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giovedì 15 settembre 2022

Onda su onda i migranti continuano a provarci

 

Immigrazione e propaganda elettorale a venti anni della legge Bossi Fini - Fulvio Vassallo Paleologo

Immigrazione: propaganda, disinformazione e attività del legislatore
A partire dal Decreto Dini del 1995, e poi durante la faticosa elaborazione della legge 40 del 1998 (Turco-Napolitano), le politiche migratorie sono sempre state oggetto di campagne di disinformazione di massa e di palesi strumentalizzazioni, che si intensificano in occasione di ogni tornata elettorale. Anziché affrontare le questioni dell’immigrazione e dell’asilo con risposte efficaci e conformi al diritto internazionale e al riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, sanciti nella Costituzione italiana e nelle norme europee, si è ricercato un facile consenso individuando negli immigrati potenziali pericoli per la sicurezza ed il benessere collettivo. Anche contro l’evidenza dei fatti, che a ogni crisi economica rendevano evidenti ben altre responsabilità, il senso comune è progressivamente scivolato verso posizioni discriminatorie e xenofobe, se non razziste. Una questione che non riguarda solo gl’immigrati ma che intacca il principio di uguaglianza e costituisce, per tutti, un grave rischio per la democrazia.

La legge Bossi-Fini e le misure restrittive della libertà personale
Con la legge Bossi-Fini n.189 del 2002 questo processo degenerativo conduceva all’adozione di una normativa che corrispondeva più a un manifesto elettorale che non ad un tentativo di soluzione dei problemi concreti a fronte dei quali si era allora costretti a periodiche regolarizzazioni di massa (anche attraverso l’estensione dei decreti flussi annuali). La legge modificava il Testo unico n.286 del 1998 nel quale era confluita la precedente legge 40 dello stesso anno, rendendo sempre più precaria la condizione degli immigrati residenti in Italia, introducendo, dopo l’abrogazione dell’istituto dello sponsor, condizioni di maggiore rigore per il loro ingresso legale e sanzioni penali rafforzate in materia di agevolazione dell’ingresso irregolare. Venivano previsti nuovi centri di detenzione e si prolungava la durata del trattenimento amministrativo. Si deve ricordare peraltro come già la legge Turco-Napolitano prevedesse ii centri di detenzione, allora chiamati Centri di permanenza temporanea e assistenza (CPTA) per facilitare il meccanismo delle espulsioni, senza rispettare il sistema di garanzie imposto dalla nostra Costituzione. E infatti nel 2001 doveva intervenire la Corte costituzionale, con la fondamentale sentenza n.105, per affermare, in base all’art.13 della Costituzione, il principio della necessaria convalida giurisdizionale in qualunque ipotesi di allontanamento forzato dello straniero irregolare dal territorio dello Stato. Con specifico riferimento alla tormentata attuazione della Bossi-Fini non si possono dimenticare i numerosi interventi della Corte Costituzionale, in particolare con le sentenze n. 222 e 224 del 2004 in materia di limitazioni della libertà personale e di mancata convalida giurisdizionale prima dell’accompagnamento forzato in frontiera.

La legge Bossi- Fini e la esternalizzazione dei controlli di frontiera
La legge Bossi Fini semplificava il regime degli allontanamenti forzati e avviava i processi di esternalizzazione dei controlli di frontiera con previsioni che rinviavano ad accordi di riammissione, ma anche di respingimento, con paesi terzi, anche quando questi paesi non rispettavano i diritti fondamentali della persona, come nel caso dell’Egitto e della Libia.
E infatti già nel 2004 venivano operati numerosi respingimenti collettivi da Lampedusa direttamente verso la Libia, prima con aerei militari italiani, poi con aerei civili di compagnie private. Con la breve interruzione del governo di centro-sinistra tra il 2006 è il 2008, appena insediato Maroni al ministero dell’interno, riprendeva una politica di intensa cooperazione operativa con le autorità libiche, fino al respingimento collettivo operato dalla motovedetta Bovienzo della Guardia di finanza, il 6 maggio del 2009, con la riconsegna diretta, nel porto di Tripoli, dei migranti intercettati in acque internazionali. A seguito di un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo (caso Hirsi Jamaa e altri), arrivava nel 2012 la condanna del nostro paese. Dopo quella condanna, i diversi governi che si sono avvicendati nel tempo hanno cercato di aggirare la decisione della Corte europea, concludendo accordi che di fatto hanno delegato alle autorità libiche e tunisine quei respingimenti collettivi che le autorità italiane non potevano più operare.

I tentativi falliti di riforma: dalla legge Bossi-Fini ai decreti sicurezza di Salvini
I tentativi di tornare ad una legislazione maggiormente equilibrata nella direzione di una salvaguardia dei diritti fondamentali della persona si infrangevano contro l’impossibilità di completare il percorso parlamentare in conseguenza del sistematico ostruzionismo da parte delle destre, ma anche per gravi contraddizioni interne, come avveniva nel 2007 con la legge di riforma  Amato -Ferrero che, dopo essere stata approvata da un ramo delle Camere, decadeva per la scioglimento anticipato della legislatura, che ne impediva l’approvazione definitiva.
Il Testo unico n.286 del 1998 veniva poi modificato con i pacchetti sicurezza Maroni del 2008 del 2009 e poi ancora negli anni più recenti con i decreti sicurezza di Salvini, nel 2018 e nel 2019. Il punto di attacco dei diversi provvedimenti si spostava progressivamente dalle misure di trattenimento amministrativo, in vista dell’allontanamento con accompagnamento forzato, verso l’abolizione della protezione umanitaria e gli accordi con i paesi terzi per collaborare contro l’immigrazione “illegale”. Si moltiplicavano le norme penali per i casi di ingresso o soggiorno irregolare con un aumento esponenziale delle persone immigrate internate nelle carceri ed escluse per sempre da qualunque regolarizzazione. Ed adesso, di fronte al fallimento dei decreti sicurezza ed alla bocciatura della politica dei porti chiusi da parte della Corte di Cassazione, il candidato Salvini, ancora sotto processo a Palermo per il caso Open Arms, rilancia quei decreti e si ripropone come futuro ministro dell’interno.

Il ruolo dell’Unione Europea ed il legislatore nazionale
Mentre in tema di immigrazione la potestà normativa è esercitata quasi esclusivamente dal legislatore nazionale, per quanto riguarda la materia dell’asilo l’attività del Parlamento è scandita delle Direttive dell’Unione Europea, alle quali occorre dare attuazione. Nel corso degli anni le capacità di intervento normativo da parte dell’Unione Europea si sono progressivamente svuotate, salvo un impegno crescente nella direzione dei respingimenti e delle attività di contrasto dell’immigrazione illegale, affidate all’Agenzia Frontex. Con i risultati che abbiamo visto in Egeo ed a sud di Lampedusa, e con le violazioni dei diritti umani che hanno portato alle dimissioni del suo Direttore Fabrice Legeri. La mancata riforma del Regolamento di Dublino sui criteri di distribuzione delle persone che fanno richieste di asilo dopo avere raggiunto le frontiere europee, non ha permesso di superare il principio del primo paese di ingresso come paese competente per la trattazione delle richieste di protezione. La conseguente clandestinizzazione dei cd. “movimenti secondari” ha incrementato il numero delle espulsioni e dei respingimenti alle frontiere interne dell’Unione Europea, anche a danno dei minori non accompagnati. Di fronte alle nuove emergenze climatiche ed energetiche, dopo essersi dimostrata incapace ad affrontare la crisi tra Russia ed Ucraina, l’Unione Europea appare oggi sostanzialmente paralizzata sul fronte delle politiche migratorie.

