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mercoledì 4 gennaio 2023

Il pensiero calcolante - Paolo Mottana


Il cancro del nostro tempo, figlio di tante cose, l’economia del denaro e dello sfruttamento, la razionalità cosiddetta scientifica, l’umanesimo nel senso più ristretto del dominio dell’uomo sul mondo, la geometrizzazione della ragione, l’imperio dell’immaginario diurno, resta la ragione strumentale o il pensiero calcolante, come che lo si voglia chiamare.

È passato quasi un secolo da quando i filosofi e i sociologi di Francoforte ci mettevano in guardia sul suo avanzare e stritolare ogni residuo di comprensione universale, di immaginazione, di senso e di sentimento, di cura e di solidarietà collettiva. Eppure ecco dove siamo arrivati, quella ragione è del tutto egemone, mostruosamente pervasiva e si è infiltrata in ogni nostro comportamento, in ogni nostro discorso e soprattutto in ogni giustificazione che attribuiamo alle nostre scelte. Che disastro, più che mai il “mondo a una dimensione” è trionfante e chi si appella ad altro è drammaticamente tacitato.

Ma cos’è, cosa significa concretamente imperio della ragione strumentale? Anzitutto e in termini generali è commisurare tutto in base all’utile che se ne può ricavare e mai a ciò che qualcosa è o merita intrinsecamente. Applicato alla vita di ogni giorno ciò significa che si misura il tempo da dedicare a qualunque cosa in base all’utilità, al beneficio, spesso in termini di danaro o successo personale, che se ne può trarre.

Anche nei rapporti umani, nell’amicizia e persino nell’amore. Una persona spesso si cerca solo per sfruttarla, o sfruttarne le conoscenze. Un amico o un amore si abbandona quando non ci serve più o quando, con il gergo che ormai abbiamo adottato disinvoltamente, ostacola la nostra realizzazione personale. O quando addirittura, peccato mortale per lui o lei, lo appesantisce con le sue richieste in contrasto con le nostre esigenze e urgenze.

Ragione strumentale è quella che ci fa confinare i bambini nelle scuole, in maniera tale da evitare che possano interferire con i nostri progetti privati o l’uso, ben quantificato e calcolato, del nostro tempo. In egual misura è quella che ci porta a confinare gli anziani in luoghi di rottamazione, quando pesano troppo sul nostro tempo o sul nostro budget.

La ragione strumentale si infiltra nei lavori degli studiosi come me imponendoci di far fruttare ciò che studiamo in termini di denaro, di “partite” da vincere per ottenere finanziamenti anche a discapito della nostra attitudine e della nostra posizione morale.

La ragione calcolante ci chiede risultati pratici, calcolabili e misurabili in termini numerici.

La ragione calcolante è quella sulla quale si fonda tanto il mito della prestazione quanto quello del merito, specie se calcolato in termini individuali.

Ragione strumentale è quella che fa corrispondere, come nella scuola e nell’università ma anche nelle imprese, un impegno, un interesse, un’opera di qualsiasi genere con un voto in termini numerici e con una promozione.

Ragionare strumentalmente significa sfruttamento in funzione di guadagno, nei nostri rapporti con il territorio e con le mostruosità contro natura che erigiamo, che scaviamo, che facciamo scomparire sempre a partire dall’esclusivo interesse di qualcuno che ci guadagna, senza alcuna attenzione all’intrinseca vitalità, autenticità e futuro di ciò che ci circonda.

Ragione strumentale è quella che si oppone a chi desidera amore quando ci chiediamo cosa ne possiamo ricavare. Ragione strumentale è il trionfo del letteralismo, del naturalismo, del fattuale.

Ragione strumentale è quella degli uomini e delle donne di potere, che sono disposti a sostenere qualsiasi menzogna purché porti loro consenso.

Ragione strumentale è anche quella che fa fare i figli perché lo voglio e che poi fa pensare che il figlio è mio e me lo gestisco io.

Chi si prende un cane o un gatto perché lo fa stare bene.

Ragione strumentale è quella che calcola il valore anche delle opere simboliche e dell’immaginazione e accredita come arte solo quella che è valutata significativamente in termini di denaro. Che nega i fondi ad opere che non promettono un lauto guadagno o almeno un profitto.

La ragione strumentale, calcolante, geometrica e classificatoria è quella che ha distrutto l’immaginazione libera e la fantasia almeno fintanto che non si siano sottomesse anch’esse alla legge del mercato, del ricavo, per esempio nella pubblicità o nel grande mondo dell’intrattenimento.

La ragione strumentale non sopporta chi fa perché appassionato, chi ha uno spirito libero, chi ancora scandaglia la vita solo in virtù della sua immaginazione debordante e irregolare. Non sopporta i poeti, gli artisti che ancora si possano definire tali, non ricattati dal guadagno e dal successo, non sopporta i cani sciolti, quelli che non capiscono i dati, i fatti, i giudizi scaturiti dalle “evidenze”, il più delle volte frutto esse stesse di calcolo, evidenze molto apparenti solo perché imbracciano l’arma dei numeri. Chi si limita a interpretare senza definire.

Potrei andare avanti ma credo di aver esemplificato alcuni esempi dello sterminio che questa cultura e questo immaginario sta effettuando sul tutto, perché essa agisce su tutto e in una sorta di alchimia inversa trasforma l’oro in piombo, o in merda che forse è più chiaro.

Temo che non sia più recuperabile perché la vedo sempre più diffusa nei giovani, nel loro modo di gestire le relazioni, gli amori, i programmi di vita, il tempo. Anche in loro avverto la fine della gratuità, della passione, del piacere, a favore del calcolo, del cinismo, del disincanto, dell’ironia e del sarcasmo. Non mi illudo ma non posso fare a meno di denunciare ancora e ancora, insieme ai tanti e tante che mi hanno preceduto e che combattono con me, questa egemonia distruttiva. Un dominio che sta facendo a pezzi la nostra vita, le sue zone più amabili, quelle dell’amore, della passione, della gratuità, dell’utopia e dell’immaginazione, del piacere di esserci oltre ogni ricatto economico.

Ovvio, il calcolo non è il male assoluto in sé ma lo diventa nella misura in cui assume la guida totalitaria del nostro comportamento.

Cosa c’è al fondo o al termine della ragione calcolante? Ci sono il vuoto, il gelo sentimentale, l’estinzione della vita, lo sterminio.

da qui

martedì 19 aprile 2022

Democrazia? - Paolo Mottana

 

Senza voler entrare più di tanto nel merito di un argomento complesso, vorrei far notare quanto nel tempo la nostra esperienza di democrazia si sia modificata e quanto oggi definire i nostri paesi, specialmente quelli appartenenti alla Nato ma più in generale quelli connessi in qualche misura con l’influenza statunitense, come democrazie, sia sempre più discutibile. Non si tratta semplicemente di mostrare, come è sempre più evidente, che l’informazione è sempre più controllata ed egemonizzata da cliché di liberalismo e democrazia del tutto obsoleti rispetto a ciò che effettivamente poi una tale informazione offre ma che in generale le nostre, o meglio, in particolare la nostra democrazia liberale sia una pura finzione.

È evidente che, a onta di una moltiplicazione sempre più vasta delle fonti di notizie, che tuttavia a me pare una frantumazione in porzioni sempre più irrilevanti, il cui limite è ovviamente la cosiddetta pagina personale su fb o su twitter (milioni!), in verità quelle che producono un’influenza significativa siano non solo sempre più ristrette ma anche sempre più controllate, tenute al guinzaglio di lobbies economiche estremamente elitarie e in generale spaventosamente inclini a espellere dal novero dei propri rappresentanti (o a non includere), chiunque sia portatore di istanze veramente diverse da quelle rappresentate secondo le linee di controllo stabilite dai vari poteri che le sostengono. Magari ospitano voci contrarie ma ben attenti a selezionarle tra personaggi poco credibili o che vengono facilmente ridicolizzati o demonizzati nei contesti predisposti a questo.

