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martedì 11 giugno 2024

Israele sta ammazzando decine di migliaia di persone in un campo di concentramento

                                 

articoli e video di Michele Giorgio, Esteban Carrillo, Caitlin Johnstone, Mike Whitney, Nour Naim, Ariel Umpièrrez, Matt Kennard, Francesco Masala, Matteo Saudino, con un disegno di Mr Fish


…Indicativa la dichiarazione del presidente americano di qualche giorno fa quando per la prima volta ha ammesso che ci sono ragioni di ritenere che Netanyahu stia prolungando il conflitto per la sua sopravvivenza politica (e giudiziaria). «E’ credibile che Netanyahu allunghi la guerra per motivi politici». Sospetto largamente diffuso ma che questa volta arriva dai vertici del principale alleato storico di Israele, e che imporrà importanti riflessioni politico diplomatiche nel mondo.

da qui

 

 

Liberi quattro ostaggi, ma l’esercito israeliano fa strage di palestinesi – Michele Giorgio 

L’esercito israeliano libera quattro ostaggi facendo una strage: 210 palestinesi uccisi nel blitz nel campo di Nuseirat. Il massacro per coprire la fuga dei militari, corpi ovunque

da il manifesto

Per Benyamin Netanyahu l’operazione delle forze armate israeliane che ieri mattina ha portato alla liberazione di quattro ostaggi a Gaza rimarrà nella storia di Israele. Per i palestinesi sarà ricordata come una delle pagine più insanguinate dal 7 ottobre.

Mentre a Tel Aviv e in tutto lo stato di Israele gioia e festeggiamenti hanno accompagnato per tutto il giorno il ritorno alle loro famiglie di Noa Argamani, Shlomi Ziv, Andrey Kozlov e Almog Meir – presi da militanti di Hamas il 7 ottobre al festival musicale Nova – e i media celebravano il blitz «audace» condotto da unità speciali con l’appoggio dell’esercito, della marina e dell’aviazione, invece nel campo profughi di Nuseirat hanno vissuto l’apocalisse. L’incursione israeliana è stata accompagnata e seguita da combattimenti e bombardamenti di eccezionale violenza in cui, oltre a combattenti di Hamas, sono stati uccisi decine e decine di civili palestinesi di ogni età, tra cui numerosi bambini. Le autorità di Gaza riferivano ieri sera di 210 morti e 400 feriti. Numeri non immediatamente verificabili, comunque non lontani dalla realtà tenendo conto della potenza di fuoco usata dalle forze israeliane.

Le immagini trasmesse da Al Jazeera e i video postati in rete hanno mostrato scene di morte, disperazione e dolore nel pronto soccorso dell’ospedale Al Aqsa di Deir al Balah. Il pavimento della struttura ospedaliera si è coperto di dozzine di feriti e morti. Tra le vittime tante donne e bambini. L’elevato numero di vittime civili è la conseguenza di un’operazione militare condotta in pieno giorno in aree densamente popolate.

«Hanno annientato il campo profughi di Nuseirat. Civili innocenti e disarmati sono stati bombardati nelle loro case. Non ho mai visto nulla del genere, bambini morti e parti di corpi sparsi ovunque», ha raccontato Nidal Abdo, un testimone, al portale Middle East Eye. Un medico, Musad Munir, ha detto che «Un bambino è arrivato morto con il cibo ancora in bocca…Le bombe cadevano su di noi e gli elicotteri sorvolavano l’ospedale…Le persone erano sparse per le strade e noi non potevamo uscire per aiutarle. La maggior parte erano bambini e ragazze». Altri testimoni hanno riferito di corpi carbonizzati, di persone ricoperte di polvere come fantasmi, di edifici distrutti dai bombardamenti. «Sembrava un film dell’orrore, ma è stato un vero massacro», ha commentato Ziad, un paramedico.

L’azione è stata preparata per settimane, hanno riferito i media locali e il portavoce militare, sulla base di informazioni di intelligence. Secondo Sada News, la forza speciale israeliana si è infiltrata nell’area della moschea Al-Awda. Alle 11 esatte un camion con targa di Gaza si è fermato vicino a due edifici e soldati della Marina e dell’unita speciale Hamam. I quattro sequestrati erano divisi. In un edificio c’era Noa Argamani – tra gli ostaggi più noti perché un video del 7 ottobre la mostra mentre la portano via verso Gaza in moto – gli altri tre in un palazzo poco distante. I commando – il loro comandante è stato colpito, l’unica perdita israeliana – hanno ucciso quelli che sorvegliavano gli ostaggi. Poi, facendosi strada sparando, hanno portato in pochi attimi Argamani e gli altri tre ai mezzi blindati leggeri giunti qualche minuto prima. A quel punto, raccontano a Nuseirat, si è scatenato l’inferno. Per coprire la fuga del commando e dei sequestrati, è cominciato un bombardamento intenso durato almeno un’ora che ha coinvolto altre aree del campo e della città di Deir al Balah e che ha causato il maggior numero delle vittime. All’operazione avrebbe partecipato un’unità speciale statunitense – ne ha riferito la Cnn oltre al sito Axios – con funzioni non ancora chiare. Potrebbe essere entrata a Gaza, il sospetto è forte, usando il molo galleggiante sulla costa della Striscia costruito dai soldati americani. «La partecipazione Usa all’operazione criminale condotta oggi dimostra il ruolo complice dell’amministrazione americana, la sua piena partecipazione ai crimini di guerra commessi a Gaza e la falsità delle sue posizioni sulla situazione umanitaria e la sua preoccupazione per la vita dei civili (palestinesi)», ha denunciato Hamas.