La guerra contro i soccorsi umanitari
La guerra “mediatica” e le campagne giudiziarie contro i soccorsi umanitari nel Mediterraneo centrale hanno spesso oscurato le questioni legate alla riforma delle leggi in materia di immigrazione ed asilo. A partire dal 2016 nelle acque internazionali del Mediterraneo centrale sì verificava sempre più frequentemente l’intervento di navi di soccorso delle organizzazioni non governative per salvare i naufraghi che partivano dalle coste libiche o tunisine. Di fronte a questa nuova “emergenza”, dopo una prima fase di leale collaborazione, a partire dall’estate del 2017, si interveniva con provvedimenti, prima di “soft law”, come il Codice di condotta Minniti per le ONG, quindi con decreti-legge, come i decreti “sicurezza” Salvini, che ponevano del mirino non soltanto l’immigrazione “clandestina” ma anche le attività di salvataggio svolte dalle organizzazioni non governative. Come si verificava soprattutto dopo la firma del Memorandum d’Intesa Gentiloni stipulato nel febbraio del 2017 con il governo di Tripoli e la conseguente creazione di una zona SAR (ricerca e salvataggio) “libica”. Ai provvedimenti amministrativi (direttive) di diniego di sbarco ed ai decreti sicurezza, che criminalizzavano le attività di soccorso in mare, seguivano procedimenti penali, utilizzati dai media per rafforzare nell’opinione pubblica la stigmatizzazione delle attività di soccorso in acque internazionali, attività peraltro imposte dalle Convenzioni internazionali. Si può rilevare però come nel corso degli anni la maggior parte di questi procedimenti penali sia stata archiviata, salvo due processi ancora aperti a Ragusa (Mare Jonio) ed a Trapani (caso Iuventa).

Come ricorda l’ANSA, per il ministro Lamorgese, “la scommessa, riguardo quest’ultimo punto, è varare una sorta di Codice per le ong: le navi dovranno avere dotazioni adeguate ed equipaggi formati, gli interventi devono essere coordinati dal Centro marittimo competente, nel caso anche quello libico; gli Stati di bandiera dovranno indicare il porto sicuro ed impegnarsi ad accogliere i migranti che sbarcano in un altri Paesi”

Gli eventi di soccorso in mare, normati dalle Convenzioni internazionali, come la Convenzione di Amburgo del 1979 sulla ricerca ed il soccorso in mare (SAR), vengono così considerati come “eventi migratori”, come si legge nei comunicati della Centrale operativa della guardia costiera italiana (IMRCC). Le finalità di difesa dei confini nazionali sembrano prevalere sulla salvaguardia della vita umana in mare e della dignità della persona, ovunque essa si trovi e qualunque sia il suo stato giuridico. Per rendere esplicito questo capovolgimento di prospettiva, relativamente recente, se si pensa alle missioni di soccorso in acque internazionali seguite alle stragi del 3 e dell’11 ottobre 2013 tra Lampedusa e Malta, si fa ricorso alla esternalizzazione delle frontiere, definizione riassuntiva che rappresenta il coinvolgimento degli stati terzi (rispetto all’Unione Europea) nelle attività di blocco e di respingimento dei migranti che cercano di raggiungere le frontiere europee. Ma le politiche di esternalzzazione non possono arrivare alla negazione del diritto alla vita.

Il salvataggio delle vite in mare costituisce un dovere degli Stati e prevale sulle norme e sugli accordi bilaterali finalizzati al contrasto dell’immigrazione irregolare. Le Convenzioni internazionali di diritto del mare cui l’Italia ha aderito costituiscono infatti un limite alla potestà legislativa dello Stato ai sensi degli articoli 10, 11 e 117 della Costituzione e non possono pertanto costituire oggetto di deroga da parte di valutazioni discrezionali dell’autorità politica e dei conseguenti indirizzi delle autorità amministrative e militari. Come ricorda anche la Corte di cassazione con la sentenza n. 112, 16 gennaio 2020, “è utile richiamare la risoluzione n. 1821 del 21 giugno 2011 del Consiglio d’Europa (L’intercettazione e il salvataggio in mare dei domandanti asilo, dei rifugiati e dei migranti in situazione irregolare), secondo cui «la nozione di “luogo sicuro” non può essere limitata alla sola protezione fisica delle persone ma comprende necessariamente il rispetto dei loro diritti fondamentali» (punto 5.2.) che, pur non essendo fonte diretta del diritto, costituisce un criterio interpretativo imprescindibile del concetto di “luogo sicuro” nel diritto internazionale”. Nessuno stato, avvertito di un evento di soccorso di persone in situazione di pericolo in alto mare, può dunque rifiutare il coordinamento delle prime fasi delle attività SAR, o attendere dopo i primi soccorsi l’esito di trattative con altri stati, ad esempio con lo stato di bandiera della nave soccorritrice, allo scopo di “scaricare” su quest’ultimo l’onere dello sbarco a terra dei naufraghi, come in diverse occasioni è stato affermato dal ministro dell’interno Lamorgese. Sono queste le posizioni che hanno spianato la strada alle folli proposte di un blocco navale, davanti alle coste libiche, con accordi con le milizie a terra, lanciate dalla Meloni.  

Ritenere che la Libia possa costituire un “luogo sicuro”, e che questa circostanza possa essere percepita dai migranti già prima dell’imbarco, o ancora in caso di respingimento o di ritorno su mezzi della sedicente Guardia costiera libica, contrasta ancora oggi, come contrastava già nel 2018, con la realtà dei fatti e con il combinato disposto delle Convenzioni internazionali di diritto del mare e della Convenzione di Ginevra sui rifugiati.

Prospettive di riforma e campagna elettorale

In tempi in cui la pandemia da Covid-19 e la guerra in Ucraina hanno ridefinito il concetto di frontiera e di mobilità umana su scala globale, si continua a ragionare, ed a praticare scelte politiche e giuridiche, come se non fosse cambiato nulla, come se le attività di controllo o di limitazione della libertà personale e di circolazione, le prassi di respingimento, o di espulsione, fossero praticabili con le stesse modalità adottate negli anni passati. La collaborazione con i paesi terzi rimane ancora basata sul contrasto dell’immigrazione irregolare, che altri definiscono ancora come “clandestina”, piuttosto che sulla riduzione di quel divario sempre più ampio tra paesi ricchi e paesi poveri, sul sostegno nelle campagne sanitarie, sulla lotta alla corruzione e sul ripristino di condizioni minime di rispetto dei diritti umani. Sarebbe il tempo per un riconoscimento effettivo dei diritti fondamentali delle persone, ma sembra invece che la cd. “ripartenza”, dopo il lockdown imposto dal COVID-19, ed il clima di “guerra permanente”, siano caratterizzati da un accresciuto disvalore della vita e della dignità di chi è costretto a mettersi in viaggio senza avere risorse e documenti regolari.
La campagna elettorale in corso sta riproponendo le peggiori politiche che hanno strumentalizzato le grandi questioni dell’immigrazione e dell’asilo. Da una parte si insiste su nuovi decreti sicurezza e su “blocchi navali” che in passato hanno fatto anche troppe vittime. Basti pensare all’affondamento della Kater Y Rades, nel 1997 ai tempi del primo governo Prodi ed al processo che ne è scaturito, durato ben diciassette anni fino alla condanna in Cassazione per naufragio colposo di un comandante della Marina militare italiana.
I partiti del governo uscente, peraltro, non si discostano dalla politica degli accordi bilaterali con paesi che non garantiscono i diritti umani, come è emerso dal più recente incontro tra Erdogan e Draghi e nel rinnovo delle missioni militari all’estero. Appare ancora lontana una vera svolta rispetto al passato, in direzione della regolarizzazione permanente, dell’apertura di realistici canali legali di ingresso per lavoro, e magari di vie di fuga da paesi nei quali, come in Libia, le persone migranti sono quotidianamente sottoposte a torture di ogni genere. Si continua a guardare l’immigrazione come una questione di sicurezza, senza una visione progettuale nella direzione di relazioni internazionali basate sulla pace e sul rispetto dei diritti umani, per una società più giusta e solidale che sia capace di includere gli immigrati senza fornire pretesti per fare esplodere lo guerra tra le componenti più deboli del corpo sociale.

https://www.a-dif.org/2022/09/08/immigrazione-e-propaganda-elettorale-a-venti-anni-della-legge-bossi-fini/

 

Navi bianche e navi di nessuno - Mauro Armanino

 

La nave Vulcania impiegata per il rimpatrio dei profughi italiani nel 1942

“… Tra il 1941 e il 1943 quattro transatlantici della Marina mercantile italiana – Saturnia, Vulcania, Giulio Cesare e Caio Duilio – furono appositamente trasformati nelle cosiddette Navi Bianche per riportare in patria dall’Africa Orientale Italiana 30.000 civili  prelevati dalle loro case dopo l’occupazione del 1941 e rinchiusi nei campi di concentramento britannici: donne, anziani, invalidi e tantissimi bambini…” (Massimo Camorani, Dalle navi bianche alla linea Gotica 1941- 1944).

