Agli
inizi degli anni ottanta decisero di andare a Imola, ogni settimana.
Si
arrivava di pomeriggio con borse colme del necessario: quaderni, fogli,
pennarelli, ingredienti per cibi e torte, registratore macchina fotografica.
Due gruppi: maschi (più scarso) e femmine (più numeroso ed esuberante). Si
attraversava il parco fino a metà; alberi giganteschi facevano ala al piccolo
corteo, ma dominava anche il rosso spento dei padiglioni. All’entrata un
check-point in crisi d’identità; il transito era libero? In entrata quasi, in
uscita… La legge 180, approvata da poco…
Entrati,
sulla sinistra, una struttura bassa lunga piano terra con studi medici. Targhe
su tutti gli edifici: erano in pietra, scritte scolpite a caratteri rossi. In
quel tratto di viale comparivano messaggi in bacheca. Un giorno ne comparve uno
difficile da ignorare: i risultati delle elezioni. La curiosità indusse a
fermarsi: le percentuali di voto erano simili a quelle della città:
schiacciante maggioranza comunista. Niente sorpresa, l’isolamento verso
l’esterno non aveva avuto particolari effetti nell’ostacolare memoria e
identità. In quel pezzo di viale spesso veniva incontro qualcuno, ospite di
reparti diversi da quelli frequentati dai gruppi.
Un
giorno due persone anziane claudicanti vestite con abiti non proprio attillati.
Un uomo e una donna – si tenevano per mano come adolescenti – incuriositi dai
colorati visitatori. L’uomo si rivolse al gruppo con un sorriso contagioso.
Indicando la persona che lo affiancava, disse gioiosamente: mia marita! Si
erano conosciuti lì venendo da storie diverse? Vedovi, internati, vedovi dopo
l’internamento? Internati senza famiglia? Segregazione, esks, solitudine, non
li avevano uccisi né avevano tolto loro la capacità di gioire e di cercare il
contatto con persone che percepivano affini.
Dopo
l’edificio basso sulla sinistra, un viale a destra portava alle lavanderie e
poi ancora a un’ulteriore fascia verde; anche queste strutture basse, coperture
in eternit, bonificate troppo tardivamente, quando il gruppo non frequentava
più. A metà del parco il gruppo si divideva: maschi al reparto 17, donne al 10.
In passato erano stati i due reparti degli agitati. Affidati a un medico, altruista oltre misura, temerario
come pochi al mondo, generoso senza limiti. Veniva da un’esperienza di lavoro a
Gorizia: era Giorgio Antonucci, toscano di Firenze. Una sfida: vediamo cosa fai
con i più “difficili”.
Quando
il gruppo cominciò le visite, mezzi di contenzione nei due reparti non ve
n’erano più. Scomparsi da tempo, mai usati nella nuova gestione. Quei due reparti ex-punitivi non avevano più il ruolo di prima nell’organizzazione interna.
Altre strategie si adottarono per punire i disobbedienti reclusi. Banditi gli
psicofarmaci e le contenzioni, rimanevano evidenti certi postumi, difficili a guarire. Nelle
strutture e nelle persone: simboli o effetti di carcerazioni e violenze subìte.
Il
gruppo di uomini mise mano alle cartelle con il consenso delle persone per
capire meglio la loro storia; il gruppo delle donne era più versato sulle arti
grafiche e culinarie ma le cartelle furono lette anche da loro. Giungevano
racconti, dal reparto 10, a fine pomeriggio, di torte prodotte con dosaggi non
ortodossi, esteticamente non perfette, mangiate con le mani e buonissime, che
interrompevano (poco) le produzioni creative – raccolte poi in un filmato e un
libro – e sfociate in un progetto di uscita dalla residenza nel parco/prigione
per la più giovane delle ospiti; era lì per una malattia sconosciuta persino
alla peggiore delle
nosografie psichiatriche cioè l’essere orfani e abbandonati.
Il
gruppo di maschi, meno empatico, non aveva dimestichezza con torte e cibi.
Erano Saverio, entrato in contatto con gli altri nell’approssimarsi di una
crisi, come per guadagnarsi garanzie di non essere trattato con violenza;
Concetto, non tanto normaleper la psichiatria se le sue risposte al test di Szondi (raccolte per
una ricerca) avevano dato risultati disastrosi; Massimo infermiere in psichiatria – padre operaio della Bolognina –
e Vittorio, militante politico entrato in contatto con il medico dei reparti, aveva fatto la
proposta delle visite a Imola alla sua morosa che aveva detto subito sì.
Un
salone grande accoglieva i maschi al reparto 17. Il soffitto poggiava su
colonne alte, qualcuno vi si arrampicava riuscendo a mantenere la posizione per
tutto il pomeriggio con una capacità di resistenza non comune. Gli specialisti
– una volta chiamati alienisti o anche frenologi – parlavano di catatonia cioè una
malattia e non una reazione alla reclusione. Era invece l’impegno di un’energia
enorme altrimenti destinata a chissà quale esplosione o implosione. Scomparsa
la reclusione scomparve la catatonia, salvo qualche tendenza a ripercorrere,
per paura del nuovo, strade già solcate…
L’architettura
era impressionante: soffitti molto alti forse per facilitare la diluizione
delle urla e per smorzarle. Letti di contenzione. Spioncini per controllare il
recluso. Sportelli di protezione del televisore: quando andarono in disuso,
nessuno più lo spaccò. Le persone rimuginavano lamentazioni, rivolte al
passato; troppa la violenza subita per vivere a pieno il presente. Pure i loro
disegni rimuginavano lamentele, frammenti di immagini terrifiche, calcoli
matematici, simboli espressione di associazioni d’idee. Poco veniva scritto, su
invito, mentre le parole fluttuavano eludendo totalmente eventuali controllori
di volo.
Un
ospite volle farsi fotografare con alle spalle un manifesto del film Orizzonti perduti:camicia bianca ben lunga, robusto, gioviale, mai di cattivo umore,
sopracciglia così folte da parere teatrali. Argomento fisso gli insetti mosco-essenziali da
cui difendersi – da giovane – nelle campagne di Lugo: un tarantolato romagnolo?
Le
cartelle: rendicontazioni di torture da parte di sadici (inconsapevoli?) sicuri
della propria scienza.
Ernesto,
caduto in depressione per la morte della madre – lutto duro per tutti –
studente universitario, sensibile, timido, non apriva più i libri. La famiglia
considerò la sua reazione grave malattia. Internato. Aveva beneficiato di tutti
i ritrovati del “progresso” psichiatrico. Gli era stato inoculato sangue malarico.
Il gruppo dei visitatori non credeva ai propri occhi; lo avevano di fronte a
loro, non in una ricostruzione storica di Foucault. Ernesto guardava di
sottecchi attraverso occhiali spessi: ancora timido, gentile, a volte quasi
pauroso, come al tempo della sua cattura. Ogni pomeriggio donava tabulati di
formule matematiche. Gli era pesato non concludere gli studi; avrebbe dedicato
la laurea alla mamma. Ma erano tempi in cui si entrava senza possibilità alcuna
di uscire. Quando si cominciò a poterlo fare la furia dei medici aveva eroso la
sua autonomia possibile. Davvero lo avevano curato senza tregua. Lui
timido ma anche “ingrato”: fece trapelare un’esplicita avversione. Non
ringraziò i medici delle “amorevoli” cure dando l’occasione ai carcerieri di
confermare la diagnosi. «Ha persino interpretato l’inoculazione di sangue malarico
come una volontà degli psichiatri di danneggiarlo». I familiari avranno annuito sconsolati ma
rassicurati (troppo grave perché torni a casa). Ernesto ha resistito come ha
potuto, partigiano di un battaglione sconfitto dalla potenza militare del
nemico. Un’etichetta per tutti: “il paziente oppone viva resistenza alle cure: trasferito
al 17”.
E
di resistenti il gruppo ne incontrò tanti; anzi tutti avevano opposto viva resistenza.Antonio era stato sottoposto a dosi quotidiane di esks:
panacea universale; terapia buona per tutto anche per impedire la masturbazione
e guarire le nevrosi. Anche Antonio veniva dalla Romagna. Ormai libero aveva
crisi di panico se gli si proponeva di usare la libertà per andare in un altro
parco. Non riusciva a varcare il dissociato check point dell’ospedale. Uscire?
