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domenica 12 settembre 2021

Sì, gli evasi dalle carceri palestinesi sono combattenti per la libertà - Gideon Levy

 

I sei prigionieri palestinesi fuggiti sono i combattenti per la libertà più audaci che si possano immaginare. Gli israeliani che trovano difficile ammetterlo farebbero bene a ricordare molti dei film e delle serie televisive che hanno guardato: la fuga dalla prigione è il perfetto “lieto fine”.

L’evasione dalla prigione di Acre del 1947 – in cui membri dell’Irgun, la milizia clandestina pre-stato guidata da Menachem Begin, irruppero per liberare i membri della milizia detenuti dal governo del mandato britannico – è rimasta impressa per sempre nella memoria collettiva come parte dell’ethos dell’eroismo. Ma ciò che è buono per i film e per gli ebrei non è mai applicabile ai palestinesi. I sei fuggitivi sono solo terroristi, e il sentimento nazionale vuole vederli morti. Nel frattempo, i social ronzano di battute spiritose sulla fuga, forse per evitare di affrontarne il significato o per fuggire dall’imbarazzo.

I sei ribelli hanno scelto la via della resistenza all’occupazione violenta e crudele. Si può discutere della sua efficacia contro uno stato israeliano forte e ben armato, ma la sua giustizia non può essere messa in discussione. Hanno il diritto di usare la violenza per resistere a un’occupazione più crudele e violenta di qualsiasi terrorismo palestinese.

Dopo essere stati catturati, hanno ricevuto condanne draconiane e prive di ogni proporzione, in particolare rispetto alle norme di condanna applicate in Israele ad altri detenuti. Anche le loro condizioni carcerarie sono una vergogna, non superando alcun test di umanità e di diritti umani, compreso il confronto con le condizioni in cui sono tenuti i peggiori criminali prigionieri. Ignorate la propaganda vile e fallace sulle loro condizioni, con la foto della baklava in prigione: nessun detenuto in una prigione israeliana vive in tali condizioni. Decenni senza una licenza o una telefonata legale con la famiglia, a volte anche senza visite da parte dei familiari, vivendo in condizioni così affollate che persino l’Alta Corte di Giustizia ha ritenuto necessario intervenire.

La maggior parte dei sei evasi ha già scontato circa 20 anni di carcere, senza possibilità di futuro: ognuno di loro ha ricevuto qualche ergastolo, più 20-30 anni. Perché non dovrebbero provare a scappare? Perché non dovrebbe esserci un minimo di comprensione per il loro atto e persino una segreta speranza che dopo essere fuggiti scompaiano e inizino una nuova vita, come nei film?

Conosco molto bene Zakaria Zubeidi; potrei anche definirmi suo amico. Come una manciata di altri giornalisti israeliani, l’ho incontrato spesso nel corso degli anni, in particolare quando era ricercato. Fino a circa tre anni fa gli mandavo ancora articoli di opinione dall’archivio Haaretz per la sua tesi di laurea. Tuttavia, per me è rimasto un po’ un enigma, e l’intreccio che ha portato al suo nuovo arresto circa due anni fa è ancora un mistero; Zakaria non è un ragazzo, è un padre, quindi perché?

Ma la sua storia è una classica storia di una vittima e di un eroe. “Non ho mai vissuto come un essere umano”, mi ha detto una volta. Da ragazzo portava già sacchi di sabbia in un cantiere in Abbas Street ad Haifa, mentre gli ebrei della sua età erano a casa con i genitori. Suo padre morì quando lui era giovane; era un adolescente quando sua madre fu uccisa dalle forze dell’IDF mentre era affacciata alla finestra della sua casa, e poche settimane dopo anche suo fratello fu ucciso e la sua casa demolita dall’esercito. Di tutti i suoi amici nel campo profughi di Jenin che sono stati immortalati nel meraviglioso documentario del 2004 “I bambini di Arna”, solo lui è ancora vivo. Nel 2004 mi disse: “Sono morto. So di essere morto”, ma la fortuna, o qualcos’altro, era dalla sua parte.

Come Marwan Barghouti e altri eroi palestinesi, voleva la pace con Israele, ma in condizioni di giustizia e onore per il suo popolo, e anche lui sentiva che l’unica opzione che gli restava era quella della resistenza violenta. Non l’ho mai visto senza una pistola.

Penso a Zakaria ora e spero che scappi verso la libertà, così come spero che un giorno Barghouti sarà liberato. Queste persone meritano di essere punite per le loro azioni, ma meritano anche comprensione e apprezzamento per il loro coraggio e soprattutto per la loro rettitudine. Israele ha deciso di tenerli in prigione per sempre, e loro stanno cercando, ognuno a modo suo, di annullare l’ingiusto, malvagio decreto. Sono esattamente quelli che definirei combattenti per la libertà. Combattenti per la libertà della Palestina. Come potrebbero essere chiamati diversamente?