Dovevo tornare dal Niger per imbattermi con questo pezzo di storia per me sconosciuta e particolarmente eloquente. Mi ha particolarmente incuriosito la vicenda delle ‘Navi Bianche’, che furono chiamate tali perché colorate di bianco con una grande croce rossa. Ciò per essere meglio identificate e dunque evitare di essere un facile bersaglio di guerra. Si trattava di bastimenti che riportarono migliaia di connazionali in patria in seguito alla rapida dissoluzione dell’impero coloniale italiano in Africa Orientale ad opera degli inglesi.  

E fu così che, sempre secondo il diario del citato Massimo Camorani “… dopo mesi nei campi di prigionia trascorsi in proibitive condizioni climatiche, igieniche, alimentari e sanitarie, i rimpatriandi si trovarono ad affrontare un percorso lunghissimo e difficile di circumnavigazione dell’Africa, poiché il governo britannico non aveva concesso il passaggio dal Canale di Suez…tre viaggi, ognuno dei quali, tra andata e ritorno, durava tre mesi, su una distanza di oltre 23.000 miglia…”

Le navi di nessuno, invece, sono quelle che oggi, in circostanze analoghe, imbarcano persone che fuggono dalle prigioni libiche, ivi internate per tentare di fuggire da altri ‘inferni’ meno noti ma ugualmente mortali. Piuttosto che navi si usano gommoni e non devono circumnavigare l’Africa. Sfidano quel Mediterraneo che, invece di essere un ‘mare di mezzo’, viene camuffato in cimitero marino incustodito… “I sopravvissuti ancora a bordo sono 460 e le condizioni di molti di loro non sono buone. Soccorsi dopo 3 giorni sotto il sole, senza cibo né acqua, sono disidratati, presentano ustioni da carburante, gravi ferite e infezioni non curate e segni fisici e psicologici delle violenze e delle torture subite nei campi di detenzione libici’. (Messaggio di S.O.S. Mediterranée del 30 agosto 2022)

Un popolo che smarrisce la memoria rischia di smarrirsi a sua volta nel mare dell’indifferente ipocrisia del tornaconto economico ed elettorale. 

                                                                        Casarza Ligure, 4 settembre 2022

https://comune-info.net/navi-bianche-e-navi-di-nessuno/

 

 

Blocco Navale, naufragio morale - Domenico Gallo

Nel riproporre il suo obiettivo del blocco navale dei barconi in partenza dalla Libia l’on. Meloni ha fatto riferimento ad un precedente, il blocco navale operato dall’Italia nei confronti delle imbarcazioni di profughi/migranti che partivano dalle coste dell’Albania nella primavera del 1997 (primo Governo Prodi), indicandolo come un modello da seguire. Peccato che nel riproporre il modello Albania la Meloni abbia sorvolato su un piccolo inconveniente la morte di 81 persone.

Tutti i partiti stanno pubblicando i loro programmi elettorali sulla base dei quali si confronteranno nella competizione elettorale. Poiché il programma serve e catturare il consenso degli elettori, si sprecano le promesse di benefici miracolosi che questo o quel partito assicurerà agli italiani in caso di vittoria. Così si promettono meno tasse per tutti e più soldi in busta paga, pensioni più alte e più facili da raggiungere, incentivi e bonus di ogni sorta. Si sorvola su alcune palesi incongruenze come l’incompatibilità fra la riduzione delle entrate fiscali, la crescita della spesa militare e l’incremento della spesa sociale. In realtà i programmi dei partiti più che a proporre, servono ad occultare i problemi reali e le intenzioni dei decisori politici, gettando fumo negli occhi degli elettori.

Il programma della destra, però, ha un suo profilo di originalità che lo distingue da quello di altre forze politiche. C’è una sezione dedicata alle promesse (ai cittadini italiani), ma c’è anche una sezione dedicata alle minacce (ai non cittadini). Il tema è quello dell’immigrazione, cioè della pressione alle frontiere di profughi e rifugiati che cercano di sbarcare in Italia. La pretesa di bloccare il flusso di profughi che provengono in maggioranza dalle coste della Libia è sempre stata oggetto di una politica muscolare che ha esibito come un titolo di merito condotte di palese violazione degli obblighi del diritto internazionale, sfociate in alcuni casi in atti di rilevanza penale, come dimostra il processo a carico di Salvini per sequestro di persona in corso a Palermo.

A questa particolare vocazione della Lega, la leader di FdI, ha aggiunto un peso da novanta proponendo il “blocco navale” intorno alla coste della Libia. I Fratelli d’Italia si sono preoccupati per tempo di sdoganare la parola “blocco navale”, al punto di votare, nel marzo dell’anno scorso contro la ratifica degli emendamenti allo Statuto istitutivo della Corte penale internazionale adottati a Kampala il 10 e 11 giugno 2010 dalla Conferenza dei paesi membri. Gli emendamenti mirano a risolvere un vuoto normativo dello Statuto procedendo alla definizione del crimine di aggressione.  Fra gli atti che integrano il crimine di aggressione rientra: “il blocco dei porti o delle coste di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato.” Sul piano del diritto internazionale non v’è dubbio che il blocco dei porti o delle coste, se attuato al di fuori dell’art. 51 della Carta dell’ONU, costituisce un atto di guerra.

Se il blocco non è attuato nei confronti di uno Stato ma nei confronti di una flottiglia di profughi, non è un vero e proprio atto di guerra, ma costituisce pur sempre un atto illecito perché in violazione di un principio antichissimo del diritto internazionale, quello della libertà dell’alto mare, ribadito dall’art. 87 della Convenzione ONU sul diritto del mare. Nell’opporsi alla ratifica e nel riproporre il suo obiettivo del blocco navale dei barconi in partenza dalla Libia l’on. Meloni ha fatto riferimento ad un precedente, il blocco navale operato dall’Italia nei confronti delle imbarcazioni di profughi/migranti che partivano dalle coste dell’Albania nella primavera del 1997 (primo Governo Prodi), indicandolo come un modello da seguire.

Peccato che nel riproporre il modello Albania la Meloni abbia sorvolato su un piccolo inconveniente. Il 28 marzo 1997 (venerdi di Pasqua) la corvetta Sibilla della Marina militare italiana intervenne per costringere una imbarcazione albanese, la Kater I Rades, carica di profughi e diretta in Italia, ad invertire la rotta, finendo per speronarla. La nave colò a picco trascinando con sé il suo carico umano. 81 furono i corpi recuperati nel relitto (fra cui decine di bambini con le loro madri), 34 furono i sopravvissuti che furono portati in Italia. Nel corso di una audizione tenuta dinanzi alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato, il 1° aprile 1997, il Ministro della Difesa dell’epoca, on. Andreatta, ammise: “Le unità del nostro dispositivo hanno ricevuto direttive di adottare regole di pattugliamento volte a dissuadere il naviglio clandestino dal raggiungere il nostro paese (..) Le norme di comportamento prevedevano anche la possibilità, da parte delle nostre unità di manovrare in modo da scoraggiare il proseguimento della navigazione dei natanti verso le coste italiane”.

