare al massimo i costi per massimizzare l’utile, sempre grazie ai grandi numeri”, continua Coresi. Questo approccio ha contribuito ad acuire i disagi nella gestione dell’emergenza sanitaria di covid-19 all’interno degli hotspot e dei centri di accoglienza. Anche se aveva promesso di cambiare i decreti sicurezza, il 31 agosto il governo ha annunciato che le modifiche su cui si era trovato un accordo slitteranno a dopo le elezioni regionali.

da qui

domenica 12 maggio 2019

Bartolo, il medico di Lampedusa: il ministro dell'odio vuole multare chi salva vite



Lui di migranti e solidarietà ne può parlare a buon titolo: "Fatto l’inganno, si trova la legge. Salvini non ha strumenti per fermare le tante donne e i tanti uomini che ogni giorno salvano vite in mare e la sua propaganda perde ogni giorno credibilità".
Così Pietro Bartolo, medico di Lampedusa e candidato da indipendente nelle liste Pd-Siamo Europei (collegi Italia centrale e insulare).
"Così - ha aggiunto Bartolo - pensa a una nuova legge per multare chi salva vite. Da 3.500 a 5mila euro per ciascun essere umano salvato, come se fossimo al mercato delle vacche. Come pensa, il ministro dell’odio, di attribuire un valore maggiore o minore a ciascuna vita? In base al colore degli occhi, della pelle, all’orientamento politico o religioso? Come si misura, per legge, il valore di un essere umano?".

domenica 12 agosto 2018

Appunti per un naufragio - Davide Enia

Davide Enia va a Lampedusa, e vede, ascolta, pensa, parla col padre e con lo zio, incontra chi ha visto i morti e non ha potuto fare niente, sommozzatori, militari, pescatori, medici.
un po' come nel film Fuocammare l'isola di Lampedusa è la protagonista del libro e tutto e tutti ci ruotano intorno.
un libro che purtroppo non perde d'attualità e che merita davvero di essere letto, dopo averlo letto capirete perché.
buona lettura.







«Nascerà una epica di Lampedusa. Sono centinaia di migliaia le persone transitate dall’isola. A oggi, manca ancora un tassello nel mosaico di questo presente, ed è proprio la storia di chi migra. Le nostre parole non riescono a cogliere appieno la loro verità. Possiamo nominare la frontiera, il momento dell’incontro, mostrare i corpi dei vivi e dei morti nei documentari. Le nostre parole possono raccontare di mari che curano e di mani che innalzano fili spinati. Ma la storia della migrazione saranno loro stessi a raccontarla, coloro che sono partiti e, pagando un prezzo inimmaginabile, sono approdati in questi lidi. Ci vorranno anni. È solo una questione di tempo, ma saranno loro a spiegarci gli itinerari e i desideri, a dirci i nomi delle persone trucidate nel deserto dai trafficanti d’uomini e la quantità di stupri che può subire una ragazza in ventiquattro ore. Saranno loro a spiegarci l’esatto prezzo di una vita in quelle latitudini in Libia e delle botte prese a ogni ora del giorno e della notte, della visione improvvisa del mare dopo giorni di marcia forzata e del silenzio che si impone quando s’alza lo scirocco  e si è in cinquecento in un peschereccio di venti metri che sta imbarcando acqua da ore. Saranno loro a usare le parole esatte per descrivere cosa significa approdare sulla terraferma, dopo essere scappati dalla guerra e dalla miseria, inseguendo il sogno di una vita migliore. E saranno loro a spiegarci cosa è diventata l’Europa e a mostrarci, come uno specchio, chi siamo diventati noi.»

Una giovane fenicia fugge da Tiro e attraversa il deserto fin dove non può proseguire perché davanti a lei si stende il mare. Per sua fortuna un toro bianco la fa salire in groppa e, solcando le onde, la conduce a un approdo sicuro sull’isola di Creta. La storia di Europa, ci ricorda Davide Enia in Appunti per un naufragio, è la storia della nostra origine. Nel suo libro – per metà narrazione autobiografica e per metà reportage – Enia dà voce a testimoni e volontari, al personale medico, agli uomini della Guardia costiera, agli amici che lo ospitano quando torna a Lampedusa. Sull’isola ha visto sbarcare centinaia di persone, è uscito in barca con i pescatori, ha conversato con i residenti, ha ascoltato i sopravvissuti.
Lampedusa è un “contenitore di opposti”, scrive, dove convivono emergenza e ipocrisia, burocrazia e solidarietà, paura e coraggio. La paura di chi, affacciandosi alla finestra che dà su una cala, dopo essere stato svegliato da un vocio nel cuore della notte, vede un nugolo di persone avanzare verso casa sua e istintivamente pensa di serrare bene usci e finestre, ma poi si rende conto di quel che succede, spalanca la porta e le accoglie. Con il senso di colpa per aver provato quel sentimento di paura, però, dovrà fare i conti per il resto della sua vita: “Esistono due istinti, solo che uno precede l’altro: il proteggersi e l’aiutare il prossimo, perché anche quello di aiutare è un istinto”…