Accompagnato? Insufficiente, almeno le prime volte. Dopo mesi riuscì a vincere
la paura. Fu dopo un episodio impossibile da dimenticare. Si discuteva
dell’uscita, lui appoggiato a un muro oscillava col corpo in avanti in
continuazione. Due dei visitatori mettevano in campo le loro capacità per
convincerlo. Lui, a un certo punto, uscì dalla sua monotona snervante
oscillazione per fare un gesto che pareva una sberla. Il più vicino era
Vittorio. Nell’approssimarsi dell’impatto si dipanò un suo percorso mentale: la
pericolosità non esiste / Basaglia attaccato dai fascisti / Thomas Sheff-per
infermità mentale… Quali i rischi? Da un lato la sberla; dall’altro il
ricredersi sulla necessità di abbattere il manicomio. Vittorio aspettò: la mano
di Antonio a un millimetro dalla guancia frenò con una potenza impensabile
trasformandosi in carezza. Tutto era in salvo: la soddisfazione di non aver tentennato sullo
stereotipo, la gioia di un’esperienza impossibile da dimenticare anche se moltopiccola… Ma tanto
piccola?
Il
gruppo frequentò per oltre un anno. Più passava tempo dal 1978 più il
linguaggio della politica reiterava di voler superare il residuo manicomiale. Ma l’inflazione di buone intenzioni fu meno efficace della
dipartita del residuo per motivi di età avanzata. Salvo lo stillicidio delle vittime
come quelle che muoiono ad armistizio già dichiarato. Un ospite investito sulle
strisce pedonali da un’auto (ah se il matto fosse stato tenuto sotto chiave non avrebbe ammaccato la
carrozzeria omicida!). E dunque per lesa carrozzeria il medico del reparto fu
processato. Oppure l’ospite aggredito da un compagno di sventura di un reparto chiuso con
ribaltamento di ruoli da parte dei media.
Andate
a visitare il parco se potete, non troverete nessun residuo. Sulle
ceneri del manicomio è sorta una fetta di edilizia (popolare?). Ma se
concentrate l’attenzione sul fruscio delle foglie, sentirete le risate gentili
che tutte scambiavano con Angela, Chiara, Donatella, Giovanna, Manuela, Piera
al reparto 10 e i liberatori borbottii cui Concetto, Massimo, Saverio e
Vittorio davano significato nel reparto 17, mettendo tutte e tutti in comune
quello sprazzo di serenità e di forza cui si riesce a dar vita visitando luoghi
difficili.
La
Stampa, 26.7., 29 e 30.12.’78 [Questa intervista è stata fatta nel 1978 dalla
scrittrice Dacia Maraini a Giorgio Antonucci allora responsabile del reparto
"agitate" dell’Ospedale Psichiatrico (cioè il Manicomio) di Imola;
Giorgio Antonucci aveva appena finito –in cinque anni- di togliere dalla
clausura e liberare dai metodi coercitivi tali donne; la legge ‘Basaglia’ 180
era stata promulgata da pochi mesi; il luogo de "la Festa" descritta
nella seconda parte dell’intervista è l’ex reparto "agitate"; riferimenti
su Giorgio Antonucci in fondo ]
LA
CONVERSAZIONE
"Gli
istituti psichiatrici chiusi sono dei luoghi di tortura, delle
sepolture...".
Giorgio
Antonucci non ha niente del medico tradizionale, indaffarato, autoritario,
privo di abbandoni che siamo abituati a conoscere. La sua faccia triste esprime
una dolcezza morbida, acuta, quasi dolorosa. I suoi occhi sono pieni di una
timida assorta attenzione.
"Ma
la nuova legge, la riforma ha cambiato qualcosa?", gli chiedo.
"Certo,
ha cambiato in meglio... Ma i medici sono sempre gli stessi di prima e hanno
un’idea punitiva e inquisitiva della psichiatria".
"Quindi
è un po’ come per l’aborto: fatta la legge non si riesce ad applicarla per
l’ostruzionismo di chi tiene il potere negli ospedali".
"E
così infatti... Nel mio caso quei sepolti vivi che dopo cinque anni di lavoro
durissimo avevo riportato alla vita, rischiano di tornare in stato di
prigionia".
"Puoi
raccontare cos’è successo?".
"L’ospedale
in cui lavoro, l’Istituto psichiatrico di Imola, sta cambiando struttura in
seguito alla riforma. E il lavoro che abbiamo fatto coi degenti rischia di
saltare per aria per l’ostilità dei nuovi dirigenti".
"Ma
prima chi ti appoggiava?".
"Io
sono stato chiamato a Imola da Cotti (direttore dell’Istituto) che voleva
cambiare le strutture tradizionali. Ma presto ci trovammo tutti contro, medici
e personale".
"Cosa
facevi di così scandaloso?".
"Per
prima cosa chiesi di lavorare nel reparto dei più pericolosi, i cosiddetti
‘irrecuperabili’ ".
"Irrecuperabili
cioè non guaribili, è questo che vuol dire?"
"Per
i medici tradizionali queste persone hanno un difetto nel cervello quello che
viene chiamato malattia mentale, un difetto che non gli permette di avere una
vita sociale accettabile. Secondo la legge, che ora è stata abolita, erano
segregati perché pericolosi a se stessi e agli altri, propensi a creare
scandalo pubblico".
"Malattia
mentale quindi qualcosa di fisiologico, di interno ?".
"Sì,
più o meno un guasto al cervello, derivante da una debolezza congenita. Secondo
me invece i degenti non hanno assolutamente niente di diverso dagli altri, solo
che si sono trovati in situazioni sociali difficili, di svantaggio nei riguardi
del potere".
"Quindi
per te la cosiddetta malattia mentale è esclusivamente un prodotto
sociale".
"E
nel ‘68 che si è cominciato a discutere pubblicamente sull’esistenza o meno
della malattia mentale. Io ho lavorato con Basaglia nel ‘69. Lui la malattia
mentale la vede come una cosa dinamica che investe le persone meno resistenti.
Per me la psichiatria è un’ideologia che nasconde i problemi reali delle
persone ricoverate. Freud stesso diceva che occupandosi dei conflitti nevrotici
aveva smesso di fare il medico e si era messo a fare il biografo".
"E
cosa pensi di quei conflitti arcaici che si pensa superino i problemi sociali e
mettano radici nel profondo dell’inconscio ?".
"Non
si possono applicare le categorie di Freud ai braccianti calabresi perché Freud
analizza i borghesi dell’Ottocento".
"Quindi
non credi all’universalità del complesso di Edipo, per esempio?".
"No,
decisamente... Il complesso di Edipo, nasce in un certo tipo di famiglia, in
una data situazione, in una data cultura".
"E
quali sono i tuoi metodi di lavoro a cui i medici sono così ostili?".
"Ti
faccio un esempio, quando arrivai a Reggio Emilia incontrai una donna, Santina,
di 40 anni, che lavorava nelle montagne reggiane, era moglie di un muratore,
aveva tre figli, era stata ricoverata molte volte. Per i medici aveva qualcosa
di guasto da curare. Le facevano gli elettroshock. Io andai a parlare con la
famiglia, con lei, col marito. Venne fuori una storia drammatica; Santina era
figlia di contadini, giovanissima aveva fatto la domestica a Genova subendo una
serie di esperienze traumatiche. Poi era tornata al paese, si era sposata. Ma
ogni volta che aspettava un figlio stava male e il marito l’accompagnava
all’ospedale. Qui la riempivano di psicofarmaci e le applicavano gli elettrodi.
Per la famiglia quel suo uscire e entrare dall’ospedale era normale".
"E
guarita poi Santina?".
"Sì...
Intanto ho eliminato gli psicofarmaci e l’elettroshock, poi ho parlato col
marito, col sindaco del paese, coi vicini. Col marito ho avuto una discussione
dura, una lite. Ma dopo le cose sono cambiate. Santina non è più stata
ricoverata e quando è rimasta di nuovo incinta non è stata più male".
"Quindi
analisi della situazione reale in cui vive la persona che sta male più che del
suo inconscio".
"L’atteggiamento
del medico è importantissimo. Non si può avere rapporti di fiducia con persone
che non consideri uguali a te. I medici trattano i ricoverati come degli
inferiori e loro rispondono con la violenza o l’apatia".
"Mi
dicevi che hai lavorato soprattutto in reparti di donne...".
"Le
donne spesso sono dentro per ragioni di costume, per avere trasgredito la
morale comune. A Imola ho liberato una donna che era stata internata perché
ragazza madre. Da 26 anni stava legata al letto. Le ho chiesto perché l’avevano
chiusa. E lei mi ha detto: "Perché sono schizofrenica". Ho insistito
chiedendole perché secondo lei era stata chiusa. E alla fine mi ha detto:
"Perché mi piacciono gli uomini". Testuale. Dopo un anno di lavoro
l’ho dimessa. Il problema spesso è di trovare qualcuno che le accolga. Lei per
fortuna aveva un fratello che l’amava e l’ha accolta in casa.
"Da
un libro che è uscito nelle Edizioni delle donne infatti risulta che la maggior
parte delle donne vengono internate per trasgressioni ai doveri sessuali o
casalinghi, cioè per rifiuto del ruolo tradizionale".
