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venerdì 24 aprile 2026

L’infausta profezia di Creso e la fine dell’Impero d’Occidente - Marco Revelli

Creso, il ricchissimo sovrano della Lidia, quando (intorno al 546 a.C.) decise di attaccare la confinante Persia, che considerava un insopportabile ostacolo alla propria potenza, si rivolse all’oracolo di Delfi, ricevendone l’ambivalente risposta: se avesse varcato il fiume Halys e dichiarato guerra ai persiani, “un grande impero sarebbe stato distrutto”. Inebriato da quella che gli apparve come un’indubbia profezia di vittoria, senza stare a pensarci troppo sopra, mosse l’esercito per scoprire subito dopo che l’impero destinato a crollare non era quello nemico bensì il suo, costretto alla ritirata da Ciro il Grande nella battaglia di Pteria, inseguito fino alle mura della sua capitale Sardi e fatto prigioniero. Lo racconta Erodoto, nel primo libro delle sue Storie, aggiungendovi anche alcuni succosi particolari. Ad esempio (paragrafo 80), che l’espediente vincente utilizzato da Ciro per aver ragione della forza guerriera dei Lidi, in particolare della loro cavalleria, fu quello di schierare davanti al proprio esercito i cammelli normalmente utilizzati per il trasporto dei materiali, di cui i nobili cavalli nemici avevano un vero e proprio terrore anche solo sentendone l’odore, per cui si diedero alla fuga prima ancora che lo scontro iniziasse. Materiali poveri contro le sofisticate armi nemiche. Ma soprattutto è gustosa l’annotazione (paragrafo 91) secondo cui Creso, nonostante quell’esito, non aveva affatto capito il senso della profezia della Pizia – evidentemente, nonostante lo straordinario fiuto per gli affari che l’aveva reso ricco sfondato, era ottuso al punto da non coglierne l’ambivalenza -, e aveva chiesto, come favore al suo vincitore, di poter mandare le catene che l’imprigionavano al tempio del Dio come atto d’accusa contro colui da cui riteneva di essere stato ingannato. Ciro generosamente glielo accordò, e a stretto giro la Pizia risposte allo “stoltissimo Creso” che “se non aveva compreso la parola del dio e non l’aveva di nuovo interrogato, doveva attribuire la colpa solo a se stesso”.

Noi non sappiamo quale oracolo abbia consultato Donald Trump prima della sciagurata decisione della fatidica notte di fine febbraio: se lo spirito “telecomunicativo” di Paula White-Cain, la santona che celebra i propri riti messianici nello studio ovale con annessa imposizione collettiva delle mani; o l’anima nera di Bibi Netanyahu, che il 12 febbraio, in coppia col capo del Mossad, sempre nello studio ovale, gli promise di ottenere, in una sola “giornata di gloria” la decapitazione dell’Iran, il cambio di regime e il controllo assoluto del Golfo senza costi aggiuntivi. Certo è che, allo stato attuale delle cose, gli esiti sembrano in qualche misura simili a quelli subiti da Creso: dopo un mese e mezzo di guerra, l’Iran (la Persia, con la sua millenaria civiltà) è ancora in piedi, il suo potenziale militare non appare esaurito, lo stretto di Hormuz è bloccato e sotto il controllo delle armi iraniane, le basi americane nel Golfo sono pesantemente colpite e/o neutralizzate, il tanto mitizzato Iron Dome israeliano si è clamorosamente rivelato vulnerabile come un colabrodo. Soprattutto, l’intero sistema di alleanze degli Stati Uniti come baricentro dell’Occidente appare gravemente vulnerato e attraversato da fratture sempre più profonde mentre cresce simmetricamente la rete di connessioni geopolitiche dell’Iran (non solo Cina e Russia, ma ora anche l’Unione Africana) e Israele appare sempre più isolato nella sua immagine di Stato terroristico, nemico e minaccia per l’umanità non solo per il genocidio di Gaza ma anche per aver causato, con una decisione miope e unilaterale, una crisi energetica e finanziaria che colpisce l’intero pianeta.

Ci sono tutti gli ingredienti per parlare della crisi – o (possibile) fine – di un Impero (L’Impero Americano? L’Impero d’Occidente? Ognuno scelga l’etichetta). O, se si preferisce, di un (possibile) “passaggio di egemonia”. Sono in molti, oggi, gli osservatori che propongono una forte assonanza tra la “crisi di Hormuz” e un’altra crisi, anch’essa di uno stretto, o di un canale: la “crisi di Suez”, del 1956 quando, in seguito alla nazionalizzazione del canale ad opera dell’Egitto guidato da Nasser, Regno Unito, Francia e Israele occuparono militarmente il canale con uno spiegamento di forze enorme (tre portaerei inglesi, due francesi). Si svolsero scontri cruenti prima che il Segretario di Stato americano Foster Dulles, in accordo con l’Unione sovietica, forte della detenzione dell’arma atomica imponesse un brusco dietrofront, con l’entrata in vigore del cessate il fuoco e il ritiro delle forze occupanti. Si colloca allora, storicamente, il punto in cui si consuma la fine dell’Impero britannico e di quello francese e, soprattutto, il passaggio dell’egemonia occidentale dalla potenza inglese (dal dominio della sterlina) a quella americano (del dollaro). Oggi, appunto, la chiusura di un altro “stretto” può essere letta come il segno di una nuova crisi egemonica, senza tuttavia che – a differenza da allora – s’intravveda, a riempire il vuoto della vecchia, l’emergere di una nuova potenza egemonica “indiscutibile”.

 

Come che sia, certo è che l’Occidente, come l’abbiamo conosciuto fino a ieri, non esiste più. E che al centro di questa mutazione genetica sta la crisi, conclamata, strutturale, dell’Impero americano che dell’Occidente novecentesco è stato il baricentro. I sintomi si vedono con chiarezza, anche a occhio nudo, semplicemente osservando i comportamenti personali degli uomini al comando. Sempre più spesso segnati da vere e proprie sindromi psicopatiche, per i quali ritornano, anche sulle stampa più paludata, termini come “delirante”, “demenziale”, “fuori controllo”, ecc. Quando l’uomo che ha nelle mani il destino del mondo e a disposizione un potenziale distruttivo assoluto, usa espressioni come “Open the Fuckin’ Straityou crazy bastards, or you’ll be living in Hell – JUST WATCH!” che tradotto in italiano suona più o meno così:  “Aprite quel cazzo di Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’inferno – VEDRETE!”. O quando, frustrato da una guerra che gli va storta, minaccia in una notte di “cancellare una civiltà millenaria” e poi per una trattativa non riuscita minaccia di bloccare in acque internazionali tutte le navi che osino passare dallo stretto pagando il pedaggio… O ancora, nel pieno di una crisi politico-militare di gravità estrema, ricorre sistematicamente alle più plateali menzogne. Quando tutto ciò accade sotto lo sguardo di tutti, significa che lo stato di salute di quella parte del mondo è patologicamente compromesso. Che il suo potere sovrano ha perduto quel punto essenziale di raccordo tra realtà e percezione che è il linguaggio, quello che gli antichi chiamavano “Logos”: lo strumento attraverso cui l’esistente viene ricondotto a misura umana, ovvero a “cosa” comprensibile dagli uomini.

L’ha detto, come meglio non si poteva, Francesca Mannocchi, in un articolo del 9 aprile  (Il vocabolario della violenza, La Stampa), quando ha denunciato il “collasso del linguaggio”, in particolare del linguaggio del potere in questo spicchio sempre più raggrinzito di mondo, dove “la contraddizione è normalizzata” e “le parole non servono più a chiarire il reale ma a renderlo sopportabile nella sua incoerenza”. Ebbene, quel male oscuro che colpisce la parola rendendola inerte, è il sintomo più drammatico del declino dell’entità geopolitica nel cuore della quale la patologia si è radicata e lavora. Assumerne l’incoerenza come condizione normale dello stato di cose esistente è già, di per sé, una diagnosi infausta sulla speranza di vita dell’organismo che la ospita. Così come negativo signum prognosticum è il diffondersi, all’interno dell’establishment al potere – nel nostro caso nel ventre della Casa Bianca – di retoriche apocalittiche o di forme tendenzialmente estreme di misticismo millenaristico, con venature carismatiche, esoteriche, chiliastiche tutte più o meno riconducibili a una visionarietà da “fine dei tempi”, o comunque a un orizzonte terminale.

“Il presidente Trump è stato unto da Gesù per accendere il segnale di fuoco in Iran, scatenare l’Armageddon e segnare il suo ritorno sulla Terra“: sono le parole rivolte da un alto ufficiale dell’esercito americano ai propri subalterni nei giorni in cui veniva lanciata l’Operazione Epic Fury, evidentemente influenzate dalle correnti religiose più fanatiche che, seguendo il testo dell’Apocalisse di Giovanni, attendono che, nell’omonima piana in Israele, a  una quindicina di chilometri da Nazareth, i tre “spiriti immondi” comparsi dopo che l’Angelo ha versato nel fiume la sesta coppa contenente l’”ira di Dio”, radunino i re del mondo per lo scontro finale con Dio. Sono state segnalate dalla Military Religious Freedom Foundation (Mrff), un gruppo che monitora l’estremismo religioso nelle forze armate Usa, come esempio di un “sentiment” che non riguarda solo alcune componenti (fanatizzate) delle gerarchie militari ma anche una parte consistente della corte che circonda Donald Trump, fortemente innervata da personalità influenzate da organizzazioni come la famigerata NAR – Nuova Riforma Apostolica, “potente rete suprematista cristiana” i cui seguaci si considerano “impegnati in una guerra spirituale cosmica contro le forze del male” e “credono che Dio li abbia incaricati di usare la violenza spirituale per sconfiggere Satana e poi costruire il regno di Dio sulla Terra”, oltre a considerare Donald Trump una sorta di reincarnazione di Jehu, “il re vendicativo che restaurò il regno di Israele attraverso una spietata purga contro la casa di Acab e il culto di Baal”. O come i cosiddetti “Theo Bros” (abbreviazione di theology brothers), un gruppo di pastori e predicatori aderenti all’evangelismo riformato e al nazionalismo cristiano con “idee che includono l’adozione della Bibbia come legge fondamentale dello Stato” (ovvero rimpiazzare la Costituzione con i Dieci Comandamenti) e l’instaurazione di un sistema giudiziario con “magistrati cristiani” unito alla reintroduzione della fustigazione pubblica, oltre a un profondo maschilismo e a una diffusa misoginia (tra le proposte quella di abolire il 19esimo emendamento, che ha riconosciuto il diritto di voto alle donne).

Ora, se andiamo a spigolare, lungo il corso storico, nelle vicende dei grandi imperi nell’inevitabile successione di nascita, crescita, declino e morte, non è difficile notare come, generalmente, le fasi crepuscolari sono state con evidenza segnate dalla presenza di fenomeni psico-culturali simili, con la comparsa significativa nelle loro figure apicali, tra i regnanti e le loro corti, di forme variegate di radicalizzazione superstiziosa, fascino della dimensione profetica o apocalittica, affidamento a pratiche esoteriche spinte al limite della psicosi. Così è stato per l’Impero russo, con il tormentato periodo di decadenza che ne ha preceduto il violento crollo, segnato dalla presenza di pratiche e figure bizzarre: si pensi, per tutti, al potere dirompente di uno come il monaco Rasputin, diventato padrone della mente e dell’anima di buona parte della famiglia imperiale, a sua volta sempre più chiusa in un proprio mondo autoreferenziale, sempre più staccata dalla realtà, sempre più preda di un fanatismo religioso divenuto alla fine totale sostituto della politica. Così, seppure in forma più attenuata, è stato per l’Impero asburgico, nel periodo precedente alla prima guerra mondiale e alla dissoluzione, quando la corte viennese presentava uno stretto intreccio tra bigottismo cattolico e fascino per l’occultismo e il paranormale, di cui fanno fede sia il noto “Rescritto sui Vampiri” (contenente il divieto tassativo di riesumare i cadaveri per il timore di vampiri), sia la ben nota superstiziosità dell’Imperatrice Sissi, “ossessionata dai presagi e, talvolta, dalle arti divinatorie”. Oppure, per risalire all’idealtipo di tutti gli imperi e della loro dissoluzione, alla fine dell’Impero Romano, si pensi alla crisi del III secolo, quando “la visione razionale del mondo classica fu in parte erosa dall’emergere di culti misterici, superstizioni orientali e nuove forme di religiosità” (nacque allora il concetto di superstizione intesa come “superflua observatio”).