Oggi esce il libro di Davide Enia, il romanziere, drammaturgo, attore, regista d’opera, mio compagno e padre dei miei gatti.
Ho voluto intervistarlo e avviare un dialogo con lui sul suo nuovo romanzo ‘Appunti per un naufragio’ (Sellerio), perché ho il privilegio di avere la fiducia e la confidenza che altri ugualmente o più curiosi non avranno, perché quando si pensa di conoscere bene qualcuno e il suo operato è proprio quello il momento per ricominciare a fargli nuove domande, e per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Silvia Giambrone – Apro il libro e la prima cosa che vedo mi commuove: è dedicato a me. L’onda mi coglie e subito il tuo approdo diventa un mio piccolo naufragio. È così che si comportano i naufragi, agiscono per  contagio?
Davide Enia – Alcuni sì, agiscono così, e permettono di vivere quello che ho imparato a considerare un grande privilegio: la libertà di mollare il timone, rinunciando alla sicurezza della propria rotta, lanciandosi dentro il gorgo, affrontando le onde, emotive e culturali, della propria tempesta, cercando con ogni stilla di forza fisica, mentale e sentimentale, di giungere a un approdo.
S. Alludi dunque a un’epica del naufragio.
D. Sì, ma a una epica intima. Credo che questo contagio del naufragio sia possibile solo se una persona è in qualche modo disposta a concedersi proprio quel pericolosissimo privilegio che, a volte, può essere il naufragare. Ciò significa, per l’appunto, rendere intime le parole, lasciando emergere dalla pagina tracce del proprio vissuto e, in esse, immergersi senza rete di sicurezza, abbandonandosi alle correnti, sforzandosi di riconoscerne l’origine e la direzione.
Già il mettersi in una condizione di dubbio, rinunciando alle proprie sicurezze, è una apertura al naufragio. Così come accettare implicitamente l’altro aspetto del naufragio: non avere affatto certezza di un approdo. Ma, una volta guadagnato l’approdo, ecco che ci si erge e ci si accorge, in un istante, di avere mutato il proprio punto di vista, non solo sulla realtà, ma anche su se stessi. Resta il sale sulla pelle, il sapore di un pericolo scampato, la certezza di avere conquistato qualcosa, fosse anche la consapevolezza che si è in grado di abbandonare gli schemi acquisiti.
S. È intimità quella che hai vissuto con coloro che hai intervistato?
D. Sì, è stato un rapporto intimo di condivisione di esperienze di vita dolorose e profonde. Le persone si sono offerte a me aprendo il proprio scrigno di sofferenza ancora non del tutto elaborata, senza timore di mostrarsi per come davvero erano: piene di ferite, senza sapere se e quando quei loro tagli si sarebbero cicatrizzati. Ricordare il passato, rinominarlo, faceva ancora così male che, a volte, alcuni di loro scoppiavano a piangere, senza remore alcuna. A volte, invece, le parole proprio gli non bastavano più, e ci osservavamo senza aggiungere altro. Eppure quel silenzio diceva tantissimo, come un mare che svela attraverso la propria trasparenza la reale dimensione dell’abisso. E io, per riuscire a reggere l’onda d’urto di tali emozioni, prima di scriverne ho avuto proprio bisogno di raccontarli quegli incontri, e l’ho fatto con te e con pochi amici, processando non solo le loro parole, ma le mie stesse frasi, chiedendomi quanto mi stesse cambiando ciò che da loro avevo ricevuto…

Enia propone un romanzo di grande efficacia, capace di aprire gli occhi e di far riflettere su questioni sulle quali, ingenuamente, non ci poniamo domande. Un esempio: leggendo Appunti per un naufragio, per la prima volta mi sono trovata a chiedermi se sia etico o meno fotografare gli sbarchi, i migranti sulle spiagge; la questione è marginale rispetto alla grandezza della testimonianza raccontata da Enia, ma è stata la prima volta che ho osservato la questione da dentro, e mi sono messa nei panni di uno di loro. Di fronte all’intensità della storia proposta, la vicenda personale che l’autore cerca di rielaborare risulta necessaria: necessaria a distogliere l’attenzione dal naufragio dei barconi e necessaria a riportarcela, perché le cose vanno di pari passo. Commovente il passaggio in cui lo zio malato di cancro chiede al narratore: ‘e per me? Ci sarà un approdo per me?’. La disperazione che viviamo è la stessa, a prescindere dal contesto. Forse ce lo spiegherebbe un migrante se gli dessimo l’occasione di raccontare.

