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lunedì 27 novembre 2017

Visite al manicomio – Vito Totire

Agli inizi degli anni ottanta decisero di andare a Imola, ogni settimana.
Si arrivava di pomeriggio con borse colme del necessario: quaderni, fogli, pennarelli, ingredienti per cibi e torte, registratore macchina fotografica. Due gruppi: maschi (più scarso) e femmine (più numeroso ed esuberante). Si attraversava il parco fino a metà; alberi giganteschi facevano ala al piccolo corteo, ma dominava anche il rosso spento dei padiglioni. All’entrata un check-point in crisi d’identità; il transito era libero? In entrata quasi, in uscita… La legge 180, approvata da poco…
Entrati, sulla sinistra, una struttura bassa lunga piano terra con studi medici. Targhe su tutti gli edifici: erano in pietra, scritte scolpite a caratteri rossi. In quel tratto di viale comparivano messaggi in bacheca. Un giorno ne comparve uno difficile da ignorare: i risultati delle elezioni. La curiosità indusse a fermarsi: le percentuali di voto erano simili a quelle della città: schiacciante maggioranza comunista. Niente sorpresa, l’isolamento verso l’esterno non aveva avuto particolari effetti nell’ostacolare memoria e identità. In quel pezzo di viale spesso veniva incontro qualcuno, ospite di reparti diversi da quelli frequentati dai gruppi.
Un giorno due persone anziane claudicanti vestite con abiti non proprio attillati. Un uomo e una donna – si tenevano per mano come adolescenti – incuriositi dai colorati visitatori. L’uomo si rivolse al gruppo con un sorriso contagioso. Indicando la persona che lo affiancava, disse gioiosamente: mia marita! Si erano conosciuti lì venendo da storie diverse? Vedovi, internati, vedovi dopo l’internamento? Internati senza famiglia? Segregazione, esks, solitudine, non li avevano uccisi né avevano tolto loro la capacità di gioire e di cercare il contatto con persone che percepivano affini.
Dopo l’edificio basso sulla sinistra, un viale a destra portava alle lavanderie e poi ancora a un’ulteriore fascia verde; anche queste strutture basse, coperture in eternit, bonificate troppo tardivamente, quando il gruppo non frequentava più. A metà del parco il gruppo si divideva: maschi al reparto 17, donne al 10. In passato erano stati i due reparti degli agitati. Affidati a un medico, altruista oltre misura, temerario come pochi al mondo, generoso senza limiti. Veniva da un’esperienza di lavoro a Gorizia: era Giorgio Antonucci, toscano di Firenze. Una sfida: vediamo cosa fai con i più “difficili”.
Quando il gruppo cominciò le visite, mezzi di contenzione nei due reparti non ve n’erano più. Scomparsi da tempo, mai usati nella nuova gestione. Quei due reparti ex-punitivi non avevano più il ruolo di prima nell’organizzazione interna. Altre strategie si adottarono per punire i disobbedienti reclusi. Banditi gli psicofarmaci e le contenzioni, rimanevano evidenti certi postumi, difficili a guarire. Nelle strutture e nelle persone: simboli o effetti di carcerazioni e violenze subìte.
Il gruppo di uomini mise mano alle cartelle con il consenso delle persone per capire meglio la loro storia; il gruppo delle donne era più versato sulle arti grafiche e culinarie ma le cartelle furono lette anche da loro. Giungevano racconti, dal reparto 10, a fine pomeriggio, di torte prodotte con dosaggi non ortodossi, esteticamente non perfette, mangiate con le mani e buonissime, che interrompevano (poco) le produzioni creative – raccolte poi in un filmato e un libro – e sfociate in un progetto di uscita dalla residenza nel parco/prigione per la più giovane delle ospiti; era lì per una malattia sconosciuta persino alla peggiore delle nosografie psichiatriche cioè l’essere orfani e abbandonati.
Il gruppo di maschi, meno empatico, non aveva dimestichezza con torte e cibi. Erano Saverio, entrato in contatto con gli altri nell’approssimarsi di una crisi, come per guadagnarsi garanzie di non essere trattato con violenza; Concetto, non tanto normaleper la psichiatria se le sue risposte al test di Szondi (raccolte per una ricerca) avevano dato risultati disastrosi; Massimo infermiere in psichiatria – padre operaio della Bolognina – e Vittorio, militante politico entrato in contatto con il medico dei reparti, aveva fatto la proposta delle visite a Imola alla sua morosa che aveva detto subito sì.
Un salone grande accoglieva i maschi al reparto 17. Il soffitto poggiava su colonne alte, qualcuno vi si arrampicava riuscendo a mantenere la posizione per tutto il pomeriggio con una capacità di resistenza non comune. Gli specialisti – una volta chiamati alienisti o anche frenologi – parlavano di catatonia cioè una malattia e non una reazione alla reclusione. Era invece l’impegno di un’energia enorme altrimenti destinata a chissà quale esplosione o implosione. Scomparsa la reclusione scomparve la catatonia, salvo qualche tendenza a ripercorrere, per paura del nuovo, strade già solcate…
L’architettura era impressionante: soffitti molto alti forse per facilitare la diluizione delle urla e per smorzarle. Letti di contenzione. Spioncini per controllare il recluso. Sportelli di protezione del televisore: quando andarono in disuso, nessuno più lo spaccò. Le persone rimuginavano lamentazioni, rivolte al passato; troppa la violenza subita per vivere a pieno il presente. Pure i loro disegni rimuginavano lamentele, frammenti di immagini terrifiche, calcoli matematici, simboli espressione di associazioni d’idee. Poco veniva scritto, su invito, mentre le parole fluttuavano eludendo totalmente eventuali controllori di volo.
Un ospite volle farsi fotografare con alle spalle un manifesto del film Orizzonti perduti:camicia bianca ben lunga, robusto, gioviale, mai di cattivo umore, sopracciglia così folte da parere teatrali. Argomento fisso gli insetti mosco-essenziali da cui difendersi – da giovane – nelle campagne di Lugo: un tarantolato romagnolo?
Le cartelle: rendicontazioni di torture da parte di sadici (inconsapevoli?) sicuri della propria scienza.
Ernesto, caduto in depressione per la morte della madre – lutto duro per tutti – studente universitario, sensibile, timido, non apriva più i libri. La famiglia considerò la sua reazione grave malattia. Internato. Aveva beneficiato di tutti i ritrovati del “progresso” psichiatrico. Gli era stato inoculato sangue malarico. Il gruppo dei visitatori non credeva ai propri occhi; lo avevano di fronte a loro, non in una ricostruzione storica di Foucault. Ernesto guardava di sottecchi attraverso occhiali spessi: ancora timido, gentile, a volte quasi pauroso, come al tempo della sua cattura. Ogni pomeriggio donava tabulati di formule matematiche. Gli era pesato non concludere gli studi; avrebbe dedicato la laurea alla mamma. Ma erano tempi in cui si entrava senza possibilità alcuna di uscire. Quando si cominciò a poterlo fare la furia dei medici aveva eroso la sua autonomia possibile. Davvero lo avevano curato senza tregua. Lui timido ma anche “ingrato”: fece trapelare un’esplicita avversione. Non ringraziò i medici delle “amorevoli” cure dando l’occasione ai carcerieri di confermare la diagnosi. «Ha persino interpretato l’inoculazione di sangue malarico come una volontà degli psichiatri di danneggiarlo». I familiari avranno annuito sconsolati ma rassicurati (troppo grave perché torni a casa). Ernesto ha resistito come ha potuto, partigiano di un battaglione sconfitto dalla potenza militare del nemico. Un’etichetta per tutti: “il paziente oppone viva resistenza alle cure: trasferito al 17”.
E di resistenti il gruppo ne incontrò tanti; anzi tutti avevano opposto viva resistenza.Antonio era stato sottoposto a dosi quotidiane di esks: panacea universale; terapia buona per tutto anche per impedire la masturbazione e guarire le nevrosi. Anche Antonio veniva dalla Romagna. Ormai libero aveva crisi di panico se gli si proponeva di usare la libertà per andare in un altro parco. Non riusciva a varcare il dissociato check point dell’ospedale. Uscire? Accompagnato? Insufficiente, almeno le prime volte. Dopo mesi riuscì a vincere la paura. Fu dopo un episodio impossibile da dimenticare. Si discuteva dell’uscita, lui appoggiato a un muro oscillava col corpo in avanti in continuazione. Due dei visitatori mettevano in campo le loro capacità per convincerlo. Lui, a un certo punto, uscì dalla sua monotona snervante oscillazione per fare un gesto che pareva una sberla. Il più vicino era Vittorio. Nell’approssimarsi dell’impatto si dipanò un suo percorso mentale: la pericolosità non esiste / Basaglia attaccato dai fascisti / Thomas Sheff-per infermità mentale… Quali i rischi? Da un lato la sberla; dall’altro il ricredersi sulla necessità di abbattere il manicomio. Vittorio aspettò: la mano di Antonio a un millimetro dalla guancia frenò con una potenza impensabile trasformandosi in carezza. Tutto era in salvo: la soddisfazione di non aver tentennato sullo stereotipo, la gioia di un’esperienza impossibile da dimenticare anche se moltopiccola… Ma tanto piccola?
Il gruppo frequentò per oltre un anno. Più passava tempo dal 1978 più il linguaggio della politica reiterava di voler superare il residuo manicomiale. Ma l’inflazione di buone intenzioni fu meno efficace della dipartita del residuo per motivi di età avanzata. Salvo lo stillicidio delle vittime come quelle che muoiono ad armistizio già dichiarato. Un ospite investito sulle strisce pedonali da un’auto (ah se il matto fosse stato tenuto sotto chiave non avrebbe ammaccato la carrozzeria omicida!). E dunque per lesa carrozzeria il medico del reparto fu processato. Oppure l’ospite aggredito da un compagno di sventura di un reparto chiuso con ribaltamento di ruoli da parte dei media.
Andate a visitare il parco se potete, non troverete nessun residuo. Sulle ceneri del manicomio è sorta una fetta di edilizia (popolare?). Ma se concentrate l’attenzione sul fruscio delle foglie, sentirete le risate gentili che tutte scambiavano con Angela, Chiara, Donatella, Giovanna, Manuela, Piera al reparto 10 e i liberatori borbottii cui Concetto, Massimo, Saverio e Vittorio davano significato nel reparto 17, mettendo tutte e tutti in comune quello sprazzo di serenità e di forza cui si riesce a dar vita visitando luoghi difficili.

