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martedì 3 novembre 2020

c'era una volta il teatro Dubrovka

 

Cosa resta della crisi del teatro Dubrovka - Graziano Graziani 


Mosca è, tra le altre cose, una città dei teatri. Alcuni dei quali con una mitologia ampia e precisa, incastonati indelebilmente nell’immaginario mondiale, come il Bol’šoj o come il Teatro d’arte di Mosca, fondato nel 1898 da Stanislavskij e subito divenuto epicentro di una delle più importanti pagine artistiche dell’arte scenica. In tempi più recenti, tuttavia, lo spazio teatrale che maggiormente ha segnato l’immaginario internazionale ha purtroppo poco a che vedere con l’arte in senso stretto, perché si tratta del luogo di uno dei peggiori attentati avvenuti nella capitale russa: il teatro Dubrovka.

La crisi del teatro Dubrovka cominciò la sera del 23 ottobre del 2002, quando un gruppo di separatisti ceceni prese in ostaggio gli 850 spettatori in sala quella sera, facendo irruzione tra il primo e il secondo atto dello spettacolo. L’azione, che nell’intento del commando doveva servire a ottenere il ritiro immediato e senza condizioni delle truppe russe dalla Cecenia, martoriata dalle devastazioni del secondo conflitto che vedeva la superpotenza e la piccola repubblica caucasica fronteggiarsi nuovamente, si caratterizzò da subito come un’azione disperata e venne seguita con apprensione dalle televisioni di tutto il mondo. Il sequestro si concluse tre giorni più tardi, il 26 ottobre, in seguito all’intervento delle forze speciali russe e registrando un bilancio pesantissimo: centosettanta morti, per la precisione centotrentuno ostaggi e trentanove miliziani, ai quali vanno aggiunti le settecento persone rimaste ferite in modo più o meno grave, principalmente a causa del gas utilizzato dalle forze speciali.

La crisi del teatro Dubrovka segna, sul fronte orientale, l’abbraccio tra terrorismo e spettacolarità che aveva aperto il nuovo secolo – l’attentato alle Torri Gemelle, a New York, è di soli tredici mesi prima. È singolare, da questo punto di vista, che sia avvenuto proprio in una sala teatrale, e cioè in una dimensione nella quale è possibile immaginare sé stessi con estrema facilità e in modo più puntuale di quanto sia possibile nei non-luoghi affollati (metropolitane, treni, aeroporti, centri commerciali) ma di passaggio fugace, in cui si colloca, solitamente, la possibilità più o meno remota del rischio di finire vittima di un attentato. Nella sala teatrale si è compiutamente spettatori del gesto terroristico che si definisce come gesto spettacolare, ed è per questo motivo che il sequestro avvenuto al Drubrovka si è da subito fissato nell’immaginario collettivo in modo potente. E questo nonostante si sia trattato di un evento assai meno visibile – perché avvenuto al chiuso – dell’11 settembre, e certamente molto meno “disastroso”, non soltanto perché ha coinvolto un numero di persone più contenuto, ma soprattutto perché, in un certo senso, era stato concepito secondo una modalità ancora novecentesca, e cioè attraverso l’organizzazione di un sequestro finalizzato a una trattativa.

La crisi del Dubrovka, tuttavia, si verificò in uno dei picchi di massima tensione tra ceceni e russi, un momento in cui gli animi erano fortemente esasperati e ben oltre il limite della sopportazione. Si spiegano forse così alcuni episodi difficili da inquadrare, come l’irruzione all’interno del teatro di Olga Romanova, la prima vittima di questa crisi. Olga, una ragazza di venticinque anni, verso l’una e mezzo di notte riuscì in qualche modo a superare il cordone della polizia e a entrare nel teatro, raggiungendo l’area dove erano tenuti gli ostaggi. Una volta dentro si mise a urlare, nel tentativo di incitare i sequestrati a ribellarsi ai sequestratori, ma fu raggiunta da un miliziano ceceno che, scambiandola per una spia, la uccise sul colpo. Fu la prima vittima della crisi, una crisi che si stava delineando come il peggior attacco terroristico della crisi russo-cecena (fu superato solo nel 2004 dalla strage di Beslan, che però avvenne ben più lontano, in un paese dell’Ossezia del nord, anziché nel cuore di Mosca).

La crisi del Dubrovka si verificò in uno dei picchi di massima tensione tra ceceni e russi, un momento in cui gli animi erano fortemente esasperati e ben oltre il limite della sopportazione.

Cosa resta oggi di quell’evento? A dire il vero ben poco. Di fronte al luogo dove si consumò la strage è stato eretto un monumento, mentre un memoriale dedicato alle vittime è stato realizzato sulla parete dell’edificio. Nonostante la realizzazione sia stata abbastanza celere (furono realizzati già nel 2003) e l’obiettivo sia esplicitamente quello della commemorazione di un fatto luttuoso, il monumento alla vittime del terrorismo sembra incarnare piuttosto un esempio perfetto di rimozione. Il che è per certi versi straordinario perché Mosca, oltre ad essere una città dei teatri, è anche tra le città europee che continua a descriversi attraverso i monumenti. È una delle caratteristiche che la rendono una città particolarmente scenografica, anche perché, a differenza della Londra vittoriana e della Parigi haussmaniana, la simbologia comunista rimanda a un passato molto più vicino e presente nel nostro immaginario.

Il brutalismo sovietico, le statue e busti di Lenin e degli altri eroi del socialismo che continuano a osservare con sguardo severo lo scorrere della vita nella Russia postsovietica, le costruzioni monumentali e celebrative del parco VDNKh e del Museo della Cosmonautica, così come le fermate della metropolitana che sono di indubbio fascino; tutto questo e altro ancora contribuisce a fare di Mosca una città scenografica, non necessariamente congelata nel passato anche se intrisa dei suoi simboli. Un’attività celebrativa che non si è fermata neppure in epoca recente, rivolgendo però l’attenzione al mondo artistico, in parte per tributare il giusto riconoscimento ai giganti della letteratura russa – come la statua di Dostoevskij posta di fronte all’ingresso della biblioteca Lenin nel 1997 –; in parte per officiare gesti riparatori delle persecuzioni del passato – come la targa corredata di bassorilievo dedicata al premio nobel Solženicyn nel 2017, affissa sul palazzo dove abitava nel 1974, quando fu arrestato e mandato in esilio –; e in parte anche per strizzare l’occhio al turismo internazionale, – come nel caso delle divertenti statue dedicate a Fagotto e Behemot, due dei personaggi luciferini de “Il Maestro e Margherita”, che campeggiano davanti alla casa-museo dedicata al geniale scrittore russo, aperta nel 2007.

Raggiungere il teatro Dubrovka non è facilissimo, perché non è semplice trovare notizie sulla sua ubicazione. Non si tratta di un teatro importante del centro storico, ma di una grande sala commerciale situata in un quartiere del distretto sud-orientale di Mosca, non proprio in periferia ma nemmeno in centro. Se si prova a chiedere informazioni in giro è facile cadere in un fraintendimento: quella che noi, in Italia, chiamiamo “Crisi del teatro Dubrovka”, in Russia è conosciuta come “il sequestro di Nord-Ost”, o semplicemente Nord-Ost, dal nome del musical che stava andando in scena quel giorno.

Sotto il monumento commemorativo, scarno e funebre, c’è un blocco di granito dove è scolpita una frase: “in memoria delle vittime del terrorismo”. Nient’altro. Di quale terrorismo, di quale storia si tratti, non c’è traccia.

Il teatro non è geolocalizzato su Google maps, e nonostante sia perfettamente raggiungibile dalla via Dubrovskaja, che gli dà il nome, è invece adiacente alla via Mel’nikova, che la incrocia. Quando mi ritrovo a fare un giro della città (qualche tempo prima della pandemia scatenata di COVID-19), riesco a ricavare l’indirizzo da un articolo dell’epoca di un quotidiano internazionale, che la riporta. Per raggiungere il teatro scendo alla fermata Proletarskaja e procedo a piedi verso sud; il teatro si trova all’incirca a metà tra quella fermata degli anni sessanta e la fermata omonima Dubrovka, più recente e situata più a sud. Dopo una breve camminata, sulla sinistra, compare il monumento, una stele in cemento piuttosto spoglia, sormontata da tre cicogne che spiccano il volo scolpite in metallo. Sotto la stele, scarna e funebre, c’è un blocco di granito dove è scolpita una frase in russo, che recita semplicemente: “in memoria delle vittime del terrorismo”. Nient’altro. Di quale terrorismo, di quale storia si tratti, non c’è traccia. Il monumento colpisce per la sua essenzialità, per la sua nettezza che si traduce in una formula elusiva. Non si parla della guerra con la Cecenia, soprattutto non si parla delle responsabilità delle autorità russe nella gestione della crisi.

Delle morti scaturite dalla crisi del teatro Dubrovka quelle direttamente uccise dai terroristi ceceni si contano sulle dita di una mano, tutte le altre sono connesse all’utilizzo del gas da parte delle teste di cuoio che, contrariamente a quanto sperato (doveva servire ad addormentare i sequestratori), provocò una strage. Il monumento, genericamente dedicato alle vittime del terrorismo, sembra voler creare uno spartiacque netto e indiscutibile tra il male – il terrorismo – e il bene – e cioè noi, o la società russa, la gente, il resto del mondo. Un discorso in linea con le retoriche occidentali, riportato alla realtà russa. Ma per fare questo finisce per rimuovere la storia che dovrebbe raccontare. L’esatto opposto di quanto tentò di fare in un articolo che raccontava la crisi del 2002 Anna Politkovskaja, che fu tra i protagonisti di quei drammatici giorni.