«Non ci fermeremo finché non avremo completato la missione e riportato a casa tutti i nostri rapiti, in un modo o nell’altro», ha detto Benyamin Netanyahu. Da ieri il premier e leader della destra religiosa israeliana è più forte. Ha inferto un colpo ad Hamas e allo stesso tempo al suo rivale Benny Gantz che ieri sera doveva annunciare la sua uscita dal gabinetto di guerra isolando maggiormente il primo ministro. Ha dovuto rinunciare, per ora. Netanyahu segna un punto a suo favore, ma il costo vero di questa ipotetica partita a scacchi in casa israeliana l’hanno pagato decine e decine di civili palestinesi fatti a pezzi dalle bombe.

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Cronache dal genocidio – Francesco Masala

Gli eroici genocidi arrivano su un camion di aiuti al campo di Nuseirat fanno l’ennesima eroica strage di innocenti,  “Non ci sono civili innocenti a Gaza”, ha detto il 13 ottobre il presidente di Israele, Isaac Herzog.

Dice Biden che è credibile che Netanyahu allunghi la guerra per motivi politici.

Dice il resto del mondo che è Biden ad allungare il genocidio a Gaza, così, per simpatia con il diavolo, ed è Biden a prolungare la guerra in Ucraina, così, per questioni di antipatia con la Russia (un tempo bastava un duello fuori dal saloon).

David W. Griffith nel 1915 girò Nascita di una nazione, un atto d’amore, tra l’altro, al Ku Klux Klan.

Se fosse ancora vivo David W. Griffith la CIA lo chiamerebbe per girare Morte di una nazione, un atto d’amore, tra l’altro, per gli assassini israeliani e dell’Occidente collettivo, per celebrare l’assassinio dell’Ucraina e della Palestina.

Proverbio cinese:

Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere dell’Occidente collettivo.

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martedì 7 maggio 2024

E TU? MORIRESTI PER LA NATO?



articoli e video di Gianandrea Gaiani, Pino Arlacchi, Giuliano Marrucci, Raniero la Valle, Mike Whitney, Andrea Zhok, Fiammetta Cucurnia, Giordano Zordan, Elena Basile, Kit Klarenberg, Stefano Zecchinelli, Fabrizio Poggi


DA TRIESTE A LECCO NUOVE MOBILITAZIONI CONTRO LA GUERRA E CONTRO CHI CI GUADAGNA

Di Konrad Nobile per ComeDonChisciotte.org

Riceviamo e diffondiamo le locandine di due cortei che si terranno a breve.

Nell’ultimo articolo scritto per ComeDonChisciotte “LA GRANDE GUERRA IN ARRIVO: NON SE MA QUANDO”  concludevo auspicando e invitando alla mobilitazione contro l’attuale minaccioso clima di guerra e chi lo alimenta.

Ebbene fortunatamente qualcosa si muove e, in merito, segnaliamo che tra le varie iniziative si terranno due importanti cortei.

Sabato 11 maggio, a partire dalle ore 17:30, si svolgerà a Trieste una manifestazione per richiedere politiche di pace e la neutralità della città di Trieste (1), oltre che per solidarizzare con la Palestina e dimostrare la contrarietà alla NATO e alle sue guerre.

L’evento di Trieste viene organizzato, promosso e sostenuto da diverse realtà (i promotori ufficiali sono “Fronte della Primavera Triestina”, “Coordinamento No Green Pass e Oltre di Trieste”, “Alister”, “Insieme Liberi FVG” e “La Tavola per la Pace FVG”) e persone coordinatesi per l’occasione e che, percepita la drammaticità dell’attuale periodo, hanno sentito la necessità di mobilitarsi e chiamare la popolazione a far sentire la sua voce.

 

Sabato 18 maggio, si terrà invece a Lecco un corteo organizzato dalla locale “Assemblea Permanete Contro le Guerre”.  Il corteo avrà luogo nella città nella quale trova sede la nota azienda produttrice di munizioni Fiocchi Munizioni Spa, ditta partecipata dalla multinazionale del militare “Czechoslovak Group” che esporta proiettili in tutto il mondo.

Proprio per dare un concreto contributo contro la guerra e la militarizzazione ecco che da Lecco ci si muove per denunciare e contrastare l’operato di chi dalla guerra e dal traffico di armi ci guadagna.