È verissimo che oggi tutti parlano e scrivono ma sortendo solo un rumore diffuso che nessuno sente. La liberalizzazione della rete ha partorito il nulla ed è di fatto del tutto complice del fatto che a parlare veramente restano solo le poche fonti di informazione innocue per il sistema di potere (quello sì, sempre lo stesso nei decenni), i cui rappresentanti sono previamente sottoposti a castrazione sistematica di ogni capacità di critica radicale. Io stesso mentre redigo il mio blog o posto qualcosa sulla mia pagina sono perfettamente consapevole di parlare a un gruppo di persone infinitesimale che mi serve più che altro per non sentirmi solo (come invece di fatto sono) e che quando raramente mi sono proposto in sedi più potenti sono stato sistematicamente rifiutato o censurato. Anni fa una specialista in pubbliche relazioni e consulenza editoriale mi seguì, per amicizia, per circa un mese, per aiutarmi a far pubblicare nelle sedi importanti le cose che scrivevo. Dopo un mese riuscì in effetti a far pubblicare un mio articolo sulla Lettura del Corriere. Il problema è che non era più il mio articolo, ma una riscrittura (fatta da lei) in cui tutti gli elementi radicali del mio discorso erano stati rimossi e rovesciati. Il prezzo da pagare per accedere a una importante fonte informativa o culturale (discorso non molto dissimile può essere fatto per le case editrici, i programmi televisivi ecc.) è, più che la capacità di bucare lo schermo, molto relativa in realtà, l’essere stati castrati della propria carica eversiva e proporre opinioni facilmente condivisibili e indolori per le strutture di potere.

La nostra democrazia funziona così, ce lo hanno spiegato già un secolo fa gli autori della Scuola di Francoforte: ti danno l’illusione di essere libero e di poter cambiare le cose. In realtà non puoi mai cambiare niente se non le tue percezioniNon sarà un caso che oggi siamo bombardati da una psicologia che mira a convincerci che la salvezza può essere frutto solo di una decisione personale. Se non sei felice è colpa tua, è il suo mantra, per essere felice basta deciderlo. Non sono gli altri ad essere cattivi, non è il sistema, sei tu che non hai ancora preso la decisione di guardare il bicchiere mezzo pieno. I teorici del sistema economico neoliberale del resto lo dicono da tempo: se sei povero è solo perché hai deciso di essere povero, quindi dipende da te migliorare la tua condizione economica.

 

Non è il sistema sbagliato, sono io

 

La fine delle formazioni collettive, unico vero spauracchio per queste false democrazie, la manipolazione del linguaggio, di cui non riusciamo neppure a seguire l’andamento delirante, la colpevolizzazione sottile ma efficace dell’infelicità e dell’insuccesso, la frammentazione della comunicazione, hanno prodotto la loro verità. Non è il sistema sbagliato, sono io.

È incredibile come funzioni bene questo apparato. Se solo pensiamo alla deformazione del linguaggio che ormai utilizziamo da cui sono stati espunti i termini che denunciavano la lotta delle classi, che ha eufemizzato ogni forma di figura di potere nei suoi risvolti di sfruttamento e di violenza, se pensiamo all’immissione spaventosa dell’inglese che ha mascherato ogni trasformazione in slogan di cui non percepiamo più alcun significato (ma che a ben vedere è il calco permanente della razionalità strumentale applicata semplicemente a tutto: in breve, interessati solo di ciò che ti serve per il tuo successo personale, poi buttalo via), l’aumento spropositato delle sigle e delle abbreviazioni, per farci scordare più in fretta di quale materia vile sia fatto il nostro universo simbolico, se solo ci rendessimo conto di tutto questo, forse il nostro giudizio sulla nostra “democrazia” sarebbe un poco meno convinto.

Le nostre vite scorrono su un nastro trasportatore su cui in realtà non abbiamo alcuna padronanza, ad onta di tutto, e il fantasma di quello che ha ben descritto Erik Gandini nel suo documentario sulla Svezia, “La teoria svedese dell’amore”, è sempre più vicino e reale. Viviamo soli, consumiamo soli, scriviamo soli, moriamo soli e ogni tentativo di uscire da questo è semplicemente inibito da servomeccanismi efficientissimi che non appena sgarri ti riconducono automaticamente alla tua condizione di solitudine assoluta e di impossibilità a solidarizzare con altri (tutto è competizione).

Quando Giorgio Gaber, che aveva ben imparato, con Luporini, la lezione della Dialettica dell’illuminismo (o se preferite quella della “religione americana” e del neoliberismo di cui tutti siamo solo i prodotti ormai), parlava di libertà come partecipazione, non intendeva ovviamente dire che basta partecipare ai dibattiti o alle elezioni (in un’altra canzone metteva bene alla berlina il gesto grottesco del voto elettorale) ma partecipare ai processi di trasformazione della società.

Ci rendiamo conto che questo nostro paese, come la maggior parte delle democrazie occidentali, nelle sue strutture profonde, non cambia mai? Altro che gattopardo! Ma possibile che in ormai settant’anni si sia riuscito a mantenere sempre gli stessi gruppi di potere, le stesse famiglie, gli stessi gruppi dirigenti? Ma come mai in questo paese non si è mai riusciti a ottenere di tassare i più ricchi, di aggredire il tema dell’evasione fiscale, della redistribuzione della ricchezza?

Certo, in tempi diversi, quel breve frammento della storia che il nostro sistema informativo contribuisce ogni giorno a maleficare dietro la sigla di “anni di piombo”, anni violenti (la demonizzazione del ’68 è una delle operazioni più schifose che l’intera industria del consenso abbia mai fatto nel nostro paese) e così via, si ottennero diritti per i lavoratori, statuti, liberazione da molte condizioni di oppressione, che ormai oggi sono già stati già tutte ripristinate.

 

Dominio

 

Fu proprio quella stagione a indurre i potenti a lavorare alla più grande opera di mistificazione culturale e sociale che mai sia stata compiuta sulle nostre coscienze e sulle strutture della nostra stessa formazione per essere già pronti ad essere consumati sul mercato del lavoro coatto, delle merci e degli spropositati guadagni che esse offrono a una ristretta élite di “porci” unicamente dediti al proprio tornaconto. Si legga al proposito il testo Dominio di Marco D’eramo, curiosamente un intellettuale che non si sente mai citare nei nostri media e nei nostri giornali, al pari di altri, ovviamente, tenaci nel non mollare certi strumenti di analisi e la consapevolezza che viviamo in un sistema tutt’altro che democratico. In quel testo si mostra come sia stata realizzata una vera e propria campagna di guerra che ha avuto di mira, con successo, la colonizzazione delle università, dei centri di cultura e soprattutto della direzione della ragione economica all’insegna di una pervasiva ideologia neoliberista, in gran parte responsabile del degrado sociale, economico, ambientale e culturale in cui oggi viviamo.

Ma di cosa parliamo quando difendiamo a spada tratta il nostro sistema liberal-democratico? Di quale società migliore possibile? Siamo davvero convinti che sia la migliore possibile o siamo semplicemente assuefatti al messaggio che ci vuole tutti anestetizzati sui disastri che questa società continua a compiere su di noi, sui nostri figli, sull’ambiente, sugli altri popoli, nella sua pretesa di globalizzare le sorti del mondo alla luce della sua fiaccola devastatrice? Quale potere abbiamo di cambiare le cose? Quale potere ci è rimasto? Quello di inveire come faccio io sul mio blog o sulla mia pagina facebook o di scrivere libri come quelli di D’eramo che quasi nessuno legge e che mai saranno promossi da qualche fonte d’informazione rilevante?

Certo, possiamo fare quasi tutto, purché nulla cambi, come sappiamo bene. Ma il fatto che nulla cambi induce frustrazione, depressione, infelicità. Questa è la nostra reale condizione e tutta l’industria dell’intrattenimento e delle varie dipendenze più o men indotte non può mascherare la spaventosa infelicità che oggi di fatto costituisce la cifra della nostre vite. Non basta cambiare partner, rivista, giornale, luogo di villeggiatura, dieta o partito politico per raggiungere la felicità. La felicità, parafrasando Gaber, è partecipazione. Partecipazione autentica, in carne e ossa, che produce nuovi mondi, non la parata grottesca del nostro contributo al chiasso universale su fb o su twitter.