lunedì 20 novembre 2017

ricordo di Giorgio Antonucci (due interviste)






Intervista di Dacia Maraini a Giorgio Antonucci

La Stampa, 26.7., 29 e 30.12.’78 [Questa intervista è stata fatta nel 1978 dalla scrittrice Dacia Maraini a Giorgio Antonucci allora responsabile del reparto "agitate" dell’Ospedale Psichiatrico (cioè il Manicomio) di Imola; Giorgio Antonucci aveva appena finito –in cinque anni- di togliere dalla clausura e liberare dai metodi coercitivi tali donne; la legge ‘Basaglia’ 180 era stata promulgata da pochi mesi; il luogo de "la Festa" descritta nella seconda parte dell’intervista è l’ex reparto "agitate"; riferimenti su Giorgio Antonucci in fondo ]



LA CONVERSAZIONE

"Gli istituti psichiatrici chiusi sono dei luoghi di tortura, delle sepolture...".

Giorgio Antonucci non ha niente del medico tradizionale, indaffarato, autoritario, privo di abbandoni che siamo abituati a conoscere. La sua faccia triste esprime una dolcezza morbida, acuta, quasi dolorosa. I suoi occhi sono pieni di una timida assorta attenzione.

"Ma la nuova legge, la riforma ha cambiato qualcosa?", gli chiedo.

"Certo, ha cambiato in meglio... Ma i medici sono sempre gli stessi di prima e hanno un’idea punitiva e inquisitiva della psichiatria".

"Quindi è un po’ come per l’aborto: fatta la legge non si riesce ad applicarla per l’ostruzionismo di chi tiene il potere negli ospedali".

"E così infatti... Nel mio caso quei sepolti vivi che dopo cinque anni di lavoro durissimo avevo riportato alla vita, rischiano di tornare in stato di prigionia".

"Puoi raccontare cos’è successo?".

"L’ospedale in cui lavoro, l’Istituto psichiatrico di Imola, sta cambiando struttura in seguito alla riforma. E il lavoro che abbiamo fatto coi degenti rischia di saltare per aria per l’ostilità dei nuovi dirigenti".

"Ma prima chi ti appoggiava?".

"Io sono stato chiamato a Imola da Cotti (direttore dell’Istituto) che voleva cambiare le strutture tradizionali. Ma presto ci trovammo tutti contro, medici e personale".

"Cosa facevi di così scandaloso?".

"Per prima cosa chiesi di lavorare nel reparto dei più pericolosi, i cosiddetti ‘irrecuperabili’ ".

"Irrecuperabili cioè non guaribili, è questo che vuol dire?"

"Per i medici tradizionali queste persone hanno un difetto nel cervello quello che viene chiamato malattia mentale, un difetto che non gli permette di avere una vita sociale accettabile. Secondo la legge, che ora è stata abolita, erano segregati perché pericolosi a se stessi e agli altri, propensi a creare scandalo pubblico".

"Malattia mentale quindi qualcosa di fisiologico, di interno ?".

"Sì, più o meno un guasto al cervello, derivante da una debolezza congenita. Secondo me invece i degenti non hanno assolutamente niente di diverso dagli altri, solo che si sono trovati in situazioni sociali difficili, di svantaggio nei riguardi del potere".

"Quindi per te la cosiddetta malattia mentale è esclusivamente un prodotto sociale".

"E nel ‘68 che si è cominciato a discutere pubblicamente sull’esistenza o meno della malattia mentale. Io ho lavorato con Basaglia nel ‘69. Lui la malattia mentale la vede come una cosa dinamica che investe le persone meno resistenti. Per me la psichiatria è un’ideologia che nasconde i problemi reali delle persone ricoverate. Freud stesso diceva che occupandosi dei conflitti nevrotici aveva smesso di fare il medico e si era messo a fare il biografo".

"E cosa pensi di quei conflitti arcaici che si pensa superino i problemi sociali e mettano radici nel profondo dell’inconscio ?".

"Non si possono applicare le categorie di Freud ai braccianti calabresi perché Freud analizza i borghesi dell’Ottocento".

"Quindi non credi all’universalità del complesso di Edipo, per esempio?".

"No, decisamente... Il complesso di Edipo, nasce in un certo tipo di famiglia, in una data situazione, in una data cultura".

"E quali sono i tuoi metodi di lavoro a cui i medici sono così ostili?".

"Ti faccio un esempio, quando arrivai a Reggio Emilia incontrai una donna, Santina, di 40 anni, che lavorava nelle montagne reggiane, era moglie di un muratore, aveva tre figli, era stata ricoverata molte volte. Per i medici aveva qualcosa di guasto da curare. Le facevano gli elettroshock. Io andai a parlare con la famiglia, con lei, col marito. Venne fuori una storia drammatica; Santina era figlia di contadini, giovanissima aveva fatto la domestica a Genova subendo una serie di esperienze traumatiche. Poi era tornata al paese, si era sposata. Ma ogni volta che aspettava un figlio stava male e il marito l’accompagnava all’ospedale. Qui la riempivano di psicofarmaci e le applicavano gli elettrodi. Per la famiglia quel suo uscire e entrare dall’ospedale era normale".

"E guarita poi Santina?".

"Sì... Intanto ho eliminato gli psicofarmaci e l’elettroshock, poi ho parlato col marito, col sindaco del paese, coi vicini. Col marito ho avuto una discussione dura, una lite. Ma dopo le cose sono cambiate. Santina non è più stata ricoverata e quando è rimasta di nuovo incinta non è stata più male".

"Quindi analisi della situazione reale in cui vive la persona che sta male più che del suo inconscio".

"L’atteggiamento del medico è importantissimo. Non si può avere rapporti di fiducia con persone che non consideri uguali a te. I medici trattano i ricoverati come degli inferiori e loro rispondono con la violenza o l’apatia".

"Mi dicevi che hai lavorato soprattutto in reparti di donne...".

"Le donne spesso sono dentro per ragioni di costume, per avere trasgredito la morale comune. A Imola ho liberato una donna che era stata internata perché ragazza madre. Da 26 anni stava legata al letto. Le ho chiesto perché l’avevano chiusa. E lei mi ha detto: "Perché sono schizofrenica". Ho insistito chiedendole perché secondo lei era stata chiusa. E alla fine mi ha detto: "Perché mi piacciono gli uomini". Testuale. Dopo un anno di lavoro l’ho dimessa. Il problema spesso è di trovare qualcuno che le accolga. Lei per fortuna aveva un fratello che l’amava e l’ha accolta in casa.

"Da un libro che è uscito nelle Edizioni delle donne infatti risulta che la maggior parte delle donne vengono internate per trasgressioni ai doveri sessuali o casalinghi, cioè per rifiuto del ruolo tradizionale".