…Scrivere di naufragi tanto dolorosi, comporta un rischio enorme, ossia quello che la lingua risulti irrispettosa. Occorre tenersi alla larga da un lessico che, seppure soltanto in maniera inconsapevole e accostandosi in senso lato a memorie che non ci appartengono, continuamente allude alle profondità, agli abissi, al sommerso (del significato) o all’emersione (del senso). Confesso io stesso di non essere riuscito nella ricognizione che ho compiuto poc’anzi. Ma persino la cronaca, quando parla per i migranti di emergenza, sembra prestarsi a un orribile gioco etimologico. Quanto nella forma degli Appunti per un naufragio è stato naturale (trascrizione di note disordinate) e quanto invece orditura secondo un progetto? E, insieme, c’è stato un lavoro di limatura o di sottrazione, nell’adesione alla materia insieme intima e pubblica?
La risposta, come capii dopo avere assistito all’approdo di cinquecentoventitré persone al molo Favaloro, era spietata: la parola fallisce perché il presente odierno è sconfinato. La prima lezione fu quella del limite: era già insito nella stessa operazione di scrittura. Nulla avrebbe potuto essere esaustivo. Non ancora. Perché la parola possa poggiarsi come pietra angolare di quella cattedrale che è il romanzo è necessario del tempo perché la parola stessa risulti essere esatta. Il calibro è dato quando il disegno si è non solo dispiegato, ma è stato ampiamente contemplato, e il trauma è stato pienamente assorbito. Noi, oggi, possediamo soltanto una parte del racconto, ed è ciò che sta accadendo da questa parte della frontiera. Manca il racconto o, meglio, manca a tutt’oggi la piena elaborazione delle vicende di coloro che sono approdati. E questo vuoto è causato innanzitutto dal fatto che in moltissimi si trovano costretti a esprimersi in una lingua che non gli appartiene del tutto, l’inglese o il francese. I loro dialetti, abbandonati al momento della partenza, non trovano sulle nostre terre orecchie capaci di ascoltare quelle vicende. Sono lingue pressoché sconosciute. E poi c’è la dimensione del vuoto legata all’entità del trauma subìto. Ci vogliono anni perché certi traumi rientrino. A volte ci si riesce, grazie a un paziente lavoro. A volte la ferita è troppo profonda perché riesca a cicatrizzarsi completamente. Il punto è che oggi neanche loro – coloro che partono, che lasciano tutto, che sfidano il deserto, che attraversano il mare – hanno capito appieno cosa gli è successo davvero. Come per la narrativa che ha narrato la Seconda guerra mondiale, serviranno anni perché queste persone raccontino a noi, e a loro stessi, che prezzo ha una vita umana nel deserto, quanti stupri può subire una donna in un giorno e per quanti giorni di seguito, cosa significa assistere alla morte in mare del proprio fratello o del proprio figlio, quale è il senso dell’essere riempiti di botte fino a svenire nelle carceri in Libia.
Ci vuole ancora qualche anno.
Ce lo racconteranno, senza dubbio.
Sarà la nuova narrativa dei prossimi trent’anni.
Lampedusa diverrà ancora di più un collettore d’epica, simbolo condiviso essa stessa.
Oggi, l’unico lavoro che la parola può compiere è quello del cesello su un singolo tassello di questo gigantesco mosaico. Comporre note, levigare la piccola pietra, interrogare le parole del nostro linguaggio. Scrivere «Appunti» dunque, tessuti assieme da un ordine ragionato, come tessere messe una accanto all’altra che, unite, restituiscono un piccolo disegno, contenuto infine dentro il mosaico finale. E, nel racconto in diretta di questo presente della crisi, ecco irrompere il mio vissuto personale. È quasi una sorta di patto con il lettore: io, Davide, sono questa persona, questo è il rapporto con mio padre mentre mi trovo a studiare la frontiera e l’accadimento che ha segnato le nostre esistenze è il tumore che ha colpito il fratello di papà, il mio amatissimo zio Beppe.
In sintesi, sono svelate le operazioni intime che hanno sostenuto la mia scrittura. Rimettere in discussione la relazione con il padre, provando a forzare quel punto di vista paternalista decisamente occidentale per il quale l’altro è in perenne condizione di subalternità. Rinegoziare dunque il rapporto padre-figlio a partire dal recupero di ciò che, per una cultura improntata al silenzio come quella meridionale, era stato assente nella nostra vita: il dialogo.
Utilizzare ciò che è personale come elemento di indagine per affrontare il presente. Riconoscere un naufragio interiore e comprendere in che modo siamo sopravvissuti a esso.
Il primo sbarco della mia vita, come accennavo prima, lo vidi al molo Favaloro di Lampedusa, proprio assieme a mio papà. E qui urge subito una precisione: sbarco è un termine improprio, perché le imbarcazioni ormai da anni sono intercettate al largo e scortate fino al porto. Sono recuperi in alto mare cui segue un approdo vero e proprio. Fin dall’inizio, il racconto dei fatti è falsato da un uso improprio dei termini. Lo sbarco riecheggia le invasioni, l’appropriazione forzata di un luogo che non appartiene. L’approdo invece rimanda a una condizione di partenza che suscita empatia: il naufragio. Per non cadere nella retorica, la parola deve sforzarsi di provare a essere esatta. Per decenni si parlava di «clandestini», quando questa è una condizione che soltanto un magistrato può decidere. Altri abomini linguistici: la creazione di categorie quali i «migranti economici». Non siamo più in presenza di una costruzione linguistica. È una operazione politica, biecamente strumentale.
Nella composizione del romanzo ho registrato le persone con cui interagivo, per rispettare il loro modo di nominare fatti molto più grandi di me, e per interrogarmi sulle parole che loro stessi avevano adoperato per processare quanto esperito in prima persona. Quindi, la prima operazione è stata quella di pormi in una condizione di ascolto, sottraendo alle parole il pregiudizio di cui normalmente sono impregnate.
Il secondo passo è stato accettare che anche io ero stato trapassato, e continuavo a esserlo, da quanto stavo vivendo: i traumi venivano raccontati a me, le persone scoppiavano a piangere davanti a me, i racconti di quelle ferite mi travolgevano, ciò che ho visto mi inturciuniàva le budella. Ho dovuto ammettere a me stesso che non ero in grado di metabolizzare tutto ciò che stavo incontrando. E ho dovuto accettare l’inesorabilità del fatto che mio zio stava morendo. Anche per questo ho avuto bisogno di scriverne, di parlarne, di raccontarlo più e più volte: per creare distanza tra me e tutto questo.
Ho lavorato la parola per asciugarla e renderla essenziale, di vetro, e come il vetro fragile ma altrettanto trasparente…