Come scrivono gli organizzatori sul volantino del corteo, “in questi tempi di guerra, è necessario partire dal qui ed ora per inceppare gli ingranaggi del militarismo mondiale” e “Per non divenire complici delle carneficine che stiamo vivendo in tutto il mondo è necessario agire”.

Ebbene, confidando nella riuscita di questi cortei (e sperando che siano dei tasselli iniziali per una ampia e concreta opposizione alle nostrane politiche guerrafondaie), riceviamo e diffondiamo le locandine dei due eventi, riportando nel caso di Trieste anche il testo di chiamata al corteo.

 

CORTEO PER LA PACE E PER UNA TRIESTE NEUTRALE, 11 MAGGIO, TRIESTE

Testo di chiamata al corteo:

E TU? MORIRESTI PER LA NATO?”

La promessa infranta dall’occidente di non espandere la NATO “neanche un centimetro più ad est”, fatta in seguito al crollo dell’ Unione Sovietica, sta trascinando il mondo in una nuova guerra mondiale.

 L’imperialismo occidentale, scosso da una profonda crisi economica e dal riordinamento dell’assetto geopolitico, continua ad alimentare l’escalation militare in Ucraina per difendere la propria egemonia sul mondo.

Non da ultimo arrivano le allarmanti dichiarazioni del presidente francese Macron, che dice di non escludere l’invio di truppe francesi in Ucraina, il che ci lascia immaginare che il peggio debba ancora venire.

 Similmente il genocidio del popolo palestinese che, in pochi mesi, ha causato almeno 33 mila morti, dimostra come l’occidente ed i suoi vasalli siano pronti a tutto pur di mantere integro il proprio giogo oppressivo.

L’indiscriminato massacro a Gaza e l’indomita lotta della resistenza palestinese danno ulteriore testimonianza dell’aggravamento dello stato di crisi dell’egemonia occidentale e dei suoi piani.

 Su ogni fronte il macello continua e si intensifica, nonostante la sempre più marcata  contrarietà dell’opinione pubblica. Il clima di guerra viene sempre più apertamente alimentato e sostenuto dalle istituzioni politiche e statuali.

 Ma, mentre i nostri politici parlano di investire in truppe ed armamenti, ampi strati della popolazione vengono spremuti dall’aumentare dell’inflazione e da condizioni di vita e lavorative sempre più precarie.

 Questo anche nella nostra città che, data la sua posizione strategica e con il suo porto, rimane un polo cruciale nella scacchiera geopolitica usata dai padroni del mondo.

Il diritto internazionale però è chiaro: Trieste deve essere una città neutrale, demilitarizzata e dotata di un porto franco internazionale aperto a tutti gli Stati del mondo – inclusi quelli non allineati all’ ordine atlantista.  Lo Stato italiano e la NATO stanno però violando il Trattato di Pace di Parigi del 1947 che impone questo status, trascinando pure la città di Trieste e la sua popolazione nel delirio bellico. A riprova di ciò ci sono le recenti dichiarazioni del ministro Urso, che ha definito Trieste “il porto di Kiev“.

 Il nostro territorio, che per diritto dovrebbe essere libero e demilitarizzato, può ormai contare soltanto sulla volontà delle persone che lo vivono veramente. Quando le istituzioni sono vendute agli interessi bellici è compito nostro opporci a tali sfruttamenti e combattere per la demilitarizzazione e la pace.

Scendiamo assieme in piazza l’11 Maggio – data scelta simbolicamente anche per la vicinanza alla Giornata della Vittoria sul Nazismo, che si celebra il 9 Maggio e che dovrebbe appartenere a tutti i popoli del mondo.

Facciamo sentire la nostra voce contro la NATO, l’escalation militare e per una Trieste non soggiogata all’interesse dell’ imperialismo!

Che si senta ovunque la nostra voce, proveniente da una città aperta, una città che vuole pace, fratellanza, solidarietà e libertà!”

CORTEO “DISARMIAMO LA FIOCCHI”, 18 MAGGIO, LECCO

da qui

 

 

PINO ARLACCHI – “Effetto Kissinger”: come l’Europa è stata suicidata dagli USA

Nessun paese ha mai tratto profitto da una guerra prolungata
Sun Tzu, V secolo A.C.

Diceva Henry Kissinger che essere nemici degli Stati Uniti può essere pericoloso, ma esserne amici è fatale. E nel caso dell’Europa odierna la fatalità, il “fattore Kissinger”, consiste nel suicidio economico impostole dagli Stati Uniti e culminato con la guerra in Ucraina, ma preparato e istigato da lungo tempo. La vocazione autodistruttiva del nostro continente è stata preconizzata da Nietzsche due secoli fa con il concetto di “nichilismo europeo”. La sua prova generale sono state le due guerre mondiali del Novecento, e il percorso verso la soluzione finale è iniziato con il vassallaggio verso gli Usa instaurato dopo il 1945. La sudditanza dell’Europa non è stata lineare. Si è dipanata in fasi alterne, con sussulti di indipendenza durante i quali il Vecchio continente ha reclamato la sua sovranità.