Né si deve dimenticare o sottovalutare, nella riflessione su questa sordida vicenda di guerra e degrado delle classi dirigenti occidentali, il ruolo svolto dai cosiddetti “Epstein files”: i milioni di documenti celati negli archivi del pervertito e perverso gestore del traffico di esseri umani e del loro sfruttamento sessuale al servizio di uno stuolo di eminenti uomini di potere, dalla cui pubblicazione rischiano di emergere segreti inconfessabili per molti appartenenti all’establishment politico e finanziario globale, a cominciare dal più alto vertice americano che all’inizio di quest’anno appariva sull’orlo di esserne travolto. Questione tanto più pesante se si considera il fatto, oggi ampiamente condiviso dai principali osservatori, che Jeffrey Epstein non era un semplice oligarca ma una creatura strettamente legata al Mossad, fonte di notizie riservate e di armi potenti di ricatto. Il che spiega da una parte l’ “irresistibile” potere che Benjamin Netaniyahu sembra esercitare sul presidente americano, fino a far ipotizzare che esso sia giunto fino a determinarne la scelta del 28 febbraio. Dall’altra la ricaduta pubblica di quella decisione sciagurata, che di fatto ha sviato l’attenzione dell’opinione pubblica, a cominciare dalla base MAGA, nei confronti dello scandalo. Un’interessante analisi mostra come il volume di ricerche in rete su Google relative al “caso Epstein”, esploso all’inizio dell’anno, sia d’improvviso crollato nella seconda metà di febbraio sostituito dalle interrogazioni sulla guerra (si veda il grafico a fianco). E’, questa di Epstein, un’ ulteriore conferma della tendenza al declino della potenza imperiale americana (la perversione dei vertici è un altro sintomo della crisi delle potenze imperiali) e più in generale dell’Occidente che così ha perso definitivamente (se ancora ne residuava qualche brandello) la propria pretesa a una qualche superiorità morale, e divenuto simbolo invece di un’epocale corruzione dell’anima delle proprie classi dominanti.

Questo per quanto riguarda gli aspetti per così dire “soggettivi” della tragedia in corso. Quelli che si riferiscono all’orizzonte personale dei decisori che hanno portato il mondo sull’orlo dell’abisso e che lì continuano a tenercelo. Insomma, alla sovrastruttura”. Poi, naturalmente, ci sono gli aspetti “oggettivi”. I fatti e i dati “strutturali”: le dinamiche economiche, finanziarie, gli assetti socio-produttivi. I bilanci degli Stati, a cominciare dal Paese leader, dal cuore dell’Impero: gli Stati Uniti la cui egemonia globale da ormai più da un ottantennio si è retta sul binomio “dollaro-potenza militare”. Due fattori che appaiono entrambi fortemente logorati e che spiegano, nel loro stretto intreccio, il grado di disperazione che, a detta di molti osservatori, sta dietro le decisioni distruttivi della loro leadership. Ma che ci dicono anche che l’attuale deriva distruttiva ha radici profonde e lontane, dipende solo in parte dal deterioramento psichico dell’attuale gruppo di comando americano, si colloca su un piano inclinato “strutturale” che già aveva orientato le politiche di altri decisori, delle stesse amministrazioni democratiche (Obama, Biden soprattutto), le quali sia pure con linguaggi, metodi, posture meno plateali, comunque avevano seguito una rotta nella sostanza non così diversa, e negli esiti possibili non meno aggressiva.

Sul tema si è ritornati più volte, e ampiamente, su questo sito (si vedano gli articoli 12,3…): il declino della potenza americana è ormai evidente. Riguarda il brutale processo di deindustrializzazione avviato fin dall’amministrazione Reagan negli anni Ottanta, il costo sempre meno sostenibile del presidio militare globale, con le quasi 190 basi sparse per il mondo e la spesa militare che si avvia a raggiungere il trilione di dollari, il deficit della bilancia commerciale e la crescita esponenziale del debito pubblico e del debito estero, la stessa minaccia al finora incontrastato dominio del dollaro nelle transazioni internazionali ora insidiato da altre monete e altre coalizioni di Paesi. Si aggiunga il fatto che tra pochi mesi scadranno alcune tranches importanti dei T-Bond: il governo americano dovrà rifinanziare nel corso del 2026 una quota record di titoli di stato, qualcosa come 9.500/10.000 miliardi di dollari (all’incirca un terzo di tutto il debito pubblico) con emissioni a tassi d’interesse crescenti e col rischio di insolvenza se le aste dovessero dare risultati inferiori al fabbisogno. Per la prima volta la maggiore potenza economica e finanziaria d’Occidente rischia l’insolvenza o, in alternativa, un’inflazione devastante se i tassi d’interesse dovessero crescere oltre i limiti. E’ questo il volto più evidente della “crisi dell’impero”. Il vero tallone d’Achille di Creso. O il vero significato dell’infausta profezia di Delfi.

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martedì 17 marzo 2026

Una mobilitazione “oceanica” contro la guerra - Marco Revelli

Quanto è accaduto  la mattina del 28 febbraio, con l’attacco di Israele e degli Stati Uniti all’Iran, da una parte conferma la nostra peggiore diagnosi, da tempo maturata, sul carattere criminale dell’apparato di potere che governa l’Occidente: un grumo di umanità perversa, preda della propria patologica volontà di potenza e dominato dal mito della forza come unico strumento per regolare i rapporti politici interni e internazionali. Gente disponibile a qualsiasi atrocità, fino al genocidio, per perseguire i propri obiettivi di dominio. Su questo avevamo le idee chiare, da quando siamo entrati appunto nell’epoca della guerra infinita al confine dell’Europa e dello sterminio sistematico a Gaza.

Ma il 28 febbraio ha segnato per molti versi un’ulteriore svolta, un salto di qualità e di quantità, introducendoci in un universo dichiaratamente distopico: assolutizzando la dimensione nichilista – nel senso dell’annichilimento, della predisposizione alla nullificazione di tutto ciò che resta di umano – presente finora in sospensione, come orizzonte possibile, ma da ora precipitato in realtà in atto. In immagini, che scorrono sugli schermi televisivi, e non sono fiction, a testimonianza dell’inedita mancanza di limiti degli psicopatici al potere, non più contenuti da nulla di tutto ciò che finora aveva tentato di costruire un qualche schermo protettivo a garanzia della sopravvivenza del genere umano: quella cosa che si chiama Civiltà.

Questa aggressione è spudorata, perché non può giustificarsi in nessun modo né con un’aggressione subita, né con una minaccia reale in atto (l’argomento dell’atomica iraniana è una balla a cui nessuno può credere, l’argomento della ferocia della dittatura di Teheran non è ammissibile da parte di chi si è appena macchiato del crimine di genocidio, e continua a perpetrarlo): è una pura esibizione, da parte di chi ha (o crede di averne) la FORZA, di poter fare tutto ciò che vuole per il solo e semplice fatto di avere i mezzi di distruzione che glielo permettono. Si presenta nella sua assoluta nudità, senza nemmeno uno straccio di giustificazione, senza neppure avvertire il bisogno di coprire la propria impudenza con un velo di ipocrisia, con l’ostentazione compiaciuta del capobranco primordiale, che fa tutto quello che i suoi muscoli gli permettono di fare, secondo la logica primigenia dell’ordalia. Ma anche, dobbiamo aggiungere, senza nemmeno una traccia di preoccupazione che ciò che fanno possa mettere a rischio la loro stressa sopravvivenza: l’aver scelto di destabilizzare alle radici un’area cruciale del pianeta con esiti imprevedibili  ma sicuramente tali da portare delle minacce gravissime all’intera umanità – l’ aver appiccato il fuoco a una polveriera di dimensioni globali con totale indifferenza verso i possibili esiti catastrofici, come ha perfettamente denunciato il  leader spagnolo Pedro Sanchez – la dice lunga sul grado estremo della loro irresponsabilità. E anche, possiamo aggiungere, della loro disperazione, nella consapevolezza che le contraddizioni mortali in cui il sistema da loro costruito nell’ultimo trentennio all’insegna del paradigma ultra-liberista non sono più controllabili con mezzi convenzionali: mostrano per l’intero Occidente e in primo luogo per la potenza imperiale che lo guida, un irreversibile declino da cui – così s’illudono – solo la guerra può salvarli o definitivamente seppellirli all’insegna del barbarico grido “muoia Sansone con tutti i filistei”.

Tutto ciò significa che ognuno di noi, oggi, è chiamato in causa. E minacciato direttamente fin nella più intima individualità. Perché nella loro marcia dissennata verso l’abisso, entreranno brutalmente nelle nostre vite, le renderanno più difficili dal punto di vista materiale (inflazione crescente, energia carente, servizi tagliati, diseguaglianze alle stelle), e più asservite da quello come dire? “morale, rendendo sempre più difficile il dissenso, l’informazione libera, l’opinione non allineata, il pensiero ribelle. Non facciamoci illusioni, non si fermeranno di fronte a nulla, Costituzioni, diritti individuali, libertà tradizionalmente conclamate. Spacceranno per verità le menzogne, e per menzogna le verità (già lo vediamo all’opera questo meccanismo leggendo i giornali mainstream e guardando i telegiornali). Renderanno condizione normale lo stato d’eccezione, come accade appunto quando lo spirito della guerra occupa in modo totalitario una società. Non è una prospettiva futura, è già in parte pratica quotidiana a cui, con una sistematica “ginnastica d’obbedienza”, per dirla con De André, ci stanno già assuefacendo.

Purtroppo non ci sono rimedi credibili a questa malattia mortale che ci minaccia, nel repertorio degli strumenti consueti della politica: non nelle Cancellerie degli Stati, negli estenuati Parlamenti, nei discorsi e nelle prese di posizione di partiti sempre più disertati e spesso disertori rispetto alle proprie storie, ma nemmeno nelle Agenzie internazionali, le Nazioni Unite derise dai belligeranti, l’Unione Europea irriconoscibile a se stessa nella sua metamorfosi regressiva, le stesse potenze ostili o presunte ostili agli aggressori (Cina, Russia), che se per sciagura entrassero in campo per contrastarli, non farebbero che aggiungere distruzione a distruzione, pericolo a pericolo per l’incapacità degli Stati a emanciparsi dall’idea della forza militare come ultima istanza. Se un’”entità” ci può salvare, non può che essere qualcosa di straordinario. Qualcosa mai visto prima. Un movimento di insubordinazione dal basso, un’insorgenza universale e trasversale dei popoli, che sappia mettersi in mezzo tra questi poteri criminali e i corpi dell’umanità, i nostri corpi, le nostre possibilità di sopravvivenza. Un gigantesco movimento di opposizione e di rivolta senz’armi (perché disperatamente “contro le armi”).

Noi nei nostri dibattiti continuiamo a dire che occorre mettere in campo un movimento di massa. E facciamo anche molte cose in questa direzione: organizziamo cortei e presidi, flash mob e sit-in, iniziative d’ogni tipo in un’infinità di luoghi, e non è mica sbagliato. Anzi è giusto e sacrosanto. Ma, dobbiamo dircelo, non è sufficiente. Un “movimento di massa”, nel senso in cui l’abbiamo inteso finora, non basta più. Non è all’altezza della sfida – estrema – che ci incalza. Occorrerebbe un “movimento oceanico” (non trovo un termine diverso per esprimere il concetto). Cosa intendo col termine oceanico?  Intendo qualcosa di molto simile a quello che è accaduto in alcuni momenti anche recenti, pensiamo al 22 settembre, pensiamo ai primi giorni di ottobre quando le piazze e le strade si sono riempite non solo di una folla in cammino, cortei e presidi, ma di una marea di persone, molte delle quali nuove alle manifestazioni di piazza, che hanno reso quelle folle strabordanti. Non c’erano strade, non c’erano piazze che potessero contenere quella marea che straripava da ogni parte e cancellava tutte le distinzioni tra i partecipanti e anche tra i luoghi in cui si manifestava. Ecco: c’è bisogno di un movimento di questo tipo, che circondi e sommerga le casematte del potere, che faccia sentire accerchiati i luoghi da cui si illudono di comandare e le figure che quei poteri incarnano; circondati da una umanità che dal basso pretende di essere ascoltata e dice no, che dice fermatevi! La nuda vita che in quanto tale, in difesa della propria sopravvivenza, prende la parola e si fa soggetto costituente. Questo è ciò che intendo per “movimento oceanico”: un’onda di piena che sommerga ogni espressione di quel potere gravido di morte facendone sentire ogni interprete, in qualunque comparto del “sistema” si trovi (politico istituzionale, mediatico, economico, militare scolastico), assediato ed estraneo ai propri stessi popoli.