Nota per essere una delle voci più critiche nei confronti del governo russo soprattutto per quanto riguardava il conflitto con la Cecenia, la giornalista della Novaya Gazeta – che solo quattro anni più tardi verrà uccisa nell’androne del suo palazzo da un sicario – fu la protagonista di un tentativo di mediazione che racconterà sul suo giornale una settimana dopo la conclusione della crisi. Anna Politkovskaja, in quell’articolo intitolato “Buio in sala”, racconta del dialogo intavolato con il commando ceceno, per cercare di far liberare almeno i bambini presi in ostaggio. Abu Bakar, uno dei leader del commando ceceno assieme a Movsar Barayev, risponde seccamente alla richiesta della giornalista spiegando che tra gli ostaggi non ci sono bambini. O meglio, di non considerarli tali. “Nei rastrellamenti prendete i nostri bambini quando hanno dodici anni, e noi qui ci terremo i vostri” è il ragionamento di Abu Bakar. “Per vendicarvi?”, chiede Politkovskaja. “Per farvi capire cosa si prova”, risponde lui.  (L’atto terroristico, nella logica del commando, serve a “mettere in scena” nel cuore di Mosca ciò che i ceceni provano quotidianamente a casa loro. Quello che i separatisti ceceni vogliono scatenare è un effetto di “transfert”, un’immedesimazione radicale, che renda evidenti ai russi il dolore del popolo ceceno, del “nemico”, di quella alterità totale alla quale, in quanto alterirà, non è riconosciuto uno statuto di umanità, e di sofferenza, pari al nostro). Lungi dal voler giustificare la logica agghiacciante del miliziano ceceno, Anna Politkovskaja conclude però il suo articolo appellandosi al buon senso, riflettendo sulla reciprocità dei gesti di violenza che finiscono per trascinare in un gorgo infinito tanto i civili russi quanto quelli ceceni: “Più aumentano la violenza, il sangue, le vittime, i sequestri e le umiliazioni, più si moltiplicano quelli che vogliono vendicarsi, nonostante tutto e malgrado tutto. E più arrivano nuove reclute nell’esercito di chi vuole morire vendicandosi”. Le scelte di Vladimir Putin, orientate invece a una spietata logica militare, le daranno drammaticamente ragione.

Le scelte di Vladimir Putin, orientate a una spietata logica militare, daranno drammaticamente ragione alle paure espresse da Anna Politkovskaja.

Accanto al monumento alle vittime del terrorismo (che come tale è riportato anche sulle mappe, senza specificazioni aggiunte) sorge una piccola chiesa ortodossa dedicata ai santi Cirillo e Metodio. Anche se lo stile architettonico è tradizionale, la chiesa è in realtà piuttosto recente: è stata costruita come forma di commemorazione religiosa per quanto accaduto al teatro Dubrovka. La consacrazione, avvenuta il 26 ottobre del 2012, a dieci anni esatti dal giorno del tragico esito del sequestro, si è tenuta alla presenza di circa duecento parenti delle vittime, che ogni anno si danno convegno nel piazzale antistante il teatro per commemorare i loro morti. In quell’occasione 130 palloncini bianchi, uno per ognuno degli ostaggi morti, sono stati liberati in aria. Un anniversario avvenuto, come sempre, nella totale indifferenza delle autorità russe. Vladimir Putin e Dmitri Medvedev, durante le rispettive presidenze, non hanno mai presenziato alle commemorazioni dei parenti delle vittime, né tantomeno hanno invitato rappresentati o messaggi di cordoglio.

Il silenzio delle autorità finisce per rimbalzare sulle vittime (generiche) del terrorismo, tanto più per il fatto che la causa della morte, in realtà, va imputata alla miscela di gas utilizzato dai reparti speciali russi. Uno dei militari responsabili dell’azione, qualche anno dopo, rilasciò un’intervista in cui spiegò che, con i mezzi di allora, quella era l’unica possibilità per cercare di salvare almeno una parte degli ostaggi. Una spiegazione che non convince i parenti delle vittime e i sopravvissuti (i feriti furono più di settecento), che ogni anno si danno convegno il 26 ottobre per ricordare i loro morti, leggendo uno a uno i loro nomi. Nomi che sono riportati su un bassorilievo realizzato sulla parete esterna del teatro, terzo angolo all’interno del piazzale dedicato alla memoria di quanto accaduto, l’unico che riporta un elemento concreto. È anche l’unico luogo che lascia tracimare le emozioni e il lutto, dove è facile trovare ancora oggi, a diciotto anni di distanza, luci perpetue e persino dei peluche, per ricordare i morti più giovani.

I parenti delle vittime, riunitisi nell’associazione Nord-Ost, criticheranno aspramente le autorità russe per l’utilizzo del gas e per la gestione caotica dei soccorsi. Nel 2011 la Corte europea per i diritti dell’uomo darà loro ragione, affermando che anche se la Russia ha legittimamente utilizzato la forza per risolvere la crisi, non ha però predisposto un adeguato piano di soccorso per le vittime degli effetti collaterali dovuti all’utilizzo del gas soporifero. Anzi, sembra che nel momento in cui i medici, cercando di prestare soccorso, chiesero di capire quale fosse la composizione del gas utilizzato, le autorità si rifiutarono categoricamente di rispondere, trincerandosi dietro il segreto di stato. Le prime dichiarazioni di Putin, all’indomani della strage, ipotizzavano che la morte degli ostaggi fosse dovuta a patologie pregresse. Per anni il governo russo ha rifiutato di rendere nota la composizione del gas, anche se a un certo punto si cominciò a parlare di un oppioide particolarmente potente, di origine sintetica, noto come Fentanyl. Si tratta dello stesso tipo di molecola – per proseguire nel solco dell’intreccio simbolico, per quanto causale, tra l’attentato terroristico del Dubrovka e la società dello spettacolo – che ha ucciso popstar come Prince e Michael Jackson.

Il “terrorismo come una delle belle arti” è una provocazione che campeggia sul titolo di un libro di “storiette” (riflessioni a metà tra la prosa e il saggio) scritte da Mario Perniola qualche anno fa. Anche se in quel caso la riflessione riguarda maggiormente il terrorismo novecentesco, generalmente di sinistra, la provocazione della frase intercetta l’intreccio scandaloso tra società dello spettacolo e atto terroristico, dove – che ci si trovi difronte all’effetto studiato, come per le torri gemelle, o all’effetto collaterale di un’azione studiata, come quella del Dubrovka, per suscitare la maggiore identificazione e la maggiore angoscia possibile (voi prendete i nostri bambini, noi facciamo lo stesso con i vostri) – la frattura maggiore che si verifica non ha a che fare soltanto con i corpi delle vittime e con le ripercussioni politiche, ma ha a che vedere con l’immaginario. La controversa frase di Karlheinz Stockhausen sugli attentati dell’11 settembre, che andrebbero considerati “la più grande opera d’arte mai esistita” (non si trattava di una considerazione compiaciuta, come ebbe a precisare il compositore tedesco, che accusò la stampa di averla estrapolata dal contesto) a suo modo rivelava uno scomodo cortocircuito dell’immaginario collettivo.

Il “terrorismo come una delle belle arti” è il titolo provocatorio di un libro di Mario Perniola che intercetta l’intreccio scandaloso tra società dello spettacolo e atto terroristico.

Se l’arte deve necessariamente sconvolgere, deflagrare, cambiare radicalmente la vita dello spettatore, certamente tali prerogative sembrano sempre più appannaggio – più che dell’arte, oggi sempre meno incisiva – dell’ansia distruttiva del terrorismo, maniacalmente attento all’effetto mediatico, a quanto cioè è in grado di imprimere nelle menti prima ancora che sui corpi o sugli oggetti che distrugge (una lezione raccolta da Isis, organizzazione produttrice di immagini raccapriccianti perfettamente postprodotte, pronta a distruggere beni inestimabili come i reperti di Palmira pur di creare una ferita nell’immaginario collettivo). È allo stesso tempo un equivoco e un paradosso. Il bello e l’abietto si scambiano di posto, scrive Attilio Scarpellini nel 2009 parafrasando Slavoj Žižek in un illuminante saggio intitolato L’angelo rovesciato, in cui indaga la “scomparsa della realtà” proprio a partire dal terrorismo. Nella società dello spettacolo, dove i confini tra verità e rappresentazione della verità sfumano irrimediabilmente, l’iconolatra e l’iconoclasta parlano la stessa lingua.

