Cari amici, ci voleva papa Francesco per svelare la verità del G7 svoltosi in Puglia e mostrare che il re è nudo, rompendo ogni consuetudine con l’andare a un convegno di Potenti, Nello sfarzoso scenario di Borgo Egnatia, che non è un borgo antico, ma un albergo di lusso edificato sugli scavi archeologici nel comune brindisino di Fasano, è andata in scena una finzione (non solo il borgo era finto), quella di un potere mondiale in capo a sette grandi Potenze dell’Occidente (compreso l’orientale Giappone) che credono di avere in mano il mondo e di poterne disporre a proprio piacimento e soprattutto di rappresentarne il vertice di civiltà e di sapienza come se fossero il nuovo Celeste Impero. Invece sono capaci solo di officiare i decrepiti riti della guerra, portata fino alla soglia della guerra mondiale, perché la pace è “indecente” come titola a tutta pagina la Repubblica, e di vegliare sull’agonia di un mondo fuori controllo devastato dalla crisi climatica e ambientale. Un assortimento di debolezze è stato in realtà l’esibizione della potenza dei Grandi: c’era Biden che con gambe malferme e la sfida di Trump in America ha promesso futura sicurezza all’Ucraina per i prossimi dieci anni, di fatto accettando per l’oggi le conquiste russe del Donbass e della Crimea, cosa che quando è chiesta da Putin è definita come una “resa”: ma sono stati l’Ucraina e l’Occidente che hanno voluto che la partita si risolvesse non con il negoziato (come era stato fatto a Istanbul) ma con la guerra, e nella guerra c’è chi vince e chi perde, e la Russia, che doveva essere sconfitta invece l’ha vinta. C’erano Macron e Scholz che a loro volta si erano trovati con le urne piene di voti sovranisti e neo-nazisti di elettori che in Francia e Germania privilegiano gli orrori del passato rispetto alle presunte virtù democratiche dei signori della guerra di oggi. C’era la Meloni che usa le effusioni degli Ospiti estatici di fronte ai paracadutisti che scendono dal cielo con le loro bandiere, per rilanciare il mito dei Premier forti e insindacabili, dimenticando gli esempi in corso di governanti inamovibili e suicidi come Zelensky e Netanyahu. E prova di debolezza è stata anche la generale sottomissione agli interessi geo-strategici degli Stati Uniti, che prendendo Zelensky come mascotte e pifferaio tragico, ansioso com’è di intestarsi la fine del mondo, vogliono giocare la partita della sconfitta della Russia prima e della “competizione strategica” con la Cina poi (ma entro il prossimo decennio). È nel bel mezzo di questo concentrato di debolezze e velleità, che è esplosa la verità di papa Francesco: ma dove state andando? Papa Francesco è arrivato sulla sedia a rotelle ma con gli occhi da fanciullo, ha gridato: “il re è nudo”, e ha avvertito tutti i re della Terra che stanno passando dall’umano al post-umano, avendo inventato un’Intelligenza Artificiale che non si fa strumento ma si sostituisce all’intelligenza umana, ed è molto più irragionevole e incontrollata di quella Naturale, tanto da portare il mondo alla tempesta. La macchina, ha spiegato Francesco, è stata addestrata alla scelta tra possibilità diverse, ma la decisione non si può trasferire dall’uomo alla macchina, che è animata non dalla ragione e dallo Spirito ma dall’algebra e dagli algoritmi. “Condanneremmo l’umanità a un futuro senza speranza, se sottraessimo alle persone la capacità di decidere su loro stesse e sulla loro vita condannandole a dipendere dalle scelte delle macchine”, ha affermato il Papa, e perderne il controllo significherebbe perdere la stessa dignità umana. Già lo si vede nei conflitti armati dove si usano dispositivi come le cosiddette “armi letali autonome” quando “nessuna macchina dovrebbe mai scegliere se togliere la vita ad un essere umano”. E noi sappiamo che Israele ha affidato all’Intelligenza Artificiale l’individuazione degli obiettivi da colpire, e ne ha uccisi 37.000, senza distinguere adulti e bambini, e forse anche senza distinguere ostaggi da salvare e ostaggi da far