 

Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org

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lunedì 12 aprile 2021

L'ultima speranza della Palestina si chiama Marwan Barghouti - Umberto De Giovannangeli

 

 

Un endorsement per Marwan

A dar conto della “speranza” Barghouti è ora un articolo di Gideon Levy, l’icona vivente del giornalismo “radical” israeliano. “Se fossi palestinese – esordisce Levy - voterei per Marwan Barghouti come presidente dell'Autorità palestinese. Se fossi un israeliano sionista che si ostina a credere nella soluzione dei due stati, farei anche tutto il possibile per far eleggere Barghouti. E anche come israeliano che non crede più nella soluzione dei due stati, sto sognando, sognando sinceramente, il momento in cui quest'uomo lascerà finalmente la prigione e diventerà il leader dei palestinesi. Egli è attualmente l'unica possibilità di infondere nuova speranza nel morente popolo palestinese e nel cadavere che giace all'esterno, il cadavere del processo di pace - che non è mai stato un processo e non ha mai avuto l'intenzione di raggiungere la pace.

 

Non c'è niente ora che possa suscitare emozioni, accendere l'immaginazione e accendere la speranza più che immaginare la liberazione di Barghouti dalla prigione di Hadarim, proprio come un combattente per la libertà più ammirato fu liberato dalla prigione sudafricana di Victor Verster l'11 febbraio 1990. Nelson Mandela fu liberato dopo 27 anni. Lui, come Barghouti, era stato condannato all'ergastolo. Lui, come Barghouti, è stato condannato per terrorismo. Ma l'opposto di Mandela era il coraggioso Frederik Willem de Klerk. Affrontare Barghouti non è altro che incitamento israeliano, stupidità e codardia. Non c'è prova più chiara del fatto che Israele non ha mai voluto raggiungere un accordo che la sua infinita, idiota incarcerazione di Barghouti. Chiedete a qualsiasi membro del servizio di sicurezza Shin Bet o a qualsiasi uomo di stato israeliano ben informato sull'argomento e vi diranno che Barghouti è l'ultima possibilità - l'ultima possibilità di unire i palestinesi e l'ultima possibilità di fare la pace. Mandela è stato eletto presidente del suo paese; Barghouti può candidarsi alla presidenza del suo popolo. Mandela l'ha fatto da uomo libero; Barghouti lo farà da prigioniero che sta scontando una grottesca sentenza di cinque ergastoli più altri 40 anni che, per carità, potrebbero non finire mai.

 

Scrivo ‘in fin dei conti’ perché Barghouti è veramente l'ultima possibilità. E non è che i funzionari israeliani non lo sappiano. Piuttosto, è proprio perché lo sanno meglio di me che non sarà mai rilasciato.

Tuttavia, la fantasia di quest'uomo basso e iperattivo che porta un semplice orologio Casio, con il suo sorriso accattivante e il suo ebraico unico - pronuncia kibush (occupazione) come kivush e imma (madre) con l'accento sulla seconda sillaba piuttosto che sulla prima - che viene liberato dalla prigione e diventa presidente accende l'immaginazione. Quanto un piccolo passo possa cambiare così tanto.

Ventiquattro anni fa questa settimana, nella Giornata della Terra del 1997, mentre eravamo nella sua auto tra i copertoni in fiamme delle manifestazioni a Ramallah, mi disse: ‘Quello che temo di più è che perderemo la speranza"’ Quel momento è arrivato. Solo Barghouti può ancora salvarci da esso. Chiunque voglia capire cosa è successo ai palestinesi dovrebbe guardare cosa è successo a Barghouti. Questo uomo di pace che è stato trasformato in un uomo del terrore è la prova che i palestinesi hanno già provato tutto.

Cosa non ha provato? Ha bussato alle porte dei comitati centrali dei partiti sionisti alla fine degli anni '90, supplicandoli di fare qualcosa prima che tutto esplodesse. Ma Israele non ha fatto nulla, ed è esploso tutto. Ha portato i suoi figli al Ramat Gan Safari Park, e in un meraviglioso e indimenticabile viaggio parlamentare in Europa ha fatto amicizia con membri della Knesset dei partiti Likud e Shas e persino degli insediamenti. Era un fan della squadra di calcio Hapoel Tel Aviv. Ed era un uomo di pace, forse il più determinato uomo di pace palestinese di sempre. Solo quando si è reso conto che nulla avrebbe smosso Israele dal suo atteggiamento arrogante e dal suo culto del potere, ha realizzato la sua profezia che tutto sarebbe saltato e si è unito alla lotta armata - proprio come Mandela, anche se il capitolo violento della sua lotta è ora minimizzato. Barghouti è in prigione già da circa 20 anni. È stato condannato per terrorismo contro uno stato la cui occupazione è il terrore peggiore e più crudele tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo. L'ultima volta che l'ho visto indossava l'uniforme marrone dell'Israel Prison Service. Era nell'aula del tribunale di Tel Aviv. Ora, sta pensando di candidarsi alle elezioni palestinesi, un'elezione sotto occupazione. Se viene eletto presidente, non saranno solo i palestinesi a beneficiarne. E se sarà eletto presidente, l'occupazione registrerà un altro nuovo terribile nadir nella sua storia - non solo un combattente per la libertà dietro le sbarre, ma un presidente in manette”. Così Gideon Levy.