Fenomeni di questo tipo non si costruiscono nelle sedi d’organizzazione, e nemmeno nei nostri dibattiti (per interessanti che siano), nei nostri discorsi (sia pur ispirati), nei nostri convegni (anche quelli meglio frequentati). Continuiamo a ripetere che dobbiamo “costruire” un movimento di massa e un movimento di massa può effettivamente “essere costruito”, certo. Lo facciamo costantemente convocando cortei, assemblee, manifestazioni, scioperi più o meno di nicchia, insomma contribuendo alla mobilitazione di massa in determinate occasioni meglio se attraverso la tessitura di reti ampie di realtà organizzate. Ma un “movimento oceanico” è un’altra cosa. Non “viene costruito”, ma si dà, quando si forma per accumulazioni successive e spesso sotterranee un’ondata anomala, e questo accade per una serie di variabili, di linee e anche di momenti che nessuno è in grado, da solo o anche in rete con altri, di costruire. Avviene perché a un certo punto il sentimento collettivo comune trasversale è tale che fa sì che le persone non possano più stare chiuse in casa. Questo è successo per Gaza, anche se ci sono voluti due anni perché maturasse questa consapevolezza: che ciò che accade è talmente atroce che per mantenere il rispetto di me, non posso stare inerte, non posso stare alla finestra. Deve crearsi una situazione di questo tipo: una condizione di contesto in cui una miriade di molecole individuali maturano contemporaneamente un sentimento comune che impone loro la necessità di fondersi in un noi capace di interpretare quella necessità impellente, e tradurla in dimensione pubblica. Poi, naturalmente, è necessario un detonatore, un innesco, che faccia precipitare quell’entità gassosa in forma solida (in corpi che manifestano insieme in uno spazio riappropriato). Per le manifestazioni di settembre e di ottobre l’innesco è stata la Flotilla. Un fenomeno, credo, da cui dobbiamo imparare tanto.

Cosa è stata la Flotilla? Decine e decine di barche di tutti i paesi, con a bordo delle persone che mettevano in gioco la propria pelle, la propria esistenza, i propri corpi. Donne e uomini disarmati, radicalmente e programmaticamente disarmati, che  andavano ad affrontare l’esercito più feroce del mondo (perché l’esercito di Israele questo è, una macchina assassina), portando alimenti e medicine, le componenti elementari della vita nuda. Che veleggiassero così, con questo spirito e con queste modalità, verso la linea di impatto, ha generato quella miscela, quel miracolo, che poi è si è materializzato nelle piazze. Pensiamo alle parole del portuale di Genova, che rappresentava l’idealtipo del mondo del lavoro e delle sue virtù, e che dalla banchina del porto (un altro simbolo forte dell’internazionalismo storico) dice: “Se toccate qualcuno della Flotilla blocchiamo tutto!”. Quelle parole semplici, che però toccano ognuno e sono comprensibili, anch’esse hanno contribuito a innescare quel fenomeno dirompente che si è manifestato nelle piazze.

Un movimento oceanico si va costruendo esattamente così: in modo lenticolare, crescendo prima sotto traccia, su sé stesso, e richiede a un certo punto qualcosa (e qualcuno) che grazie a una qualche forma di intelligenza istintiva, di creatività o di intuizione, faccia la cosa giusta che funzioni da scintilla. Gli uomini del potere lo sanno benissimo (sono orrendamente cinici ma non necessariamente stupidi, hanno studiato le proteste assai di più dei loro stessi protagonisti). E infatti si sono mossi, per sigillare tutti gli spazi di possibile aggregazione, per neutralizzare tutte le figure di possibile riferimento, per diffamare tutte le ragioni delle proteste, e stendere intorno a loro un cordone sanitario. Torino da questo punto di vista è esemplare: la persecuzione dell’Imam di San Salvario, la brutale chiusura dell’Aska (si veda la nostra “Talpa”  su “Askatasuna come metafora“), l’occupazione militare di interi rioni, nella cornice di un’ossessiva enfatizzazione mediatica del tema della sicurezza, sono i tasselli di un  progetto organico di normalizzazione forzata che ha nel Ministero dell’interno la propria cabina di regia e nel ministro Piantedosi il proprio regista.

In questo contesto, quello che noi possiamo fare – noi forze di opposizione, forze antagonistiche, noi che non vogliamo arrenderci a una deriva in sé letale – è preparare le precondizioni, affinché quella scintilla scoppi. Disseminare informazione, legami, aggregazioni, presidi, conferenze, lavoro nelle scuole e così via, perché questa folla oceanica possa avere dentro di sé gli elementi di conoscenza necessari, in condizioni di oscuramento e asservimento dell’informazione. E poi quello che dobbiamo fare è evitare gli errori. Evitare le cose che danneggiano, anzi sabotano invece l’aggregazione di questa miscela e la sua trasformazione in movimento di piazza. Tutto ciò che l’ostacola con i settarismi, con le pretese di egemonismo, con l’arroganza d’avanguardia. E con la pratica della violenza. La carta vincente della Flotilla – l’ho detto – è stata la sua pratica, anche in situazioni estreme, di una rigorosa non-violenza. Questo ha scatenato dal punto di vista anche emotivo l’identificazione. Mentre basta poco, un gesto fuori luogo, un gruppo d’incappucciati, un po’ di vetrine in frantumi, un’aggressione o anche solo un comportamento inutilmente aggressivo per spezzare la magia dello “stato di folla” e ricacciare i più nel proprio solitario privato.

Da questo punto di vista la giornata torinese del 31 gennaio è stata esemplare. Per tutte le prime ore, tante, di quel pomeriggio di primavera precoce la folla sterminata, 50.000 persone si è detto, che si è presa pacificamente le vie e le piazze della città in opposizione allo sgombero di Askatasuna, si è avvicinata molto al concetto di “movimento oceanico”, per il senso di tranquilla forza che comunicava, per la sua trasversalità sia generazionale (c’erano tutte le classi d’età, dagli adolescenti ai ritornanti degli anni Sessanta e Settanta) che sociale e politica, dai centro sociali ai sindacati di base, alle organizzazioni della sinistra storica e meno storica, tutti uniti dall’unica volontà di difendere il diritto al dissenso e all’opposizione antagonistica. Non tutti identificati con tutta la storia di Aska e con le sue posizioni politiche, ma tutti determinati a difendere quella scintilla di ribellione che avevano interpretato. Una straordinaria vittoria di tutti, che seppelliva sotto la propria onda, ridicolizzandoli, i tentativi di instaurare in città un clima da caserma. Vittoria che è stata sciaguratamente ribaltata in quelle due ore di violenza che hanno caratterizzato l’ultima parte della giornata, e che hanno tradito sentimenti e intenzioni della grande maggioranza dei manifestanti, lasciandoli disperdere con un senso di sconfitta che non sarà facile ricuperare in futuro. Il passaggio dall’oceano al pantano dietro casa il passo è stato istantaneo. Sarebbe bene che tutti ci riflettessero.

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martedì 21 ottobre 2025

Un tempo nuovo

Un tempo nuovo – Sull’Ottobre italiano - Marco Revelli

Ci sono giornate che spaccano il tempo. Lo dividono in due come uno spartiacque perché segnano l’irrompere di un tempo nuovo, qualcosa di impensabile fino a poco prima, d’invisibile, che d’improvviso emerge alla superficie e rivela un cambiamento di orizzonte nel modo di guardare le cose, e di sentire ciò che accade, e di percepire il nostro posto nel mondo. La giornata del 3 di ottobre – i due milioni nelle cento piazze – ma anche del 4 – un milione tondo tondo nelle strade di Roma – e pure del 22 settembre, la prima epifania di quel sommovimento -, sono di questo tipo: con i loro mutamenti tellurici nel costume, nella morale condivisa, nel comportamento finiscono per travolgere, a volerli interpretare per quello che sono, tutti i modi consolidati di considerare i fatti politici e sociali, rendendo inutili – o se si preferisce “obsolete” – le vecchie forme del discorso e dello stesso scontro politico.

Pensavamo di vivere in un Paese anestetizzato, dal senso morale atrofizzato e dalla coscienza civile disseccata, ognuno per sé e nessuno per tutti, convinti di aver già visto tutto e che nulla serva, e di colpo, una mattina di primo autunno, ci siamo trovati nel pieno di un’eruzione vulcanica, travolti da un’infinità di corpi, di voci, di canti e di suoni che parlavano da bocche di ogni età, e comunicavano tutti lo stresso sentimento, semplice, semplicissimo, direi “elementare” come sono appunto le cose che contano: che non se ne può più di assistere passivamente all’orrore che quotidianamente si consuma sotto i nostri occhi. Che se si vuole mantenere un barlume di rispetto di sé bisogna uscire dai propri anfratti privati e mettersi in marcia. Mescolarsi. Partecipare.

Per questo, per questa loro origine interiore e sotterranea, sommovimento degli strati profondi della coscienza collettiva, le mobilitazioni di quei giorni hanno avuto il carattere del novum. Del “mai ancora visto”. Dello “stato di eccezione”. Per la loro dimensione, certo, sconfinata nel senso letterale della parola, tale da forzare tutti i limiti spaziali delle città perché quella marea non riusciva a essere contenuta nelle piazze e nelle strade, per ampie che fossero, ma tendeva a straripare, disperdersi nella rete urbana, sulle tangenziali, nelle stazioni, negli aeroporti, ovunque un qualche “nodo” segnasse un’intersezione s’infilava come una marea che riempie ogni vuoto che si trova davanti. Ho sentito un commentatore di uno dei cortei milanesi dire al microfono della sua radio che “ci siamo auto-bloccati, perché c’è tanta gente che non si riesce a muoversi”. Ho visto ragazzini perdersi nel proprio stesso quartiere perché la massa liquida che gli stava intorno ne cambiava i punti di riferimento. Ho parlato con amici stremati che mi hanno raccontato di essere stati trasportati per ore da un flusso di persone senza percepire bene la direzione. Dunque, lo spazio urbano trasformato in massa umana.  Ma non solo per la quantità, l’estensione. Anche per la profondità, e l’intensità questa mobilitazione è incomparabile con le manifestazioni politiche (e anche sociali) a cui eravamo abituati. Porta in sé appunto il carattere di un “tempo nuovo” perché davvero quella moltitudine era irriducibile alle tradizionali appartenenze, ai contenitori organizzativi, alle molteplici leadership (peraltro estenuate). Rispondeva a un richiamo più interiore, una sorta di appello morale – pre-politico? post-politico? meta-politico? – che si era accumulato nel tempo, come una molla che si carica e che di colpo deve scattare.

La spontaneità è stata la chiave della mobilitazione. Quello che ha portato in piazza decine forse centinaia di migliaia di giovanissimi – la “generazione Gaza” è stata chiamata -, che neppure hanno l’età per votare, ma quella di pensare sì, e di condividere. E con loro tante e tanti, che magari non votano più. O che forse lo fanno ancora, ma stancamente, distrattamente, come cosa che li tocca poco, e che, chissà?, potrebbero anche distribuirsi trasversalmente, anche se non in misura uguale, lungo l’asse destra/sinistra… Tutti messi in movimento non da un appello di partito, o di organizzazione – lo sciopero indetto dalla CGIL e prima ancora dai Sindacati di base è stato tutt’al più l’innesco, ha fornito l’occasione per ritrovarsi, ma non ha costituito la sostanza dell’evento – bensì dal bisogno individuale e insieme collettivo di “esserci”, ognuno a modo suo, e tutti insieme. L’ha espresso bene, questo concetto, Francesca Fornario, quando ha scritto: “Grazie a chi ha tentato di rompere l’assedio, grazie a chi ha scioperato, grazie a chi ha bloccato le navi cariche di materiale per fabbricare esplosivi in partenza per Israele, grazie a chi ha digiunato, protestato, spiegato agli studenti, studiato, pregato, boicottato, vegliato, occupato, pianto…” E ha aggiunto: “C’è un prima e un dopo questo genocidio. C’è un solco che separerà per sempre non solo le vittime dai carnefici ma anche quelli che si saranno battuti con ogni mezzo da quelli che avranno fatto finta di niente o avranno negato, minimizzato, parlato d’altro, parlato troppo poco o troppo tardi. Un solco che separerà per sempre chi avrà fatto di tutto per far uscire le notizie e chi no; chi avrà fatto di tutto per fermare lo sterminio e chi avrà lasciato correre finendo per ritrovarsi dalla stessa parte dei complici”. Meglio non si poteva.

Questa la grandezza di quanto è accaduto sotto i nostri occhi. Poi c’è la miseria, anzi le miserie, di quanti pur avendo visto non hanno capito. O non hanno voluto capire. Giorgia Meloni in primis, con le sue trivialità sul “weekend lungo”, le paranoie vittimistiche sui “nemici del mio governo”, la miserabile richiesta dei “costi dello sciopero per Gaza”, ma insieme tutti quelli che come lei di fronte alle maree montanti si rifugiano dietro ai piccoli episodi di disordine, strepitano per  uno slogan inopportuno, o mettono in piedi infime fabbriche del fango per denigrare quei pochi “capitani coraggiosi” della Flottiglia che con il loro atto hanno riscattato il vuoto morale dei propri governanti. A cui possiamo aggiungere quanti, e sono tanti, di fronte all’enormità di ciò che hanno sotto gli occhi, si chiedono se gioverà o meno a Elly Schlein in vista delle prossime scadenze elettorali. O se servirà a Maurizio Landini per ricuperare un ruolo al proprio sindacato, messo all’angolo dalla scomposizione del mondo del lavoro degli ultimi decenni.