"Quando
io entrai nel reparto delle irrecuperabili i medici mi ridevano dietro. C’erano
donne legate da dieci, venti anni, che non erano più capaci di parlare, di
camminare, di mangiare. Io le slegai. Tutti si aspettavano la catastrofe. Fra
l’altro c’era stato il precedente di un medico che aveva dato l’ordine di
slegarle e poi se ne era andato. Le donne, abituate alla costrizione, con tutta
l’angoscia che avevano dentro, appena slegate hanno cominciato a picchiarsi. E
subito naturalmente le avevano rilegate".
"E
tu come hai fatto?".
"Io
le ho slegate, ma non tutte insieme, due per volta e poi stando
presente,
parlando con loro, con le infermiere. Poi feci aprire le porte,
levare
le inferriate. Il reparto era
chiuso
come una fortezza. Infine fra lo scandalo dell’istituto, le feci uscire nel
parco. Il lavoro più duro era, giorno per giorno, ridare loro la fiducia in sé,
la capacità di essere indipendenti".
"E
ci sei riuscito?".
"Dopo
tanti anni di letto, legate mani e piedi da cinture di pelle, la camicia di
forza e qualche volta, come ho visto addosso a una contadina che aveva
l’abitudine di sputare una specie di museruola di plastica che le chiudeva la
bocca, si facevano tutto addosso, non volevano vestirsi, non camminavano. Non
riuscivano neanche a mangiare—molte avevano i denti davanti spezzati sia per
gli elettroshock che per l’uso dello scalpello quando si rifiutavano di aprire
la bocca—avevano i muscoli atrofizzati. Era come fare rivivere dei morti".
"E
il personale come reagiva?".
"Le
infermiere prima avevano paura, paura delle malate—abituate ad essere legate
come cani quando venivano slegate in effetti mordevano—paura dei medici che le
consideravano delle serve e anche le usavano come terreno di caccia. Da
principio quindi hanno fatto difficoltà ma poi credo che sia stato un sollievo
anche per loro".
"E
quanti reparti hai aperto con questo sistema?".
"Dopo
il 14, il più difficile, ho aperto il l0 e poi il 17 maschile, anche quello
considerato irrecuperabile. Nel frattempo è cambiato qualcosa, altri reparti
provavano ad aprirsi, anche se a metà".
"E
ora?".
"Ora
con la riforma, Cotti non è più direttore dell’Istituto psichiatrico, le
sezioni dipendono dal primario. E questo primario non crede assolutamente ai
metodi che uso io. Lui è per i vecchi sistemi dell’elettroshock, della camicia
di forza, degli psicofarmaci e i centoquarantasette degenti che ora stanno
slegati rischiano di tornare in cattività".
"Cosa
si può fare per evitarlo?".
"Parlarne,
fare sapere alla gente come stanno le cose. Quando io ho detto alla madre di
quella donna che stava legata da 20 anni che sua figlia non avrebbe mai dovuto
essere ricoverata, si è messa a piangere: "A me nessuno mi aveva mai detto
una cosa simile". La gente non sa si affida ai medici e non immagina che
la maggior parte dei casi sono dovuti a conflitti facilmente risolvibili. I
medici, anziché guarirli, li puniscono, li legano, li rendono
inoffensivi...".
"Fanno
i poliziotti insomma anziché i guaritori".
"Legare
una donna per venti anni a un letto vuol dire ucciderla. . . ".
"Quindi
queste donne dimostrano una grande forza non facendosi distruggere del
tutto...".
"Infatti...
Se le avessi viste quando sono uscite nel parco la prima volta... Rovinate Come
sono, coi denti rotti, i muscoli atrofizzati, la lingua inarticolata... Erano
felici ed esprimevano questa felicità con grande vitalità. Tornare a legarle sarebbe
un crimine".
Credo
che non ci sia bisogno di commenti a questo dialogo con Antonucci. Io stessa
l’anno scorso qui a Roma ho seguito un esperimento di un gruppo di ragazzi che
hanno "liberato" degli handicappati. Costoro prima (chiusi e
rimpinzati di pillole) non parlavano, non mangiavano da soli, e non potevano
uscire. Dopo un anno di lavoro in comune giravano il quartiere da soli,
andavano a lavorare, discutevano, partecipavano, decidevano come gestire i
soldi, ecc... E non si tratta di beneficenza ma di una migliore convivenza di
tutti. Rinchiudere e legare chi appare diverso è come chiudere e legare una
parte di noi, forse la migliore, certamente la più carica di originalità e di
sensibilità.
LA
FESTA
E’
un sabato freddo. La neve spalata ai bordi della strada si scioglie lentamente
colando acqua nera. A Imola ci sono tre gradi sotto zero. Le gomme della
macchina scivolano sopra uno strato di brina ghiacciata. Chiedo dell’ospedale
della Scaletta. Mi indicano un alto muro dietro al quale si alzano dei blocchi
gialli. Chiedo del padiglione 10. E laggiù, mi dicono. Imbocco un vialetto
corto e largo fiancheggiato da grossi ippocastani e posteggio accanto ad un
autobus celeste.
Una
volta aperta la porta del reparto mi trovo in una sala lunga e stretta affollata
di gente. In fondo sotto un affresco di mari ondosi su cui navigano barche
dalle vele rosse, ci sono i ragazzi dell’Aquila venuti qui per suonare. Fra
l’orchestra e la porta tante sedie con tanti ricoverati donne e uomini. La
festa l’hanno organizzata loro, con l’aiuto del dottor Antonucci e degli
infermieri.
Una
donna vestita di giallo e di lilla mi abbraccia e mi bacia sulle due guance.
Un’altra donna magra, senza denti, i capelli scarmigliati, gli occhi
splendenti, un sorriso mesto, si siede accanto a me e mi spiega, con gesti e
parole scombinate ma piene di entusiasmo, cosa ha sognato la notte scorsa. La
musica di Mozart, con la sua armonia esplosiva dilata gli spazi, entra in
queste facce contratte segnate dalle torture trasformando la bruttezza in
bellezza, si fa liquido delicato piacere.
I
ragazzi dell’orchestra con le loro barbe, i loro blue jeans, i loro capelli
lunghi suonano, impetuosamente brandendo i corni, i violoncelli gli oboi.
Alcuni dei degenti si mettono a ballare. Altri ascoltano a bocca aperta,
facendosi cullare dalla meraviglia di quelle note. Una donna mi invita a
ballare. E’ bassa, robusta, ha i capelli neri ispidi che le circondano la
faccia dai tratti marcati. Le mancano i denti davanti, come a tante altre; ha
gli occhi brillanti, un’espressione di testarda ilarità che la rendono
infantile nonostante i suoi anni.
Balliamo
come due orsi, in un abbraccio goffo e pesante. Più tardi saprò che questa
donna è stata legata per anni, e che quando il reparto era chiuso non riusciva
a parlare, a mangiare da sola, sputava addosso a chiunque le si avvicinasse,
rifiutava i vestiti e le scarpe. Ora balla, parla, mangia, cammina come una
persona qualsiasi.
Nessuno
aveva pensato in tanti anni che proprio nel suo sputare stava il segno della
sua integrità: anziché diventare un vegetale come volevano i medici, si
accaniva a protestare, nel solo modo che le era ormai possibile, contro la
prigionia. Sottoposta agli elettroshock (ne ha fatti più di 50), piena di
psicofarmaci, legata mani e piedi col bavaglio sulla bocca, era oggettivamente
una "idiota". Ora è tornata ad essere una persona intelligente.
Passa
una infermiera con un vassoio pieno di paste. Gli occhi dei ricoverati si
fissano avidi su quei pasticcini. Come per tutti i reclusi il cibo è diventato
sacro: nel cibo si cerca affetto. soddisfazione sessuale, magia. Il cibo,
soprattutto i dolci ricordano al recluso che il suo corpo esiste anche per
provare dei piaceri, che la sua pancia non è solo un sacco in cui si cacciano
le minestre e le medicine per mantenersi in vita, ma è anche un posto dove
lasciare scivolare qualcosa di assolutamente inutile, forse anche dannoso, ma
quanto capriccioso, tenero e amabile! Un ricoverato che stava per uscire torna
indietro, posa religiosamente la giacca su una sedia e aspetta con pazienza che
il vassoio arrivi da lui. Una donna si asciuga la bocca con cura meticolosa,
posa il bicchiere di carta pieno di aranciata sotto la sedia, si sporge in
avanti, pronta a ricevere la sua parte.
