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giovedì 27 gennaio 2022

L’economia nel suo labirinto - Alberto Acosta

L’economia è a un bivio sempre più complesso. I problemi che l’assillano e le sfide che deve risolvere stanno diventando sempre più grandi e difficili da affrontare. E ciò che dispera è vedere come l’economia si è trasformata in una sorta di grande totem a cui si rende un omaggio permanente e sottomesso. Vengono messe in atto azioni per proteggerla, presentandole come alternative per cercare di risolvere proprio i problemi che l’economia, per come la conosciamo, provoca. Emergono così economie “sostenibili”, “circolari” o colorate: siano esse “verdi”, “blu”, “arancioni”, “viola” o come vogliono essere chiamate o dipinte, ma che, senza tralasciare alcune buone intenzioni, finiscono per non mettere in discussione l’essenza perversa dell’economicismo né tanto meno del capitalismo.

Insomma, servirebbe un’altra economia, non semplicemente una nuova denominazione per quella esistente. Un’altra economia pensata e sostenuta nella piena validità dei Diritti della Natura e degli inseparabili Diritti Umani, in questo caso strutturata e proiettata da e per la Nostra America. Un’economia per un’altra civilizzazione che inizi con il capire che non stiamo vivendo un semplice cambiamento climatico. Siamo di fronte ad un collasso climatico nell’ambito del cosiddetto “antropocene”, che in realtà dovrebbe essere considerato come un “capitalocene”, sostenuto dal “fallocene” e dal “razzismocene”.
È evidente che non sarà facile superare tante superstizioni e fallacie travestite da scienza. Dobbiamo superare sia le visioni miopi che le reticenze conservatrici e prepotenti che nascondono e proteggono vari privilegi. Ciò, di contraltare al messaggio dominante, non può nascondere il fatto che in tutto il mondo si continuano a costruire strategie di azione diverse e plurali.
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Dallo sviluppo sostenibile alla green economy

Ciò che ci interessa è sottolineare che, a seguito delle tante riflessioni sviluppatesi soprattutto a partire dai primi anni ’70, la preoccupazione ambientale è entrata in scena a livello globale. Come data di riferimento abbiamo il 1992, durante la Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo, tenutasi a Rio de Janeiro. Così la “comunità internazionale” si propose di articolare un modello di sviluppo che tracciasse parametri comuni per garantire l’auspicata crescita economica, il tanto sospirato benessere sociale, includendo il benessere ambientale dell’Umanità. Il punto di partenza di questa decisione è il Rapporto Brundtland, redatto nel 1987, che confrontava lo sviluppo con le esigenze ambientali.
Proporre il soddisfacimento delle necessità del presente senza compromettere quelle delle generazioni future, è stato un cambiamento importante. Inoltre, è stato suggerito che l’uso delle risorse naturali può sostenersi nel tempo. Questo fu un punto di svolta per iniziare a riflettere seriamente sui limiti dello sviluppo tradizionale, dopo l’impatto provocato dal Rapporto del Club di Roma nel 1972. E infatti risultò evidente l’urgenza di rivedere il ruolo dell’economia.
Insomma, parlando di sviluppo sostenibile si è aperta la porta per cercare un equilibrio tra economia, società ed ecologia. Tuttavia, senza aver risolto la sfida di fondo, ciò che si è ottenne marcò un passo trascendente. La questione ambientale ha guadagnato terreno ma, allo stesso tempo – ed è ciò che preoccupa – si è aperta la strada al capitalismo verde, cercando cioè di risolvere i problemi attraverso una crescente mercificazione della Natura.
Da allora, il compito è stato quello di introdurre la questione ambientale nell’economia ma senza intaccarne l’essenza, né interiorizzare quegli elementi complessi che costituiscono il quadro entro cui si dispiegano i processi economici. Diamo un’occhiata ad alcuni esempi. Non sono state considerate le pesanti eredità coloniali o i livelli sproporzionati di consumo di risorse da parte di alcuni paesi, i quali sono anche i principali responsabili dei gas serra o dell’inquinamento da plastica, per citare solo due fonti di distorsioni: questioni ambientali sempre più complicate e preoccupanti.
Finanche questo approccio alla questione ambientale, basato anche su soluzioni tecnologiche, non solo emargina quei gruppi umani – i popoli originari – che non sono integrati nei processi di modernizzazione capitalista, ma li considera quasi come i responsabili dei problemi, poiché sono additati persino quali “nemici del progresso”.
Le risposte economiche green, già in epoca neoliberista, apparivano quasi come la panacea per risolvere questi problemi sostenendo la crescita economica e la liberalizzazione del commercio, ignorando gli innegabili conflitti tra quell’economia, la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale.


Le promesse irrealizzabili del capitalismo verde

Assumendo come validi i principi di un equilibrio tripartito, l’economia ambientale ha offerto e offre tuttora di assicurare una crescita economica permanente, risolvendo i problemi sociali in particolare la povertà e dà conto anche delle questioni ambientali: è questa l’essenza della “green economy”.
Utilizzando questo armamentario economico, si è raccolta la sfida di affrontare i disastri ambientali. Dalla politica fiscale, ad esempio, è apparsa la parola d’ordine “chi inquina paga”. Inoltre, per mettere in atto questo approccio, non c’è niente di meglio che assicurare le uscite dal mercato, stabilire dei prezzi “adeguati”, e quindi – garantendo ovviamente la proprietà privata – raggiungere i risultati di efficienza e sostenibilità proposti, come recita il messaggio dominante. Ciò si complementa con la fascinazione per la scienza e la tecnologia.
Neanche è stato preso in considerazione ciò che nel mondo rappresenta “il modo di vivere imperiale” 
3, che è possibile soffocando la vita degli altri popoli e della Natura. Non si considerano le strutture patriarcali che soffocano la possibilità della piena vigenza dei Diritti Umani. Non c’è posto in queste considerazioni “verdi”, lo stesso approccio coloniale con tutto il carico storico che ne deriva, o i progetti estrattivi con la loro enorme distruzione di territori e comunità, o la stessa transizione energetica imprenditoriale che richiede sempre più minerali come il litio per continuare a gonfiare il mostro urbano esacerbato da milioni di veicoli elettrici privati… La green economy, insomma, cerca soluzioni ai problemi che emergono dal sistema capitalista che cerca di proteggere ma, accelerando la mercificazione della Natura, ha approfondito i due disequilibri: ecologico e sociale.
Come d’altra parte lo “sviluppo sostenibile”, la “green economy” è un ossimoro utilizzato per legittimare gli interessi dei gruppi di potere. I suoi limiti sono evidenti.
 