"Quando io entrai nel reparto delle irrecuperabili i medici mi ridevano dietro. C’erano donne legate da dieci, venti anni, che non erano più capaci di parlare, di camminare, di mangiare. Io le slegai. Tutti si aspettavano la catastrofe. Fra l’altro c’era stato il precedente di un medico che aveva dato l’ordine di slegarle e poi se ne era andato. Le donne, abituate alla costrizione, con tutta l’angoscia che avevano dentro, appena slegate hanno cominciato a picchiarsi. E subito naturalmente le avevano rilegate".

"E tu come hai fatto?".

"Io le ho slegate, ma non tutte insieme, due per volta e poi stando

presente, parlando con loro, con le infermiere. Poi feci aprire le porte,

levare le inferriate. Il reparto era

chiuso come una fortezza. Infine fra lo scandalo dell’istituto, le feci uscire nel parco. Il lavoro più duro era, giorno per giorno, ridare loro la fiducia in sé, la capacità di essere indipendenti".

"E ci sei riuscito?".

"Dopo tanti anni di letto, legate mani e piedi da cinture di pelle, la camicia di forza e qualche volta, come ho visto addosso a una contadina che aveva l’abitudine di sputare una specie di museruola di plastica che le chiudeva la bocca, si facevano tutto addosso, non volevano vestirsi, non camminavano. Non riuscivano neanche a mangiare—molte avevano i denti davanti spezzati sia per gli elettroshock che per l’uso dello scalpello quando si rifiutavano di aprire la bocca—avevano i muscoli atrofizzati. Era come fare rivivere dei morti".

"E il personale come reagiva?".

"Le infermiere prima avevano paura, paura delle malate—abituate ad essere legate come cani quando venivano slegate in effetti mordevano—paura dei medici che le consideravano delle serve e anche le usavano come terreno di caccia. Da principio quindi hanno fatto difficoltà ma poi credo che sia stato un sollievo anche per loro".

"E quanti reparti hai aperto con questo sistema?".

"Dopo il 14, il più difficile, ho aperto il l0 e poi il 17 maschile, anche quello considerato irrecuperabile. Nel frattempo è cambiato qualcosa, altri reparti provavano ad aprirsi, anche se a metà".

"E ora?".

"Ora con la riforma, Cotti non è più direttore dell’Istituto psichiatrico, le sezioni dipendono dal primario. E questo primario non crede assolutamente ai metodi che uso io. Lui è per i vecchi sistemi dell’elettroshock, della camicia di forza, degli psicofarmaci e i centoquarantasette degenti che ora stanno slegati rischiano di tornare in cattività".

"Cosa si può fare per evitarlo?".

"Parlarne, fare sapere alla gente come stanno le cose. Quando io ho detto alla madre di quella donna che stava legata da 20 anni che sua figlia non avrebbe mai dovuto essere ricoverata, si è messa a piangere: "A me nessuno mi aveva mai detto una cosa simile". La gente non sa si affida ai medici e non immagina che la maggior parte dei casi sono dovuti a conflitti facilmente risolvibili. I medici, anziché guarirli, li puniscono, li legano, li rendono inoffensivi...".

"Fanno i poliziotti insomma anziché i guaritori".

"Legare una donna per venti anni a un letto vuol dire ucciderla. . . ".

"Quindi queste donne dimostrano una grande forza non facendosi distruggere del tutto...".

"Infatti... Se le avessi viste quando sono uscite nel parco la prima volta... Rovinate Come sono, coi denti rotti, i muscoli atrofizzati, la lingua inarticolata... Erano felici ed esprimevano questa felicità con grande vitalità. Tornare a legarle sarebbe un crimine".

Credo che non ci sia bisogno di commenti a questo dialogo con Antonucci. Io stessa l’anno scorso qui a Roma ho seguito un esperimento di un gruppo di ragazzi che hanno "liberato" degli handicappati. Costoro prima (chiusi e rimpinzati di pillole) non parlavano, non mangiavano da soli, e non potevano uscire. Dopo un anno di lavoro in comune giravano il quartiere da soli, andavano a lavorare, discutevano, partecipavano, decidevano come gestire i soldi, ecc... E non si tratta di beneficenza ma di una migliore convivenza di tutti. Rinchiudere e legare chi appare diverso è come chiudere e legare una parte di noi, forse la migliore, certamente la più carica di originalità e di sensibilità.





LA FESTA

E’ un sabato freddo. La neve spalata ai bordi della strada si scioglie lentamente colando acqua nera. A Imola ci sono tre gradi sotto zero. Le gomme della macchina scivolano sopra uno strato di brina ghiacciata. Chiedo dell’ospedale della Scaletta. Mi indicano un alto muro dietro al quale si alzano dei blocchi gialli. Chiedo del padiglione 10. E laggiù, mi dicono. Imbocco un vialetto corto e largo fiancheggiato da grossi ippocastani e posteggio accanto ad un autobus celeste.

Una volta aperta la porta del reparto mi trovo in una sala lunga e stretta affollata di gente. In fondo sotto un affresco di mari ondosi su cui navigano barche dalle vele rosse, ci sono i ragazzi dell’Aquila venuti qui per suonare. Fra l’orchestra e la porta tante sedie con tanti ricoverati donne e uomini. La festa l’hanno organizzata loro, con l’aiuto del dottor Antonucci e degli infermieri.

Una donna vestita di giallo e di lilla mi abbraccia e mi bacia sulle due guance. Un’altra donna magra, senza denti, i capelli scarmigliati, gli occhi splendenti, un sorriso mesto, si siede accanto a me e mi spiega, con gesti e parole scombinate ma piene di entusiasmo, cosa ha sognato la notte scorsa. La musica di Mozart, con la sua armonia esplosiva dilata gli spazi, entra in queste facce contratte segnate dalle torture trasformando la bruttezza in bellezza, si fa liquido delicato piacere.

I ragazzi dell’orchestra con le loro barbe, i loro blue jeans, i loro capelli lunghi suonano, impetuosamente brandendo i corni, i violoncelli gli oboi. Alcuni dei degenti si mettono a ballare. Altri ascoltano a bocca aperta, facendosi cullare dalla meraviglia di quelle note. Una donna mi invita a ballare. E’ bassa, robusta, ha i capelli neri ispidi che le circondano la faccia dai tratti marcati. Le mancano i denti davanti, come a tante altre; ha gli occhi brillanti, un’espressione di testarda ilarità che la rendono infantile nonostante i suoi anni.

Balliamo come due orsi, in un abbraccio goffo e pesante. Più tardi saprò che questa donna è stata legata per anni, e che quando il reparto era chiuso non riusciva a parlare, a mangiare da sola, sputava addosso a chiunque le si avvicinasse, rifiutava i vestiti e le scarpe. Ora balla, parla, mangia, cammina come una persona qualsiasi.

Nessuno aveva pensato in tanti anni che proprio nel suo sputare stava il segno della sua integrità: anziché diventare un vegetale come volevano i medici, si accaniva a protestare, nel solo modo che le era ormai possibile, contro la prigionia. Sottoposta agli elettroshock (ne ha fatti più di 50), piena di psicofarmaci, legata mani e piedi col bavaglio sulla bocca, era oggettivamente una "idiota". Ora è tornata ad essere una persona intelligente.

Passa una infermiera con un vassoio pieno di paste. Gli occhi dei ricoverati si fissano avidi su quei pasticcini. Come per tutti i reclusi il cibo è diventato sacro: nel cibo si cerca affetto. soddisfazione sessuale, magia. Il cibo, soprattutto i dolci ricordano al recluso che il suo corpo esiste anche per provare dei piaceri, che la sua pancia non è solo un sacco in cui si cacciano le minestre e le medicine per mantenersi in vita, ma è anche un posto dove lasciare scivolare qualcosa di assolutamente inutile, forse anche dannoso, ma quanto capriccioso, tenero e amabile! Un ricoverato che stava per uscire torna indietro, posa religiosamente la giacca su una sedia e aspetta con pazienza che il vassoio arrivi da lui. Una donna si asciuga la bocca con cura meticolosa, posa il bicchiere di carta pieno di aranciata sotto la sedia, si sporge in avanti, pronta a ricevere la sua parte.