Ma questo è interdetto, bloccato, in fondo neppure sui nostri canali privilegiati possiamo davvero dire ciò che vogliamo, sempre più strette si fanno le maglie e le censure e i blocchi aumentano quanto più il sistema si sente minacciato.

Si potrebbe analizzar tutto ciò in maniera molto più dotta. Lo lascio a chi ne è esperto. I disastri di questo sistema io li vedo nell’educazione e ne ho già parlato altrove.

Un’ultima cosa però mi preme dire. Qualcosa sul termine libertà, che ultimamente vedo impugnato da tutti come il totem della democrazia.

 

Libertà

 

Perdonatemi, sono cresciuto in un altro tempo, o forse in un altro interstizio del tempo ma il termine libertà non è così nobile come crediamo. Libertà e giustizia si cerca sempre di coniugarli insieme ma non è affatto ovvio. E neppure libertà e felicità. Forse occorrerebbe anche iniziare un periodo di digiuno dalle richieste di libertà, dei diritti di ogni genere e cominciare a optare per una chiamata alla responsabilità, ai doveri, a una morale, come diceva ancora Gaber alla fine di un suo spettacolo famoso sulla libertà obbligatoria.

Come scriveva un antropologo tanto tempo fa esistono (esistevano sarebbe meglio dire) popoli che vivono nella povertà, nell’indigenza, che non conoscono l’uso dell’elettricità o del gas ma hanno culture incredibilmente complesse, ricche di simboli, di riti, di cerimonie collettive, di feste, di uno spirito non dedito al lavoro e allo sfruttamento. Muoiono giovani ma forse più felici o semplicemente più ingenui.

Poi esistono le grandi civiltà, dove l’immaginario diurno della bonifica, della tecnologia, della razionalità calcolante hanno distrutto ogni traccia di simbolo, di rito, di festa autenticamente sentita. Abbiamo auto incredibilmente confortevoli per i nostri viaggi solitari da casa al lavoro tutti i santi giorni, abbiamo tecnologie potentissime per comunicare con chiunque stando seduti da soli alle nostre scrivanie nelle nostre case igienizzate, riscaldate, dove il fiume di parole e immagini televisivi sono l’espediente per non sentirsi soli, abbiamo mezzi per salvare vite e prolungarle fino a cent’anni, volenti o nolenti, spesso nolenti o solo persuasi che domani troveranno un altro farmaco per tenerci in piedi. Forse conquisteremo l’immortalità. Ma a quale prezzo?

da qui

domenica 12 dicembre 2021

Onorare la morte - Paolo Mottana

  

Come aveva già sostenuto Gilbert Durand (1972) l’immaginario, la fantasia, la creazione, in certa misura ogni opera umana è sempre un tentativo di esorcizzare il volto minaccioso del tempo, la sua destinazione tragica, il suo scorrere in direzione della caduta. Ma mai come oggi probabilmente la morte è diventata inavvicinabile, anzi non solo la morte ma tutti i suoi correlati immaginativi, la malattia, la fragilità, la debolezza, la melanconia, la depressione, la tristezza, il silenzio, il vuoto.

Da ogni dove si producono dispositivi atti a scongiurare la morte e i suoi sentimenti custodi, le sue manifestazioni analogiche, i suoi caratteri o i suoi riti. Ogni civiltà ha avuto al suo fondo la relazione che ha instaurato con la morte. La nostra civiltà ha fatto della morte l’oggetto da fugare, da sopprimere.

Sappiamo bene quanto nel tempo i rituali di accostamento alla morte e alla malattia siano stati neutralizzati da una delega alla tecnica che ormai arriva a impedire quasi ogni contatto fisico con il morente e talora, come si è visto nell’ultima epidemia addirittura ogni possibilità di vicinanza se non tecnologica e digitale.

Un processo lungo che certo, come hanno già notato autorevoli studiosi, da Elias (2011) a Ariés (1998), ha lentamente fatto uscire di scena la dimensione pubblica del morire, con le veglie, l’accompagnamento della comunità, lo stringersi intorno al morente e di tutti i congiunti, compresi i bambini. Oggi il morente è custodito nell’apparato tecnologico degli ospedali, visitato solo ad orari prefissati e brevi e spesso trapassa in assoluta solitudine, con unico accompagnamento il rumore dei macchinari che lo tengono in vita spesso forzatamente. Nel nostro mondo si è ormai arrivati, e sempre più spesso, per altri versi, alle morti solitarie e obliate dei vecchi in casa, abbandonati dalla famiglia o essi stessi essendosi assicurati di non avere bisogno di nessuno, come ben delineato nel documentario di Erik Gandini sulla Teoria svedese dell’amore. Morire ed essere ritrovati dai servizi sociali magari anche settimane o mesi dopo, senza parenti cui rivolgersi o cui restituire i beni del defunto.

La morte, come quasi ogni altra cosa in una vita sempre più autistica, si privatizza, ma lo scopo latente di tutto ciò è spazzolarla via dalla scena sociale, dal paesaggio umano, e di far sparire con essa i sentimenti della caducità e l’esperienza potentemente trasformativa per chi resta di presenziarvi, di accompagnarla, di accoglierla.

Non solo, non si muore in seno al proprio mondo sociale ma la privatizzazione tecnologica spesso espropria del proprio morire il morente, assicurandosi con ogni mezzo possibile di tenerlo in vita ben oltre ogni necessità biologica e soprattutto, il che è molto più drammatico, anche ben oltre la sua volontà più o meno espressa di divenire un corpo immobilizzato o addirittura privo di coscienza su cui sperimentare ogni possibile strumento di prolungamento delle funzioni vitali. Questo accanimento, pronto a sorvolare completamente sopra la dignità della persona, sopra la sua legittima volontà (espressa o non espressa, basta la compassione a comprendere) di non essere solo un corpo di dolore nelle mani di scienziati in guerra con la morte, va assolutamente condannato, proprio in nome di una cultura della morte giusta, della buona morte (su tutto ciò si confronti anche l’ottimo libro di A. Tarabbia, La buona morte. Viaggio nell’eutanasia in Italia, Manni, Lecce, 2014).

In merito a ciò occorrerebbe anche una riflessione sul tema del suicidio, sulla dignità dell’eutanasia, sulle radici storiche e culturali (religiose in particolare) della nostra avversione al taedium mundi, una riflessione sulla morale stoica in merito, sull’atteggiamento delle altre culture e sull’urgenza di tutelare il diritto di ognuno a farla finita quando a “suo” insindacabile giudizio è venuto il momento.

La morte è un tabù così potente che anche le sue emozioni, o comunque le emozioni correlate al morire e alla malattia, propria o altrui, sono di fatto ma anche scientificamente sempre più poste alla gogna. Gli esempi potrebbero essere molteplici ma sia sufficiente leggere con attenzione l’ideologia sottesa al concetto di “intelligenza emotiva” propinato per primo da Daniel Goleman (che già mi premurai di contestare con forza in Mottana, 2000). Nel suo testo Intelligenza emotiva (1996) è detto a chiare lettere che i sentimenti inefficaci sotto il profilo della propria affermazione sociale sono ovviamente quelli di tipo doloroso e in qualche misura tali sentimenti vanno silenziati. I sentimenti che si provano in situazioni di sofferenza, come la tristezza, la malinconia, la rabbia, sono sentimenti da spurgare quanto prima, da bonificare, fin da piccoli, così come i caratteri di tipo introverso o timido, disfunzionali alla riuscita professionale. Al loro posto occorre assumere come via maestra l’estroversione, l’assertività, l’empatia (specie per poter manipolare il meglio possibile il prossimo, aggiungo io), la collaboratività. Il dolore deve essere cancellato, e laddove non bastano gli esercizi di focalizzazione cognitiva, si intervenga pure con la farmacologia.