I limiti invalicabili dell’economia…

Ci sarà sempre chi sosterrà che il problema risiede nella mancanza di coerenza nell’applicazione delle misure economiche – che essi ritengono adeguate -, le stesse che peraltro sono presentate come tecniche. Cioè, carenti di giudizi di valore. Così i difensori dell’economia verde o ecologicamente responsabile o delle altre economie opportunamente battezzate o dipinte, argomentano chiedendo che le loro ricette siano approfondite e che siano rispettate appieno: ciò rappresenta l’ampliamento della logica di un’economia socio-ambientale di mercato.
A loro non interessa che questa richiesta sia cosa impossibile, perché quello che propongono è che la realtà si adatti alle loro teorie.
I risultati di queste pretese sono evidenti: l’accumulazione materiale – meccanicista e interminabile di beni – assunta come progresso, non ha futuro. Così come neanche ha futuro lo sviluppo, che è un derivato di tale progresso. I limiti degli stili di vita, sostenuti nel periodo di maggior fulgore antropocentrico, sono sempre più evidenti e preoccupanti.
Le origini profonde di una crisi plurifacetica, aggravata dalla pandemia sanitaria, sono facili da intravedere. Ne citiamo alcune.
Consumismo e produttivismo, tecnologie che accelerano l’accumulazione di capitale, Stati sempre più autoritari, ambizione ed egoismo sfrenati, individualismo estremo trasformato in malattia sociale, fame di milioni di persone – non per mancanza di cibo -, estrattivismi sfrenati, flessibilizzazione/precarizzazione del lavoro, predominanza della finanza – specie nel suo trambusto speculativo – culto della religione della crescita economica permanente. Anche il coronavirus, per le sue origini zoonotiche, deriva dalla distruzione della biodiversità incoraggiata dall’avidità di ricchezza e potere.


 

Tutta questa complessità, da una prospettiva ecologica, è stata  segnata dalla data in cui si è arrivati alla Sovracapacità della Terra, il 1° gennaio.
Il 28 luglio già si erano esaurite le risorse disponibili per il 2021.
Nel primo registro, nel 1970, fu indicato per il 29 dicembre, nel 2019 fu il 29 luglio e nel 2020, il 22 agosto.
La battuta d’arresto dell’Earth Overcapacity Day nel 2020 si dovette alla pandemia del Coronavirus. Si registrò tre settimane dopo rispetto all’anno precedente, cioè il 22 agosto, a causa del rallentamento economico, ma già nel 2021 siamo tornati sulla strada della normalità, che era una vera anormalità.
Di certo c’è un’enorme disuguaglianza tra i paesi. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno già raggiunto la loro “quota” il 14 marzo. In Europa, in Spagna il 25 maggio: quindi, se tutta l’umanità adottasse uno stile di vita simile a quello dello spagnolo medio, avrebbe bisogno di 2,5 pianeti per mantenersi.
In America Latina, questa pressione è meno drammatica, tranne nel caso del Cile, che è stato il primo paese dell’America Latina ad esaurire la sua “quota” 2021 e lo ha fatto il 17 maggio. In Brasile, Colombia, Perù, Venezuela, Messico, Argentina, Costa Rica e nel resto dei paesi, lo “scoperto” inizia più tardi.
In paesi come Cuba, Nicaragua ed Ecuador, l’eccesso di capacità viene raggiunto verso la fine dell’anno. Prendendo come riferimento l’indicatore delle emissioni totali questa regione è responsabile solo dell’8,3% delle emissioni globali; collocandosi vicino alla media globale, circa un terzo delle emissioni dell’Europa o degli Stati Uniti.
Tuttavia, questi indicatori – come molti altri – non sono sufficienti per rappresentare graficamente la gravità della situazione in America Latina.
Prendiamo, a mo’ di esempio, che il Centro e Sud America ha subito un drastico calo dell’89% di presenza di specie animali rispetto al 1970. La crescente distruzione delle loro foreste è più che preoccupante.
La perdita di quantità e qualità dell’acqua è un altro punto da considerare. La crescente scomparsa della biodiversità non può passare inosservata. Inoltre, America Latina e Caraibi sono particolarmente vulnerabili: gli effetti sull’equilibrio ecologico globale in altre parti del pianeta, ad esempio a causa del massiccio inquinamento nei paesi del nord o della perdita di permafrost in Siberia o della deforestazione in Africa o Asia, hanno un impatto sull’Amazzonia e questo a sua volta si ripercuote sul mondo intero.