Quindi nel 1997 il primo Governo Prodi cercò di attuare, senza dichiararlo, una sorta di blocco navale delle coste albanesi, salvo poi rimangiarselo dopo il disastro della Kater I Rades. Poiché provocare un naufragio e la morte per annegamento dei profughi è comunque un crimine sanzionato dalle leggi penali, il comandante della Sibilla, Fabrizio Laudadio, fu condannato alla pena di tre anni di reclusione del Tribunale di Brindisi (poi ridotta ad anni due in Cassazione), ed il Ministero della Difesa a risarcire le vittime. Del resto quando si pretende di arrestare la navigazione di natanti stracarichi ed in condizioni di sicurezza precarie, il naufragio è una conseguenza del tutto scontata. Ma altrettanto criminoso sarebbe la cattura in alto mare dei profughi per ricondurli con la forza nei lager libici da cui sono fuggiti.

Quello che colpisce è che un programma così palesemente criminoso e criminogeno, e così atrocemente disumano, venga promesso al popolo italiano per ottenere più consenso dagli elettori. Promettere in campagna elettorale di fare strage dei diritti (e dei corpi) di determinate categorie di persone, non è quello che accadeva in Germania negli anni trenta del secolo scorso? Ricordate come è andata a finire?

Articolo pubblicato da Micromega.net

Nell’immagine un murale in una scuola di Bari curato dall’artista Giuseppe D’Asta. Una sirena azzurra che mette in salvo una barca con bimbi migranti. Il progetto è sostenuto da Bosch. Gli attivisti di Retake Bari hanno ripulito il muro dalle scritte vandaliche, prima di realizzare il murale con colori acrilici delebili.

https://www.manifestosardo.org/blocco-navale-naufragio-morale/

 

 

I morti che invece non piange nessuno - Giulio Cavalli

 

Nel 2022 sono scomparse oltre mille persone nel Mediterraneo centrale cercando di raggiungere l’Europa. Da poco la Guardia nazionale tunisina ha recuperato altri tre corpi al largo della costa meridionale di Gabes

Il numero di vite rivendicate dal Mediterraneo continua ad aumentare. Mercoledì 7 settembre la Guardia nazionale tunisina ha riferito che le sue navi avevano recuperato altri tre corpi al largo della costa meridionale di Gabes. Le vittime erano state su una barca che trasportava altri quindici migranti quando è stata “intercettata” e riportata in Tunisia.

Dall’inizio di quest’anno, oltre mille persone sono morte o scomparse nel Mediterraneo centrale cercando di raggiungere l’Europa, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

Lo stesso giorno in cui le autorità tunisine hanno recuperato i tre corpi, più a sud nella città di Zarzis, le madri dei migranti scomparsi si sono riunite per chiedere la verità sui loro figli che sono scomparsi ormai da anni, in alcuni casi anche un decennio.

Decine di donne, alcune con i volti dei loro figli stampati sulle loro magliette, agitavano le foto dei loro amori scomparsi. Tra la folla c’erano anche cartelli che dicevano: “Stop alla violenza contro i migranti” e cartelli e magliette con lo slogan “Ferries, not Frontex”.

Per le madri quella marcia in città (che è luogo di partenza per il Mediterraneo) è il solo modo per mantenere viva la memoria dei loro figli e per chiedere risposte.

«Stiamo lottando per ottenere la verità sui nostri figli», ha detto Fatma Kasroui, una madre tunisina in lutto che non ha avuto notizie di suo figlio dal 2011. «Abbiamo bussato alle porte del ministero degli Interni e del ministero degli Affari esteri. Abbiamo organizzato sit-in. Ma non abbiamo avuto risultati. Come possono le autorità tunisine dirci che i nostri figli sono semplicemente scomparsi?».

Il raduno si è svolto 10 anni dopo la tragedia di una barca partita da Sfax con 130 migranti a bordo, diretti in Italia. Solo 56 sono sopravvissuti a quel viaggio. Un decennio dopo, rimangono molti dubbi su quanti siano effettivamente i morti.

L’Ue fornisce aiuti economici alla Tunisia, che è paralizzata dal debito. In cambio, il Paese si impegna a fermare i migranti che partono dalle sue coste, provando a impedire gli arrivi in Europa. Nonostante ciò, il numero di tentativi di attraversamento dei migranti – e delle sparizioni – dalla Tunisia continua ad aumentare.

Il numero di disastri causati da questi tentativi disperati è talmente alto che la Tunisia è a malapena in grado di seppellire i cadaveri. Ci sono due cimiteri di migranti in città, con quasi 1.000 corpi sepolti. Ormai non c’è più spazio.

Troppo facile usare l’immigrazione solo quando sarà un’utile arma d’opposizione contro il prossimo governo di destra. Troppo ipocrita essere “umanitari” a fasi alterna, nei momenti in cui torna utile per la propria battaglia politica. C’è in corso un guerra feroce da anni in cui l’Europa ha il triste ruolo del mandante.

https://left.it/2022/09/09/i-morti-che-invece-non-piange-nessuno/

 

Se per il consenso si truccano anche i numeri dei migranti - Francesca Paci

 

E poi a un certo punto, sincronizzata puntualmente col disagio economico, salta fuori l’invasione dei migranti. Salta fuori nella retorica sicuritaria dei partiti di centro-destra, ma torna anche, sempre più spesso, nel discorso degli altri, i progressisti, i teorici della società aperta, quelli che, più o meno loro malgrado, finiscono, per accodarsi alla narrativa mainstream. Succede così che in questi giorni di previsioni funeste per l’autunno in agguato due quotidiani illuminati come il francese Le Monde e lo spagnolo El Pais dedichino il titolo di apertura e le pagine a seguire alla quintessenza della paura sociale, “L’Europe face à un retour massif des migrants” e “La migración irregular a Europa crece al mayor ritmo desde 2016”. D’impatto, non c’è che dire, tanto le foto quanto la grafica dei flussi a tenaglia tra la Sicilia e Trieste. Peccato che, ancora una volta, i conti non tornino.

Non tornavano neppure all’inizio di luglio, quando l’ancora in sella premier Mario Draghi confidava al “dittatore necessario” Recep Tayyip Erdogan come l’Italia, “paese aperto”, avesse raggiunto il limite dell’accoglienza. E oggi, al termine di quella bella stagione che tanto si presta all’attraversamento del Mediterraneo, tornano ancora meno. Dati ufficiali alla mano infatti, a quattro mesi dalla fine del 2022 risultano sbarcate sulle nostre coste 56.210 persone, meno di un terzo delle 181.436 del 2016 e la metà esatta rispetto al 2017. Poi certo, c’è in mezzo il 2019 di quota 11.471, ma, con buona pace dell’allora ministro dell’interno Matteo Salvini, quel risultato dipese assai più dalla tragica guerra in Libia e dall’impossibilità di fuggire via mare superando i mille check point dei miliziani che dai pur durissimi decreti sicurezza varati dal suo Viminale.

Non c’è insomma “nessuna emergenza numerica”, come ripete il portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), Flavio Di Giacomo, rimarcando quanto «oltre l’80% dei migranti africani resti in Africa». Non c’è in Europa, dove e per fortuna all’indomani dell’invasione russa sono stati accolti senza colpo ferire oltre 9 milioni di profughi ucraini, né tantomeno in Italia, dove esiste invece, concretissima, una grave emergenza umanitaria nell’hotspot di Lampedusa, angusto collo di bottiglia organizzativo che, nel Mediterraneo precluso ormai quasi del tutto al soccorso delle ONG, ha assorbito finora il 40% degli sbarchi, al netto di 14.157 migranti intercettati in sei mesi dalla guardia costiera libica e riportati a terra.

Eppure, con la guerra del gas a minacciare la tenuta dell’economia europea ma anche dei suoi valori fondanti, salta fuori, capro espiatori senza eguali, l’invasione dei migranti. La presunta invasione dei migranti. Salta fuori in Italia, dove i sondaggi di una campagna elettorale molto polarizzata gonfiano il vento in poppa alla destra, e salta fuori in Francia, in Spagna, in quelle democrazie del vecchio continente in cui la politica non riesce più a governare i processi sociali con ricette nazionali e cede alla retorica semplicistica dei populismi, lasciando loro l’iniziativa e riconoscendone di fatto la nuova egemonia culturale.