giovedì 30 giugno 2016

Esportare armi, importare profughi...

 il circolo vizioso fra Italia e Yemen
della redazione di terrelibere.org (*) con un link a Opal Brescia (**)


A Lampedusa sono arrivati alcuni profughi dallo Yemen. L’Italia esporta armi verso l’Arabia Saudita, che bombarda lo Yemen. Si completa così il circolo vizioso tra export di armamenti e “import” di profughi. Eppure, nei discorsi da bar e in quelli politici, si dice che “non possiamo farci carico dei problemi degli altri”. Come se fossimo innocenti
All’inizio di maggio a Lampedusa è avvenuta l’ennesima protesta contro le impronte digitali. Rifugiati di tante nazionalità rifiutavano l’atto che li avrebbe inchiodati in Italia. Accade da anni, perché non siamo un Paese ambito.
Ma questa volta c’era una novità. Tra i migranti che non volevano restarec’erano alcuni yemeniti. La notizia non è stata registrata, meno che mai la presenza di profughi di una guerra dimenticata.
Purtroppo, in questo conflitto siamo coinvolti in modo diretto. Lo scorso gennaio la Rete Disarmo ha presentato in diverse procure italiane un esposto per chiedere di indagare sulle spedizioni di bombe dall’Italia all’Arabia Saudita.
Da aeroporti sardi, infatti, sono partiti carichi di bombe per rifornire l’aviazione saudita: era la sesta spedizione italiana in pochi mesi.
Tecnicamente, si tratta della violazione dell’articolo 1 della legge 185/90 che vieta l’esportazione di armamenti verso paesi in stato di conflitto armato. L’Arabia Saudita, infatti, è alla guida di una coalizione che sta bombardando lo Yemen, colpendo in particolare scuole e obiettivi “illegali”.
Renzi ha confermato una partnership articolata con Ryad: dalla costruzione della metropolitana alla vendita di armamenti.
La politica italiana ha completato un circolo vizioso: si esportano guerre, si importano profughi. Che peraltro preferiscono protestare platealmente pur di non restare. Le idee da bar secondo cui “non possiamo ospitarli”, “dobbiamo aiutarli a casa loro” e così via trovano una dura smentita dalla realtà.
(*) Ripreso da www.terrelibere.org con la foto che mostra una delle barche dei migranti arrivati a Lampedusa.
(**) Se nulla sapete delle armi italiane usate in Yemen – “grazie” all’Arabia Saudita – che fra l’altro è un ottimo sponsor dell’Isis – cominciate a dare un’occhiata al link qui sotto di OPAL, l’«Osservatorio permanente delle armi leggere» di Brescia, che io recupero da «Comune info». (db)

LE DIVISE ALITALIA E IL MASSACRO YEMENITA
Da 450 giorni la gente dello Yemen viene sterminata da una guerra che non interessa (quasi) nessuno. Ha già ucciso almeno tremila civili, molti dei quali bambini, ma anche questa non è una novità. Secondo l’Onu, sono le milizie sunnite, sostenute dai bombardieri di una coalizione guidata Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, a causare gran parte delle vittime civili. I colossi mediatici italiani si stracciano le vesti un paio di volte l’anno, quando va bene, quasi sempre quando ricevono le anteprime di un Rapporto annuale della Amnesty di turno. Scattano con puntualità e tanto di titoloni razzisti, invece, se si tratta di far del sarcasmo sullo stile “saudita” delle nuove divise delle hostess della compagnia nazionale venduta agli emiri miliardari. Le bombe italiane ed europee che alimentano la macelleria yemenita, un traffico ben più indecente di quello dei migranti, per loro non fanno notizia. Peggio: sono notizie “vecchie”, scadute. D’altra parte “è tutto regolare”, dicono i ministri Gentiloni e Pinotti. La denuncia di Opal, Osservatorio permanente delle armi leggere
OPAL BRESCIA

domenica 3 aprile 2016

due poesie di Geraldina Colotti

Lampedusa

Bambini in mare
pakistani irregolari.
Li salviamo, maggiore?
Meglio gettare anche
i genitori
per ricongiungere
il nucleo famigliare