La CEPAL 4 riconosce questa fondamentale asimmetria tra le emissioni e la vulnerabilità. Allo stesso modo, questo organismo delle Nazioni Unite evidenzia la gravità dei problemi sociali peggiorati nel bel mezzo della pandemia Covid-19, stimando che il numero totale dei poveri è cresciuto fino a 209 milioni alla fine del 2020, 22 milioni in più rispetto all’anno precedente. Evidenzia anche il peggioramento degli indici di disuguaglianza nella regione e dei tassi di occupazione, soprattutto delle donne.
Nonostante queste constatazioni, non si può comunque reiterare la maldestra conclusione che America Latina e Caraibi possono continuare sulla stessa strada di crescita economica ed estrattivismo sfrenato per cercare di raggiungere un fantasma che ha già causato danni terribili: lo sviluppo!
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Né si può cadere nella trappola delle soluzioni tecnologiche. Molte volte i miglioramenti raggiungibili con i progressi tecnologici si riducono solo a pochi spazi locali, soprattutto urbani. Le “società di outsourcing” 
6, quelle dei paesi capitalisti metropolitani e anche gli spazi privilegiati nel sud del mondo, migliorano i propri livelli di sostenibilità ambientale e benessere sociale a scapito del sacrificio ambientale e sociale di altri territori. Parallelamente dobbiamo considerare le disuguaglianze socioeconomiche, tipiche del capitalismo.
Questo livello di barbarie esaspera sempre più il divario tra ricchi e poveri, deteriorando cibo, salute, istruzione e condizione abitativa delle attuali generazioni, cosa che limiterà le loro aspettative e opportunità per il futuro. Senza essere la causa dei problemi attuali, la pandemia di coronavirus, anche attraverso un accesso diseguale ai vaccini, ha esacerbato questa realtà. Tutti questi squilibri, per la loro origine, sono molteplici e crescono rapidamente, provocando processi sociali che travalicano i confini nazionali, ad esempio attraverso flussi migratori crescenti. Tutte queste dure realtà, d’altra parte, spiegano l’aumento dei livelli esistenti di repressione ed esclusione, con il conseguente deterioramento delle istituzioni politiche.
Stando così le cose, è fondamentale assumere la crisi socio-ambientale come parte di una crisi multifacetica, che configura chiaramente una crisi di civilizzazione, che comporta anche la ‘crisi del pensiero’: se siamo onesti e vediamo le soluzioni proposte a livello di governo e da quasi tutti gli organismi internazionali – il Vertice di Parigi 2015 è una mostra evidente di questa affermazione – è stata minata la costruzione – o anche la discussione – delle grandi soluzioni di cui il mondo sotto molti aspetti ha bisogno, soprattutto nell’ambito dell’economia.

L’impellente urgenza di pensare a un’altra economia 7

In definitiva, è necessario avviare il discorso riconoscendo i limiti ecologici dell’ambiente che ci ospita, accettando che gli esseri umani siano parte della Natura e mettendo ugualmente in discussione il sistema di riproduzione del capitale come base di crescenti disuguaglianze socioeconomiche e culturali. Sintetizzando, è necessario considerare altri obiettivi e altre azioni.
Più dello stesso sarà sempre più del peggio.
Non si può in alcun modo ritenere che l’intero sistema economico debba essere immerso nella logica dominante del mercato, essendo numerosi i rapporti ispirati ad altri principi di indubbia importanza; ad esempio, la stessa solidarietà nell’ambito della sicurezza sociale o delle prestazioni sociali, oltre alle diverse forme di solidarietà e di relazione reciproca nelle economie dei popoli e delle nazionalità ancestrali.
Una riflessione simile potrebbe essere fatta per l’istruzione, la sanità, i trasporti pubblici, i servizi finanziari e altre funzioni che generano beni pubblici e comuni che non sono prodotti e che non si producono e regolano attraverso la domanda e l’offerta. A questo punto, per recuperare una delle tante lezioni della pandemia da coronavirus, la salute non può essere né un privilegio né una merce: la salute – completamente ripensata – è un diritto. Non tutti gli attori dell’economia, inoltre, agiscono motivati ​​dal profitto, né tutti i problemi saranno risolti con l’intervento statale.
Una gestione economica diversa e differenziante richiede il cambiamento delle altre dimensioni sociali, che non si limitano alla razionalità e alla qualità delle politiche sociali. La sua riformulazione deve fondarsi sull’efficienza oltre che sulla sufficienza e sulla solidarietà, rafforzando le identità culturali delle popolazioni locali (a partire dai quartieri e dalle comunità), favorendo l’interazione e l’integrazione tra i movimenti popolari e l’incorporazione economica e sociale delle masse differenziate.
Ampi segmenti della popolazione, tradizionalmente emarginati, passerebbero dal loro ruolo passivo nell’uso di beni e servizi collettivi a promotori autonomi di servizi sanitari, istruzione, trasporti, ecc., guidati dalla scala locale-territoriale; assumendo la sfida in ogni comunità.
Politicamente, questo processo formerebbe e rafforzerebbe le istituzioni rappresentative delle maggioranze dagli spazi locali, comunali e parrocchiali, espandendosi in cerchi concentrici fino a coprire il livello nazionale. Solo così si può affrontare il dominio del capitale e delle burocrazie statali, entrambe restie al cambiamento. Se in questa impresa si conta sull’appoggio consapevole e attivo del governo, tanto meglio, ma non si dovrebbe mai dipendere da questo. L’autonomia della comunità è vitale in questo processo.
Sotto una impostazione autocentrata, ciò implica un’emancipazione concertata a partire da una dimensione locale, spazio reale per l’emergere di veri contropoteri di azione democratica politica, economica, sociale, ambientale e culturale. Da esse si possono forgiare embrioni di una nuova istituzionalità statale, di una rinnovata logica di mercato e di una nuova convivenza sociale. Questi contropoteri sarebbero pilastri per materializzare una strategia collettiva che costruisca un progetto di vita in comune, partecipativa e solidale.
Ciò che deve rimanere chiaramente stabilito è che un’economia estrattivista, vale a dire principalmente esportatrice-primaria, porta solo a una situazione di prostrazione permanente e di crescente distruzione degli equilibri socio-ambientali.
Pertanto, sono necessarie strategie di transizione, da dispiegare mentre si continua ad estrarre  risorse naturali in qualche modo portatrici della “maledizione dell’abbondanza” 
8. L’esito del suo superamento dipenderà dalla coerenza della strategia alternativa e, soprattutto, dal grado di sostegno sociale che avrà una strategia post-estrattivista.9