morire con i “terroristi”. Per non parlare poi dell’uso dell’Intelligenza artificiale da parte dei magistrati, ha esemplificato il Papa, quando essi nelle decisioni relative alla concessione dei domiciliari, chiedono a quel cervello Innaturale di valutare la probabilità di recidiva dei condannati “a partire da categorie prefissate (tipo di reato, comportamento in prigione, valutazione psicologiche ed altro)”, rischiando “di delegare de facto a una macchina l’ultima parola sul destino di una persona”, eventualmente in base anche a “pregiudizi insiti alle categorie di dati – (come l’appartenenza a un certo gruppo etnico) – utilizzati dall’Intelligenza artificiale”. In effetti un uso incontrollato delle macchine che ci controllano non farebbe che esacerbare la sottomissione dell’uomo alla cosa, che è la vera forma di dominio dell’età moderna. È interessante riguardo a tutto ciò notare che appellandosi allo scrutinio dell’etica per decidere i criteri con cui utilizzare l’Intelligenza artificiale, il Papa non abbia invocato il “solo insieme di valori globali”, considerati normativi dalla Chiesa cattolica, ma abbia affermato che “nell’analisi etica possiamo ricorrere anche ad altri tipi di strumenti” ovvero “trovare dei principi condivisi con cui affrontare e sciogliere eventuali dilemmi o conflitti del vivere”. E infine l’indicazione dello strumento universale di controllo: la politica, come alternativa e “baluardo” contro l’espansione del paradigma tecnocratico. “Può funzionare il mondo senza politica? Può trovare una via efficace verso la fraternità universale e la pace sociale senza una buona politica? La nostra risposta è: no! La politica serve! La grandezza politica si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine”, ha concluso papa Francesco. Così al G7, o meglio ai governi della Terra, è stata posta una questione e affidata una cruciale responsabilità al momento di questo nuovo cambiamento d’epoca: attenti a che fare quando le macchine in sostituzione dell’essere umano stanno aprendo una fase nuova nella storia del mondo, più ancora di quanto lo fece l’invenzione della bomba atomica, che secondo papa Giovanni nella “Pacem in terris” inaugurò una nuova “età che si gloria della potenza atomica”. Quanto sarebbe importante che questo monito, che non fu avvertito allora nel deserto di Alamogordo, fosse ascoltato ora, così come è risuonato a Borgo Egnatia!
da quiLa Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
mercoledì 19 giugno 2024
martedì 7 maggio 2024
E TU? MORIRESTI PER LA NATO?
articoli e video di Gianandrea Gaiani, Pino Arlacchi, Giuliano Marrucci, Raniero la Valle, Mike Whitney, Andrea Zhok, Fiammetta Cucurnia, Giordano Zordan, Elena Basile, Kit Klarenberg, Stefano Zecchinelli, Fabrizio Poggi
DA TRIESTE A LECCO NUOVE MOBILITAZIONI CONTRO LA GUERRA E CONTRO CHI CI GUADAGNA
Di Konrad Nobile per ComeDonChisciotte.org
Riceviamo e diffondiamo le locandine di due cortei che si terranno a breve.
Nell’ultimo articolo scritto per ComeDonChisciotte “LA GRANDE GUERRA IN ARRIVO: NON SE MA QUANDO” concludevo auspicando e invitando alla mobilitazione contro l’attuale minaccioso clima di guerra e chi lo alimenta.
Ebbene fortunatamente qualcosa si muove e, in merito, segnaliamo che tra le varie iniziative si terranno due importanti cortei.
Sabato 11 maggio, a partire dalle ore 17:30, si svolgerà a Trieste una manifestazione per richiedere politiche di pace e la neutralità della città di Trieste (1), oltre che per solidarizzare con la Palestina e dimostrare la contrarietà alla NATO e alle sue guerre.
L’evento di Trieste viene organizzato, promosso e sostenuto da diverse realtà (i promotori ufficiali sono “Fronte della Primavera Triestina”, “Coordinamento No Green Pass e Oltre di Trieste”, “Alister”, “Insieme Liberi FVG” e “La Tavola per la Pace FVG”) e persone coordinatesi per l’occasione e che, percepita la drammaticità dell’attuale periodo, hanno sentito la necessità di mobilitarsi e chiamare la popolazione a far sentire la sua voce.