Il più importante sobbalzo ha prodotto la nascita dell’Unione europea e di una valuta, l’euro, potenzialmente alternativa al dollaro. Ma si è poi caduti sempre più in basso, fino alla corrente fase terminale.

La rottura con la Russia del 2022, con la guerra in Ucraina, capovolge il cammino verso Est dell’Unione europea e vanifica la formula del suo capitalismo. Questa rottura comporta tre conseguenze letali, destinate ad aggravarsi nei prossimi anni salvo reazioni dettate dall’istinto di sopravvivenza. Il primo effetto è la prosecuzione della stagnazione di lungo periodo del capitalismo europeo iniziata negli anni 70. Le previsioni del Fondo monetario parlano chiaro: il Pil dell’Unione resterà vicino allo zero per almeno tre anni, in controtendenza rispetto a quello degli Usa, della Russia e del resto del mondo.

Lo stop è dovuto in massima parte alle sanzioni contro il petrolio e il gas che l’Europa acquistava a basso prezzo dalla Russia prima del 2022. Petrolio e gas che dopo lo scoppio della guerra vengono acquistati dagli Usa a prezzi fino a 4-5 volte superiori.

Nessuno parla dei veri termini della questione dei rifornimenti di energia. Troverete centinaia di articoli su quanto siamo stati bravi a ridurre nel giro di un anno le importazioni di gas dalla Russia, senza che quasi alcuno di essi parli dei folli prezzi della bolletta energetica pagata ora agli Stati Uniti. Gli Usa hanno spinto gli alleati europei verso sanzioni estreme contro Mosca. Dopo poche settimane dall’inizio delle ostilità hanno pressato l’Ucraina a combattere invece di concludere un accordo già quasi negoziato. E hanno completato l’opera distruggendo il gasdotto Nord Stream nel settembre 2022: tutto alla luce del sole, dopo che Biden aveva avvertito gli alleati che quel gasdotto era condannato. Un atto di guerra contro la Germania ingoiato dalla sua élite come se nulla fosse. È con questi metodi che gli Stati Uniti si sono assicurati il primo posto tra gli esportatori di gas liquefatto verso l’Europa e verso il mondo.

L’Europa è divenuta, inoltre, la prima destinazione del loro petrolio: 1,8 milioni di barili al giorno contro 1,7 verso l’Asia e l’Oceania. Un colpo “alla Kissinger” contro gli alleati d’oltreatlantico che il centro Bruegel ha valutato costare quasi un punto e mezzo del Pil dell’Unione europea. Un colpo che è il costo più grande della guerra Nato contro la Russia.

Sommato alle spese in armamenti e agli altri oneri della belligeranza, siamo intorno – sempre secondo Bruegel – a 316 miliardi di euro, pari al 2% del Pil dell’Unione nel 2022. Cifra aumentata nel 2023 e che corrisponde, guarda caso, alla differenza tra il +2,4 del Pil Usa e il +0,4 dell’Unione. Il tutto tramite contratti-capestro firmati con gli Usa dalla Von der Leyen e da vari governi europei che proteggono lo Zio Sam da eventuali rinsavimenti della controparte tramite scadenze pluriquinquennali. L’aumento dei prezzi dell’energia, inoltre, è responsabile del 40% dell’aumento dell’inflazione in Europa. E un altro 40% è dovuto ai superprofitti degli importatori europei di gas. Non ci si deve meravigliare, allora, se Politico.eu raccoglie gli sfoghi di alti dirigenti di Bruxelles “furiosi con l’Amministrazione Biden che sta accumulando una fortuna con la guerra a spese dei Paesi europei. Gli Stati Uniti sono il Paese che sta approfittando di più dalla guerra perché vendono più gas a prezzi più alti, e perché vendono più armi” (24.11.2022).

Ma la storia del nichilismo europeo non si ferma qui. Il secondo elemento letale è la secca perdita di competitività delle industrie europee rispetto a quelle americane causata dall’impennata dei prezzi dell’energia. Non c’è industria manifatturiera nostrana che possa reggere un costo dell’energia 4 volte maggiore di quello sostenuto dalla concorrenza. Non troverete cenno al “fattore Kissinger” nei rapporti angosciati e codardi di Draghi e di Letta sul futuro del sistema Europa. Il Paese più bastonato (o meglio, auto-bastonato) è stato la Germania, che sta assistendo alla distruzione della sua base industriale e alla fuga di centinaia delle sue imprese verso gli Stati Uniti. Attratte, queste ultime, anche dagli incentivi dell’Inflation Reduction Act. Un mix di misure di favore equivalenti ai famigerati “aiuti di Stato” di Bruxelles che Biden sta distribuendo a piene mani agli “amici” d’oltreatlantico per far trasferire negli Usa pezzi interi del loro apparato produttivo.