Questo ci spinge a superare la civiltà capitalista passando dall’antropocentrismo al biocentrismo. Una nuova civiltà non nascerà con una generazione spontanea, né sarà il risultato della gestione di un gruppo di persone illuminate. Si tratta di una paziente e determinata costruzione e ricostruzione, soprattutto a partire da ambiti comunitari, che inizi con lo smantellamento di vari feticci (a partire dal feticcio del denaro, del profitto, della crescita economica, tra i vari temi assunti come verità indiscutibili) e promuovendo cambiamenti radicali, anche cominciando da esperienze esistenti.
Questo è il punto. Abbiamo valori, esperienze e pratiche civilizatrici alternative, come quelle offerte dal Buen Vivir o sumak kawsay o suma qamaña delle comunità indigene andine e amazzoniche.
10 Oltre alle visioni della Nuestra America ci sono molti altri approcci ai pensieri filosofici in tutti i continenti in qualche modo legati alla ricerca di una vita armoniosa, scaturite da visioni filosofiche inclusive. Anche se sarebbe meglio parlare al plurale di buenos convivires, per non aprire la porta a un Buen Vivir unico, omogeneo, impossibile da realizzare, per gli altri. E questo sforzo di recupero di memorie lunghe nel mondo dei popoli originari, deve avvenire anche recuperando tutte quelle preziose letture e ancora vigenti letture e proposte formulate dalle varie teorie della dipendenza, superando – tra l’altro – il loro pregiudizio antropocentrico e modernizzatore.
Questo sforzo richiede anche il recupero dell’enorme potenziale del paradigma femminista, della preservazione e delle visioni decolonialiste.
Se non c’è spazio per le “avanguardie” che assumano una leadership privilegiata, non è neanche un compito che si possa risolvere esclusivamente nello spazio nazionale. La conclusione è ovvia, azione per tutti gli ambiti strategici possibili, senza trascurare il livello globale.
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Per l’America Latina è sempre più urgente un regionalismo autonomo espresso in altre forme di integrazione, che dovrebbe essere pensato come controegemonico, multidimensionale, solidale, autonomo ed autocentrato, non semplicemente focalizzato sul mercato mondiale.
Senza una società molto più egualitaria ed equa, è impossibile che funzioni pienamente l’economia, né i mercati, tanto meno la democrazia. Per questo è necessario riformulare l’essenza stessa dello Stato a partire da visioni e pratiche di equità, uguaglianza e plurinazionalità.
In breve, dobbiamo costruire – in chiave di un pluriverso – un mondo in cui possano stare altri mondi, senza che nessuno di loro sia vittima di emarginazione e sfruttamento, e dove tutti gli esseri umani vivano con dignità e in armonia con la Natura.


NOTE: 

L’economia nel suo labirinto è parte del volume Anuario 2021. El mundo poscovid-19: ¿cambio de paradigma? che si può leggere interamente e gratis in spagnolo qui

La traduzione in italiano del testo di Acosta è a cura di Giorgio Tinelli per Estrattivismo, conflitti e resistenze Ecor network

Alberto Acosta è un economista ecuadoriano. Compagno di lotte dei movimenti sociali. Professore universitario. Ministro dell’energia e delle miniere (2007). Presidente dell’Assemblea Costituente (2007-2008). Autore di diversi libri.

2) Segnaliamo il libro di Ashish Kothari, Ariel Salleh, Arturo Escobar, Federico Demaria, Alberto Acosta (editori; con il contributo di 110 persone da tutti i continenti, Pluriverso – Un Diccionario del Posdesarrollo, ICARIA – Abya Yala (2019) , con Edizioni in Spagna (ICARIA), Perù – Bolivia (CooperAcción, CEDIB), Colombia (CENSAT), Italia (OrthotesEditrice) e Brasile (EditorialElefante). La prima edizione è stata dall’inglese: (2019), Pluriverse: A Post-Development Dictionary , Nuova Delhi: Tulik Books and AuthorsUpFront.Available at https://www.radicalecologicaldemocracy.org/pluriverse/

3) Ulrich Brand e Markus Wissen (2021); Stile di vita imperiale. Vita quotidiana e crisi ecologica del capitalismo, Tinta Limón, Buenos Aires.

4) Consultare CEPAL (2020); “La emergencia del cambio climático en América Latina y el Caribe ¿Seguimos esperando la catástrofe o pasamos a la acción?” Disponibile su https://www.cepal.org/es/publicaciones/45677-la-emergencia-cambio-climatico-america-latina-caribe-seguimos-esperando-la

5) A questo proposito, le riflessioni espresse in diversi articoli possono essere consultate nel libro Postdesarrollo – Contextos – Contradiciones – Futuros, a cura di Alberto Acosta, Pascual García, Ronaldo Munck (2021), UTPL – Abya-Yala. 

6) La lettura di Stephan Lesenich (2019); La sociedad de la externalización, Herder Editorial, Barcelona.

7) Consulta i testi di Alberto Acosta e John Cajas Guijarro (2018); “Reflexiones sobre el sin-rumbo de la economía – De las “ciencias económicas” a la posteconomía”, Ecuador Debate 103 Magazine, CAAP, Quito, 2018  e (2020); “Naturaleza, economía y subversión epistémica para la transición”, nel libro “Voces latinoamericanas: mercantilización de la naturaleza y resistencia social”, a cura di Griselda Günther e Monika Meireles, Universidad Autónoma Metropolitana, México. Articolo disponibile su https://www.cadtm.org/Naturaleza-economia-y-subversion-epistemica-para-la-transicion

8) Cfr. Acosta, Alberto (2009); “La maldición de la abundancia”, CEP, Swissaid e Abya – Yala, Quito. Disponibile su https://rebelion.org/docs/122604.pdf

9) Consulta Acosta, Alberto; Marchio, Ulrich (2017); “Salidas del laberinto capitalista – Decrecimiento y Post-extractivismo”, ICARIA, Barcellona. Disponibile su https://www.rosalux.org.ec/pdfs/Libro-Salidas-del-Laberinto.pdf

10) Cresce l’elenco dei testi che affrontano questo tema. Come riferimento si cita il libro dell’autore, El Buen Vivir Sumak Kawsay, , una oportunidad para imaginar otros mundos, ICARIA, Barcellona, ​​2013; Pubblicato anche in portoghese, francese, tedesco, olandese.