Piero Colacicchi, uno degli artisti che collaborano col dottor Antonucci, mi chiede se voglio fare un giro per gli altri padiglioni. Dico di sì. Usciamo nel freddo di un crepuscolo celeste e argento. Camminiamo in mezzo agli ippocastani, ai tigli, alle acacie profumate fra i fabbricati tutti uguali dell’ex ospedale psichiatrico. Molte finestre sono illuminate. Dietro le finestre si intravedono delle facce bianche, attonite. Bussiamo a una porta. Ci viene ad aprire una infermiera con un grosso mazzo di chiavi alla vita. Nella sala ci sono una quarantina di donne chiuse dentro grembiuli grigi tutti uguali. Ci assale un tanfo di disinfettante, misto a cibo ordinario e sudore che dà il capogiro. Tre infermiere robuste, pratiche, piene di buon senso e di allegria ci mostrano il dormitorio con i letti perfettamente puliti, allineati uno accanto all’altro, il refettorio con le tavole coperte da tovaglie di plastica a quadri. Qui dormono, qui mangiano, qui si riposano. Tre grandi sale in cui convivono quarantacinque donne di tutte le età. I gabinetti sono 4, i bagni due, i lavandini 6. La porta di ingresso è chiusa a chiave. Le finestre sono sbarrate. La differenza coi reparti aperti si sente subito. Lì i ricoverati si sentono padroni di sé, qui sono proprietà di coloro che li controllano, li puniscono. Lì sono vestiti di tutti i colori con roba che hanno scelto loro; qui portano divise che mortificano i loro corpi e li rendono tutti uguali. Lì sono ascoltati come persone che hanno avuto delle difficoltà con l’ambiente in cui vivevano ma non per questo hanno perso la capacità di capire e sentire: qui sono trattati con la bonomia paternalistica di chi decide per loro, agisce per loro, pensa per loro. Le infermiere non possono non fare ciò che i medici dicono loro di fare. La loro personalità viene fuori clandestinamente nei rapporti a tu per tu con le degenti, e sono rapporti fatti di crudeltà e di dolcezza come tutti i rapporti non liberi. Esse si fanno volentieri mamme a volte tenerissime e cordiali, a volte violente e sadiche. Non possono, perché non gli è permesso e nessuno gliel’ha insegnato, avere un rapporto da pari a pari. In un altro padiglione chiuso di soli uomini noto che il movimento avviene tutto per linee orizzontali. Mentre le donne girano in cerchio gli uomini vanno su e giù tracciando delle parallele sul pavimento logoro. Un ragazzo mi mostra una scatola di cartone in cui tiene chiuso il suo segreto. Vuole che tocchi la scatola ma non devo aprirla. Ha le orecchie come due riccioli di carne. E sordo e muto. E guarda con due occhi dolorosi e lontani. Un altro si presenta compito, saluta, si ravvia i capelli, dice alcune frasi cerimoniose, risaluta, si allontana. Hanno qualcosa di spettrale, di spento che, ora capisco, è dovuto soprattutto agli psicofarmaci. Dal padiglione maschile chiuso passiamo a quello aperto. L’atmosfera è subito diversa: confusione, vocio, disordine, colori. Ci viene incontro un uomo mezzo nudo che si muove a quattro zampe. Il peso del corpo gravita tutto sulle due grosse mani callose. Le spalle sono da lottatore; le gambe, atrofizzate, molli e rattrappite, se ne stanno ciondoloni senza forza. Quest’uomo è stato chiuso e legato da quando aveva otto anni. Oggi ne ha quaranta e solo da poco è libero di muoversi come vuole. Si guarda intorno torvo e risoluto; il candore gli illumina le guance. Nello sguardo c’è il ricordo truce di chi è stato costretto a farsi scimmia per sopravvivere. Torniamo alla festa nel padiglione aperto delle donne. Ora molti dei ricoverati chiacchierano con quelli dell’orchestra facendo ressa attorno agli strumenti, toccandoli provandoli. La maggior parte delle seggiole solo vuote. Il pavimento è cosparso di bicchieri di carta. C’è un’atmosfera di eccitazione languida di fine festa, un calore diffuso che appanna i vetri e lustra le guance dei ricoverati.

Prima di andare via, ormai è l’ora di cena, visitiamo il dormitorio dove alcune donne sono rimaste a letto perché malate. Ci accolgono con battute scherzose, allegramente, salvo una che soffre di acuti dolori alla pancia e mugola piano rannicchiata nel suo cantuccio. Le pareti sono coperte di stampe colorate, disegni, fiori, stelle. Una ragazza in vestaglia va e viene portando dei dolci.

Mentre i ragazzi del Gruppo da camera dell’Aquila rinfoderano i loro strumenti e i pittori che collaborano alle iniziative culturali (fra cui Luca Bramanti che ha dipinto molti degli affreschi qui) si preparano a tornare a casa, faccio qualche domanda ad Antonucci. Per prima cosa gli chiedo perché, visto il buon risultato che lui ha ottenuto, non si fa la stessa cosa negli altri padiglioni.

"Prima di tutto perché è molto faticoso - risponde Antonucci con la sua voce quieta, dolce - mi ci sono voluti cinque anni di lavoro durissimo per ridare fiducia a queste donne; cinque anni di conversazioni, di presenza anche notturna, di rapporto a tu per tu. Però non si tratta di una tecnica, ma di un diverso modo di concepire i rapporti umani " . "In che consiste questo metodo nuovo per quanto riguarda i cosiddetti malati psichici?"

"Per me significa che i malati mentali non esistono e la psichiatria va completamente eliminata. I medici dovrebbero essere presenti solo per curare le malattie del corpo. Storicamente da noi la psichiatria è nata nel momento in cui la società si organizzava in modo sempre più rigido, e aveva bisogno di grandi spostamenti di mano d’opera. Durante queste deportazioni fatte in condizioni difficili, ostili molte persone rimanevano disturbate, confuse, non producevano più bene e quindi c’era l’esigenza di metterle da parte. Rosa Luxemburg dice: "Con l’accumulazione del capitale e lo spostamento delle persone si allargano i ghetti del proletariato". Nel ‘600 in Francia quando si forma la monarchia assoluta (lo Stato), i manicomi venivano chiamati "luoghi di ospizio per persone povere che disturbano la comunità". La psichiatria è venuta dopo come copertura ideologica. Nel trattato di psichiatria di Bleuler che è l’inventore del termine schizofrenia è detto che schizofrenici sono coloro che soffrono di depressioni, che si immobilizzano o girano intorno ossessivamente per il cortile. Ma che altro potevano fare così reclusi? Infine Bleuler conclude senza volere, comicamente: "Sono così strani che alle volte assomigliano a noi". "Insomma tu dici che la malattia mentale non esiste ma esistono dei conflitti sociali di fronte a cui alcune persone più fragili o più oppresse soccombono."

"Sono i medici spesso che fanno il malato. Ti faccio un esempio che mi è capitato recentemente a Firenze. Un bambino mancino viene sgridato dalla maestra perché "diverso" dagli altri. Il maestro di musica fa notare che l’allievo non batte bene il tempo. Il bambino comincia a sentirsi inferiore agli altri si rifiuta di andare a scuola. La madre ne parla con la maestra che le dice: "Suo figlio è anormale, lo faccia vedere da un medico" e la manda al Centro di igiene mentale. Lì uno psichiatra le dice che il figlio ha dei disturbi di "lateralità", che va curato. Per caso a questo punto vengono da me. Dico alla madre che il bambino è sanissimo e ha il diritto di scrivere con la mano che vuole. Così lei va dalla maestra e finalmente difende i diritti del bambino".

"Era un bambino ricco o povero?

"Il fatto è proprio questo: il bambino era di una famiglia che non conta e gli insegnanti avevano un atteggiamento di discriminazione sociale. Ti faccio un altro esempio: una donna sposata con un operaio, ha due bambini, fa la casalinga, non si intende bene col marito, comincia a soffrire di insonnia, di angosce, di paure. Sta male, dimagrisce, è nervosa. Il medico le consiglia di andare al Centro di igiene mentale. Lei si rifiuta di prendere gli psicofarmaci che le propongono; e allora la mandano all’ospedale civile dove gli psicofarmaci è costretta a prenderli per forza. Il trattamento sanitario è una violenza non serve a niente".

"Alla Scaletta si fanno ancora gli elettroshock?". "Non più. Da quando Cotti è entrato come direttore sono stati eliminati l’elettroshock e altre forme più vistose di tortura" . "E gli psicofarmaci e il letto di contenzione?". "Gli psicofarmaci sono ancora usati largamente. In quanto al letto di contenzione, se il ricoverato non disturba viene lasciato a se stesso ma se disturba, lo si lega. Nei miei reparti (sono tre) ho abolito da tempo sia gli psicofarmaci che la contenzione. Da me se due litigano, li si lascia litigare. Da dieci anni che lavoro non ho mai fatto un ricovero obbligato, per me il ricovero obbligato è una deportazione". "E la nuova legge in che modo ha cambiato le cose qui dentro?". "Di fronte alla legge ora si verificano tre situazioni diverse: la prima riguarda quelli che già sono dentro le istituzioni psichiatriche, i lungodegenti; verso costoro la legge permette l’uso di vecchi metodi repressivi (quasi ovunque ancora si usano elettroshock, corsetti, detenzione e psicofarmaci); la seconda riguarda le persone al centro di conflitti nel territorio, per le quali la legge ammette l’uso di psicofarmaci per renderle innocue (vedi le ragazze che vengono rimpinzate di tranquillanti perché non escano la sera o perché non si droghino, o non pratichino il sesso); la terza riguarda le persone che non si riescono a controllare con psicofarmaci e per cui la legge prevede che vengano mandate all’ospedale civile dove saranno sottoposte al trattamento sanitario obbligatorio. In tutti i casi la linea del metodo psichiatrico è di tenere le persone sottomesse sotto controllo".