C’è una sola vera teoria pseudo-matematica nell’intero corpus delle scienze sociologiche e si chiama “il teorema di Thomas”, dice che «se gli uomini definiscono certe situazioni come reali, esse saranno reali nelle loro conseguenze», dice cioè che la percezione di un pericolo produce conseguenze reali indipendentemente da quanto reale sia quel pericolo. Ecco perché l’invasione dei migranti salta fuori regolarmente allo scoccare di ogni crisi economica e all’approssimarsi di un voto. Una squadra butta la palla in tribuna e detta i tempi all’altra. Anche se i conti non tornano.

L’articolo è tratto da La Stampa del 5 settembre 2022

https://volerelaluna.it/rimbalzi/2022/09/13/se-per-il-consenso-si-truccano-anche-i-numeri-dei-migranti/



giovedì 26 agosto 2021

coi talebani non c'è niente da ridere

 

Khasha Zwan non è morto ridendo ma i talebani ridevano - Doriana Goracci

 

Khasha Zwan, era un comico conosciuto in tutto l' Afghanistan. Era, perchè è stato ammazzato. Gli mancavano tutti i denti o quasi ma non è stata questa la ragione per essere fatto fuori. Qui in Italia, come da altre parti del mondo, si è saputo solo in queste ore della sua ricomparsa, da cadavere, alla fine di luglio. Ora c'è un video che circola nei media del mondo.

 

"Ha le mani dietro la schiena, è ammanettato, viene caricato in auto tra due talebani ma lui inizia a far battute, a prendere in giro i narcotalebani come ha sempre fatto in radio, in tv, nei suoi spettacoli. E' seduto tra due uomini armati in una macchina e picchiato. Poco dopo che il filmato è stato girato, il corpo del comico è stato ritrovato senza vita. E adesso, dopo una prima smentita, i talebani hanno ammesso di averlo ucciso.Il miliziano alla sua sinistra ride fino a quando, invece, quello alla sua destra (armato di Kalashnikov e smartphone), stizzito, inizia a schiaffeggiarlo, costringendolo al silenzio... Lo consideravano da sempre un nemico da abbattere (infatti è stato ucciso a fine luglio, mentre marciavano su Kabul); tra i primi ad essere epurato perché le sue battute passavano di bocca in bocca, scacciavano la paura dai volti degli afgani sciogliendoli in sorrisi. Khasha Zwan è morto facendo battute, sorridendo in faccia ai suoi aguzzini, con la potenza anarchica dell’ironia spesa sino alla fine..." Già l' Anarchia... La Federazione Anarchista Era, il 29 luglio l'ha comunicato, pubblicando una sua foto, su twitter: "Nazar Mohammad, un noto comico afgano, meglio conosciuto come Khasha Zwan o Khasha Kandahari è stato assassinato dai talebani. I talebani hanno filmato i suoi ultimi momenti mentre veniva brutalmente schiaffeggiato e maltrattato prima di essere colpito. #Death_to_Taliban ". 

Il suo vero nome era Nazar Mohammad, nessuno può sapere se sia morto ridendo ma sappiamo che hanno riso con lui, di lui, da morto.E' stato portato via da casa, è stato poi ucciso contro un albero con diversi colpi d’arma da fuoco, poi sdraiato a terra con la gola tagliata.

Tutti hanno in mano i cellulari, ce l'aveva lui e lo usava su tik tok, lo hanno i talebani, ce l'ho anche io e lo uso, anche così, riportando la citazione di un grande comico Dario Fo:

“Il riso è sacro. Quando un bambino fa la prima risata è una festa. Mio padre, prima dell'arrivo del nazismo, aveva capito che buttava male; perché, spiegava, quando un popolo non sa più ridere diventa pericoloso.”

da qui

 


mercoledì 6 gennaio 2021

Turchia-Kurdistan: lo spazio dei sogni e degli incubi

 

Cose turche a Instanbul? Bella ciao per la Libertà - Doriana Goracci

 

(ripreso da AgoraVox)

 

Mentre il #corona imperversa anche in Turchia e si canta Bella Ciao rivisitato in turco, lunedì 4 gennaio 2021, per la libertà e la qualità accademica turca, la polizia a Instanbul ha “ammanettato” i cancelli della migliore università del paese, mentre migliaia di persone hanno manifestato sulla nomina del suo nuovo rettore.

https://youtu.be/8r2QeTL8NIQ

Cose turche? Diciamo fatti accaduti ieri in Turchia, ad Instanbul, che non possono essere ignorati, tantomeno nascosti in Italia, dove la destra più oscura suona le sue lamentazioni .

Si dice che il nuovo dirigente dell’ Università di Bogazici sia l’ultimo di una lunga serie di nomine politicizzate in posizioni di vertice nel mondo accademico, che ha svuotato la qualità dell’istruzione nel paese. “Semplicemente crudele”: così si è espresso un professore di fama che si batte contro l’epurazione delle università turche. Infatti il presidente turco Recep Tayyip Erdogan durante il fine settimana ha scelto l’accademico Melih Bulu come prossimo capo dell’università (nato nel 1970, ha un dottorato in finanza. Recentemente nominato rettore da Recep Tayyip Erdoğan con decreto del 1 gennaio 2021, candidato per l’AKP, al governo di Erdoğan nelle elezioni generali del 2015 n.d.r.)

 

L’Università di Bogazici, considerata da molti la Harvard turca per la sua istruzione di qualità, l’ambiente liberale e una storia che risale a 200 anni fa, è stata originariamente fondata da missionari americani, ha migliaia di studenti che lavorano nelle migliori aziende del paese e ai vertici della burocrazia statale. Bulu è visto come una nomina controversa perché ha cercato di candidarsi come membro del parlamento per il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) al governo nel 2015 e non faceva parte dell’attuale staff accademico.

 

La nomina ha creato rabbia tra gli studenti e gli ex studenti di Bogazici, che hanno elencato una serie di problemi riscontrati con i titoli di studio di Bulu. Presunte prove che Bulu ha plagiato nella sua tesi di dottorato e almeno un articolo accademico sono circolate sui social media.Un portavoce degli studenti ha detto che non erano particolarmente interessati alla storia personale di Bulu, ma piuttosto alla libertà accademica. “Riteniamo che l’autonomia dell’università possa essere concessa solo scegliendo il rettore attraverso un’elezione tenuta dal personale accademico”, ha detto il portavoce.

 

La manifestazione inizialmente si è conclusa pacificamente, mentre gli studenti hanno marciato attraverso il campus. Tuttavia, l’apparizione di Bulu nell’edificio amministrativo ha innescato ulteriori proteste e la polizia ha usato gas lacrimogeni e forza per disperderli.

e ancora

 

Centinaia di persone hanno manifestato lunedì a Istanbul contro quella che affermano essere la nomina politicamente motivata di un rettore in una delle migliori università turche da parte del presidente Recep Tayyip Erdogan. Un giornalista dell’AFP ha stimato il numero in oltre 1.000, con dozzine di agenti di polizia che hanno assistito alla manifestazione senza intervenire. La rabbia è esplosa dopo il decreto presidenziale del 1 gennaio in cui Erdogan ha nominato Rettore dell’Università di Bogazici Melih Bulu – candidata alle elezioni generali del 2015 per il partito al governo del presidente.

 

Hanno cantato mentre alcuni tenevano cartelli che dicevano: “Vogliamo diritti, perché così tanta polizia?” e “Melih Bulu non può essere il rettore di Bogazici“. Erdogan ha assunto il potere di nominare direttamente i rettori dell’università dopo essere sopravvissuto a un fallito colpo di stato del 2016, e non è la prima volta che la sua scelta per Bogazici ha suscitato polemiche. Quando il professor Mehmed Ozkan è stato nominato rettore nel novembre 2016, c’erano tensioni e turbamenti da parte di studenti e accademici. I rettori delle università turche sono stati nominati tramite elezioni prima del luglio 2016. “Il mondo accademico è al di sopra delle ideologie e della politica, ma nominare un rettore della nostra università a dispetto della volontà dei membri dell’università è una mossa politica“, ha detto ai giornalisti una delle manifestanti, Selen, durante la manifestazione.