La risposta, spiace dirlo, è no. Quanto succede negli strati profondi della coscienza del Paese difficilmente si rifletterà sulla sua superficie. Sul piano della politica politicante. Tanto distanti sono le richieste etiche degli uni e le risposte pratiche degli altri (“gli Ideali e la rozza materia”, direbbe Norberto Bobbio). Ma detto questo, possiamo esser certi che nulla sarà più come prima, se quel risveglio che si è manifestato continuerà. Se quei giovani che fino a ieri avevamo creduto sonnambolici e muti continueranno a far crescere la propria volontà di una resa dei conti vera con chi gli sta rubando il futuro. In fondo non succede spesso nella storia un sommovimento di questo tipo, che cambia lo sguardo con cui milioni di persone guardano alla condizione del mondo e insieme a se stessi. È successo alla fine degli anni Sessanta, sotto la spinta dello scandalo della guerra del Viet-nam. È successo alla fine degli anni Novanta, col crollo del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS. Succede oggi, di fronte allo “spettacolo dell’inumano” che si compie in Palestina e all’ignavia di tutti i poteri, alla dissoluzione dei principii elementari del diritto internazionale, alla logica della forza come unica misura del mondo. Se l’inedita “furia del dileguare” del sistema mediatico alimentato dalle tecnologie dell’istantaneità non eroderà sul nascere la spinta propulsiva di questo moto, e la rapida dissoluzione dei nostri sistemi politici non consegnerà al vuoto del nichilismo compiuto la domanda di cambiamento radicale che sale dal profondo; se, come  cantava Giorgio Gaber in un’altra era geologica, sapremo “trasformare in coraggio la rabbia che è dentro di noi” – coraggio di pensare un’alterità fino a ieri impensabile -, allora davvero, nel punto più basso del pericolo, si potrà sperare che nasca ciò che salva.

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Il futuro arriva in barca - Alberto Poggio(*)

Qualche decina di barche a vela e qualche centinaio di persone, armati solo di coraggio, libertà e giustizia, stanno disvelando la connivenza dei cosiddetti “grandi” stati con la pulizia etnica che il Sionismo sta sistematicamente attuando in Palestina dal 1947 a oggi.

Anziché usare la loro ostentata potenza per fermare il genocidio che lo stato criminale e razzista di Israele sta perpetrando, i “grandi” stati tacciono e continuano ad alimentarne la macchina omicida e a giustificarne la narrazione tossica.


Complici e silenti i governi presuntamene democratici. La missione della Global Sumud Flottiglia squarcia il velo sull’apartheid e sull’illegalità praticate dall’ “unica democrazia in Medio Oriente”, menzogna ripetuta a pappagallo da pletore di utili idioti nella politica, nella cultura e nel giornalismo. Complici i governi apertamente neofascisti saliti al potere, i cui leader di cartone ora starnazzano come oche isteriche. La missione della flottiglia manda in frantumi tutte le loro chiacchiere nazionaliste sulla forza. Davanti alle minacce di uno stato criminale loro alleato girano i tacchi e si nascondono, codardi come solo i fascisti sanno essere.


Su quelle barche naviga il futuro che dobbiamo costruire insieme. E’ il futuro che abbiamo già intravisto, sistematicamente negato con la violenza. Avevano e hanno ragione i giovani che mesi fa occupavano le università del mondo. Denunciavano il genocidio e il potere, a tutti i livelli, lì ha ignorati, isolati e scacciati. Avevano e hanno ragione i giovani che da anni manifestano nelle strade del mondo. Chiedono un cambiamento della società e dell’economia per contrastare la crisi climatica e ambientale globale. Il potere fossile li ha prima blanditi, poi derisi e infine gli ha contrapposto sovranismi e autarchie neofasciste che stanno rullando tamburi di guerra in mezzo mondo. Avevano e hanno ragione i giovani che decenni fa manifestavano per la giustizia sociale ed economica nel mondo, forzando blocchi e zone rosse ai raduni dei “grandi” stati, come nel 2001 al G8 di Genova. Il potere turbocapitalista ha tentato di soffocarne le idee a suon di manganelli.


Per decenni abbiamo vissuto anestetizzati nella bolla fatata del cosiddetto “Occidente”. Ci siamo girati dall’altra parte mentre i nostri poteri politici, economici e militari depredavano il resto del mondo esportando ingiustizia. Oligarchie economiche, fossili e tecnologiche occidentali hanno iniquamente accumulato ricchezze enormi , a discapito dell’allargarsi della forbice delle diseguaglianze e dello sfondamento dei limiti planetari, che oggi hanno il terrore di perdere. Eccole quindi a spargere ovunque i germi dell’autoritarismo, scommettendo sul consenso imbelle degli occidentali.


Oggi questa bolla è scoppiata, la maschera del cosiddetto “capitalismo compassionevole” è caduta decretando la fine dell’era dei principi superiori e del “politicamente corretto”. Non ci sono più remore o schermi, le oligarchie mirano al dominio totale. L’orrore di Gaza è anche questo, un test di future pratiche criminali di ingegneria politica: chi è superfluo e d’intralcio per la dittatura del mercato deve semplicemente andarsene o sarà schiacciato nel silenzio di tutte e tutti. Questo è quello che dice la destra sionista all’unisono con il presidente pro-tempore degli Stati Uniti e con il coro muto dell’Europa, mentre annunciano la speculazione immobiliare fondata sugli scheletri di un massacro, travestita da accordo di pace. Questo è quello che dice il presidente pro-tempore degli Stati Uniti agli attoniti vertici militari, indicando loro gli oppositori politici e culturali come nemico interno a cui muovere guerra con ogni mezzo. Questo è quello che dice il Decreto ungherese che equipara l’antifascismo al terrorismo. Questo è quello che dice il Decreto Sicurezza italiano, arma di repressione di massa contro chi azzarda a opporsi.


In questo momento la Global Sumud Flottiglia ha già forzato il blocco illegale e sta per essere assaltata. I popoli e i giovani in lotta nel mondo ci indicano la strada. Una strada di scelte radicali e dal basso, l’opposto del falso riformismo di élite in cui ci siamo impantanati per decenni. Il momento del futuro è ora, costruirlo è compito di tutte e tutti.

(*) Alberto Poggio, ingegnere e ricercatore universitario. Per lavoro si occupa di valutazioni ambientali e pianificazione territoriale di impianti e infrastrutture industriali ed energetiche. È membro della Commissione Tecnica nominata dall’Unione Montana dei comuni della Valle di Susa per studiare l’evoluzione del progetto di Nuova Linea ferroviaria Torino-Lione.

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La nuova politica nascerà fuori dalla politica - Matteo Masi

C’è un errore ricorrente che molti commettono ad ogni giro di elezioni, soprattutto amministrative, in Italia. Errore commesso da chi ha a cuore la nascita di una nuova politica che vada a scardinare il maledetto bipolarismo in cui ormai siamo già ri-scivolati dopo il tradimento dei 5 stelle. L’errore è quello di guardare alle elezioni con una prospettiva tatticista, da “mestierante” politico (che non è un male di per se), come se la nascita di un ipotetico “terzo polo populista” si possa pensare in termini di tattica, di liste, di coalizioni e di percentuali elettorali. Ma se davvero vogliamo dare vita a qualcosa di nuovo, questa logica non basta — anzi, è proprio ciò che dobbiamo superare.

Oggi non esiste ancora un vero spazio politico alternativo: manca una base, un’area, un immaginario collettivo in cui competenze tecniche di organizzazione elettorale possano essere utili. Applicarle ora significherebbe solo adattarsi alle strutture esistenti, finendo inevitabilmente per assomigliare a ciò che si dice di voler superare.

Il punto è che il nuovo progetto — quello che molti chiamano, con un termine forse ancora provvisorio, “terzo polo” — non può nascere dentro le dinamiche della sinistra radicale o del riformismo tradizionale, né tantomeno guardando a destra. Non deve porsi il problema di allearsi con “chi c’è”, ma di costruire qualcosa che ancora non c’è. E questo implica, almeno all’inizio, una scelta netta: nessuna alleanza, nessuna scorciatoia elettorale. Come accadde ai primi 5 Stelle, la forza dovrà venire da un voto di opinione, da una fiducia riposta in un progetto autenticamente nuovo e riconoscibile.

Solo in un secondo momento, quando il movimento avrà radici solide e consenso reale, potrà eventualmente aprirsi a chi vorrà aderire come “socio di minoranza”, non come partner paritario. L’obiettivo non è entrare nel gioco politico esistente, ma riscriverne le regole.

Dalla politica alla cultura, e oltre

L’errore più profondo, però, non è solo tattico: è culturale. Chi ragiona ancora in termini puramente “politicisti” — come se bastasse aggiungere un tocco di populismo a un discorso già stanco — non ha compreso la portata del cambiamento necessario.

Il nuovo soggetto, se mai nascerà, dovrà partire da un ripensamento radicale che tocchi la cultura, l’antropologia, la spiritualità. Non basta un nuovo linguaggio politico: serve un nuovo modo di guardare l’uomo, la comunità, il senso stesso della convivenza. È un passaggio che alcuni, come il nostro direttore Nello Preterossi o Gabriele Guzzi sulle nostre pagine o con il suo movimento, indicano da tempo: occorre spostare l’asse dalla politica alla cultura e, ancora più in profondità, allo spirito.

Non si tratta di religione, ma di visione. Anche chi non condivide la prospettiva spirituale di Guzzi non può negarne il valore: la capacità di guardare le cose da un punto di vista altro, di introdurre nel discorso politico una dimensione simbolica, etica, interiore che oggi manca del tutto.

Il fallimento dei 5 Stelle è stato anche questo: aver intercettato una rabbia politica, ma non averla trasformata in un percorso culturale e umano. Hanno dato voce a un disagio reale, ma non l’hanno trascinato oltre la soglia del “vaffanculo”. Oggi quella spinta non si può più riattivare: serve qualcosa di più profondo, di più trasformativo.

Un progetto che nasce altrove

Per questo il nuovo soggetto politico — se vuole davvero essere tale — non può nascere nei vecchi circoli o nelle sigle della sinistra residuale o della destra (cosiddetta) sociale. Deve nascere altrove: tra chi oggi non fa politica, ma sente che qualcosa si è spezzato nel legame tra cittadini, istituzioni e significati.

Il compito non è “rimettere insieme una coalizione”, ma reimmaginare la comunità. Non è aggiungere un nuovo partito, ma rifondare la politica a partire da ciò che è fuori la politica stessa.

Solo a partire da questa rifondazione culturale e spirituale potrà esistere un terzo polo che non sia la fotocopia degli altri due, ma una vera alternativa. E, forse, la prima vera occasione di rigenerazione per l’Italia intera come nazione.

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mercoledì 17 settembre 2025

La criminalizzazione di attivisti e dissenzienti in Italia - Livio Pepino

 

Sommario: 1. Il trattamento della protesta e del dissenso come misura della democrazia / 2. Continuità e novità della repressione in Italia nel nuovo millennio / 3. Modalità e tecniche della repressione / 4. Il decreto legge “sicurezza” e l’accelerazione della svolta autoritaria / 5. Che fare?  Spunti per un capitolo da aprire.

1. Il trattamento della protesta e del dissenso come misura della democrazia

Chi – politici, pubblici ministeri e giornalisti – contesta che sia in atto un processo di criminalizzazione del dissenso e dell’opposizione politica radicale afferma che la repressione è semplicemente l’inevitabile risposta alla commissione di reati e che il suo andamento (più o meno intenso) dipende dal numero e dall’entità dei reati commessi. L’affermazione è tanto suggestiva quanto infondata.

È vero, infatti, che da sempre i codici penali prevedono come delitti, a difesa della società, gli atti violenti contro le istituzioni, le aggressioni all’ordine pubblico e le forme più estreme di “contestazione”. Ma ciò che distingue i sistemi democratico/liberali da quelli autoritari è l’entità della repressione e le forme che essa assume: mentre i sistemi democratico/liberali tendono a minimizzarla e a circondare di garanzie il suo esercizio, quelli autoritari la usano come strumento ordinario di governo, azzerando o riducendo al massimo i diritti di chi vi è sottoposto. Per questo si può dire che oggi il livello di democraticità di un sistema si misura, più che in base al suo sistema elettorale, in base al grado di repressione politica che esso esercita. Ci sono casi di scuola di regimi che, pur prevedendo periodiche elezioni (più o meno libere), sono universalmente ritenuti illiberali perché caratterizzati da una repressione indiscriminata del dissenso e/o delle minoranze: l’Iran degli ayatollah, la Russia di Putin, la Turchia di Erdoğan, l’Egitto di Al Sisi, l’Israele di Netanyahu (non solo oggi ma da decenni dedita a un violento apartheid nei confronti della popolazione palestinese), etc. Non è la situazione ordinaria dei paesi occidentali, ma le differenze si stanno attenuando, ché questi ultimi rispondono sempre più alla crisi di consenso e di partecipazione che li attraversa con un surplus di repressione del dissenso radicale[1]. Basta guardare gli Stati Uniti e l’Europa (non solo l’Ungheria di Orbán ma anche la Spagna, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna e, non ultima, l’Italia, come vedremo più avanti), tutti coinvolti nel processo di trasformazione dello Stato sociale in Stato penale, nella crescita – in quantità e in qualità – degli interventi repressivi nei confronti del “nemico interno”, nella dilatazione (spesso incontrollata o addirittura favorita) del potere degli apparti, nel deperimento del sistema delle garanzie. È a questo surplus che si fa riferimento quando si parla di criminalizzazione del dissenso e di diritto penale del nemico. 