 

Elezioni in bilico

Le prossime elezioni, le prime dopo quindici anni, nascono con auspici migliori: Hamas ha infatti condiviso questa scelta e ha salutato con favore i prossimi appuntamenti alle urne nell’aspettativa che, come riporta il Guardian, “l’elettorato possa esprimere il proprio volere senza restrizioni né pressioni”. Questo clima positivo potrebbe creare le premesse per superare lo scetticismo di Secondo un report di al Jazeera, in un incontro tra i capi dell'intelligence giordana ed egiziana con Abbas circa un mese fa, hanno cercato di convincerlo a fare la pace con Mohammed Dahlan - che Abbas ha rimosso da Fatah nel 2011 - in modo che una lista unificata di Fatah corra contro Hamas. Abbas ha rifiutato. Secondo un report di al Jazeera, in un incontro tra i capi dell'intelligence giordana ed egiziana con Abbas circa un mese fa, hanno cercato di convincerlo a fare la pace con Mohammed Dahlan - che Abbas ha rimosso da Fatah nel 2011 - in modo che una lista unificata di Fatah corra contro Hamas. Abbas ha rifiutato. Hamada Jaber, analista del Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah, ha detto al Manifesto, come riportato in un articolo di Michele Giorgio, che “l’Anp a punta a legittimarsi con le elezioni agli occhi dell’Unione europea e dell’Amministrazione Biden con cui intende instaurare rapporti di collaborazione dopo il gelo con gli Usa causato dalle politiche di Donald Trump”. Poi, aggiunge Jaber, “si deve tenere presente che il mandato di Abu Mazen è scaduto nel 2009. Il presidente è molto anziano (85 anni, ndr) e una sua improvvisa uscita di scena troverebbe le istituzioni dell’Anp ferme. Il Consiglio legislativo da molti anni è inattivo a causa dello scontro Fatah-Hamas”.

Nei giorni scorsi, il Premier dell’Autorità palestinese Mohammad Ibrahim Shtayyeh ha rivolto un appello ad Hamas per la liberazione di 80 detenuti politici imprigionati nelle carceri di Gaza. Il movimento islamista ha risposto che i detenuti oggetto dell’appello di Shtayyeh sono condannati dalla magistratura per reati attinenti alla sicurezza nazionale. Insomma, sia già in piena campagna elettorale. Una campagna che risentirà sia dell’atteggiamento di Israele che delle sollecitazioni esterne, sotto forma di finanziamenti e altro, degli attori regionali che vorrebbero gestire in proprio la questione palestinese: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Egitto, Turchia, in primis. Il mandato del Consiglio legislativo palestinese è ufficialmente di quattro anni, ma le ultime elezioni legislative palestinesi si sono svolte nel lontano gennaio 2006. Le ultime elezioni presidenziali palestinesi si erano svolte nel 2005. Recenti sondaggi danno Fatah al 38% e Hamas al 34%. Per le presidenziali, il 50% dei palestinesi preferirebbe Ismail Haniyeh, il leader di Hamas, alla guida del Paese, mentre il 43% rivoterebbe per Abu Mazen. In attesa di sapere “cosa deciderà Marwan”.

