Dalla pubblicazione del mio libro Decolonizzare la mente nel 1986, ho visto crescere
l’interesse globale per i temi della decolonizzazione e i rapporti di forza tra
le lingue. Nel 2018, questi stessi temi mi hanno portato a Limerick, nella
provincia irlandese del Munster, per una conferenza dedicata ai 125 anni della
Lega gaelica (Conradh na Gaeilge).
Obiettivo della lega era la
rivitalizzazione del gaelico (o irlandese), lingua che nel suo stesso paese era
stato relegato a un ruolo secondario rispetto all’inglese. Nonostante i
numerosi sforzi, anche del governo, il gaelico rimane subordinato: oggi la
maggior parte degli irlandesi usa l’inglese. Alcuni tra i più celebri autori
irlandesi, come W.B. Yeats e James Joyce, scrivevano in inglese. Non riesco a
immaginare un dipartimento di letteratura inglese, ovunque nel mondo, perfino
nel Regno Unito, che non includa corsi su questi autori irlandesi. Sono ormai
considerati tra i maggiori esponenti del canone britannico.
Lo squilibrio tra le due lingue non c’è da
sempre. I primi coloni inglesi in Irlanda, soprattutto nel Munster, gravitarono
verso l’irlandese perché, a quanto risulta, tra il tredicesimo e il sedicesimo
secolo era la lingua più usata negli studi classici. Quei primi coloni furono
naturalmente attratti da un idioma più vitale. La scelta aveva senso:
l’irlandese era la lingua parlata dalle persone tra cui loro si erano sistemati.
Londra intervenne: a partire dallo statuto
di Kilkenny del 1366, emanò diversi decreti per difendere l’inglese
dall’avanzata sovversiva dell’irlandese, imponendo l’uso del primo e arrivando
a criminalizzare il secondo. Tra le altre misure, lo statuto minacciava di
confiscare le terre a chiunque usasse “l’irlandese, contro le ordinanze”.
Queste politiche furono perfino giustificate sul piano letterario e filosofico
dal poeta Edmund Spenser (1552-1599), autore della Regina delle fate e lui stesso colono nel Munster.
Nel suo pamphlet A view of the present state of Ireland del
1596 sosteneva che lingua e attribuzione dei nomi fossero gli strumenti ideali
per cancellare la memoria irlandese: “È sempre stata usanza del conquistatore
disprezzare la lingua del conquistato e costringerlo con ogni mezzo a imparare
la propria”.
La marginalizzazione dell’irlandese nella
sua terra non fu un processo spontaneo, ma il risultato di scelte politiche e
strategie educative. L’Irlanda è la prima colonia inglese, una sorta di
laboratorio per quelle successive. Quanto valeva per l’Irlanda e per le colonie
britanniche si è verificato anche in altri sistemi coloniali: spagnoli,
francesi o portoghesi, fino all’occupazione giapponese della Corea tra il 1910
e il 1945. Ed è avvenuto in forme di colonialismo interno, come la soppressione
norvegese del sami. L’eliminazione delle lingue dei dominati e la promozione
della lingua del potere facevano parte integrante del sistema educativo che
accompagnava la conquista.
La repressione linguistica non era un
capriccio estetico. Spenser spiegava chiaramente che colonizzare la lingua e i
nomi degli irlandesi li avrebbe privati della loro identità, indebolendo la
resistenza e facilitando la conquista e la sottomissione. La dominazione linguistica
è più economica ed efficace di quella militare: basta conquistare le menti
delle élite, che poi diffonderanno la sottomissione tra la popolazione. Le
élite diventano parte dell’esercito linguistico del conquistatore.
Per la sua centralità nella costruzione
del Regno Unito moderno, l’India diventò, ancor più dell’Irlanda, un
laboratorio sociale, i cui risultati furono poi esportati in altre colonie in
Asia e in Africa. Thomas Babington Macaulay, membro del Consiglio supremo
dell’India dal 1834 al 1838, contribuì a riformare il sistema educativo
coloniale e a redigere il codice penale: due iniziative di grande impatto. Nel
suo celebre Minute on indian education (Relazione
sull’istruzione indiana) del 1835, propose di sostituire il sanscrito e il
persiano con l’inglese come lingua dell’insegnamento, per formare una classe di
“interpreti tra noi e le moltitudini che governiamo, una classe di persone
indiane per sangue e colore, ma inglesi nei gusti, opinioni, morale e
intelletto”.
Macaulay vedeva in questa nuova educazione
linguistica il mezzo per instaurare “uno stato civilizzato in cui i valori e i
riferimenti siano quelli britannici e in cui ciascuno, qualunque sia la sua
origine, abbia un interesse e una parte”. Un secolo più tardi, le sue parole
furono riprese nel Kenya coloniale dal governatore britannico Philip Mitchell,
che impose il dominio dell’inglese nell’istruzione africana come crociata
morale a supporto di quella armata contro l’Esercito della terra e della
libertà keniano, il movimento di liberazione che i britannici chiamavano mau mau.
Nel 1879 il capitano Richard Henry Pratt
fondò in Pennsylvania, a meno di venti miglia dalla sede del governo dello
stato a Harrisburg, la famigerata Carlisle indian industrial school, dove mise
a punto una variante del metodo per i bambini nativi americani. Nel 1892
riassumeva così la filosofia della scuola: “Uccidere l’indiano in lui e salvare
l’uomo”. Il suo programma seguiva lo stesso schema coloniale: sradicare alcuni
dalla loro lingua madre, parlata dalla maggioranza del popolo, plasmarli nella
lingua del conquistatore e poi usarli contro le masse governate.
Nel suo libro Come l’Europa ha sottosviluppato l’Africa, lo storico
guyanese Walter Rodney cita Pierre Foncin, uno dei fondatori dell’Alliance
française, istituzione creata appositamente nel 1883 per diffondere la lingua
nazionale nelle colonie e all’estero, che fu chiarissimo: “È necessario unire
le colonie alla metropoli in un solidissimo legame psicologico, immaginando il
giorno in cui la loro emancipazione progressista si realizzerà nella forma di
una federazione, com’è probabile. Cosicché diventino e rimangano francesi in
lingua, pensiero e spirito”.
L’obiettivo era palese. Le politiche
educative imperiali miravano a colonizzare le menti, a partire dalle élite dei
colonizzati. Il successo di queste strategie è evidente. Una variante del caso
irlandese – dove, anche dopo l’indipendenza, gli intellettuali parlano meglio
la lingua del conquistatore che le lingue autoctone – si ritrova in qualsiasi contesto
postcoloniale. In Africa, l’identità del continente viene descritta addirittura
in termini di “eurofonia”: principalmente anglofona, francofona e lusofona.
L’istruzione deve trasmettere una
conoscenza capace d’immaginare palazzi più inclusivi, dove il mio essere renda
possibile il tuo, e il tuo il mio
Anche quando le élite sono nazionaliste e
rivendicano l’indipendenza, spesso trovano più naturale esprimere indignazione
e speranze nelle lingue del conquistatore. Il 90 per cento dei fondi dedicati
all’insegnamento della lingua è speso per rafforzare le lingue imperiali.
Eppure il 90 per cento della popolazione parla ancora lingue africane. Alcuni
governi le considerano nemiche del progresso, convinti che quelle imperiali
siano la porta d’accesso alla modernità globale.
In condizioni normali suonerebbe assurdo
sentir dire che la letteratura francese può essere scritta solo in giapponese,
o quella inglese in isizulu, o sentir domandare a uno scrittore francese che
scrive in francese: “Perché in francese?”. O a un autore inglese che scrive in
inglese: “Perché non in zulu?”. Eppure dagli scrittori africani e da quelli
provenienti da paesi già colonizzati ci si aspetta questo.
Com’è nata questa assurdità? Non è che
alcune lingue siano più “lingue” di altre. Anzi, conoscere più lingue di solito
arricchisce chi le parla. Ma nei contesti coloniali, o in qualsiasi situazione
di oppressione, non si è mai solo aggiunto una lingua a quelle già presenti.
Per il conquistatore non bastava introdurre un nuovo idioma: le lingue
imperiali dovevano crescere sulla tomba di quelle dei dominati. La morte delle
lingue africane dava vita a quelle europee. Perché la lingua imperiale
esistesse, quella del colonizzato doveva cessare di esistere.
Queste due condizioni non derivavano dalla
natura delle lingue coinvolte, ma furono prodotte intenzionalmente dal modo in
cui le lingue imperiali erano imposte. In Decolonizzare la mente ho
raccontato delle punizioni corporali inflitte ai bambini africani sorpresi a
parlare la loro lingua a scuola, costretti a portare al collo un cartello che
ne proclamava la stupidità. In alcuni casi, il colpevole era costretto a
ingoiare sporcizia, associando così le lingue africane alla criminalità, al
dolore e all’immondizia.
E questo non succedeva solo in Africa.
Nel 2015, nella sua testimonianza davanti
alla commissione di Waitangi sulle esperienze scolastiche in Nuova Zelanda, il
politico maori Dover Samuels ha raccontato una storia simile. Se eri sorpreso a
parlare maori a scuola, ha detto, il maestro “ti trascinava davanti a tutta la
classe e ti ordinava di piegarti. Ti piegavi e lui si metteva dietro per darti,
come dicevano allora, ‘sei di quelle buone’. Molte volte non lasciava solo
lividi sulle cosce, ma faceva uscire sangue”.
Tra il 1870 e il 1970, periodo noto come
“il secolo brutale”, anche i sami in Norvegia subirono esperienze simili, con
l’obiettivo di renderli fluenti in norvegese. La violenza contro le lingue
native è una costante nella diffusione dell’inglese in Irlanda, Scozia e
Galles. In Galles, chi parlava gallese a scuola veniva messo davanti alla
classe con al collo un cartello con scritto “non in gallese”. La violenza era
centrale per creare il vincolo psicologico di lingua, cultura e pensiero:
colonie della mente. Ci si sarebbe aspettato che, dopo la liberazione e
l’indipendenza, le nuove nazioni smantellassero almeno quello squilibrio di
potere. Ma è proprio questo il potere delle colonie della mente: viene
interiorizzata la negazione di sé come lente attraverso cui guardare il mondo.
È un caso classico di condizionamento,
come si legge nei manuali di psicologia comportamentale. Il condizionamento è
un sistema di ricompensa e punizione: punizione per i comportamenti
indesiderati e ricompensa per quelli desiderati. Viene applicato, in vari gradi
d’intensità, nell’educazione dei bambini o nell’addestramento degli animali. Il
comportamento sgradito si associa alla punizione, quindi al dolore; quello
gradito alla ricompensa, quindi al piacere. Il soggetto del condizionamento,
bambino o animale, finisce per evitare automaticamente l’area del dolore, il
comportamento proibito, e gravitare verso lo spazio del piacere, quello
richiesto. Nell’apprendimento, si riceveva un elogio se si eccelleva nella
lingua del conquistatore, ma vergogna e dolore se si pronunciava anche una sola
parola nella propria lingua.
Il trauma subìto dalla prima generazione
condizionata può trasmettersi come comportamento normale, che non richiede
spiegazioni o giustificazioni; le generazioni successive potrebbero addirittura
non capire perché associano il dolore alle lingue native e il piacere alle
lingue e culture straniere. Le élite e i responsabili dell’istruzione nelle
società già colonizzate danno per scontato che le lingue europee (imperiali)
siano intrinsecamente globali e le più adatte a veicolare conoscenza e
universalità. Questa convinzione può spiegare perché la criminalizzazione delle
lingue africane continui ancora, amministrata e regolata da educatori africani
che non colgono l’ironia di ciò che fanno: un africano che ne punisce un altro
su ordine di un governo africano per aver parlato una lingua africana.
Il trauma generato inizialmente dal
sistema scolastico coloniale viene così trasmesso, ereditato. L’anomalia si
normalizza. La colonia della mente impedisce innovazioni educative
significative, capaci di rafforzare l’identità nazionale. Il controllo del
colonizzatore sul colonizzato è insito nella disuguaglianza del sistema
educativo. L’istruzione può trasformarsi in un processo che oscura il processo
cognitivo e la conoscenza stessa.
È importante distinguere tra istruzione e
conoscenza. La conoscenza è un processo continuo, un arricchimento costante di
ciò che già sappiamo, in un gioco dialettico tra influenza reciproca e
illuminazione. Il processo cognitivo naturale parte dal noto e si dirige verso
l’ignoto. Ogni nuovo passo rende parte dell’ignoto conoscibile e dunque
accresce ciò che già si conosce. Il nuovo noto arricchisce il noto precedente e
così via, in un cammino continuo di connessioni dialetticamente intrecciate. La
conoscenza del mondo comincia da dove ci troviamo.
L’istruzione, invece, è un modo per
condizionare le persone a vivere all’interno di una determinata società. Può
prevedere un trasferimento di conoscenze, ma si tratta di conoscenze
condizionate, plasmate dalla visione del mondo dell’educatore e del sistema
educativo. Un’analisi attenta del processo coloniale come caso di rapporto tra
dominanti e dominati, tra padrone e servo, può essere utile per ripensare a
un’istruzione equilibrata e inclusiva. L’istruzione coloniale non è mai stata
né equilibrata né inclusiva.
Il processo coloniale ha sempre impedito
il normale processo cognitivo. L’Europa imperiale, con i suoi nomi, la sua
geografia, la sua storia, il suo sapere, era il punto di partenza obbligato del
percorso educativo del colonizzato. In breve, in ambito scolastico la
colonizzazione si è sempre basata sulla negazione dello spazio colonizzato come
punto di partenza. In campo linguistico, significava negare alle lingue native
lo status di fonti di sapere o di strumenti per la ricerca intellettuale e
artistica. La mancanza di radici nella propria cultura genera un senso
d’incertezza permanente nei confronti del luogo in cui si vive, delle proprie
capacità e perfino dei propri successi.
La decolonizzazione deve stare al centro
di qualsiasi forma d’istruzione equilibrata e inclusiva. Sia gli ex
colonizzatori sia gli ex colonizzati sono stati plasmati da un sistema che ha
modellato il mondo negli ultimi quattrocento anni. La conoscenza comincia da
dove siamo. Le nostre lingue sono fonti legittime di sapere. Tutti amiamo le
stelle, ma non dobbiamo emigrare in Europa, fisicamente o metaforicamente, per
raggiungerle.