Nessuna sorpresa. La mancata corrispondenza tra andamento dei reati e andamento della repressione è, a livello generale, un fatto confermato da tutte le ricerche criminologiche, per ogni tipo di reato. Basti dire che, nel nostro Paese, il picco dei delitti in generale si è avuto nei primi anni Novanta del secolo sorso, quando in carcere c’erano poco più di 30.000 detenuti (35.485 il 31 dicembre 1991) mentre oggi, con i reati più gravi in netto calo (gli omicidi volontari, per limitarsi a un esempio, sono passati, da 1938 del 1991 a 314 del 2024), i detenuti sono circa il doppio (erano 62.728 il 30 giugno scorso). Il fatto è che l’entità della repressione, pur ovviamente legata alla commissione di reati, risente delle politiche “criminali” assi più che dell’andamento dei reati stessi.

Un’ultima considerazione. Questa fotografia della realtà, lungi dall’essere frutto di una visione estremizzata o di parte, è patrimonio comune degli osservatori imparziali e non mainstream. Uno per tutti: «La prima cosa che dovrebbero chiedersi i giuristi oggi è che cosa poter fare con il proprio sapere per contrastare questo fenomeno, che mette a rischio le istituzioni democratiche e lo stesso sviluppo dell’umanità. In concreto, la sfida presente per ogni penalista è quella di contenere l’irrazionalità punitiva, che si manifesta, tra l’altro, in reclusioni di massa, affollamento e torture nelle prigioni, arbitrio e abusi delle forze di sicurezza, espansione dell’ambito della penalità, la criminalizzazione della protesta sociale, l’abuso della reclusione preventiva e il ripudio delle più elementari garanzie penali e processuali»[2].

 

2. Continuità e novità della repressione in Italia nel nuovo millennio

Nel nostro Paese il tentativo di governare la società con la repressione non è una novità, ma una sorta di fiume carsico che ha caratterizzato non solo l’epoca liberale e il fascismo[3] ma anche l’interregno post fascista[4] e, poi, il periodo repubblicano. Basti dire che dal 1946 al 1977 si sono contati ben 155 morti nel corso di manifestazioni (di cui 14 tra le forze di polizia e 141 tra i dimostranti)[5] e ricordare che le strette repressive si sono succedute in tutti i periodi di crisi sociale e politica, a partire dalla fine dei “trent’anni gloriosi”, quando vide la luce la cosiddetta legge Reale sull’ordine pubblico (legge n. 152 del 1975), che rese più facile e impunito l’uso di armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine, reintrodusse il fermo di polizia e aumentò i termini della carcerazione preventiva. 

Oggi ci sono, peraltro, due importanti novità che segnano la stagione iniziata con il nuovo millennio:

a) la rinnovata svolta repressiva avviene dopo un periodo di allentamento del controllo poliziesco e penale e di (tentata) democratizzazione degli apparati di polizia. Negli ultimi decenni del secolo scorso, sulla scia dell’amnistia politica varata nel 1970 per chiudere le pendenze dell’autunno caldo[6], si era aperta una stagione di depenalizzazione (pur cauta e contraddittoria), plasticamente evidenziata dalle vicende dell’oltraggio e del blocco stradale, depenalizzati, in tutto o in parte, nel 1999 e ripristinati, rispettivamente, 10 e 19 anni dopo con la legge 15 luglio 2009 (uno dei primi “pacchetti sicurezza”) e con il decreto legge 4 ottobre 2018, n. 113 (primo decreto Salvini). Quel che è oggi in atto sul versante legislativo – con una proliferazione di reati senza precedenti, un aumento generalizzato delle pene e l’introduzione di aggravanti inedite – è un nuovo paradigma repressivo, addirittura più accentuato di quello previsto dal codice Rocco (nel quale, per esempio, la commissione di reati nel corso di manifestazioni, ora configurata come aggravante per molti reati, era considerata, a certe condizioni, un’attenuante ai sensi dell’art. 62 n. 3 codice penale). Non solo, ma, sul finire del Novecento, la smilitarizzazione e la sindacalizzazione della polizia (introdotte con la legge 1 aprile 1981, n. 121) e il ricambio dei vertici degli apparati avevano attenuato la strategia di controllo della piazza fondata sulla contrapposizione frontale e fatto balenare la possibilità di un governo negoziato del conflitto nel quale il diritto di manifestare fosse considerato prioritario, forme anche dirompenti di protesta fossero tollerate, la comunicazione fra manifestanti e polizia venisse considerata fondamentale e si cercasse di ridurre l’uso di mezzi coercitivi puntando alla selettività degli interventi. Questa impostazione (che aveva dato, in realtà, buoni frutti a cominciare dal venir meno di morti e feriti nel corso di manifestazioni) si è interrotta nel luglio 2001 a Genova[7] con l’emergere di una nuova strategia che ha avuto, poi, il banco di prova principale in Val Susa, con un intervento – tuttora in corso – che di è dispiegato per oltre un decennio diventando una sorta di “caso di scuola”[8] (a cui, per questo, si faranno ripetuti riferimenti nel seguito);

b) gli oppositori e i dissenzienti sono cambiati ed è cambiato il loro riconoscimento sociale. Non per caso, ma perché stanno cambiando i protagonisti del conflitto e della protesta: non più (almeno in prevalenza) operai e braccianti, come nella seconda metà del secolo scorso, ma (sempre in prevalenza) antagonisti, studenti e attivisti ambientali (a cominciare dagli odiati No Tav), considerati alla stregua di pericolosi sovversivi, dopo il fallimento dell’iniziale tentativo dell’establishment di blandire i Fridays for Future e l’irruzione sulla scena di Extinction Rebellion e di Ultima Generazione. Ma soprattutto gli oppositori e i dissenzienti oggi sono isolati, sia dalla politica che dai media, che veicolano, anzi, la vulgata dell’esistenza di un conflitto sociale di particolare intensità. E ciò mentre la situazione, nel nostro Paese, è quella di un conflitto a bassa intensità (a differenza di quanto accaduto tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta[9] e di quanto sta accadendo, per esempio, nella vicina Francia). Superfluo dire che l’opposta narrazione, lungi dall’essere casuale, è il portato di uno stile di governo della società, della strumentalizzazione della paura, della considerazione dell’antagonismo alla stregua di un delitto. Fino a punte grottesche, come l’evocazione continua del pericolo anarchico o, addirittura, dell’“attacco al cuore dello Stato” realizzato con l’imbrattamento dell’ingresso del Senato.

 

3.  Modalità e tecniche della repressione

Arriviamo, dunque, alle modalità di repressione del dissenso e della protesta oggi il Italia.

La repressione ha, come sempre, forme eterogenee e diversa intensità. Può essere diretta, cioè aggredire il dissenso in quanto tale al fine di impedirne il manifestarsi (tradizionalmente, il divieto di scioperare o di manifestare o di esercitare la libertà di stampa etc.): modalità, oggi, ridotta, stante il tenore della Carta costituzionale (pur permanendo nella previsione di delitti come l’apologia di reato o nel divieto di accesso alle sempre più diffuse “zone rosse”); oppure può essere indiretta, realizzata cioè attraverso l’aggressione dei movimenti e delle manifestazioni di protesta non in quanto tali ma in modo surrettizio, con l’effetto, peraltro, di punirli, impedirli o disincentivarli[10]: ed è la modalità oggi prevalente. Ciò premesso è utile, ancora, segnalare che la repressione è la risultante di una pluralità di interventi sul versante legislativo, amministrativo e giudiziario.

Di seguito un elenco, pur sommario e pressoché solo per titoli, dei principali strumenti e delle molteplici forme di cui si è avvalsa la repressione del dissenso nel nuovo millennio:

a1) la diffusa militarizzazione del territorio, presidiato talvolta – come spesso accaduto in Val Susa – non solo da forze di polizia in tenuta antisommossa ma addirittura da reparti dell’esercito (quasi a simboleggiare una guerra dello Stato con i suoi cittadini), accompagnata da controlli preventivi pretestuosi e capillari, per esempio nei luoghi di accesso alle città sede di manifestazioni, al solo scopo di impedire ai dimostranti di convergere nei luoghi previsti;

a2) la sempre più frequente istituzione di zone rosse in cui è precluso l’accesso (sul modello del G8 di Genova del luglio 2001), soprattutto, ma non solo, in occasione di manifestazioni[11];

a3) una gestione dell’ordine pubblico, in occasione di qualsivoglia evento o manifestazione, aliena da ogni trattativa e caratterizzata – come si è già ricordato – da una contrapposizione frontale e violenta tra polizia e dimostranti (dimentica del fatto che l’andamento dell’ordine pubblico non è mai statico, ma è sempre frutto di relazioni e che la contrapposizione violenta, lungi dal generare pacificazione, è spesso il detonatore di ulteriori violenze);

a4) l’accrescimento dei poteri e la sostanziale impunità delle forze di polizia per abusi e violenze in operazioni di ordine pubblico (impunità favorita anche dalla mancata introduzione, da parte dei governi di ogni colore succedutisi negli ultimi anni, di un accorgimento elementare come l’obbligo di codici identificativi sulle divise). Ultimo esempio di impunità, anche in caso di accertata responsabilità penale: la promozione a questore di Monza e della Brianza di Filippo Ferri, condannato in via definitiva a 3 anni e 8 mesi di reclusione nel processo scaturito dalle torture e dai falsi di polizia alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001;

a5) l’assunzione da parte di molti uffici di Procura di un protagonismo diretto a tutela dell’ordine pubblico, anche attraverso formule organizzative e accorgimenti processuali ad hoc, spesso del tutto anomali. Esemplare il caso torinese, nel quale ai procedimenti a carico di esponenti del movimento No Tav sono stati assicurati una corsia preferenziale (con conseguenti tempi rapidissimi anche per reati bagatellari) e un pool apposito, istituito – caso unico nella nostra storia giudiziaria – prima dell’esplodere del conflitto e dei conseguenti reati, in un’ottica tipicamente preventiva (propria dell’attività di polizia più che di quella giudiziaria);

a6) l’introduzione, con ripetuti decreti legge[12], di fattispecie di reato e di aggravanti disegnati inseguendo le azioni dei movimenti di protesta (in particolare Ultima Generazione ed Extinction Rebellion), con l’affiancamento alle leggi ad personam dell’epoca berlusconiana, di una inedita categoria di leggi ad movimentum

a7) la reviviscenza dei reati di opinione, anticipata dai procedimenti avviati dalla Procura di Torino nei confronti dello scrittore Erri De Luca per istigazione a delinquere con riferimento all’elogio del sabotaggio della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione e nei confronti del writer Blu, rinviato a giudizio per imbrattamento di un cavalcavia (sic!) in relazione a un murale raffigurante, con accenti critici, la stessa grande opera (considerato da molti un esempio importante del genere). Entrambi i processi si sono conclusi, a dibattimento, con assoluzioni piene ma hanno tracciato una strada, che, in tempi più recenti, è stata intrapresa alla grande, in particolare da parte dell’autorità di polizia, a fronte di dichiarazioni o slogan antisionisti postati sui social o gridati nel corso di manifestazioni pro Palestina[13];

a8) l’uso a tappeto, da parte di molti giudici delle indagini preliminari, delle misure cautelari, trasformate da extrema ratio in regola e da strumenti interni al processo in misure di polizia, con strappi della stessa legalità formale e passaggi motivazionali a dir poco paradossali, come quello secondo cui: «la custodia cautelare in carcere è il minimo presidio idoneo a fronteggiare in modo adeguato le consistenti ed impellenti esigenze cautelari» (ordinanza TL Torino 8 febbraio 2012). Tra i molti esempi si possono citare, ancora una volta, i processi a militanti no Tav davanti ai giudici torinesi in cui: i) le misure cautelari sono state fondate pressoché sempre su una presunta pericolosità sociale e sul contesto («I lavori per la costruzione della linea ferroviaria Torino-Lione proseguiranno almeno altri due anni; pertanto, non avrà fine, a breve termine, il contesto in cui gli episodi violenti sono maturati»); ii) l’individuazione dei destinatari delle misure è avvenuta per lo più in base al principio del tipo d’autore e a segnalazioni di polizia di molti anni addietro (senza verifica dell’esito dei conseguenti processi[14]iii) la motivazione circa l’impossibilità di formulare un giudizio prognostico di concedibilità della sospensione condizionale della pena (che osterebbe all’applicazione della custodia in carcere) è diventata una semplice formula di stile[15]iv) le misure cautelari non detentive sono aumentate a dismisura e sono spesso diventate, anziché un’alternativa al carcere, un improprio percorso alternativo al processo a piede libero, spesso con una afflittività sproporzionata e inutile (per esempio la presentazione due volte al giorno a un ufficio di polizia distante 30 o 40 chilometri dal luogo di abitazione...); 