"Qual è secondo te l’alternativa?".

"L’alternativa sta nell’identificare i diritti individuali delle persone nella situazione sociale e storica in cui vivono e nell’ottenere il consenso e la partecipazione attiva della comunità attraverso i comitati di quartiere, i consigli di fabbrica, le scuole". "Insomma sei d’accordo con Pirella (*) quando dice che ‘bisogna adottare iniziative precise per la formazione professionale dei ricoverati, occorre garantire loro il diritto di avere una casa’ ".? "Certo sono d’accordo. Però mi sembra che il discorso di Pirella non è del tutto chiaro. Mi sembra di capire che lui comunque vuole mantenere un certo tipo di assistenza psichiatrica. Mentre io sono per abolirla del tutto".

(*) [Nota attuale di No!Pazzia]: Agostino Pirella, braccio destro di Franco Basaglia a Trieste, poi direttore del manicomio di Arezzo che ha 'aperto'; figura di spicco di 'Psichiatria Democratica' negli anni 80-00, non ha mai -insieme del resto a tutti gli epigoni basagliani- sostanzialmente messo in discussione la psichiatria medica - che noi fossimo 'malati' da 'medicare'-; quasi sempre i malati sono stati trattati - nei loro reparti psichiatrici ma anche fuori dalle dislocazioni sul territorio cioè a casa - a dosi più o meno massicce di farmaci antipsicotici a tempo indeterminato, quasi sempre di fatto a vita, di fatto avvilenti la volontà e deterioranti il corpo e la mente. Non guariti ma drogati !

domenica 7 maggio 2017

ancora sul TSO e non solo, botta e risposta fra Anna Grazia Stammati e Piero Cipriano

Botta.../Non basta eliminare il manicomio, bisogna distruggerne gli elementi costitutivi
Sui numeri 408 e 411 di “A” - rivista anarchica, sono state pubblicate due interviste sulla psichiatria, una fatta a Giorgio Antonucci da Moreno Paulon (Psichiatria e potere), l'altra fatta a Piero Cipriano da Daniela Mallardi (La dignità dei devianti).
Ringrazio per questo la redazione della rivista che pone sul tappeto la controversa e annosa questione “psichiatrica”, attraverso la diretta rappresentazione del pensiero di chi opera in quei contesti. Leggendo le due interviste sono rimasta, però, a dir poco perplessa dal gratuito, violento e immotivato “attacco” che Piero Cipriano, lo psichiatra che si autodefinisce “anarchico-riluttante”, ha sferrato nei confronti di Giorgio Antonucci, uno dei protagonisti della lotta per la liberazione dei degenti psichiatrizzati condotta negli anni settanta in Italia e uno degli ultimi rimasto sulla scena internazionale a testimoniare e lottare per la liberazione dal “pregiudizio psichiatrico”.
Premetto di aver letto tutti e tre i libri di Cipriano e di averli trovati (eccezion fatta, forse, per l'ultimo) testi interessanti, perché in questi viene ben descritta sia la realtà “manicomiale” dei reparti degli ospedali italiani ancora destinati ai “malati di mente”, sia la pratica dell'annichilimento farmacologico dei pazienti da parte degli stessi psichiatri.
Ma quale colpa ha commesso Antonucci, per attirarsi tale veemente aggressione, proprio lui che slegava insieme a Cotti e Basaglia i degenti e ai quali proprio a Cividale quest'ultimo inviava i casi più difficili? Quella di aver sostenuto (allora come ora) la necessità di abolire il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), ovvero il ricovero coatto, il dispositivo medico-giuridico ancora presente nella legge 180/78, che, pure, ha determinato la morte violenta di Francesco Mastrogiovanni, Mauro Guerra, Massimiliano Malzone, Andrea Soldi (solo per citare gli ultimi casi), deceduti proprio a causa del TSO. Il manicomio non è solo un edificio, è un criterio.
“Fintanto che lo Stato si potrà permettere di sequestrare un cittadino per il suo pensiero, i manicomi saranno dappertutto” dice Antonucci, affermando che questo ha segnato da sempre un punto di distanza con Basaglia, il quale non si è mai espresso contro il trattamento sanitario obbligatorio. Ma procediamo con ordine.
L'Antonucci “demagogo”
Cipriano definisce Antonucci “demagogico”, ma non dovrebbe sfuggirgli che il significato originario del termine è “arte di guidare il popolo” e, in realtà, Antonucci, dal 1970 al 1972 (dopo l'esperienza di Cividale, dunque), ha diretto il Centro di Igiene Mentale di Castelnuovo Ne' Monti (sull'Appennino reggiano), mobilitando la popolazione contro il manicomio di Reggio Emilia e Modena e utilizzando proprio l'arte di guidare il popolo per scardinare l'istituzione manicomiale, non certo per ingannare il popolo con facili promesse o facili discorsi.
Non ci sembra però che lo psichiatra “anarchico-riluttante” utilizzi l'aggettivo in tal senso, quando afferma “Quello di Antonucci è un discorso demagogico. La malattia mentale certo che non esiste in quanto malattia, siamo d'accordo, ma la sofferenza psichica, o il disagio, o chiamiamolo come vogliamo, quello c'è, lo vediamo, e una persona così sofferente la libertà l'ha già perduta prima ancora che intervenga la psichiatria con le sue armi di precisione e repressione. Quindi non si tratta solo di liberare le persone sofferenti dalla psichiatria, ma liberarle da quella sofferenza [...] non contesto lo strumento del TSO”.
Lo psichiatra “anarchico-riluttante”, dunque, sostiene che coloro che incappano nel TSO sono persone “sofferenti” che vengono internate nei reparti psichiatrici di diagnosi e cura per essere “liberate” da una sofferenza che gli ha fatto perdere la libertà. Purtroppo non possiamo più chiedere a Francesco Mastrogiovanni, maestro e anarchico, la sua opinione in merito a questa teoria della “liberazione” dalla sofferenza, sostenuta e praticata dagli psichiatri attraverso il ricovero coatto, visto che è morto dopo quattro giorni di torture perpetrate sul suo corpo di condannato, nel reparto di diagnosi e cura dell'ospedale di Vallo della Lucania; né purtroppo possiamo chiederlo ai tanti altri come lui deceduti a causa del TSO.
L'Antonucci di Cividale
Il tentativo di demolizione della figura di Antonucci continua a a pag. 30 (“A” 411), quando Cipriano, sostenendo che le premesse teoriche avvicinavano tra di loro Basaglia, Antonucci e Szas, sottolinea che era la pratica a dividerli: il primo dedito al suo impegno sisifico di liberare interi manicomi, il secondo dedito alla sua “marginale e irrilevante” esperienza di Cividale conclusasi dopo solo sei mesi, il terzo dedito al lieve esercizio di psicoterapia.
E qui si capisce che dietro l'attacco ad Antonucci c'è lo psichiatra che vede messo in discussione il proprio ruolo, visto che Antonucci, proprio a proposito di Cividale, senza cedere alle lusinghe di chi vedeva in quell'azione l'inizio del movimento di riforma della psichiatria, ribadì già allora, senza alcuna ambiguità, il punto di vista fondamentale che aveva guidato l'azione del gruppo di Cividale: “Noi non riteniamo possibile separare la negazione delle istituzioni psichiatriche dalla negazione della psichiatria come scienza, perché è per l'appunto la psichiatria che ha costruito i manicomi, che li costruirebbe ancora, e che continua a giustificarne l'esistenza”.
“Sul piano politico si potrebbe fare un parallelo molto significativo. Non è possibile apprestarsi a distruggere i lager e i ghetti senza negare e distruggere l'ideologia della razza, di cui i lager e i ghetti sono una logica e inevitabile conseguenza”. Peraltro quello di Cividale è stato solo il primo (seppur importantissimo) dei numerosi incarichi ricoperti da Antonucci nella sua lunga vita di medico (svolta tutta negli ospedali pubblici e, fuori da questi, prestata solo gratuitamente nei confronti di tutti e tutte coloro che ne hanno richiesto l'intervento) che solo quando si conclude, per la repressione poliziesca che porta alla chiusura del reparto, aveva 12 pazienti.
Ma dopo quell'esperienza, Antonucci, l'anno successivo, viene invitato a Gorizia, a lavorare nello stesso ospedale di Basaglia e poi a Reggio Emilia, chiamato da Jervis, come responsabile del Centro di igiene mentale nel 1970, dove matura la definitiva distanza tra una pratica tesa a ragionare in termini di tutela dell'ordine pubblico (Jervis) e una tesa a ragionare in termini di conflitto tra individuo e società e di diritto dell'individuo ad essere rispettato nella sua libertà (Antonucci).
Terminata l'esperienza a Reggio Emilia, Antonucci si dedica, dal 1973 al 1997, allo smantellamento dei reparti manicomiali di lungodegenti negli istituti di Imola e dal 1997 continua a dedicarsi (gratuitamente) alla sua battaglia per lo smantellamento dei residui manicomiali, i reparti psichiatrici dei servizi di diagnosi e cura, proprio dove lavora Cipriano, che non a caso dedica il terzo attacco ad Antonucci proprio in difesa di questi reparti.
L'Antonucci “eretico” smantellatore del TSO
Afferma Cipriano: “Si può lavorare da manicomiale in un CSM e da territoriale in un SPDC. Facendo, in fondo, ciò che Antonucci dice di fare: revocare i TSO o non convalidarli, sciogliere i legati o non legarli, ridurre il carico dei farmaci, dimettere qualche paziente”.
C'è da rimanere sbalorditi, ma cosa significa “facendo, in fondo, ciò che Antonucci dice di fare”? Antonucci non dice di farlo, lo ha fatto (e questo appartiene oramai alla storia) attuando concretamente e incessantemente tale pratica dal 1968 al 1997, ben oltre la data dell'approvazione di una legge che, se non avesse avuto medici e infermieri ad applicarla, sarebbe rimasta semplicemente lettera morta.
Ma Antonucci non si è fermato a quello, è andato oltre tale pratica, evidenziando ancor prima che fosse approvata la legge 180, i limiti di un'azione tesa ad abolire i manicomi, senza preoccuparsi di demolire il vero elemento su cui si basa il potere psichiatrico, “l'arresto psichiatrico”. D'altra parte lo dice già Foucault quando inquadra gli spostamenti da lui operati, nel Corso al Collegè de France del 1973, rispetto alla Storia della follia, sostenendo che uno di questi spostamenti riguarda proprio la nozione di istituzione, poiché la cosa essenziale non è tanto l'istituzione quanto piuttosto il potere psichiatrico che ne consente il funzionamento. “L'aspetto importante – sostiene Foucault – non è dunque costituito dalle regolarità istituzionali, bensì, e in misura molto maggiore, dalle disposizioni di potere, dalle correlazioni, dalle reti, dalle correnti, dagli scambi, dai punti di appoggio, dalle differenze di potenziale che caratterizzano una forma di potere [...]. Detto in altri termini, prima di riferirci alle istituzioni, dobbiamo preoccuparci dei rapporti di forza sottesi alle disposizioni tattiche che attraversano le istituzioni.” (Michel Foucault Il potere psichiatrico. Corso al Collège de France 1973-74, Feltrinelli, pagg. 24-28).
È esattamente questo che sostiene Antonucci quando parla di abolire il TSO: se si elimina il manicomio, ma se ne lasciano intatti gli elementi costitutivi, l'istituzione manicomiale tende a riprodursi, con i suoi meccanismi, i suoi reticoli di potere, appoggi e rapporti di forze che lo riperpetuano eternamente.
Anna Grazia Stammati
(presidente Telefono Viola)
Roma