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martedì 16 maggio 2017

Mio padre, terrorista come lo fu Mandela - Gideon Levy, Alex Levac




Aarab Barghouti era un bambino piccolo quando sono diventato amico di suo padre, Marwan Barghouti, ed era ancora un ragazzino quando suo padre è stato arrestato dalle forze israeliane ed in seguito processato e condannato a 5 ergastoli, più 40 anni, dopo essere stato ritenuto colpevole di cinque omicidi e successivamente di tentato omicidio. L’ultima volta che ho incontrato suo padre quando era ancora un uomo libero è stato nel novembre 2001: era ricercato ma non ancora arrestato.
Dopo che qualcuno ha spalmato una sostanza sconosciuta sulle finestre del nascondiglio in cui avevamo stabilito di incontrarci, l’incontro è stato spostato. La volta successiva l’ho visto nel tribunale distrettuale di Tel Aviv. Ed è stata anche l’ultima volta. Aarab, il suo figlio minore, aveva 11 anni quando suo padre è stato arrestato, ed è ora un bellissimo, brillante studente di 26 anni. Con una elegante kefiah attorno al collo, prende posto per una lunga conversazione su skype con me dalla sua residenza di San Francisco.
Il nostro colloquio ha avuto luogo all’inizio di questa settimana (la prima di maggio, ndr), alla vigilia del “Giorno dell’Indipendenza” [in cui si festeggia la creazione dello Stato di Israele, ndtr.]. I boati dei fuochi d’artificio nel cielo di Tel Aviv ogni tanto sovrastavano la sua voce, in quello che era una specie di avvenimento surreale: una conversazione con il figlio dell’ “arciterrorista”, come suo padre è chiamato in Israele, durante i festeggiamenti per l’indipendenza del PaeseSolo le persone che conoscono suo padre sanno che era un vero uomo di pace, e probabilmente lo è ancora. Suo figlio dice che si identifica totalmente con tutto quello che suo padre rappresenta.
Aarab, che recentemente ha terminato il suo master in analisi finanziaria e gestione di investimenti al Saint Mary’s College della California, a Moraga (Ca), pensa di tornare presto a casa. Lo aspettano molte offerte di lavoro a Ramallah. Egli non ha intenzione di seguire le orme di suo padre, soprattutto per non provocare ancora più dolore a sua madre, Fadwa. “Per noi l’attività politica significa prigione, e lei ha già sofferto abbastanza,” dice. Dalla prigione suo padre lo ha incoraggiato a continuare i suoi studi all’estero. In precedenza, Aarab aveva conseguito una laurea in economia dell’università di Bir Zeit, nei pressi di Ramallah, dove suo padre si era specializzato in scienze politiche.
Il primo ricordo di suo padre gli viene da una vacanza con la famiglia in Tunisia nel 1998 o nel 1999. Non aveva mai visto prima, e sicuramente non dopo, suo padre così contento, dice da San Francisco. Nel mio incontro con Marwan, nel novembre 2001, quando i carri armati israeliani erano già a Ramallah, mi disse che era stato al Ramat Gan Safari [zoo di Tel Aviv, ndtr.] con i suoi figli circa un mese prima. Aarab non vide suo padre, che era latitante, per circa tre mesi prima dell’arresto, il 15 aprile 2002. Nel novembre 2001, passammo nei pressi della sua casa insieme – Marwan la indicò, le diede un’occhiata e non disse niente. I suoi figli – tre maschi e una femmina – erano probabilmente là in quel momento, ma lui non osava più entrare. Era convinto che il suo destino fosse quello di essere assassinato da Israele.
“Ho paura ma non sono un codardo,” mi disse nella piccola macchina in cui c’erano anche le sue due guardie del corpo disarmate. I passanti lo salutavano. Quattro anni prima, nel “Giorno della Terra” del 1997, mentre viaggiavamo in mezzo a pneumatici bruciati in giro per la Cisgiordania, mi aveva chiesto: “Quando capirete che niente spaventa i palestinesi come le colonie?” Citò un amico che aveva detto: “Voi israeliani avete un presente e non un futuro, e noi palestinesi abbiamo un futuro ma non un presente. Dateci il presente ed avrete un futuro.” Allora, vedendo dei carri armati che stavano in agguato alla fine della strada, aggiunse: “Nessuno al mondo riuscirà a spezzare la volontà di un popolo con la forza militare. Non siamo né commando né organizzazioni. Siamo un popolo.”
Pronunciava sempre la parola ebrea che significa occupazione, “kibush”, con una b dolce- “kivush”. E’ possibile che durante i suoi lunghi anni di prigione abbia imparato a pronunciarlo con una b dura.
Marwan Barghouti era un tifoso della squadra di calcio Hapoel di Tel Aviv. Disse di temere il momento in cui i palestinesi avrebbero perso la speranza. Ora sta digiunando per garantire condizioni più umane per le migliaia di prigionieri palestinesi. Non è il primo sciopero della fame che guida in prigione, ma è il più lungo.
La scorsa settimana suo figlio Aarab ha lanciato una campagna su Facebook – “la sfida dell’acqua salata” – in cui celebrità arabe ed altre sono riprese mentre bevono acqua salata in solidarietà con i palestinesi in sciopero della fame, per i quali l’acqua salata è l’unico alimento. La prossima domenica [7 maggio, ndtr.] segnerà la fine della terza settimana dello sciopero.
Aarab è preoccupato per la salute di suo padre. Nessuno, tranne le sue guardie carcerarie, lo ha visto per due settimane, da quando le autorità della prigione hanno impedito al suo avvocato di incontrarlo. “Mio padre è forte, ma non è più giovane – quest’anno compirà 58 anni,” dice Aarab. “Lo sciopero inciderà sulla sua salute, e spero che le autorità carcerarie dimostrino umanità e pongano fine al loro atteggiamento arrogante di non negoziare con mio padre. I prigionieri non stanno chiedendo molto, solo condizioni minime”.
Al tempo dell’arresto di suo padre, Aarab era in casa di suo zio nel villaggio di Kobar, a nordovest di Ramallah, dove Marwan Barghouti è nato e cresciuto. Ricorda di aver visto l’arresto di suo padre in televisione, e di essere scoppiato a piangere. Fu il peggior momento della sua vita, che non dimenticherà mai. Né avrebbe mai pensato che quel momento sarebbe durato così tanto. Fu solo dopo otto mesi che incontrò suo padre per la prima volta in prigione insieme al fratello maggiore, Sharaf. “Ricordo di aver avuto paura, “rammenta. “Attraversammo circa 20 cancelli. Il babbo era in isolamento, e quando arrivammo due secondini lo controllavano dalla sua parte e dalla nostra, e c’erano un sacco di telecamere attorno a noi.”
“Mi piacque il modo in cui ci fece forza e ci confortò,” continua Aarab. “Non voleva mostrare alcun segno di debolezza davanti a noi. E’ sempre positivo. Sapevo già allora che tipo di interrogatorio e di torture aveva subito, ma come sempre non smetteva di sorridere. Tutto quello che voleva era che stessimo bene.”
In un’occasione Aarab fu portato a un’udienza in tribunale durante il processo di suo padre, e fu preso a schiaffi in faccia dal membro di una famiglia israeliana in cui qualcuno era stato ucciso. Fino al suo sedicesimo compleanno, Aarab vide suo padre due volte al mese – viaggi estenuanti di 20 ore fino alla prigione di Be’er Sheva per visite di 45 minuti con un vetro tra loro. Compiuti i 16 anni, gli venne concessa solo una visita all’anno. Durante gli ultimi cinque anni, Israele gli ha consentito solo tre visite, e non ha più visto suo padre negli ultimi due anni.
Sua sorella Ruba visita il padre due volte all’anno. Una volta ha portato la figlia di otto mesi, Talia, ma le guardie della prigione hanno rifiutato di consentire alla bambina di entrare anche solo per un momento, sulla base del fatto che non era una parente di primo grado. Talia ora ha 4 anni e ha una sorellina, Sarah. Nessuna delle due ha incontrato il nonno. Lo conoscono solo in foto.
La visita di Aarab di due anni fa alla prigione di “Hadarim”, nei pressi di Netanya, rimane impressa nella sua memoria. “Ricordo piccoli dettagli, “dice. “Ho visto i peli bianchi improvvisamente comparsi nella sua barba, ed aveva anche più capelli bianchi in testa. Ho visto occhi arrossati. Sinceramente l’ho visto invecchiato. Tutti pensano che quelle visite gli davano forza, ma lui dava forza a noi. Quell’uomo è incredibile. Può dare speranza e forza a tutto un popolo. Durante tutto il tragitto fino a lui, penso a come potrò dare forza al suo spirito – ma lui da forza a me. Mi parla del futuro. Mi incita a studiare. Mi cambia la vita, è il mio maestro di vita. Mi spinge a studiare, e ogni volta che sto studiando mi ricordo del suo sorriso.”
Suo padre è stato incarcerato da un tribunale israeliano per 5 omicidi, dico ad Aarab; è chiaro che per gli israeliani è un terrorista. “E’ stato un processo politico che non era fondato su alcuna prova o fatto,” risponde Aarab. “Mio padre fu corretto e chiaro: negò tutto e sostenne che si trattava di un processo politico. E’ stato condannato a cinque ergastoli. Anche (Nelson) Mandela fu condannato all’ergastolo. Mio padre è un uomo di pace. Ha sempre cercato la pace. L’unica cosa che non dimenticherà mai sono i diritti del suo popolo. Chiedi a un palestinese qualunque – non solo in Palestina ma ovunque nel mondo – e più del 90% sarà d’accordo che la politica di mio padre e il suo pensiero su una soluzione sono la strada giusta. Non sta chiedendo molto, ma il governo israeliano non vuole persone che rivendichino i diritti del popolo palestinese.”
Anche in prigione mio padre cerca la pace. Nessuno cambierà ciò. Solo la propaganda israeliana lo presenta come un terrorista. Anche Nelson Mandela venne dipinto come un terrorista. Passò 27 anni in prigione. E poi divenne un eroe e gli venne assegnato il premio Nobel per la Pace. Mio padre è un terrorista esattamente come Nelson Mandela. Agli israeliani voglio dire: se ammirate Mandela, dovreste sapere che mio padre sta ripercorrendo la storia di Mandela. E se non stimate Mandela, non mi importa quello che pensate. Sono sicuro che un giorno gli israeliani arriveranno alla conclusione che l’unica soluzione è la pace, e non avrete mai un partner come lui. Un giorno, gli israeliani vedranno chi è Marwan Barghouti.
Che cosa proporrebbe che suo padre facesse in modo diverso? “Quando guardo lui e il suo percorso, penso che sia perfetto. Mio padre non è un pacifista e non è un terrorista. Mio padre è una persona normale che sta lottando per i diritti del suo popolo. Se solo non fosse in prigione. Ha sacrificato la sua vita in nome della giustizia. E’ una cosa nobile. Viviamo solo una volta, e lui ha scelto il modo migliore di vivere.”