E d’altra parte se nessuna obiezione può essere fatta al tentativo lodevole di attenuare il dolore fisico o la sofferenza psichica con qualsiasi mezzo, è l’ideologia sotterranea che inquieta, quella che prescrive la postura smiling per vincere nella competizione sociale e professionale, esautorando così la possibilità di considerare naturale e sano manifestare i propri stati d’animo a seconda delle situazioni che si sperimentano. E noi sappiamo bene che l’esistenza non ci propone costantemente solo rose e fiori.

Il lutto non si porta più e l’oblio del morto spesso ormai si realizza a tempo di record, perché la pressione a ritrovare i comportamenti “positivi” è sempre più potente.

Ed è proprio attraverso le dottrine del pensiero “positivo” e l’infinità di discipline, esercizi, terapie che favoriscono quella che spesso viene definita la “decisione” di essere felici che negli ultimi tempi si sta celebrando il definitivo  de profundis (per paradosso) alla nostra sensibilità, alla nostra vulnerabilità, alla nostra capacità di entrare in contatto profondo con le emozioni intonate al nostro e altrui venire meno, ammalarsi, invecchiare, morire. Ben inteso, non che questi non siano sempre stati propositi della civiltà umane, cercare di lenire il dolore e controllarlo ma oggi è in atto una lotta contro ciò che è ineluttabile perché non contamini in nessun modo la vita sociale e produttiva di un’umanità che inevitabilmente però diventa sempre più cinica, insensibile, dissociata.

Sono perfettamente d’accordo con una morale edonistica come quella propugnata dal filosofo francese Michel Onfray (2009), il quale sostiene che solo vivendo con accanto “il proprio scheletro” si possa cogliere appieno il valore dell’essere vivi ma credo che tutto ciò vada ricompreso anche alla luce di un recupero della nostra finitudine come consapevolezza che induca a moderare le tendenze pragmatiche e “positivizzanti” e in qualche modo anche colpevolizzanti nella misura in cui non si sappia decidersi per propria felicità.

Queste dottrine più o meno identificantesi con lo slogan del “pensiero positivo” tanto diffuse oggi, così figlie dell’idea fallace che si possa costruire il proprio benessere da soli, individualmente, anzi addirittura che il nostro benessere dipenda da noi e da eventuali esercizi di meditazione o di sana alimentazione, sono solo il frutto caduco di filosofie che avevano una profonda consapevolezza del morire e dell’ambivalenza della vita e che certo non si sognavano di delegare il sentimento della serenità o dell’equilibrio semplicemente a “decisioni” personali. Oltre al fatto che noi oggi consociamo benissimo il ruolo determinante dell’inconscio nel condizionare i nostri stati d’animo accanto a quello delle condizioni di contesto. L’immagine del bodhisattva o dell’eremita, posto che davvero abbiano raggiunto la felicità, sono puri miraggi una volta consegnate ai volti del nostro tempo e soprattutto alle violente pressioni della nostra vita inconscia.

In noi dolore e piacere si alternano in una dinamica che è ineludibile e che va onorata sia in un versante che nell’altro. Dove dunque il piacere pretende giubilo, estroversione e festa nel dolore occorre coltivare il silenzio, la solitudine o il conforto della compassione.

Un’autentica educazione alla morte (che è di per sé un’educazione alla vita) significa riprendere confidenza con queste esperienze (e dunque con l’esperienza del morire), non solo sperando di guarire a ogni costo ma anche sapendo stare al fianco di chi ormai ha imboccato la sua vita d’uscita dal vivere. Tanti frequentano l’esperienza del volontariato o del pronto soccorso per interpretare il ruolo del guaritore ma occorre anche riprendere contatto con ciò che non guarisce, con le sue necessità e le sue specifiche cure, che a volte possono solo ammutolire o costringere a riconoscere di essere impotenti. È con questi sentimenti che dobbiamo tornare ad affratellarci, anche per non far sentire colpevole o sbagliato chi è malato o chi muore.

Dobbiamo ritrovare il senso dell’impotenza, della cronicità del male, del suo ruolo nel renderci meno carogne come tanti soggetti maniacali che circolano in un mondo sempre più frettoloso e competitivo.

da qui

mercoledì 13 ottobre 2021

Elogio del fallimento - Paolo Mottana

 

Vorrei concentrarmi su una delle più spaventose angosce del nostro tempo, quella del fallimento, parzialmente collegata a tematiche ben più cariche di sensi stratificati come quelle dell’errore e della resa. Qui voglio però concentrarmi proprio su quella del fallimento, in parte fisiologica per così dire ma sicuramente incrementata esponenzialmente da una civiltà così poco generosa, così assillata dal successo (e nel più breve tempo possibile) e che letteralmente perseguita il fallire come un’onta irrimediabile.

Quanti suicidi per fallimenti lavorativi, finanziari, imprenditoriali, sentimentali e così via! Se posso perdonare quelli sentimentali mi sento invece di attribuire al nostro tempo indegno la colpa per gli altri, compresi quelli per gli studenti che pure si suicidano o si fanno del male quando non vengono riconosciuti come capaci o ahimé “competenti”.

 

Si impara sbagliando

A parte l’ovvio fatto, decantato persino nei manuali di didattica più seri, che si impara e si migliora solo sbagliando e fallendo – cosa che ogni onesto insegnante dovrebbe sapere prima di somministrare quella ridicola sanzione all’errore che si chiama “insufficienza” e che non ha altro scopo che quello di avvilire la motivazione di chi impara -, e che dunque fallire è fisiologico al riuscire, va anche detto che il fallimento è anche una condizione che può assumere forme accettabili o addirittura confortevoli.

Posso assicurare che aver fallito nella conquista del potere universitario, che peraltro non ho mai davvero cercato, mi ha risparmiato quella tinta giallastra o di volta in volta quegli arrossamenti facciali rigati di couperose che tanti concorrenti ambiziosi hanno dovuto manifestare ben presto perché rosi dall’invidia, dalla competizione e dalla paranoia.

 

La trappola del successo

Personalmente consiglio a chiunque smani proprio per raggiungere il successo, che cerchi di farlo il più tardi possibile nella vita. Perché? Perché il successo, una volta raggiunto, è una trappola, ti imprigiona in esso e ti costringe ad una routine spaventosa per mantenerlo. Appena si raggiunge il successo innanzitutto bisogna guardarsi da tutti quelli che si è fatti fuori a gomitate per arrivarci – perché ci si arriva solo così, credetemi, anche i migliori, un’ottima parabola in tal senso è il film Il Cigno nero di Aronofsky -, poi da tutti quelli che vi invidieranno e vorranno prendere quanto prima il vostro posto: una guerra. Tra le armi che avvelenano la vita più potenti e infallibili vi sono senza alcun dubbio l’invidia e la paranoia, strettamente collegate insieme specialmente nelle esistenze degli ambiziosi.

In più una tragica vulnerabilità proprio al fallimento. Ogni fallimento, in chi rincorre troppo la luce, si trasforma in un buio senza fondo, o al fondo del quale spesso c’è una terribile depressione o la morte. Altro film sul merito Mulholland Drive di Lynch (parlo di film perché è più facile, in un paio d’ore ve li siete visti, per i più ambiziosi ci sono volumi massicci inerenti il problema dell’invidia, della paranoia e della sindrome megalomanica).

Quindi i vantaggi sono ristretti, anche perché se per un breve periodo, una volta arrivati, si gode dei privilegi che il successo garantisce (diventare noti, essere desiderati, se va bene scopare molto), poi cominciano a sorgere i dubbi: ma mi ama per me o per i miei successi, ma mi sta vicino e mi dice sempre di sì per me o per i miei soldi o ancora, scopa con me per me o perché sono un uomo o una donna di successo? E nonostante il cinismo per un po’ possa fare da palliativo, posso assicurare che alla lunga la crisi d’identità e la depressione conseguente sono inevitabili.