Nel caso delle lingue, dobbiamo rifiutare
l’idea diffusa che il problema, in un paese o nel mondo, sia la molteplicità di
lingue, culture e perfino religioni. Il problema è nella loro relazione
gerarchica. La mia lingua sta sopra la tua. La mia cultura è superiore alla
tua. Oppure: la mia lingua è globale, la tua è locale, e per imparare la mia
devi rinunciare alla tua. Pensare che il mio dio sia “più dio” del tuo è pura
blasfemia. Questa visione porta alcuni a considerare la propria lingua
intrinsecamente più “lingua” delle altre, rivendicando così un rango superiore
in termini di sapere e di potere. È ciò che chiamo feudalesimo linguistico.
Tutte le lingue, grandi o piccole, hanno
molto da offrire alla nostra comune umanità, se liberate dal feudalesimo
linguistico. Le politiche educative dovrebbero fondarsi sul principio che tutte
le lingue sono scrigni di storia, bellezza e possibilità. Hanno qualcosa da
scambiarsi, se la loro relazione è quella di una rete basata sul dare e avere
reciproco. Anche se una lingua diventa veicolo di comunicazione tra molte
altre, non dovrebbe esserlo per una presunta superiorità nazionale o globale,
ma solo per necessità. E in ogni caso non dovrebbe crescere sulla tomba delle
altre lingue. Un’istruzione equilibrata e inclusiva richiede un nuovo slogan:
rete, non gerarchia. Dobbiamo capire che tutte le lingue, grandi e piccole,
condividono una lingua universale che si chiama traduzione.
L’istruzione non dovrebbe mai condurre
all’auto-isolamento linguistico e culturale. Voglio connettermi al mondo, ma
ciò non significa che debba negare la mia base di partenza. Voglio connettermi
al mondo da dove mi trovo. Credo che lo scopo della scuola sia una conoscenza
che dia forza, che riveli i nostri legami reali con il mondo, ma a partire
dalla nostra base. Da lì esploriamo il mondo; dal mondo riportiamo ciò che
arricchisce la nostra base. Questa, a mio avviso, è la vera sfida nell’organizzare
e trasmettere la conoscenza in un sistema educativo inclusivo ed equilibrato.
Dobbiamo respingere l’idea che lo splendore non sia tale se non nasce dalla
miseria, che i palazzi non siano palazzi se non sono costruiti sulle prigioni,
che i miei milioni non siano veri se non li ho strappati a un milione di
poveri. Che per esistere io, gli altri debbano cessare di esistere.
L’istruzione deve trasmettere una conoscenza capace d’immaginare palazzi più
inclusivi, dove il mio essere renda possibile il tuo, e il tuo il mio.
Per ricordare la figura di Ngugi wa Thiongo, gigante della letteratura
africana scomparso mercoledì 28
maggio, pubblichiamo una nostra intervista realizzata nel 2015, ancora attuale
dopo un decennio. Ngũgĩ wa Thiong’o punta l’attenzione sulla sfida alla
colonizzazione culturale attraverso la lingua, esortando a riscoprire le lingue
africane come strumenti di libertà. L’Africa, dice, deve contribuire al proprio
futuro, non solo a quello dell’Occidente.
Sottrarsi alla potenza dei poteri forti, dei vecchi e nuovi colonialismi,
anche attraverso la lingua, perché la libertà, la cultura e l’uguaglianza tra
le culture passa anche dal suono delle lingue parlate dai popoli. È uno dei
punti su cui si è soffermato Ngũgĩ wa Thiong’o, presentando a Roma l’edizione
italiana del libro ‘Decolonizzare le menti’. Scrittore, drammaturgo e
saggista keniano, Ngũgĩ è una delle figure intellettuali di maggiore
rilievo non solo del continente africano, ma del panorama culturale mondiale.
A Roma (nel 2015, ndr), su invito della casa editrice Jaca Book – che ha
finalmente curato l’edizione italiana di ‘Decolonizzare le menti’, a 30 anni
dall’uscita di un libro comunque ancora attuale – e della Libreria Griot, Ngũgĩ
ha sottolineato la bellezza delle lingue, “depositarie di cultura”. Una
bellezza nella diversità, ma che nel tempo è stata messa in discussione con la
forza: “In certi momenti della storia c’è chi ha sostenuto che alcuni suoni
sono più suoni di altri, la loro lingua è più lingua di altri…Invece dobbiamo
pensare alle nostre lingue non come gerarchie, ma come reti. E in una rete si
dà e si riceve in maniera paritetica”.
Alcuni anni dopo l’indipendenza del Kenya, lei decise di non scrivere più
in inglese ma di utilizzare per i suoi scritti la lingua kikuyu. Fu una scelta
dall’importante valore culturale e politico, ma fu anche una scelta ostacolata
dal potere. Perché questa scelta e quale è il bilancio dopo tanti anni?
Fu una scelta politica, una cosciente decisione politica. Per questa
decisione nel 1977 fui imprigionato in un carcere di massima sicurezza in
Kenya. Andai in carcere per il lavoro fatto in campo teatrale. In prigione
comincia a riflettere seriamente sull’ineguale bilaciamento di poteri tra la
lingua inglese e le lingue africane.
Sono molto felice di aver preso allora quella decisione anche se questo mi
costrinse a vivere fuori dal Kenya, paese in cui però oggi posso tornare. Certo
è una contraddizione il fatto di aver vissuto in ambienti in cui si parla
inglese, a Londra prima e negli Stati Uniti negli ultimi 20 anni. Ma è una
contraddizione che ho vissuto come un modo per raggiungere ancora meglio il
Kenya, la mia casa, attraverso la lingua kikuyu.
Come giudica in questo senso la scelta di riconosce il kiswahili come
lingua ufficiale da parte dei paesi membri della Comunità dell’Africa
orientale?
È una lingua parlata in Tanzania, Kenya, Uganda ma anche in altre regioni
dell’Africa centrale e australe. È a tutti gli effetti una lingua africana.
È passato ormai mezzo secolo dall’indipendenza dei paesi africani. Cosa è
rimasto nell’ideale politico che animava il movimento che portò alla
decolonizzazione e quali sono i sogni che sono stati invece traditi? L’Africa è
il continente del futuro?
Mi sorprende che ora che ho quasi 78 anni i temi di cui 30 anni fa parlavo,
scrivevo siano ancora presenti, contino ancora. E di fatto hanno dato vita a
scritti di cui ho gli armadi pieni a casa. Io penso che l’Africa costruisce il
futuro di tutti gli altri continenti e in modo particolare di quello che si
chiama Occidente. Questo avviene fin dal XVII secolo e attraverso mezzi
diversi: con il commercio dei corpi degli africani, cioè con il traffico degli
schiavi; traffico ricco che ha assicurato pingui profitti a chi ci ha
investito; traffico di corpi messi sopra a navi, trasportati per svolgere
lavori di ogni genere con dei profitti per l’investitore anche del 600%.
Attraverso le piantagioni, che erano una variazione sul tema della schiavitù
che sono state quelle che hanno consentito l’accumulo di capitale perché hanno
alimentato la produzione industriale europea, in modo particolare
dell’Inghilterra. Tra le prime fabbriche ci sono stati cantieri navali dove
venivano costruite quelle navi che poi venivano in Africa a caricare schiavi. E
ancora nel XIX secolo attraverso le colonie. La colonializzazione
divenne così importante per la struttura economica del mondo occidentale che
a un certo punto anche l’Italia, fatta l’unità, si rese conto di ‘essere in
ritardo’. Non avere colonie a un certo punto significava non contare nulla.
E oggi secondo lei qual è la situazione?
Ancora oggi l’Africa è il principale donatore di risorse all’Occidente.
L’Europa ha dato agli africani gli accenti: sapete che c’è un’Africa
francofona, un’Africa anglofona, un’Africa lusofona; l’Africa ha dato
all’Europa l’accesso alle proprie risorse. Accenti contro accessi. Così c’è
oggi un ceto medio, una borghesia africana occupata a specchiarsi e a
perfezionare i propri accenti nelle lingue europee e che si studia il modo di cambiare
colore di pelle e di consistenza dei capelli; mentre gli europei si occupano
attivamente di perfezionare gli strumenti di accesso alle risorse del nostro
continente. Così è andato per secoli e così va ancora. Dunque l’Africa,
tutt’oggi, continua a contribuire al futuro di tutti quanti gli altri. Il
più grande continente del mondo, ancora ricchissimo di risorse, dona ancora
oggi le risorse per costruire il futuro del resto del mondo.
Una vera svolta per l’Africa sarebbe quella di contribuire al proprio futuro
piuttosto che al futuro di altri e dell’Occidente in particolare. Penso che
l’Africa deve cominciare a trattare meglio se stessa.
Parliamo di Kenya. Negli ultimi mesi e anni abbiamo visto fatti tragici e
cruenti far circolare una certa immagine del Kenya.
In un posto in cui ci sono cristiani, musulmani e indù sarebbe molto poco
divino avere persone che sostengono che il proprio dio è superiore agli altri.
La religione non può essere la scusa per uccidere innocenti.
«Le
relazioni euro-africane degli ultimi cinque secoli – diceva , lo scrittore
nigeriano Nobel per la letteratura 1986 – sono la storia di un monologo. Quello
europeo».
Nel rapporto
tra il vecchio continente e quello nero c’è qualcosa di profondamente malato
che fatica a rimarginarsi. Lo schiavismo e il colonialismo hanno
lasciato segni indelebili e, a differenza di fenomeni devastanti come il
nazismo, non sono mai passati attraverso un vero e proprio processo di
espiazione e riparazione, non hanno mai avuto, per così dire, la loro
Norimberga. L’uscita delle potenze europee dall’Africa, cominciata a ridosso
degli anni Sessanta dello scorso secolo e conclusasi nel 1990 quando, al
termine di una lunga lotta, raggiunse l’indipendenza la Namibia, (ex Africa del
Sud-Ovest, colonia tedesca), non è coincisa con una chiusura definitiva del
colonialismo, né in senso politico né mentale. Il sentimento di superiorità
europea verso popoli considerati sottosviluppati di natura – e non perché
soggiogati per secoli – ha continuato a circolare in Occidente come un virus e
a permeare il pensiero sull’Africa e, di conseguenza, i rapporti. Il concetto
colonialista è ancora molto presente nell’approccio degli europei e gli
occidentali in genere verso l’Africa. Le clamorose gaffe dei leader politici
sono forse l’emersione più chiara e pericolosamente naïf: George W. Bush che,
nel 2001 a Göteborg, definisce l’Africa «una nazione che soffre di una malattia
incredibile»; Silvio Berlusconi che, premier nel 2009, dichiara tranquillamente
che «Roma è sporca come l’Africa»; Emmanuel Macron che, nel 2017, durante un
incontro con gli studenti a Ouagadougou, capitale dell’ex colonia Burkina Faso,
li esorta a «non trattarlo come se fosse il presidente del Burkina Faso» e
si rivolge all’omologo locale Cristian Kaborè, alzatosi indignato,
apostrofandolo con un «Ma dai resta qui… Niente, deve essere andato a riparare
l’aria condizionata»; fino ad arrivare al premier spagnolo Pedro Sanchez che in
viaggio in Kenya lo scorso ottobre stringe la mano al presidente e dice: «Un
onore essere in Senegal». L’elenco sarebbe veramente lungo. Basta però
riportare questi pochi esempi non per citare figuracce quasi umoristiche,
quanto per stigmatizzare un tipo di pensiero sotteso nella mentalità generale
da cui è difficile affrancarsi e che, inesorabilmente, di tanto in tanto emerge
platealmente.
Le cose,
però stanno cambiando. E lo si è cominciato a percepire chiaramente nel
summit UE - UA celebratosi il 17 e il 18 febbraio 2022. Il tempo
delle «briciole dalla tavola» ‒ ha detto proprio così il presidente del
Sudafrica Cyril Ramaphosa nel corso dell’incontro ‒ è destinato a tramontare
per fare posto a una collaborazione inter pares capace di
proporre soluzioni globali a questioni globali. In questo solco di progressiva
decolonizzazione del rapporto si è inserita ultimamente anche la
nostra cooperazione. L’innesco di un processo nuovo di solidarietà con Paesi
terzi al fine di continuare a sostenerli nell’affrontare criticità punta ad
affrancarsi definitivamente da un rapporto stile sviluppato/sottosviluppato
facilmente riassumibile nello slogan “aiutiamoli a casa loro” tanto in
voga da noi e in Occidente in genere. Come se si potesse fingere di ignorare che
quella ‘casa loro’ è diventata nostra a suon di stragi, riduzione in schiavitù,
violenze e abusi di ogni genere per 150 anni fino a soli 60 anni fa. L’AICS
(Agenzia Italiana Cooperazione e Sviluppo) si è fatta interrogare dalla storia
della presenza europea in Africa e, alla ricerca di nuovi approcci efficienti e
rispettosi, ha avviato un percorso che fin dal titolo promette di essere
interessante. «La decolonizzazione dell’aiuto ‒ spiega Emilio Ciarlo
responsabile del dipartimento External relations dell’Agenzia ‒ è diventata per
l’Aics molto più di uno slogan. Siamo partiti con una riflessione sulla
cooperazione più come investimento nello sviluppo che come “aiuto”, più come
reale partnership tra pari con le comunità e le persone che come relazione con beneficiari
di nostri fondi. Per questo ci siamo definiti creatori di sviluppo e
non pianificatori. Tutto questo ci porta ad avviare un percorso sulla
“decolonizzazione dell’aiuto”, una presa di coscienza piena della dignità,
dell’autonomia e della ricchezza degli altri che deve fugare i
tentativi di “aiutare per rendere simili a noi”, un’inconsapevole volontà di
inculcare modelli e valori rendendo gli altri popoli dipendenti dai nostri
soldi. Assicurare la ownership del percorso di sviluppo ai
governi e alle comunità locali, rafforzare la società civile e il ruolo delle
ong locali, garantire posti di rilievo a non occidentali nelle nostre
organizzazioni. Questi sono i passi per “decolonizzare” l’aiuto
e progettare la cooperazione come un processo con non per».