La campagna virale lanciata da Aarab Barghouti

UN AGGIORNAMENTO MOLTO ALLARMANTE (da Al Fatah Italia 15 maggio)
Ecco come realmente viene trattato Marwan Barghouti da Israele!
Per la prima volta dall’inizio del suo sciopero della fame, il 17 aprile, l’avvocato Khadr Shaqirat ha potuto visitare il suo assistito Marwan Barghouti. Shaqirat ha riferito alla stampa che le condizioni di Barghouti sono molto deteriorate.
Le Autorità carcerarie, pur detenendolo in isolamento in una cella posta in un seminterrato dove non penetra luce e che non ha aperture esterne, lo sottopongono a perquisizioni quattro volte al giorno, mantenendolo ammanettato alle caviglie e ai polsi. Inoltre, nella cella pervengono assordanti suoni di allarmi a tutto volume più volte nella giornata, costringendolo a proteggersi le orecchie con fazzoletti.
L’avvocato ha tenuto a precisare che la cella dove è detenuto Barghouti è priva di ogni requisito di base ed è piena di insetti. Il detenuto dispone di una sola coperta, non può cambiarsi i vestiti dall’inizio dello sciopero della fame e gli sono stati tolti tutti i libri.
Dall’inizio delle sciopero della fame, Marwan Barghouti ha perso 12 chili, arrivando oggi a pesare 53 chili.
(traduzione di Amedeo Rossi – Zeitun.info)

martedì 18 aprile 2017

Una lettera dal carcere - Marwan Barghouti (e una canzone dei Dam e una vignetta di Carlos Latuff)