 

Il tempo dei talent

Quindi, fuor di ogni metafora, educare al valore del successo, cioè ciò che confindustria, università dell’eccellenza e media sapientemente radunati insieme con ogni mezzo propinano incessantemente, e purtroppo anche la nostra sagace scuola competitiva e meritocratica (o presunta tale), è una solenne stronzata.

Ai ragazzi va detto incessantemente: fa le cose perché ti va, non perché ti serve, scrivi, maneggia la plastilina, monta sugli alberi, dipingi, suona ma perché ti fa piacere, non per gli altri, non per il loro giudizio né per diventare suppostamente bravo come loro (al limite vale per fare colpo sulla ragazza o chi per lei). Puoi imitarli se ti piacciono, se il loro sound ti fa godere, se le loro abilità ti toccano, non perché hanno il successo. È difficilissimo, specie con questa nuova specie cresciuta nel mondo della competizione sfrenata e delle identità vulnerabili, dei talent e delle gare a tutto spiano, ma dai e dai possiamo farcela. Ne va, nientepopodimeno, che del benessere universale!

Occorre immediatamente mobilitarsi per prendere a colpi di piccone il mito del successo e con l’azzerare quanto più possibile l’inoculazione del siero di tale necrofila ideologia dalle televisioni, dai social, dalla classe dei padroni-imprenditori con le loro organizzazioni di beoti, dallo sport agonistico e da ogni altro campo dell’esperienza che non sia “facciamo a chi sputa più lungo” o nascondino. Se possibile anche separando padri frustrati per non essere riusciti in settori determinati da figli bisognosi d’amore costretti per anni a giocare a tennis o a suonare il pianoforte per saziare le bramosie di successo paterno (e talora anche materno) per transfert (si veda la toccante autobiografia di André Agassi – Open. La mia storia, Einaudi -, probabilmente emblematica di tanti figli suoi simili incapsulati nei tentacoli del genitore predatore).

 

Un paio di fallimenti a settimana

Come già ci hanno più volte suggerito i veri sapienti, quelli del ben vivere, da Orazio a J.K.Jerome, un fallimento ogni due o tre settimane fa star bene, rende più umili, più in consonanza con il ciclo di morte e rinascita di tutto il mondo intorno e più propensi al riposo, al buon vino e alla contemplazione e anche, nota bene, all’amore, tutte cose che non aggiungono benzina all’entropia spaventosamente in atto. Piccoli fallimenti, in dosaggi non eccessivi possono essere raccomandati anche ogni giorno, per esempio orinare fuori dal vaso (e poi subito sentirsi in dovere di porvi rimedio …), mancare completamente il soufflé di patate, o versare l’acqua del mocio sull’auto dell’imprenditore di successo appena lavata.

Vorrei una generazione di piccoli pargoli non assatanati dalla pulsione insana del successo, propensi all’accomodamento, all’accettazione senza rancore di essere a metà classifica o anche alla fine, sempre sperando, predicando e operando perché le classifiche spariscano dalla faccia della terra, come i voti, i giudizi, le stellette, i premi e altre baggianate del genere che, eventualmente, vengano sostituiti da abbracci e baci per i partecipanti, con autentico spirito olimpionico, e magari un premio speciale in natura per chi, alla fine di un qualsiasi cimento liberato dal giogo del primeggiare, offre da bere a tutti.

Ah, un’occhiata a Dio esiste e vive a Bruxelles, di Jaco Van Dormael, non può che giovare alla causa.

da qui

martedì 5 ottobre 2021

Non fare, non produrre - Paolo Mottana

 

Uno dei più potenti tabù dei nostri tempi è certamente quello legato all’ozio. Figlio di una secolare e molto cristiana e poi calvinista ideologia della laboriosità e di un agire che non permetta ai demoni (specie quelli della lussuria) di manifestarsi e prendere possesso del nostro intelletto e soprattutto del nostro corpo, ha trovato il suo coronamento nella morale capitalista. La morale che finalmente ha fatto del lavoro l’unico sistema di valorizzazione dell’individuo e del suo grado di successo in ambito professionale il metro della sua statura umana. Man mano poi che l’accelerazione temporale di cui fin troppi filosofi han già parlato, la produttività, intesa anche come rapporto tra risultati e tempi e costi, nota a tutti noi come efficienza, è diventato il comandamento supremo del nostro collocarci all’interno del novero dei bravi cittadini.

Ma è fin troppo ovvia la genealogia di tutto ciò. E tuttavia, mentre per lungo tempo, quasi una risacca lunga della morale pagana (per non tirare in ballo gli orientali almeno fino a qualche decennio fa molto più astuti di noi) per la quale era considerato privilegio il non fare, l’astenersi dal fare e far fare agli altri, a sua volta inveratasi nello stile di vita aristocratico, ben scevro di ogni tentazione di farsi insudiciare e stritolare dal travaglio lavorativo, oggi il lavoro come valore (quasi un anagramma) è giunto a insediarsi, direi a sparapanzarsi all’articolo 1, dico 1 della nostra Costituzione, la beneamata carta cui tutti indistintamente, tranne i fascisti, continuano a rivolgersi per cercarvi i fondamenti del bene e del male. Qual terribile svista, quale cecità fallace, collocare lassù, in cima in cima, il valore del lavoro. Il lavoro come fondamento. Le conseguenze sono presto dette: chi non lavora non fa l’amore, come diceva la celebre quanto erronea canzone ma soprattutto chi non è occupato è giocoforza da annoverare tra i marginali, i tristi, i manchi. Ma non solo inoccupato nel senso di sprovvisto di un’occupazione, più corrivamente anche solo inoccupato nel senso di pigro, restio al fare, ozioso.

Che lavoro fai?

Tutti noi, molto spesso prima ancora di essere interrogati sul chi o sul come, veniamo immediatamente sottoposti al test occupazionale: “che fai tu?” o ancor più seccamente “che lavoro fai?”, test che misura il nostro grado di rettitudine sociale, anche nel caso la nostra attività ricada nell’illegalità più o meno scoperta, come nel mestiere di politico, di imprenditore (specie nel ramo edilizio), o di giornalista. Occhi che si spalancano di fronte alla risposta: “sono disoccupato”, che pone in fuga qualsiasi bella in cerca di ganzo ma anche qualsiasi uomo o donna in carriera nel titanico transatlantico del “prima fai, dopo pensa, eventualmente”.

Una morale ormai così conculcata nell’individuo medio del nostro universo sociale da aver ovviamente invaso anche la vita dei più piccoli. Si intende, in realtà i piccoli sono stati tra i primi ad esserne bersaglio, per i motivi già citati. L’inoperosità, l’appartarsi solitario, la siesta, lo “sdraiarsi” ben maleficato da certi stampaioli correnti, sono diventati da tempo sinonimo di destini catastrofici (leggere bene tra le righe uno dei grandi fautori dell’idiozia contemporanea, Daniel Goleman) o, comunque, un biglietto di sola andata verso il temibile spauracchio delle addiction, specie di quelle più orrende, come l’assumere sostanze che ostacolano il lavoro (non per niente negli ultimi decenni si sono affermate sostanze che non ti lasciano stare ferme neanche le orecchie) o addirittura perdersi in posture contemplative o di una sessualità come copula lenta e interrotta solo da riposo e libagioni (come predicavano i grandi libertini alla De Sade), dedicandogli tempo, dedizione e attenzione ai dettagli.

La nostra agende

Intendiamoci, intorno al disagio prodotto dal troppo fare senza capocchia si è sviluppata un’intelligente industria della ricarica che ci sforna quotidianamente sessioni di mindfulness, di yoga, di meditazione, di massaggi e agopunture, il tutto purché poi si sia di nuovo pronti per assicurare alla macchina che macina il nulla il contributo maggiorato derivante dall’essersi almeno un poco riposati.