E ancora

Bulu è uno dei co-fondatori dell’associazione distrettuale Sarıyer dell’AKP e si era candidato alla candidatura diretta dell’AKP alle elezioni parlamentari e presidenziali del 2015 a Istanbul. Gli studenti lo chiamano “fiduciario” in riferimento ai sindaci che sono stati deposti dai municipi delle città curde e sostituiti da amministratori nominati dal governo. Anche numerose iniziative della società civile e gruppi per i diritti umani hanno partecipato alle proteste contro la nomina di Bulu, oscurate dalla massiccia violenza della polizia e dall’uso di lacrimogeni e idranti. Alcuni studenti hanno risposto alla violenza della polizia lanciando bottiglie. Due manifestanti sono stati arrestati dalla polizia a margine delle proteste, picchiandoli e prendendoli a calci. Nel frattempo, il cancello del campus dell’Università Boğaziçi è stato isolato dalle forze di sicurezza. L’anello d’assedio della polizia del campus universitario non è ancora stato completamente disperso.

Forse gli studenti turchi ricorderanno quando altri di loro,giovani e meno giovani cantavano Bella ciao nel 2012, e poi ancora nel 2013, in Turchia, e si continua a cantare e camminare per la Libertà.

Iste bir sabah uyandigimda Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao Elleri baglanmis buldum yurdumu Her yani isgal altinda Sen ey Partizan, beni de gotur Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao Beni de gotur daglariniza Dayanamam tutsakliga Gunes dogacak, acacak cicek Ciao Bella Ciao Bella Ciao Ciao Ciao Gelip gecenler diyecek merhaba Merhaba ey guzel cicek

 

 

NOTIZIE DALL’AGENZIA «ANBAMED» (IGNORATE – come al solito – DA QUASI TUTTI I MEDIA ITALIANI)

Turchia: condannato a 27 anni, in contumacia, il giornalista che aveva rivelato l’appoggio di Erdogan al terrorismo in Siria. 

 

Il giornalista turco, Can Dundar, ex caporedattore di Cumhuriyet (Repubblica), è stato condannato in contumacia a 27 anni e sei mesi di reclusione, per l’accusa di spionaggio e sostegno ad un’organizzazione terroristica armata. Aveva svelato sul suo giornale che i servizi turchi fornivano armi ai jihadisti in Siria. I suoi avvocati hanno rifiutato di partecipare all’udienza di proclamazione , “per non dare una patina di legalità ad una decisione politica già scritta”. Il giornalista vive all’estero, in esilio in Germania.

SIRIA

Nel conflitto siriano ci sono due fronti caldi. Uno aperto dalle truppe turche e milizie affiliate contro la zona curda e l’altro nel triangolo Aleppo-Raqqa-Hama, tra le truppe governative e i jihadisti di Daesh. Ieri sono rimasti uccisi nei combattimenti 5 soldati governativi e 9 jihadisti. Ad Afrin, invece, le milizie filo turche hanno compiuto rastrellamenti di civili in seguito allo scoppio di una mina sotto un veicolo militare turco.

SIRIA

La Turchia porta avanti il suo progetto di impedire ogni forma di autonomia curda nel nord della Siria. Da 48 ore l’artiglieria turca sta martellando le zone rurali limitrofe a Ain Issa, a nord di Raqqa. Tre combattenti curdi sono stati uccisi e fuga dei contadini verso il centro abitato. Ain Issa è una delle città amministrate dai consigli locali eletti, un’esperienza democratica voluta dalle Forze democratiche siriane a maggioranza curda. Il piano di Ankara è quello di prendere il controllo sull’autostrada T4, per garantire la striscia di sicurezza occupata all’interno del territorio siriano e riportarvi i profughi siriani rifugiati in Turchia.

 

 

Leyla Guven senza giustizia: 22 anni di cella per terrorismo - Chiara Cruciati

 

L’escalation contro Leyla Guven, storica esponente della sinistra curda in Turchia, ieri ha toccato la vetta: una condanna a 22 anni e tre mesi di prigione per terrorismo.

Il percorso compiuto fino alla sentenza di ieri contro l’ex parlamentare 56enne del partito di sinistra Hdp e co-leader del Dtk (Democratic Society Congress) ha occupato tutti gli ultimi 10 anni, per inasprirsi a partire dal 2015 con l’esplosione del consenso per la formazione filo-curda, la ripresa della campagna militare turca contro il sud est e poi nel Rojava, il nord-est siriano: prima l’arresto, poi un lungo sciopero della fame, il rilascio in attesa del processo, una prima condanna a sei anni non concretizzata perché protetta dallo status di deputata e infine (lo scorso giugno) il ritiro dell’immunità parlamentare.

Una cancellazione che ha aperto alla sentenza più dura, quella comminata ieri dalla corte penale di Diyarbakir: 14 anni e tre mesi per l’accusa di appartenenza a organizzazione terroristica (il Pkk) e altri 8 anni per due diverse accuse di propaganda terroristica (il riferimento è a due discorsi pubblici che Guven ha tenuto a Batman e Diyarbakir).

Nello specifico, la procura ha chiesto condanne per fondazione, guida e appartenenza a organizzazione terroristica, incitamento a proteste illegali e partecipazione disarmata a riunioni illegali. Subito è stato spiccato un mandato d’arresto, ma mentre scriviamo non è ancora chiaro dove l’ex deputata si trovi: ieri in tribunale erano presenti solo i suoi due legali, Serdar Celebi e Cemile Turhalli Balsak.

Immediata è giunta la condanna dell’Hdp: «La magistratura ha mostrato ancora una volta di agire in linea con gli interessi del partito di governo – si legge in una nota – Non riconosciamo questa punizione illegittima e dannosa». «Questa decisione ostile – prosegue il comunicato – non va solo contro Leyla Guven e non solo contro il Dtk, ma contro tutti i curdi e tutta l’opposizione. Né lei né noi ci arrenderemo a causa di punizioni e arresti».

Guven è considerata un simbolo della lotta all’autoritarismo che oggi caratterizza la Turchia. Ex sindaca, ex deputata, prigioniera politica tra il 2009 e il 2014, riarrestata a gennaio 2018 per aver criticato l’operazione militare di Ankara nel cantone curdo-siriano di Afrin, nel novembre dello stesso anno ha iniziato uno sciopero della fame durato fino al 26 maggio 2019, sostenuto da migliaia di prigionieri e prigioniere curde nelle carceri turche ma anche da donne esponenti della sinistra mondiale, da Angela Davis a Leila Khaled: 200 giorni a digiuno contro l’isolamento a cui è sottoposto il leader del Pkk Abdullah Ocalan.

Ridotta pelle e ossa, era stata rilasciata a gennaio 2019 ma aveva proseguito la protesta nella sua casa di Baglar, a Diyarbakir. Con la mascherina al volto, gli organi vicini al collasso, continuava a chiedere «democrazia, diritti umani e giustizia».

Nulla di nuovo sotto il sole a strisce turco: le accuse mosse sono sempre le stesse, tutte derivazioni varie ed eventuali del reato “terrorismo”, con cui in cinque anni una magistratura sempre più erdoganizzata e un ministero degli interni campione di commissariamento di enti locali hanno devastato l’Hdp.

Tanti piccoli golpe Akp-diretti: il Partito democratico dei Popoli ha visto imprigionare i propri leader nazionali, Selahattin Demirtas e Fiden Yukesdag, insieme a una decina di altri parlamentari; arrestate migliaia di amministratori locali, membri di partito e semplici sostenitori; commissariare quasi ogni comune vinto nelle due ultime tornate elettorali municipali. E stracciare l’immunità parlamentare.