Non dimenticare

Non dimenticare
di chiudere le porte
e aprire
quando lascerai
queste mura
Non dimenticare
di incollare le buste
non avrai più censure
Non dimenticare
di lavarti
e di mangiare
non dovrai più chiedere
l’ora
Non dimenticarti
di ricordare
come si comunica
senza farsi scoprire
Non dimenticarti
di condividere
Non dimenticarti
di scrivere
Non dimenticarti
di scegliere
lame adatte
al rancore.


sabato 12 marzo 2016

Museo dell'immigrazione a Lampedusa








Attraverso una sua fondazione Benetton aveva mostrato interesse per il nostro percorso con gli oggetti, ma avevamo rifiutato la loro collaborazione,  poco tempo dopo, su Lampedusa, si sono attivati diversi fotografi di Fabbrica che fa capo sempre a Benetton. Hanno cominciato a fare diversi progetti su Lampedusa fotografando anche gli oggetti che noi abbiamo recuperato da anni.
Dinamiche molto complesse a Lampedusa per cui centinaia di giornalisti, attivisti, artisti e chi più ne ha più ne metta si riversano sull’isola e tutti passano da noi, e tutti hanno un progetto. E’ difficile a volte capire a chi fanno capo e gestire la situazione in modo corretto, molto spesso si commettono errori.
Le persone in alcuni casi, si ritrovano in certi meccanismi, anche in buona fede, per questo non abbiamo rancore nei confronti dei fotografi di Fabbrica, con alcuni siamo anche diventati amici. Il nostro “fare” è profondamente politico, anticapitalista e antimperialista. Siamo comunisti anarchici. Spesso ci siamo sentiti usati e inglobbati dal sistema, nostro malgrado e dobbiamo ammettere che questo ci capita ancora.
Ma ora studiamo anche come creare guasti. Ultimamente sono usciti un paio di servizi con i nostri oggetti per Fabbrica, con dinamiche che non stiamo qui a spiegare, abbiamo chiesto un link a questa pagina e da questa pagina vi chiediamo di
BOICOTTARE  BENETTON per le sue politiche di sfruttamento dei lavoratori e dei territori.
Inoltre pubblichiamo uno scritto indirizzato ad una dirigente di una fondazione di Benetton che doveva essere la risposta al NO per la collaborazione con una delle loro fondazioni, poi il No divento molto secco e asciutto. Oggi pubblichiamo lo scritto per l’occasione e di seguito una sintesi della nostra storia con gli oggetti dei migranti:
Buona lettura
Gentile……..
grazie per il Suo interessamento e per la Sua comunicazione. In merito alla possibile “proposta progettuale comune”, proposta di cui La ringraziamo, crediamo che non ci siano le premesse affinché una tale collaborazione possa svilupparsi.
Il progetto del Museo(Oggi PORTOM) è ancora in itinere e, consapevoli della sua ambiziosità, cerchiamo di definirlo giorno per giorno. Quella che cerchiamo però di tener ferma è l’autonomia che un tale percorso dovrà immancabilmente avere: autonomia finanziaria ed economica (cosa di certo non facile specie in tempi del genere) ma soprattutto autonomia politica. Consideriamo il fenomeno migratorio come qualcosa che va inserita nel più ampio scenario dell’economia capitalistica globalizzata. Rifiutiamo le concezioni pietistiche e umanitariste con cui troppo spesso i fenomeni migratori vengono rappresentati: rappresentazioni che costituiscono, con il loro effetto di dissimulazione emotiva, uno degli strumenti con cui le politiche migratorie degli ultimi anni sono state, nei fatti, portate avanti.
Si diceva dell’autonomia politica: autonomia politica significa non solo poter sostenere una posizione quale quella appena esposta, ma anche poter decidere con chi, conseguentemente, costruire percorsi comuni e condivisi. Non riteniamo, con tutto il rispetto, che la fondazione che Lei rappresenta possa dunque divenire un partner per il nostro percorso. Il legame con il Gruppo Benetton già da solo basterebbe a giustificare il nostro rifiuto. Si tratta infatti di una grande multinazionale dell’abbigliamento, grande proprietaria terriera in Argentina, a danno delle popolazioni Mapuche, coinvolta negli strutturali processi di esternalizzazione della produzione laddove il lavoro vivo è più docile e a basso costo. Le stragi come quelle di Dacca, in Bangladesh, sono solo le più evidenti manifestazioni, le più appariscenti e mediaticamente circolanti escrescenze, di uno sfruttamento e di una distruzione