Il
ragionamento si inserisce in un più ampio ripensamento dei rapporti tra Europa
e Africa che vada al di là del modello donor recipient, frutto da
una parte di una nuova visione emergente in sede UE, dall’altra di una piena
consapevolezza dei leader africani che ha ormai fatto emergere il concetto che
il rapporto o è alla pari o non è. A questo si va ad aggiungere una nuova
coscienza che si sta facendo sempre più strada anche grazie alla crisi
energetica innescata dalla guerra in Ucraina: è l’Europa ad aver bisogno dell’Africa
e non solo viceversa. «Ci siamo affrancati da una logica preistorica che
considerava l’importanza dell’intervento a seconda dell’importo dell’assegno
staccato – dice sicuro Giovanni Grandi, direttore di AICS Nairobi, la sede
dell’Agenzia che comprende Kenya, Uganda, Tanzania, Burundi, Repubblica
Democratica del Congo e Rwanda – per passare a un approccio di partnership che
guarda non a quanto sto facendo ma a cosa sto facendo assieme al mio partner.
In questo senso abbiamo abbandonato un criterio paternalistico e scelto una
co-definzione degli obiettivi: in sintesi a noi non interessa più
intervenire per soccorrere, noi qui stiamo investendo, non donando. Uno
degli esempi più lampanti di quanto vado dicendo è il progetto di incubatore e
acceleratore che abbiamo finanziato in Kenya a partire dal 2018 in
collaborazione con la Cattolica di Milano e E4Impact. Siamo partiti dalla
considerazione che questo è un Paese estremamente dinamico, con un Pil
superiore al 5% previsto nei prossimi due anni nonostante la crisi globale e
con un tessuto imprenditoriale che viene dal basso, estremamente vivace.
L’incubatore è divenuto in breve un punto di riferimento per centinaia di
piccole e medie imprese e ha fornito strumenti di formazione gestionale e
manageriale per entrare nei mercati nazionale e internazionale. L’obiettivo è
ora creare collegamenti con il tessuto imprenditoriale italiano e approdare a
un risultato win-win per Kenya e Italia».
Africa: la
finanza vuole i poveri solo come clienti
Non si è ancora spenta l’eco della Africa Inclusive
Finance Week 2025, chiusa il 17 ottobre a Lomé, e già la retorica dell’“inclusione
finanziaria” mostra le sue crepe. Per una settimana, la Banca Africana di
Sviluppo e una lunga fila di fondazioni, governi e piattaforme fintech hanno
parlato di innovazione e di “nuovi strumenti per colmare il divario di accesso
al credito in Africa”. Hanno mostrato slide impeccabili, proiettato numeri
sull’alfabetizzazione digitale, celebrato l’avvento della “finanza per tutti”.
Il problema è che questa finanza non nasce per tutti,
ma per gli stessi di sempre. La parola “inclusione” funziona bene nei
comunicati, ma sul terreno significa un’altra cosa: portare milioni di persone
dentro il sistema, purché rispettino le regole del sistema.
Cioè: puoi avere un microcredito se hai un telefono,
un conto digitale, un indirizzo, una reputazione tracciabile e qualche garanzia
di rimborso. In altre parole, devi essere già quasi bancabile per poter essere
incluso. Gli altri restano fuori, come sempre, solo un po’ più profilati di
prima.
Nessuno alla conferenza ha ricordato che la maggior
parte delle economie africane si regge sul contante, sulle reti informali,
sulle rimesse e sulle donne che tengono in piedi microeconomie comunitarie
senza una sola app di pagamento.
“Includerle” significa spesso spingerle verso
piattaforme dove i tassi e le commissioni sono decisi altrove — e dove ogni
transazione genera dati che hanno un valore commerciale, ma non sociale.
Così l’inclusione diventa una nuova forma di
estrazione: non più oro, rame o cacao, ma profili digitali e flussi di
pagamento. Dietro la retorica dell’accesso si nasconde un mercato gigantesco —
quello dei nuovi clienti poveri. È il capitalismo dell’algoritmo applicato alla
povertà: ti faccio entrare nel circuito, ma alle mie condizioni e con il mio
prezzo.
E allora la domanda vera non è se la finanza possa
includere i poveri, ma se la povertà possa sopravvivere alla finanza. Perché
una volta dentro, non è detto che ne esci più libero: puoi ritrovarti
semplicemente più sorvegliato, più indebitato e con meno alternative. L’Africa
ha bisogno di credito, non di colonizzazione digitale; di regole sui tassi, non
di app patinate; di cooperazione, non di marketing solidale.
Ecco perché ne parliamo solo ora, a distanza di
giorni. Perché il silenzio dopo le conferenze dice più della conferenza stessa.
Quando le luci si spengono e i delegati tornano a casa, resta l’eco di una
parola — “inclusione” — che continua a suonare bene, ma a fare male.
Si consolida l’alleanza tra le giunte militari al
potere in Mali, Niger e Burkina Faso, che decidono di ‘federarsi’ creando un
blocco alternativo alla Comunità economica dei Paesi dell’Africa sub-sahariana
(Cedeao o Ecowas), organismo regionale accusato di essere uno strumento delle
ex potenze coloniali occidentali, in particolare della Francia. Basta ‘Franco
CFA’, cercasi nome alla nuova moneta. Tensioni tra Burkina Faso e Costa
d’Avorio per presunte basi segrete francesi.
L’Alleanza del Sahel diventa Confederazione
Dopo l’avvio
di una stretta collaborazione militare che ha portato all’espulsione della
maggior parte delle truppe occidentali presenti nel Sahel e all’avvio di una
strategia comune contro l’insorgenza jihadista, i tre paesi ora accelerano
anche sulla cooperazione sul fronte economico, sanitario, dell’istruzione e
delle infrastrutture, sottolinea ‘Pagine Esteri’. «Nei giorni scorsi, i tre
paesi hanno annunciato la creazione della ’Confederazione degli Stati del
Sahel’, evoluzione della precedente ‘Alleanza del Sahel’ formalizzata a
settembre», precisa Marco Santopadre.
Mali, Niger e Burkina Faso a tutta economia
Riuniti a
Niamey, capitale del Niger, i capi dei tre governi nati da diversi e successivi
golpe anti coloniali, hanno formalizzato la creazione di una ‘Banca di
investimento comune’ e di un ‘Fondo di stabilizzazione’, già annunciati a
novembre. Assimi Goita, Ibrahim Traoré (Burkina Faso) e Abdourahamane Tiani
(Niger) hanno poi deciso di creare una «Forza Unificata del Sahel», per
rafforzare la lotta contro i ribelli islamisti. A guidare la neonata
Confederazione sarà il ‘presidente ‘di transizione’ del Mali, colonnello Assimi
Goita, nominato presidente di turno dell’organizzazione con un mandato di un
anno.
Verso l’addio al ‘Franco CFA’
I tre paesi
continuano lavorare sugli aspetti tecnici per arrivare ad abbandonare il
‘Franco CFA’ (nel 1945, CFA era l’acronimo di ‘Colonie Francesi d’Africa’;
successivamente, divenne acronimo di ‘Comunità Finanziaria Africana’), con
l’intenzione di adottare una moneta comune ai tre paesi. Infine, i capi delle
tre giunte militari hanno incaricato i ministri competenti di elaborare
urgentemente tutte le procedure tecnico diplomatiche per l’uscita dei tre Paesi
dei Sahel dalla Cedeao (Comunità economica degli Stati dell’Africa
Occidentale), l’accordo economico stipulato da dodici Stati dell’Africa
occidentale nel 1975, e tuttora in vigore, ma destinato a scadere il prossimo
anno.
Cancellare anche il nome del ‘Franco’
La creazione
della “Confederazione del Sahel” ha ovviamente allarmato l’organismo regionale,
che ha tenuto un vertice straordinario ad Abuja (Nigeria) il 7 luglio. Con la
fuoriuscita di Mali, Niger e Burkina Faso, infatti, la Cedeao perderebbe più
del 12% del Pil e il 16% della popolazione, oltre che tre paesi ricchi di
risorse minerarie e strategici sul piano geopolitico. Mentre i cinque Paesi che
restano della ‘Cedeao’ hanno progettato di adottare una moneta comune a partire
dal 2025; la moneta dovrebbe chiamarsi Eco. L’unione monetaria verrà detta
‘Zona monetaria dell’Africa occidentale’ (ZMAO). E anche questa nascita,
prevista a partire dal 2025.
Rischi e minacce
In caso di
ritiro dei tre della ‘Confederazione del Sahel’, ha detto il presidente della
Cedeao, l’organismo regionale in vita ormai da mezzo secolo, Omar tre paesi del
Sahel potrebbero perdere finanziamenti per più di 500 milioni di dollari. Per
Touray, rischio di disintegrazione della Cedeao che interromperebbe la libertà
di movimento per i suoi 400 milioni di abitanti e peggiorerebbe la sua
sicurezza. Il rischio di una disintegrazione paventato anche dal presidente del
Senegal Bassirou Faye, che sostiene la necessità di liberare l’organismo «dagli
stereotipi che la dipingono come un’organizzazione ‘soggetta alle influenze di
poteri esterni’». Sentori di colonialismo, con Faye che ha anche criticato le
sanzioni imposte dalla Cedeao ai tre paesi ‘ribelli’ dopo i rispettivi colpi di
stato.
Basi segrete francesi in Costa d’Avorio
Intanto la
giunta militare al potere in Burkina Faso ha alzato i toni nei confronti di
Costa d’Avorio e Benin, accusati di essere strumenti dell’ingerenza di Parigi
nella regione. «Non abbiamo nulla contro il popolo ivoriano. Ma abbiamo qualcosa
contro chi governa la Costa d’Avorio. Esiste un centro operativo ad Abidjan per
destabilizzare il nostro Paese» ha dichiarato il leader della giunta militare,
che accusa il Benin di ospitare due installazioni militari francesi segrete, a
suo dire utilizzate per addestrare terroristi contro il Burkina Faso. La Costa
d’Avorio è ancora saldamente nell’orbita politica, economica e militare di
Parigi. Il Benin ha un conflitto aperto anche con il Niger dopo che questo ha
bloccato il trasporto di petrolio da un oleodotto cinese verso il porto di
Cotonou.
Burkina e risorse minerarie
Traoré, il
capo della giunta del Burkina ha annunciato di voler rimanere al potere nei
prossimi cinque anni, partendo da subito con la nazionalizzazione delle risorse
minerarie – soprattutto di oro – e il blocco dei permessi di estrazione finora
concessi a multinazionali straniere. A novembre la giunta militare burkinabé ha
avviato la costruzione di una raffineria d’oro, mentre a gennaio ha inaugurato
il primo impianto per la lavorazione dei residui minerari (principalmente
carbone fino, scorie, concentrati acidi e ceneri), per avere maggior controllo
sul loro trattamento e smettere di esportarli. La fabbrica è di proprietà di
una società privata locale, la Golden Hand, di cui lo stato controlla il 40%.
Le ricchezze sono mie e le sfrutto io, e gli amici
D’ora in poi gli unici attori stranieri che saranno autorizzati a
sfruttare il settore minerario del paese, ha detto Traoré, saranno «i sinceri
partner che accettano di sostenerci nella lotta contro l’insorgenza jihadista,
spesso legata ad Al Qaeda o a Daesh». Un implicito richiamo alle relazioni
commerciali avviate con Mosca in cambio di un sostegno militare che però finora
non ha sortito gli effetti sperati.
In questo momento storico per la regione mediorientale e per il mondo,
caratterizzato da una forte violenza materiale, simbolica ed epistemica, il
Comitato editoriale di Maydan vuole esprimersi con fermezza sul
tema della decolonizzazione, che attraversa e permea oggi le scienze
sociali e umanistiche rispetto ai mondi di cui ci interessiamo, ma che è anche
al cuore della questione israelo-palestinese. La decolonizzazione dei saperi di
cui intendiamo essere espressione e motore nel nostro lavoro di produzione
della conoscenza passa anche per un approccio critico e attento nei confronti
dell’informazione.
In questi giorni, in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, l’informazione
si sta rivelando mistificatoria e fondata su posizioni orientaliste e
neo-coloniali, mascherate da “guerra al terrore”. Il linguaggio dei
media riprende tecniche propagandistiche impiegate in questa misura soltanto ai
tempi dell’11 settembre e dell’invasione americana dell’Iraq, nella quale, non
dimenticheremo mai, hanno perso la vita un milione di iracheni che sono stati
considerati vittime di secondo piano.
Nonostante una parte della comunità accademica ritenga che il discorso
orientalista sia ormai superato, oggi esso è ancora adoperato e operativizzato
a supporto della violenza e dell’impiego di alcuni degli armamenti più
distruttivi al mondo contro una popolazione che da 17 anni subisce un embargo
quasi totale (e che da più di 75 anni resiste alla nakba, la “catastrofe”
rappresentata dall’espulsione forzata dalla sua terra d’origine). Oggi la
popolazione di Gaza si vede privata totalmente di acqua, cibo, elettricità,
medicine e qualsiasi supporto internazionale che metta in salvo le vite di più
di 2 milioni di persone.
Pertanto, il nostro comitato editoriale rifiuta categoricamente
queste narrative, consapevole dei loro effetti materiali e violenti non solo
sulle vite di contesti apparentemente lontani, ma anche sulle persone
razzializzate e alterizzate nella società italiana, in molte altre realtà
d’Europa (quali la Germania o la Francia) e negli Stati Uniti. Soprattutto,
ci preme condividere in questo momento una riflessione critica sul significato
della “decolonizzazione” nell’accademia e al di fuori di essa.
La decolonizzazione della produzione del sapere non può avvenire senza la
decolonizzazione dei popoli e della terra. La decolonizzazione non è una
metafora, per citare il titolo di un articolo di Eve Tuck e di K. Wayne Yang
(“Decolonization is not a metaphor”). Cosa significa questo termine se
non siamo capaci di riconoscerne le complessità e le dinamiche nel mondo che ci
circonda, al di fuori delle categorie ordinate delle nostre discipline? A
cosa ci serve questo concetto se non possiamo coglierlo proprio dove è più
necessario, richiamato e inderogabile?