...e risposta/ Ma il TSO, usato con etica, è uno strumento di tutela

Tanto per sottolineare l'importanza delle parole: non mi sono mai definito anarchico-riluttante. Mi sono definito psichiatra riluttante, e mi sono definito anarchico, non è la stessa cosa ripetere, a ogni frase, che sarei “anarchico-riluttante”. Quando si dice del potere della parola, in cui gli psichiatri sarebbero maestri, l'arte della prestidigitazione semantica con cui imbrigliare esistenze in etichette diagnostiche: ebbene, mi pare che non occorra essere psichiatri per adoperarsi in quest'arte.
Sarò breve, perché servirebbe un intero libro per affrontare l'annosa questione tra psichiatria e antipsichiatria da una parte, e psichiatria anti-istituzionale dall'altra. La mia polemica con Antonucci non è affatto violenta. Segnalo, semplicemente, un'evidente differenza di peso, e di ricadute concrete, anche sul piano legislativo, tra le pratiche dei due (Antonucci e Basaglia). Ho sempre trovato debole, effimera, la proposta antipsichiatrica di cui si fa portavoce, come trovo debole la proposta del suo ideologo di riferimento più noto, Thomas Szasz. Ma questo l'ho scritto in un capitolo de Il manicomio chimico, dal titolo Basaglia, Szasz e l'antipsichiatria, e non mi voglio ripetere. Chi vuole si vada a leggere là come la penso.
Infine, ribadisco ciò che già dico nell'intervista: non penso che il problema sia il TSO, né la psichiatria: non è il TSO che ha ucciso Mastrogiovanni e Casu e Soldi e Guerra e Malzone e centinaia di altri che non raggiungono le cronache, sono le pratiche psichiatriche repressive, manicomiali, poliziesche ad averli uccisi. Ed è queste che io contesto. Il TSO, usato con etica, è uno strumento di tutela, è più violento, a mio parere, l'abbandono di una persona che ha una sofferenza psichica grave e non accetta aiuto alcuno. E chi ha avuto esperienza con persone in tale difficoltà sa di cosa parlo.
Abbandonare una persona con un grave delirio, o una grave depressione, in nome della sua libertà, è più violento che porlo in TSO. Dunque: sì a eliminare le fasce, sì a eliminare l'elettrochoc, sì a ridimensionare il dominio del farmaco, sì a eliminare i SPDC, in presenza di CSM fortissimi, sempre aperti, accoglienti, popolati da operatori etici e dalla società cosiddetta civile, no ad abolire il TSO, perché questo è un falso problema: in assenza di TSO significa consegnare una persona, con una sofferenza psichica grave (mettiamo che ha un pensiero delirante per cui si chiude in casa col gas aperto), alle forze dell'ordine. Invece dell'arresto sanitario (come viene definito talvolta il TSO) ci sarebbe l'arresto tout court. Che non sarebbe meglio.
Piero Cipriano
Roma

giovedì 6 aprile 2017

intervista a uno psichiatra riluttante

(intervista di Daniela Mallardi)