11) Cfr., ad esempio, in Acosta, Alberto e Cajas Guijarro, John (2020a); “Del coronavirus a la gran transformación – Repensando la institucionalidad de la económica global”, nel libro di più autori e di più autori: “Posnormales – Pensamiento contemporáneo en tiempos de pandemias”, a cura di Pablo Amadeo. Disponibile su https://www.academia.edu/43722890/Posnormales_ASPO

da qui

lunedì 30 dicembre 2019

La violenza estrattivista in chiave italiana - Alberto Acosta



[L’economista Alberto Acosta Espinosa è fra i padri della Costituzione dell’Ecuador del 2008, l’unica a riconoscere la Natura come soggetto di diritto.
Sostenitore della prima ora della Revolución Ciudadana, ha ricoperto il ruolo di Ministro dell’Energia e delle Miniere nel primo governo di Rafael Correa, prima di maturare la rottura con il Correismo su posizioni antiestrattiviste ed antiautoritarie.
Attualmente è autorevole membro del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura, e pienamente interno al dibattito dei movimenti ecuadoriani che hanno animato la rivolta contro le politiche del governo di Lenin Moreno e del FMI.
In occasione della sua presenza in Italia all’incontro “Estrattivismo. Diritti della Natura, diritti dei Popoli“, si è confrontato  con i compagni e le compagne della Associazione Bianca Guidetti Serra in merito alle ripercussioni dell’estrattivismo sulle società, sugli Stati e sulle classi sociali, ed ai conflitti ad esso correlati.
Quella che segue è la prima parte di questo confronto.]
[Ass.BGS] Da alcuni mesi l’America Latina è in rivolta, dal Cile all’Ecuador, da Haiti alla Colombia. Come si inseriscono in questo contesto i conflitti generati dall’estrattivismo?

[Acosta] Il concetto di estrattivismo è un concetto relativamente nuovo.
Quando ci accingiamo ad analizzarlo dobbiamo ricondurlo alla storia dei nostri paesi, di questa regione del mondo e delle sue relazioni con l’economia globale.
L’America Latina è stata integrata nel mercato mondiale circa 500 anni fa come una regione produttrice ed esportatrice di materie prime,  e possiamo dire che questa essenza di esportatrice di risorse primarie della nostra economia si mantiene fino al’attualità.
Ci sono molte storie differenti, ogni paese può contare sulla sua specificità, ma c’è una specie di scenario di fondo che spiega la storia dell’America Latina vista dalla prospettiva dell’estrattivismo.
I paesi dell’America Latina sono “paesi prodotto”: paesi caffè, paesi cacao, paesi bananieri, paesi minerari, paesi petroliferi.
C’è sempre qualche prodotto che caratterizza non solo l’economia ma anche la vita politica e la società di queste nazioni.
Questo è sempre stato un processo carico di violenza, sia contro la natura che contro le comunità.
Ha portato schiavismo, distruzione delle comunità indigene, un processo di deterioramento massivo della natura: deforestazione, perdita di suoli agricoli.
E questi processi  si stanno intensificando, perché negli ultimi dieci anni si è sviluppata una domanda mondiale crescente di prodotti primari che sta provocando un maggior impatto, una pressione maggiore sopra le risorse, sulla natura e sulle comunità in America Latina.
Inoltre molti giacimenti minerari dei paesi del nord, come in Canada, sono diventati di più difficile accesso, perché la società si organizza, ed ha stabilito norme ambientali.
Di conseguenza si cercano risorse in altre parti del pianeta, dove si genera un’altra caratteristica di questo tipo di attività: il gigantismo.
Sono progetti giganteschi, enormi, che provocano tremenda distruzione, un tremendo impatto, e per questo le comunità hanno cominciato a resistere con una forza maggiore.
Anche prima c’era resistenza. C’è sempre stata. Ma le resistenze di adesso sono molto più potenti dal momento che le pressioni sono maggiori, e le comunità hanno più coscienza.
Io direi che è anche il risultato degli avanzamenti tecnologici, perché ora la gente ha la possibilità di conoscere più facilmente queste realtà.
Sono resistenze che hanno messo definitivamente in discussione quel discorso dominante che ci diceva che per progredire bisognava fare certi sacrifici.
E invece non è così, perché stiamo vedendo che i sacrifici continuiamo a farli e non progrediamo mai, ma al contrario i problemi continuano ad acutizzarsi.
In questo contesto bisogna collocare l’estrattivismo in America Latina.
Possiamo dire che gran parte dei problemi che sta attraversando l’America Latina nell’attualità, indipendentemente dall’orientamento dei governi, ha a che fare con la problematica estrattivista.
[Ass.BGS] Qual’è la situazione nei singoli paesi ?
Ci sono differenze in base agli orientamenti politici dei governi ?
[Acosta] Ci sono situazioni molto complicate riguardo ai singoli paesi.
Abbiamo visto per esempio resistenze realmente interessanti in Bolivia davanti a un governo progressista, il governo di Evo Morales.
La gente ha resistito davanti all’intenzione di costruire una strada nel TIPNIS, il Territorio Indigeno e Parco Nazionale Isiboro Sécure1. Indigeni che hanno resistito di fronte al governo di un indigeno, perché questo governo approfondiva l’estrattivismo.
Abbiamo un paese con un governo neoliberista, la Colombia, dove le comunità – indigene e non indigene – stanno resistendo all’estrazione mineraria, e lo fanno anche con molta forza.
Ci sono gli esempi di resistenza pacifica in Colombia contro grandi imprese minerarie nel Dipartimento del Tolima, che affrontano una delle multinazionali minerarie più grandi del pianeta, la Anglo Gold Ashanti2.
Sempre in Colombia c’è la resistenza per preservare le lagune del Los Paramos3, e anche in Perù, in tutta la zona di Cajamarca4.
Stiamo vedendo anche il caso del Cile5 e dell’Argentina6, dove si lotta per impedire l’ampliamento dell’attività mineraria nel sud, nella zona dei ghiacciai.
Ci sono anche situazioni molto complicate in Ecuador, nel mio paese. E’ il paese che ha inserito nella Costituzione i diritti della Natura, che però non sono rispettati, anche se le comunità li reclamano.
C’è l’esempio della lotta degli Yasunidos [i difensori del Parco Nazionale dello Yasunì.NdR], che hanno fatto un enorme sforzo per proteggere una piccola regione nell’Amazzonia ecuadoriana da un progetto di estrazione petrolifera.
La resistenza non ha raggiunto l’obiettivo  perché il presidente dell’epoca, Rafael Correa, si è opposto alla richiesta di referendum7.
In  vari casi si ricorre a consultazioni popolari per cercare di frenare queste attività, come succede per esempio in Colombia, ed è molto interessante il fatto che queste resistenze siano di diversa natura, spesso muovendosi dentro al “labirinto giuridico”.
Parlo di labirinto giuridico perché i difensori della natura vengono perseguitati, criminalizzati, per il fatto di difendere la natura e difendere la loro vita.
Però questa gente ha anche imparato a muoversi dentro il labirinto giuridico per frenare l’estrattivismo.
Con diversi tipi di governo, con diversi tipi di lotta, in America Latina in questo momento c’è un processo per cercare di recuperare qualcosa di fondamentale: il diritto alla vita.
Perché gli estrattivismi sono stati storicamente, e ora ancor di più, una minaccia permanente per la vita.
Questo sistema vive per soffocare la vita, degli esseri umani e della natura.
[Ass.BGS] Paradossalmente i paesi che hanno più materie prime sono quelli più autoritari. Quali sono le conseguenze dell’estrattivismo sulla società e sullo Stato?
[Acosta] Gli estrattivismi caratterizzano l’economia, le società, e la vita politica.
Creano  economie basate sulla rendita, Stati rentiers.
Queste risorse economiche generano logiche sociali clientelari, e questo finisce per debilitare in ambito politico la vita democratica. Non è una caso che la crescita dell’estrattivismo vada di pari passo con la crescita dell’autoritarismo e del presidenzialismo.
L’iperestrattivismo coincide con l’iperpresidenzialismo, caratterizzato da governi autoritari, governi violenti, governi corrotti.
Gli estrattivismi sono violenti per definizione.
La violenza per l’estrattivismo – questo per me è fondamentale – non è una conseguenza ma una condizione necessaria.
Per provocare simili distruzioni della Madre Terra – come le amputazioni per un progetto minerario, o l’inquinamento tremendo di grandi territori per un progetto petrolifero – è necessaria la violenza.
E le comunità sono le vittime di questa violenza.
Torno al punto iniziale: l’estrattivismo costituisce uno scenario di fondo della storia e della realtà attuale.
E mi pongo la seguente domanda:  i nostri paesi sono poveri perché ricchi di risorse naturali?
C’è forse una sorta di maledizione, la maledizione dell’abbondanza.
Nella teoria economica si parla della maledizione delle risorse e del paradosso dell’abbondanza. Ne ho fatto una sintesi, la “maledizione dell’abbondanza”, per spiegare la realtà di queste economie8.
Però la vera maledizione è credere che non ci siano alternative, una maledizione che ha conformato l’immaginario della gente.
Il caso dell’Ecuador è paradigmatico: paese caffettero, paese cacaulero, paese bananero, paese petrolero, e ora che sta finendo il petrolio vogliamo essere un paese minero.
Non riusciamo ad immaginare un paese che non dipenda da una rendita della natura.
Allo stesso tempo siamo avvinghiati al progresso: non possiamo mettere a rischio il progresso, non possiamo mettere a rischio la crescita economica.
In nome di questo sacrifichiamo delle realtà.
Considero gli estrattivismi al plurale, perché non c’è ne è solo uno: c’è l’estrattivismo petrolifero, minerario,  agroindustriale, forestale …
Ebbene, gli estrattivismi cominciano ad essere presenti anche nei paesi del nord globale.
In Europa e negli USA c’è il problema del fracking, delle attività minerarie, e delle megaopere infrastrutturali collegate a progetti per trasportare gas, per trasportare petrolio, progetti per rendere la vita sempre più rapida, non in funzione di un miglioramento delle condizioni di vita della gente, ma per garantire una maggiore accumulazione del capitale.
[Ass.BGS] C’è una relazione abbastanza stretta con quella che era la maledizione della economia di enclave, soprattutto in Centro America,  dove  per esempio le infrastrutture, porti  o ferrovie ecc., erano esclusivamente finalizzate al trasporto della merce, e non al trasporto delle persone.
[Acosta] Gli estrattivismi, in diversa maniera, finiscono per produrre processi di de-territorializzazione dello Stato, che organizza la società al fine di collocare questi prodotti primari nel mercato mondiale.
Per me è sempre stata motivo di attenzione la rete ferroviaria argentina.
Ora non ne è rimasto molto perché è stata privatizzata e smantellata, però era come un flusso di vene dirette interamente verso Buenos Aires, perché in ogni parte la rete ferroviaria era stata pensata non per integrare l’Argentina con gli argentini, ma per integrare l’Argentina col mercato mondiale.