(ripreso dal quotidiano «il manifesto»)

 

 

Turchia. Libertà per Leyla Güven

 

Appello di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

E’ stata condannata a 22 anni di carcere Leyla Güven, co-presidente del Partito Democratico dei Popoli (HDP), il cui seggio parlamentare era già stato arbitrariamente revocato l’anno scorso. Una sentenza, al tempo stesso, contro il popolo curdo e contro l’opposizione democratica al regime ultranazionalista, autoritario e repressivo di Erdogan.

Si tratta dell’ennesimo attacco del governo turco contro l’HDP (terza forza politica nel parlamento) che fa seguito al commissariamento arbitrario di decine di Città nel Kurdistan anatolico, nel Sud-Est, e all’arresto di molti-e tra i-le principali dirigenti dell’organizzazione, tra cui Selahattin Demirtas, l’ex candidato presidenziale in carcere di massima sicurezza da oltre quattro anni.

Non più tardi di due anni fa, la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato la Turchia per violazione della Convenzione Europea dei Diritti Umani. Infatti, tenendo in carcerazione preventiva un esponente politico durante importanti scadenze elettorali,  il governo turco ha mostrato il volto repressivo di una carcerazione preventiva per motivi politici, ma ha anche violentemente compresso i diritti civili e la stessa democrazia.

Non dimentichiamo la vicenda di Abdullah Öcalan, leader storico del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), da più di 20 anni detenuto nell’isola-carcere di massima sicurezza di Imrali, nel più inumano isolamento.  Questa aperta violazione dei diritti umani, cerca di cancellare le speranze di pace e giustizia nella regione. Speranze possibili anche grazie alla storica lotta per il progresso e l’auto-determinazione del popolo curdo e ai tentativi condotti da Ocalan, per una pace con giustizia sociale ed inclusione per tutti i popoli della regione.

Ci uniamo alle forze della sinistra turca nella loro lotta contro il regime e per una Turchia di democrazia, di giustizia, di progresso sociale, rispettosa dei diritti e dell’auto-determinazione dei popoli.

I compagni e le compagne curde si battono contro lo smembramento degli Stati per linee etniche, settarie o religiose. Si battono per la democrazia e per il pluralismo, per il rispetto delle differenze culturali e religiose, per la partecipazione popolare e l’inclusione sociale, per una prospettiva di una società democratica e progressista, internazionalista e anti-patriarcale.

Siamo al fianco della resistenza del Rojava,  delle formazioni dello YPG (le Unità di Protezione del Popolo) e del YPJ (le Unità di Protezione delle Donne) contro l’occupazione e contro il settarismo, per una società democratica confederale e inclusiva.

Esigiamo l’immediata cessazione delle misure di sorveglianza speciale contro tutti-e coloro che, anche dall’Italia, si sono uniti-e alla resistenza contro l’invasione turca in Siria e gli assassini dell’ISIS.

Chiediamo l’immediato rilascio di Leyla Güven, di Abdullah Öcalan e di tutte le prigioniere ed i prigionieri politici del regime autoritario e repressivo di Erdogan.

Siamo a fianco del popolo curdo nella sua battaglia per l’auto-determinazione, per la vittoria della rivoluzione democratica, in Kurdistan e nel Rojava.

Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea

 

VEDI ANCHE L’ARTICOLO (su Pressenza) di Murat Cinar: Turchia – 2020: un anno di repressione ma anche di resistenza e Re-esistenze in Rojava (su Comune-info)

 

 

Per Eddi una sorveglianza vergognosa

Comunicato dei Comitati torinesi in sostegno all’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est (*)

https://assets.contropiano.org/img/2020/12/eddi-torino-rojava-700x300.jpg

Il Tribunale di Torino ha confermato la Sorveglianza speciale a Eddi senza alcuna attenuazione.

Il Tribunale non ha rispetto per le cadute e i caduti nei cinque anni di guerra contro lo Stato islamico in Siria e per l’esercito delle Unità di protezione delle donne curde (Ypj) di cui Eddi ha fatto parte e cui la città di Torino ha pochi giorni fa dedicato un giardino di fronte al Cimitero monumentale. È a causa di quella scelta, maturata in Siria nel 2017, che Eddi (inizialmente con altre quattro persone) è stata proposta per questa misura. Unica donna, è l’unica cui la misura sia stata applicata e confermata.

Questa decisione arriva contro un’ampia mobilitazione civile, espressione pubblica di numerose opinioni anche giuridiche in dissenso, appelli di centinaia di giuristi e personalità della cultura, opere, libri e documentari dedicati a Eddi e alla sua vicenda. Getta vergogna sull’istituzione, dimostrando che il suo personale non ha la caratura morale per formulare giudizi su vicende che comportano la morte o la sofferenza di milioni di persone.

Questo giudice, come quello precedente, cerca proprio per questo di lateralizzare la vicenda siriana di Eddi pretendendo che essa, che pure è conditio sine qua non dell’intera iniziativa giudiziaria, abbia ceduto il passo a ben più gravi attività politiche svolte in Italia. La procura aveva affermato il 12 novembre che l’attivismo politico di Eddi è inseparabile dalla sua partecipazione siriana. Questo è vero: non si ha una “Eddi” senza l’altra. L’ipocrisia istituzionale dell’Europa deve venire a patti con sé stessa. Eddi è un’internazionalista e una femminista e per questo è partita per la Siria, cosa che non hanno fatto altri. Ma proprio questo è ciò che il tribunale di Torino non può accettare.

Di qui la criminalizzazione indecente di attività nobili e pacifiche svolte in Italia, che denuncia un’ostilità ideologica preoccupante da parte di un Tribunale, la cui politicizzazione in seguito vicenda del Tav è ormai tema di dibattito sulla stampa nazionale e nello stesso parlamento italiano.

Le manifestazioni universitarie, ambientaliste, per i diritti sul lavoro e contro l’invasione turco-jihadista del Rojava sono definite «pericolose» e «gravissime». Sono sfide «all’autorità» poste in essere in luoghi pubblico, e tanto basta. Nessuna sentenza definitiva ha mai addossato a Eddi alcunché di illecito e non potendo fare leva su sentenze, il tribunale si fonda su «segnalazioni» di singoli poliziotti. Il collegio ha rivendica nel decreto nero su bianco la potestà della sezione preventiva del tribunale di utilizzare notizie di polizia non entrate in processi penali, elementi desunti da processi ancora in corso e persino da procedimenti che si siano conclusi con un’assoluzione. Avoca in sostanza a sé il diritto di giudicare al di fuori delle garanzie previste per uno stato di diritto e secondo criteri di assoluta eccezionalità; quindi, nei fatti, con piena arbitrarietà.

La denuncia della difesa della mortificazione del contraddittorio in primo grado, con l’espunzione di testimoni e il rifiuto del primo giudice di permettere l’interrogatorio dei poliziotti, è stata liquidata con toni sprezzanti nei confronti della difesa. Il decreto parla di “reati” sebbene non ve ne siano e, ammette in modo inquietante, Eddi è soltanto “formalmente” incensurata, Che cosa significa? Forse per il tribunale di Torino il cittadino non è presunto innocente se non “formalmente”? I principi costituzionali o del diritto internazionale umanitario non valgono a Torino nella sostanza? Affermazioni scandalose discendono da questa concezione poliziesca della giustizia, e devono essere denunciate all’opinione pubblica.

«Non si vede come possa rilevare», scrive il collegio, che un agente Digos intervenuto a impedire a una serie di ragazze di assistere a un’assemblea accademica nel 2016 «abbia minacciato in una fase ancora concitata una delle presenti, diversa dalla Marcucci, di reagire con schiaffi» (p. 15). Le testimonianze oculari di cariche effettuate a freddo e senza ragione alla manifestazione del primo maggio (dove pure Eddi non ha usato alcuna violenza) sono come tali «inverosimili» poiché «non si può supporre» nelle forze dell’ordine schierate in piazza una «ingiustificata aggressività» (pp. 19-20). Se la carica parte, la carica è motivata.