Sabato 18 maggio, si terrà invece a Lecco un corteo organizzato dalla locale “Assemblea Permanete Contro le Guerre”. Il corteo avrà luogo nella città nella quale trova sede la nota azienda produttrice di munizioni Fiocchi Munizioni Spa, ditta partecipata dalla multinazionale del militare “Czechoslovak Group” che esporta proiettili in tutto il mondo.
Proprio per dare un concreto contributo contro la guerra e la militarizzazione ecco che da Lecco ci si muove per denunciare e contrastare l’operato di chi dalla guerra e dal traffico di armi ci guadagna.
Come scrivono gli organizzatori sul volantino del corteo, “in questi tempi di guerra, è necessario partire dal qui ed ora per inceppare gli ingranaggi del militarismo mondiale” e “Per non divenire complici delle carneficine che stiamo vivendo in tutto il mondo è necessario agire”.
Ebbene, confidando nella riuscita di questi cortei (e sperando che siano dei tasselli iniziali per una ampia e concreta opposizione alle nostrane politiche guerrafondaie), riceviamo e diffondiamo le locandine dei due eventi, riportando nel caso di Trieste anche il testo di chiamata al corteo.
CORTEO PER LA PACE E PER UNA TRIESTE NEUTRALE, 11 MAGGIO, TRIESTE
Testo di chiamata al corteo:
“E TU? MORIRESTI PER LA NATO?”
La promessa infranta dall’occidente di non espandere la NATO “neanche un centimetro più ad est”, fatta in seguito al crollo dell’ Unione Sovietica, sta trascinando il mondo in una nuova guerra mondiale.
L’imperialismo occidentale, scosso da una profonda crisi economica e dal riordinamento dell’assetto geopolitico, continua ad alimentare l’escalation militare in Ucraina per difendere la propria egemonia sul mondo.
Non da ultimo arrivano le allarmanti dichiarazioni del presidente francese Macron, che dice di non escludere l’invio di truppe francesi in Ucraina, il che ci lascia immaginare che il peggio debba ancora venire.
Similmente il genocidio del popolo palestinese che, in pochi mesi, ha causato almeno 33 mila morti, dimostra come l’occidente ed i suoi vasalli siano pronti a tutto pur di mantere integro il proprio giogo oppressivo.
L’indiscriminato massacro a Gaza e l’indomita lotta della resistenza palestinese danno ulteriore testimonianza dell’aggravamento dello stato di crisi dell’egemonia occidentale e dei suoi piani.
Su ogni fronte il macello continua e si intensifica, nonostante la sempre più marcata contrarietà dell’opinione pubblica. Il clima di guerra viene sempre più apertamente alimentato e sostenuto dalle istituzioni politiche e statuali.
Ma, mentre i nostri politici parlano di investire in truppe ed armamenti, ampi strati della popolazione vengono spremuti dall’aumentare dell’inflazione e da condizioni di vita e lavorative sempre più precarie.
Questo anche nella nostra città che, data la sua posizione strategica e con il suo porto, rimane un polo cruciale nella scacchiera geopolitica usata dai padroni del mondo.
Il diritto internazionale però è chiaro: Trieste deve essere una città neutrale, demilitarizzata e dotata di un porto franco internazionale aperto a tutti gli Stati del mondo – inclusi quelli non allineati all’ ordine atlantista. Lo Stato italiano e la NATO stanno però violando il Trattato di Pace di Parigi del 1947 che impone questo status, trascinando pure la città di Trieste e la sua popolazione nel delirio bellico. A riprova di ciò ci sono le recenti dichiarazioni del ministro Urso, che ha definito Trieste “il porto di Kiev“.
Il nostro territorio, che per diritto dovrebbe essere libero e demilitarizzato, può ormai contare soltanto sulla volontà delle persone che lo vivono veramente. Quando le istituzioni sono vendute agli interessi bellici è compito nostro opporci a tali sfruttamenti e combattere per la demilitarizzazione e la pace.