quotidiani, costanti, che giorno per giorno i grandi attori del capitalismo mondiale, come Benetton per l’appunto, perpetuano. Le grandi migrazioni di cui Lampedusa è teatro involontario e di cui il Museo vorrebbe essere testimonianza, si originano proprio dall’operato dei tanti Benetton che operano nel mondo. La stessa idea di “responsabilità sociale dell’impresa” riteniamo che sia una, senza dubbio fine ma ipocrita, politica culturale del capitale contemporaneo; con questa politica culturale, con il suo appeal gestito da adeguate strategie di marketing, si provano a legittimare le politiche di perdita di sovranità degli stati e il sempre maggiore ruolo egemonico dei gruppi privati multinazionali nella governance di intere società.
Le migrazioni massicce contemporanee riteniamo che siano innescate da cause quali il neo-colonialismo e l’imperialismo con le sue politiche belliche dissennate. Dunque, a partire dal definirsi degli equilibri di potere dominanti, grandi masse umane, private della possibilità di autodeterminarsi, sono costrette a diventare parte di un ingranaggio di marginalizzazione; divengono il nuovo esercito di manodopera di riserva, sfruttata, clandestina e ricattabile, funzionale alla deregolamentazione turboliberista del mondo del lavoro che, siamo certi, difficilmente troverebbe in Benetton Group o nella Fondazione Unhate dei possibili oppositori. Nuove subalternità migranti, allora, che si accostano a quelle più “classiche” o “stanziali” e che definiscono la nuova galassia dell’esclusione sociale globale del XXI secolo. I migranti insieme con i precari disoccupati, con i pescatori di Lampedusa senza più pesce per lo sfruttamento intensivo dei mari, insieme con i Mapuche in Argentina in lotta per le loro terre, senza dimenticare i lavoratori sfruttati dalle multinazionali che esternalizzano.  Secondo noi i migranti che passano da Lampedusa e che poi si avviano al loro sfruttamento in Europa, hanno più in comune con i Mapuche privati delle loro terre o con i lavoratori del Bangladesh, di quanto  possano avere con le fondazioni del capitalismo più o meno filantropico, con la sue reti di think tank  e di comunità epistemiche.
Per concludere, un’ultima precisazione che forse può essere utile a meglio chiarire la nostra posizione, ovviamente nel pieno e sacrosanto rispetto reciproco dei rispettivi percorsi. Tra gli obiettivi della Fondazione, oltre che nel suo stesso nome, compare il rifiuto dell’odio. Meritoria e difficilmente criticabile aspirazione, beninteso. Ma Le possiamo assicurare che in un bilancio di tanti anni di tragica e criminale “gestione” migratoria, difficilmente sarebbe possibile imputare alcune delle responsabilità politiche più evidenti a qualsivoglia sentimento di odio. Siamo infatti di fronte ad un dispositivo politico-economico lucido e pianificato, che una volta avviato gode di una inerzia e di una cogenza tali da rendere del tutto ininfluenti le convinzioni o le emozioni di quanti entrano a farvi parte. Solo un’alternativa politica può spezzare quell’inerzia, non certo un sentimento.
Il mondo potrebbe anche trabocccare d’amore, ma in presenza di dispositivi quali quelli che generano, gestiscono e capitalizzano le migrazioni, nulla verrebbe a modificarsi.
Del resto la rappresentazione main stream tracima di buoni sentimenti, di amore, di umanitaristico sdegno e  di commozione riguardo a quegli stessi migranti che, se non muoiono salvandosi così dalla macina dei buoni sentimenti post mortem, devono solo finire nel tritacarne oggettivo dello sfruttamento. Intendiamo dire che il rifiuto dell’odio, le professioni di amore e di umanitario imperativo morale, costituiscono già ora uno degli assi portanti del “discorso” e della rappresentazione dominanti del fenomeno. Assi che definiscono qualcosa di non molto diverso dal “fardello dell’uomo bianco” di kiplinghiana memoria.
Insomma sulle reali sorgenti delle attuali forme di “gestione” delle migrazioni, l’odio e la discriminazione c’entrano tanto quanto possono entrarci
nei dispositivi di sfruttamento della manodopera esternalizzata di una multinazionale come Benetton o come tante altre. Cioè praticamente nulla.
Ringraziandola per il Suo interessamento e per la cortese proposta La salutiamo cordialmente