a9) l’impiego sistematico e prolungato oltre ogni limite ragionevole, da parte di settori della magistratura, delle intercettazioni telefoniche e ambientali nei confronti di appartenenti a determinate aree sociali (in particolare anarchici e centri sociali). Clamoroso il caso due imputati ‒ alla fine assolti da tutte le accuse, dopo una carcerazione preventiva di oltre 2 anni e 7 mesi ‒ intercettati per alcuni anni tra il 2003 e il 2009 (in particolare tra il 2003 e il 2005 dalla Procura di Bologna e dal 2007 in poi da quella di Torino) e, poi, dal giugno 2012 al settembre 2016, per oltre quattro anni di seguito, con una pausa di meno di due mesi, sia telefonicamente che ambientalmente, con microspie posizionate nel loro appartamento da due distinte Procure della Repubblica (Torino e Napoli)[16]. Evidente nel caso, e nei molti consimili, l’intento di monitorare un’area antagonista più che di accertare l’esistenza di reati specifici a carico degli intercettati;

a10) la dilatazione impropria, in molte contestazioni e anche in alcune sentenze, del concorso di persone nel reato, attraverso una sorta di proprietà transitiva in forza della quale la responsabilità viene estesa a tutti i partecipi a manifestazioni nel corso delle quali sono commessi dei reati, pur in assenza di specifiche condotte individuali antigiuridiche e/o della prova di un previo accordo con gli autori dei delitti commessi. Così il principio classico del carattere individuale della responsabilità penale sfuma lasciando spazio a una sorta di anomala “responsabilità da contesto”[17]

a11) l’ampia e fantasiosa contestazione di reati associativi (che non ha risparmiato organizzazioni sindacali[18], centri sociali[19] e nemmeno ong impegnate nel salvataggio in mare ed esperienze di accoglienza come quella di Riace[20]), l’analoga contestazione di fattispecie delittuose clamorosamente sovradimensionate (fino all’evocazione dei fantasmi del terrorismo in contesti che con esso nulla hanno a che fare[21]) e la ritenuta idoneità a integrare alcuni reati tipici del conflitto sociale di condotte costituenti esplicazione di diritti fondamentali[22]

a12) l’adozione di forme di detenzione particolarmente segreganti e afflittive e l’esclusione dell’accesso a misure alternative al carcere per categorie di soggetti, considerati alla stregua di “nemici interni”. Anche qui illuminante è una vicenda riguardante il movimento no Tav. Si tratta del diniego di misure alternative al carcere a una ragazza condannata per violenza privata con l’incredibile motivazione che «la lunga carriera militante della condannata è perdurata fino a epoca recentissima, dando prova della sua incrollabile fede negli ideali politici per i quali non ha mai esitato di porre in essere azioni contrarie alle norme penali» e che «la condannata risiede a Bussoleno, comune dell’Alta Val di Susa: la collocazione geografica del domicilio del soggetto coincide con il territorio scelto come teatro di azione dal movimento No TAV, il quale ha individuato il cantiere di Chiomonte per la realizzazione della futura linea dell’Alta Velocità come scenario per frequenti manifestazioni e scontri con le Forze dell’Ordine. La vicinanza di tale luogo al luogo di dimora della condannata la espone al concreto rischio di frequentazione di soggetti coinvolti in tale ideologia e di partecipazione alle conseguenti iniziative di protesta e dimostrative che, dopo le stringenti limitazioni imposte dal lockdown, potrebbero in futuro diventare più frequenti» (magistrato sorveglianza Torino, ordinanza 9-11 settembre 2020 nei confronti di Dana Lauriola)[23]

a13) il sempre più frequente ricorso a misure di prevenzione o di polizia (in particolare l’avviso orale, il foglio di via e l’obbligo di soggiorno), usate snaturandone la funzione originaria e sfruttando la possibilità di standard probatori più ridotti, contro esponenti di movimenti di protesta a cui viene intimato dal questore, per lo più con motivazioni tautologiche, di allontanarsi da un determinato comune, di dimorare nel comune di residenza e di astenersi dal frequentare determinati luoghi. Si noti che l’uso indiscriminato dei fogli di via (riproposizione in chiave moderna del domicilio coatto) avviene – in misura sempre maggiore (da ultimo per lavoratori della logistica e militanti di Ultima Generazione ed Extinction Rebellion) – quando addirittura negli anni Cinquanta i maggiori costituzionalisti (a cominciare da un giovane Giuliano Amato) ne mettevano in dubbio la costituzionalità; 

a14) l’aggressione ai patrimoni degli esponenti più attivi dei movimenti con l’applicazione di sanzioni amministrative e il ricorso ad azioni civili vessatorie. È il caso, per esempio, della condanna al risarcimento del danno (quantificato in 191.966,29 euro e spese processuali) inflitta il 7 gennaio 2014 dal Tribunale di Torino - sezione distaccata di Susa (e solo in parte attenuata in appello) a tre esponenti del movimento No Tav per essersi opposti, insieme a molti altri, alla effettuazione, da parte di tecnici assistiti dalla forza pubblica, di sondaggi propedeutici alla costruzione della linea ferroviaria. Come dire che il mancato accesso di un camion in uno stabilimento a causa di un picchetto di lavoratori in sciopero comporta la responsabilità degli scioperanti presenti per tutti i danni conseguenti alla mancata produzione, anche di giorni o mesi, ricollegabile in qualche misura alla indisponibilità del materiale trasportato sul camion! È l’apertura di un filone. Negli anni successivi sarà spesso il Governo a costituirsi parte civile chiedendo risarcimenti a dir poco “inusuali” fino ad arrivare, nel cosiddetto “Processo Sovrano” definito in primo grado da Tribunale di Torino con sentenza 31 marzo 2025, a formulare richieste risarcitorie milionarie, a titolo di danno patrimoniale, per «il costo dell’attività investigativa svolta ai fini dell’individuazione dei responsabili degli illeciti, nonché con riferimento alla spesa sostenuta a titolo di straordinari, indennità accessorie ed indennità di ordine pubblico corrisposte al personale impiegato per contenere e limitare i manifestanti e i danni» e, a titolo di danno non patrimoniale, per il danno alla “immagine”, al “prestigio” e alla  “credibilità” dei ministeri coinvolti nell’attività repressiva. Queste richieste, per ora, sono state respinte dai giudici ma la loro efficacia deterrente è di tutta evidenza;

a15) l’uso costante e spregiudicato del processo a mezzo stampa per delegittimare e criminalizzare gli accusati. La prassi è in verità risalente e ha il capostipite più noto nel cosiddetto “processo 7 aprile”, iniziato nel 1977[24]. L’ampia pubblicistica al riguardo consente di limitarsi qui a un semplice richiamo, non senza sottolineare che la trasformazione della cronaca giudiziaria dei più grandi quotidiani in mattinali delle Questure o veline delle Procure (talora addirittura estremizzate) la dice lunga sulla strombazzata libertà di informazione del nostro paese.

 

4. Il decreto legge “sicurezza” e l’accelerazione della svolta autoritaria

È in questo contesto che si colloca il recente decreto legge 11 aprile 2025 n. 45 (convertito nella legge 9 giugno 2025, n. 80) che ha impresso al sistema un’ulteriore curvatura repressiva. Il testo del decreto e i suoi profili di irrazionalità e incostituzionalità sono stati oggetto di numerosi interventi[25], per cui mi limito qui a segnalare le più rilevanti (e preoccupanti) novità nel settore della criminalizzazione del dissenso e della opposizione radicale. Quattro su tutte:

b1) c’è, anzitutto, la previsione della resistenza passiva come condotta idonea a integrare reati. L’articolo 26 del decreto legge infatti, prevede, mediante l’introduzione dell’articolo 415 bis codice penale, il delitto di rivolta in istituto penitenziario, consistente in «atti di violenza o minaccia o di resistenza all'esecuzione degli ordini impartiti, commessi da tre o più persone riunite», precisando che «costituiscono atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva che, avuto riguardo al numero delle persone coinvolte e al contesto in cui operano i pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio, impediscono il compimento degli atti dell'ufficio o del servizio necessari alla gestione dell'ordine e della sicurezza». Il reato è poi esteso, con lieve riduzione di pena, agli analoghi comportamenti tenuti nelle «strutture di trattenimento e accoglienza per i migranti». La novità è dirompente. In particolare: i) la “resistenza passiva”, sino ad allora ritenuta non penalmente rilevante dalla giurisprudenza di legittimità[26], viene, per la prima volta in modo esplicito, considerata idonea a integrare un reato: non a caso la norma è stata definita, nel dibattito giornalistico, “emendamento anti Gandhi”[27]; ii) la previsione del delitto di resistenza passiva con riferimento a una categoria di soggetti (i detenuti) considerati devianti e marginali, oltre ad essere grave in sé, introduce nel sistema un precedente dotato di evidente capacità espansiva, che potrebbe ripetere la (triste) esperienza del Daspo, introdotto inizialmente (con l’articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401) per una categoria marginale come quella dei tifosi violenti e diventato negli anni uno strumento ordinario di governo del territorio (potenziato anche nel decreto legge in esame[28]); iii) sempre per la prima volta tutti i luoghi di accoglienza per migranti sono, anche formalmente, equiparati, ai fini della sussistenza del delitto di “rivolta” (comprensivo della resistenza passiva) a istituti penitenziari, così cristallizzando il processo in forza del quale i migranti sono considerati non potenziali autori di reati ma “reati in sé”, per il solo fatto di esistere;

b2) proseguono, poi, i già segnalati aumenti delle pene per reati commessi nel corso di manifestazioni e la previsione di misure amministrative ad hoc in presenza di azioni di protesta. In particolare: i) l’articolo 12 interviene sull’articolo 635 del codice penale, che punisce il delitto di danneggiamento, disponendo che, se i fatti realizzati nel corso di manifestazioni in luogo pubblico sono commessi con violenza alla persona o con minaccia, la pena è della reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni (anziché da uno a cinque anni) e della multa fino a 15.000 euro; ii) l’articolo 19 inserisce nell’articolo 339 del codice penale un ultimo comma in forza del quale, se la violenza o la minaccia a pubblico ufficiale (già aggravata dal numero delle persone o con il lancio di oggetti e, per questo, punita con la pena della reclusione da tre a quindici anni) è commessa «al fine di impedire la realizzazione di infrastrutture destinate all'erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici», la pena è aumentata fino a un terzo (i No Tav e i No Ponte sono avvertiti...); iii) l’articolo 24 introduce un’ipotesi aggravata di deturpamento e imbrattamento di beni mobili e immobili adibiti all’esercizio di funzioni pubbliche ricorrente «qualora il fatto sia commesso con la finalità di ledere l’onore, il prestigio o il decoro dell’istituzione cui il bene appartiene», punita con la reclusione da sei mesi a un anno e sei mesi di reclusione e la multa da 1.000 a 3.000 euro (e con la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa fino a 12.000 euro in caso di recidiva). Evidenti in questa escalation repressiva, da un lato, il tramonto del carattere di generalità e astrattezza della legge e, dall’altro, lo stigma di negatività applicato alle manifestazioni e alle azioni di protesta in quanto tali;

b3) il decreto legge interviene, in terzo luogo, in settori di grande delicatezza come la sfera dei reati d’opinione e l’anticipazione della soglia della punibilità. Si segnalano, in questo senso tre interventi: i) la previsione come reati della divulgazione di materiale (scritti, video, documenti, istruzioni) potenzialmente idoneo a consentire la preparazione di reati di stampo terroristico, a prescindere dalla sua valenza e finalità istigatoria, e della semplice detenzione di materiale contenente istruzioni su tecniche o metodi per il compimento di atti di violenza o di sabotaggio di servizi pubblici, con la motivazione – esplicitata negli atti preparatori dell’originario disegno di legge – che queste norme devono essere introdotte perché oggi la semplice detenzione di materiale viene punita solo se ci siano elementi sufficienti per ritenere che chi detiene voglia anche commettere atti di terrorismo; ii) l’estensione del delitto di occupazione di immobile destinato ad abitazione anche a chi, «fuori dei casi di concorso nel reato, si intromette o coopera nell'occupazione dell'immobile»; iii) l’inserimento nell’articolo 415 codice penale (che disciplina il reato di istigazione a disobbedire alle leggi) di un’aggravante in forza della quale la pena (della reclusione da sei mesi a cinque anni di reclusione) è aumentata fino a un terzo «se il fatto è commesso all’interno di un istituto penitenziario o a mezzo di scritti o comunicazioni diretti a persone detenute». Evidente in queste disposizioni, che ampliano a dismisura la sfera della punibilità, l’intento di criminalizzare i movimenti antagonisti in quanto tali e di fare così “terra bruciata” intorno ai poveri e ai ribelli[29];