Scendiamo assieme in piazza l’11 Maggio – data scelta simbolicamente anche per la vicinanza alla Giornata della Vittoria sul Nazismo, che si celebra il 9 Maggio e che dovrebbe appartenere a tutti i popoli del mondo.
Facciamo sentire la nostra voce contro la NATO, l’escalation militare e per una Trieste non soggiogata all’interesse dell’ imperialismo!
Che si senta ovunque la nostra voce, proveniente da una città aperta, una città che vuole pace, fratellanza, solidarietà e libertà!”
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CORTEO “DISARMIAMO LA FIOCCHI”, 18 MAGGIO, LECCO
PINO ARLACCHI – “Effetto Kissinger”: come l’Europa è stata suicidata dagli USA
Nessun paese ha mai tratto profitto da una guerra prolungata
Sun Tzu, V secolo A.C.
Diceva Henry Kissinger che essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale. E nel caso dell’Europa odierna la fatalità, il “fattore Kissinger”, consiste nel suicidio economico impostole dagli Stati Uniti e culminato con la guerra in Ucraina, ma preparato e istigato da lungo tempo. La vocazione autodistruttiva del nostro continente è stata preconizzata da Nietzsche due secoli fa con il concetto di “nichilismo europeo”. La sua prova generale sono state le due guerre mondiali del Novecento, e il percorso verso la soluzione finale è iniziato con il vassallaggio verso gli Usa instaurato dopo il 1945. La sudditanza dell’Europa non è stata lineare. Si è dipanata in fasi alterne, con sussulti di indipendenza durante i quali il Vecchio continente ha reclamato la sua sovranità.
Il più importante sobbalzo ha prodotto la nascita dell’Unione europea e di una valuta, l’euro, potenzialmente alternativa al dollaro. Ma si è poi caduti sempre più in basso, fino alla corrente fase terminale.
La rottura con la Russia del 2022, con la guerra in Ucraina, capovolge il cammino verso Est dell’Unione europea e vanifica la formula del suo capitalismo. Questa rottura comporta tre conseguenze letali, destinate ad aggravarsi nei prossimi anni salvo reazioni dettate dall’istinto di sopravvivenza. Il primo effetto è la prosecuzione della stagnazione di lungo periodo del capitalismo europeo iniziata negli anni 70. Le previsioni del Fondo monetario parlano chiaro: il Pil dell’Unione resterà vicino allo zero per almeno tre anni, in controtendenza rispetto a quello degli Usa, della Russia e del resto del mondo.
Lo stop è dovuto in massima parte alle sanzioni contro il petrolio e il gas che l’Europa acquistava a basso prezzo dalla Russia prima del 2022. Petrolio e gas che dopo lo scoppio della guerra vengono acquistati dagli Usa a prezzi fino a 4-5 volte superiori.
Nessuno parla dei veri termini della questione dei rifornimenti di energia. Troverete centinaia di articoli su quanto siamo stati bravi a ridurre nel giro di un anno le importazioni di gas dalla Russia, senza che quasi alcuno di essi parli dei folli prezzi della bolletta energetica pagata ora agli Stati Uniti. Gli Usa hanno spinto gli alleati europei verso sanzioni estreme contro Mosca. Dopo poche settimane dall’inizio delle ostilità hanno pressato l’Ucraina a combattere invece di concludere un accordo già quasi negoziato. E hanno completato l’opera distruggendo il gasdotto Nord Stream nel settembre 2022: tutto alla luce del sole, dopo che Biden aveva avvertito gli alleati che quel gasdotto era condannato. Un atto di guerra contro la Germania ingoiato dalla sua élite come se nulla fosse. È con questi metodi che gli Stati Uniti si sono assicurati il primo posto tra gli esportatori di gas liquefatto verso l’Europa e verso il mondo.
L’Europa è divenuta, inoltre, la prima destinazione del loro petrolio: 1,8 milioni di barili al giorno contro 1,7 verso l’Asia e l’Oceania. Un colpo “alla Kissinger” contro gli alleati d’oltreatlantico che il centro Bruegel ha valutato costare quasi un punto e mezzo del Pil dell’Unione europea. Un colpo che è il costo più grande della guerra Nato contro la Russia.