La mitica Germania è diventata un Paese in via di de-industrializzazione nonché la nazione con la peggiore performance tra tutte le economie avanzate: Pil a -0,3% nel 2023-24. La terza pozione letale che deve trangugiare l’Europa è la fine del suo modello di crescita degli ultimi trenta anni, basato sulla Russia e sulla Cina. È stato proprio Josep Borrell a dichiarare candidamente agli ambasciatori Ue, nell’ottobre 2022, che “la nostra prosperità si è basata sulla Cina e sulla Russia: energia e mercato. Energia a basso costo dalla Russia e accesso al mercato cinese per importazioni, esportazioni, investimenti e beni di consumo a basso prezzo… Quel mondo non c’è più”. Il tramonto di quella formula di crescita ha spinto ciò che resta del capitalismo europeo in un vicolo cieco. La Russia ha reagito allo scontro con l’Europa accelerando la sua integrazione in uno spazio economico asiatico sempre più vincente. In soli due anni il commercio della Russia con l’Asia è passato dal 26 al 71%. In questo spazio Cina e India diventano ancora più competitive rispetto a Europa e Stati Uniti grazie allo sconto sui prezzi degli idrocarburi importati adesso dalla Russia. Uno spazio divenuto, inoltre, più sicuro perché le transazioni tra le potenze maggiori dell’Asia avvengono ora tramite le loro valute nazionali invece che con i dollari.

C’è qualcuno in grado di affermare, allora, che esista un modello di crescita del capitalismo europeo alternativo a quello appena distrutto dal “fattore Kissinger”? Potranno mai i balbettii neoliberali su “più mercato” e “più Europa” sostituire una credibile nuova narrativa sul posto dell’Europa nell’ordine mondiale post-americano e multipolare emerso ormai nitidamente?

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giovedì 7 marzo 2024

22mila tonnellate di bombe su Gaza, finora

 


                                   

articoli e video di Chris Hedges, Eric Salerno, Mike Whitney, Saïd Boumama, Fawzi Ismail, Matteo Saudino, Raniero La Valle, Michele Giorgio, Jonathan Ofir, Nina Berman, Sergio Cararo, Salvo Ardizzone, Yanis Varoufakis, Carlos Latuff



Dall’inizio della guerra di Gaza gli Usa hanno fornito a Israele 21mila proiettili di precisione e 22mila tonnellate di bombe, come affermato giovedì dal capo del Pentagono Austin Powell al Congresso

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L’autoimmolazione di Aaron Bushnell – Chris Hedges

L’auto-immolazione di Aaron Bushnell è stato in definitiva un atto di fede, che delinea radicalmente il bene e il male e ci invita a resistere.

Aaron Bushnell, quando ha appoggiato il suo cellulare a terra per avviare una diretta video e si è dato fuoco davanti all’ambasciata israeliana a Washington D.C., provocandosi la morte, ha contrapposto la Violenza Divina al Male Radicale. Come membro in servizio attivo dell’aeronautica americana, faceva parte del vasto apparato che sostiene il Genocidio in corso a Gaza, non meno moralmente colpevole dei soldati, dei tecnocrati, degli ingegneri, degli scienziati e dei burocrati tedeschi che oliarono l’apparato dell’Olocausto nazista. Questo era un ruolo che non poteva più accettare. È morto per i nostri peccati.

“Non sarò più complice del Genocidio”, ha detto con voce pacata nel suo video mentre camminava verso il cancello dell’ambasciata. “Sto per intraprendere un atto estremo di protesta. Ma rispetto a ciò che le persone hanno vissuto in Palestina per mano dei loro colonizzatori, non è affatto estremo. Questo è ciò che la nostra classe dirigente ha deciso sarà normale”.

Giovani uomini e donne si arruolano nell’esercito per molte ragioni, ma far morire di fame, bombardare e uccidere donne e bambini di solito non rientrano tra queste. In un mondo giusto, la flotta statunitense non dovrebbe rompere il blocco israeliano di Gaza per fornire cibo, riparo e medicine? Gli aerei da guerra statunitensi non dovrebbero imporre una zona interdetta al volo su Gaza per fermare i bombardamenti a tappeto? Non dovrebbe essere lanciato a Israele un ultimatum per ritirare le sue forze da Gaza? Non si dovrebbero fermare le spedizioni di armi, i miliardi di aiuti militari e strategici forniti a Israele? Coloro che commettono un Genocidio, così come coloro che sostengono il Genocidio, non dovrebbero essere ritenuti responsabili?

Queste semplici domande sono quelle che la morte di Bushnell ci costringe ad affrontare.

Poco prima della sua immolazione ha scritto in un post: “Molti di noi si chiedono: cosa avrei fatto se fossi vissuto durante la schiavitù?O sotto le leggi sudiste di Jim Crow? O l’Apartheid? Cosa farei se il mio Paese stesse commettendo un Genocidio? La risposta è quello che sto facendo. Proprio ora”.

