Aarab
Barghouti era un bambino piccolo quando sono diventato amico di suo padre,
Marwan Barghouti, ed era ancora un
ragazzino quando suo padre è stato arrestato dalle forze israeliane ed in
seguito processato e condannato a 5 ergastoli, più 40 anni, dopo essere stato
ritenuto colpevole di cinque omicidi e successivamente di tentato omicidio. L’ultima
volta che ho incontrato suo padre quando era ancora un uomo libero è stato nel
novembre 2001: era ricercato ma non ancora arrestato.
Dopo che
qualcuno ha spalmato una sostanza sconosciuta sulle finestre del nascondiglio
in cui avevamo stabilito di incontrarci, l’incontro è stato spostato. La volta
successiva l’ho visto nel tribunale distrettuale di Tel Aviv. Ed è stata anche
l’ultima volta. Aarab, il suo
figlio minore, aveva 11 anni quando suo padre è stato arrestato, ed è ora un
bellissimo, brillante studente di 26 anni. Con una elegante kefiah attorno al
collo, prende posto per una lunga conversazione
su skype con me dalla sua residenza di San Francisco.
Il nostro
colloquio ha avuto luogo all’inizio di questa settimana (la prima di maggio,
ndr), alla vigilia del “Giorno dell’Indipendenza” [in cui si festeggia la
creazione dello Stato di Israele, ndtr.]. I boati dei
fuochi d’artificio nel cielo di Tel Aviv ogni tanto sovrastavano la sua voce,
in quello che era una specie di avvenimento surreale: una conversazione con il figlio dell’
“arciterrorista”, come suo padre è chiamato in Israele, durante i
festeggiamenti per l’indipendenza del Paese. Solo le persone che conoscono suo padre
sanno che era un vero uomo di pace, e probabilmente lo è ancora. Suo
figlio dice che si identifica totalmente con tutto quello che suo padre
rappresenta.
Aarab, che
recentemente ha terminato il suo master in analisi finanziaria e gestione di
investimenti al Saint Mary’s College della California, a Moraga (Ca), pensa di
tornare presto a casa. Lo aspettano molte offerte di lavoro a Ramallah. Egli non ha intenzione di seguire le orme di
suo padre, soprattutto per non provocare ancora più dolore a sua madre, Fadwa.
“Per noi l’attività politica significa prigione, e lei ha già sofferto
abbastanza,” dice. Dalla prigione suo padre lo ha incoraggiato a
continuare i suoi studi all’estero. In precedenza, Aarab aveva conseguito una
laurea in economia dell’università di Bir Zeit, nei pressi di Ramallah, dove
suo padre si era specializzato in scienze politiche.
Il primo
ricordo di suo padre gli viene da una vacanza con la famiglia in Tunisia nel
1998 o nel 1999. Non aveva mai visto prima, e sicuramente non dopo, suo padre
così contento, dice da San Francisco. Nel mio incontro con Marwan, nel novembre
2001, quando i carri armati israeliani erano già a Ramallah, mi disse che era
stato al Ramat Gan Safari [zoo di Tel Aviv, ndtr.] con i suoi
figli circa un mese prima. Aarab non vide suo padre, che era latitante, per
circa tre mesi prima dell’arresto, il 15 aprile 2002. Nel novembre 2001,
passammo nei pressi della sua casa insieme – Marwan la indicò, le diede
un’occhiata e non disse niente. I suoi figli – tre maschi e una femmina – erano
probabilmente là in quel momento, ma lui non osava più entrare. Era convinto che il suo destino fosse
quello di essere assassinato da Israele.
“Ho paura ma
non sono un codardo,” mi disse nella piccola macchina in cui c’erano anche le
sue due guardie del corpo disarmate. I passanti lo salutavano. Quattro anni
prima, nel “Giorno della Terra” del 1997, mentre viaggiavamo in mezzo a
pneumatici bruciati in giro per la Cisgiordania, mi aveva chiesto: “Quando capirete che niente spaventa i
palestinesi come le colonie?” Citò un amico che aveva detto: “Voi israeliani avete un presente e non
un futuro, e noi palestinesi abbiamo un futuro ma non un presente. Dateci il
presente ed avrete un futuro.” Allora, vedendo dei carri armati che
stavano in agguato alla fine della strada, aggiunse: “Nessuno al mondo riuscirà
a spezzare la volontà di un popolo con la forza militare. Non siamo né commando
né organizzazioni. Siamo un popolo.”
Pronunciava
sempre la parola ebrea che significa occupazione, “kibush”, con una b dolce-
“kivush”. E’ possibile che durante i suoi lunghi anni di prigione abbia
imparato a pronunciarlo con una b dura.
Marwan
Barghouti era un tifoso della squadra di calcio Hapoel di Tel Aviv. Disse di
temere il momento in cui i palestinesi avrebbero perso la speranza. Ora sta
digiunando per garantire condizioni più umane per le migliaia di prigionieri
palestinesi. Non è il primo
sciopero della fame che guida in prigione, ma è il più lungo.
La scorsa
settimana suo figlio Aarab ha lanciato una campagna su Facebook –
“la sfida dell’acqua salata” – in cui
celebrità arabe ed altre sono riprese mentre bevono acqua salata in solidarietà
con i palestinesi in sciopero della fame, per i quali l’acqua salata è l’unico
alimento. La prossima domenica [7 maggio, ndtr.] segnerà la fine
della terza settimana dello sciopero.