b4) strettamente correlato con i precedenti, c’è un quarto filone di innovazioni del decreto legge tese ad aumentare i poteri e le tutele delle forze di polizia.  Si tratta di un profilo particolarmente importante perché prosegue e aggrava l’inversione del già ricordato percorso di democratizzazione della polizia perseguito, seppur contraddittoriamente, nella storia repubblicana. Vengono in rilievo in particolare: i) gli articoli 19 e 20, che prevedono consistenti aumenti di pena per i reati di violenza e resistenza a pubblico ufficiale e di lesioni quando i fatti sono commessi in danno di ufficiali o agenti di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria; ii) l’articolo 22, in forza del quale «agli ufficiali o agenti di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria appartenenti alle Forze di polizia a ordinamento civile o militare, agli appartenenti alle Forze armate e al Corpo nazionale dei vigili del fuoco, indagati o imputati per fatti inerenti al servizio (nonché agli eredi), che intendono avvalersi di un libero professionista di fiducia, può essere corrisposta, anche in modo frazionato, una somma, complessivamente non superiore a euro 10.000 per ciascuna fase del procedimento, destinata alla copertura delle spese legali, salva rivalsa se al termine del procedimento è accertata la responsabilità dell’ufficiale o agente a titolo di dolo»; iii) l’articolo 28, che autorizza gli appartenenti alla polizia di Stato, all’arma dei Carabinieri, alla Guardia di finanza, al corpo degli agenti penitenziari e alle polizie municipali, a portare, senza licenza, un’arma diversa da quella di ordinanza quando non sono in servizio (così consentendo l’immissione in circolazione, potenzialmente, di decine o centinaia di migliaia di pistole in più delle attuali); iv) l’articolo 31, in forza del quale l’immunità penale per operazioni di infiltrazione in organizzazioni terroristiche (fino ad allora prevista in via transitoria) diventa permanente e viene estesa anche al caso di assunzione di un ruolo di direzione e organizzazione di associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico: al cosiddetto “infiltrato” si affianca così, nell’area della non punibilità, l’agente provocatore (potenzialmente organizzatore e promotore ex novo di un’organizzazione terrorista, con connessa commissione di reati), sia pure al fine di smascherare e punire appartenenti ad associazioni terroristiche; v) l’articolo 21, che prevede, stanziando per la bisogna più di 23 milioni di euro per il triennio 2024-2026, la possibilità di dotare «il personale delle Forze di polizia impiegato nei servizi di mantenimento dell'ordine pubblico, di controllo del territorio e di vigilanza di siti sensibili nonché in ambito ferroviario e a bordo dei treni […] di dispositivi di videosorveglianza indossabili, idonei a registrare l'attività operativa e il suo svolgimento»: si tratta delle cosiddette bodycam attivabili ben oltre i limiti indicati dal Garante per la protezione dei dati personali, secondo cui esse possono essere indossate solo «in situazioni di pericolo di turbamento dell’ordine pubblico». La conclusione è obbligata. Anziché investire in formazione e dispositivi di tutela degli operatori di polizia, si aumentano le pene per i reati commessi nei loro confronti, si incentiva l’uso delle armi da parte loro e se ne potenzia in modo indiscriminato il ruolo (con uno sbilanciandolo sempre più accentuato rispetto alla posizione dei cittadini). Il risultato non sarà certamente una crescita democratica del paese e un miglior rapporto della polizia con la società. Non importa, ché ad interessare è altro: spostare l’asse istituzionale verso gli apparati militari e le forze di polizia, cementando alleanze tradizionali della destra con i settori più corporativi e reazionari degli stessi, con effetti imponenti nella direzione di uno Stato di polizia. 

 

5. Che fare? Spunti per un capitolo da aprire

Il “che fare” non è oggetto specifico del mio intervento, ma vi dedico, egualmente, alcuni flash necessari, se non altro, per evitare il senso di frustrazione conseguente all’analisi sin qui svolta. Sono flash che riguardano la politica, i magistrati e i movimenti.

La politica (quella progressista, intendo, o quella che si autodefinisce tale) ha un’occasione storica per ripensarsi e per uscire dalle ambiguità e dal piccolo cabotaggio che la caratterizzano da decenni. L’evolversi della situazione nel nuovo millennio non lascia spazio a dubbi: cavalcare la paura e puntare sulla repressione e su politiche d’ordine come strumenti ordinari di governo della società è semplicemente suicida. Anzitutto perché, lungi dal risolvere, alimenta ulteriormente la crisi politica e sociale contribuendo a intensificare la deriva autoritaria in atto. E, poi, perché è una scelta che non paga neppure in termini di consenso ché assecondare la paura, invece di governarla, produce, inevitabilmente, la vittoria dell’originale (cioè la destra) e non delle sue goffe imitazioni. La provocazione della realtà indica una strada priva di alternative: il recupero e il potenziamento del welfare, un grande investimento su scuola e formazione, un governo inclusivo delle migrazioni, la valorizzazione (in termini culturali ed economici) della società multietnica, una politica e un diritto miti sul piano interno come su quello internazionale, il perseguimento della partecipazione e la valorizzazione dei corpi intermedi e del pluralismo istituzionale…

Anche i magistrati non possono esimersi da un ripensamento profondo. La svolta autoritaria in corso è stata prodotta, o quantomeno favorita, come si è visto, anche da prassi e orientamenti di giudici e, ancor più, di pubblici ministeri appiattiti sulle richieste e pulsioni securitarie della politica (e anche della società). Sono prassi e orientamenti da cui non sono andati esenti neppure settori “progressisti” della corporazione. Eppure il proprium della giurisdizione sta nel presidio dei diritti di tutti e nel rigoroso rispetto delle regole, anche quando, in nome della sicurezza, le sono richieste scorciatoie e deroghe. Questa vocazione è stata inverata dalla magistratura in settori come le migrazioni e la bioetica. Assai meno è accaduto nel settore penale con riferimento alle variegate forme di dissenso e protesa. È, dunque, tempo di una riflessione autocritica che abbia come stella polare il garantismo e non la tutela acritica dello status quo (come impone, del resto, l’articolo 101 della Costituzione, che vuole i giudici «soggetti soltanto alla legge»). Un posizionamento come quello prospettato provocherà polemiche e ritorsioni da parte dell’establishment ma è l’unico ancoraggio di un’indipendenza intesa come condizione per una reale imparzialità e non come privilegio di casta.

Restano i movimenti che – come mi ha ricordato un giovane in un dibattito in Val Susa – sono sempre stati capaci, nella storia, di trovare le strade per esprimersi e di adottare contromisure a fronte della repressione. Quella è la strada: resistere alla repressione ma anche esercitare la fantasia, rinnovare i propri metodi di lotta, percorrere strade fino ad oggi inesplorate, produrre nuove alleanze, parlare in modo comprensibile all’opinione pubblica e via seguitando. In parte già accade ed è l’alternativa a un’autoreferenzialità e una chiusura prive di sbocchi. 


 
[1] Merita aggiungere che, parallelamente, anche la valenza democratica dei sistemi elettorali di molti paesi occidentali va scemando. Da un lato per il prevalere di sistemi maggioritari, che riducono massicciamente la rappresentanza, e per la caduta verticale del numero dei votanti (spesso inferiore alla metà degli aventi diritto). Dall’altro perché – come dimostrano numerose indagini negli Stati Uniti e in Europa – il protagonista delle elezioni è sempre meno il popolo e sempre più il denaro, al punto che, da alcuni decenni, si sta affermando la regola – smentita da pochissime eccezioni – che a vincere le elezioni sono i candidati che hanno a disposizione il budget maggiore (cfr. sul punto, già più di dieci anni fa, M. Revelli, Finale di partito, Einaudi, 2013, pp. 84 ss.).

[2]Forse qualcuno si sorprenderà, ma la citazione e di Papa Francesco, nel discorso indirizzato il 15 novembre 2019 ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione internazionale di diritto penale.  

[3] Il riferimento è ai ricorrenti interventi limitativi di diritti fondamentali (fin dalla legge Pica del 1863 per la repressione del brigantaggio); alle ripetute proclamazioni, durante il periodo liberale, dello stato di assedio; all’affidamento della gestione dell’ordine pubblico all’esercito (come nel 1898 a Milano, quando le truppe del generale Bava Beccaris spararono con i cannoni sulla folla); ai processi agli anarchici di fine Ottocento (con imputazioni mirabolanti e carcerazioni preventive prolungate, seguite per lo più, ad anni di distanza dai fatti, da assoluzioni dibattimentali); alle interpretazioni giurisprudenziali in tema di domicilio coatto o di «associazione di malfattori» (ripetutamente contestata ad anarchici e socialisti); all’uso spregiudicato dei reati di opinione (fino al punto da ritenere, in alcune sentenze, integrato il delitto di eccitamento all’odio di classe, in espressioni come «abbasso la borghesia, viva il socialismo!» o addirittura nel semplice canto dell’inno dei lavoratori); alla previsione come reati dei comportamenti tipici del conflitto sociale (a cominciare dallo sciopero: art. 502, comma 2, del codice Rocco del 1930, rimasto in vigore sino alla dichiarazione di illegittimità avvenuta con la sentenza 4 maggio 1960, n. 29, della Corte costituzionale), etc.  

[4] Prima dell’avvento della Repubblica, all’indomani della caduta del regime fascista, la circolare 26 luglio 1943, emanata per impedire manifestazioni popolari contro il Governo e contro la guerra, dispose lo stato d’assedio provocando 80 morti, 300 feriti e 1.500 arresti. Nel testo della circolare si legge: «qualunque pietà e riguardo nella repressione è un delitto. Poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine. Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a colpire come in combattimento»

[5] In particolare va ricordata la circolare Pacciardi del 1° giugno 1950, con cui venne militarizzato l’ordine pubblico per contrastare le manifestazioni di operai e braccianti, con l’effetto che, dal gennaio 1948 al luglio 1950, ci furono, nel corso di manifestazioni di piazza, 62 lavoratori morti, 3.123 feriti, 91.433 arrestati e 19.313 condannati.

[6] L’amnistia politica concessa con l’art. 1 del decreto presidenziale 22 maggio 1970 fu finalizzata a chiudere la stagione del ’68-’69 nella quale – con riferimento al solo ultimo quadrimestre del 1969 – erano state denunciate, secondo i dati del ministero dell'Interno, 8.396 persone per 14.036 reati, tra i quali 235 per lesioni personali, 19 per devastazione e saccheggio, 4 per sequestro di persona, 124 per violenza privata, 1.610 per blocchi stradali e ferroviari, 29 per attentati alla sicurezza dei trasporti, 3.325 per invasione di aziende, terreni ed edifici e 1.376 per interruzione di pubblici servizi. Disse, allora, il relatore della legge autorizzativa dell’amnistia che occorreva dare risposta al «disagio diffuso nella pubblica opinione che, pur deprecando taluni episodi di autentica delittuosità e pericolosità sociale, ritiene in gran parte sproporzionata e sostanzialmente ingiusta la rubricazione di quelle vicende sotto titoli di reato che erano stati dettati in un'epoca in cui era sconosciuta la realtà storica dei conflitti che caratterizzano tutti gli Stati moderni». Da notare che l’amnistia riguardò tutti i reati «commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell'occupazione, della casa e della sicurezza sociale e in occasione ed a causa di manifestazioni ed agitazioni determinate da eventi di calamità naturali» punibili con una pena non superiore nel massimo a cinque anni e, sempre alle stesse condizioni, la violenza o minaccia a corpo politico o amministrativo, la devastazione, gli attentati alla sicurezza di impianti, il porto illegale di armi o parte di esse e l’istigazione a commettere taluno dei reati anzidetti.

[7] Il bilancio delle manifestazioni in occasione del G8 di Genova è stato, tra il 20 e la notte sul 22 luglio, di 253 arresti tra i manifestanti (di cui 93 nel corso della perquisizione alle scuole Diaz e Pertini la notte sul 22). Ad essi vanno aggiunti 49 arrestati nel giorni successivi (soprattutto cittadini stranieri che si stavano allontanando da Genova). Dei 253 arrestati 28 sono stati posti in libertà direttamente dalla Procura che ha chiesto, per gli altri 225, la convalida dell’arresto. I gip non hanno convalidato 76 arresti; alle 149 convalide hanno fatto seguito 100 scarcerazioni per mancata emissione di misure cautelari, 29 misure cautelari non detentive e 20 applicazioni della custodia in carcere. Il bilancio dei feriti è stato di 560 medicati o ricoverati in ospedale (e si tratta, ovviamente, di una rappresentazione sottodimensionata della situazione, dovendosi tener presenti i molti che non si sono recati in ospedale per timore di ritorsioni e quelli che hanno fatto ricorso a cure in ospedali non genovesi).