Fin dai primi minuti dopo il tragico esito del blitz delle teste di cuoio, prevale il tentativo di “mettere in scena” una versione dei fatti, prima ancora di capire cosa sia davvero successo. Il cadavere di Barayev, militante musulmano, viene ripreso dalle televisioni con una bottiglia di cognac in mano, immagine che qualcuno ipotizzerà essere frutto di manipolazione. D’altronde anche le cinture esplosive che i ceceni indossano si riveleranno essere, in qualche caso, fasulle. La rappresentazione conta più della realtà. Un’altra delle immagini che farà il giro del mondo è quella delle miliziane cecene morte, sedute nelle poltrone del teatro, con la testa riversa all’indietro e le cinture esplosive ancora allacciate. C’erano molte donne nel commando che fece irruzione nel teatro Dubrovka. Le cosiddette “vedove nere”, o “shahidki”, erano forse l’incarnazione più dura della cattiva coscienza dell’esercito russo: donne che avevano perso mariti e figli nel conflitto russo-ceceno e che erano disposte a immolarsi pur di ottenere vendetta. Eppure, nonostante il pugno duro di Putin nella gestione della crisi abbia suscitato molte critiche, alla conta dei fatti il presidente russo riuscì a trarre vantaggio dalla situazione. Una volta tracciata la linea della lotta al terrore, le violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito russo, fino ad allora criticate dalla comunità internazionale, di colpo si trasformano in misure accettabili. Se da un lato c’è il terrorismo, il peggiore di tutti i mali contemporanei, dall’altra parte si situano i difensori della civiltà, le sfumature non sono contemplate. Le vittime del terrorismo (meglio se generiche, spogliate della complessità dei fatti) tracciano il solco che non si può valicare.

La realtà e la rappresentazione entrano – e in futuro entreranno sempre di più – in un cortocircuito paradossale. A raccontarlo in forma letteraria è un libro che non c’entra nulla con la questione russo-cecena, anche se, paradossalmente, è ambientato alle pendici del Caucaso ed esce proprio nello stesso anno in cui si verifica la crisi del teatro Dubrovka, nel 2002. La vicenda che è al centro di Neve (Einaudi, 2004), romanzo del premio Nobel turco Orhan Pamuk, si svolge a Kars, una cittadina turca che si trova al confine con l’Armenia, dove si consuma uno scontro tra militanti islamisti e militari kemalisti, attorno alla rappresentazione di un testo degli anni Venti di ispirazione laica, dove una donna brucia il velo islamico come segno di indipendenza. Nella finzione letteraria l’atto teatrale cessa di essere simbolico e diventa reale, non solo perché una rappresentazione – quindi in buona sostanza una finzione – scatena le ire dei fondamentalisti religiosi, ma anche perché una vera morte avvenuta sul palco finirà per essere creduta un atto di finzione. Nel gioco di specchi creato da Pamuk se il fondamentalista prende il discorso simbolico in modo letterale, il laico finisce per non credere che dietro questo comportamento possa celarsi non solo e non tanto l’ottusità, quanto anche una concreta alterità. A un certo punto del libro uno dei personaggi lo dice in modo esplicito, parlando di letteratura, in merito a come gli occidentali guardano gli artisti islamici: “Ogni volta che loro scrivono poesie o cantano canzoni, parlano a nome di tutta l’umanità. Loro sono uomini, noi invece siamo soltanto musulmani. Se siamo noi a scrivere poesie, diventano automaticamente poesie etniche.”

La realtà e la rappresentazione entrano – e in futuro entreranno sempre di più – in un cortocircuito paradossale, come aveva già raccontato Orhan Pamuk in “Neve”.

Se le piccole coincidenze che legano la storia raccontata da Pamuk alla tragedia moscovita sono, tutto sommato, casuali, di certo il meccanismo di disconoscimento dell’altro accomuna le due vicende, una vera e l’altra finta. Nella crisi del Teatro Dubrovka lo scontro tra simbolico e reale è così potente che l’arte cercherà di appropriarsi di questa storia. Ma cercare di ricreare a teatro un cortocircuito tra realtà e rappresentazione avvenuto nella realtà è un atto destinato al fallimento, perché la realtà, nella società dello spettacolo, si è spinta talmente oltre sul piano della provocazione che il realismo, trascinato sul palcoscenico, risulta caricaturale e posticcio. È quello che accade nel 2008, ad esempio, nell’allestimento del Boris Gudunov della compagnia catalana La Fura dels Baus, che fa piombare in sala nel bel mezzo della rappresentazione un gruppo di terroristi/attori armati fino ai denti che rievoca le scene drammatiche avvenute sei anni prima a Mosca. Divenendo finalmente “visibile”, quel cortocircuito, avvenuto davvero nel buio di una sala teatrale, non funziona più. Non è credibile. La realtà, in fatto di violenza e spettacolarità, ha divorato tutto lo spazio della rappresentazione.

Torniamo, infine, al piazzale del teatro. L’ultimo elemento di cui si compone è quello in realtà più evidente di tutti, ma che circondato dalle sculture commemorative finisce paradossalmente per sparire. Si tratta del teatro stesso, anzi meglio, della sua facciata. Piuttosto anonima e spoglia, la facciata dell’edificio sembra più adatta a un centro congressi che a un teatro vero e proprio. In effetti la sala, piuttosto grande, è sede di progetti di tipo commerciale che la affittano per la sua capienza. Così fu anche nel caso del musical “Nord-Ost”, che all’epoca era la più grande produzione mai realizzata in Russia, costata ben quattro milioni di dollari. Un colossal. Il musical si incentrava su una vicenda ambientata durante la seconda guerra mondiale, con dei militari russi come protagonisti. Il fatto che si trattasse di uno dei più grandi eventi spettacolari della Russia post-sovietica attirò moltissime persone. Dopo il sequestro lo spettacolo continuò, anche se dopo alcuni mesi chiuse i battenti, perché la paura di possibili attentati, o forse il ricordo troppo doloroso di quanto avvenuto, ridusse notevolmente l’afflusso del pubblico.

Quando passo davanti al teatro la facciata è completamente spoglia, non c’è nulla che faccia supporre che il teatro sia in attività, a parte una locandina davvero piccola, delle dimensioni di un foglio A4, che sembra reclamizzare uno spettacolo per ragazzi. La sala, d’altronde, ha una vocazione commerciale e alcuni giornali riportano che anche quando l’associazione delle vittime l’ha richiesta per le commemorazioni, hanno comunque dovuto espletare le pratiche burocratiche ed economiche che servono per organizzare una conferenza. L’immagine anonima del teatro sembra incarnare, sia pure accidentalmente, una sorta di congiura del silenzio per quanto riguarda questa storia. Come il memoriale spartano e anonimo, molto meno elaborato di quello dedicato alla strage di Beslan che sorge in via Solyanka, in una zona molto più centrale. Di ciò che accadde davvero nella gestione della crisi è meglio non parlare più. Quello che resta è una generica retorica contro il terrorismo, contro lo spauracchio del ventunesimo secolo, astratta come il memoriale che la incarna.

da qui

 

 

Buio in sala - Anna Politkovskaja


Il mio ruolo in questo dramma è cominciato il 25 ottobre, intorno alle due del pomeriggio. Alle 11.30 avevo parlato per la prima volta al cellulare con le persone che avevano catturato gli ostaggi. Alle 13.30 ero arrivata al centro operativo.

Un’altra mezz’ora era passata per definire la questione: qualche sconosciuto decideva qualcosa dietro porte che continuavano a sbattere. Finalmente mi hanno portato nella zona, dove c’era un cordone di camion. Mi hanno detto: “Va’, provaci. Magari ci riesci”. Con me è venuto il dottor Roshal. Ci siamo trascinati fino alle porte, non ricordo neppure come: avevamo paura. Tanta.

Entriamo nell’edificio. Gridiamo: “Ehi, c’è qualcuno?”. L’unica risposta è il silenzio. Sembra che in tutto il teatro non ci sia anima viva. Mi metto a gridare: “Sono la Politkovskaja! Sono la Politkovskaja!”. Comincio lentamente a salire la scala sulla destra – il dottore dice che sa dove andare. Anche nel foyer del primo piano c’è silenzio, buio e freddo. Non un’anima. Grido di nuovo: “Sono la Politkovskaja!”.

Finalmente da quello che era stato il bancone del bar emerge un uomo. Sul viso ha una maschera nera piuttosto sottile, i tratti del viso si distinguono perfettamente. Nei miei confronti non è aggressivo, ma il dottore gli sta antipatico. Perché? Non riesco a capirlo. Ma cerco comunque di placare gli animi che stanno per infiammarsi. “Allora dottore, vuoi fare carriera?”, insiste la “maschera”.

Questo dottore ha 70 anni, è un grande studioso, e ha già fatto tante cose importanti nella sua vita che per lui pensare alla carriera non ha senso: se l’è già costruita. Lo dico ad alta voce. Comincia un battibecco. È chiaro che bisogna “abbassare i toni”, altrimenti…

Un destino senza varianti

La maschera sottile si allontana nel buio del foyer e continua a borbottare: “Perché dici di aver curato i bambini ceceni, dottore?”. Ancora delle esclamazioni sgradevoli e confuse, e per questo mi limito a riportarne il senso generale: “Tu, dottore, parli in particolare dei bambini ceceni. Quindi i bambini ceceni per te non sono come gli altri. Noi ceceni non siamo persone?”. La solita storia. Mi intrometto, ma non per dovere, è solo che non lo sopporto più. Dico: “Tutti gli uomini sono uguali. Hanno la stessa pelle, le stesse ossa, lo stesso sangue”. Inaspettatamente questo concetto non troppo originale ha un effetto calmante.