Dopo aver trascorso gli ultimi 15 anni in una prigione israeliana, sono stato sia un testimone, sia vittima, del sistema illegale di Israele di arresti arbitrari di massa e maltrattamenti di prigionieri palestinesi. Dopo aver esaurito tutte le altre opzioni, ho deciso che non c’era altra scelta che resistere a questi abusi cominciando uno sciopero della fame.
Circa 1.000 prigionieri palestinesi hanno deciso di prendere parte a questo sciopero, che inizia oggi, giorno che qui celebriamo come Giorno dei prigionieri. Lo sciopero della fame è la forma più pacifica di resistenza a disposizione. Esso infligge dolore esclusivamente a coloro che vi partecipano e ai loro cari, nella speranza che gli stomaci vuoti e il sacrificio aiutino il messaggio a risuonare al di là dei confini delle buie celle.
Decenni di esperienza hanno dimostrato che il sistema inumano di occupazione coloniale e militare israeliana punta a sfibrare lo spirito dei prigionieri e della nazione a cui appartengono, infliggendo sofferenze sui loro corpi, separandoli dalle loro famiglie e comunità, utilizzando misure umilianti per costringere alla sottomissione. A dispetto di tale trattamento, non ci arrenderemo ad esso.
Israele, la potenza occupante, ha violato il diritto internazionale in molti modi per quasi 70 anni, ma gli è stata garantita impunità per le proprie azioni. Ha commesso gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra contro il popolo palestinese; i prigionieri, tra cui uomini, donne e bambini, non fanno eccezione.
Avevo solo 15 anni quando sono stato imprigionato per la prima volta. Avevo appena 18 anni quando un ufficiale israeliano mi ha costretto a divaricare le gambe mentre mi trovavo nudo nella stanza degli interrogatori, prima di colpire i miei genitali. Sono svenuto dal dolore, e la caduta conseguente ha lasciato una grande cicatrice che da allora segna la mia fronte. L’ufficiale mi prese in giro, dicendo che non avrei mai potuto procreare, perché dalla gente come me nascono solo terroristi e assassini.
Pochi anni dopo, ero di nuovo in una prigione israeliana, conducendo uno sciopero della fame, quando nacque il mio primo figlio. Invece dei dolci che di solito distribuiamo per celebrare simili eventi, ho distribuito agli altri prigionieri del sale. Quando aveva appena 18 anni, mio figlio a sua volta è stato arrestato e ha trascorso quattro anni nelle prigioni israeliane.
Il più anziano dei miei quattro figli è ora un uomo di 31. Eppure, io sono ancora qui, continuando questa lotta per la libertà insieme a migliaia di prigionieri, milioni di palestinesi e il sostegno di così tanti in tutto il mondo. L’arroganza dell‘occupante oppressore e dei suoi sostenitori li rende sordi a questa semplice verità: prima che riescano a spezzare noi, saranno le nostre catene ad essere spezzate, perché è nella natura umana rispondere al richiamo della libertà a qualsiasi costo.
Israele ha costruito quasi tutte le sue carceri all’interno dei propri confini, piuttosto che nel territorio occupato. In tal modo, ha illegalmente e forzatamente trasferito civili palestinesi in cattività, usando questa situazione per limitare le visite dei familiari e per infliggere sofferenze attraverso lunghi trasferimenti in condizioni crudeli. I diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti dal diritto internazionale – tra cui alcuni dolorosamente guadagnati attraverso precedenti scioperi della fame – sono stati trasformati in privilegi che l’amministrazione penitenziaria può decidere di concedere o sottrarre.
I prigionieri e detenuti palestinesi hanno subìto torture, trattamenti inumani e degradanti e negligenza medica. Alcuni sono stati uccisi durante la detenzione. Secondo gli ultimi dati, circa 200 prigionieri palestinesi sono morti dal 1967 a causa di tali azioni. I prigionieri palestinesi e le loro famiglie rimangono anche un obiettivo primario della politica di Israele di imposizione di punizioni collettive.
Nel corso degli ultimi cinque decenni, secondo l’organizzazione per i diritti umani Addameer, più di 800.000 palestinesi sono stati imprigionati da Israele – pari a circa il 40 per cento della popolazione maschile del territorio palestinese. Oggi, circa 6.500 sono ancora in carcere, tra i quali alcuni che detengono il triste primato dei più lunghi periodi di detenzione dei prigionieri politici al mondo. È difficile trovare una sola famiglia in Palestina che non abbia patito la detenzione di uno o più dei suoi componenti.
Come dar conto di questo assurdo stato di cose?
Israele ha stabilito un regime giuridico duale, una forma di apartheid giudiziaria, che garantisce potenziale impunità per gli israeliani che commettono crimini contro i palestinesi, mentre criminalizza la presenza e la resistenza palestinese. I tribunali di Israele sono una parodia della giustizia, palesi strumenti di occupazione coloniale e militare. Secondo il Dipartimento di Stato, il tasso di condanna per i palestinesi nei tribunali militari è del 90 per cento circa.
Tra le centinaia di migliaia di palestinesi che Israele ha arrestato, ci sono bambini, donne, parlamentari, attivisti, giornalisti, difensori dei diritti umani, accademici, esponenti politici, militanti e familiari dei detenuti. Tutto con un unico obiettivo: seppellire le legittime aspirazioni di un’intera nazione.
Al contrario, le prigioni di Israele sono diventate la culla di un duraturo movimento per l’autodeterminazione palestinese. Questo nuovo sciopero della fame dimostrerà ancora una volta che il movimento dei prigionieri è la bussola che guida la nostra lotta, la lotta per la Libertà e la Dignità, il nome che abbiamo scelto per questo nuovo passo nel nostro lungo cammino verso la libertà.
Le autorità israeliane e il servizio carcerario hanno trasformato i diritti fondamentali che dovrebbero essere garantiti dal diritto internazionale in privilegi da concedere o sottrarre discrezionalmente. Israele ha provato ad etichettare tutti noi come terroristi per legittimare le sue violazioni, tra cui gli arresti di massa arbitrari, le torture, le misure punitive e le rigide restrizioni. Come parte dello sforzo di Israele di minare la lotta palestinese per la libertà, un tribunale israeliano mi ha condannato a cinque ergastoli e 40 anni di carcere in un processo farsa che è stato denunciato dagli osservatori internazionali.
Israele non è la prima potenza occupante o coloniale a ricorrere a tali espedienti. Ogni movimento di liberazione nazionale nella storia ricorda pratiche simili. Questo è il motivo per cui così tante persone che hanno lottato contro l’oppressione, il colonialismo e l’apartheid sono dalla nostra parte. La campagna internazionale per “la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi” che l’icona anti-apartheid Ahmed Kathrada e mia moglie, Fadwa, hanno lanciato nel 2013 dalla ex cella di Nelson Mandela a Robben Island ha avuto il sostegno di otto vincitori del Premio Nobel per la Pace, 120 governi e centinaia di dirigenti, parlamentari, artisti e accademici di tutto il mondo.
La loro solidarietà smaschera il fallimento morale e politico di Israele. I diritti non sono elargiti da un oppressore. La libertà e la dignità sono diritti universali che sono connaturali all’umanità e devono essere goduti da ogni nazione e da tutti gli esseri umani. I Palestinesi non saranno un’eccezione. Solo porre fine all’occupazione potrà cessare questa ingiustizia e segnare la nascita della pace.
Marwan Barghouti, 16 aprile 2017 
(da https://www.nytimes.com – Grazie a Luigi Daniele  per la traduzione)