qui il sito del museo

qui il sito di Askavusa

giovedì 3 marzo 2016

T'insegneranno a non splendere. E tu splendi, invece. Pier Paolo Pasolini - Claudia Pepe


Cara piccola, grande persona che ti porti in grembo una vita che non hai deciso e non hai voluto, che stipato in navi carcassa e gommoni saturi di nafta e dolore, hai lasciato la tua terra cavalcando onde alte dieci metri, scappando alla morte, scappando da un’infanzia mai vissuta, scappando da giochi di bambini, dal profumo dei tuoi antichi sapori, piccola grande persona pensavano di non insegnarti a splendere. Ma tu splendi più di quelle stelle che incorniciavano la tua finestra imbrattata da mani che non conoscono la pietà e l’umanità. Sei partito scappando, aggrappato a delle mani che cercavano di chiudere i tuoi occhi per far tacere le tue lacrime. Sei salpato, ma non sapevi se saresti mai arrivato, hai visto donne partorire, pregare, e cantare ninna nanne. Hai visto spingere in un mare impastato di sangue, persone come te, solo  non resistenti come te. Tu hai lasciato correre tutto ciò che ti arrivava addosso, il marcio di chi si nutre di sabbia e polvere da sparo, il livore di chi non sa amare. Hai respirato e sei vissuto. Sei sbarcato in un lembo di terra dove ti hanno accolto senza paura, dove l’inclusione non è una parola scritta e poco diffusa, ti hanno accolto senza umiliarti. Ti hanno chiesto i tuoi sogni e tu hai detto:”Voglio essere come voi”. Ti hanno aiutato a conoscere i tuoi diritti e cosa ti aspetterà, anche se sei senza soldi, documenti, ma solo con tanta speranza e attesa. Ti hanno spiegato che l'istruzione è lo strumento più potente che hai per il tuo futuro. È un tuo diritto, piccola grande persona. E tu, che la Scuola la vivevi con la paura delle pene corporali, pene praticate sui bambini a cui non volevano insegnare a splendere, apri quegli occhi da bambino dove tutto può accadere. Tu non sei diventato famoso per essere morto su una spiaggia e immortalato dai fotografi di tutto il mondo. Nessuno si commuove per te, non sei stato caricato con i manganelli, tu ce l’hai fatta a non morire. Anche se non sei ancora nato. Incroci sguardi di ragazzi, di uomini e donne, persone che si trovano a vivere la vera esperienza della condivisione, della fratellanza, rappresentanti di un ponte di solidarietà che può avvenire solo in quel puntino quasi invisibile sulla carta geografica. Loro, i lampedusani, testimoni di un cambiamento storico, abitanti del centro del nuovo mondo, testimoni degli errori di un’umanità che sta esplodendo. Penso ai nostri studenti, alle famiglie che annusano i diversi, i contrasti, chi ha un cromosoma in più, quelli che non chiamano per nome le persone, ma per la loro sindrome, e poi penso ai ragazzi che vivono insieme e attorno a voi. Per loro, gli studenti e tutti quanti, avere carità e amore non è un atto di speranza, ma la vita di ogni giorno. Una vita qualunque che splende senza che nessuno se ne curi, come se non ci dovesse essere un domani ma un lungo presente da vivere nel rispetto della tua fame, delle tue paure, e della tua cultura. Ma forse la gente di mare è così,  sempre pronti ad aiutare, da sempre abituati alla povertà, alla notte dove si annidano dolci anime, ai canti di sirene, raccogliendo frutti di mare e anime perdute. Proprio lì nel centro del mondo c’è una grotta dove la storia dice come cristiani e musulmani compissero dandosi i turni, i loro riti religiosi nel totale rispetto reciproco. E improvvisamente vedi una donna che si leva le scarpe per proteggere i tuoi piedi bagnati e scalzi, non riesci a ringraziare, ma le poni i tuoi occhi nelle sue mani. Un’umanità troppo grande da essere contenuta in un’isola così piccola e così immensa nella sua com-passione, un’isola così lontana da una piccola Italia dove i diritti umani devono essere approvati per legge ridotti a  brandelli  dal potere. Sei arrivato insieme a mille e mille stelle come te, quasi cinque volte di più di quelle persone che osservando il mare non vedono più stelle cadenti, ma sogni da realizzare. Adesso, piccola grande persona, comincia una nuova vita, un nuovo inizio, una nuova salita, un nuovo cammino. Riprendi le tue tracce proprio da Lampedusa, da dove passa la Storia, e mantieni la tua memoria, non fartela portare via da chi non ama la tua libertà. E ricordati le parole di un’insegnante che delle stelle come te ne ha fatto la sua vita: se ami  la scuola, ti insegnerà la libertà di pensiero, di critica e di scelta. Devi diventare una persona che non delega la sua vita ad altri, ma devi partecipare al progetto più importante che è la tua vita. Ed è nella Scuola pubblica che la democrazia vince accogliendo tutte le voci e ne garantisce i diritti. Il mondo che ti verrà incontro nascerà da quelle mura dove imparerai il tuo nome e la tua coscienza. Devi esserne fiero. E ricordati: non ti vorranno fare splendere. E tu splendi, invece.

mercoledì 1 gennaio 2014

Lettere di chi arriva (vivo o morto)

certe volte bastano poche parole per capire tante cose – franz

Il 28 luglio 1999 Yaguine Koïta, 15 anni, e Fodé Tounkara, 14 anni, hanno viaggiato da Conakry, la capitale della Guinea, a Bruxelles, nascosti nel vano del carrello di atterraggio di un Airbus A 330-300 della compagnia belga Sabena.
Vestiti con diverse paia di pantaloni infilati l’uno sull’altro, maglioni, giacche e cappelli, ma con dei semplici sandali ai piedi, sono scivolati sotto l’ala, nel piccolo vano delle ruote. Il viaggio si è concluso tragicamente: Yaguine e Fodé sono morti. Di freddo, sicuramente: all’altitudine di crociera di un aereo, la temperatura oscilla tra i -50 e i -55 gradi. O forse di anossia, e cioè a causa del calo di ossigeno distribuito dal sangue nei tessuti, provocato dall’assenza di pressurizzazione in questa parte dell’apparecchio. I corpi sono stati ritrovati all’aeroporto di Bruxelles solo qualche giorno dopo. Oggi di loro resta solo una lettera, custodita nella tasca di uno dei due ragazzi, indirizzata alle “loro eccellenze i signori membri e responsabili dell’Europa”.