Sommato alle spese in armamenti e agli altri oneri della belligeranza, siamo intorno – sempre secondo Bruegel – a 316 miliardi di euro, pari al 2% del Pil dell’Unione nel 2022. Cifra aumentata nel 2023 e che corrisponde, guarda caso, alla differenza tra il +2,4 del Pil Usa e il +0,4 dell’Unione. Il tutto tramite contratti-capestro firmati con gli Usa dalla Von der Leyen e da vari governi europei che proteggono lo Zio Sam da eventuali rinsavimenti della controparte tramite scadenze pluriquinquennali. L’aumento dei prezzi dell’energia, inoltre, è responsabile del 40% dell’aumento dell’inflazione in Europa. E un altro 40% è dovuto ai superprofitti degli importatori europei di gas. Non ci si deve meravigliare, allora, se Politico.eu raccoglie gli sfoghi di alti dirigenti di Bruxelles “furiosi con l’Amministrazione Biden che sta accumulando una fortuna con la guerra a spese dei Paesi europei. Gli Stati Uniti sono il Paese che sta approfittando di più dalla guerra perché vendono più gas a prezzi più alti, e perché vendono più armi” (24.11.2022).
Ma la storia del nichilismo europeo non si ferma qui. Il secondo elemento letale è la secca perdita di competitività delle industrie europee rispetto a quelle americane causata dall’impennata dei prezzi dell’energia. Non c’è industria manifatturiera nostrana che possa reggere un costo dell’energia 4 volte maggiore di quello sostenuto dalla concorrenza. Non troverete cenno al “fattore Kissinger” nei rapporti angosciati e codardi di Draghi e di Letta sul futuro del sistema Europa. Il Paese più bastonato (o meglio, auto-bastonato) è stato la Germania, che sta assistendo alla distruzione della sua base industriale e alla fuga di centinaia delle sue imprese verso gli Stati Uniti. Attratte, queste ultime, anche dagli incentivi dell’Inflation Reduction Act. Un mix di misure di favore equivalenti ai famigerati “aiuti di Stato” di Bruxelles che Biden sta distribuendo a piene mani agli “amici” d’oltreatlantico per far trasferire negli Usa pezzi interi del loro apparato produttivo.
La mitica Germania è diventata un Paese in via di de-industrializzazione nonché la nazione con la peggiore performance tra tutte le economie avanzate: Pil a -0,3% nel 2023-24. La terza pozione letale che deve trangugiare l’Europa è la fine del suo modello di crescita degli ultimi trenta anni, basato sulla Russia e sulla Cina. È stato proprio Josep Borrell a dichiarare candidamente agli ambasciatori Ue, nell’ottobre 2022, che “la nostra prosperità si è basata sulla Cina e sulla Russia: energia e mercato. Energia a basso costo dalla Russia e accesso al mercato cinese per importazioni, esportazioni, investimenti e beni di consumo a basso prezzo… Quel mondo non c’è più”. Il tramonto di quella formula di crescita ha spinto ciò che resta del capitalismo europeo in un vicolo cieco. La Russia ha reagito allo scontro con l’Europa accelerando la sua integrazione in uno spazio economico asiatico sempre più vincente. In soli due anni il commercio della Russia con l’Asia è passato dal 26 al 71%. In questo spazio Cina e India diventano ancora più competitive rispetto a Europa e Stati Uniti grazie allo sconto sui prezzi degli idrocarburi importati adesso dalla Russia. Uno spazio divenuto, inoltre, più sicuro perché le transazioni tra le potenze maggiori dell’Asia avvengono ora tramite le loro valute nazionali invece che con i dollari.