Chiedo di sedermi sull’unica sedia del foyer, a cinque metri dal bancone del bar, perché le gambe mi cedono. Mi danno il permesso. Le suole delle scarpe scivolano su una melma rossastra. Osservo con prudenza perché ho paura di sembrare troppo curiosa ma ho ancora più paura di calpestare del sangue raggrumato. Però, grazie a Dio, forse è gelato alla frutta. Visto che non è sangue, i brividi si calmano. Aspettiamo una ventina di minuti: sono andati a chiamare il “capo”.

E intanto dall’alto, dalla balconata, ogni tanto si affacciano delle teste mascherate. Alcune maschere sono spesse e nascondono completamente i tratti del viso. Altre sono sottili come quelle del primo uomo che abbiamo incontrato, quello che stava dietro al bancone.

“Eri tu a Chotuni?”, chiedono le teste. “Sì”. Le “teste” sono soddisfatte. Chotuni (un villaggio nella regione di Vedeno) diventa il mio lasciapassare: era lei, possiamo parlarci.

“E lei di dov’è?”, chiedo a quello che sta dietro il bancone.

“Io sono di Tovzeni”, risponde. “Qui ce ne sono molti di Tovzeni e in generale della regione di Vedeno”.

Poi c’è qualche confuso segnale di una tragedia in corso: alcune maschere arrivano, altre se ne vanno – il tempo inghiottito dal nulla stringe il cuore con presentimenti assurdi. E il “capo” ancora non si vede. Magari adesso decidono di spararci.

La maschera

Finalmente arriva un uomo in tuta mimetica e con il viso completamente coperto, grosso, tarchiato e con lo stesso identico portamento dei nostri ufficiali dei reparti speciali, sempre attenti alla forma fisica. “Seguitemi”, dice. Le gambe non mi reggono, eppure mi muovo.

Ci ritroviamo in un locale sporco accanto al buffet saccheggiato. Dietro c’è un rubinetto d’acqua. Qualcuno cammina alle nostre spalle e mi volto; mi rendo conto di apparire nervosa, ma che ci posso fare? Eppure sembra che io sia una con una grande esperienza di rapporti con i terroristi in situazioni estreme… È il “capo” in persona a restituirmi l’uso della ragione. “Non dovete guardare dietro! Parlate con me, perciò guardate me”.

“Chi è lei? Come si chiama?”, domando senza sperare troppo in una risposta.

“Bakar. Abubakar”.

La maschera se l’è già alzata sulla fronte. Il viso è aperto, largo, e ha un che di tipicamente militaresco. Sulle ginocchia ha un mitra. Solo alla fine del nostro colloquio se lo mette dietro la schiena e addirittura si scusa: “Ci sono così abituato che non me ne accorgo più. Ci dormo, ci mangio, è sempre con me”. Ma anche senza queste spiegazioni per me è chiarissimo: appartiene a quella generazione di ceceni che non hanno fatto altro che combattere per tutta la vita. “Quanti anni ha?”. “Ventinove”. “Ha combattuto in tutte e due le guerre?”. “Sì”. “Non si è rifugiato in Georgia?”. “No. Non mi sono allontanato dalla Cecenia”.

Esiste una nuova generazione di ceceni: Bakar è uno di quelli che negli ultimi dieci anni hanno conosciuto solo il mitra e le foreste, e prima hanno avuto appena il tempo di finire la scuola, e così, poco a poco, vivere nella foresta per loro è diventato l’unico modo di vivere possibile. Un destino senza varianti.

“Veniamo al dunque?”.

“D’accordo”.

“Innanzitutto i bambini più grandi. Bisogna liberarli, sono bambini”. È il primo problema che Sergej Jastrzhembskij, collaboratore del presidente russo, mi ha chiesto di affrontare con “loro”.

“Bambini? Qui non ci sono bambini. Nei rastrellamenti prendete i nostri bambini quando hanno dodici anni, e noi qui ci terremo i vostri”.

“Per vendicarvi?”.

“Per farvi capire cosa si prova”.

Sono tornata molte altre volte sui bambini, pregandoli di fare delle concessioni. Per esempio portargli del cibo. Ma le risposte sono sempre state categoriche. “Ai nostri bambini durante i rastrellamenti non danno da mangiare, devono resistere anche i vostri”.

Nel mio elenco c’erano cinque richieste: cibo per gli ostaggi, articoli di igiene personale per le donne, acqua, coperte. Anticipo i fatti: siamo riusciti a metterci d’accordo solo sull’acqua e i succhi di frutta. Nel senso che io li avrei portati, avrei gridato dal basso di averli con me e allora mi avrebbero lasciato passare.

“Mi farete entrare più di una volta? Non riuscirò a portare granché in una volta sola… C’è tantissima gente. Magari potreste far venire con me anche un uomo”. “Va bene”. “Potrei portare un nostro giornalista?”. “Sì, e anche qualcuno della Croce rossa”. “Grazie”.

Le richieste

Comincio a chiedere cosa vogliono. Ma politicamente Bakar è in difficoltà. Lui è “soltanto un soldato” e nient’altro. Spiega a lungo e confusamente a che serve questa azione, e si possono trovare quattro punti. Primo, Putin deve “dire una parola”: annunciare la fine della guerra. Secondo: entro ventiquattr’ore deve dimostrare che non sono solo parole, per esempio deve ritirare le truppe da una regione.

“Da quale regione? La vostra? Da Vedeno?”.

“Sei una spiona? Fai un interrogatorio proprio come una spiona. Basta, vattene!”.

Mi rendo conto che non posso andarmene, anche se mi piacerebbe moltissimo. Per questo pronuncio parole quasi di scusa – sono un’idiota, certo: “Vedete, dobbiamo sapere cosa volete. E dobbiamo saperlo con precisione. Altrimenti…”. Continuo a impuntarmi sulle parole. Il mio cervello si scontra con un problema superiore alle sue forze: cercare di salvare gli ostaggi, dato che hanno accettato di parlare con me, e allo stesso tempo non perdere la dignità. Ma purtroppo non riesco a venirne a capo. Sempre più spesso non so cosa dire, e blatero delle sciocchezze, purché Bakar non dica: “Basta!”, e io non debba andarmene a mani vuote, senza aver ottenuto niente. Così ci avviciniamo al terzo punto del “loro” piano.

Ma proprio allora Bakar riceve una telefonata sul cellulare da Boris Nemtsov. Questo telefono i combattenti l’hanno preso a uno degli ostaggi, un musicista dello spettacolo Nord-Ost, e ora lo usano per le loro conversazioni. Bakar, dopo aver parlato con Nemtsov, riceve una telefonata “da casa”, dalla regione di Vedeno, in Cecenia.

Guerra autonoma

Dopo il colloquio con Nemtsov Bakar comincia visibilmente a innervosirsi. In seguito mi avrebbe detto che Nemtsov lo prendeva in giro: il giorno prima aveva detto che la guerra in Cecenia poteva cessare, mentre oggi, il 25 ottobre, sono ripresi i rastrellamenti. Allora gli chiedo: “Voi a chi credereste? Chi può darvi la sua parola per confermare il ritiro delle truppe?”. Viene fuori che si fidano di lord Jadd (il capo dell’assemblea parlamentare del consiglio d’Europa).

Passiamo al “loro” terzo punto. È semplice: se saranno attuati i primi due, libereranno gli ostaggi. “E voi?”. “Resteremo a combattere. Accetteremo la lotta e moriremo in battaglia”. “Ma voi in realtà chi siete?”, chiedo, e mi spavento e penso, oddio, ho esagerato! “Un battaglione di esplorazione e diversione”. “Siete tutti qui?”. “No, solo una parte. Siamo stati selezionati per questa operazione. Hanno preso i migliori. Perciò anche se moriremo ci sarà sempre chi porterà avanti la nostra causa”. “Ubbidite a Maskhadov?”.

Noto un certo turbamento e poi di nuovo una grande irritazione. Le spiegazioni sconnesse possono ridursi alla formula: “Sì, Maskhadov è il nostro presidente, ma noi combattiamo per conto nostro”.

È la conferma dei peggiori timori: si tratta di uno dei reparti che in Cecenia fanno tutto da soli. Hanno una loro guerra autonoma, ed è assolutamente radicale. E se ne infischiano di Maskhadov: perché non è un estremista. Proseguo: “Eppure voi lo sapete, i colloqui di pace sono condotti da Iljas Akhmadov in America e da Akhmed Zakaev in Europa – i rappresentanti di Maskhadov. Magari volete mettervi in contatto con loro, oppure potrei chiamarli io. Non dovete fare altro”.

“E perché? A noi non piacciono. Conducono questi negoziati con lentezza perché non hanno nessuna fretta, e noi intanto moriamo nelle foreste. Ci hanno stufato”.

Nel “loro” piano non ci sono altri punti. Bakar aggiunge molte frasi forti: “Per un anno e mezzo le persone hanno chiesto di poter fare i kamikaze e di venire qui”. “Siamo venuti a morire”. Non dubito affatto che siano condannati e pronti a morire – e a portare con sé tutte le vite che vorranno.

Il cellulare squilla. Bakar ascolta e comincia a gridare: “Non telefonate più. Questo è un ufficio. Disturbate il mio lavoro”.

“Posso parlare con gli ostaggi?”. “È impossibile”. Ma dopo cinque minuti, dice a un “fratello” seduto proprio dietro di me: “Portali, va bene”.