Così i nostri cuccioli si vedono bersagliati da pubblicità in cui si incensa la loro capacità di correre per sette campi, salire cinque alberi e infilare dodici palloni nel canestro per poi fruire di impagabili barrette al cioccolato o altre misture ricostituenti e energizzanti. La quantità, la velocità, il tempo adeguatamente riempito, così come nelle nostre agende – si chiamano agende mica per niente – in cui uno spazio vuoto può precipitarci in un attacco di panico (cioè la natura- Pan – che si rifà viva per intimarci di smetterla di coglionare la vita), sono diventati gli organizzatori etici del nostro stare al mondo, fin dalla più tenera età. “Tenersi impegnati” è lo slogan infantile, sgobbare come schiavi quello dell’età adulta, anche quando ormai non ci sono più nemmeno padroni che ce lo chiedono: siamo diventati bravissimi, lo facciamo da soli. Toh, qui ho un pomeriggio libero, perché non ci metto un bel corso di Pilates?

Educazione all’ozio

A questa mistificazione drammatica della nostra società, della sua cultura induistriale e post-industriale (peggiore perché adesso il lavoro te lo porti comodamente a casa, con la scusa che ci piace…), vorrei, senza tema di affrontare uno dei tabù più coriacei, una pedagogia del dolce far niente, un’educazione all’ozio (eh si, perché bisogna reimpararlo, altrimenti è un attimo finire nel bricolage): otio, non fare (wuwei, dice quel saggio orientale), stare, godere, delibare, sorseggiare la vita, coccolarsi e coccolare, contemplare, ma soprattutto, se proprio si deve usare il corpo a qualche fine, lo si faccia purché quel fine non produca nulla, se non il puro piacere di farlo, senza ricompensa se non quella intrinseca.

Propongo, nella mia controeducazione, che almeno la metà della nostra vita, per cominciare, sia dedicata al non fare, al non produrre, a non massimizzare il plusvalore del capitale, umano, finanziario o psicologico che dir si voglia. Chiamatela pure filosofia del non fare un cazzo.

da qui

venerdì 1 ottobre 2021

Scuola: pensieri un po’ spettinati*

 

Alcune premesse necessarie

Ciò che troverete sotto è una personale analisi della politica scolastica italiana, non esistono riferimenti particolari a scuole particolari, che spesso sono le prime vittime della politica, delle norme, delle direttive, delle circolari, delle conferenze di servizi per le scuole, che arrivano tutte dall’alto (da soggetti che si sono sempre guardati bene dall’entrare nell’arena di una classe)

Preciso che l’esperienza di chi scrive è limitata alle scuole secondarie superiori.

Delle studentesse e degli studenti si parla poco, non perché non siano importanti, sono il fine della scuola, e anche le prime vittime, semplicemente si analizza (solo) tutto quello che gli si riversa addosso.

 

Introduzione

C’è una domanda che soffia nel vento:

come e perché la scuola è diventata quello che è adesso?

Il Come è il lavoro sporco del Perché, in tutti i processi decisionali il Perché è sintetico (a volte criptico), il Come è arzigogolato, farraginoso, lungo, rumoroso, frammentato.

Per usare un linguaggio immediatamente comprensibile e concetti sintetici, il Perché viene deciso dai mandanti, il Come viene eseguito dai sicari.

 

Negli ultimi 20 anni la scuola si è trasformata, si è geneticamente modificata.

Prima, diciamo fino al termine del secolo scorso, la scuola era nella sostanza immutata, la scuola era fatta per gli studenti, per dare agli studenti delle conoscenze che sarebbero servite nella vita, e i docenti erano come degli artigiani che trasmettevano il sapere, in un contesto che era (ed è, finché dura) la classe, costituita principalmente da rapporti umani, si producevano cittadini.

Alla fine del secolo scorso hanno deciso che era necessario trasformare quegli artigiani, i docenti, che avevano il totale controllo del processo produttivo in operai della catena di montaggio (della scuola), trasformarli in lavoratori che non avessero più il pieno controllo della produzione, ma solo parziale. E anche era necessario trasformare la scuola da soggetto avulso dalle logiche economiche a oggetto in balia degli appetiti economici estranei al processo culturale (per come era stato inteso da sempre).

Per fare questa rivoluzione epocale è stato necessario apportate qualche modifica, diciamo tecnica, per raggiungere gli obiettivi che qualcuno si era prefisso.

Questo si è ottenuto in modo ideologico (e poi dicono che non esistono più le ideologie), trasformando i lavoratori (e i loro sindacati, spesso di regime), la percezione dei lavoratori di sé e le famiglie degli studenti (e in fondo anche gli studenti, l’ultima ruota del carro di questa trasformazione epocale).

 

Non che prima andasse tutto bene

Intendiamoci, nella scuola degli anni ottanta e novanta c’erano un po’ di cose che andavano male, molto male, e che non sono state toccare dalla rivoluzione in corso negli ultimi 25 anni (a dimostrazione di che tipo di rivoluzione si è trattato e si tratta) (1)

 

Arriva il cambiamento

Primo tassello della rivoluzione è stata l’istituzione dell’autonomia scolastica (art.21 della legge 59/1997), in quei tempi di riscritture della Costituzione, sotto la spinta del leghismo e delle autonomie locali.

Ogni singola scuola poteva fare quello che voleva, avrebbe fatto il Piano dell’Offerta Formativa (POF), e, cosa di non poco conto, ogni scuola avrebbe avuto la sua contrattazione d’istituto (sulla spinta dei sindacati di regime, scusate, dei sindacati firmatati dei CCNL della scuola).

Come nella rivoluzione industriale occorreva produrre di più, studenti massa, numeri per raggiungere obiettivi decisi a livello comunitario (e quindi statale), per esempio la crescita del numero di diplomati, e laureati (vedi la Strategia di Lisbona 2000/2010).

Molto importanti, nel cambiamento della scuola italiana (evoluzione o involuzione, chissà), certificato e determinato della legge 107/15, sono state le “Raccomandazioni del parlamento europeo e del consiglio del 18 dicembre 2006 relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente

1) comunicazione in madrelingua;

2) comunicazione in lingue straniere;

3) competenza matematica e competenze di base in scienze e tecnologia;

4) competenza digitale;

5) imparare ad imparare;

6) competenze sociali e civiche;

7) spirito di iniziativa e imprenditorialità;

8) consapevolezza ed espressione culturale.”

 

Sia la Strategia di Lisbona 2000/2010 che le Raccomandazioni del parlamento europeo e del consiglio del 18 dicembre 2006 indicavano obiettivi condivisibili, come non essere d’accordo?

Il problema è stato come le leggi italiane e il Ministero della scuola (ente dal nome mutevole, ma sempre uguale nella sostanza) le hanno recepite e tradotte in atti normativi e regolamentari.

“Ce lo impone l’Europa”, mai sentita questa frase-mantra, per giustificare qualsiasi cosa?

 

Provo a spiegare come i punti 6 e 7 sono stati tradotti in Italia.

Il punto “7: spirito di iniziativa e imprenditorialità” è diventato, l’alternanza scuola-lavoro, che per la vergogna di non essere, nella maggior parte dei casi, né scuola né lavoro, è stata rinominata PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento).

Anche prima del Covid-19 si trattava, nella maggior parte dei casi, di riempire crocette di programmi proposti da società il cui unico merito o fortuna era di essere autorizzati dal Miur a rilasciare certificati di partecipazione al rito delle crocette, per un numero di ore predefinito, superiore al numero di ore effettive necessario per raggiungere il traguardo. Gli studenti non hanno, nella maggior parte dei casi rapporti con esseri umani, solo con un programma di computer, sai che passo avanti. È possibile copiare? Ciascuno risponda da sé. L’occasione fa spesso lo studente copiatore. Anche qui c’è uno dei tanti casi di moneta cattiva scaccia moneta buona, nella scuola. Se in quelle ore i risultati sono superiori a quelli delle ore curriculari (e lo sono davvero, avete indovinato) è chiaro che la novità va diffusa, come un virus (senza vaccino, però).