L’articolo di Tuck e Wayne ci ricorda che la decolonizzazione deve
essere ricondotta alla questione della terra e della sua liberazione, o
altrimenti si parla di altro. La decolonizzazione non è una teoria
astratta, né sinonimo di altre operazioni di emancipazione. Essa riguarda
invece propriamente la liberazione della terra, la possibilità dei popoli di
vivere ed esistere su di essa, e la liberazione delle “culture” indigene dalle
categorie e dagli strumenti di origine coloniale. Soprattutto, la
decolonizzazione non può essere un concetto che mette al riparo la coscienza
delle società coloniali dalle loro responsabilità.
Il nostro impegno intellettuale verso la “decolonizzazione” dei saperi
rivela tutta la sua politicità proprio nei momenti in cui le narrative
coloniali a cui stiamo assistendo nel presente si legano così saldamente e
chiaramente all’esercizio della violenza nella regione di cui ci occupiamo.
Il Comitato editoriale di Maydan reitera oggi il suo impegno per una reale
libertà intellettuale, che sia capace di impegnare l’accademia nel presente in
cui essa si inserisce e che ci permetta di confrontarci onestamente sulla
giustizia e sull’oppressione nel mondo al di fuori delle nostre istituzioni,
dei nostri articoli e dei nostri libri. Non possiamo parlare di libertà
e onestà intellettuale senza essere critici delle operazioni di censura messe
in atto attualmente contro tutto ciò che è palestinese (come nel caso
delle piattaforme dei social media o della recente cancellazione della consegna
del premio letterario LiBeraturpreis a Adania Shibli). Solo camminando
su una terra libera si può produrre conoscenza libera. Solo costruendo
conoscenze e saperi in relazione organica con la terra possiamo praticare una
ricerca non estrattiva e non astratta, ma radicata e presente a sé stessa e al
mondo.
Maydan è la prima rivista italiana di studi sui mondi arabi, semitici e
islamici diretta da dottorande/i, laureate/i e laureande/i, il cui scopo
principale è quello di incoraggiare la produzione di primi articoli di ricerca
da parte di giovani studiose/i.
Ero solo un
adolescente quando vidi per la prima volta una fotografia di Frantz Fanon, sul
retro della copia cartonata di Pelle nera, maschere bianche (Peau
noire, masques biancs) di mio padre,un’edizione Grove del
1967. Indossava una giacca di tweed, una camicia bianca appena stirata, e una
cravatta a righe, con un accenno di barba e un’espressione intensa, in
qualche modo scavata; il suo occhio destro leggermente alzato verso
l’obiettivo, il sinistro fisso in uno sguardo cupo. Sembrava lanciare una
sfida, o forse l’avvertimento, che se non si fosse prestato attenzione alle sue
parole, l’avremmo pagata cara.
“Chi è
quest’uomo?”, ricordo di aver pensato. La sovraccoperta spiegava che era nato
nella Martinica nel 1925, aveva studiato psichiatria in Francia, aveva lavorato
in un ospedale in Algeria durante la guerra contro l’esercito francese, finendo
per prendere parte alla lotta per l’indipendenza dell’Algeria, diventandone il
più eloquente portavoce, prima di morire di leucemia all’età di trentasei anni.
Ero affascinato da come Fanon metteva in contatto mondi differenti – Francia,
Indie Occidentali, Africa del nord e sub-sahariana – e da come riusciva a
connettere la psichiatria, una disciplina finalizzata alla cura e alla
guarigione, alla rivoluzione, un tentativo di trasformare il mondo attraverso
la distruzione creativa.
Non ero meno
affascinato da dove avevo trovato Pelle nera, maschere
bianche e I dannati della terra (Les damnés de la
terre), spesso descritto come la bibbia della decolonizzazione. Nella
piccola libreria di letteratura radicale che mio padre teneva nel nostro
scantinato, i libri di Fanon erano schiacciati tra The Autobiography of
Malcolm X e The Non-Jewish Jew di Isaac Deutscher: il
primo un memoir, tra i classici del nazionalismo nero, il secondo un saggio
sull’internazionalismo socialista. Questa posizione poteva essere dovuta a una
casualità alfabetica, ma più leggevo Fanon, più mi convincevo del suo
appartenere a uno spazio situato tra le tradizioni politiche rappresentate,
indicativamente, da Malcom X e Deutscher; le sue parole rispondevano alle loro
domande, alle loro tensioni e, non ultime, alle loro contraddizioni interne.
“Non porto
con me verità senza tempo”, scrive Fanon nella sua introduzione a Pelle
nera, maschere bianche. Ma quando ho iniziato a leggerlo, verso la fine
degli anni ottanta, al tempo dell’agonia del regime di apartheid in Sud Africa
e allo scoppio della prima intifada nella Palestina occupata, le sue
osservazioni sull’umiliazione inflitta dalla dominazione coloniale e sulla
dinamica psicologica della rivolta anti-colonialista non avevano perso nulla
della loro attualità. Non sorprende che la sua opera stesse conoscendo uno
straordinario revival all’interno dell’accademia, dove veniva riscoperto – in
un certo senso, scoperto per la prima volta – come uno dei
maggiori pensatori della modernità post-coloniale, piuttosto che come un
propagandista della rivoluzione violenta, o come il “teorico” della Rivoluzione
algerina.
Da allora,
il pensiero di Fanon ha fatto significative incursioni oltre i confini
dell’accademia. Si possono trovare allusioni a Fanon, ed echi del suo pensiero,
negli scritti di Kamel Daoud, Claudia Rankine, Ta-Nehisi Coates, John Edgar
Wideman e Jamaica Kincaid; nell’arte di Glenn Ligon, Isaac Julien e John
Akomfrah; nel cinema di Ousman Sembène, Raoul Peck e Claire Denis; e anche nella
musica jazz e hip-hop. (Il trombettista Jacques Coursil, trombettista e
linguista della Martinica, utilizza passaggi tratti da Pelle nera,
maschere bianche nella sua ossessiva composizione Clameurs.)
Il suo nome è stato evocato anche dai membri del movimento Black lives
matter, in parte per la sua aura talismanica, in parte perché gli scritti di
Fanon sulla vulnerabilità del corpo dei neri sono applicabili con inquietante
efficacia alle uccisioni extra-giuridiche di giovani afroamericani. In seguito
alla morte per strangolamento di Eric Garner, l’eco contemporanea destata dalla
considerazione di Fanon “ci rivoltiamo (…) perché (…) non possiamo più
respirare” non necessita di essere spiegata.
Il potere
degli scritti di Fanon risiede non solo nello spirito d’osservazione che li
caratterizza o nella loro attualità, ma nella loro forza retorica fuori dal
comune. Fanon era in qualche modo ambivalente riguardo all’uso del richiamo
alle emozioni. In ciò era davvero un prodotto del sistema scolastico francese. Il
suo maestro e mentore al Lycée Victor Schoelcher di Fort-de-France era lo
scrittore Aimé Césaire, che aveva partecipato alla creazione del movimento
della negritudine insieme al collega e poeta Léopold Senghor, che sarebbe
diventato il primo presidente del Senegal. Ma Fanon era scettico rispetto alle
appassionate rivendicazioni della negritudine riguardo a una coscienza comune a
tutti i neri che potesse unificare l’Africa e la sua diaspora, prendendo le
distanze in particolar modo dall’affermazione di Senghor, “l’emozione è negra
tanto quanto la ragione è greca”. Lui puntava, piuttosto, a smontare l’edificio
del pregiudizio razziale e del colonialismo in un francese erede della
razionalità classica. Nonostante il suo feroce disaccordo, Fanon rimase il suo
discepolo, e il suo primo libro, Pelle nera, maschere bianche, così
come I dannati della terra, contengono sezioni di febbrile
prosa poetica. Come spiegò al filosofo Francis Jeanson, che redasse Pelle
nera, maschere bianche e divenne in seguito un alleato di Fanon nella
lotta per la liberazione dell’Algeria, “sto provando a raggiungere il lettore
su un piano emotivo, il che significa, irrazionale, quasi sensuale… Per me le
parole hanno una carica. Mi sento incapace di fuggire la morsa di una parola,
la vertigine di un punto di domanda.”
Leggendo
Fanon, si ha l’impressione che la mera scrittura espositiva non possa rendere
giustizia all’impulsivo movimento del suo pensiero. Uso la parola “movimento”
di proposito: Fanon non scriveva i suoi testi; li dettava, camminando avanti e
indietro, a sua moglie, Josie, o alla sua segretaria, Marie-Jeanne Manuellan
(che ha da poco pubblicato un memoriale dell’esperienza). Questo metodo di
composizione conferiva ai suoi scritti un’elettrizzante musicalità: inquieto,
indagatore, e, mentre veniva divorato dalla leucemia, ultraterreno nella sua
chiamata per un nuovo ordine planetario, ripulito dal razzismo e
dall’oppressione. Il regista britannico e nero John Akomfrah ha impostato il
suo ritratto di Stuart Hall sulla musica di Miles Davis. Se dovesse girare un
film su Fanon, lo farebbe sicuramente sulle note di Coltrane, il cui celebre
quartetto fu fondato l’anno stesso della morte di Fanon, e che morì solo sei
anni più tardi. Le frasi di Fanon mi ricordano le famose “lenzuola di suono” di
Coltrane: cascate di arpeggi, rapide e dense, come all’inseguimento di
qualcosa.
Forgiata nel
movimento perpetuo, l’opera di Fanon rispecchia la sua vita errabonda. Non era,
di professione, uno scrittore. Era un dottore, e più avanti un portavoce e
diplomatico della rivoluzione. Tuttavia niente, possiamo dedurre, per lui aveva
più importanza della scrittura. Perché, per qualcuno che aveva lasciato la
Martinica a ventun anni, per non tornarci mai più; che era stato espulso
dall’Algeria, il suo paese adottivo, a trentuno; e che aveva speso gli ultimi
cinque anni della sua vita come un esule rivoluzionario vagando per l’Africa
del nord e quella sub-sahariana, la scrittura era l’unica dimora.
Era questo
il suo modo di lottare con i problemi affrontati lungo un’esistenza ardua e
pericolosa. Albert Memmi, uno psicologo e critico del colonialismo, ebreo
tunisino – la cui figura contrastante fa risaltare le peculiarità di quella di
Fanon – descrisse la vita di Fanon come “impossibile”. Forse lo era. Ma non c’è
dubbio che Fanon scelse la propria vita, almeno per quanto rientrava nel
possibile. In questo senso, la vita di Fanon mostrava una scarsa somiglianza
con quella dei suoi amici e contemporanei, patrioti anticolonialisti come
Patrice Lumumba in Congo, Felix Moumié in Cameroon e Abane Ramdane in Algeria,
i quali cercarono di liberare i loro paesi dalla dominazione straniera. Fanon,
al contrario, non ha mai preso in considerazione la possibilità di ritornare a
Fort-de-France, e provò delusione, e anche un senso di tradimento, per la
campagna di Césaire, il suo maestro, a favore della trasformazione della
Martinica in un dipartimento francese, invece che in un paese indipendente. Non
molto prima di morire, Fanon confessò a Simone de Beauvoir di temere di diventare
un “professionista della rivoluzione” e parlò in modo commovente del suo
desiderio di mettere delle radici. Ma dove? Quello era il problema. Era un uomo
senza patria – fatta esclusione per una patria del futuro, o
dell’immaginazione. Per quanto questo possa essere stato doloroso per Fanon, la
sua apolidia, la natura migratoria della sua vita, aveva donato ai suoi scritti
una rilevanza globale unica, che è chiaramente assente dai discorsi di Lumumba
e Moumié, e che neanche i lavori dei suoi compagni della Martinica, Césaire,
Edouard Glissant e Patrick Chamoiseau, riescono a raggiungere.
La carriera
di psichiatra rivoluzionario ha dato ai suoi scritti un fascino irresistibile,
ma questa peculiare promiscuità tra vita e lavoro è stata anche causa di considerevoli
incomprensioni. Guaritore, soldato, martire: molta della letteratura critica su
Fanon finisce per essere poco più di un inno celebrativo. In quanto icona della
resistenza del “Terzo mondo”, il pensiero di Fanon è stato adottato da gruppi
così vari come le Pantere nere, i guerriglieri della Palestina, i
rivoluzionari islamici dell’Iran e gli alienati delle banlieu francesi,
dove si ha la sensazione che la guerra franco-algerina non sia mai finita, ma
che si sia invece spostata nella metropoli. In questo processo di
santificazione si sono perse le complessità della vita di Fanon; il carattere
incompleto, ambiguo, a volte agonizzante, dei suoi scritti, in particolare il
suo rapporto con la tradizione occidentale; e, non ultimo, l’ironia e le contraddizioni
che la storia avrebbe conferito alle sue parole. Si è persa anche la spinta
principale che stava dietro la sua vita e la sua opera: non la lotta contro il
dominio francese in Algeria, ma la lotta per ciò che lui chiamava
“dis-alienazione”, l’emancipazione delle capacità represse delle persone e la
realizzazione di un umanesimo degno di questo nome.
Fanon ha
qualche responsabilità nell’abuso che si è fatto dei suoi scritti. Ha
contribuito con molti dei motivi musicali che più tardi avrebbero costituito la
colonna sonora della lotta per la liberazione del Terzo mondo. Lo slogan per il
quale è più conosciuto, però, non l’ha scritto lui, l’affermazione secondo cui
“uccidendo un europeo si prendono due piccioni con una fava, eliminando in una
volta oppressore e oppresso: lasciando un uomo morto e l’altro libero”. È stato
Jean-Paul Sartre, non Fanon, a scrivere questo, nella sua famosa prefazione
a I dannati della terra, un’efficace critica all’eurocentrismo che,
purtroppo, non aiutò la reputazione di Fanon, con la sua esultanza per
l’autoflagellazione e la celebrazione del terrorismo come una sorta di
carnevale dionisiaco dell’oppresso.