C’è qualcuno in grado di affermare, allora, che esista un modello di crescita del capitalismo europeo alternativo a quello appena distrutto dal “fattore Kissinger”? Potranno mai i balbettii neoliberali su “più mercato” e “più Europa” sostituire una credibile nuova narrativa sul posto dell’Europa nell’ordine mondiale post-americano e multipolare emerso ormai nitidamente?
venerdì 5 aprile 2024
Gli Stati Uniti gestiscono jihadisti, chi l’avrebbe mai detto…
articoli e video di Jeffrey Sachs, Miguel Ruiz Calvo, Ron Aledo, Ariel Umpierrez, George Galloway, Jesús López Almejo, Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali (CALP), Jafar Salimov, Piero Bevilacqua, Richard Black, Raniero La Valle
Prof. Sachs: “Gli Stati Uniti gestiscono jihadisti da più di 45 anni…”
“Gli Stati Uniti gestiscono jihadisti da più di 45 anni… nei Balcani, in Medio Oriente, in Asia centrale, e avrebbero potuto benissimo farlo, o avrebbe potuto farlo il loro cliente in Ucraina”. Lo ha affermato l’economista statunitense Jeffrey Sachs in un’intervista a Judging Freedom. Gli Stati Uniti, ha proseguito il prof. Sachs nel corso della sua intervista, continuano a vivere secondo il principio che tutto sarà come desiderano. Di conseguenza, Washington ha seppellito la diplomazia e sta distruggendo i paesi uno dopo l’altro. Ora l’Ucraina è dilaniata, diverse centinaia di migliaia di ucraini sono morti lì, e ancora di più moriranno se gli Stati Uniti non si ricorderanno che devono almeno provare a dialogare con l’altra parte.
Di seguito una sintesi delle sue parole:
“Gli Stati Uniti hanno offerto all’Ucraina e alla Georgia l’adesione alla NATO senza alcun negoziato con la Russia. Gli Stati Uniti hanno partecipato a un brutale colpo di Stato contro il governo ucraino senza alcuna diplomazia con la Russia.
Gli Stati Uniti hanno minato e di fatto silurato gli accordi di Minsk senza alcuna diplomazia con la Russia. Quando il Presidente Putin ha detto… Devo aggiungere che gli Stati Uniti hanno abbandonato unilateralmente l’Accordo sulle Forze Nucleari Intermedie nel 2019 senza alcun negoziato con la Russia.
Nel 2021, quando il Presidente Putin ha detto: ‘Abbiamo urgentemente bisogno di un nuovo accordo di sicurezza’, il 15 dicembre 2021, gli Stati Uniti hanno esplicitamente rifiutato di impegnarsi.
Quando l’Ucraina e la Russia hanno raggiunto un accordo di pace preliminare nel marzo 2022, gli Stati Uniti hanno ordinato: ‘Nessuna firma, nessun negoziato’. Quando il Presidente Putin ha detto: ‘Siamo pronti a negoziare’, la risposta degli Stati Uniti è stata: ‘Non abbiamo nessuno con cui negoziare’.
Non c’è diplomazia. L’idea è che tutto debba andare come vogliono gli Stati Uniti. Ma le cose non vanno come vogliono loro. Gli Stati Uniti stanno distruggendo un Paese dopo l’altro. Afghanistan, Siria, Ucraina, Libia. Perché se non si ha la diplomazia e si ricorre a presunte operazioni segrete o alla guerra aperta, si crea un fastidio.
Gli Stati Uniti hanno dimenticato cosa sia la diplomazia. Non esiste più. Ed è per questo che siamo invischiati in una guerra in cui sono morti centinaia di migliaia di ucraini, in cui ne moriranno altre decine di migliaia o centinaia di migliaia, a meno che non riscopriamo in qualche modo la diplomazia.
E come l’Ucraina venga fatta a pezzi. E non appaiono opzioni valide, ma solo peggiori, e peggiori, e peggiori, e peggiori, e peggiori. Perché ci viene sempre detto: ‘Non è il momento di negoziare!’ o ‘Non abbiamo nessuno con cui negoziare’. E il Paese viene fatto a pezzi.