Le forze della coalizione sono intervenute nel Nord dell’Iraq nel 1991 per proteggere i Curdi dopo la Prima Guerra del Golfo. La sofferenza dei Curdi è stata immane, ma minore rispetto al Genocidio di Gaza. È stata imposta una zona interdetta al volo per l’Aviazione irachena. L’esercito iracheno è stato espulso dalle aree curde settentrionali. Gli aiuti umanitari hanno salvato i Curdi dalla fame, dalle malattie infettive e dalla morte per stenti.

Ma quella era un’altra storia, un’altra guerra. Il Genocidio è un male quando viene compiuto dai nostri nemici. Viene difeso e sostenuto quando portato avanti dai nostri alleati.

Walter Benjamin, i cui amici Fritz Heinle e Rika Seligson si suicidarono nel 1914 per protestare contro il militarismo tedesco e la Prima Guerra Mondiale, nel suo saggio: “Critica Della Violenza” (Critique of Violence), esamina gli atti di violenza compiuti da individui che affrontano il Male Radicale. Qualsiasi atto che sfidi il Male Radicale infrange la legge in nome della giustizia. Afferma la sovranità e la dignità dell’individuo. Condanna la violenza coercitiva dello Stato. Implica la volontà di morire. Benjamin chiamò questi atti estremi di Resistenza “Violenza Divina”.

“Solo per il bene dei disperati ci è stata data speranza”, scrive Benjamin.

Il punto è che l’auto-immolazione di Bushnell, uno dei post più censurati sui social media e dalle testate giornalistiche, è pensato per essere visto. Bushnell ha posto fine la sua vita nello stesso modo in cui sono stati uccisi migliaia di palestinesi, compresi i bambini. Potremmo vederlo bruciare vivo. Questo è quello che sembra. Questo è ciò che accade ai palestinesi a causa nostra.

L’immagine dell’auto-immolazione di Bushnell, come quella del monaco buddista Thích Quảng Đức in Vietnam nel 1963 o di Mohamed Bouazizi, un giovane fruttivendolo in Tunisia, nel 2010, è un potente messaggio politico. Fa uscire lo spettatore dal torpore. Costringe lo spettatore a mettere in discussione le ipotesi. Invita lo spettatore ad agire. È teatro politico, o forse rituale religioso, nella sua forma più potente. Il monaco buddista Thích Nhất Hạnh ha detto dell’auto-immolazione: “Esprimere la volontà bruciandosi, quindi, non significa commettere un atto di distruzione ma compiere un atto di costruzione, cioè soffrire e morire per il bene del proprio popolo”.

Se Bushnell era disposto a morire, gridando ripetutamente: “Palestina Libera!” mentre bruciava, allora qualcosa deve essere tragicamente e terribilmente sbagliato.

Questi sacrifici individuali spesso diventano punti di incontro per l’opposizione di massa. Possono innescare, come è successo in Tunisia, Libia, Egitto, Yemen, Bahrein e Siria, insurrezioni rivoluzionarie. Bouazizi, infuriato per il fatto che le autorità locali gli avessero confiscato la bilancia e i prodotti, non intendeva avviare una rivoluzione. Ma le piccole e umilianti ingiustizie subite sotto il regime corrotto di Ben Ali hanno avuto risonanza presso l’opinione pubblica abusata. Se possono morire, possono scendere in strada.

Questi atti sono nascite sacrificali. Preannunciano qualcosa di nuovo. Sono il rifiuto totale, nella sua forma più drammatica, delle convenzioni e dei sistemi di potere imperanti. Sono progettati per essere orribili. Sono destinati a scioccare. Bruciare vivi è uno dei modi più temuti di morire.

L’autoimmolazione deriva dalla radice latina immolāre, cospargere di farina salata quando si offre in sacrificio una vittima consacrata. Le autoimmolazioni, come quella di Bushnell, collegano il sacro e il profano attraverso il mezzo della morte sacrificale.

Ma per arrivare a questo estremo è necessaria quella che il teologo Reinhold Niebuhr chiama “una sublime follia nell’anima”. Egli osserva che “nient’altro che tale follia potrà combattere il potere maligno e la malvagità spirituale nelle alte sfere”. Questa follia è pericolosa, ma è necessaria quando si affronta il Male Radicale perché senza di essa “la verità è oscurata”. Il liberalismo, avverte Niebuhr, “manca dello spirito di entusiasmo, per non dire di fanatismo, che è così necessario per spostare il mondo fuori dai suoi sentieri battuti. È troppo intellettuale e troppo poco emotivo per essere una forza efficace nella storia”.

Questa protesta estrema, questa “follia sublime”, è stata un’arma potente nelle mani degli oppressi nel corso della storia.

Le circa 160 autoimmolazioni avvenute in Tibet dal 2009 per protestare contro l’occupazione cinese sono percepite come riti religiosi, atti che dichiarano l’indipendenza delle vittime dal controllo dello Stato. L’autoimmolazione ci chiama a un modo diverso di essere. Queste vittime sacrificali diventano martiri.