Quello fa uscire dalla sala una ragazza bella e spaventatissima, Masha, che non riesce a spiccicare parola per il terrore e la debolezza – gli ostaggi non hanno mangiato niente. Bakar è irritato dal suo balbettio e ordina di portarla via. “Prendetene una un po’ più grande”. Mentre il “fratello” va nella sala e torna, Bakar mi spiega quanto sono nobili. Ci sono tante belle ragazze nelle loro mani – e Masha è veramente bellissima – ma non hanno alcun desiderio, tutte le loro forze sono assorbite dalla lotta per la liberazione della loro terra. Interpreto le sue parole nel senso che devo essergli grata di non aver violentato Masha.

Parliamo brevemente di morale e di etica, se così si può dire. “Non mi crederete, ma moralmente qui ci sentiamo meglio che nei tre anni di guerra. Finalmente facciamo qualcosa di concreto. Siamo come pesci nell’acqua, qui. Stiamo meglio di quanto non siamo mai stati. Sarà bello morire. Aver partecipato alla storia è un grande onore. Non ci crede? Vedo che non ci crede. Io invece ci credo moltissimo. Era un anno che nell’ambiente militare ceceno se ne parlava. Vista l’inerzia del virtuale Maskhadov molti reparti combattenti sono rimasti tutto l’inverno nelle foreste e sono diventati impazienti: non si può uscire, non si riesce a combattere, bisogna fare qualcosa e dal comandante in capo non arrivano ordini. Man mano che questi sentimenti crescevano i reparti si sono disgregati oppure si sono radicalizzati, e di fatto hanno cominciato una loro guerra sulla quale Maskhadov non ha nessuna autorità”.

Un altro Kursk

Il “fratello” porta un’altra bella ragazza con i nervi molto scossi. “Sono Anja Andrijanova, inviata di Moskovskaja Pravda. Cercate di capirci: noi siamo già rassegnati a morire. Ormai l’abbiamo capito: il paese ci ha abbandonato. Noi siamo un altro Kursk. Se volete salvarci, scendete in piazza. Se mezza Mosca implorerà Putin, riusciremo a sopravvivere. Per noi è chiarissimo: se oggi moriremo, domani in Cecenia comincerà un nuovo massacro che poi rimbalzerà qui, provocando nuove vittime”.

Anja parla senza fermarsi. Bakar è nervoso, ma Anja non se ne accorge. Ho di nuovo paura che Bakar cominci a dimostrare la sua forza. Finalmente Anja viene portata via. E stabiliamo che adesso penserò a portare dell’acqua. Bakar a sorpresa aggiunge spontaneamente: “Potete portare anche dei succhi di frutta”. “Per voi?”. “No, noi ci prepariamo a morire, non beviamo e non mangiamo niente. Per loro”. “E magari qualcosa da mangiare? Almeno per i bambini”. “No. I nostri soffrono la fame. Che soffrano anche i vostri”.

Proprio come in Cecenia

Questa giornata di storia è finita. Poi c’è stato l’attacco. E io continuo a chiedermi: abbiamo fatto tutto il possibile per contribuire a evitare che ci fossero vittime? È stata davvero una grande “vittoria”? E io personalmente sono servita a qualcuno con i miei succhi e i miei tentativi sull’orlo del baratro?

La mia risposta è sì, sono servita. Ma non abbiamo fatto tutto il possibile. Perché abbiamo ancora molto davanti a noi, anche se alle nostre spalle c’è già troppo. La tragedia del Nord-Ost non è nata dal nulla e non segna la fine. Adesso vivremo nel terrore costante vedendo uscire di casa i bambini e gli anziani: li rivedremo di nuovo? Proprio come ha vissuto in questi ultimi anni la gente in Cecenia.

Ci sono solo due varianti.

La prima: finalmente ci renderemo conto che più aumentano la violenza, il sangue, le vittime, i sequestri e le umiliazioni, più si moltiplicano quelli che vogliono vendicarsi, nonostante tutto e malgrado tutto. E più arrivano nuove reclute nell’esercito di chi vuole morire vendicandosi. E poiché questa guerra non si combatterà sul campo di battaglia, ma accanto a noi e con la partecipazione di gente che non c’entra niente – noi tutti – saremo condannati a un altro Nord-Ost, e nessuno potrà sentirsi sicuro in nessun luogo, per strada come nel proprio appartamento.

Un uomo con le spalle al muro inventa metodi sempre più astuti per vendicarsi.

La seconda variante è difficile, impegnativa, ma almeno si muove in direzione di un miglioramento: bisogna cominciare a parlare con colui che resta aggrappato all’ultimo filo del suo potere, con Maskhadov. Altrimenti saremo condannati a negoziati come quelli del Nord-Ost, segnati alla disperazione. Quando la posta in gioco è la vita degli innocenti.

Internazionale, numero 461, 1 novembre 2002

da qui

domenica 14 febbraio 2016

Le voci di Istanbul (Scritti e interviste) – Orhan Pamuk

letto stamattina, ci sono molte cose interessanti e anche:

La valigia di mio padre
Prolusione di Orhan Pamuk alla consegna del Premio Nobel  

Due anni prima di morire mio padre mi consegnò un valigetta piena di suoi scritti, manoscritti e taccuini. Assumendo la sua solita espressione ironica e scherzosa mi disse che voleva che li leggessi dopo che se n’era andato, intendendo con ciò dopo la sua morte. «Dai un’occhiata», disse con aria di lieve imbarazzo. «Guarda se c’è dentro qualcosa che ti può servire. Forse, dopo che me ne sarò andato, potrai fare una cernita e pubblicare il materiale».
Eravamo nel mio studio, circondati da libri. Mio padre cercava un posto dove posare la valigetta andando avanti e indietro come chi voglia liberarsi di un penoso fardello. Infine la depose con discrezione in un angolo dove non avrebbe dato fastidio. Una volta passato questo momento un po’ imbarazzante ma indimenticabile, riprendemmo la leggerezza tranquilla dei nostri soliti ruoli, le nostre personalità sarcastiche e disinvolte. Parlammo come sempre facevamo delle piccole cose della vita quotidiana, degli infiniti problemi politici della Turchia e delle avventure imprenditoriali di mio padre, per lo più fallimentari. Ne discorremmo senza troppo rammarico.
Ricordo che, andato via mio padre, per giorni passai accanto alla valigetta senza neppure sfiorarla. Conoscevo dalla mia infanzia quella piccola borsa di pelle nera, la sua serratura, gli angoli arrotondati. Mio padre la teneva sempre con sé nei brevi spostamenti e talvolta la usava per portare documenti al lavoro. Ricordo che, da bambino, quando tornava da un viaggio aprivo quella valigetta e frugavo tra le sue cose, beandomi del profumo di colonia e di paesi stranieri. Quella valigetta era una presenza amica e familiare, mi ricordava intensamente l’infanzia, il mio passato, ma ora non riuscivo neppure a toccarla. Perché? Senza dubbio dipendeva dal peso misterioso del suo contenuto.
Parlerò ora del senso di questo peso. È il senso del lavoro di un uomo che si chiude in una stanza, che, seduto a un tavolo o in un angolo, si esprime per mezzo di carta e penna, vale a dire il senso della letteratura. Nel momento in cui toccai la valigia di mio padre pur senza riuscire ad aprirla, sapevo che cosa contenevano alcuni di quei taccuini. Avevo visto mio padre intento a scrivere su alcuni di essi. Non era la prima volta che avevo sentito parlare del pesante carico contenuto nella valigia. Mio padre aveva un’ampia biblioteca. Da giovane, alla fine degli anni ‘40, aveva aspirato a diventare poeta, a Istanbul, e aveva tradotto Valery in turco, ma non aveva voluto vivere la vita riservata a chi scriveva poesie in un paese povero con pochi lettori. Il padre di mio padre, mio nonno, era stato un ricco uomo d’affari, suo figlio aveva vissuto una vita agiata da bambino e da ragazzo e non aveva intenzione di cadere in ristrettezze in nome della letteratura. Amava la vita e tutte le sue piacevolezze, e lo capivo.
La prima cosa che mi tenne lontano dal contenuto della valigetta di mio padre era, ovviamente, il timore di non gradire ciò che avrei letto. Mio padre lo sapeva, e per questo si era preoccupato di far finta di non prendere troppo sul serio il contenuto della borsa. Ne fui addolorato, dopo 25 anni passati a scrivere, ma non volevo neppure irritarmi con lui perché non prendeva la letteratura abbastanza sul serio...
Il mio vero timore, la cosa essenziale che non volevo sapere o scoprire era la possibilità che mio padre fosse un bravo scrittore. Non riuscivo ad aprire la valigetta di mio padre perché temevo questo. Peggio ancora, non riuscivo neppure a confessarlo a me stesso. Se dalla valigetta di mio padre fosse emersa della vera, grande letteratura, avrei dovuto ammettere che dentro mio padre esisteva un uomo del tutto diverso. Era una possibilità che mi spaventava. Perché anche alla mia non più tenera età volevo che lui fosse soltanto mio padre, non uno scrittore.
Uno scrittore è colui che passa anni alla paziente ricerca del secondo essere al suo interno, e del mondo che lo rende la persona che è: quando parlo di scrivere, la prima cosa che mi viene in mente non è un romanzo, una poesia o una tradizione letteraria, è una persona che si chiude in una stanza, si siede a un tavolo e, da solo, si concentra su se stesso, tra le sue ombre costruisce un mondo nuovo con le parole.
* * *
Avevo timore ad aprire la valigetta di mio padre e a leggere i suoi taccuini perché sapevo che non avrebbe tollerato le difficoltà che avevo sopportato io, che non era la solitudine che lui amava, bensì mescolarsi agli amici, la folla, i salotti, gli scherzi, la compagnia. Ma poi i miei pensieri presero una direzione diversa. Queste idee, questi sogni di rinuncia e pazienza, erano pregiudizi che avevo tratto dalla mia vita e dalla mia personale esperienza di scrittore. C’erano moltissimi scrittori geniali che conducevano una vivace, brillante vita sociale e familiare fatta di compagnia e allegre conversazioni. Inoltre mio padre quando eravamo piccoli, stanco della monotonia della vita familiare, ci lasciò per andarsene a Parigi, dove, come tanti autori, sedeva nella sua stanza d’albergo a riempire taccuini. Sapevo anche che alcuni di quei taccuini si trovavano nella valigetta perché qualche anno prima di portarmela egli aveva finalmente iniziato a parlarmi di quel periodo della sua vita. Raccontava di quegli anni anche quando ero bambino ma senza far cenno alle sue debolezze, ai suoi sogni di diventare scrittore, o alle crisi di identità che lo avevano afflitto nella sua stanza d’albergo. Mi parlava invece delle volte che aveva visto Sartre per le strade di Parigi, dei libri letti, dei film visti, con il sincero trasporto di chi comunica notizie importantissime. Divenuto scrittore, non dimenticai mai ciò che accadde grazie a quel padre che parlava degli scrittori di fama mondiale molto più che di pascià e grandi autorità religiose. Forse allora dovevo leggere i suoi appunti con questa consapevolezza e ricordare quanto fossi in debito con la sua vasta biblioteca. Dovevo tenere a mente che, quando viveva con noi, come me, amava star solo in compagnia dei suoi libri e dei suoi pensieri e non prestava troppa attenzione al valore letterario dei suoi scritti.
Ma mentre fissavo con apprensione la valigetta lasciatami in eredità sentivo anche che era proprio questo che non sarei riuscito a fare. Mio padre talvolta si allungava sul divano davanti ai suoi libri, lasciava cadere il volume o la rivista che aveva in mano e si perdeva in un sogno, sprofondato a lungo nei suoi pensieri. Vedendogli sul viso un’espressione così diversa da quella che aveva nell’atmosfera scherzosa e allegra dei battibecchi familiari, scoprendo in lui i primi accenni di introspezione, pensavo, soprattutto da bambino e nella prima giovinezza, con trepidazione che non fosse contento. Oggi, a distanza di tanti anni, so che questa insoddisfazione è la caratteristica fondamentale che fa di un individuo uno scrittore. Per diventare scrittore pazienza e fatica non bastano: dobbiamo innanzitutto sentire l’impulso irresistibile a fuggire la gente, la compagnia, la consuetudine, la quotidianità e a chiuderci in una stanza.
Aspiriamo alla pazienza e speriamo di riuscire così a creare un mondo intenso nei nostri scritti. Ma è il desiderio di chiuderci in una stanza che ci spinge all’azione. Il precursore di questo genere di scrittore indipendente, che legge i suoi libri per soddisfare il suo cuore e che ascoltando esclusivamente la voce della propria coscienza, discute con le parole altrui, che conversando con i suoi libri sviluppa i suoi pensieri e il suo mondo personale, fu senza dubbio Montaigne, agli albori della letteratura moderna. Montaigne era un autore cui mio padre tornava spesso, un autore che mi raccomandava. Mi piacerebbe considerarmi parte della tradizione di scrittori che ovunque si trovino nel mondo, in Oriente o in Occidente, si tagliano fuori dalla società rinchiudendosi con i loro libri nella loro stanza. La vera letteratura parte dall’uomo che si chiude nella sua stanza con i suoi libri.
* * *
Fu questo a spingermi ad aprire la valigetta di mio padre. Aveva forse un segreto, un’infelicità che ignoravo, qualcosa che riusciva a sopportare solo riversandola nei suoi scritti? Non appena aprii la valigetta ritrovai il profumo di viaggi, riconobbi vari taccuini e notai che mio padre me li aveva mostrati anni addietro senza però soffermarvisi molto a lungo. La maggior parte dei taccuini che ora avevo tra le mani li aveva riempiti quando ci aveva lasciato per recarsi a Parigi, da giovane. Il mio desiderio era sapere che cosa avesse scritto e che cosa avesse pensato mio padre alla mia stessa età. Non mi ci volle molto a capire che non avrei trovato nulla del genere là dentro.
A turbarmi particolarmente fu l’imbattermi qui e là, nei taccuini di mio padre, in una voce narrante. Non era la voce di mio padre, dissi a me stesso, non era la sua voce originale, o meglio, non quella dell’uomo che conoscevo come mio padre. Al di là del timore che mio padre non fosse più mio padre nel momento in cui scriveva, c’era un timore più profondo: la paura di non trovare nulla di buono negli scritti di mio padre, di scoprire che si era fatto eccessivamente influenzare da altri autori, e sprofondai nella disperazione che mi aveva afflitto da ragazzo tanto da porre in discussione la mia vita, la mia stessa esistenza, il mio desiderio di scrivere e la mia opera. Durante i miei primi dieci anni da scrittore avvertii quest’ansia più profondamente, e pur respingendola, talvolta temevo che un giorno avrei dovuto ammettere la sconfitta, come avevo fatto con la pittura e soccombere all’inquietudine, abbandonando anche l’attività di romanziere.
* * *