E non abbiamo mai nemmeno provato a parlare. Quindi questo è un completo fallimento del principio più elementare che si chiama ‘almeno provare a parlare con l’altra parte'”.
venerdì 22 marzo 2024
Iniziare una guerra non è difficile, finirla è un rompicapo
articoli e video di Jeffrey Sachs, Alessandro Robecchi, Raniero La Valle, Nicolai N. Petro, Ted Snider, Alessandro Marescotti, Pasquale Pugliese, Ennio Remondino, Paolo Desogus, Fabrizio Poggi, Domenico Gallo, Marco Carnelos, Giacomo Gabellini, Sahra Wagenknecht
Questa è la proposta di "decolonizzazione" adottata dalla Cia in vista del crollo della Federazione russa. Questa disgregazione veniva bizzarramente e insensatamente definita decolonizzazione, un termine destinato a edulcorare il progetto imperialista americano. (da qui )
I perché di questa inutile guerra e come se ne esce – Jeffrey Sachs
La guerra d’ucraina compie due anni. Due anni di massacri, morti, distruzioni e dissesti economici che avrebbero potuto essere facilmente evitati. La verità è venuta a galla: questa è una guerra causata da un cinico sforzo trentennale degli Stati Uniti per mantenere la Russia debole, anche attraverso l’espansione della Nato in Ucraina. L’Europa, purtroppo, è uno dei due grandi sconfitti della politica statunitense, il più grande dei quali è naturalmente l’ucraina.
Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa non avessero spinto per l’allargamento della Nato negli anni 90, contrariamente alla promessa fatta a Gorbaciov nel 1990: la Nato non si sarebbe mossa “di un pollice verso est”. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa non avessero allargato la Nato a 10 Paesi tra il 1999 e il 2004: Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia nel 1999; Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovenia e Slovacchia nel 2004. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se la Nato non avesse bombardato Belgrado per 78 giorni di fila nel 1999, facendo a pezzi la Serbia. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa non avessero abbandonato unilateralmente il Trattato sui missili anti-balistici e non avessero iniziato a schierare i missili Aegis vicino alla Russia.
Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa non si fossero impegnati a espandere la Nato all’ucraina e alla Georgia nel 2008. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa non avessero sostenuto il violento colpo di Stato contro il presidente ucraino Viktor Yanukovich nel 2014. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa (e Francia, Germania e Ucraina) avessero rispettato l’accordo di Minsk II nel 2015-‘21 per dare autonomia al Donbass. Non ci sarebbe stata nessuna guerra se gli Usa avessero negoziato con Putin le proposte della Russia per un nuovo accordo di sicurezza tra Washington e Mosca nel dicembre 2021. E non ci sarebbe stata nessuna guerra oggi se gli Usa non avessero bloccato l’accordo tra Ucraina e Russia che stava per essere finalizzato ad Ankara, in Turchia, nel marzo 2022.
Mentre tengono questo atteggiamento anti-russia, gli Stati Uniti incolpano costantemente la Russia. Ma il punto è che mirano da oltre 30 anni a mantenerla debole e geopoliticamente sottomessa. E il motivo è questo: gli Usa mirano a essere e a rimanere l’egemone globale del mondo, cioè la potenza mondiale con un “dominio a tutto campo” in tutte le parti del mondo, compresa l’europa. Questa politica comporta il fatto che una Russia forte costituisce una minaccia per l’egemonia statunitense, anche se non è una minaccia reale per gli Stati Uniti e per l’europa. Ora gli Usa stanno perseguendo lo stesso approccio nei confronti della Cina, adottando misure commerciali, tecnologiche, militari e finanziarie anti-cinesi per cercare di indebolire Pechino, incolpandola al contempo per il deterioramento delle relazioni.
Il fatto è che il presidente Vladimir Putin non avrebbe permesso alla Nato di entrare in Ucraina, su un confine comune di 2.000 km, tantopiù in quanto gli Usa sono dediti a operazioni segrete di “regime change” e a una politica di indebolimento della Russia. Questa ferma opposizione all’allargamento della Nato è evidente almeno dal 2007 (se non da prima), quando Putin chiese la fine dell’allargamento in un discorso molto pubblicizzato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco. E da allora fu sempre molto chiaro. Putin lanciò l’operazione militare speciale il 24 febbraio 2022 con l’obiettivo circoscritto di costringere l’ucraina a tornare al tavolo dei negoziati. E la mossa funzionò. Zelensky stava per accettare la neutralità. Ma gli Usa intervennero e dissero all’ucraina di abbandonare il tavolo dei negoziati. Gli Stati Uniti sono pronti a combattere fino all’ultimo ucraino pur di indebolire la Russia.