In realtà,
per Fanon la violenza non è mai stata il rimedio giusto per il Terzo Mondo; era
un rito di passaggio per le comunità e gli individui colonizzati, che si erano
ammalati mentalmente a causa del progetto di conquista-colonizzazione, esso
stesso saturo di violenza e razzismo. Il suo lavoro clinico era la pratica che
stava alla base del suo pensiero politico. Considerava il colonialismo un
rapporto profondamente anormale; il colonizzatore e il colonizzato erano
incatenati tra loro – e i loro ruoli fabbricati – da una fatale dialettica. Non
ci poteva essere alcuna reciprocità tra i due, solo guerra, fino a quando il
secondo non avrebbe ottenuto la libertà. Ma questa lettura non era una
“celebrazione” della violenza, almeno non più dell’idea hegeliana del rapporto
servo-padrone, che l’aveva ispirata.
L’altra
accusa spesso mossa a Fanon è quella di essere difensore di ciò che, oggi,
chiamiamo “politiche identitarie”, un nazionalista nero che insisteva
sull’irriducibile “fact of blackness” [“fatto dell’identità nera” Ndt],
la presunta forza vitale dell’autenticità del nero. In realtà, Fanon vedeva
l’essere nero non come un fatto ma come la fantasmagoria di una società bianca
e razzista: “the fact of blackness” era una traduzione fuorviante
di l’experience vécue du noir, “l’esperienza vissuta del nero”.
Fanon considerava la negritudine un “miraggio dei neri”, una fuga in un passato
immaginario e mistico, una ritirata da un futuro che doveva essere ancora
inventato. La soluzione all’essere costretto a indossare una maschera bianca,
non era, per Fanon, adottare con orgoglio una maschera nera. Come studente era
così determinato a uscire dall’ombra di Césaire, che i suoi primi scritti, dei
drammi che dovevano molto a Sartre, evitavano completamente il tema della
razza. Anche diventando un avvocato della lotta rivoluzionaria nel Terzo mondo,
è rimasto profondamente critico nei confronti dei tentativi nostalgici di
rivitalizzare la tradizionale culturale africana.
Che Fanon
sia stato così largamente incompreso ha una sorta di senso poetico. Poiché il
non essere riconosciuti, e la violenta alienazione che questo produce, è il
perno intorno a cui ruota gran parte della sua opera. Il suo primo importante
testo psichiatrico, pubblicato nel 1952 su “Esprit”, descriveva la sofferenza
psicosomatica sperimentata in Francia dai lavoratori nordafricani. Perplessi
dalla loro esperienza di dolore senza lesioni fisiche, i dottori francesi
conclusero che questi uomini soffrivano di deficienze cerebrali e culturali.
Fanon la vedeva in maniera diversa: “gli hanno infilato a forza la Francia
dentro i loro corpi e le loro anime”, per poi sentirsi dire che “abitano nel
‘nostro’ paese”, un appunto che i loro discendenti nati in Francia si sentono
ripetere ancora oggi.
Non che
Fanon stesso fosse immune dal razzismo, come ebbe a scoprire non molto tempo
dopo essere arrivato a Lione nel 1947. Cresciuto da genitori della classe media
di Fort-de-France, aveva combattuto, ed era stato gravemente ferito,
nell’esercito della Francia Libera, e aveva ricevuto la Croix de guerre con
una stella di bronzo. Aveva indossato la stessa uniforme dei soldati cittadini
della Francia continentale, a differenza dei membri senegalesi del suo
battaglione, i cosiddetti tiralleurs sénégalais. Per quanto lo
riguardava, lui era un francese delle Indie Occidentali, proveniente da una
famiglia rispettabile. I “negri” erano africani, e lui non era uno di loro.
Aveva pure insistito per studiare a Lione – piuttosto che a Parigi, una delle
capitali dell'”Atlantico nero” – dato che voleva essere in qualche modo “più
bianco”.
Nella bianca
Lione, in ogni caso, un bambino bianco lo vide passare e urlò: “Guarda, maman,
un negro! Ho paura!” L’esperienza di vedersi essere osservato – di essere fissato dallo
sguardo dei bianchi – gli procurò la Urszene [“scena
primaria”, un concetto della psicanalisi freudiana Ndt] di Pelle nera,
maschere bianche. Sebbene abbia trovato la sua compagna in una francese
bianca e di sinistra – Marie-Josèphe Dublé, conosciuta come Josie – descrisse
la sua vita a Lione come una serie di quelle che, oggi, chiameremmo
micro-aggressioni, che andavano da complimenti paternalistici per il suo
francese a benintenzionate lodi della sua intelligenza.
Ciò che patì
Fanon durante il suo incontro con il bambino in quel “bianco giorno d’inverno”
fu, secondo le parole di Louis Althusser nel suo classico saggio
sull’ideologia, l’esperienza di essere “chiamato” o “interpellato”. Che
questa Urszene abbia luogo all’aperto è cruciale per la sua
efficacia. Come scrive Althusser: “ciò che (…) sembra avere luogo al di fuori
dell’ideologia (per essere precisi, in strada), in realtà ha luogo
nell’ideologia. Ciò che ha davvero luogo all’interno dell’ideologia sembra
perciò avere luogo al di fuori di essa”.
Fanon non
era un seguace di Althusser, ancora meno un anti-umanista filosofico, ma
in Pelle nera, maschere bianche tentò di fare qualcosa che
Althusser avrebbe potuto apprezzare, cioè dimostrare come l’ideologia
interpellava i francesi delle Indie Occidentali in quanto soggetti
“razzializzati”. Pelle nera, maschere bianche non è un
memoriale, ma è ovviamente un prodotto del periodo di Fanon a Lione, la sua
prima esperienza come membro di una “minoranza” nera. È interessante che due
capitoli esplorino come l’ideologia razziale disfiguri le relazioni
interrazziali, un tema che sarebbe stato di acuto interesse personale per
Fanon.
Il problema
dell'”amore” in una società razzista sta al centro di Pelle nera,
maschere bianche, quasi quanto nell’opera di James Baldwin, il quale nel
1956 ascoltò Fanon parlare a una conferenza di scrittori neri organizzata a
Parigi da “Présence Africaine”. Baldwin, che salpò per Parigi un anno dopo
l’arrivo di Fanon a Lione, non menzionò Fanon nel suo resoconto della
conferenza, ma l’avrebbe evocato nel suo libro del 1972 No name in the
street. Il titolo di Pelle nera, maschere bianche sarebbe
potuto essere Notes of a native son (nella traduzione
italiana, Mio padre doveva essere bellissimo), essendo Fanon, come
Baldwin, impegnato in un corpo a corpo con gli ostacoli alla cittadinanza nera
in una società dominata dai bianchi. Nel libro, la sua principale divergenza
non è con la dominazione e lo sfruttamento coloniali, con i limiti
razziali del repubblicanesimo francese: è la protesta piena di speranza di un
cittadino francese per l’inclusione, non un ripudio rancoroso della métropole.
Fanon sembra sicuro della sua abilità di ottenere “niente di meno della
liberazione dell’uomo di colore” non solo dalla supremazia bianca, ma dalla sua
concezione restrittiva di negritudine: “Il Negro non è. Non più dell’uomo
bianco”. Il linguaggio di Fanon qui dovrebbe risultare familiare a chiunque
abbia letto il saggio di Sartre del 1946 Riflessioni sulla questione
ebraica, dove sostiene che l’idea dell'”Ebreo” come l'”Altro” è stata
un’invenzione degli antisemiti. Per Fanon, una persona di origini africane
diventava nera, diventava un “nègre”, solo attraverso lo sguardo dei bianchi.
Il cosiddetto problema dei neri non era nient’altro che un fantasma della
questione ebraica.
Ma a Fanon
non bastava liberarsi della razza in quanto concetto analitico, e dimostrare
che si tratta di una mera fabbricazione, come, per esempio, la classe. Questa
posizione ha avuto i suoi difensori liberal, incluso il filosofo della politica
Mark Lilla, il quale, in un editoriale molto citato ospitato sulle pagine del
“New York Times” (successivamente esteso nel libro The once and future
liberal, in italiano L’identità non è di sinistra. Oltre
l’antipolitica), sminuiva quello che lui chiamava il “discorso sulla
diversità” come un “dramma dell’identità” che “esaurisce il discorso politico”
e divide un’entità organizzata politicamente che potrebbe invece essere unita
intorno a cose presumibilmente reali come “la classe, la guerra, l’economia e
il bene comune”.
Dal punto di
vista di Fanon, la razza è sempre una rifrazione di idee, paure e ansie
riguardanti “la classe, la guerra, l’economia e il bene comune”. È una
finzione, ma così pervasiva e potente da produrre profondi effetti sul mondo
reale. Può sembrare “una cosa triviale, ovvia”, come Marx scrisse della merce,
ma in realtà “è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezze metafisiche e
di capricci teologici.” Come la merce, la razza è il fantasma nella macchina di
una società che appare disincantata, mai completamente esorcizzato, a tributo
non solo di persistenti iniquità ma anche del persistente potere dello sguardo,
dell’irragionevolezza e del rancore. E le ferite più gravi che infligge, per
Fanon, sono di natura psicologica: violazioni della dignità, soprattutto “la
vergogna e il disprezzo di sé” che innesta nelle sue vittime. Persino un nero
relativamente privilegiato e “assimilato” come lui era “dannato”: “Quando le
persone mi apprezzano, mi dicono che lo fanno a dispetto del mio colore. Quando
non gli piaccio, mi fanno notare che non è a causa del mio colore. In entrambi
i casi, sono intrappolato in un ciclo infernale”. Ma come poteva lui uscire da
questo ciclo infernale e – come scrive Ta-Nehisi Coates in Tra me e il
mondo (Between the world and me) – “vivere libero in questo
corpo nero?
Nel
tentativo di liberarsi dallo sguardo dei bianchi, Fanon fu attratto per un breve
periodo dal romanticismo razziale di Senghor, tentato, disse, di “immergersi
nell’irrazionale”, come i poeti della negritudine lo avevano esortato a fare.
Quando lesse la lunga introduzione di Sartre a Orfeo Nero (Orphée
noir), un’antologia del 1948 di poeti della Negritudine, rimase colpito dal
suo paternalismo: Sartre difendeva la coscienza comune dei neri come un
“razzismo antirazzista” – quello che Gayatri Spivak avrebbe chiamato
“essenzialismo strategico” – ma lo riduceva a un “momento debole di un movimento
dialettico” diretto verso una società libera dall’oppressione di razza e di
classe. Tuttavia, verso la fine della stesura di Pelle nera, maschere
bianche, Fanon finì per concordare con Sartre. L'”unica soluzione”,
dichiarò, è “elevarsi al di sopra di questo dramma assurdo che gli altri hanno
messo in scena intorno a me” e “tendere all’universale”, piuttosto che cercare
rifugio in cima a una “torre materializzatasi dal passato”. Se qualcuno sta
facendo quel salto, aggiunge, non sono i poeti della Negritudine, ma i ribelli
vietnamiti dell’Indocina, che stanno prendendo nelle proprie mani il loro
destino.
L’insoddisfazione
di Fanon verso il moderatismo politico del movimento della Negritudine, e verso
il suo maestro Césaire, che era diventato un senatore nel dipartimento francese
della Martinica e un oppositore dell’indipendenza, può essere d’aiuto nello
spiegare uno dei grandi misteri della sua vita: la sua decisione di non tornare
a Fort-de-France al termine del periodo trascorso all’ospedale psichiatrico di
Saint-Alban-sur-Limagnole nel Massiccio Centrale. François Toscquelles, il
maestro di Fanon a Saint-Alban, era un dottore e un combattente della
resistenza, avendo guidato i servizi psichiatrici dell’Esercito repubblicano
spagnolo prima di attraversare i Pirenei nel 1939. Era stato un pioniere della
psicoterapia istituzionale e sociale, che provò a trasformare la struttura
psichiatrica in un microcosmo riconoscibile del mondo esterno. L’idea alla base
della social therapy era che l’alienazione dei pazienti fosse
sociale oltre che clinica, e che il processo di cura necessitasse della
creazione di una struttura che potesse alleviare il loro isolamento
coinvolgendoli in attività di gruppo.
Nel 1953,
dopo più di un anno speso al Saint-Alban, Fanon iniziò a lavorare al
Blida-Joinville, un ospedale psichiatrico a quaranta chilometri a sud di
Algeri. Sotto alla sua responsabilità stavano cento ottantasette pazienti:
cento sessantacinque donne e ventidue musulmani. Alcuni di loro li trovò legati
al letto, altri ad alberi nel parco. Vivevano in ambienti segregati, le donne
in un padiglione e gli uomini in un altro. Il precedente direttore
dell’ospedale, Antoine Porot, il fondatore della cosiddetta Scuola di
etnopsichiatria coloniale di Algeri, giustificava questa segregazione sulla
base delle “divergenti concezioni morali e sociali”. Molti dei colleghi di
Fanon condividevano l’idea di Porot secondo cui gli algerini erano
essenzialmente diversi dagli europei, affetti da uno sviluppo cerebrale
primitivo che li rendeva pigri e infantili, ma anche impulsivi, violenti e
inaffidabili. Da ateo delle Indie Occidentali, che non era né un “autoctono”
musulmano né un europeo bianco, Fanon a Blida si sentiva ugualmente distante
dal personale così come dai pazienti. Non parlando né arabo né berbero, con i
suoi pazienti musulmani si affidava a degli interpreti. In Algeria i suoi più
grandi amici erano europei militanti di sinistra, molti dei quali ebrei.
Per
instillare un senso di comunità fra il personale – e forse per uscire dalla
propria solitudine – Fanon creò un bollettino settimanale. In uno straordinario
articolo pubblicato nell’aprile del 1954, contestò l’isolamento spaziale del
manicomio moderno, anticipando l’opera di Foucault del 1961 Storia
della follia nell’età classica (Folie et déraison. Histoire de la
folie à l’âge classique):
Le
generazioni future si chiederanno con interesse quale motivo ci spinse a
costruire ospedali psichiatrici lontano dai centri urbani. Diversi pazienti mi
hanno chiesto: Dottore, sentiremo le campane di pasqua? (…) Quale che sia la
nostra religione, la vita quotidiana è impostata sul ritmo di una serie di
suoni e le campane della chiesa rappresentano un importante elemento di quella
sinfonia (…) la Pasqua arriva, e il suono delle campane morirà senza poter
rinascere, non essendo mai arrivato all’ospedale psichiatrico di Blida.
L’ospedale psichiatrico di Blida continuerà a esistere in silenzio. Un silenzio
privo di campane.