[8] In Val Susa nel decennio 2010-2020 sono state indagate circa 2.500 persone (con una punta di 327, quasi uno al giorno, nel 2011) con una incidenza territoriale percentuale che non ha pari nemmeno nei territori di mafia. A ciò si sono accompagnati arresti e misure cautelari in gran numero, contestazioni di reati gravissimi (fino all’attentato con finalità di terrorismo) e forzature di diverso genere su cui si tornerà più avanti.

[9] Basta riandare alle tappe principali della storia del dopoguerra con i veri e propri moti successivi all’attentato a Togliatti, la sommossa di Genova del luglio 1960, le manifestazioni di piazza Statuto e di corso Traiano a Torino o, ancora, alcune manifestazioni del 1968; e lo stesso vale per Reggio Calabria e il movimento dei “boia chi molla” che, tra il 1970 e il 1971 paralizzò la città per sei mesi con 6 morti, assalti alla questura e alla prefettura, carri armati sul lungo mare.  

[10] Rientra nella repressione indiretta quella realizzata colpendo comportamenti collaterali ma essenziali. L’input viene dal paese guida, gli Stati Uniti, dove la libertà di esprimere il proprio pensiero e di dissentire, astrattamente tutelata – almeno fino a qualche tempo fa – nella maniera più ampia dal Bill of Rights del 1791, è in concreto erosa da interventi repressivi indiretti che finiscono per vanificarla quasi in toto. Per esempio, secondo linee guida delle autorità di polizia di New York, i manifestanti possono esprimere le critiche più radicali ma vanno arrestati se lo fanno usando cartelli sorretti da aste (considerate alla stregua di armi) o se scendono dai marciapiedi occupando il sedime stradale; la resistenza passiva può essere perseguita come «ostruzione dell’amministrazione pubblica»; la bandiera americana può essere bruciata ma chi lo fa può essere arrestato per aver cagionato il pericolo di incendio e via dicendo.

[11] Un caso particolare di “zona rossa” permanente è quello dell’area circostante il cantiere Tav della Maddalena di Chiomonte in cui «l’ingresso e lo stazionamento di persone, mezzi e cose estranei allo svolgimento delle previste attività connesse con l’apertura del cantiere» è vietato «fino al venir meno delle preminenti esigenze di ordine pubblico», in forza di oltre 50 ordinanze prefettizie emesse senza soluzione di continuità dal 22 giugno 2011 ad oggi. Da notare che si tratta di ordinanze che partono ancor prima degli scontri del 27 giugno e del 3 luglio e che sono rinnovate per 15 anni benché l’art. 2 TULPS ne preveda la possibilità solo «nel caso di urgenza e per grave necessità pubblica» e il Consiglio di Stato abbia ripetutamente stabilito che le ordinanze contingibili e urgenti non possono disciplinare una situazione in modo stabile, ma debbono necessariamente possedere il carattere della temporaneità (Cons. Stato, sez. V, n. 580 del 9 febbraio 2001; Cons. Stato, sez. IV – n. 6169 del 13 ottobre 2003). In Val Susa opera inoltre, anche qui da quasi 15 anni, la legge n. 183/2011 il cui art. 19 prevede che «le aree ed i siti del Comune di Chiomonte, individuati per l’installazione del cantiere della galleria geognostica e per la realizzazione del tunnel di base della linea ferroviaria Torino-Lione, costituiscono aree di interesse strategico nazionale. / Fatta salva l’ipotesi di più grave reato, chiunque si introduce abusivamente nelle aree di interesse strategico nazionale di cui al comma 1 ovvero impedisce o ostacola l’accesso autorizzato alle aree medesime è punito a norma dell’articolo 682 del codice penale».

[12] Il riferimento è, in particolare, ai decreti legge asseritamente diretti a tutelare la sicurezza adottati negli ultimi 15 anni e consegnati ai posteri con i nomi dei ministri degli Interni proponenti: Maroni (23 febbraio 2009, n. 11); Minniti (17 febbraio 2017 n. 13 e 20 febbraio 2017, n. 14), Salvini (4 ottobre 2018, n. 113 e 14 giugno 2019, n. 53); Lamorgese (21 ottobre 2020, n. 130). La serie è stata, infine (per ora), completata, con il decreto legge Piantedosi (11 aprile 2025, n. 48 convertito in legge 9 giugno 2025, n. 80).

[13] Merita segnalare, al riguardo, la presentazione, da parte di alcuni senatori leghisti (primo firmatario il capogruppo Massimiliano Roneo), del disegno di legge «Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo» il cui articolo 3 prevede che «il diniego all’autorizzazione di una riunione o manifestazione pubblica [...] può essere motivato anche in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge». Evidente la finalità, perseguita con una previsione estremamente ampia e generica, di vietare o limitare le manifestazioni e le iniziative contro il genocidio in atto a Gaza.

[14] Si è arrivati finanche alla sottolineatura della pericolosità di un indagato – poi condannato, nel giudizio di primo grado, a due mesi di reclusione – desunta dalla circostanza che «nel 1970 (cioè 42 anni prima dei fatti, ndr) – è contiguo ai movimenti della sinistra extraparlamentare Lotta continua e Potere operaio e partecipa a una manifestazione non preavvisata all’autorità di pubblica sicurezza, promossa dai predetti movimenti» (gip Torino, 20 gennaio 2012).

[15] Esemplare il caso dei 25 imputati sottoposti alla misura della custodia in carcere per resistenza e violenza a pubblico ufficiale in relazione allo sgombero del cantiere della Maddalena del 27 giugno 2011 e alla successiva manifestazione del 3 luglio: come era ampiamente prevedibile nonostante il clamore degli inquirenti e dei media, all’esito del giudizio (svoltosi con alcuni stralci e separazioni e con un doppio passaggio in appello e in Cassazione) ben 4 imputati sono stati assolti per ragioni di merito e 10 hanno beneficiato della sospensione condizionale della pena mentre agli altri sono state applicate pene pari o inferiori a due anni, con conseguente ampia possibilità, almeno in linea teorica, di beneficiare, in sede esecutiva, di misure alternative al carcere.

[16] Cfr. C. Novaro: https://volerelaluna.it/societa/2019/07/09/repressione-giudiziaria-e-movimenti-gli-anarchici-i-processi-le-regole/  

[17] Due esempi per tutti di motivazioni in tal senso: «È ragionevole ritenere che nel caso in cui la G. avesse avuto intenzione di limitarsi a manifestare pacificamene, non appena la manifestazione ha assunto carattere violento si sarebbe allontanata» (ordinanza Tribunale del riesame di Torino, 22 settembre 2011) e «È superflua l’individuazione dell’oggetto specifico che ha raggiunto ogni singolo appartenente alle forze dell’ordine rimasto ferito, come lo è l’individuazione del manifestante che l’ha lanciato, atteso che tutti i partecipanti agli scontri devono rispondere di tutti i reati (preventivati o anche solo prevedibili) commessi in quel frangente, nel luogo dove si trovavano» (ordinanza Giudice per le indagini preliminari Torino, 20 gennaio 2012).

[18] Cfr. L. D’Ancona: https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-caso-piacenza-sindacati-o-associazioni-a-delinquere

[19] Cfr. L. Ferrajoli: https://volerelaluna.it/commenti/2025/01/28/askatasuna-no-tav-e-le-nuove-frontiere-della-repressione/

[20] Cfr. M. Revelli: https://volerelaluna.it/controcanto/2021/12/20/kafka-nella-locride-sulla-surreale-condanna-di-mimmo-lucano/

[21] Il massimo dell’esemplarità sta nella contestazione a quattro attivisti della Val Susa dei delitti di «attentato per finalità terroristiche» (art. 280 codice penale) e di «atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi» (art. 280 bis) in relazione a un “assalto” al cantiere della Maddalena realizzato mediante il superamento delle reti e l’incendio un compressore da parte di alcuni mentre gli altri impedivano l’intervento degli operai e degli agenti di polizia con il lancio di artifici esplosivi e incendiari, senza lesioni di sorta per alcuno. Evidenti i reati di danneggiamento aggravato e di violenza a pubblico ufficiale, ma davvero difficile pensare al terrorismo. Eppure esso venne evocato facendo ricorso a due argomenti grotteschi: a) l’idoneità del fatto ad arrecare un grave danno al Paese (con il venir meno della sua immagine, in ambito europeo, di partner affidabile»); b) l’attitudine dell’attacco al cantiere, in considerazione delle sue modalità e coerentemente con l’obiettivo perseguito, a intimidire la popolazione valsusina e/o a costringere i poteri pubblici ad astenersi dalle attività necessarie per realizzare la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. L’infondatezza dell’impostazione ha determinato l’esclusione del reato in tutti i gradi del giudizio e da parte della Corte di legittimità (attivati da ricorsi dei pubblici ministeri) ma la contestazione non è rimasta senza effetto sortendo numerosi esiti: un anno di carcere duro per gli imputati, in condizioni di sostanziale isolamento; un anno di massacro mediatico per gli imputati e per l’intero movimento No Tav; la possibilità di procedere a intercettazioni telefoniche sostanzialmente illimitate nei confronti di interi settori del movimento; l’effetto di induzione per i giudici, pur nel momento in cui hanno escluso il reato, a mantenere livelli di pena più elevati del consueto per i reati residui (con un processo psicologico automatico seppur, verosimilmente, inconscio).

[22] È il caso delle contestazioni dei reati di resistenza o violenza a pubblico ufficiale e di violenza privata in cui, ai fini della sussistenza del reato, viene evocata la «minaccia implicita determinata dal numero di persone schierate». Evidente la forzatura e la sostanziale cancellazione di diritti costituzionali fondamentali, posto che le manifestazioni e i picchetti prevedono per definizione la presenza di più persone. Eppure ciò accade abitualmente nella repressione del movimento No Tav e in quella dell’antagonismo sociale ma anche in numerosi processi per picchettaggio.

[23] Cfr. L. Pepino: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/09/18/dana-la-vendetta-del-tav/

[24] Cfr. G. Scarpari, Processo a mezzo stampa: il “7 aprile”, in Qualegiustizia, n. 51, maggio-giugno 1979.

[25] Si vedano, per tutti i documenti critici del direttivo dell’Associazione italiana professori di diritto penale (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/04/14/tutti-i-rischi-del-decreto-sicurezza/), di 237 professori di diritto piubblico (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/05/02/237-professori-di-diritto-pubblico-il-decreto-sicurezza-viola-la-costituzione/) e del Massimario della Corte di cassazione (https://volerelaluna.it/materiali/2025/07/01/le-molte-falle-del-decreto-sicurezza/).

[26] Il riferimento è alla giurisprudenza in tema di resistenza a pubblico ufficiale che afferma – con valenza, evidentemente, generale – che «non integra il delitto di cui all'art. 337 codice penale la condotta consistente nel mero divincolarsi posto in essere da un soggetto fermato dalla polizia giudiziaria per sottrarsi al controllo, quando lo stesso si risolva in un atto di mera resistenza passiva, implicante un uso moderato di violenza non diretta contro il pubblico ufficiale» (così Cass. Sez. 6, 6 novembre 2012, Roccia, pres. Milo, est. Conti G.).

[27] Merita sottolineare che la considerazione della resistenza passiva come illecito penale è implicita anche nella nuova disciplina del blocco stradale nella quale è esplicitamente menzionata l’ostruzione stradale realizzata con solo corpo (cioè la condotta tipica delle manifestazioni non violente). Con tale modifica normativa sono criminalizzati – in caso di mancato preavviso di manifestazione o di intervenuto divieto del questore ai sensi dell’art. 18 del Testo unico di pubblica sicurezza o di modalità di attuazione difformi da quelle concordate – anche i manifestanti pacifici che stazionino continuativamente e in gruppo in una strada prospiciente i cancelli di una fabbrica (dove, per esempio, è in corso uno sciopero) o l’ingresso di una scuola (dove, sempre per esempio, gli studenti sono in agitazione), ovvero che blocchino una strada o un’autostrada, sdraiandosi a terra o semplicemente percorrendola, senza alcuna violenza (dove il riferimento a cortei di operai in sciopero o ad azioni dimostrative di gruppi come Ultima generazione o Extinction Rebellion è trasparente).

[28] Il riferimento è all’articolo 13 del decreto che prevede l’estensione del Daspo urbano alle persone denunciate o condannate, anche con sentenza non definitiva, per delitti contro la persona o contro il patrimonio commessi in aree interne delle infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze.

[29] Anche qui si tratta di una scelta di fondo del disegno di legge (e non solo), come dimostra anche la previsione dall’articolo 29 che, modificando alcune norme del codice della navigazione, ostacola ulteriormente le attività delle ONG impegnate nei soccorsi in mare, facendo così “terra bruciata” intorno ai migranti.

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Il testo è la rielaborazione della relazione svolta il 19 luglio 2025 nel corso di formazione di Rovigo di Amnesty International.

https://www.questionegiustizia.it/articolo/criminalizzazione-attivisti