"A letter from prison cell" è la nuova traccia del gruppo hip hop palestinese DAM scritta per il Trio Joubran. I DAM sostengono i prigionieri palestinesi: "aggiungiamo la nostra voce alla loro richiesta di giustizia e di rispetto dei diritti legali. 'A letter from a prison cell' racconta la storia di tre prigionieri che rifiutano di essere ignorati e di diventare un numero. Hanno scritto le lettere al mondo esterno e la canzone da voce alle loro parole. 
da qui

martedì 17 dicembre 2013

10, 100, 1000 Mandela


Marwan Barghouti (che secondo Uri Avnery è il nuovo Mandela, leggi qui) scrive una lettera a Mandela per ricordarlo e onorarlo:
Nel corso dei miei anni di lotta, ho avuto occasione a più riprese di pensare a te, caro Nelson Mandela. E soprattutto dopo il mio arresto nel 2002. Io penso ad un uomo che ha passato 27 anni in una cella di prigione, solamente per dimostrare che la libertà abitava in lui prima di diventare una realtà di cui avrebbe potuto gioire il suo popolo. Penso alla tua capacità di sfidare l’oppressione e l’apartheid, ma anche di sfidare l’odio e di preferire la giustizia alla vendetta.
Quante volte hai dubitato del risultato di quella lotta? Quante volte ti sei domandato se la giustizia avrebbe prevalso? Quante volte ti sei chiesto se il tuo nemico avrebbe mai potuto diventare un tuo partner? Alla fine, la tua volontà si è dimostrata incrollabile, facendo diventare il tuo nome uno dei più luminosi nomi della libertà.
Tu sei molto di più che una fonte di ispirazione. Tu dovevi sapere, il giorno della tua liberazione dal carcere, che eri in procinto non solo di scrivere la storia, ma di contribuire al trionfo della luce sull’oscurantismo, pur restando umile.
in un’interessante intervista (qui) Marwan Barghouti dice:
“…Dovessi un giorno essere ucciso, e Israele rassicurare il mondo con l’ultimo suo successo contro il terrorismo – apra le virgolette. Perché ho sofferto per anni in carcere, sono stato torturato e come tutti voi, ho un’unica vita a disposizione: e invece non ho potuto crescere i miei figli, dividere il mio tempo con la donna che amo, e solo topi e scarafaggi sono stati compagni e testimoni di mesi interminabili in scatole di un metro e mezzo per due, mesi in cui non avevo una finestra, solo un ventilatore e la luce sempre accesa, e a volte neppure quello, a volte solo l’aria attraverso lo spioncino della porta le infinite volte in cui il mio universo è stato largo quanto un cortile, e solo per meno di un’ora al pomeriggio, ammanettato mani e piedi, in isolamento senza una radio, una televisione un libro, e per toilette un foro nel pavimento. Eppure non ho mai odiato nessuno. E ancora adesso, dopo che hanno tentato di assassinarmi con un missile, e dimenticato qui con cinque ergastoli, e altri quarant’anni, dovessi per caso resuscitare, ancora adesso, uomo derubato dell’unica vita che aveva ancora adesso, dopo Piombo Fuso, ancora sono certo che avremo un giorno coesistenza tra due stati uguali, e indipendenti e sovrani. Ho sostenuto instancabile il processo di pace, quando davvero pensavo che Israele intendesse ritirarsi dal mio paese.
Mi è stato tolto tutto: ma non è possibile togliermi il diritto e la dignità di smentirvi: non voglio distruggere Israele. Non voglio distruggere nessuno. Voglio solo vivere libero…”