Dopo “La Fabbrica della cura mentale” e “Il manicomio chimico”, Piero Cipriano pubblica con Elèuthera il suo terzo e ultimo libro di psichiatria riluttante, dove esamina come, a partire dal luogo-non luogo dove si deposita la massima sofferenza psichica (il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, appunto), si imbatta quotidianamente in diagnosi sbrigative e facili. In questo atto di narrazione finale, Cipriano spiega il rischio di una società che a ogni deviante appiccica la sua etichetta, che diventa nulla più che un insieme obbligato di regole e di come si possa, invece, sovvertirne percorsi, farmaci e forse perfino l’idea stessa della cura. 
Come già aveva fatto in precedenza nel testimoniare la difficoltà di accondiscendere all’imbruttimento del manicomio e alle abbuffate farmacologiche, con “La società dei devianti”, Cipriano, psichiatra e psicoterapeuta, a partire dal Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura in cui lavora, si e ci interroga sul paradigma dell’ideale di salute, e ridefinisce lo statuto della tristezza, senza ascriverla necessariamente alla depressione. Ad animare il libro compare lui, il personaggio narrativo, psichiatra basagliano e a tratti autobiografico, che ricorda come la vischiosità classificatoria delle forme di depressione con l’uso a cascata di farmaci, rappresenti la delegittimazione della tristezza. 
In questo libro con uno stile tra saggistica, racconto e divulgazione, Cipriano esprime come in una società performativa e prestazionale, qualsiasi forma di devianza venga non solo mal tollerata ma anche patologizzata, come se l’officina della salute mentale dovesse produrre sempre e nuovi malesseri su cui orientare una presunta direzione di cura. 
D’altronde, per Basaglia, lavorare al cambiamento sociale significava proprio superare i rapporti di oppressione e vivere la contraddizione del rapporto con l’altro, accettare la contestazione, e dare valenza positiva al conflitto, alla crisi, alla sospensione di giudizi, all’indebolirsi dei ruoli e delle etichette identitarie.
D.M.
Sul penultimo numero di “A” rivista anarchica (giugno 2016, anno 46, n. 5) Giorgio Antonucci si professa diverso da Basaglia in quanto sostiene che mentre quest’ultimo fosse contro il manicomio, lui invece è contro il ricovero coatto (il TSO, insomma). E tu? Tra Antonucci l’antipsichiatra e Basaglia lo psichiatra anti-istituzionale, dove ti collochi? 
Quello di Antonucci è un discorso che trovo demagogico. La malattia mentale certo che non esiste in quanto malattia, siamo d’accordo, ma la sofferenza psichica, o il disagio, o chiamiamolo come vogliamo, quello c’è, lo vediamo, e una persona così sofferente, la libertà l’ha già perduta prima ancora che intervenga la psichiatria con le sue armi di precisione e repressione. Quindi non si tratta solo di liberare le persone sofferenti, dalla psichiatria, ma liberarle pure da quella sofferenza che un tempo si chiamava follia. Allora, in certi casi, bisogna assumersi la responsabilità di decidere, per quella persona non più in grado di farlo. Per cui, io pure revoco, o non convalido, moltissimi Trattamenti Sanitari Obbligatori, quasi sempre inutili, ingiustificati. Però non contesto lo strumento del TSO.
L’impresa titanica di Basaglia
Non mi pare che sia questo strumento, se usato con parsimonia e in casi eccezionali, il vero problema. Invece contesto i manicomi. I manicomi in ogni forma e modo, anche quelli più sofisticati fatti di diagnosi, psicofarmaci, perfino psicoterapie (anche in queste vi sono rapporti di potere, è chiaro). Ed è per questo che non ho mai amato Szasz, nonostante i libri che lui ha scritto siano condivisibili, perché sul piano della pratica uno che proclama: non darò mai farmaci né metterò piede in un ospedale, ma erogherò solo parole e relazione, ha fatto una scelta di campo, si è ritagliato una comoda attività professionale borghese, dedicandosi a gente ricca e poco sofferente. Altro che le fosse di serpenti (i 600 internati del manicomio di Gorizia o i 1200 del manicomio di Trieste in cui si gettò Basaglia). Insomma, Basaglia accetta di non essere un puro. Accetta la contraddizione di prescrivere psicofarmaci, pure di continuare ad avere persone legate e rinchiuse, ma riuscendo, con la tecnica di “infiltrare gli infiltrati”, usando le stesse armi dei manicomiali, ad abolire i manicomi per la prima volta al mondo dopo due secoli dalla loro invenzione. Lascia stare che poi quelli si sono riprodotti sotto altre forme. Ma l’impresa è stata titanica. Riesce a violentare la società. La società che voleva e vuole i manicomi. I manicomi esistono perché qualcuno espelle lo sragionante, è ovvio.
Eppure Basaglia parte, se ci pensi, dalle stesse premesse teoriche di Szasz (e Antonucci): quando dice non so cosa sia la follia, è una condizione umana, in noi la follia esiste come esiste la ragione, ma la società per dirsi civile dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece no, si incarica di trasformare la follia in malattia (per mezzo degli psichiatri) e come tale la relega nei manicomi; le premesse sono simili. È la prassi che è stata drammaticamente diversa. Szasz dedito all’esercizio della lieve psicoterapia, e Antonucci la cui impresa più rilevante è stata troppo veloce, pretenziosa e controproducente. Nel senso che non sono confrontabili la marginale e irrilevante esperienza di Cividale (durata poco più di sei mesi, conclusasi con un’occupazione del reparto con i dodici pazienti rimasti – tanti quanti ve ne sono oggi in un SPDC) che vide protagonisti Cotti e Antonucci, con l’impegno sisifico che si assunse Basaglia, di interi manicomi da svuotare, ma facendolo gradualmente, attento a non causare l’incidente, l’incidente sempre atteso che rischia di confermare, per eterogenesi dei fini, che pratiche troppo liberatorie non sono possibili e dunque non è possibile fare a meno dei manicomi. Per cui, tra Antonucci e Basaglia, io non ho dubbi.

Contro la psicanalisi, ma non in senso univoco
Nel tuo ultimo libro La società dei devianti (Elèuthera, 2016), figuro come uno dei rari casi di terapeuti che si occupano di inconscio e di cui tu hai fiducia. Ma, a parte rare eccezioni, sembra quasi che il tuo sia un “j’accuse” generale verso la psicoanalisi, da intendersi quale onerosa pratica borghese che diventa cialtrona non tanto per via di un suo mancato pragmatismo quanto per una tua mancata conoscenza. Voglio dire: come mai la posizione di pensiero riluttante parrebbe non farsi spazio anche sulla questione psicoanalitica? Non corri così il rischio di diventare monodimensionale ed etichettante pure tu, a tuo modo? 
Ma la psicanalisi questo a me pare, in genere: un’onerosa pratica borghese dalla quale il poco abbiente è estromesso, salvo qualche eccezione. E c’è poco da essere originali. Non è la mia visione della psicanalisi un cliché, è la psicanalisi a essere un cliché, e sapessi quante macchiette ho visto al lavoro. Un cliché per individui abbienti, e poco gravi. Ma sbagli a dire che il libro è un “j’accuse” univoco alla psicanalisi. Nel lunghissimo capitolo in cui cerco di raccontare cos’è quella cosa che da circa un secolo chiamiamo schizofrenia, scrivo di Jung antinosografico e sostenitore della curabilità degli psicotici, e perfino lo considero un precursore di Basaglia (attraverso Minkowski, ovviamente).
Diciamo che non ne vedo molti di psicanalisti in giro (salvo alcuni, che cito pure nel libro, non so, Mario Colucci il lacaniano che lavora in un CSM di Trieste, Gianluigi Di Cesare lo junghiano che opera in un CSM di Roma) che hanno voglia di uscire dal circuito privato e occuparsi, nei servizi pubblici, di pazienti molto sofferenti. Gli altri, la gran massa degli psicanalisti: cosa ha fatto (diceva Basaglia) di buono la multinazionale della psicanalisi, nel 900, per tutti gli internati dei manicomi? E cosa fa di buono adesso, per tutti i pazienti “hard” dei SPDC, dei cronicari vari, dei mille contenitori della follia sparsi nel territorio? Perfino Thomas Szasz l’antipsichiatra era uno di loro, un bravo narratore ma terapeuta esclusivamente per quel pezzo di clientela che si poteva pagare la seduta con lui. Cosa fa la gran massa degli psicanalisti se non: parlare e lasciar parlare in uno studio borghese, in un quartiere borghese, pazienti borghesi, prendendo un tanto all’ora, dove quelli quasi esenti da disturbi o sofferenze si gioveranno di questa colta e gentile relazione, gli altri più problematici non ce la faranno e dopo cinque dieci sedute non li vedranno più. E nemmeno lo sapranno se saranno finiti legati in un letto di SPDC o bivaccheranno in una clinica privata a ingoiare farmaci. Allora, a chi serve la psicanalisi?
Tuttavia, non sei la prima che mi provoca su questo punto: la psicanalisi mi starebbe antipatica perché non la conosco, non le ho mai stretto la mano e non ho mai depositato il mio danaro nella bianca mano di un analista, perché non mi sono mai allettato su un lettino analitico. Rispondo, nel mio piccolo, come rispose Foucault alla stessa provocazione. Disse: io ne voglio parlare, di psicanalisi, e contestarla, ma restandone fuori. Per cui è vero il contrario, cioè, proprio in quanto non psicanalizzato mi posso permettere di parlarne. Altrimenti che obiettività potrei avere. Diceva Tobie Nathan, probabilmente il più interessante etnopsichiatra vivente, che molti psicanalizzati sono come degli zombie, un po’ come i posseduti da certi stregoni africani, sono gusci vuoti, che dentro non hanno più se stessi ma la teoria dell’analista che li possiede.
Diciamo che mi sento molto etnopsichiatra, da questo punto di vista. A volte, quando vedo individui (anche psicanalisti giunti all’ultimo grado di iniziazione) che al primo inceppo esistenziale ritornano dal proprio analista, a rifare il tagliando, un po’ come un farmacofilo ritorna a farsi prescrivere l’antidepressivo, ecco, ci trovo un tale grado di non emancipazione, di dipendenza, che mi pare più perniciosa ancora della dipendenza dagli psicofarmaci.
Tu dici: parli di ciò che non conosci. Ma perché (ora mi vengono in mente molti lacaniani) pensi che davvero si capisca ciò che scrive Lacan?, o che tra lacaniani si capiscano? Ricordo un fisico, Alan Sokal, irritato dalla lettura di Lacan e dei suoi epigoni e dal loro esoterismo lessicale, che scrisse un testo davvero astruso, lo inviò a una rivista, fu pubblicato, e dopo un po’ di mesi raccontò il fatto in un libro, dal titolo Imposture intellettuali, dove parlava di tutti questi autori fumosi alla Lacan, che, quando li leggi (scrive Marco Innamorati in un ottimo articolo) hai la sensazione di essere preso per il culo, un po’ come ti prendono per il culo i protagonisti di “Amici miei” quando ti fanno la supercazzola prematurata. Ecco, io ho semplicemente detto che molti di questi parlano di supercazzole. Non si tratta di monodimensionalità. Ma di essere, anche nel mio lavoro, sufficientemente anarchico, da rifiutare certi dogmi, soprattutto se sono pure incomprensibili.
Il diritto al suicidio
Appare chiara, dunque, questa tua modalità di voler andare “in direzione ostinata e contraria” dalla parte dei disperati – per parafrasare De André – ma questa perseveranza nel rimanere a lavorare in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura ospedaliero di cui tu denunci l’orrore e l’errore della pratica, non è forse più una necessità di raccontarti di poter essere l’unico psichiatra diverso in un luogo di psichiatri uguali? 
Potrei rispondere di no, perché è necessario un infiltrato, nei piccoli manicomi, per rompere l’ingranaggio oliato della manicomialità. Invece ti rispondo: forse sì. Infatti me ne vorrei andare, dopo una dozzina d’anni di lavoro ospedaliero vorrei tornare a lavorare in un Centro di Salute Mentale. Ritornare sul cosiddetto territorio. Andare di casa in casa a trovare le persone. Prevenire, se possibile, le crisi. Impedire che le persone poi arrivino furiose nei pronto soccorsi, dove vengono accolte con le armi pesanti: farmaci e fasce. Ma per ora mi hanno bloccato il trasferimento. Però ti dico, anche, che si può (capita spessissimo) lavorare da manicomiale in un CSM (o perfino in uno studio privato, per tornare al discorso di prima sugli psicanalisti o su chi esercita la psicoterapia in studioli privati) e lavorare da territoriale in un SPDC. Facendo, in fondo, ciò che Antonucci sostiene di fare: revocare i TSO o non convalidarli, sciogliere i legati o non legarli, ridurre il carico di farmaci, dimettere qualche paziente, prendere (come ho fatto alcuni giorni fa) un paziente da molti mesi ricoverato in SPDC e, con la mia auto (perché la ASL non ne ha a disposizione), portarlo a visitare sua madre che non vede da tre anni in casa di riposo, e poi andare a pranzo insieme a lui a ristorante. Ora: come mai tutto ciò non lo ha fatto lo psichiatra del CSM che lo ha in cura? Probabilmente perché il manicomio non è un luogo, ma è nella testa delle persone.
Vi è solamente un problema filosofico veramente serio, quello del suicidio”. Camus, ne Il Mito di Sisifo, apre il varco di questo buco su cui tu ti riaffacci. Qual è – se c’è – la soglia per definire un suicidio diverso da un altro? Si può parlare di responsabilità dello psichiatra? Quale eredità ti hanno lasciato coloro che lo hanno messo in atto? 
Domanda molto complessa, troppo, a cui serve una risposta semplice e pragmatica (chi vuole poi si legge il capitolo: “Il dovere di vivere, il divieto di morire”, nell’ultimo libro). Di solito gli psichiatri (me compreso) rispetto ai gesti di suicidio, potenziali o messi in atto, si difendono. Perché, altrimenti, il rischio è che uno (il suicida) muoia, e l’altro (lo psichiatra) muoia socialmente (finisce in galera, o viene sospeso dall’esercizio del suo mestiere). Perché c’è un terzo elemento (un giudice), che per mestiere cerca la colpa. Io penso (in quest’ultimo libro lo scrivo chiaramente) che le persone debbano avere il diritto di disporre del proprio corpo (habeas corpus), e dunque di scegliere se vivere o morire. Ma nel paese confessionale che siamo ciò è incredibilmente difficile. Se uno muore c’è bisogno, sempre, di un colpevole. E questa è un’ulteriore ragione del manicomio.