Restaurare
l’ordine sinfonico della vita quotidiana era l’obiettivo della psicoterapia
sociale, e Fanon lo perseguì con la sua solita attenzione, introducendo diverse
attività come l’intreccio dei rami di vimine, un teatro, giochi con la palla.
Fu un grande successo con le donne europee, ma un fallimento totale con gli
uomini musulmani. I dottori europei più vecchi gli dissero solo che “dopo aver
passato quindici anni nell’ospedale come noi, allora capirai”. Ma Fanon si
rifiutava di capire. Sospettava che il fallimento fosse dovuto ai suoi “metodi
importati”, e che avrebbe ottenuto risultati differenti se fosse riuscito a
fornire ai pazienti musulmani forme di socialità che somigliassero alla loro
vita all’esterno della struttura. Lavorando con un gruppo di infermiere
algerine, allestì un café maure, una tradizionale sala da tè dove
si beve caffè e si gioca a carte, e più avanti un “salone orientale”, come lo
chiamava lui, per il piccolo gruppo di musulmane presenti nell’ospedale.
Musicisti e cantastorie arabi venivano a esibirsi, e le festività musulmane
erano celebrate per la prima volta nella storia dell’ospedale. Una volta che le
sue pratiche culturali furono riconosciute, la comunità musulmana di Blida
riemerse dal suo torpore.
La curiosità
di Fanon per l’Algeria lo condusse molto al di fuori delle mura dell’ospedale.
Immerso nel bled della Cabilia, terra madre dei berberi
algerini, assistette a cerimonie notturne in cui isterici venivano curati
attraverso “crisi catartiche” e apprese di donne che usavano la magia bianca
per rendere impotenti i mariti adulteri. Scoprì un’attitudine più
compassionevole verso la malattia mentale: gli algerini attribuivano la causa
della follia a spiriti soprannaturali, non alla persona che ne soffriva. Nei
suoi scritti su queste pratiche, Fanon non usò mai la parola superstizione.
Anche se insisteva sulla specificità della cultura nord-africana, fu molto
attento a evitare l’essenzialismo della Scuola di Algeri. Ambiva a perforare la
superficie congelata, apparentemente naturale, della realtà, per far emergere
il fermento nascosto sotto di essa.
Quel
fermento esplose il primo novembre 1954, quando il Fronte di liberazione
nazionale (FLN) realizzò i suoi primi attacchi, scatenando una guerra di
indipendenza che sarebbe durata quasi otto anni. L’Fln era una piccola
organizzazione nata da una scissione avvenuta all’interno del Mouvement
pour le triomphe des libertés démocratiques (Movimento per il
trionfo delle libertà democratiche), un’organizzazione messa al bando,
guidata dal padre fondatore del moderno nazionalismo algerino, Messali
Hadj. Ottenere l’appoggio della maggioranza musulmana, e convincerla di avere
una possibilità di vittoria contro uno degli eserciti più potenti del globo,
richiedeva non pochi sforzi e atti di intimidazione. Ma il lavoro di
convincimento fu attuato in parte dalla massiccia repressione francese: interi
villaggi rasi al suolo, il trasferimento coatto di più di due milioni di
persone in campi di “raggruppamento”, la generalizzazione della tortura,
migliaia di esecuzioni sommarie e sparizioni; almeno trecento mila algerini
morirono durante la guerra. Convincere Fanon, invece, non necessitò di un
grande sforzo. Quando i ribelli si misero in contatto con lui all’inizio del
1955, aveva già deciso da che parte stare; secondo il suo biografo David Macey,
il suo primo pensiero fu quello di unirsi a loro nella maquis.
Fanon corse
molti rischi per aiutare i ribelli, aprendo le porte dell’ospedale per ospitare
gli incontri del Fln, curando i combattenti nella clinica diurna e impedendo
alla polizia di entrare nella struttura con le armi . Allo stesso tempo,
prestava cure ai militari francesi coinvolti nella tortura dei sospetti
ribelli. Non passò i loro nomi al Fln, in quanto vittime anch’essi di un
sistema coloniale, di cui erano tenuti a eseguire il lavoro sporco. Alla fine,
però, Fanon si rese conto di essere incapace di realizzare un cambiamento effettivo
a Blida: i musulmani dell’Algeria erano stati soggetti a quella che lui
chiamava “un’assoluta depersonalizzazione” e rimanendo nella sua posizione
avrebbe perpetuato una falsa normalità. Nel dicembre 1956 si licenziò con una
lettera di protesta al Ministro Residente Robert Lacoste; un mese più tardi fu
espulso dall’Algeria. Prima di andarsene ebbe un breve incontro con Abane
Ramdane, un leader del Fln proveniente dalla Cabilia, che contribuì in modo
decisivo a plasmare la sua visione della lotta per l’indipendenza. Ramdane, a
volte descritto come il Robespierre della rivoluzione algerina, era un fratello
spirituale di Fanon: un oppositore radicale a qualsiasi tipo di negoziazione
prima del riconoscimento da parte francese dell’indipendenza, nonché un genuino
sostenitore della modernizzazione e portatore di valori progressisti e
repubblicani.
Dopo una
sosta a Parigi – la sua ultima visita in Francia – Fanon si stabilì a Tunisi,
dove avevano base i dirigenti esterni del Fln. Divideva il proprio tempo tra la
clinica di Manouba, dove riprese a praticare la psichiatria sotto il nome di
“Dr. Fares”, e gli uffici di “El Moudjahid”, il giornale del Fln in lingua
francese, a cui collaborava come editor. In quanto portavoce del Fln a Tunisi,
si ritagliò una figura affascinante ed enigmatica. Vivendo in un paese arabo
indipendente sensibile alla lotta per l’indipendenza algerina, Fanon non
dovette più nascondere i suoi legami politici. Tuttavia, paradossalmente,
imparò a muoversi con maggiore cautela che a Blida. Nonostante tutti i suoi
richiami all’unità, il Fln traboccava di tensioni tra diverse fazioni, e la
mancanza di una collocazione precisa, sommata all’assenza di una posizione
ufficiale all’interno della leadership, rendeva Fanon vulnerabile. Il suo alleato
più potente all’interno del movimento era Ramdane, capo degli “affari interni”,
ma Fanon si trovava adesso dall’altra parte del confine, a lavorare per le
forze “esterne” del Fln, che vedevano Ramdane come una minaccia ai loro
interessi.
I contributi
di Fanon a “El Moudjahid” non erano sempre apprezzati dai suoi colleghi del
Fln, in special modo la sua coraggiosa denuncia delle “belle anime” della
sinistra francese, che denunciavano la pratica della tortura ma si rifiutavano
di supportare il Fln a causa dei suoi attacchi ai civili. Alla guida del Fln a
Tunisi c’erano pragmatici nazionalisti, il cui obiettivo era quello di
intensificare le divisioni in Francia sulla questione algerina, non di
condannare la Francia come nazione. A differenza di Fanon non avevano bisogno
di dimostrare di essere algerini. Non si può dubitare della sincerità degli
scritti di Fanon per “El Moudjahid”: aveva la tendenza a gravitare intorno alle
posizioni più militanti, e aveva una vecchia questione da risolvere con
l’intellighenzia francese. Ma il suo fervore esprimeva anche il desiderio di
essere accettato come un compagno algerino. Secondo lo storico Mohammed Harbi,
un ufficiale del Fln politicamente schierato a sinistra, che si incontrò (e si
scontrò) con lui a Tunisi, Fanon “aveva un forte bisogno di appartenenza”.
Fanon
sostenne la linea del Fln anche quando aveva ragioni molto buone per dubitare
della sua correttezza, come nel caso del Massacro di Melouza. Nel piccolo
villaggio fuori Melouza, il Fln uccise centinaia di simpatizzanti di un gruppo
nazionalista rivale, tentando poi di attribuirne la colpa ai francesi. Nella
sua prima dichiarazione pubblica a Tunisi, rilasciata in una conferenza stampa
nel maggio 1957, Fanon denunciò le “detestabili macchinazioni sul caso Melouza”,
insistendo che fosse responsabilità dell’esercito francese.
Esercitò una
simile prudenza quando, un anno più tardi, “El Moudjahid” annunciò che il suo
amico Abane Ramdane era morto “sul campo di battaglia”. In realtà, Ramdane era
morto da cinque mesi ormai, e non sul campo di battaglia. I suoi vecchi
compagni l’avevano attratto in una villa in Marocco dove era stato poi
strangolato. I vertici esterni desideravano da tempo di prendere il controllo
della rivoluzione e Ramdane, il principale rappresentante della lotta interna,
costituiva un ostacolo a un simile piano. Ora il vero potere si trovava nelle
mani degli elementi esterni del Fln e del cosiddetto esercito delle frontiere.
Fanon, che era abbastanza vicino ai servizi segreti per sapere la verità sull’omicidio
del suo amico, non disse nulla. Scosso dalla morte di Ramdane, si riconciliò
con l’esercito delle frontiere, per il bene della causa rivoluzionaria – la
leadership militare, stazionata in Tunisia e in Marocco, costituiva sempre più
la forza dominante del movimento – e per la propria incolumità: Secondo Harbi,
il suo nome era sulla lista degli individui da giustiziare in caso di una
minaccia interna al Fronte nei confronti della leadership.
Non era
molto più al sicuro sul posto di lavoro, alla clinica di Manouba, dove iniziò a
introdurre la social therapy che aveva messo in pratica a
Blida. Il direttore della clinica, Dr. Ben Soltan, lo chiamava “il negro” e lo
accusava di essere una spia sionista e di maltrattare i pazienti arabi su
ordine di Israele. La prova di ciò era la sua denuncia dell’antisemitismo,
contenuta in Pelle nera, maschere bianche, e la sua stretta
amicizia con due dottori ebrei-tunisini. Dr. Fares riuscì a mantenere il
proprio posto a Manouba, ma trasferì le sue energie sull’ospedale
Charles-Nicolle, dove creò la prima clinica psichiatrica diurna dell’Africa.
Si trovava
più che mai a proprio agio quando scriveva – o, ancora di più, quando dettava.
Il suo primo libro sulla lotta algerina, L’an V de la révolution
algérienne (L’anno V della rivoluzione algerina), fu composto
in tre settimane nella primavera del 1959. È un resoconto appassionato di un
risveglio nazionale, così come un documento delle speranze utopiche che aveva
destato nell’autore, il quale, dopo tre anni passati a Blida, era arrivato a
considerarsi un algerino. Non penso sia un’esagerazione dire che Fanon si fosse
innamorato del popolo algerino. Come scrive John Edgar Wideman nel
romanzo Fanon, “Fanon non era tipo da farsi indietro, farsi da
parte ad analizzare e a dare istruzioni agli altri, ma uno che si identificava
con gli altri, si immergeva nella fastidiosa e misteriosa alterità degli altri,
mettendo a rischio la propria vita e la propria mente, innamorandosi
perdutamente – sia che l’amore possa essere ricompensato, o riscattato, sia che
questo non accada.”
L’anno V è la lettera d’amore di Fanon
per la rivoluzione d’Algeria, e in molti passaggi appare come l’espressione
della visione – o della fantasie – di Ramdane sull’Algeria post-indipendenza.
Nel libro, la rivoluzione algerina non è vista semplicemente come una
sollevazione anti-colonialista, ma come una rivoluzione sociale contro
l’oppressione di classe, il tradizionalismo religioso e il patriarcato.
Nonostante tutti i richiami all’Islam, Fanon sosteneva che il nazionalismo
algerino fosse un nazionalismo della volontà, piuttosto che etnico o religioso,
aperto a chiunque desiderasse prendere parte alla lotta, inclusi i democratici
europei che rinunciavano allo status coloniale e la minoranza ebraica del
paese.
In realtà,
la visione di Ramdane stava rapidamente perdendo terreno, anche perché
l’esercito francese aveva annientato la leadership interna nella Battaglia di
Algeri. Dopo l’indipendenza, le donne della resistenza avrebbero vissuto sulla
loro pelle una dolorosa regressione e i pied noirs sarebbero
fuggiti in massa verso la Francia, insieme agli ebrei d’Algeria. Coloro che
immaginavano un’Algeria multietnica erano sempre stati una minoranza, e
il loro numero diminuiva al perpetuarsi di ogni atrocità dei pied-noir o
dell’esercito. L’unica richiesta su cui erano tutti d’accordo all’interno del
Fln – oltre all’indipendenza stessa – era quella di ristabilire l’identità
araba e islamica dell’Algeria. Fanon aveva ragione nel credere che il tentativo
della Francia di “emancipare” le donne musulmane spingendole a rimuovere il
velo, aveva soltanto reso il velo più popolare; quello che non gli riusciva – o
si rifiutava – di vedere, era la propensione di influenti settori del movimento
nazionalista a rafforzare il conservatorismo religioso. Sappiamo da una lettera
che Fanon scrisse a un giovane ammiratore iraniano di Parigi – il
rivoluzionario islamista Ali Shariati -, che Fanon vedeva la svolta islamica
come un miraggio, un “ritirarsi dentro di sé” travestito da liberazione “dall’alienazione
e dalla de-personalizzazione”. Ma si trattenne dall’esprimere queste idee in
pubblico, mentre la sinistra interna al Fln era furiosa per il fatto che
la devota borghesia algerina “avesse trovato in Fanon”, nelle parole di
Mohammed Harbi, “qualcuno che rappresentasse il comportamento di questa come
progressista”. Fanon, “l’algerino”, vedeva quello che lui voleva vedere – o
quello che Ramdane voleva che lui vedesse. Nonostante ciò, colse in modo
brillante l’impatto psicologico della rivolta su un popolo oppresso, la
trasformazione dei suoi componenti in soggetti storici. Di fatto, la
rivoluzione stava portando a compimento il processo che lui aveva cercato di
realizzare all’interno delle mura dell’ospedale di Blida: “l’immobilità carica
di tensione della società dominata,” scrisse, aveva lasciato il posto a
“coscienza, movimento, impulso creativo,” liberando i colonizzati da quella
“familiare sfumatura di rassegnazione che gli specialisti dei paesi
sottosviluppati descrivevano con il titolo di fatalismo“. La
rivoluzione, si scoprì, era la cura per la “sindrome nord-africana”.