Questa logica è ancora presente in America Latina: si chiama I.I.R.S.A. (Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Suramericana), che è un sistema per integrare tutte le risorse naturali dell’America Latina nel mercato mondiale9. E’ un sistema progettato nel 2000 per impulso del Banco Interamericano de Desarrollo10.
In seguito, con i governi progressisti di Brasile, Argentina, Venezuela, Bolivia, Ecuador, e dello stesso Cile, si diede il via al CO.S.I.PLAN. (Consejo Suramericano de Infraestructura y Planeamiento), che è la stessa cosa, non è un cambiamento11.
L’America Latina con i governi progressisti non ha superato la maledizione dell’abbondanza, ma ha approfondito l’estrattivismo.
I problemi non sono stati risolti, la frustrazione aumenta, e questa è una delle principali spiegazioni dei conflitti.
Abbiamo società dove la gioventù sta perdendo la speranza. Non cerca più un’opzione di futuro, non cerca più una proposta politica per una via d’uscita, ma esce in strada a protestare per la frustrazione.
Per questo è importante evitare di costruire le nostre analisi sulla base di vecchi meccanismi, sulle nostre vecchie forme di interpretazione del mondo. Dobbiamo rifondarle, lasciare da parte le semplificazioni, per poter comprendere ciò che sta succedendo nella regione. (Continua)

Tratto da Carmilla on line.