Le comunità di resistenza, anche se laiche, sono unite dai sacrifici dei martiri. Solo gli apostati tradiscono la loro memoria. Il martire, attraverso il suo esempio di abnegazione, indebolisce e recide i vincoli e il potere coercitivo dello Stato. Il martire rappresenta un rifiuto totale dello status quo. Questo è il motivo per cui tutti gli Stati cercano di screditare il martire o di trasformare il martire in una non-persona. Conoscono e temono il potere del martire, anche dopo la morte.

Daniel Ellsberg nel 1965 vide un attivista pacifista di 22 anni, Norman Morrison, cospargersi di cherosene e darsi fuoco, le fiamme si sollevarono in aria per tre metri, fuori dall’ufficio del Segretario alla Difesa Robert McNamara al Pentagono, per protestare contro la guerra del Vietnam. Ellsberg ha citato l’auto-immolazione, insieme alle proteste contro la guerra a livello nazionale, come uno dei fattori che lo hanno portato a pubblicare i documenti noti come Pentagon Papers.

Il sacerdote cattolico radicale, Daniel Berrigan, dopo un viaggio in Vietnam del Nord con una delegazione di pace durante la guerra, ha visitato la stanza d’ospedale di Ronald Brazee. Brazee era uno studente delle superiori che si era cosparso di cherosene e si era immolato fuori dalla Cattedrale dell’Immacolata Concezione nel centro di Syracuse, New York, per protestare contro la guerra.

“Un mese dopo era ancora vivo”, scrive Berrigan. “Sono riuscito a vederlo. Ho sentito l’odore della carne bruciata e ho rivisto quello a cui avevo assistito nel Vietnam del Nord. Il ragazzo stava morendo tra i tormenti, il suo corpo era come un grosso pezzo di carne gettato su una griglia. Morì poco dopo. Sentivo che i miei sensi erano stati invasi in un modo nuovo. Avevo compreso il potere della morte nel mondo moderno. Sapevo che dovevo parlare e agire contro la morte perché la morte di questo ragazzo si stava moltiplicando mille volte nella terra dei bambini arsi vivi. Quindi sono andato a Catonsville, come ero stato ad Hanoi”.

A Catonsville, nel Maryland, Berrigan e altri otto attivisti, conosciuti come i Nove di Catonsville, irruppero in un centro di reclutamento il 17 maggio 1968. Presero 378 cartelle e le bruciarono con napalm fatto in casa nel parcheggio. Berrigan è stato condannato a tre anni in una prigione federale.

Ero a Praga nel 1989 come corrispondente durante la Rivoluzione di Velluto. Ho partecipato alla commemorazione dell’auto-immolazione di uno studente universitario di 20 anni di nome Jan Palach. Nel 1969 Palach si era fermato sulla scalinata del Teatro Nazionale in Piazza Venceslao, si era versato addosso della benzina e dato fuoco. Morì per le ferite tre giorni dopo. Lasciò un biglietto in cui affermava che questo atto era l’unico modo per protestare contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, avvenuta cinque mesi prima. Il suo corteo funebre è stato interrotto dalla polizia. Quando si tennero frequenti veglie a lume di candela sulla sua tomba nel cimitero di Olsany, le autorità comuniste, determinate a cancellare la sua memoria, dissotterrarono il suo corpo, lo cremarono e consegnarono le ceneri a sua madre.

Durante l’inverno del 1989, manifesti con il volto di Palach coprivano le mura di Praga. La sua morte, due decenni prima, fu celebrata come il supremo atto di resistenza contro i sovietici e il regime filo-sovietico instaurato dopo il rovesciamento di Alexander Dubček. Migliaia di persone marciarono verso la Piazza dei Soldati dell’Armata Rossa e la ribattezzarono Piazza Jan Palach. Aveva vinto.

Un giorno, se lo Stato Corporativo e lo Stato di Apartheid di Israele verranno smantellati, la strada in cui Bushnell si è dato fuoco porterà il suo nome. Come Palach, sarà onorato per il suo coraggio morale. I palestinesi, traditi dalla maggior parte del mondo, lo considerano già un eroe. Grazie a lui sarà impossibile demonizzare tutti noi.

La Violenza Divina terrorizza una classe dirigente corrotta e screditata. Mette a nudo la loro depravazione. Ciò dimostra che non tutti sono paralizzati dalla paura. È una chiamata a combattere il Male Radicale. Questo è ciò che Bushnell intendeva. Il suo sacrificio parla al nostro io migliore.

Chris Hedges è un giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha lavorato come capo dell’Ufficio per il Medio Oriente e dell’Ufficio balcanico per il giornale. In precedenza ha lavorato all’estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello spettacolo RT America nominato agli Emmy Award On Contact.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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Strage in coda per il pane e ‘stallo nella trattativa’. Oltre l’immaginabile – Eric Salerno

104 morti per attacco israeliano su persone in fila e 760 feriti, a sud Gaza City. Stavano aspettando aiuti alimentari vicino ad al-Rashid Street, a sud di Gaza City questa mattina. «Durante l’ingresso dei camion degli aiuti nel nord di Gaza, residenti hanno circondato i camion, di cui i soldati israeliani assicuravano il transito»«Fonti militari riferiscono che i soldati hanno sparato contro chi aveva accerchiato i camion e che la folla si è accalcata in maniera da porre una minaccia per le truppe». Secondo fonti palestinesi il drammatico episodio porta al fallimento dei colloqui per la tregua e per la liberazione degli ostaggi, riporta Reuters sul suo sito.