Piero
Colacicchi, uno degli artisti che collaborano col dottor Antonucci, mi chiede
se voglio fare un giro per gli altri padiglioni. Dico di sì. Usciamo nel freddo
di un crepuscolo celeste e argento. Camminiamo in mezzo agli ippocastani, ai
tigli, alle acacie profumate fra i fabbricati tutti uguali dell’ex ospedale
psichiatrico. Molte finestre sono illuminate. Dietro le finestre si intravedono
delle facce bianche, attonite. Bussiamo a una porta. Ci viene ad aprire una
infermiera con un grosso mazzo di chiavi alla vita. Nella sala ci sono una
quarantina di donne chiuse dentro grembiuli grigi tutti uguali. Ci assale un
tanfo di disinfettante, misto a cibo ordinario e sudore che dà il capogiro. Tre
infermiere robuste, pratiche, piene di buon senso e di allegria ci mostrano il
dormitorio con i letti perfettamente puliti, allineati uno accanto all’altro,
il refettorio con le tavole coperte da tovaglie di plastica a quadri. Qui
dormono, qui mangiano, qui si riposano. Tre grandi sale in cui convivono
quarantacinque donne di tutte le età. I gabinetti sono 4, i bagni due, i
lavandini 6. La porta di ingresso è chiusa a chiave. Le finestre sono sbarrate.
La differenza coi reparti aperti si sente subito. Lì i ricoverati si sentono
padroni di sé, qui sono proprietà di coloro che li controllano, li puniscono.
Lì sono vestiti di tutti i colori con roba che hanno scelto loro; qui portano
divise che mortificano i loro corpi e li rendono tutti uguali. Lì sono
ascoltati come persone che hanno avuto delle difficoltà con l’ambiente in cui
vivevano ma non per questo hanno perso la capacità di capire e sentire: qui
sono trattati con la bonomia paternalistica di chi decide per loro, agisce per
loro, pensa per loro. Le infermiere non possono non fare ciò che i medici
dicono loro di fare. La loro personalità viene fuori clandestinamente nei
rapporti a tu per tu con le degenti, e sono rapporti fatti di crudeltà e di
dolcezza come tutti i rapporti non liberi. Esse si fanno volentieri mamme a
volte tenerissime e cordiali, a volte violente e sadiche. Non possono, perché
non gli è permesso e nessuno gliel’ha insegnato, avere un rapporto da pari a
pari. In un altro padiglione chiuso di soli uomini noto che il movimento
avviene tutto per linee orizzontali. Mentre le donne girano in cerchio gli
uomini vanno su e giù tracciando delle parallele sul pavimento logoro. Un
ragazzo mi mostra una scatola di cartone in cui tiene chiuso il suo segreto.
Vuole che tocchi la scatola ma non devo aprirla. Ha le orecchie come due
riccioli di carne. E sordo e muto. E guarda con due occhi dolorosi e lontani.
Un altro si presenta compito, saluta, si ravvia i capelli, dice alcune frasi
cerimoniose, risaluta, si allontana. Hanno qualcosa di spettrale, di spento
che, ora capisco, è dovuto soprattutto agli psicofarmaci. Dal padiglione
maschile chiuso passiamo a quello aperto. L’atmosfera è subito diversa:
confusione, vocio, disordine, colori. Ci viene incontro un uomo mezzo nudo che
si muove a quattro zampe. Il peso del corpo gravita tutto sulle due grosse mani
callose. Le spalle sono da lottatore; le gambe, atrofizzate, molli e
rattrappite, se ne stanno ciondoloni senza forza. Quest’uomo è stato chiuso e
legato da quando aveva otto anni. Oggi ne ha quaranta e solo da poco è libero
di muoversi come vuole. Si guarda intorno torvo e risoluto; il candore gli
illumina le guance. Nello sguardo c’è il ricordo truce di chi è stato costretto
a farsi scimmia per sopravvivere. Torniamo alla festa nel padiglione aperto
delle donne. Ora molti dei ricoverati chiacchierano con quelli dell’orchestra
facendo ressa attorno agli strumenti, toccandoli provandoli. La maggior parte
delle seggiole solo vuote. Il pavimento è cosparso di bicchieri di carta. C’è
un’atmosfera di eccitazione languida di fine festa, un calore diffuso che
appanna i vetri e lustra le guance dei ricoverati.
Prima
di andare via, ormai è l’ora di cena, visitiamo il dormitorio dove alcune donne
sono rimaste a letto perché malate. Ci accolgono con battute scherzose,
allegramente, salvo una che soffre di acuti dolori alla pancia e mugola piano
rannicchiata nel suo cantuccio. Le pareti sono coperte di stampe colorate,
disegni, fiori, stelle. Una ragazza in vestaglia va e viene portando dei dolci.
Mentre
i ragazzi del Gruppo da camera dell’Aquila rinfoderano i loro strumenti e i
pittori che collaborano alle iniziative culturali (fra cui Luca Bramanti che ha
dipinto molti degli affreschi qui) si preparano a tornare a casa, faccio
qualche domanda ad Antonucci. Per prima cosa gli chiedo perché, visto il buon
risultato che lui ha ottenuto, non si fa la stessa cosa negli altri padiglioni.
"Prima
di tutto perché è molto faticoso - risponde Antonucci con la sua voce quieta,
dolce - mi ci sono voluti cinque anni di lavoro durissimo per ridare fiducia a
queste donne; cinque anni di conversazioni, di presenza anche notturna, di
rapporto a tu per tu. Però non si tratta di una tecnica, ma di un diverso modo
di concepire i rapporti umani " . "In che consiste questo metodo
nuovo per quanto riguarda i cosiddetti malati psichici?"
"Per
me significa che i malati mentali non esistono e la psichiatria va
completamente eliminata. I medici dovrebbero essere presenti solo per curare le
malattie del corpo. Storicamente da noi la psichiatria è nata nel momento in
cui la società si organizzava in modo sempre più rigido, e aveva bisogno di
grandi spostamenti di mano d’opera. Durante queste deportazioni fatte in
condizioni difficili, ostili molte persone rimanevano disturbate, confuse, non
producevano più bene e quindi c’era l’esigenza di metterle da parte. Rosa
Luxemburg dice: "Con l’accumulazione del capitale e lo spostamento delle
persone si allargano i ghetti del proletariato". Nel ‘600 in Francia
quando si forma la monarchia assoluta (lo Stato), i manicomi venivano chiamati
"luoghi di ospizio per persone povere che disturbano la comunità". La
psichiatria è venuta dopo come copertura ideologica. Nel trattato di
psichiatria di Bleuler che è l’inventore del termine schizofrenia è detto che
schizofrenici sono coloro che soffrono di depressioni, che si immobilizzano o
girano intorno ossessivamente per il cortile. Ma che altro potevano fare così
reclusi? Infine Bleuler conclude senza volere, comicamente: "Sono così
strani che alle volte assomigliano a noi". "Insomma tu dici che la
malattia mentale non esiste ma esistono dei conflitti sociali di fronte a cui
alcune persone più fragili o più oppresse soccombono."
"Sono
i medici spesso che fanno il malato. Ti faccio un esempio che mi è capitato
recentemente a Firenze. Un bambino mancino viene sgridato dalla maestra perché
"diverso" dagli altri. Il maestro di musica fa notare che l’allievo
non batte bene il tempo. Il bambino comincia a sentirsi inferiore agli altri si
rifiuta di andare a scuola. La madre ne parla con la maestra che le dice:
"Suo figlio è anormale, lo faccia vedere da un medico" e la manda al
Centro di igiene mentale. Lì uno psichiatra le dice che il figlio ha dei
disturbi di "lateralità", che va curato. Per caso a questo punto
vengono da me. Dico alla madre che il bambino è sanissimo e ha il diritto di
scrivere con la mano che vuole. Così lei va dalla maestra e finalmente difende
i diritti del bambino".
"Era
un bambino ricco o povero?
"Il
fatto è proprio questo: il bambino era di una famiglia che non conta e gli
insegnanti avevano un atteggiamento di discriminazione sociale. Ti faccio un
altro esempio: una donna sposata con un operaio, ha due bambini, fa la
casalinga, non si intende bene col marito, comincia a soffrire di insonnia, di
angosce, di paure. Sta male, dimagrisce, è nervosa. Il medico le consiglia di
andare al Centro di igiene mentale. Lei si rifiuta di prendere gli psicofarmaci
che le propongono; e allora la mandano all’ospedale civile dove gli
psicofarmaci è costretta a prenderli per forza. Il trattamento sanitario è una
violenza non serve a niente".