Un autore parla di cose che tutti sanno senza averne consapevolezza. Esplorare questo sapere e vederlo crescere dà al lettore il piacere di visitare un mondo al contempo familiare e miracoloso. Quando un autore si chiude per anni in una stanza per affinare la sua arte, quella di creare un mondo, se usa le sue ferite segrete come punto di partenza ripone, che lo sappia o no, una grande fede nell’umanità. La mia fiducia viene dalla convinzione che tutti gli esseri umani si somigliano, che altri portano ferite come le mie, e che quindi capiranno. Tutta la vera letteratura nasce da questa certezza fiduciosa e infantile che tutti gli individui si somiglino. Quando uno scrittore si chiude per anni in una stanza, evoca col suo gesto un’umanità unica, un mondo privo di centro.
Ma come si può vedere dalla valigetta di mio padre e dalle nostre vite sbiadite a Istanbul, il mondo aveva un centro ed era lontanissimo da noi. Nei miei libri ho descritto in dettaglio come questa realtà evocasse un provincialismo cechoviano e come, per altra via, mi spingesse a porre in discussione la mia autenticità. Sapevo per esperienza che la gran maggioranza delle persone su questa terra condividono le stesse sensazioni e che molti sono afflitti da un senso ancor più profondo di inadeguatezza, insicurezza e abbrutimento rispetto a me. Sì, i maggiori dilemmi che l’umanità si trova ad affrontare sono ancora la povertà, la mancanza di un tetto, e la fame... Ma oggi la televisione e i giornali ci informano su questi fondamentali problemi più rapidamente e più semplicemente di quanto possa mai fare la letteratura.
Oggi l’oggetto dell’indagine della letteratura devono essere soprattutto le paure dell’umanità: la paura di essere esclusi, la paura di non contare nulla e il senso di nullità che le accompagna. Le umiliazioni collettive, le vulnerabilità, gli affronti, i torti, le suscettibilità, gli insulti immaginati, e i vanti e la retorica nazionalista... Ogniqualvolta mi confronto con questi sentimenti e con il linguaggio irrazionale, eccessivo con cui vengono generalmente espressi, so che toccano un punto oscuro al mio interno. Abbiamo spesso visto popoli, società e nazioni esterni al mondo occidentale, e mi è facile identificarmi con essi, soccombere a timori che li conducono a commettere idiozie, tutto per paura di subire umiliazioni e a motivo delle loro suscettibilità. So anche che in Occidente, un mondo con cui mi è altrettanto facile identificarmi, nazioni e popoli eccessivamente fieri della loro ricchezza e del fatto di averci portato il Rinascimento, l’Illuminismo il Modernismo, di tanto in tanto hanno ceduto a un autocompiacimento quasi altrettanto idiota.
* * *
Significa che mio padre non era l’unico, che tutti diamo eccessiva importanza all’idea di un mondo con un centro. Ciò che invece ci spinge a chiuderci nelle nostre stanze a scrivere per anni e anni è la convinzione opposta, quella che un giorno i nostri scritti saranno letti e compresi perché tutta la gente del mondo si somiglia. Ma questo, lo so dai miei scritti e da quelli di mio padre, è un ottimismo inquieto, segnato dalla rabbia di essere relegato ai margini, escluso. L’amore e l’odio che Dostoevskij provò per tutta la vita nei confronti dell’Occidente l’ho provato anch’io, in numerose occasioni. Ma se ho afferrato una verità essenziale, se ho motivo di essere ottimista è perché ho viaggiato assieme a questo grande scrittore attraverso il suo rapporto di amore-odio con l’Occidente, per contemplare l’altro mondo che egli ha costruito dall’altra parte.
* * *
Mio padre avrà magari scoperto questo genere di felicità durante gli anni passati a scrivere, pensavo fissando la sua valigetta: non dovevo giudicarlo a priori. Gli ero così grato, dopo tutto. Non era mai stato un padre qualunque, autoritario soffocante, punitivo, ma un padre che mi ha sempre lasciato libero, che ha sempre dimostrato nei miei confronti il massimo rispetto. Avevo pensato spesso che se, di tanto in tanto, ero stato capace di attingere alla mia immaginazione, come un bambino, era perché a differenza di tanti miei amici dell’infanzia e della giovinezza, non avevo paura di mio padre e talvolta ero profondamente convinto che sarei riuscito diventare scrittore perché anche mio padre, da giovane, lo aveva desiderato. Dovevo leggere i suoi scritti con spirito di tolleranza, cercare di capire che cosa aveva scritto in quelle stanze d’albergo.
Animato di ottimismo mi avvicinai alla valigetta che giaceva ancora dove mio padre l’aveva lasciata. Facendo appello a tutta la mia forza di volontà ho letto qualche manoscritto e qualche taccuino. Che cosa scriveva mio padre? Ricordo qualche scorcio dalle finestre degli hotel di Parigi, poesie, paradossi, analisi... Mi sento ora come chi è appena stato vittima di un incidente stradale e si sforza di ricordare come è successo mentre al contempo trema alla prospettiva di ricordare troppo. Da bambino quando i miei genitori erano sul punto di litigare e tra loro calava un silenzio letale, mio padre accendeva sempre la radio, per cambiare atmosfera e la musica ci aiutava a dimenticare tutto più in fretta.
Permettetemi di cambiare atmosfera con qualche parola che, mi auguro, abbia l’effetto della musica. Come sapete la domanda che più spesso viene posta a noi scrittori, la domanda preferita è: perché scrive? Io scrivo perché sento il bisogno innato di scrivere! Scrivo perché non posso fare un lavoro normale, come gli altri. Scrivo perché voglio leggere libri come quelli che scrivo. Scrivo perché ce l’ho con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace stare seduto in una stanza a scrivere tutto il giorno. Scrivo perché posso prender parte alla vita reale solo trasformandola. Scrivo perché voglio che gli altri, tutti noi, il mondo intero, sappia che tipo di vita viviamo e continuiamo a vivere a Istanbul, in Turchia. Scrivo perché amo l’odore della carta, della penna e dell’inchiostro. Scrivo perché credo nella letteratura, nell’arte del romanzo, più di quanto io creda in qualunque altra cosa. Scrivo per abitudine, per passione. Scrivo perché ho paura di essere dimenticato. Scrivo perché apprezzo la fama e l’interesse che ne derivano. Scrivo per star solo. Forse scrivo perché spero di capire il motivo per cui ce l’ho così con voi, con tutti. Scrivo perché mi piace essere letto. Scrivo perché una volta che ho iniziato un romanzo, un saggio, una pagina, voglio finirli. Scrivo perché tutti se lo aspettano da me. Scrivo perché come un bambino credo nell’immortalità delle biblioteche e nella posizione che i miei libri occupano sugli scaffali. Scrivo perché è esaltante trasformare in parole tutte le bellezze e le ricchezze della vita. Scrivo non per raccontare una storia ma per costruirla. Scrivo per sfuggire al presagio che esiste un posto cui sono destinato ma che, proprio come in un sogno, non riesco a raggiungere. Scrivo perché non sono mai riuscito ad essere felice. Scrivo per essere felice.
Una settimana dopo avermi lasciato la valigia, mio padre mi fece ancora visita. Come sempre mi portò una tavoletta di cioccolata (aveva dimenticato i miei 48 anni). Come sempre chiacchierammo e ridemmo della vita, della politica e dei pettegolezzi di famiglia. A un certo punto mio padre andò con lo sguardo all’angolo in cui aveva lasciato la valigetta e vide che l’avevo spostata. Ci guardammo negli occhi. Seguì un silenzio imbarazzato. Non gli dissi che l’avevo aperta e avevo tentato di leggere ciò che conteneva, ma distolsi lo sguardo. Capì lo stesso. Come io capii che aveva capito. Come lui capiì che avevo capito che aveva capito. Ma tutta questa comprensione durò solo lo spazio di pochi secondi. Perché mio padre era un uomo accomodante, sicuro di sé: mi sorrise come faceva sempre. E andandosene mi ripeté tutte le frasi affettuose e incoraggianti che mi diceva sempre, da padre.
Come sempre lo guardai andar via, invidiando la sua serenità, la sua spensieratezza, la sua imperturbabilità. Ma ricordo che quel giorno avvertii dentro di me anche un lampo di gioia di cui mi vergognai. Veniva dal pensiero che magari non mi sentivo a suo agio come lui nella vita, magari non avevo condotto una vita felice e libera come la sua, ma io l’avevo dedicata alla scrittura - avete capito... mi vergognavo di pensare quelle cose a scapito di mio padre. Di tutte le persone proprio mio padre, che non mi aveva mai fatto soffrire, che mi aveva lasciato libero. Tutto questo dovrebbe ricordarci che la scrittura e la letteratura sono intimamente connesse a un vuoto, al centro di tutte le nostre vite, e a un senso di felicità e di colpa.
Ma la mia storia ha un’altra componente, simmetrica, che immediatamente mi riporta alla mente un altro aspetto di quel giorno e acuisce il mio senso di colpa. Ventitré anni prima che mio padre mi lasciasse la sua valigetta e quattro anni dopo aver deciso, all’età di 22 anni, di diventare romanziere e, abbandonando tutto, di chiudermi in una stanza, terminai il mio primo romanzo, Cevdet Bey and Sons. Consegnai a mio padre con mano tremante il dattiloscritto del romanzo ancora non pubblicato perché lo leggesse e mi desse il suo giudizio. Questo non solo perché avevo fiducia nel suo gusto e nella sua intelligenza: la sua opinione contava moltissimo per me perché lui, a differenza di mia madre, non si era opposto al mio desiderio di diventare scrittore. In quel periodo mio padre non era con noi, ma molto lontano. Attesi con impazienza il suo ritorno. Quando arrivò, due settimane dopo, corsi ad aprigli la porta. Non disse nulla, ma ad un tratto mi abbracciò in un modo che esprimeva che il libro gli era piaciuto moltissimo. Per un attimo sprofondammo in quel silenzio imbarazzato che accompagna spesso i momenti di grande emozione. Quando ci calmammo e iniziammo a parlare mio padre ricorse a parole cariche ed esagerate per esprimere la fiducia che riponeva in me e nel mio primo romanzo: mi disse che un giorno avrei vinto il premio che mi accingo a ricevere oggi con tanta gioia.
Lo disse non per cercare di convincermi che apprezzava il mio libro né per pormi l’obbiettivo di questo premio. Lo disse come un padre turco dice a un figlio a mo’ di incoraggiamento «un giorno diventerai un pascià!». Per anni, ogni volta che mi vedeva, ripeteva quelle parole per incoraggiarmi.
Mio padre è morto nel dicembre 2002.
(traduzione di Emilia Benghi) © The Nobel Foundation 2006
  