Studiano, sperano, sono vicini, ma non c’è una svolta

Quattro parole che in italiano hanno comune la s iniziale e che descrivono lo stato  – altra ‘s’ – dei negoziati tra Hamas e Israele con la mediazione del Qatar. Gli attori esterni si dicono ottimisti, invocano pazienza; il presidente americano, alla ricerca di consensi e voti, si fa fotografare rilassato, con un gelato in mano, mentre indica lunedì prossimo, ossia il 4 marzo, come data in cui ci sarà quasi sicuramente una breve pausa nell’assalto di Tel Aviv a Gaza e inizierà uno scambio ostaggi – prigionieri.

Sola certezza, nella Striscia si continua a morire

Al momento, purtroppo, c’è una sola cosa sicura: i palestinesi di Gaza, bambini, donne, uomini, continuano a morire (quasi 30mila dal 7 ottobre); continuano a morire i loro fratelli nella Cisgiordania occupata; migliaia di israeliani manifestano ogni giorno solo per chiedere il rilascio dei loro famigliari prigionieri dei militanti islamisti nella striscia, non per fermare le armi; le notizie raccontano di morte e distruzione nel nord d’Israele e in Libano dove ogni giorno che passa aumenta il rischio di un allargamento del conflitto.

E il premier Netanyahu si è detto ‘sorpreso’ quando Biden ha detto di sperare, di credere possibile, un cessate-il-fuoco entro l’inizio della prossima settimana. Ossia una settimana prima dell’inizio del mese del Ramadan, una delle feste più importanti del calendario islamico.

Israele e Palestina, realtà complessa

Gli interessi dei mediatori non necessariamente corrispondono a quelli dei due giocatori principali. Israele è un governo eletto guidato da Netanyahu e la sua coalizione è da sempre contraria alla creazione di uno stato palestinese accanto a Israele; Hamas fu eletto solo nella striscia di Gaza ma oggi, rappresenta il legittimo desiderio dell’intero popolo palestinese – ossia anche quella parte che vive a Gerusalemme Est e in Cisgiordania – di avere uno stato.

L’Autorità Nazionale palestinese a Ramallah

Il governo palestinese siede a Ramallah, nella terra che va dalla città santa al fiume giordano, e ieri ha offerto le dimissioni al presidente Mahmoud Abbas perché venga formato un gabinetto tecnico capace di ricostruire Gaza e lavorare – un’idea di Biden – per far nascere uno stato palestinese indipendente accanto a Israele. Ma è proprio questo che non vuole Netanyahu, e che non vuole una maggioranza degli ebrei d’Israele.

Nessun negoziato e guerra ad oltranza

Molti dei ministri e anche il premier farebbero a meno di negoziare con Hamas. Mettono in secondo piano la salvezza degli ostaggi. Vorrebbero andare avanti con la caccia, (legittima e comprensibile, agli organizzatori della orribile strage di ottobre nel sud di Israele), ma vorrebbero anche cacciare tutti i palestinesi dalla striscia. E dopo, fosse possibile, dalla Cisgiordania per far posto alle colonie, gli insediamenti ebraici-israeliani che ormai controllano buona parte dei territori occupati.

Ramadan a spinta americana e Rafah

Sono soprattutto le pressioni della Casa Bianca e del mondo arabo a voler spingere Israele a fermare le armi durante il Ramadan. E soprattutto a non lanciare un attacco contro la città di Rafah, nel sud estremo di Gaza. La città e ormai una specie di enorme campo profughi creato per accogliere la popolazione che le forze armate israeliane hanno cacciato dal nord della striscia. In mezzo alle tendopoli e nella vasta rete di tunnel sotto di loro, si nascondono i leader di Hamas e parte importante dei combattenti. Una tregua, insistono a Tel Aviv, può essere al massimo una sosta, non lunga, della guerra. I profughi palestinesi dal nord verrebbero costretti a tornare ai loro villaggi e città d’origine dove, ammettono anche in Israele, le bombe hanno distrutto case e infrastrutture.

Tregua o no, la situazione resta esplosiva

Denunciando alcune parole provocatorie di esponenti dell’estrema destra israeliana, il ministro della difesa Gallant si è detto preoccupato. «C’è da parte di Iran, Hezbollah e Hamas un crescente interesse a trasformare il Ramadan nella seconda fase del 7 ottobre. Evitate parole e azioni sbagliate». Parole per mettere in guardia, per preparare nuove azioni militari contro i palestinesi a Gerusalemme e in Cisgiordania o per far capire alla Casa bianca che devono arrivare presto i miliardi di dollari e i massicci rifornimenti di armi – sofisticati e non – promessi dal Congresso?

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