"Alla
Scaletta si fanno ancora gli elettroshock?". "Non più. Da quando
Cotti è entrato come direttore sono stati eliminati l’elettroshock e altre
forme più vistose di tortura" . "E gli psicofarmaci e il letto di
contenzione?". "Gli psicofarmaci sono ancora usati largamente. In
quanto al letto di contenzione, se il ricoverato non disturba viene lasciato a
se stesso ma se disturba, lo si lega. Nei miei reparti (sono tre) ho abolito da
tempo sia gli psicofarmaci che la contenzione. Da me se due litigano, li si
lascia litigare. Da dieci anni che lavoro non ho mai fatto un ricovero
obbligato, per me il ricovero obbligato è una deportazione". "E la
nuova legge in che modo ha cambiato le cose qui dentro?". "Di fronte
alla legge ora si verificano tre situazioni diverse: la prima riguarda quelli
che già sono dentro le istituzioni psichiatriche, i lungodegenti; verso costoro
la legge permette l’uso di vecchi metodi repressivi (quasi ovunque ancora si
usano elettroshock, corsetti, detenzione e psicofarmaci); la seconda riguarda
le persone al centro di conflitti nel territorio, per le quali la legge ammette
l’uso di psicofarmaci per renderle innocue (vedi le ragazze che vengono rimpinzate
di tranquillanti perché non escano la sera o perché non si droghino, o non
pratichino il sesso); la terza riguarda le persone che non si riescono a
controllare con psicofarmaci e per cui la legge prevede che vengano mandate
all’ospedale civile dove saranno sottoposte al trattamento sanitario
obbligatorio. In tutti i casi la linea del metodo psichiatrico è di tenere le
persone sottomesse sotto controllo".
"Qual
è secondo te l’alternativa?".
"L’alternativa
sta nell’identificare i diritti individuali delle persone nella situazione
sociale e storica in cui vivono e nell’ottenere il consenso e la partecipazione
attiva della comunità attraverso i comitati di quartiere, i consigli di
fabbrica, le scuole". "Insomma sei d’accordo con Pirella (*) quando dice
che ‘bisogna adottare iniziative precise per la formazione professionale dei
ricoverati, occorre garantire loro il diritto di avere una casa’ ".?
"Certo sono d’accordo. Però mi sembra che il discorso di Pirella non è del
tutto chiaro. Mi sembra di capire che lui comunque vuole mantenere un certo
tipo di assistenza psichiatrica. Mentre io sono per abolirla del tutto".
(*)
[Nota attuale di No!Pazzia]: Agostino Pirella, braccio destro di Franco
Basaglia a Trieste, poi direttore del manicomio di Arezzo che ha 'aperto';
figura di spicco di 'Psichiatria Democratica' negli anni 80-00, non ha mai
-insieme del resto a tutti gli epigoni basagliani- sostanzialmente messo in
discussione la psichiatria medica - che noi fossimo 'malati' da 'medicare'-;
quasi sempre i malati sono stati trattati - nei loro reparti psichiatrici ma
anche fuori dalle dislocazioni sul territorio cioè a casa - a dosi più o meno
massicce di farmaci antipsicotici a tempo indeterminato, quasi sempre di fatto
a vita, di fatto avvilenti la volontà e deterioranti il corpo e la mente. Non
guariti ma drogati !
Botta.../Non basta eliminare il manicomio,
bisogna distruggerne gli elementi costitutivi
Sui numeri 408 e 411 di “A” - rivista anarchica, sono state
pubblicate due interviste sulla psichiatria, una fatta a Giorgio Antonucci da
Moreno Paulon (Psichiatria e potere),
l'altra fatta a Piero Cipriano da Daniela Mallardi (La dignità dei devianti).
Ringrazio per questo la redazione della rivista che pone sul tappeto la
controversa e annosa questione “psichiatrica”, attraverso la diretta
rappresentazione del pensiero di chi opera in quei contesti. Leggendo le due
interviste sono rimasta, però, a dir poco perplessa dal gratuito, violento e
immotivato “attacco” che Piero Cipriano, lo psichiatra che si autodefinisce
“anarchico-riluttante”, ha sferrato nei confronti di Giorgio Antonucci, uno dei
protagonisti della lotta per la liberazione dei degenti psichiatrizzati
condotta negli anni settanta in Italia e uno degli ultimi rimasto sulla scena
internazionale a testimoniare e lottare per la liberazione dal “pregiudizio
psichiatrico”.
Premetto di aver letto tutti e tre i libri di Cipriano e di averli trovati (eccezion
fatta, forse, per l'ultimo) testi interessanti, perché in questi viene ben
descritta sia la realtà “manicomiale” dei reparti degli ospedali italiani
ancora destinati ai “malati di mente”, sia la pratica dell'annichilimento
farmacologico dei pazienti da parte degli stessi psichiatri.
Ma quale colpa ha commesso Antonucci, per attirarsi tale veemente aggressione,
proprio lui che slegava insieme a Cotti e Basaglia i degenti e ai quali proprio
a Cividale quest'ultimo inviava i casi più difficili? Quella di aver sostenuto
(allora come ora) la necessità di abolire il Trattamento Sanitario Obbligatorio
(TSO), ovvero il ricovero coatto, il dispositivo medico-giuridico ancora
presente nella legge 180/78, che, pure, ha determinato la morte violenta di
Francesco Mastrogiovanni, Mauro Guerra, Massimiliano Malzone, Andrea Soldi
(solo per citare gli ultimi casi), deceduti proprio a causa del TSO. Il
manicomio non è solo un edificio, è un criterio.
“Fintanto che lo Stato si potrà permettere di sequestrare un cittadino per il
suo pensiero, i manicomi saranno dappertutto” dice Antonucci, affermando che
questo ha segnato da sempre un punto di distanza con Basaglia, il quale non si
è mai espresso contro il trattamento sanitario obbligatorio. Ma procediamo con
ordine.
L'Antonucci “demagogo”
Cipriano definisce Antonucci “demagogico”, ma non dovrebbe sfuggirgli che
il significato originario del termine è “arte di guidare il popolo” e, in
realtà, Antonucci, dal 1970 al 1972 (dopo l'esperienza di Cividale, dunque), ha
diretto il Centro di Igiene Mentale di Castelnuovo Ne' Monti (sull'Appennino
reggiano), mobilitando la popolazione contro il manicomio di Reggio Emilia e
Modena e utilizzando proprio l'arte di guidare il popolo per
scardinare l'istituzione manicomiale, non certo per ingannare il popolo con
facili promesse o facili discorsi.
Non ci sembra però che lo psichiatra “anarchico-riluttante” utilizzi
l'aggettivo in tal senso, quando afferma “Quello di Antonucci è un discorso
demagogico. La malattia mentale certo che non esiste in quanto malattia, siamo
d'accordo, ma la sofferenza psichica, o il disagio, o chiamiamolo come
vogliamo, quello c'è, lo vediamo, e una persona così sofferente la libertà l'ha
già perduta prima ancora che intervenga la psichiatria con le sue armi di precisione
e repressione. Quindi non si tratta solo di liberare le persone sofferenti
dalla psichiatria, ma liberarle da quella sofferenza [...] non contesto lo
strumento del TSO”.
Lo psichiatra “anarchico-riluttante”, dunque, sostiene che coloro che incappano
nel TSO sono persone “sofferenti” che vengono internate nei reparti
psichiatrici di diagnosi e cura per essere “liberate” da una sofferenza che gli
ha fatto perdere la libertà. Purtroppo non possiamo più chiedere a Francesco
Mastrogiovanni, maestro e anarchico, la sua opinione in merito a questa teoria
della “liberazione” dalla sofferenza, sostenuta e praticata dagli psichiatri
attraverso il ricovero coatto, visto che è morto dopo quattro giorni di torture
perpetrate sul suo corpo di condannato, nel reparto di diagnosi e cura
dell'ospedale di Vallo della Lucania; né purtroppo possiamo chiederlo ai tanti
altri come lui deceduti a causa del TSO.
L'Antonucci di Cividale
Il tentativo di demolizione della figura di Antonucci continua a a pag. 30
(“A” 411), quando Cipriano, sostenendo che le premesse teoriche avvicinavano
tra di loro Basaglia, Antonucci e Szas, sottolinea che era la pratica a
dividerli: il primo dedito al suo impegno sisifico di liberare interi manicomi,
il secondo dedito alla sua “marginale e irrilevante” esperienza di Cividale
conclusasi dopo solo sei mesi, il terzo dedito al lieve esercizio di
psicoterapia.
E qui si capisce che dietro l'attacco ad Antonucci c'è lo psichiatra che vede
messo in discussione il proprio ruolo, visto che Antonucci, proprio a proposito
di Cividale, senza cedere alle lusinghe di chi vedeva in quell'azione l'inizio
del movimento di riforma della psichiatria, ribadì già allora, senza alcuna
ambiguità, il punto di vista fondamentale che aveva guidato l'azione del gruppo
di Cividale: “Noi non riteniamo possibile separare la negazione delle
istituzioni psichiatriche dalla negazione della psichiatria come scienza,
perché è per l'appunto la psichiatria che ha costruito i manicomi, che li
costruirebbe ancora, e che continua a giustificarne l'esistenza”.