Questo è il testo della lettera scritta da Yaguine e Fodé:
Loro eccellenze i signori membri e responsabili dell’Europa. Abbiamo l’onorevole piacere e la grande fiducia di scrivervi questa lettera per parlarvi dello scopo del nostro viaggio e della sofferenza di noi bambini e giovani dell’Africa. Ma prima di tutto, vi presentiamo i nostri saluti più squisiti, adorabili e rispettosi. A tale fine, siate il nostro sostegno e il nostro aiuto, siatelo per noi in Africa, voi ai quali bisogna chiedere soccorso: ve ne supplichiamo per l’amore del vostro bel continente, per il vostro sentimento verso i vostri popoli, le vostre famiglie e soprattutto per l’amore per i vostri figli che voi amate come la vita. Inoltre per l’amore e la timidezza del nostro creatore “Dio” onnipotente che vi ha dato tutte le buone esperienze, la ricchezza e il potere per costruire e organizzare bene il vostro continente e farlo diventare il più bello e ammirevole tra gli altri. Signori membri e responsabili dell’Europa, è alla vostra solidarietà e alla vostra gentilezza che noi gridiamo aiuto in Africa. Aiutateci, soffriamo enormemente in Africa, aiutateci, abbiamo dei problemi e i bambini non hanno diritti. Al livello dei problemi, abbiamo: la guerra, la malattia, il cibo, eccetera. Quanto ai diritti dei bambini, in Africa, e soprattutto in Guinea, abbiamo molte scuole ma una grande mancanza di istruzione e d’insegnamento, salvo nelle scuole private dove si può avere una buona istruzione e un buon insegnamento, ma ci vogliono molti soldi, e i nostri genitori sono poveri, in media ci danno da mangiare. E poi non abbiamo scuole di sport come il calcio, il basket, il tennis, eccetera. Dunque in questo caso noi africani, e soprattutto noi bambini e giovani africani, vi chiediamo di fare una grande organizzazione utile per l’Africa perché progredisca. Dunque se vedete che ci sacrifichiamo e rischiamo la vita, è perché soffriamo troppo in Africa e abbiamo bisogno di voi per lottare contro la povertà e mettere fine alla guerra in Africa. Ciò nonostante noi vogliamo studiare, e noi vi chiediamo di aiutarci a studiare per essere come voi in Africa. Infine: vi supplichiamo di scusarci moltissimo di avere osato scrivervi questa lettera in quanto voi siete degli adulti a cui noi dobbiamo molto rispetto. E non dimenticate che è con voi che noi dobbiamo lamentare la debolezza della nostra forza in Africa.
Scritto da due bambini guineani. Yaguine Koïta e Fodé Tounkara.
da qui

C’è Zerit, biologo marino eritreo di 28 anni, che in mare ha perso suo fratello e c’è Costantino, che con la sua barchetta “Nika” ha salvato 11 disperati e c’è pure Vito, che ne ha tirati su finché la sua barca ha iniziato a ondeggiare e ora i profughi lo chiamano papà. Ci sono i sopravvissuti e i soccorritori, gli africani e gli isolani, uniti dal ricordo di quel nero 3 ottobre, quando quasi quattrocento persone, tra uomini, donne e bambini, sono rimaste inghiottite dalle acque di Lampedusa. E ci sono le loro lettere, il loro pizzini digitali affidati ora alla rete, per dire: «Non provate mai a dimenticarci»…
QUI i pizzini di Sciabica


Sono un ragazzo di 19 anni, nato in Romania, italiano per legge solo dal 2012. Dopo la strage di Lampedusa, costata la vita a centinaia di uomini, donne e bambini, è stato osservato un minuto di silenzio in tutte le scuole. Ho voluto osservare quel minuto di silenzio pensando alle ragioni che hanno portato queste persone a rischiare – e a perdere – la vita per venire in un paese che, diciamocelo, sta andando a rotoli. Anche i miei genitori hanno rischiato venendo qui: certo, non hanno rischiato la vita, ma hanno rischiato, perché hanno lasciato i loro figli con i nonni e sono venuti qui solo per darci il meglio. Sono venuti senza avere un lavoro sicuro, armati solo di speranza. Quella speranza oggi è realtà: ora abitiamo qui, tutti insieme, conducendo una vita più che normale a Roncaglia.
Credo che i morti di Lampedusa desiderassero “solo” questo. Gli immigrati vengono in Italia perché credono nel nostro Paese mentre noi, che siamo qui, non abbiamo nemmeno più un briciolo di speranza. Vorrei tanto che i miei coetanei si immedesimassero in quelle persone che si sono salvate, vorrei che vedessero con i loro occhi. Certi commenti – sentiti di persona, o letti sui social network – mi hanno atterrito. Come si sentirebbero i miei coetanei se altri dicessero di loro: «Sono morti in troppo pochi», o «Così imparano a stare a casa loro» o, ancora, «Gli servirebbe di peggio»?…