Pur di far passare Eddi come una squilibrata il giudice si spinge ad affermare che il divieto di avvicinarsi a bar e locali pubblici tra le 18 e le 21 ogni giorno, prima di rientrare obbligatoriamente a casa, è dovuta alle probabili aggressioni che metterebbe in atto contro avventori «non in sintonia con i suoi orientamenti» (p. 23). Questa illazione non è suffragata da nulla se non dal decreto stesso, né da segnalazioni di polizia. Come indizio dell’attitudine intrinsecamente violenta di Eddi si cita la sua opposizione, nel 2016, a una manifestazione neo-fascista all’università. Essa avrebbe dimostrato la sua incapacità a tollerare «il libero confronto delle idee». Un nesso ispirato forse dalle fatiche letterarie di Bruno Vespa.

La proibizione più grave, e maggiormente contraria ai diritti umani e costituzionali – quella di manifestare e anche parlare in pubblico – viene giustificata in base a questi «paradigmi di pericolosità soggettiva». Eddi potrebbe, in altre parole, esercitare violenza anche in quelle circostanze. Stiamo parlando dell’uditorio di una sua conferenza. Chiunque può farsi da sé un’opinione di simili affermazioni e della loro natura. Se qualcuno ancora avesse dubbi su cosa è oggi il tribunale di Torino, si consideri la provocazione conclusiva del decreto. Eddi ha chiesto che le venga restituita almeno in parte la somma di 1.000 euro che ha dovuto versare allo stato come “cauzione” per essere sorvegliata, facendo presente che, per una lavoratrice della ristorazione, questo non è un periodo facile; e che chi è sottoposto a sorveglianza speciale perde automaticamente il diritto a qualsiasi sussidio corrisposto dallo stato. Il collegio risponde a p. 24: «Tra il 2018 e il 2019 la proposta ha affrontato le spese di un lungo viaggio in zona di belligeranza, per poi rientrare per via aerea, così palesando capacità reddituale non minimale».

Comitati torinesi in sostegno all’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est

(*) La vicenda di Edgarda Marcucci è stata raccontata in “Bottega”; cfr Se ha combattuto l’Isis, lo Stato italiano le proibisce di parlare

 

 

APPELLO (in più lingue) DI Anti-Imperialist Front PER INIZIATIVE SOLIDALI CON GRUP YORUM E GLI AVVOCATI PERSEGUITATI IN TURCHIA

 

Cari compagni,

vogliamo prima di tutto inviarvi i nostri migliori auguri per il nuovo anno nella lotta e nella resistenza del nostro popolo, che sarà anche una nuova sfida per tutti noi.

Da quando la crisi del capitalismo è cresciuta negli anni, le guerre e gli interventi per i nuovi mercati imperialisti da Sud a Est continuano a pieno ritmo…
I regimi fantoccio neoliberali che fanno da guardia ai grandi monopoli, hanno potenziato e liberato le loro forze reazionarie per opprimere le reazioni di massa e la resistenza dei lavoratori alle nuove politiche restrittive, di austerità e antidemocratiche.

Oggi la solidarietà e l’unità dei popoli sono diventate più necessarie che mai.
La privazione sociale e culturale ha regnato con le misure di Covid-19, oltre alla crescente miseria e povertà di gran parte della popolazione mondiale…

Non perderemo la speranza, non cederemo alla paura dettata dal Sistema capitalistico e non assisteremo all’ingiustizia in atto attraverso la quale il divario tra ricchi e poveri si allarga e la minoranza ricca approfitta della recente situazione.

Quest’anno, anche in condizioni difficili e particolari, l’esempio della resistenza in Turchia ci ha dimostrato che la solidarietà non conosce confini, che chi resiste per una giusta causa è in grado di vincere, perché le sue armi sono i cuori, le mani e le convinzioni si uniscono all’anelito dell’eterno popolo!
L’avvocato del popolo Ebru, i membri del Grup Yorum Ibo e Helin, il combattente per la giustizia Mustafa, sono stati immortalati in una resistenza che ha sfondato le mura della prigione, i confini dei paesi e i mari.
La giustizia è stata la loro ultima richiesta per continuare a difendere e a praticare l’arte al fianco dei popoli oppressi.

L’avvocato Aytaç Ünsal, che era in punto di morte e che è stato rilasciato dal carcere con una decisione del tribunale per ottenere un trattamento medico sanitario, è stato arbitrariamente arrestato di nuovo qualche settimana fa su richiesta del Ministero degli Interni. È stato arrestato e torturato dalla polizia, dopo aver lasciato Istanbul con un amico per respirare aria diversa.
Non c’è alcuna base legale per la sua detenzione e il suo arresto, nonostante le false accuse e le menzogne propagandistiche contenute nei media della polizia che dichiarano che Aytaç stava per lasciare il Paese. Né questa accusa era vera, né l’ordine del tribunale gli proibiva di lasciare la città.
Aytaç Ünsal è di nuovo in prigione, il suo ordine di rilascio è stato arbitrariamente annullato ed è stato privato del diritto alle cure mediche, anche se non ha avuto abbastanza tempo per riprendersi dopo 215 giorni di sciopero della fame. La polizia antiterrorismo ha applicato i suoi crimini di tortura su un avvocato davanti alle telecamere.

Vogliamo la libertà immediata, prima di tutto per Aytaç Ünsal e poi per tutti gli avvocati del popolo che sono stati arrestati senza un giusto processo e il cui caso, che non era altro che una punizione politica, era stato testimoniato dagli studi legali, dagli ordini degli avvocati e dalle istituzioni legali di tutto il mondo.

Quando entreremo in un nuovo anno di lotta, daremo anche nuovi impulsi di speranza con la nostra unità e solidarietà internazionale.

Così, in ultima istanza, il nostro appello a voi sarebbe quello di PREPARARE UN BREVE VIDEO CON UNA SEMPLICE DOMANDA FORMULATA IN UNA O DUE FRASI:
“Chiedo l’immediato rilascio dell’avvocato Aytaç Ünsal! Libertà per gli avvocati del popolo in Turchia!”

Pur volendo già ora esprimere la nostra gratitudine per il vostro modesto sostegno, vi inviamo anche gli indirizzi delle carceri degli avvocati del CHD/Ufficio Legale del Popolo in Turchia.
Se trovate ancora un po’ di tempo, vi preghiamo di dire anche ad Aytaç e/o agli altri avvocati personalmente che volete la loro libertà e che sostenete gli avvocati che difendono i diritti del popolo oppresso. Ad esempio scrivendo una cartolina/lettera con questa frase:
Caro XX, ci aspettiamo che tu sia libero nel 2021. La nostra lotta continua con te.”
“Sevgili XX, 2021’de özgür olmanızı bekliyoruz. Mücadelemiz sizinle devam ediyor.”

Aytaç Ünsal
Edirne F Tipi Hapishane
Edirne
Turkey

Aycan ÇİÇEK
Düzce T Tipi Kapali Ceza Infaz Kurumu
Düzce
Turkey

Selçuk KOZAĞAÇLI
Silivri 1 Nolu Kapali Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Behiç AŞÇI
Silivri 1 Nolu Kapali Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Barkin Timtik
Silivri 1 Nolu Kapali Kadin Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Oya Aslan
Silivri 1 Nolu Kapali Kadin Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Yaprak Türkmen
Silivri 1 Nolu Kapali Kadin Hapishanesi
Silivri/Istanbul
Turkey

Engin Gökoglu
Tekirdag 2 Nolu T Tipi Ceza Infaz Kurumu
Tekirdag
Turkey

Özgür Yilmaz
Tekirdag 2 Nolu F Tipi Ceza Infaz Kurumu
Tekirdag
Turkey

Süleyman Gökten
Tekirdag 2 Nolu F Tipi Ceza Infaz Kurumu
Tekirdag
Turkey

 da qui