3.      Diez páramos amenazados por minería y ganadería en Colombia, El Espectador, 16 febbraio 2016.
4.      Cajamarca: el Valle Llaucano continúa lucha contra la Minera YanacochaObservatorio de Conflictos Mineros en el Perù, 18 novembre 2019.
5.      Adele Lapertosa, Cile, lobby minerarie ostacolano legge per proteggere i ghiacciai, Il Fatto Quotidiano, 15 ottobre 2019.
7.      Verdetto del Tribunale Internazionale dei Diritti della Natura sul caso Yasuni, 15 agosto 2014.
8.      Alberto Acosta Espinosa, La maldición de la abundancia, Comité Ecuménico de Proyectos CEP, Ediciones Abya-Yala, Quito, 2009, pp. 240.
9.      Ana Esther Ceceña, Paula Aguilar, Carlos Motto, Territorialidad de la dominación: La Integración de la Infraestructura Regional Sudamericana (IIRSA), Buenos Aires, 2007, 60 pp.
Video: IIRSA, La Infraestructura de la Devastacion.
10.  Il progetto dell’ I.I.R.S.A. consiste nella costruzione di 10 assi multimodali – in Europa li chiameremmo “corridoi” – attraverso il Sud America per collegare i grandi centri di produzione con quelli dei consumi, accelerando i trasferimenti delle merci (petrolio, gas, minerali, commodities agroindustriali, acqua, biodiversità) e rafforzandone il controllo. Nella sua fase iniziale il progetto dell’ I.I.R.S.A. è stato fortemente sponsorizzato dagli Stati Uniti.
11.  Nel gennaio 2009 la UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas), ha istituito il CO.S.I.PLAN., un consiglio che ha incorporato l’I.I.R.S.A. come foro tecnico in tema di pianificazione delle infrastrutture. Nonostante le promesse di un modello di sviluppo differente, i progressismi sudamericani hanno adottato pienamente la progettualità sviluppata nel precedente contesto neoliberista.

da qui



La violenza estrattivista in chiave italiana - Alberto Acosta


Non ci sono amici nel lavoro,
la nostra amicizia è fondata sugli affari

Don Corleone, Il Padrino

Non arrenderti, sei ancora in tempo
ad arrivare e ricominciare di nuovo,
accettare le tue ombre, seppellire i tuoi timori,
liberare la zavorra, riprendere il volo
 “
Mario Benedetti

Nel bel mezzo del dibattito accademico, è successo l’inaspettato. All’Università del Salento – Lecce, Italia – mentre vari di noi stavano relazionando, è accaduto qualcosa di insolito per un paese considerato sviluppato e democratico, oltre che membro del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite: è stato individuato un agente della “polizia politica (DIGOS) ) mentre riprendeva l’evento, nel tentativo di registrare di nascosto i volti dei partecipanti. La protesta di uno degli organizzatori ha momentaneamente interrotto la “Giornata di Studio con Alberto Acosta. É reato difendere la Natura? L’uso asimmetrico del diritto nei conflitti ambientali”. L’eco sulla stampa locale e nei social network non si è fatto attendere. Il rettore dell’università, Fabio Pollice, si è scusato con il sottoscritto, affermando che “questo centro di studi è un luogo aperto a tutti e al libero confronto di idee. Chiunque può partecipare, sempre rispettando il libero confronto delle persone”. E nello stesso tempo assicurando che il suo “impegno sempre sarà di garantire a tutti questa libertà”.


Questo aneddoto (1) rivela come in tutte le parti del mondo la difesa dei diritti della natura – indissolubilmente legati ai diritti umani – comporta rischi, spesso anche gravi. Senza dubbio viviamo in un mondo perverso. Coloro che difendono la vita umana e la natura causano danno agli interessi di potenti gruppi, e perciò stesso vengono perseguitati, criminalizzati, intimiditi e purtroppo persino uccisi. Pertanto, anche se ciò che è accaduto in quel centro universitario non ha conseguenze più gravi, comunque contribuisce a ricordare ciò che le lotte di resistenza e la costruzione collettiva di alternative devono affrontare.

Sappiamo assai bene, nella Nostra America, che gli estrattivismi e le grandi opere infrastrutturali che li accompagnano comportano rischi enormi, poiché la violenza e la corruzione sono elementi intrinseci in quanto condizioni necessarie per la loro realizzazione. Nella nostra America, la persecuzione e la criminalizzazione dei difensori della vita sono pane quotidiano, sebbene i media spesso li ignorino o li minimizzino. I governi progressisti e neoliberisti, allo stesso modo, violano i diritti e indeboliscono la democrazia espandendo gli estrattivismi. Ma non solo l’America Latina vive tali abusi: questi si verificano anche in altre latitudini.
Alberto Acosta nel Salento
In Italia, è costante la criminalizzazione di coloro che difendono la Natura e i diritti dei suoi difensori, di coloro che si oppongono a grandi opere infrastrutturali e allo svuotamento dei loro territori per aprire le porte a enormi attività di profitto. Esiste un intero sistema che “si basa sull’accaparramento e la finanziarizzazione delle risorse e della terra, in una prospettiva utilitaristica che perpetua valori e azioni sulla base dello sfruttamento ambientale e della violazione dei diritti umani, ignorando il concetto di giustizia climatica e sostenibilità”, come chiaramente affermato in un dettagliato rapporto su questa situazione: Defend the Defenders of the Earth: A dossier on the repression of the salentinian movements (2018), curato dall’avvocato Elena Papadia dell’Associazione Bianca Guidetti Serra e coordinato dal professor Michele Carducci.
I casi sono molteplici. Basti ricordare cosa succede nella penisola salentina, includendo le zone delle province di Lecce, Brindisi e Taranto. In queste terre si registrano una dopo l’altra complesse emergenze ambientali. Per anni, la centrale petrolchimica ENI e la centrale termoelettrica di Brindisi, l’impianto siderurgico ex ILVA a Taranto, hanno generato discussioni nonché l’opposizione da parte di associazioni locali, movimenti civili che difendono la Terra e – in generale – da parte di difensori dei diritti umani, per le loro gravi violazioni delle leggi ambientali nazionali e internazionali, che causano inquinamento, morte e una crisi sanitaria senza precedenti. E ci sono altri casi, come “Colacem SPA“, una fabbrica di cemento a Galatina (vicino a Lecce), una fabbrica considerata “malsana” dall’Agenzia Europea dell’Ambiente; la costruzione di una grande strada – la “S.S.275” – che collegherebbe rapidamente il sud del Salento con il capo di Santa Maria di Leuca: infrastruttura inutile che recherebbe grande danno al tipico paesaggio salentino.
Un’esperienza degna di nota è la “guerra agli ulivi“, come afferma chiaramente Alessandra Cecchi, membro dell’Associazione Bianca Guidetti Serra. Si tratta del progetto di eradicazione di migliaia di ulivi, anche centenari e millenari, con il pretesto della presenza di un batterio, la Xylella Fastidiosa, a cui è attribuita la causa di una fitopatologia che colpisce gli uliveti del Salento. Un batterio considerato – senza prove convincenti – quale causa del rapido essiccamento degli ulivi. Questo progetto di eradicazione è funzionale alle trasformazioni del territorio per operazioni speculative, sia nel segno del neoliberismo agricolo – che cerca di sostituire la coltivazione tradizionale dell’olivo con impianti superintensivi – sia al fine di creare spazi per il settore immobiliare o per installare infrastrutture energetiche, come gasdotti e grandi estensioni di pannelli fotovoltaici.