All’uscita
de L’anno V, Fanon era stato sostituito nella sua carica di
portavoce del Fln a Tunisi. A rimpiazzarlo era stato il Ministro per
l’informazione del Governo provvisorio della Repubblica algerina (Gpra) di
recente formazione, M’hammed Yazid, un diplomatico affabile che vantava stretti
legami con la sinistra francese, che una volta Fanon aveva rimproverato con
disprezzo. Fanon divenne allora un ambasciatore itinerante e nel marzo 1960 fu
nominato rappresentante permanente del Fln ad Accra. Il Regno Unito di Libia
gli fornì un passaporto vrai-faux che lo identificava come
Omar Ibrahim Fanon e prese a svolgere la nuova occupazione con particolare
zelo.
La
liberazione dell’Algeria, scrisse su “El Moudjahid”, sarebbe stata una
“vittoria africana”, un “passo verso la realizzazione di un’umanità libera e
felice”. Fanon vedeva la guerra per la decolonizzazione dell’Algeria come un
modello per tutta l’Africa ed espresse la propria posizione- in contrasto con
quella più conciliatoria di chi lo aveva invitato, il capo di stato ghanese
Kwame Nkrumah – alla prima Conferenza panafricana dei popoli, tenutasi ad Accra
nel 1958, dove guidò una delegazione del Fln e fece un discorso elettrizzante
in cui difendeva la lotta armata come l’unica strada efficace per la
liberazione nazionale. Pochi dei leader africani erano pronti ad appoggiare
questa linea. La maggior parte erano nazionalisti culturali come il presidente
del Senegal, Léopold Senghor, che sosteneva l’unità africana, accettando allo
stesso tempo l’interferenza francese nel campo della difesa e della politica
economica – e schierandosi alle Nazioni Unite insieme alla Francia contro
l’indipendenza dell’Algeria. Fanon era esasperato dal dover argomentare i
meriti della causa algerina a degli africani, e fu sul punto di commuoversi
durante un discorso.
Fanon
credeva che l’Africa necessitasse di militanti inflessibili come il suo amico
Ramdane. Rimase molto colpito da Sékou Touré, lo spietato dittatore della
Guinea, e una volta confessò di avere “orrore della debolezza”; Touré non
sembrava averne alcuna. Gli alleati più vicini a Fanon alla conferenza di Accra
erano Patrice Lumumba, che sarebbe divenuto presto il Primo ministro del Congo
belga indipendente, e Félix Moumié, un rivoluzionario del Camerun. Nel
settembre 1960, il governo di Lumumba fu rovesciato in un colpo di stato messo
in atto con la collaborazione del Belgio, un preludio al suo assassinio. Due
mesi dopo Moumié fu vittima di un avvelenamento a Ginevra. “Aggressivo,
violento, pieno di rabbia, innamorato del proprio paese, odiava i codardi”,
scrisse Fanon del suo amico, “rigoroso, duro, incorruttibile.”
Nel novembre
1960, appena dopo la morte di Moumié, Fanon intraprese un’ardita missione di
ricognizione. Lo scopo era aprire un fronte nel sud dell’Algeria al confine con
il Mali, così che armi e munizioni sarebbero state trasportate da Bamako
attraverso il Sahara. Lo accompagnava un commando di otto uomini guidato dal
Maggiore Chawki dell’Esercito di liberazione nazionale d’Algeria. Volarono da
Accra a Monrovia, dove sarebbero dovuti salire su un aereo per Conakry. Una
volta atterrati però gli fu comunicato che il volo per Conakry era pieno e che
avrebbero dovuto attendere il volo Air France del giorno seguente. Sospettarono
si trattasse di una trappola dei servizi segreti francesi e decisero di guidare
– percorrendo duemila chilometri – fino al Mali; più avanti appresero che
l’aereo fu dirottato sulla Costa d’Avorio e perquisito dall’esercito francese.
Il viaggio per il Mali li condusse attraverso la foresta tropicale, la savana e
il deserto. Fanon ne fu incantato; nelle sue annotazioni la sua voce suona come
quella di un invasato. “Tenendo un orecchio attaccato alla rossa terra si
riesce a sentire distintamente il suono di catene arrugginite, di gemiti di
sofferenza”, scrisse. La minaccia più seria al futuro dell’Africa, disse, non
era il colonialismo, che stava morendo di una morte inevitabile, ma i “grandi
appetiti” delle élite post-coloniali, e la loro “assenza di ideologia”. La sua
missione, Fanon riteneva, era quella di “spronare la popolazione del Sahara,
infiltrare gli altipiani dell’Algeria (…) domare il deserto, respingerlo,
assemblare l’Africa, creare il continente”. A differenza dell’Algeria, l’Africa
non poteva creare sé stessa; aveva bisogno dell’aiuto di uomini dotati di
visione ed energia. Invocava un’avanguardia rivoluzionaria, ma la sua retorica
di conquista non era così distante da quella del colonialismo.
La missione
di ricognizione non portò a niente: il sud del Sahara non era mai stata un
territorio di combattimento importante per il Fln, e la fiducia reciproca
scarseggiava tra gli algerini e le tribù del deserto. Leggendo il resoconto di
Fanon, sembra che le sue allucinazioni africane fossero scaturite da una
crescente disperazione. La disperazione non era solamente politica, ma anche
fisica. In Mali aveva perso peso e, tornato a Tunisi a dicembre, gli fu
diagnosticata la leucemia. Claude Lanzmann, che lo incontrò poco dopo il suo
ritorno a Tunisi, lo ricorda come “già pervaso dalla morte, la quale donava a
ogni sua parola il potere della profezia e quello delle ultime parole di un
uomo che si sta spegnendo”. Fanon pregò il Fln di rimandarlo in Algeria. Voleva
morire sul campo di battaglia e sentiva la mancanza dei combattenti
dell’interno, che descrisse a Lanzmann come “contadini-guerrieri-filosofi”.
La sua
richiesta fu rifiutata, ma riuscì comunque a rendersi utile ai soldati in
Tunisia. Tenne delle conferenze sulla Critica della ragione dialettica,
nelle quali dedicò particolare attenzione all’analisi fatta da Sartre della
“fraternità-terrore”, il senso di fratellanza che nasce da un’esperienza
condivisa di minaccia esterna. Aveva sperimentato questo ti po di fraternità a
Blida e con il maggiore Chawki nel deserto, e la riconobbe tra i soldati
dell’Esercito di liberazione nazionale. Molti provenivano dagli ambienti
rurali, a questo tipo di persone inflessibili sentiva di poter affidare il
mantenimento dell’integrità della rivoluzione attraverso il terzo mondo. Era a
questi soldati che era indirizzato I dannati della terra, dettato
in tutta fretta mentre le sue condizioni di salute peggioravano.
Ne I
dannati della terra, Fanon caratterizzò la decolonizzazione come un
processo intrinsecamente violento, uno scontro a somma zero tra colonizzatore e
indigeno. Albert Memmi espresse una posizione simile nel suo Portrait
du colonisé (Ritratto del colonizzato), pubblicato nel 1957 con
una prefazione di Sartre. Ma Fanon drammatizzò la propria lotta con una forza
senza precedenti, come una battaglia epica e inesorabile, che si sarebbe
conclusa non solo con la distruzione della realtà coloniale dominata
dall’Occidente, ma con la distruzione della cultura e dei valori che la
sostenevano. Il futuro della storia mondiale veniva scritto con il sangue delle
persone senza storia, “i neri, gli arabi, gli indiani e gli asiatici” che hanno
reso l’Europa prospera con “il loro sudore e i loro corpi”. Le prime fasi della
decolonizzazione sarebbero state cruente e molto sgradevoli, nel momento in cui
i colonizzati adottano “il manicheismo primitivo dei colonizzatori – i neri
contro i bianchi, gli arabi contro gli infedeli”. Ma alla fine, profetizzò,
avrebbero “realizzato (…) che alcuni neri possono essere più bianchi dei
bianchi stessi, e che la prospettiva di una bandiera nazionale o l’indipendenza
non porta automaticamente all’abbandono da parte di certi segmenti della
popolazione dei loro privilegi e interessi”. La guerra di liberazione
nazionale, disse, deve trascendere “il razzismo, l’odio, il risentimento” e “il
legittimo desiderio di vendetta”, ed evolversi in una rivoluzione sociale.
Le tesi
contenute ne I dannati della terra, in special modo le romantiche
dichiarazioni sulla “spontaneità rivoluzionaria” dei contadini, erano
profondamente influenzate dal rapporto di Fanon con l’Esercito di liberazione
nazionale. L’ideale di un’utopia rurale era, come evidenzia Harbi, un “credo
dell’esercito”, che si presentava come il difensore dei contadini dell’Algeria,
e Fanon si era convinto che, a differenza del proletariato, i contadini erano
incorruttibili perché non avevano niente da perdere. C’era qualcosa di vero
nella visione che Fanon aveva dei contadini algerini: anche se le persone che si
erano unite alla maquis non erano coltivatori, molti di loro
erano gente di campagna che avevano mantenuto le loro tradizioni politiche e
culturali, e che avevano da sempre considerato i francesi degli invasori che
alla fine sarebbero stati costretti ad andarsene. Ma la raffigurazione,
promossa da Fanon, dei contadini come una popolazione non contaminata dalla
cultura francese, avrebbe contribuito a supportare un progetto che l’aveva
sempre terrorizzato, il nostalgico “ritorno a sé”. Houari Boumediene, il capo
delle forze esterne in Tunisia e in seguito il presidente dell’Algeria, può
aver licenziato Fanon come “un uomo modesto che (…) non sapeva niente dei
contadini d’Algeria”, ma si rendeva conto dell’utilità della posizione dello
scrittore. Come le sue argomentazioni sul velo, la celebrazione che Fanon fece
della saggezza contadina procurò all’esercito – nelle parole di Harbi – una
“razionalizzazione del conservatorismo algerino”, e una carta populista da
giocare nella lotta di potere contro i diplomatici – di mondo e appartenenti
della classe media – del Gpra e i marxisti all’interno del Fln.
Lo stesso si
può dire riguardo all’affermazione di Fanon sulla violenza come unico mezzo per
ottenere la vittoria. Verso la fine degli anni cinquanta, il Fln capì che non
avrebbe mai sconfitto l’esercito francese, e che il conflitto si sarebbe
risolto in una negoziazione. L’opinione internazionale divenne un campo di
battaglia di primaria importanza, e i suoi combattenti principali erano i
rappresentanti del Gpra: come argomentò lo storico Matthew Connelly, la guerra
era tanto una sfida militare quanto una “rivoluzione diplomatica”. Ma il mito
eroico della lotta armata, che Fanon fece molto per abbellire, permise ai
vertici dell’Esercito di liberazione nazionale di presentarsi, al posto del
Gpra, come i veri vincitori del conflitto, e di imporsi come i giusti
governanti per il paese.
Per quanto
Fanon intendesse il suo libro come manifesto per la rivoluzione che
veniva, I dannati della terra appare forse più profetico come
analisi delle trappole della decolonizzazione. Mentre Fanon difendeva la
violenza anti-colonialista in quanto risposta necessaria alla violenza
“esibizionista” del sistema coloniale, prevedeva anche che “per molti anni a
venire avremmo dovuto medicare le innumerevoli e a volte indelebili ferite
inflitte al nostro popolo dall’assalto colonialista”. Sapeva inoltre che la
“fraternità-terrore” teorizzata da Sartre sarebbe potuta rivolgersi verso
l’interno, con conseguenze letali. L’idea che la solidarietà sotto le armi
avrebbe portato alla rivoluzione sociale era, tuttavia, discutibile. Come
evidenzia Hannah Arendt in un’acuta critica dell’opera di Fanon, il senso di
cameratismo che nasce in guerra “può essere attualizzato soltanto in condizioni
di pericolo di vita immediato”, e tende ad esaurirsi in tempo di pace, come
effettivamente fece dopo l’indipendenza. Il potere dato dalla rivolta
violenta era fugace; la sofferenza e il trauma causati dalle guerre di
liberazione nazionale avrebbero avuto un’influenza duratura. Fanon stesso aveva
visto come la violenza anti-colonialista non era guidata solamente da un nobile
desiderio di giustizia, ma da pulsioni più oscure, incluso il sogno di
“diventare il persecutore”. Aveva predetto che i leader degli stati africani
post-coloniali si sarebbero trincerati dietro ai richiami
all'”ultranazionalismo, lo sciovinismo e il razzismo”: aveva previsto i Mobutu
e i Mugabe del futuro, i “grandi uomini” che si sarebbero coperti di ornamenti
e vestiti secondo lo stile africano, che avrebbero promosso una forma
folclorica di cultura nera e sfruttato cinicamente la retorica
anticolonialista, comprese – amara ironia – le stesse parole di Fanon.
Uno dei
primi lettori del manoscritto di Fanon fu il suo eroe, Sartre. Fanon lo
contattò per la prima volta nella primavera del 1961 attraverso il suo editore,
François Maspero, per chiedergli di scrivere una prefazione: “Digli che ogni
volta che mi siedo alla scrivania, penso a lui”. L’ammirazione era reciproca:
per Sartre, Fanon era più di un discepolo intellettuale; era l’uomo d’azione
che Sartre non si era mai perdonato di non essere stato durante l’occupazione
nazista. Verso la fine del luglio 1961, si incontrarono per la prima volta a
Roma, insieme a de Beauvoir e Lanzmann. La loro prima conversazione si
protrasse dal pranzo fino alle due del mattino, quando de Beauvoir dichiarò che
Sartre aveva bisogno di riposarsi, provocando l’irritazione di Fanon. Nei
giorni seguenti, Fanon parlò in continuazione, in quella che Lanzmann chiamò
una “trance profetica”. Sollecitò Sartre a rinunciare alla scrittura fino a
quando l’Algeria sarebbe stata liberata. “Abbiamo dei diritti da reclamare su
di te”, disse. “Come puoi continuare a vivere normalmente, a scrivere?” Provò
disprezzo per la pittoresca trattoria dove lo portarono a mangiare. I piaceri
del vecchio mondo non significavano niente per lui.