Il riluttante è un anarchico che…
A proposito del personaggio narrativo dello psichiatra riluttante, non temi che possa essere un azzardo? Nel senso, non temi che questa non-fiction novel alla Carrère possa falsificare la professione dello psichiatra e farla quasi eroica? (Il carteggio con una Madonna, poi, farebbe il verso a una dimensione quasi mistica). 
Non sono d’accordo con questa tua visione. Pochi giorni fa il cantante Capovilla del Teatro degli Orrori mi diceva esattamente il contrario. Diceva: cazzo, Piero, in questo libro ci sei andato giù duro. In che senso, gli domando. Ti dai addosso come non mai, ti definisci un killer, un boia gentile, un carnefice. E così via. Allora, non mi pare di aver raccontato un personaggio, lo psichiatra riluttante, così eroico come dici: è sempre sul punto di lasciare, minaccia di abbandonare il campo, la partita, smettere. Proprio nel capitolo sulla psicanalista Centauro, che ti riguarda, dice che non vuole cadere nella sindrome del salvatore onnipotente, che lui con questo lavoro in fondo ci piglia lo stipendio per campare la famiglia.
Dove lo vedi l’eroe? Io non ce lo vedo. Il carteggio con la madonna, dici, rasenta il mistico? Ma no. Innanzitutto è la decima madonna, non la prima. Poi è una madonna designata tale (decima appunto) da uno che ha passato la vita nei manicomi e si credeva dio. Per questo, più che deriva mistica, è un carteggio blasfemo, dove io mi confesso a una madonna nominata tale da un pazzo, diciamo. Cosa le confesso? Le confesso proprio il mio non riuscire a fare a meno di raccontare queste storie di persone stritolate, annientate dai manicomi. E lei è stata la madonna di un pazzo e di uno psichiatra, che sono le due facce della stessa medaglia. Due onnipotenti, se ci pensi. Un uomo che si crede dio, e un altro uomo che si crede psichiatra e in quanto tale più potente dell’uomo che si crede dio, quindi più potente di dio, perché lo può obbligare a curarsi, a prendere farmaci, a scrollarsi di dosso la folle convinzione di essere dio. Ma allo psichiatra nessuno mai lo potrà convincere (o curare) del suo errore, della sua presunzione di verità. E di essere ancora più dio di dio.
Colpisce che in tutto il libro non compaia mai la parola desiderio che a me pare, invece, una parola assai preziosa, un moto perpetuo che mai soddisfa e che mai può soddisfare finché c’è orizzonte. In questo modo, forse il desiderio è da intendersi anarchico. Quale è allora il tuo desiderio adesso e dove è la tua anarchia? 
Non compare la parola desiderio però il desiderio c’è. Non serve metterci la parola perché una cosa esista. Ci sono molti desideri, nel libro. E non li elenco che forse non c’è più spazio in quest’intervista. Il desiderio di convincere, per esempio. Il riluttante è uno psichiatra ego distonico, uno psichiatra contro voglia, apparentemente non più desiderante, appunto, sempre sul punto di mollare, però non molla, resta lì, a fare la sentinella, l’infiltrato, perché, in fondo, vuole convincere, ma convincere chi? I giovani infermieri, i tirocinanti, gli specializzandi in psichiatria, quelli che ancora non si sono arresi e consegnati alla logica della custodia, del manicomio, della securità. Fargli vedere che se arriva un agitato è possibile rassicurarlo senza legarlo. Fargli vedere quanto è semplice sciogliere un uomo legato. E poi quando è notte, durante le guardie di notte, scrive. E pubblica libri. Perché? Perché desidera ancora convincere. Convincere chi non sa nulla di questo nostro mondo a parte. E se non vincere, che non si può, almeno convincere.
E la sua anarchia, non molto esibita, ostentata, c’è, nascosta in questa sua riluttanza al potere psichiatrico. Nella prima versione de La fabbrica della cura mentale che proposi a Elèuthera il protagonista era lo psichiatra anarchico, ma l’ossimoro era troppo scandaloso, e virai, avendo apprezzato Il fondamentalista riluttante, su quest’altro aggettivo.
Il riluttante è un anarchico che accetta di fare a meno della purezza cui sempre gli anarchici anelano, rispetto al potere, accetta la contraddizione, di poter disporre della vita, della salute, della libertà degli altri. E prova a ridimensionarsi in quanto psichiatra, e tutto il suo lavoro è un attacco al potere psichiatrico. Potere che si esprime sia con armi pesanti (farmaci, fasce, elettrochoc, ricoveri coatti) sia con armi apparentemente più innocue (diagnosi, interpretazioni, buoni consigli).