“Sul piano politico si potrebbe fare un parallelo molto significativo. Non è
possibile apprestarsi a distruggere i lager e i ghetti senza negare e
distruggere l'ideologia della razza, di cui i lager e i ghetti sono una logica
e inevitabile conseguenza”. Peraltro quello di Cividale è stato solo il primo
(seppur importantissimo) dei numerosi incarichi ricoperti da Antonucci nella
sua lunga vita di medico (svolta tutta negli ospedali pubblici e, fuori da
questi, prestata solo gratuitamente nei confronti di tutti e tutte coloro che
ne hanno richiesto l'intervento) che solo quando si conclude, per la
repressione poliziesca che porta alla chiusura del reparto, aveva 12 pazienti.
Ma dopo quell'esperienza, Antonucci, l'anno successivo, viene invitato a
Gorizia, a lavorare nello stesso ospedale di Basaglia e poi a Reggio Emilia,
chiamato da Jervis, come responsabile del Centro di igiene mentale nel 1970,
dove matura la definitiva distanza tra una pratica tesa a ragionare in termini
di tutela dell'ordine pubblico (Jervis) e una tesa a ragionare in termini di
conflitto tra individuo e società e di diritto dell'individuo ad essere
rispettato nella sua libertà (Antonucci).
Terminata l'esperienza a Reggio Emilia, Antonucci si dedica, dal 1973 al 1997,
allo smantellamento dei reparti manicomiali di lungodegenti negli istituti di
Imola e dal 1997 continua a dedicarsi (gratuitamente) alla sua battaglia per lo
smantellamento dei residui manicomiali, i reparti psichiatrici dei servizi di
diagnosi e cura, proprio dove lavora Cipriano, che non a caso dedica il terzo
attacco ad Antonucci proprio in difesa di questi reparti.
L'Antonucci “eretico” smantellatore del TSO
Afferma Cipriano: “Si può lavorare da manicomiale in un CSM e da
territoriale in un SPDC. Facendo, in fondo, ciò che Antonucci dice di fare:
revocare i TSO o non convalidarli, sciogliere i legati o non legarli, ridurre
il carico dei farmaci, dimettere qualche paziente”.
C'è da rimanere sbalorditi, ma cosa significa “facendo, in fondo, ciò che Antonucci
dice di fare”? Antonucci non dice di farlo, lo ha fatto (e questo appartiene
oramai alla storia) attuando concretamente e incessantemente tale pratica dal
1968 al 1997, ben oltre la data dell'approvazione di una legge che, se non
avesse avuto medici e infermieri ad applicarla, sarebbe rimasta semplicemente
lettera morta.
Ma Antonucci non si è fermato a quello, è andato oltre tale pratica,
evidenziando ancor prima che fosse approvata la legge 180, i limiti di
un'azione tesa ad abolire i manicomi, senza preoccuparsi di demolire il vero
elemento su cui si basa il potere psichiatrico, “l'arresto psichiatrico”.
D'altra parte lo dice già Foucault quando inquadra gli spostamenti da lui
operati, nel Corso al Collegè de France del 1973, rispetto alla Storia
della follia, sostenendo che uno di questi spostamenti riguarda proprio la
nozione di istituzione, poiché la cosa essenziale non è tanto l'istituzione
quanto piuttosto il potere psichiatrico che ne consente il funzionamento.
“L'aspetto importante – sostiene Foucault – non è dunque costituito dalle
regolarità istituzionali, bensì, e in misura molto maggiore, dalle disposizioni
di potere, dalle correlazioni, dalle reti, dalle correnti, dagli scambi, dai
punti di appoggio, dalle differenze di potenziale che caratterizzano una forma
di potere [...]. Detto in altri termini, prima di riferirci alle istituzioni,
dobbiamo preoccuparci dei rapporti di forza sottesi alle disposizioni tattiche
che attraversano le istituzioni.” (Michel Foucault Il potere
psichiatrico. Corso al Collège de France 1973-74, Feltrinelli, pagg.
24-28).
È esattamente questo che sostiene Antonucci quando parla di abolire il TSO: se
si elimina il manicomio, ma se ne lasciano intatti gli elementi costitutivi,
l'istituzione manicomiale tende a riprodursi, con i suoi meccanismi, i suoi
reticoli di potere, appoggi e rapporti di forze che lo riperpetuano
eternamente.
Anna Grazia Stammati
(presidente Telefono Viola)
Roma
...e risposta/ Ma il
TSO, usato con etica, è uno strumento di tutela
Tanto per sottolineare l'importanza delle parole: non mi sono mai definito
anarchico-riluttante. Mi sono definito psichiatra riluttante, e mi
sono definito anarchico, non è la stessa cosa ripetere, a ogni
frase, che sarei “anarchico-riluttante”. Quando si dice del potere della
parola, in cui gli psichiatri sarebbero maestri, l'arte della prestidigitazione
semantica con cui imbrigliare esistenze in etichette diagnostiche: ebbene, mi
pare che non occorra essere psichiatri per adoperarsi in quest'arte.
Sarò breve, perché servirebbe un intero libro per affrontare l'annosa questione
tra psichiatria e antipsichiatria da una parte, e psichiatria anti-istituzionale
dall'altra. La mia polemica con Antonucci non è affatto violenta. Segnalo,
semplicemente, un'evidente differenza di peso, e di ricadute concrete, anche
sul piano legislativo, tra le pratiche dei due (Antonucci e Basaglia). Ho
sempre trovato debole, effimera, la proposta antipsichiatrica di cui si fa
portavoce, come trovo debole la proposta del suo ideologo di riferimento più
noto, Thomas Szasz. Ma questo l'ho scritto in un capitolo de Il
manicomio chimico, dal titolo Basaglia, Szasz e l'antipsichiatria,
e non mi voglio ripetere. Chi vuole si vada a leggere là come la penso.
Infine, ribadisco ciò che già dico nell'intervista: non penso che il problema
sia il TSO, né la psichiatria: non è il TSO che ha ucciso Mastrogiovanni e Casu
e Soldi e Guerra e Malzone e centinaia di altri che non raggiungono le
cronache, sono le pratiche psichiatriche repressive, manicomiali, poliziesche
ad averli uccisi. Ed è queste che io contesto. Il TSO, usato con etica, è uno
strumento di tutela, è più violento, a mio parere, l'abbandono di una persona
che ha una sofferenza psichica grave e non accetta aiuto alcuno. E chi ha avuto
esperienza con persone in tale difficoltà sa di cosa parlo.
Abbandonare una persona con un grave delirio, o una grave depressione, in nome
della sua libertà, è più violento che porlo in TSO. Dunque: sì a eliminare le
fasce, sì a eliminare l'elettrochoc, sì a ridimensionare il dominio del
farmaco, sì a eliminare i SPDC, in presenza di CSM fortissimi, sempre aperti,
accoglienti, popolati da operatori etici e dalla società cosiddetta civile, no
ad abolire il TSO, perché questo è un falso problema: in assenza di TSO
significa consegnare una persona, con una sofferenza psichica grave (mettiamo
che ha un pensiero delirante per cui si chiude in casa col gas aperto), alle
forze dell'ordine. Invece dell'arresto sanitario (come viene definito talvolta
il TSO) ci sarebbe l'arresto tout court. Che non sarebbe meglio.
Dopo “La Fabbrica della cura mentale” e “Il manicomio chimico”, Piero Cipriano pubblica con Elèuthera il suo terzo e ultimo libro di psichiatria riluttante, dove esamina come, a partire dal luogo-non luogo dove si deposita la massima sofferenza psichica (il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, appunto), si imbatta quotidianamente in diagnosi sbrigative e facili. In questo atto di narrazione finale, Cipriano spiega il rischio di una società che a ogni deviante appiccica la sua etichetta, che diventa nulla più che un insieme obbligato di regole e di come si possa, invece, sovvertirne percorsi, farmaci e forse perfino l’idea stessa della cura. Come già aveva fatto in precedenza nel testimoniare la difficoltà di accondiscendere all’imbruttimento del manicomio e alle abbuffate farmacologiche, con “La società dei devianti”, Cipriano, psichiatra e psicoterapeuta, a partire dal Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura in cui lavora, si e ci interroga sul paradigma dell’ideale di salute, e ridefinisce lo statuto della tristezza, senza ascriverla necessariamente alla depressione. Ad animare il libro compare lui, il personaggio narrativo, psichiatra basagliano e a tratti autobiografico, che ricorda come la vischiosità classificatoria delle forme di depressione con l’uso a cascata di farmaci, rappresenti la delegittimazione della tristezza. In questo libro con uno stile tra saggistica, racconto e divulgazione, Cipriano esprime come in una società performativa e prestazionale, qualsiasi forma di devianza venga non solo mal tollerata ma anche patologizzata, come se l’officina della salute mentale dovesse produrre sempre e nuovi malesseri su cui orientare una presunta direzione di cura. D’altronde, per Basaglia, lavorare al cambiamento sociale significava proprio superare i rapporti di oppressione e vivere la contraddizione del rapporto con l’altro, accettare la contestazione, e dare valenza positiva al conflitto, alla crisi, alla sospensione di giudizi, all’indebolirsi dei ruoli e delle etichette identitarie.