Fanon si era
da poco sottoposto a un trattamento nell’Unione Sovietica, dove gli era stato
prescritto il Myleran, e stava attraversando un breve periodo di remissione. Ma
nel racconto che de Beauvoir fece del loro incontro a Roma, appare
profondamente inquieto, insicuro e assediato dal rimorso e da presentimenti
apocalittici. I giorni successivi all’indipendenza sarebbero stati “terribili”,
presagì, stimando che decine di migliaia di persone sarebbero morte in lotte di
potere. La resa dei conti tra i ribelli algerini sembrava fargli orrore quasi
quanto la repressione francese. Si incolpava per non essere riuscito a
prevenire la morte di Ramdane e di Lumumba, a de Beauvoir sembrò “turbato per
non essere attivo nella sua terra d’origine, e ancora di più per non essere
nativo dell’Algeria”. Quando de Beauvoir strinse la sua mano febbricitante,
ebbe la sensazione di “toccare la passione che la consumava”.
Una settimana
dopo che Sartre aveva terminato la sua prefazione a I dannati della
terra, Fanon fu ammesso in un ospedale di Bethesda, Maryland – la sua unica
visita negli Stati Uniti, che definì “una nazione di linciatori”. Era
sconvolto, disse a un amico, non per la consapevolezza di stare morendo, ma che
stesse morendo di leucemia a Washington, quando sarebbe “potuto morire in
battaglia contro il nemico tre mesi prima”. Morì il 6 dicembre 1961, lo stesso
giorno le copie del suo libro appena apparso nelle librerie di Parigi venivano
confiscate dalla Polizia. A New York, i diplomatici algerini lo regalavano per
natale. De Beauvoir lo vide sulla copertina di “Jeune Afrique” “giovane e
sereno come mai l’avevo visto, e molto bello. La sua morte ebbe un grande peso
perché l’aveva caricata di tutta l’intensità della propria vita”.
L’Algeria
ottenne l’indipendenza nel luglio 1962. Sarebbe presto diventata uno dei membri
più influenti all’interno del Movimento dei paesi non allineati e avrebbe
ospitato le Forze armate della Repubblica democratica del Congo,
l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, le Pantere nere e altri
movimenti di liberazione nazionale, molti dei quali profondamente influenzati
da Fanon. Ma con il passare degli anni, l’Algeria indipendente – rigida,
devota, socialmente conservativa – somigliava sempre meno al paese che Fanon
aveva sperato potesse diventare. Anche se fosse sopravvissuto, non sappiamo se
si sarebbe sentito a casa in un posto simile, più di quanto Che Guevara si
sentiva a casa nell’Havana post-rivoluzionaria. Al di là di tutto quello che
aveva detto a de Beauvoir riguardo al suo desiderio di mettere delle radici,
Fanon aveva uno spirito troppo nomade per restare a lungo nello stesso posto.
L’unico
luogo che avrebbe potuto chiamare casa, oltre alle pagine dei libri, era un
futuro emancipato, un messianesimo secolare che condivideva con Walter
Benjamin. Era preoccupato che i paesi che avevano conquistato da poco
l’indipendenza sarebbero caduti nella stessa trappola dei paesi sviluppati dell’Occidente:
il feticismo dei ritmi di produzione e il saccheggio dell’ambiente e delle sue
risorse, lamentati da Adorno e Horkheimer nella Dialettica
dell’illuminismo. Fanon non era ebreo, ma aveva un’affinità elettiva con
gli “ebrei non ebrei”, molti dei quali marxisti, che tra gli anni trenta e
quaranta plasmarono in profondità il pensiero critico europeo.
Negli
scritti di Fanon, tra i crimini del nazismo e quelli dell’imperialismo c’è un
legame indissolubile: considerava algerini e africani, come gli ebrei, vittime
dell’ipocrisia europea. Questo collegamento, espresso anche da Césaire nel
suo Discorso sul colonialismo, si attenua con l’emergere di Israele
nel ruolo di, nelle parole di Deutscher, Prussia del Medio Oriente, come
avversario delle lotte per la liberazione nel terzo mondo. Come scrive Enzo
Traverso in La fin de la modernité juive: Histoire d’un
conservateur (Editions La Découverte 2013), “l’esaurirsi del ciclo
ebraico del pensiero critico” si ebbe con la conquista israeliana della
Cisgiordania nel 1967 in seguito alla Guerra dei sei giorni, quando gli
intellettuali ebrei passarono dall’essere i più grandi critici interni
dell’Occidente all’essere alcuni dei suoi più strenui difensori. Da allora, le
tradizioni del pensiero critico ebraico e del post-colonialismo hanno
proseguito per strade separate, con eccezioni degne di nota come quella di
Edward Said, un critico letterario palestinese immerso negli scritti di Eric
Auerbach e Adorno, e il suo amico Tony Judt, uno storico ebreo nato a Londra
che divenne un efficace sostenitore della soluzione di uno stato e due nazioni
Israele-Palestina. Fanon, a posteriori, può essere visto come uno degli ultimi
fili che connettevano queste tradizioni, e colpisce che Arendt l’abbia difeso
contro le interpretazioni caricaturali dei suoi scritti sulla violenza, senza
attaccare neanche una volta la sua critica all’imperialismo occidentale. Avrebbe
potuto farlo solo prendendosi il rischio di contraddire il suo saggio su Le
Origini del totalitarismo.
Non
sorprende che una delle più interessanti critiche di Fanon, talvolta affettuosa
talvolta molto severa, sia stata scritta da un ebreo teorico dell’anticolonialismo
che si convertì al sionismo. Albert Memmi aveva molto in comune con Fanon. Era
un uomo che stava “nel mezzo”, mai veramente a casa propria, in quanto ebreo
della Tunisia, istruitosi a Parigi, che si trovava a metà tra il colonizzatore
e il colonizzato. Scrisse romanzi e saggi, venerava Sartre e praticò
neuropsichiatria infantile a Tunisi quando Fanon vi stazionava per conto del
Fln, ma non si incontrarono mai. In un affascinante saggio, La vita
impossibile di Frantz Fanon (The Impossible Life of Frantz Fanon),
pubblicato nel 1971, Memmi qualificò la vita di Fanon come una ricerca
interrotta di un senso di appartenenza. Il “germe della tragedia di Fanon”,
sostiene Memmi, fu la sua alienazione rispetto alla Martinica, la sua patria.
Una volta che l’uomo dominato riconosce che non sarà mai accettato dalla
società dominante, “generalmente fa ritorno a sé, al suo popolo, al suo
passato, a volte (…) con eccessivo vigore, trasfigurando questo popolo e questo
passato al punto da creare una contro-mitologia”. Questo fu ciò che Césaire
aveva fatto, suggerisce, tornando a casa dalle grandes écoles di
Parigi, inventando il movimento della Negritudine, e diventando il
rappresentante del suo popolo alla Assemblée Nationale. Fanon,
tuttavia, non era riuscito a ritornare; invece, dopo aver realizzato che
non sarebbe mai stato interamente francese, trasferì la sua forte
identificazione dal paese che l’aveva rifiutato sull’Algeria, che lottava
contro la Francia per ottenere l’indipendenza. Una volta che l’Algeria
musulmana si dimostrò troppo “particolaristica”, fu inglobata in qualcosa di
più ampio: il continente africano, il terzo mondo, e infine, il sogno di “un
uomo senza precedenti, in un mondo totalmente ricostruito.”
In realtà,
Fanon non ha mai disconosciuto le sue radici martinicane, o il suo amore per
gli scritti di Césaire, dai quali trasse ispirazione per le immagini della
rivolta degli schiavi contenute ne I dannati della terra. Ciò
nonostante, Memmi colse un aspetto che gli ammiratori di Fanon all’interno dei
movimenti antirazzisti di oggi tendono a ignorare: la sua ambivalenza riguardo
alle proprie radici, la sua implacabile messa in in discussione del “ritorno a
sé”. Per Memmi, un ebreo nordamericano privo di illusioni sul nazionalismo
arabo, l’identità era diventata destino. E nel suo saggio su Fanon, esprime una
visione per cui la primordiale identificazione etnica – e la contrazione
dell’empatia che spesso comporta – rientra nel naturale ordine delle cose,
mentre Fanon rappresenta un’anomalia, se non un fallimento, per essersi
sottratto a essa.
La speranza
di Fanon era che tale identificazione potesse essere sostituita da una nuova
cultura post-nazionale, un umanesimo del terzo mondo che il filosofo Achille
Mbembe ha descritto come “la festa dell’immaginazione generata dalla lotta”.
Non sarebbe accaduto. In gran parte del terzo mondo, il sogno della liberazione
dall’Europa era stato rimpiazzato dal sogno dell’emigrazione verso l’Europa,
dove oggi i profughi e i loro figli lottano per un rifugio piuttosto che per
l’indipendenza. L’universalismo, nel frattempo, si è ridotto a una moneta priva
di valore: nonostante tutte le parole spese sul trasnazionalismo, gli unici due
progetti post-nazionali offerti sono la realtà appiattita della globalizzazione
e la tabula rasa islamista del Califfato: Davos e Dabiq.
Mentre
scrivevo questo saggio, ho ricevuto un’e-mail da un amico, un intellettuale
africano che vive a Monaco. “Vivere in Europa oggi,” mi ha scritto, “significa
svegliarsi ogni giorno al suono della grancassa della nuda ostilità razziale,
mentre i politici e i loro sostenitori ci raggruppano tutti insieme, povere
anime nere, come i dannati e gli avanzi della terra, parassiti che non meritano
protezione legale o nemmeno empatia. Dovunque ti giri sei un negativo,
costantemente soggetto a de-umanizzazione e de-personalizzazione. Non ne posso
più del richiamo a un’umanità comune. Non esiste niente del genere.”
Fanon, il
padre fondatore del terzomondismo, condivideva la cupa visione dell’Europa del
mio amico, tuttavia insisteva che se il mondo avesse voluto avere un futuro,
questo risiedeva nella battaglia per un’umanità comune. Per la maggior parte
delle persone, la vita che lui aveva scelto avrebbe costituito una prova ardua
da superare, forse impossibile: in condizioni di oppressione ed esclusione, i
legami nazionali, di fede, familiari e di clan, forniscono sostegno e
nutrimento, e non ci si può aspettare che svaniscano in seguito a rivoluzionari
atti di volontà, come aveva imparato Fanon nella sua esperienza da psichiatra
in Algeria. In No name in the street, James Baldwin scrive che in
tutti i suoi anni passati a Parigi, non aveva “mai sofferto la mancanza di
qualcosa di americano,” e tuttavia, aggiunge, “mi mancavano le domeniche
mattina ad Harlem e il pollo fritto e i biscotti, mi mancava la musica, lo
stile (…) mi mancava il modo in cui la faccia scura si chiude, il modo in cui
gli occhi scuri guardano, e il modo in cui, quando una faccia scura si apre,
una luce sembra spargersi ovunque.” Quando Baldwin fece ritorno ad Harlem nel
1957, mentre Fanon si era appena trasferito a Tunisi, sperimentò la peculiare
sensazione di essere straniero a casa propria.
Fanon, che
non tornò mai a casa, provò a fare l’opposto: diventare un nativo in esilio, in
un paese del futuro. Il futuro emancipato per il quale Fanon sacrificò la
propria vita giace in rovina. Le divisioni razziali, le diseguaglianze
economiche e le guerre dell’era coloniale non sono state eliminate ma piuttosto
riconfigurate. Nel mondo post-coloniale il divario tra nord e sud del mondo non
si è ristretto e la realtà non è modellata in misura minore dalla violenza
spettacolare, dall’esibizionismo imperialista della “madre di tutte le bombe”
di recente sganciata in Afghanistan alla tattica shock and awe (“colpisci
e terrorizza” Ndt) messa in atto con le decapitazioni e lapidazioni portate
avanti dallo Stato Islamico.
Le linee di
confine che dividono l’Occidente dal resto del mondo, e dalle sue diversità
interne, sono state ridisegnate da quando è morto Fanon, ma non sono scomparse:
semmai, si sono moltiplicate. In Francia è tornato il dis-velamento coatto
delle donne musulmane ed è capitato che in spiaggia bagnanti in burkini
venissero inseguite e cacciate dalla polizia e derise da chi assisteva alla scena.
Negli Stati Uniti, le uccisioni da parte della polizia di afroamericani
disarmati hanno alimentato un nuovo e sinistro genere di reality.
Il presidente si è circondato di suprematisti bianchi, imposto un divieto
d’ingresso ai cittadini di diversi paesi – una buona parte dei quali a
maggioranza musulmana – e dichiarato la sua intenzione di estendere
ulteriormente la barriera al confine degli Stati Uniti con il Messico, questo
per tenere fuori i “bad hombres“. L’era dei “fatti alternativi” e
dell’iper-nazionalismo ha costituito un terreno di coltura per le paure
“razzializzate” che Fanon descrisse brillantemente in Pelle nera,
maschere bianche. Le enclave recintate, le videocamere di
sorveglianza e le prigioni dell’Occidente liberale hanno creato delle città
compartimentalizzate quasi quanto l’Algeri di Fanon. Quando il fratello
imprigionato di John Edgar Wideman gli chiese perché stesse scrivendo un libro
su Fanon, Wideman rispose, “Fanon, perché non c’è via d’uscita da questo
maledetto casino (…) E Fanon la trovò”. Non sono sicuro che effettivamente ci
riuscì, ma non perché non ci provò abbastanza, e in ogni caso l’importanza del
suo esempio va ricercato più nelle sue domande che nelle sue risposte – domande
che era spinto a porre come da una necessità fisica. Come possono le democrazie
occidentali superare la loro storia di dominazione razionale, così da
permettere ai cittadini di tutte le etnie di sperimentare la libertà goduta dai
bianchi? Come possono le società post-coloniali evitare la riproduzione degli
schemi oppressivi della legge coloniale? Quale può essere la forma, l’identità,
di una società genuinamente libera, di una cultura emancipata? Come scrisse
in Pelle nera, maschere bianche, “Corpo mio, fa di me un uomo che
sempre si interroga e dubita!”. Il disordine del nostro mondo post-coloniale è
diverso da quello che conobbe Fanon, ma non meno scoraggiante, e per trovare
una via d’uscita avremo bisogno di nuove forme di lotta, e altrettanta
immaginazione.