Chi tiene imprigionato Marwan Barghouti (qui si parla di una campagna per la sua liberazione) è il governo di Israele, complice e venditore di armi al Sudafrica dell’apartheid, nonostante l’embargo dell’ONU del 1977.
Israele ha imparato benissimo come si fa l’apartheid, in Sudafrica erano dei dilettanti, al confronto, come raccontano i componenti di una delegazione sudafricana, inorriditi della durezza del sistema di repressione definita da loro peggiore dell'apartheid sudafricana, in un articolo di Gideon Levy del 10 luglio 2008 (qui)
Non stupisce che i governanti di Israele siano rimasti a casa, il Sudafrica è troppo lontano e il viaggio troppo costoso. E poi, come potevano rendere omaggio a uno come Nelson Mandela, che diceva che ”L’ONU ha preso una posizione forte contro l’apartheid, e nel corso degli anni, è stato costruito un consenso internazionale, che ha contribuito a porre fine a questo sistema iniquo. Ma sappiamo fin troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi” . D'altronde anche il governo degli Stati Uniti d’America (solo nel 2008) ha deciso che Mandela non era (più) un terrorista, chissà se il governo di Israele lo sa.
PS: grazie a Fawzi per l’ispirazione di questo scritto.

sabato 14 dicembre 2013

Madiba, il cammino della libertà – Marwan Barghouti

Nel corso dei miei anni di lotta, ho avuto occasione a più riprese di pensare a te, caro Nelson Mandela. E soprattutto dopo il mio arresto nel 2002. Io penso a un uomo che ha passato 27 anni in una cella di prigione, solamente per dimostrare che la libertà abitava in lui prima di diventare una realtà di cui avrebbe potuto gioire il suo popolo. Penso alla tua capacità di sfidare l’oppressione e l’apartheid, ma anche di sfidare l’odio e di preferire la giustizia alla vendetta.
Quante volte hai dubitato del risultato di quella lotta? Quante volte ti sei domandato se la giustizia avrebbe prevalso? Quante volte ti sei chiesto se il tuo nemico avrebbe mai potuto diventare un tuo partner? Alla fine, la tua volontà si è dimostrata incrollabile, facendo diventare il tuo nome uno dei più luminosi nomi della libertà.
Tu sei molto di più che una fonte di ispirazione. Tu dovevi sapere, il giorno della tua liberazione dal carcere, che eri in procinto non solo di scrivere la storia, ma di contribuire al trionfo della luce sull’oscurantismo, pur restando umile.
E hai portato la promessa ben oltre le frontiere del tuo paese, questa promessa, che l’oppressione e l’ingiustizia saranno sconfitte. Così hai aperto la strada alla libertà e alla pace. Dalla mia cella, io ricordo la tua ricerca quotidiana e allora qualsiasi sacrificio mi diventa sopportabile alla sola idea che il popolo palestinese potrà riacquistare la sua libertà, la sua indipendenza e la sua terra, e che questa terra potrà infine gioire della pace.
Tu sei diventato un’icona e hai fatto sì che la tua causa fosse un faro e si imponesse sulla scena internazionale. Universalismo contro isolamento. Sei diventato un simbolo al quale tutti coloro che credono nei valori universali alla base della tua lotta hanno potuto collegarsi, mobilitarsi e agire. L’unità ha forza di legge per un popolo oppresso. La tua minuscola cella, le ore di lavoro forzato, la solitudine e le tenebre non hanno potuto impedirti di vedere l’orizzonte, né di condividere la tua visione. Il tuo paese è diventato un faro e noi, Palestinesi, spieghiamo le vele per raggiungere la sua riva.
Tu hai detto: “noi sappiamo troppo bene che la nostra libertà non è completa senza quella dei Palestinesi”. E dalla mia cella io ti dico, la nostra libertà ci appare accessibile perché voi avete raggiunto la vostra. L’apartheid non ha prevalso in Sudafrica, e l’apartheid non può prevalere in Palestina. Noi abbiamo avuto il grande onore di accogliere in Palestina, qualche mese fa, il tuo amico e compagno di lotta Ahmed Kathrada, che dalla sua cella, dove ha preso forma una parte importante della storia universale, aveva lanciato la campagna internazionale in favore della libertà dei prigionieri palestinesi; mostrando con ciò che i legami fra le nostre lotte sono eterni.
La tua capacità di essere un simbolo di unificazione e un condottiero a partire dalla tua cella di prigioniero, tenendo nelle mani il futuro del tuo popolo mentre eri derubato del tuo stesso futuro, sono segni di un grande leader, eccezionale, e di una figura davvero storica.
Io saluto il combattente per la pace, il negoziatore di pace e il costruttore di pace che tu sei, mentre sei nello stesso tempo il leader militante e l’ispiratore di una resistenza pacifica, il combattente senza tregua e l’uomo di stato.
Tu hai consacrato la vita a far risplendere l’idea che la libertà e la dignità, la giustizia e la riconciliazione, la pace e la coesistenza possono prevalere. Adesso sono tanti quelli che nei loro discorsi onorano la tua lotta. In Palestina noi promettiamo a noi stessi di proseguire questa ricerca dei nostri valori comuni e di onorare la tua lotta non solo a parole, ma consacrando le nostre vite allo stesso scopo. La libertà, caro Madiba, prevarrà certo, un giorno, e tu hai meravigliosamente contribuito a fare di questa fede una certezza. Riposa in pace e che Dio benedica la tua anima invincibile.
Marwan Barghouti , Prigione Hadarim, cella 28