D.M.
Sul penultimo numero di “A” rivista anarchica (giugno 2016, anno 46, n. 5) Giorgio Antonucci si professa diverso da Basaglia in quanto sostiene che mentre quest’ultimo fosse contro il manicomio, lui invece è contro il ricovero coatto (il TSO, insomma). E tu? Tra Antonucci l’antipsichiatra e Basaglia lo psichiatra anti-istituzionale, dove ti collochi? Quello di Antonucci è un discorso che trovo demagogico. La malattia mentale certo che non esiste in quanto malattia, siamo d’accordo, ma la sofferenza psichica, o il disagio, o chiamiamolo come vogliamo, quello c’è, lo vediamo, e una persona così sofferente, la libertà l’ha già perduta prima ancora che intervenga la psichiatria con le sue armi di precisione e repressione. Quindi non si tratta solo di liberare le persone sofferenti, dalla psichiatria, ma liberarle pure da quella sofferenza che un tempo si chiamava follia. Allora, in certi casi, bisogna assumersi la responsabilità di decidere, per quella persona non più in grado di farlo. Per cui, io pure revoco, o non convalido, moltissimi Trattamenti Sanitari Obbligatori, quasi sempre inutili, ingiustificati. Però non contesto lo strumento del TSO.
L’impresa titanica di Basaglia
Non mi pare che sia questo strumento, se usato con parsimonia e in casi eccezionali, il vero problema. Invece contesto i manicomi. I manicomi in ogni forma e modo, anche quelli più sofisticati fatti di diagnosi, psicofarmaci, perfino psicoterapie (anche in queste vi sono rapporti di potere, è chiaro). Ed è per questo che non ho mai amato Szasz, nonostante i libri che lui ha scritto siano condivisibili, perché sul piano della pratica uno che proclama: non darò mai farmaci né metterò piede in un ospedale, ma erogherò solo parole e relazione, ha fatto una scelta di campo, si è ritagliato una comoda attività professionale borghese, dedicandosi a gente ricca e poco sofferente. Altro che le fosse di serpenti (i 600 internati del manicomio di Gorizia o i 1200 del manicomio di Trieste in cui si gettò Basaglia). Insomma, Basaglia accetta di non essere un puro. Accetta la contraddizione di prescrivere psicofarmaci, pure di continuare ad avere persone legate e rinchiuse, ma riuscendo, con la tecnica di “infiltrare gli infiltrati”, usando le stesse armi dei manicomiali, ad abolire i manicomi per la prima volta al mondo dopo due secoli dalla loro invenzione. Lascia stare che poi quelli si sono riprodotti sotto altre forme. Ma l’impresa è stata titanica. Riesce a violentare la società. La società che voleva e vuole i manicomi. I manicomi esistono perché qualcuno espelle lo sragionante, è ovvio. Eppure Basaglia parte, se ci pensi, dalle stesse premesse teoriche di Szasz (e Antonucci): quando dice non so cosa sia la follia, è una condizione umana, in noi la follia esiste come esiste la ragione, ma la società per dirsi civile dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece no, si incarica di trasformare la follia in malattia (per mezzo degli psichiatri) e come tale la relega nei manicomi; le premesse sono simili. È la prassi che è stata drammaticamente diversa. Szasz dedito all’esercizio della lieve psicoterapia, e Antonucci la cui impresa più rilevante è stata troppo veloce, pretenziosa e controproducente. Nel senso che non sono confrontabili la marginale e irrilevante esperienza di Cividale (durata poco più di sei mesi, conclusasi con un’occupazione del reparto con i dodici pazienti rimasti – tanti quanti ve ne sono oggi in un SPDC) che vide protagonisti Cotti e Antonucci, con l’impegno sisifico che si assunse Basaglia, di interi manicomi da svuotare, ma facendolo gradualmente, attento a non causare l’incidente, l’incidente sempre atteso che rischia di confermare, per eterogenesi dei fini, che pratiche troppo liberatorie non sono possibili e dunque non è possibile fare a meno dei manicomi. Per cui, tra Antonucci e Basaglia, io non ho dubbi.
Contro la psicanalisi, ma non in senso univoco
Nel tuo ultimo libro La società dei devianti (Elèuthera, 2016), figuro come uno dei rari casi di terapeuti che si occupano di inconscio e di cui tu hai fiducia. Ma, a parte rare eccezioni, sembra quasi che il tuo sia un “j’accuse” generale verso la psicoanalisi, da intendersi quale onerosa pratica borghese che diventa cialtrona non tanto per via di un suo mancato pragmatismo quanto per una tua mancata conoscenza. Voglio dire: come mai la posizione di pensiero riluttante parrebbe non farsi spazio anche sulla questione psicoanalitica? Non corri così il rischio di diventare monodimensionale ed etichettante pure tu, a tuo modo? Ma la psicanalisi questo a me pare, in genere: un’onerosa pratica borghese dalla quale il poco abbiente è estromesso, salvo qualche eccezione. E c’è poco da essere originali. Non è la mia visione della psicanalisi un cliché, è la psicanalisi a essere un cliché, e sapessi quante macchiette ho visto al lavoro. Un cliché per individui abbienti, e poco gravi. Ma sbagli a dire che il libro è un “j’accuse” univoco alla psicanalisi. Nel lunghissimo capitolo in cui cerco di raccontare cos’è quella cosa che da circa un secolo chiamiamo schizofrenia, scrivo di Jung antinosografico e sostenitore della curabilità degli psicotici, e perfino lo considero un precursore di Basaglia (attraverso Minkowski, ovviamente). Diciamo che non ne vedo molti di psicanalisti in giro (salvo alcuni, che cito pure nel libro, non so, Mario Colucci il lacaniano che lavora in un CSM di Trieste, Gianluigi Di Cesare lo junghiano che opera in un CSM di Roma) che hanno voglia di uscire dal circuito privato e occuparsi, nei servizi pubblici, di pazienti molto sofferenti. Gli altri, la gran massa degli psicanalisti: cosa ha fatto (diceva Basaglia) di buono la multinazionale della psicanalisi, nel 900, per tutti gli internati dei manicomi? E cosa fa di buono adesso, per tutti i pazienti “hard” dei SPDC, dei cronicari vari, dei mille contenitori della follia sparsi nel territorio? Perfino Thomas Szasz l’antipsichiatra era uno di loro, un bravo narratore ma terapeuta esclusivamente per quel pezzo di clientela che si poteva pagare la seduta con lui. Cosa fa la gran massa degli psicanalisti se non: parlare e lasciar parlare in uno studio borghese, in un quartiere borghese, pazienti borghesi, prendendo un tanto all’ora, dove quelli quasi esenti da disturbi o sofferenze si gioveranno di questa colta e gentile relazione, gli altri più problematici non ce la faranno e dopo cinque dieci sedute non li vedranno più. E nemmeno lo sapranno se saranno finiti legati in un letto di SPDC o bivaccheranno in una clinica privata a ingoiare farmaci. Allora, a chi serve la psicanalisi? Tuttavia, non sei la prima che mi provoca su questo punto: la psicanalisi mi starebbe antipatica perché non la conosco, non le ho mai stretto la mano e non ho mai depositato il mio danaro nella bianca mano di un analista, perché non mi sono mai allettato su un lettino analitico. Rispondo, nel mio piccolo, come rispose Foucault alla stessa provocazione. Disse: io ne voglio parlare, di psicanalisi, e contestarla, ma restandone fuori. Per cui è vero il contrario, cioè, proprio in quanto non psicanalizzato mi posso permettere di parlarne. Altrimenti che obiettività potrei avere. Diceva Tobie Nathan, probabilmente il più interessante etnopsichiatra vivente, che molti psicanalizzati sono come degli zombie, un po’ come i posseduti da certi stregoni africani, sono gusci vuoti, che dentro non hanno più se stessi ma la teoria dell’analista che li possiede. Diciamo che mi sento molto etnopsichiatra, da questo punto di vista. A volte, quando vedo individui (anche psicanalisti giunti all’ultimo grado di iniziazione) che al primo inceppo esistenziale ritornano dal proprio analista, a rifare il tagliando, un po’ come un farmacofilo ritorna a farsi prescrivere l’antidepressivo, ecco, ci trovo un tale grado di non emancipazione, di dipendenza, che mi pare più perniciosa ancora della dipendenza dagli psicofarmaci. Tu dici: parli di ciò che non conosci. Ma perché (ora mi vengono in mente molti lacaniani) pensi che davvero si capisca ciò che scrive Lacan?, o che tra lacaniani si capiscano? Ricordo un fisico, Alan Sokal, irritato dalla lettura di Lacan e dei suoi epigoni e dal loro esoterismo lessicale, che scrisse un testo davvero astruso, lo inviò a una rivista, fu pubblicato, e dopo un po’ di mesi raccontò il fatto in un libro, dal titolo Imposture intellettuali, dove parlava di tutti questi autori fumosi alla Lacan, che, quando li leggi (scrive Marco Innamorati in un ottimo articolo) hai la sensazione di essere preso per il culo, un po’ come ti prendono per il culo i protagonisti di “Amici miei” quando ti fanno la supercazzola prematurata. Ecco, io ho semplicemente detto che molti di questi parlano di supercazzole. Non si tratta di monodimensionalità. Ma di essere, anche nel mio lavoro, sufficientemente anarchico, da rifiutare certi dogmi, soprattutto se sono pure incomprensibili.