 

A volte capita(va) di fare delle ore in aziende vere, naturalmente, poche ore, in realtà; quando non esisteva l’alternanza scuola-lavoro si facevano, almeno negli istituti tecnici e professionali, gli stages che potevano durare anche un mese.

 

La domanda, la maggior parte delle volte, che oggi tutti si fanno, ragazzi, scuole (dirigenti scolastici e insegnanti), Miur, non sono “quanto ho imparato?”, “cosa mi resterà?”, la domanda è: “quante ore mancano ancora?”, la stessa domanda del ragionier Fantozzi mentre timbra(va) il cartellino.

 

 

Il punto “6: competenze sociali e civiche” si è materializzato dall’anno scolastico 2020-2021, prendendo la forma di una nuova materia, l’educazione civica.

Apparentemente sembra un’ora in più alla settimana, in realtà (che cosa creativa) le ore di lezione settimanali non cambiano, infatti l’educazione civica vive “succhiando” ore alle altre materie, è una materia-vampira. Non ha un docente nominato, ma alcuni docenti di un dato consiglio di classe “donano” ore della propria disciplina all’educazione civica, ciascuno in 3-4 ore svolge un argomento che viene ipotizzato essere attinente all’educazione civica, ogni consiglio di classe di ciascuna scuola d’Italia fa come vuole, altro che autonomia, ognuno fa il cavolo che vuole, senza controllo, perché questa è la ratio del gioco a somma zero.

 

Un obiettivo importante degli ultimi venti anni è sempre stato quello di far crescere il numero dei diplomati (e dei laureati). La frammentazione del curricolo delle superiori in un numero sempre maggiore di discipline, ultima arrivata l’educazione civica, senza dimenticare il voto di comportamento, che, entrando nel calcolo della media, fanno diventare tutti più bravi.

 

Imparare ad imparare

Il punto più importante delle competenze chiave (Raccomandazioni del parlamento europeo e del consiglio del 18 dicembre 2006) è il numero 5, imparare ad imparare. Non si è fatto assolutamente niente. Molti poveri studenti e studentesse imparano a ripetere qualcosa che dura poche ore, in memoria, poi scade, va nel cestino, oppure imparano a copiare, e male, imparare ad imparare è merce rara.

Ma nel sesto e settimo punto siamo stati davvero bravissimi (si fa per dire).

Se nelle otto competenze ci fosse un ordine d’importanza imparare ad imparare sarebbe il primo punto, quello che, insieme al punto 8, dà un senso e una sostanza a tutti gli altri, renderebbe gli studenti autonomi, indipendenti.

Ma è faticoso, per tutti.

La cosa decisiva è che gli studenti non sono più studenti, sono utenti, clienti, e come si fa a scontentare un cliente?

 

 

(Dis)orientamento

 

Il covid19 ha fatto anche cose buone, come per esempio non ha permesso quelle “fiere” dell’orientamento per le ragazze e i ragazzi che dalla terza media passano alle scuole superiori.

Per esperienza ricordo che alcune scuole regalavano portacellulari, penne col logo della scuola, niente di male, si dirà, ma dava l’idea della campagna acquisti, di un mercato, più che un orientamento alla scelta dell’istituto superiore. Speriamo siano cancellate per sempre.

 

 

Moneta cattiva scaccia moneta buona

 

È arrivato il momento di affrontare un problema o un’opportunità, dipende dagli occhiali che si usano.

Fino alla fine del secolo scorso gli indirizzi delle scuole erano chiari, ben definiti, difficile il fraintendimento. Da quando gli studenti e le loro famiglie sono diventati clienti le scuole, il marketing insegna, hanno creato nuovi prodotti/servizi per strappare i potenziali clienti alle scuole concorrenti, Sono nati nuovi indirizzi, opzioni, curvature, ogni scuola ha cominciato a diversificare, con tre, quattro, cinque, sei indirizzi, opzioni, curvature.

Questo ha provocato (almeno) due effetti: come insegna l’economia, moneta cattiva scaccia moneta buona, i “clienti-utenti” si sono indirizzati, in ciascuna scuola, all’interno della stessa scuola, verso i corsi ritenuti più facili, con più appeal, o meno faticosi, secondo la vulgata studentesca. Faccio qualche esempio, sono comparsi i corsi di liceo scientifico sportivo (non è uno scherzo), che hanno avuto molto successo, chi è il cliente indifferente alla parola sportivo? (vorrà dire che studiano la fisica di corsa?, o che la matematica serve a segnare i punteggi delle partite, altro che teoremi di Euclide e Pitagora?)

E che dire dei corsi, in tanti tipi di scuola, a cui viene aggiunta la parola turismo, o turistico? Anche questi hanno avuto un boom, il turismo tira sempre, solo che l’idea di uno che sta in ufficio per far viaggiare chi paga non è stata ben compresa, per i ragazzi un corso turismo è per chi ama fare il turista, che fraintendimento.

E sarebbe interessante sapere quanti studenti che si diplomano in corsi col turismo incorporato nel titolo di studio fanno poi un lavoro che ha qualche legame con il turismo.

 

Il corto circuito è che è passati da una scuola che dava una solida preparazione di base a una scuola che già a 14-15 anni fa scegliere una specializzazione, aggiungendo un aggettivo al nome, proprio in tempi liquidi, in cui tutto cambia velocemente, in tutti i settori. Chi spiega agli studenti e alle loro famiglie che la specializzazione precoce crea problemi, per quegli studenti “troppo” specializzati, in settori economici a volte sul viale del tramonto?

 

 

L’invasione degli psicologi (et similia)

 

Tutte le scuole, o quasi, prevedono interventi, corsi, seminari con psicologhe e psicologi, portatori della Psicologia nelle zucche degli insegnanti. Sono argomenti interessanti, ma i problemi sono, nella maggior parte dei casi, di due ordini, ci si rivolge ai docenti come se fossero giovanotti/e alle prime armi, come se non avessero esperienza, e con modalità e con esempi e contenuti francamente imbarazzanti, per tutti.

Spesso gli psicologi (ma anche altre figure, come educatori, insegnanti di sostegno, ecc.) trattano casi singoli, quando si mettono a fare discorsi generali è come se insegnassero a guidare nel parcheggio di uno stadio, in un giorno nel quale non c’è partita, e poi dal lunedì via nel traffico, si salvi chi può. Gli insegnanti ricevono lezioni di insegnamento su come guidare nei parcheggi vuoti, ma nel traffico si arrangino.

Un punto importante è che chi tiene corsi di questo tipo, sempre o quasi, è gente che non ha mai insegnato, un po’ come i preti che insegnano alle donne come si fa la vita coniugale, come si allevano i bambini.

 

Dice Stanislaw J. Lec “Ci saranno sempre degli esquimesi pronti a dettare le norme su come devono comportarsi gli abitanti del Congo durante la calura”.

Certamente non sarà solo a causa dell’invasione di cui si discorre, ma per alcuni è sospetto che proprio negli anni dell’invasione le ideologie del poverinismo, del giustificazionismo e del meschinello si siano diffuse a macchia d’olio. (2)

 

 

I ministri della Confindustria (e poi di cosa?)

 

Fra il 1995 e il 1996, per un anno e mezzo il ministro della scuola è stato Giancarlo Lombardi, proveniente direttamente dalla Confindustria. Come dire che si è delegata la gestione della scuola (pubblica) a un ente privato. Da allora il palazzaccio di viale Trastevere si è decisamente aperto al territorio, dicono che ci sia una stanza di Confindustria, una di Microsoft, e così via.

 

 

Le parole d’ordine

 

La trasformazione della scuola non avrebbe potuto avvenire senza concetti, parole d’ordine, parole (le parole sono importanti diceva Nanni Moretti) da rovesciare addosso agli attori, facendo loro credere di essere autori e protagonisti insostituibili, mentre erano solo comparse senza potere contrattuale, sostituibili come è sempre successo o anche lasciando loro la libertà di parola e di opinione, purché parole e opinioni non fossero sbagliate.