Tuttavia la guerra non sta indebolendo la Russia, che oggi è più forte di due anni fa, militarmente, geopoliticamente ed economicamente. L’europa è rimasta in silenzio, mentre gli Stati Uniti e gli alleati facevano saltare il gasdotto Nord Stream e lasciavano l’europa alle dipendenze del gas naturale liquefatto statunitense a costi molto elevati. Tutto molto triste. Ora la Germania, il presunto “motore” dell’eurozona, è bloccata in una recessione con una crisi economica a lungo termine sempre più profonda.
La maggior parte dei leader europei che favoriscono l’approccio statunitense sono molto impopolari presso i propri elettori. Il problema, ovviamente, è che non stanno perseguendo i veri interessi dell’europa. È ora che l’europa difenda i suoi interessi, che sono la pace, lo stop all’allargamento della Nato all’ucraina, un sistema di sicurezza basato non sulla Nato ma sull’osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) e il ripristino delle relazioni economiche con la Russia. L’ucraina potrebbe essere in pace – e in sicurezza – come Paese neutrale, con confini negoziati (per esempio, la Crimea rimarrebbe parte della Russia e sede della flotta navale russa del Mar Nero) e altre condizioni. Questa possibilità era sul tavolo già nel marzo 2022 e potrebbe essere realizzata anche ora al tavolo di un negoziato.
L’europa deve scegliere se seguire l’egemonia degli Usa nella guerra perpetua contro la Russia e la Cina, o se invece dotarsi di un sistema di sicurezza proprio che risponda ai suoi reali bisogni e interessi. In questo sistema, la Russia giocherebbe un ruolo costruttivo e l’ucraina sarebbe un Paese neutrale sostenuto dalla sicurezza collettiva in Europa.
Wolfgang Streeck (Max Planck Institute): “La guerra è persa, ma i nostri governi si rifiutano di ammetterlo”
Wolfgang Streeck, direttore emerito del Max Planck Institute for the Study of Societies di Colonia, intervenendo il 24 febbraio 2024 al simposio organizzato da New Statesman per l’anniversario dei due anni dall’inizio del conflitto ucraino, ha offerto questa riflessione che vi presentiamo.
Queste le sue parole:
La guerra è persa, ma i nostri governi si rifiutano di ammetterlo. Fingono invece che possa ancora essere vinta – anzi, che debba essere vinta per evitare che “Putin” marci verso la Finlandia, la Svezia, gli Stati baltici e infine Berlino. Due anni fa ci era stato promesso che al più tardi entro oggi la Russia sarebbe stata completamente sconfitta, economicamente, militarmente e politicamente. Ma le nostre sanzioni si sono ritorte contro, non c’erano abbastanza carri armati Leopard II e i satelliti di Elon Musk hanno perso di vista il mondo a terra. La Russia potrebbe non avere più alcun motivo per tornare ai negoziati di pace iniziati a Minsk o a Istanbul. Può invece guardare gli americani che tornano a casa, come fanno sempre quando le cose vanno male, e osservare la disintegrazione dell’Ucraina. È ora di chiedersi chi ha portato gli ucraini in questo pasticcio – chi ha detto all’estrema destra ucraina che la Crimea sarebbe stata di nuovo loro? Per evitare queste domande, la classe politica europea è disposta a lasciare che il massacro continui sulla linea del fronte ucraino congelato – cinque anni, dieci anni – nessun problema, saranno solo gli ucraini a combattere. Ma cosa succede se si rifiutano di stare al gioco e di morire per i “nostri valori”?
La guerra è persa. Lo spiega con straordinaria sintesi uno dei principali studiosi tedeschi, ma il messaggio è duro ad arrivare ad una classe politica, quella europea, che ha scelto di perseverare nel suicidio imposto dagli Stati Uniti. Fino alla fine.