Il diritto al suicidio
Appare chiara, dunque, questa tua modalità di voler andare “in direzione ostinata e contraria” dalla parte dei disperati – per parafrasare De André – ma questa perseveranza nel rimanere a lavorare in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura ospedaliero di cui tu denunci l’orrore e l’errore della pratica, non è forse più una necessità di raccontarti di poter essere l’unico psichiatra diverso in un luogo di psichiatri uguali? Potrei rispondere di no, perché è necessario un infiltrato, nei piccoli manicomi, per rompere l’ingranaggio oliato della manicomialità. Invece ti rispondo: forse sì. Infatti me ne vorrei andare, dopo una dozzina d’anni di lavoro ospedaliero vorrei tornare a lavorare in un Centro di Salute Mentale. Ritornare sul cosiddetto territorio. Andare di casa in casa a trovare le persone. Prevenire, se possibile, le crisi. Impedire che le persone poi arrivino furiose nei pronto soccorsi, dove vengono accolte con le armi pesanti: farmaci e fasce. Ma per ora mi hanno bloccato il trasferimento. Però ti dico, anche, che si può (capita spessissimo) lavorare da manicomiale in un CSM (o perfino in uno studio privato, per tornare al discorso di prima sugli psicanalisti o su chi esercita la psicoterapia in studioli privati) e lavorare da territoriale in un SPDC. Facendo, in fondo, ciò che Antonucci sostiene di fare: revocare i TSO o non convalidarli, sciogliere i legati o non legarli, ridurre il carico di farmaci, dimettere qualche paziente, prendere (come ho fatto alcuni giorni fa) un paziente da molti mesi ricoverato in SPDC e, con la mia auto (perché la ASL non ne ha a disposizione), portarlo a visitare sua madre che non vede da tre anni in casa di riposo, e poi andare a pranzo insieme a lui a ristorante. Ora: come mai tutto ciò non lo ha fatto lo psichiatra del CSM che lo ha in cura? Probabilmente perché il manicomio non è un luogo, ma è nella testa delle persone.
“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio, quello del suicidio”. Camus, ne Il Mito di Sisifo, apre il varco di questo buco su cui tu ti riaffacci. Qual è – se c’è – la soglia per definire un suicidio diverso da un altro? Si può parlare di responsabilità dello psichiatra? Quale eredità ti hanno lasciato coloro che lo hanno messo in atto? Domanda molto complessa, troppo, a cui serve una risposta semplice e pragmatica (chi vuole poi si legge il capitolo: “Il dovere di vivere, il divieto di morire”, nell’ultimo libro). Di solito gli psichiatri (me compreso) rispetto ai gesti di suicidio, potenziali o messi in atto, si difendono. Perché, altrimenti, il rischio è che uno (il suicida) muoia, e l’altro (lo psichiatra) muoia socialmente (finisce in galera, o viene sospeso dall’esercizio del suo mestiere). Perché c’è un terzo elemento (un giudice), che per mestiere cerca la colpa. Io penso (in quest’ultimo libro lo scrivo chiaramente) che le persone debbano avere il diritto di disporre del proprio corpo (habeas corpus), e dunque di scegliere se vivere o morire. Ma nel paese confessionale che siamo ciò è incredibilmente difficile. Se uno muore c’è bisogno, sempre, di un colpevole. E questa è un’ulteriore ragione del manicomio.
Il riluttante è un anarchico che…
A proposito del personaggio narrativo dello psichiatra riluttante, non temi che possa essere un azzardo? Nel senso, non temi che questa non-fiction novel alla Carrère possa falsificare la professione dello psichiatra e farla quasi eroica? (Il carteggio con una Madonna, poi, farebbe il verso a una dimensione quasi mistica). Non sono d’accordo con questa tua visione. Pochi giorni fa il cantante Capovilla del Teatro degli Orrori mi diceva esattamente il contrario. Diceva: cazzo, Piero, in questo libro ci sei andato giù duro. In che senso, gli domando. Ti dai addosso come non mai, ti definisci un killer, un boia gentile, un carnefice. E così via. Allora, non mi pare di aver raccontato un personaggio, lo psichiatra riluttante, così eroico come dici: è sempre sul punto di lasciare, minaccia di abbandonare il campo, la partita, smettere. Proprio nel capitolo sulla psicanalista Centauro, che ti riguarda, dice che non vuole cadere nella sindrome del salvatore onnipotente, che lui con questo lavoro in fondo ci piglia lo stipendio per campare la famiglia. Dove lo vedi l’eroe? Io non ce lo vedo. Il carteggio con la madonna, dici, rasenta il mistico? Ma no. Innanzitutto è la decima madonna, non la prima. Poi è una madonna designata tale (decima appunto) da uno che ha passato la vita nei manicomi e si credeva dio. Per questo, più che deriva mistica, è un carteggio blasfemo, dove io mi confesso a una madonna nominata tale da un pazzo, diciamo. Cosa le confesso? Le confesso proprio il mio non riuscire a fare a meno di raccontare queste storie di persone stritolate, annientate dai manicomi. E lei è stata la madonna di un pazzo e di uno psichiatra, che sono le due facce della stessa medaglia. Due onnipotenti, se ci pensi. Un uomo che si crede dio, e un altro uomo che si crede psichiatra e in quanto tale più potente dell’uomo che si crede dio, quindi più potente di dio, perché lo può obbligare a curarsi, a prendere farmaci, a scrollarsi di dosso la folle convinzione di essere dio. Ma allo psichiatra nessuno mai lo potrà convincere (o curare) del suo errore, della sua presunzione di verità. E di essere ancora più dio di dio.
Colpisce che in tutto il libro non compaia mai la parola desiderio che a me pare, invece, una parola assai preziosa, un moto perpetuo che mai soddisfa e che mai può soddisfare finché c’è orizzonte. In questo modo, forse il desiderio è da intendersi anarchico. Quale è allora il tuo desiderio adesso e dove è la tua anarchia? Non compare la parola desiderio però il desiderio c’è. Non serve metterci la parola perché una cosa esista. Ci sono molti desideri, nel libro. E non li elenco che forse non c’è più spazio in quest’intervista. Il desiderio di convincere, per esempio. Il riluttante è uno psichiatra ego distonico, uno psichiatra contro voglia, apparentemente non più desiderante, appunto, sempre sul punto di mollare, però non molla, resta lì, a fare la sentinella, l’infiltrato, perché, in fondo, vuole convincere, ma convincere chi? I giovani infermieri, i tirocinanti, gli specializzandi in psichiatria, quelli che ancora non si sono arresi e consegnati alla logica della custodia, del manicomio, della securità. Fargli vedere che se arriva un agitato è possibile rassicurarlo senza legarlo. Fargli vedere quanto è semplice sciogliere un uomo legato. E poi quando è notte, durante le guardie di notte, scrive. E pubblica libri. Perché? Perché desidera ancora convincere. Convincere chi non sa nulla di questo nostro mondo a parte. E se non vincere, che non si può, almeno convincere. E la sua anarchia, non molto esibita, ostentata, c’è, nascosta in questa sua riluttanza al potere psichiatrico. Nella prima versione de La fabbrica della cura mentale che proposi a Elèuthera il protagonista era lo psichiatra anarchico, ma l’ossimoro era troppo scandaloso, e virai, avendo apprezzato Il fondamentalista riluttante, su quest’altro aggettivo. Il riluttante è un anarchico che accetta di fare a meno della purezza cui sempre gli anarchici anelano, rispetto al potere, accetta la contraddizione, di poter disporre della vita, della salute, della libertà degli altri. E prova a ridimensionarsi in quanto psichiatra, e tutto il suo lavoro è un attacco al potere psichiatrico. Potere che si esprime sia con armi pesanti (farmaci, fasce, elettrochoc, ricoveri coatti) sia con armi apparentemente più innocue (diagnosi, interpretazioni, buoni consigli).