 

 

Le parole sono importanti

 

Ecco qualche parola feticcio, tutte parole innocenti (più o meno), fino a che non vanno a scuola:

 

Progetto – Tutto quello che accade a scuola deve essere inserito in un progetto, deve essere un progetto, gli insegnanti migliori non sono più quelli che passano il tempo in classe a insegnare, agli e insieme con gli studenti, ma quelli che fanno progetti (non importa su cosa).

 

Meritocrazia – Qualcuno giudica il merito dei docenti (e quindi anche i, pochi o molti, soldi corrispondenti) sulla base di tabelle che premiano mille attività che riguardano tutto, meno che il lavoro in classe. Come se un pilota d’aereo venisse giudicato non su quanto riguarda il pilotaggio, ma su attività altre, per esempio se sa salutare con buon accento i passeggeri.

 

Competenze – È la parola più usata nella scuola di oggi, se dici che un studente conosce e sa utilizzare le quattro operazioni sbagli, se dici che uno studente ha buone competenze nelle quattro operazioni sei un docente moderno; il Dio Competenza miete vittime presso i seguaci delle Dee, in declino, Chiarezza e Logica.

 

Monitoraggio – Tutto si misura, continuamente, senza sosta, ciecamente, si monitora sempre di più su contenuti (scusate la parolaccia) quantitativamente e qualitativamente sempre inferiori.

 

Privacy – E’ ormai da un po’di anni che in nome della privacy molte cose diventano segrete; e ripensi alla parola pubblica (anche nel senso di pubblicabile) che accompagnava l’istruzione. La scuola è diventata un servizio privato, nessuno può sapere più i voti che avranno in pagella i compagni, ben prima del registro elettronico, nessuno può conoscere i nomi degli studenti che riescono ad accedere in un corso a numero chiuso. Privacy e trasparenza sono diventate due grandezze inversamente proporzionali.

 

Successo formativo – Mito della scuola moderna, ormai la stella polare della scuola. Più sono i promossi maggiore è il successo formativo. Anche con l’acqua si fa così, se i valori di allarme per i veleni presenti nell’acqua vengono elevati, l’acqua diventa bevibile. A scuola, non sempre e non dappertutto, se l’asticella viene abbassata più atleti possono superarla, e, tautalogicamente, sono tutti più bravi.

 

Registro elettronico – Strumento diabolico perché i dirigenti controllino i docenti, i genitori controllino i docenti e i figli: pare che sia una delle cause della mancanza di dialogo fra genitori e figli, perché parlare, se tutto è già scritto?

 

Esame di stato – il ministro (ahinoi!) lo chiama esame di maturità, la sua esistenza è uno dei misteri indecifrabili della scuola italiana, gli esaminatori sono tutti docenti della classe, il successo (formativo) sfiora il 100%; anche negli ufo che si interessano al nostro pianeta, popolati da esseri superiori, non capiscono il mistero della sopravvivenza del rito, la probabilità del successo (formativo) all’esame di stato ha è la stessa che il ghiaccio, riscaldato, si trasformi in acqua. Quegli esseri superiori non riescono a capire come è possibile che l’esame si fondi su un oggetto misterioso chiamato elaborato (che fantasia nella scelta del nome!), che viene elaborato prima dell’esame, permettendo che l’elaborato, a volte capita, venga elaborato da un soggetto che non è il candidato.

Il candidato poi se lo studia a memoria, ma poi c’è sempre la via di fuga chiamata (temporanea e benedetta) amnesia e il ghiaccio si scioglie in acqua.

 

Digitale – sono già nate le classi digitali, classi che hanno come caratteristica identitaria il rifiuto del libro cartaceo, secoli di civiltà gettati nel cesso, nessuno dovrà essere influenzato da quei pericolosi libri cartacei, la modernità di GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon) o FAANG (Facebook, Amazon, Apple, Netflix, Google) nutrirà le menti.

Poi scopri che c’è una selezione per entrare nelle classi digitali, andranno i bravi, gli scarsi, o gli smanettoni?

 

Smartphone – Perché non dotare tutte le scuole di armadietti personali dove lasciare, studenti, docenti e non docenti, le armi (di distrazione di massa: telefonini e qualsiasi altro apparecchio elettronico) all’ingresso e ritirarle all’uscita?

All’inizio sembrerà strano, visto che privarsi, anche solo per poche ore, del telefonino (ormai computer a tutti gli effetti) sembra più doloroso dell’estrazione di un dente senza anestesia. (leggi qui e qui)

 

Test Invalsi (e tutti) – ormai dappertutto si valuta con le crocette, spero che i numerosi sostenitori delle crocette, una volta sotto le mani di un chirurgo, capiscano che non è sufficiente barrare una crocetta, ma sarà troppo tardi, per tutti. Secoli di argomentazioni, di dubbi, di pensieri alternativi buttati nel cesso. L’albero della conoscenza viene reso sterile dalle crocette.

 

Apertura al territorio – Vorrà dire che le scuole, e gli studenti, si riverseranno nel territorio, o il territorio invaderà le scuole?

 

Insegnanti di sostegno – Qualcuno può avvisare quegli insegnanti di sostegno (pochi, si spera) che fanno i compiti agli studenti che “sostegno” è diverso da “al posto di”?

 

 

Conclusioni

 

Probabilmente tutte le riforme della scuola degli ultimi 20-25 anni trovano la motivazione in una frase di Karl Marx, che fa sempre paura.

“I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo”.

E i potenti, o chi per loro, che leggono ancora, conoscono la verità detta da Tancredi “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.”

Per trasformare il mondo bisogna prima interpretarlo, pensano i potenti. (3)

Applicare il sistema delle crocette sempre e dappertutto toglie agli studenti lo sforzo di interpretare il mondo, e mai si potrà trasformare, senza capire come, pensano i potenti.

Forse qui sta la verità di quello che succede, nella scuola. Le tante riforme hanno un obiettivo, trasformate gli studenti che possono interpretare il mondo in clienti e potenziale manodopera che applichi le istruzioni che vengono e verranno impartite, senza domande inutili.

Questo mondo non può e non deve essere trasformato.

 

 

(1)

Dico tre cose che stonavano (magari non erano neanche le peggiori, ognuno ha le sue priorità) fino agli anni duemila:

a – l’esistenza di molte scuole private (i famosi diplomifici) che vendevano anni di scuola e diplomi in cambio di soldi, senza che (nella maggior parte dei casi) a quelle promozioni, due anni in uno, tre anni in uno, cinque anni in uno, dipendeva dal prezzo, e a quei diplomi, corrispondesse una qualche sostanza. (en passant ricordiamo che spesso quelle scuole erano, e sono, intitolate ai più grandi intellettuali della cultura italiana, che, essendo morti, al massimo si possono rivoltare nella tomba, inutilmente).

b – il doppio lavoro, cioè un po’ d’insegnanti svolgevano, e svolgono, una professione liberale, non (solo) per tenersi “allenati” con la disciplina d’insegnamento, ma proprio come primo lavoro, con studi professionali completi di dipendenti.

c – il fatto che tutte le materie erano (e sono) uguali era (ed è) un vulnus nella preparazione degli studenti, la media del 6 può derivare da un 4 in una materia da otto ore settimanali e da un 8 in una materia da due ore settimanali, ma è vero anche il contrario, senza dare un peso alle materie, tutto è uguale. (leggi qui)

Dopo tutti i cambiamenti nella scuola nell’ultimo ventennio per queste tre cosette tutto è come prima.

 

(2) (https://comune-info.net/maternalismo-educativo/)

 

(3) già nel 1937 ne parlava Witold Gombrowicz (polacco), in Ferdydurke  (http://www.labottegadelbarbieri.org/ferdydurke-witold-gombrowicz/)

 

(*) i pensieri spettinati sono dedicati a Stanisław Jerzy Lec (polacco)

https://it.wikipedia.org/wiki/Stanis%C5%82aw_Jerzy_Lec 

 

 

da qui