L’eradicazione di ulivi secolari imposta con la forza pubblica e con un ampio uso di strumenti repressivi ha trovato una resistenza determinata del “Popolo degli Ulivi”. Con solide argomentazioni questo movimento si oppone all’abbattimento degli ulivi affermando che quella fitopatologia può essere trattata con metodi agroecologici. Il piano adottato dalle istituzioni per
fermare l’emergenza (chiamato “Piano Silletti”) non solo riguardava gli alberi “malati” ma anche tutti gli alberi presenti in un raggio di 100 metri, con un uso massiccio di pesticidi e il conseguente grave rischio per la salute della popolazione locale. La magistratura locale ha bloccato il piano per
mancanza di basi scientifiche e per il suo approccio pericoloso, nonostante ciò gli attivisti sono stati (e continuano a essere) processati. Inoltre, l’accesso alla giustizia, imposto dalla Convenzione di Aarhus, è stato negato agli agricoltori locali che hanno rifiutato la distruzione indiscriminata dei
loro ulivi.
In questa regione esiste un altro caso paradigmatico di criminalizzazione di coloro che difendono la vita: l’esperienza del movimento NO-TAP, ovverosia No al TransAdriatic Pipeline (un gasdotto di 5.000 km, che inizia in Azerbaigian, attraversa la Turchia e la Grecia per entrare nel sud Italia). Questo è un grande esempio di resistenza civile, attivismo e difesa della Terra, così come di repressione e persecuzioni giudiziarie. Dal marzo 2017, quando il gasdotto TransAdriatico ha iniziato a lavorare sul lato italiano del progetto, attivisti, gente comune, associazioni e istituzioni locali hanno denunciato pubblicamente la loro opposizione con metodi pacifici e non violenti.
Dopo un’intensa campagna di discredito da parte dei media locali e nazionali, il governo e le autorità, avvalendosi delle forze di polizia, hanno iniziato a reprimere tutte le manifestazioni e iniziative di opposizione; sono state imposte a decine di attivisti (inclusi anziani, madri, politici locali) pesanti sanzioni monetarie per aver partecipato alle manifestazioni; a 15 attivisti è stato impedito per 3 anni l’accesso a Melendugno o ad alcuni territori della provincia di Lecce: la loro libertà di movimento personale è limitata (sono considerati soggetti pericolosi per la sicurezza pubblica e, in alcuni casi, soggetti antisociali); dal 13 novembre al 13 dicembre 2017, è stata imposta una zona rossa attorno al cantiere TAP di San Basilio (vicino a San Foca – Melendugno) con il divieto assoluto di accesso o transito a tutta l’area interessata, sotto lo stretto controllo delle forze di polizia.
La repressione adotta un numero incredibile di procedimenti penali contro gli attivisti al fine di punire a livello legale le loro attività, anche se sono protetti dalla Costituzione. Sono stati anche riportati alcuni episodi di violenza da parte della polizia (ad esempio l’aggressione nei confronti di
un giornalista straniero nell’ottobre del 2017 durante una manifestazione o attacchi contro attivisti feriti dalla polizia nel febbraio e aprile del 2018). Non si tratta solamente di maltrattamenti subiti dagli attivisti in quanto vittime della repressione: non può non provocare indignazione la superficialità di giudici e magistrati locali, da una parte estremamente puntuali nell’indagare e punire gli attivisti, ma non così diligenti nel perseguire allo stesso modo violazioni, comportamenti illegali , abusi da parte della società che realizza il progetto TAP, il governo e altre autorità italiane.
Il rischio per il nostro sistema democratico è reale e tangibile“, sintetizza la relazione di cui sopra con una motivazione giustificata. Questo caso dell’Italia meridionale non è isolato. Ci sono situazioni simili in altri luoghi, in Italia. Ad esempio, spicca la lotta di varie comunità contro il treno ad alta velocità TAV nella regione della Val Susa. Lì i casi di repressione sono molteplici, come indicato dall’impressionante documentazione del recente libro di Xenia Chiaramonte: “Governare il conflitto – La criminalizzazione del Movimento NO TAV” (2019).
Queste violenze legate agli estrattivismi e alle loro grandi opere di infrastruttura, come accade in tutto il pianeta, hanno consolidato processi di resistenza sempre più forti e intensi. Se la violenza estrattivista emerge in tutto il mondo, così è anche per la resistenza. E in Italia l’8 dicembre donne e uomini difensori della vita scenderanno in piazza per una nuova giornata contro le grandi opere che distruggono i territori in memoria del giorno in cui, 14 anni fa, migliaia di persone occuparono il cantiere del treno ad alta velocità TAV in Val Susa.
Tutto ciò dimostra che non possiamo tacere di fronte ad alcun sopruso – per quanto piccolo possa sembrare – sia per noi, per i nostri figli, per i nostri nipoti, sia per tutti coloro che condividono queste lotte per la vita. Non possiamo tollerare restrizioni né minacce, da qualunque parte provengano, specialmente se cercano di intimidire noi che esercitiamo il diritto di esprimere liberamente le nostre opinioni, e che difendiamo i Diritti Umani e i Diritti della Natura. La libertà di pensiero, di espressione e di azione sono fondamentali per costruire democraticamente società sempre più democratiche.
(1)   Quello che è successo quel giorno è solo un piccolo esempio della repressione in quel territorio che resiste alla distruzione ambientale e sociale, come è stato sottolineato in un importante seminario internazionale condotto dai movimenti del Salento e Transnational Institute di Amsterdam nel 2018.