da la Repubblica, 9 dicembre 2006 


Le grida di guerra - Orhan Pamuk

Ho sempre pensato che le catastrofi rafforzassero il senso della comunità. Subito dopo i terribili incendi ad Istanbul della mia infanzia e il terremoto di due anni fa, il primo pensiero che ho avuto è stato quello di condividere i sentimenti che provavo, discutere con gli altri del disastro. Ma questa volta, seduto di fronte al televisore in un piccolo caffè di Istanbul, vicino al molo, frequentato da carrettieri, malati di tubercolosi e scaricatori, mentre le torri gemelle di New York crollavano bruciando, mi sono sentito disperatamente solo.
Immediatamente dopo lo schianto del secondo aereo i canali della televisione turca hanno cominciato a trasmettere programmi in diretta. Una piccola folla riunita nel caffè guardava quelle incredibili immagini sullo schermo con distaccato stupore, sorpresa ma apparentemente non intaccata in profondità. Ad un certo punto stavo quasi per alzarmi di scatto e gridare: "ho passato tre anni della mia vita a Manhattan. Ho vissuto in mezzo a quei palazzi. Ho camminato tra quelle vie senza un soldo in tasca. Ho incontrato delle persone dentro quelle torri.". Ma, come in quei sogni in cui ci si sente sempre più soli, non ho potuto fare altro che rimanere in silenzio.
Ho deciso di uscire in strada perché non potevo più sopportare quelle immagini e soprattutto perché volevo condividere con altre persone ciò che avevo visto. Pochi istanti dopo, sul molo, tra la folla che aspettava il traghetto, ho incrociato con lo sguardo una donna in lacrime. Dalla sua espressione e dalle facce di quelli che la circondavano, ho capito che non stava piangendo perché aveva un parente a Manhattan ma perché pensava che stesse per arrivare la fine del mondo. Da bambino, nel periodo in cui si temeva che la crisi di Cuba avrebbe scatenato la terza guerra mondiale, ho visto donne altrettanto sconvolte disperarsi e gridare mentre le famiglie della classe media di Istanbul facevano rifornimento di maccheroni e lenticchie.
Sono tornato nel caffè e ho ripreso ad osservare le scene in televisione, intrappolato dalla stessa irresistibile ossessione che stava ipnotizzando il resto del mondo.
Più tardi, camminando nuovamente in strada, ho incontrato uno dei miei vicini di casa. "Signore, ha visto, hanno bombardato l'America," ha detto, aggiungendo con ferocia, " hanno fatto bene."
Questo anziano signore non è affatto religioso. Fatica a guadagnarsi da vivere facendo piccole riparazioni e del giardinaggio; di sera si ubriaca e litiga con la moglie. Non aveva ancora visto le quelle scene spaventose, ma solo sentito dire che qualcuno aveva fatto qualcosa di orribile all'America. Ho ascoltato anche altre persone esprimere una rabbia simile a quella della sua reazione iniziale (della quale successivamente si sarebbe pentito). In un primo momento, in Turchia, molti parlavano della brutalità del terrore e di quanto l'attacco fosse spregevole e spaventoso. Poi, però, hanno fatto seguire alla loro denuncia alcuni "ma", criticando in modo ora contenuto ora risentito il potere politico ed economico dell'America. Dibattere del ruolo degli Stati Uniti nel mondo all'ombra del terrorismo che si basa sull'odio verso l' "Occidente" e che uccide brutalmente persone innocenti è estremamente difficile, oltre che moralmente discutibile. Ma nel vivo della legittima collera verso i malvagi atti di terrore, per qualcuno sarà facile pronunciare parole che potrebbero condurre al massacro di altre persone innocenti. In previsione di questo, sono necessarie alcune riflessioni.
Ognuno dovrebbe essere consapevole del fatto che quanto più dureranno i bombardamenti e quante più persone innocenti moriranno in Afghanistan o in qualsiasi altra parte del mondo per soddisfare le esigenze degli americani, tanto più crescerà e s'inasprirà la tensione fittizia che alcuni gruppi stanno cercando di creare tra "Oriente" e "Occidente" o tra "Islam" e "Civiltà Cristiana"; e questo servirà soltanto ad appoggiare il terrorismo che l'azione militare si sta predisponendo a punire. 
Ora è moralmente impossibile discutere del dominio dell'America sul resto del mondo di fronte alla spietatezza dei terroristi responsabili dell'uccisione di migliaia di innocenti. Allo stesso tempo, dovremmo provare a capire perché milioni di persone nei paesi poveri che sono state messe da parte e private del diritto di decidere anche delle loro stesse vite, provino così tanta rabbia verso l'America.
Non siamo sempre obbligati, d'altra parte, a guardare con comprensione a questo rancore. Inoltre, in molti paesi del terzo mondo e in molti paesi islamici, il sentimento anti-americano non è tanto una vera e propria rabbia, quanto uno strumento impiegato per dissimulare la mancanza di democrazia e rafforzare il potere dei dittatori locali. I comportamenti tipici e diffusi in alcune società dalla mentalità assai arretrata - come l'Arabia Saudita, che sembra far di tutto per dimostrare i suoi significativi legami con l'America fossero stati stretti per provare al mondo che l'Islam e la democrazia sono termini inconciliabili - non sono d'incoraggiamento per chi lavora a costituire democrazie secolari nei paesi musulmani. Allo stesso modo, una superficiale ostilità verso l'America, come nel caso della Turchia, consente agli amministratori del paese di sperperare, attraverso la corruzione e l'incompetenza, il denaro che ricevono dalle istituzioni finanziarie internazionali e di nascondere il divario tra ricchi e poveri che in Turchia ha raggiunto proporzioni intollerabili.
C'è chi oggi, negli Stati Uniti, appoggia incondizionatamente l'attacco allo scopo di dimostrare la forza militare dell'America e di dare ai terroristi "una lezione". Alcuni discutono allegramente in televisione sugli obiettivi che gli aerei dovrebbero bombardare, come se si trattasse di un videogame. Certi commentatori dovrebbero rendersi conto del fatto che la decisione di attaccare prese impulsivamente e senza le dovute considerazioni, non faranno che intensificare l'ostilità verso l'Occidente già assai diffusa in milioni di persone che vivono nei paesi islamici e nelle regioni del mondo oppresse dalla povertà - gente che vive in condizioni tali per cui inevitabilmente finise per maturare un forte senso di inferiorità e umiliazione. Non sono l'Islam o la povertà in sé a generare direttamente supporto a terroristi la cui ferocia e ingenuità non hanno precedenti nella storia dell'umanità; il nucleo del problema è la schiacciante umiliazione che ha infettato i paesi del terzo mondo.
In nessun'altra epoca storica l'abisso tra ricchi e poveri è stato così ampio. Si potrebbe rispondere che la ricchezza dei paesi sviluppati è un'obiettivo che si sono conquistati da soli, e che non dovrebbe incidere sul destino dei poveri del mondo; mai come ora, tuttavia, l'esistenza dei ricchi è stata così fortemente sottoposta all'attenzione dei poveri attraverso le immagini globali della televisione e dei film hollywoodiani. Bisogna anche ricordare, del resto, che i racconti delle vite dei re hanno sempre costituito il divertimento principale dei poveri. Ma la cosa peggiore è che in nessun'altra epoca le società ricche e potenti del mondo sono state così chiaramente giuste e "ragionevoli".
Oggi un comune cittadino di un paese musulmano non democratico e povero, oppure un impiegato statale in un paese del terzo mondo o in una vecchia repubblica socialista, che lotta per sbarcare il lunario, è consapevole di quanto inconsistente sia la porzione di ricchezza di cui dispone; sa perfettamente di vivere in condizioni più dure e devastanti di un abitante medio degli stati occidentali e di essere condannato ad una vita più breve. Nel contempo avverte in un angolo della sua mente che la povertà è in parte responsabilità della sua stessa follia e inadeguatezza, o di quella di suo padre o suo nonno. Il mondo occidentale non riesce a capire questo opprimente senso di umiliazione, che pervade gran parte delle popolazioni del mondo; è un sentimento che le persone devono provare a superare senza perdere il proprio buon senso, e senza lasciarsi sedurre dai terroristi, i nazionalisti estremisti, o dai fondamentalisti. Questa è la spietata, tormentata sfera privata che né i romanzi fantastico-realistici in cui la povertà e l'inconsapevolezza vengono circondate da un'aura di fascino né l'esotismo della letteratura popolare di viaggio possono comprendere fino in fondo. Ed è per il fatto di vivere in una sfera privata del genere che molte persone nel mondo oggi sono afflitte da miseria spirituale. Il problema che l'Occidente deve affrontare non è solo scoprire quale terrorista stia preparando la prossima bomba, in quale tenda, in quale grotta, in quale città, ma anche comprendere la misera, disprezzata, 'ingiusta' maggioranza che non appartiene al mondo occidentale.
Le grida di guerra, i discorsi nazionalistici, e le impetuose azioni militari vanno nella direzione opposta. Invece di accrescere la comprensione, molte azioni attuali intraprese dall'Occidente e molte linee di condotta stanno rapidamente conducendo il mondo più lontano dalla pace.
Tra queste vi sono le restrizioni per il nuovo visto d'ingresso imposte da molti paesi occidentali europei nei riguardi dei viaggiatori che non provengono dall'UE; le misure d'applicazione della legge hanno contribuito ad ostacolare lo spostamento dei musulmani e delle popolazioni delle nazioni povere; al sospetto verso l'Islam e tutto ciò che non è occidentale; e al linguaggio crudo e aggressivo che identifica l'intera civiltà islamica con il terrore ed il fanatismo. Cosa spinge e corrode un anziano signore di Istanbul ad esultare per il terrore di New York in un momento di rabbia, o un giovane palestinese che non ne può più dell'oppressione israeliana ad ammirare i talebani, che cospargono le donne di acido nitrico perché hanno mostrato il volto? Non è l'Islam o ciò che viene stupidamente descritto come il contrasto tra Est e Ovest, e neppure la povertà in sè. E' il sentimento d'impotenza che deriva dal degrado, dall'impossibilità d'essere compresi e dall'incapacità di far sentire la propria voce. I membri della classe ricca e modernizzata che ha fondato la Repubblica Turca hanno reagito all'antagonismo dei settori poveri e arretrati della società non tentando di capirli, ma piuttosto inasprendo le leggi, limitando le libertà nei comportamenti individuali e affidando all'esercito il compito di reprimerere. Alla fine lo sforzo di modernizzazione si è fermato a metà, e la Turchia è diventata una democrazia limitata, in cui ha prevalso l'intolleranza. Ora, quando sento persone che invocano la guerra tra Oriente e Occidente, ho paura che gran parte del mondo possa tramutarsi in un luogo simile alla Turchia, governato da leggi marziali in vigore quasi permanente. Ho paura che il presuntuoso e tronfio nazionalismo occidentale possa portare il resto del mondo a sostenere con aria di sfida che due più due fa cinque -come l'uomo del sottosuolo di Dostoevskij - scagliandosi contro il "ragionevole" mondo occidentale. 
Nulla può alimentare il sostegno agli "islamici" che gettano acido nitrico sulle facce delle donne quanto il fallimento dell'Occidente nel comprendere i dannati della terra.

(Tratto dal New Your review of Books, del 15 novembre 2006. Traduzione di Noemi Cuffia)