Aarab è
preoccupato per la salute di suo padre. Nessuno, tranne le sue guardie
carcerarie, lo ha visto per due settimane, da quando le autorità della prigione
hanno impedito al suo avvocato di incontrarlo. “Mio padre è forte, ma non è più
giovane – quest’anno compirà 58 anni,” dice Aarab. “Lo sciopero inciderà sulla
sua salute, e spero che le autorità carcerarie dimostrino umanità e pongano
fine al loro atteggiamento arrogante di non negoziare con mio padre. I prigionieri non stanno chiedendo
molto, solo condizioni minime”.
Al tempo
dell’arresto di suo padre, Aarab era in casa di suo zio nel villaggio di Kobar,
a nordovest di Ramallah, dove Marwan Barghouti è nato e cresciuto. Ricorda di aver visto l’arresto di suo
padre in televisione, e di essere scoppiato a piangere. Fu il peggior momento
della sua vita, che non dimenticherà mai. Né avrebbe mai pensato che
quel momento sarebbe durato così tanto. Fu solo dopo otto mesi che incontrò suo
padre per la prima volta in prigione insieme al fratello maggiore, Sharaf.
“Ricordo di aver avuto paura, “rammenta. “Attraversammo circa 20 cancelli. Il
babbo era in isolamento, e quando arrivammo due secondini lo controllavano
dalla sua parte e dalla nostra, e c’erano un sacco di telecamere attorno a
noi.”
“Mi piacque
il modo in cui ci fece forza e ci confortò,” continua Aarab. “Non voleva
mostrare alcun segno di debolezza davanti a noi. E’ sempre positivo. Sapevo già allora che tipo di
interrogatorio e di torture aveva subito, ma come sempre non smetteva di
sorridere. Tutto quello che voleva era che stessimo bene.”
In un’occasione Aarab fu portato a un’udienza in
tribunale durante il processo di suo padre, e fu preso a schiaffi in faccia dal
membro di una famiglia israeliana in cui qualcuno era stato ucciso. Fino al suo sedicesimo compleanno,
Aarab vide suo padre due volte al mese – viaggi estenuanti di 20 ore fino alla
prigione di Be’er Sheva per visite di 45 minuti con un vetro tra loro. Compiuti i 16 anni, gli venne concessa
solo una visita all’anno. Durante gli ultimi cinque anni, Israele gli ha consentito solo tre
visite, e non ha più visto suo padre negli ultimi due anni.
Sua sorella
Ruba visita il padre due volte all’anno. Una volta ha portato la figlia di otto
mesi, Talia, ma le guardie della prigione hanno rifiutato di consentire alla
bambina di entrare anche solo per un momento, sulla base del fatto che non era
una parente di primo grado. Talia ora ha 4 anni e ha una sorellina, Sarah.
Nessuna delle due ha incontrato il nonno. Lo conoscono solo in foto.
La visita di Aarab di due anni fa alla prigione di
“Hadarim”, nei pressi di Netanya, rimane impressa nella sua memoria. “Ricordo piccoli dettagli, “dice.
“Ho visto i peli bianchi improvvisamente comparsi nella sua barba, ed aveva
anche più capelli bianchi in testa. Ho visto occhi arrossati. Sinceramente l’ho
visto invecchiato. Tutti pensano che quelle visite gli davano forza, ma lui
dava forza a noi. Quell’uomo è incredibile. Può dare speranza e forza a tutto
un popolo. Durante tutto il tragitto fino a lui, penso a come potrò dare forza
al suo spirito – ma lui da forza a me. Mi parla del futuro. Mi incita a
studiare. Mi cambia la vita, è il mio maestro di vita. Mi spinge a studiare, e
ogni volta che sto studiando mi ricordo del suo sorriso.”
Suo padre è
stato incarcerato da un tribunale israeliano per 5 omicidi, dico ad Aarab; è
chiaro che per gli israeliani è un terrorista. “E’
stato un processo politico che non era fondato su alcuna prova o fatto,”
risponde Aarab. “Mio padre fu corretto e
chiaro: negò tutto e sostenne che si trattava di
un processo politico. E’ stato condannato a cinque ergastoli. Anche
(Nelson) Mandela fu condannato all’ergastolo. Mio padre è un uomo di pace. Ha
sempre cercato la pace. L’unica cosa che non dimenticherà mai sono i diritti
del suo popolo. Chiedi a un
palestinese qualunque – non solo in Palestina ma ovunque nel mondo – e più del
90% sarà d’accordo che la politica di mio padre e il suo pensiero su una soluzione
sono la strada giusta. Non sta chiedendo molto, ma il governo
israeliano non vuole persone che rivendichino i diritti del popolo
palestinese.”
“Anche in prigione mio padre cerca la
pace. Nessuno cambierà ciò. Solo la propaganda israeliana lo presenta come un
terrorista. Anche Nelson Mandela venne dipinto come un terrorista. Passò
27 anni in prigione. E poi divenne un eroe e gli venne assegnato il premio
Nobel per la Pace. Mio padre è un terrorista esattamente come Nelson Mandela.
Agli israeliani voglio dire: se ammirate Mandela, dovreste sapere che mio padre
sta ripercorrendo la storia di Mandela. E se non stimate Mandela, non mi
importa quello che pensate. Sono
sicuro che un giorno gli israeliani arriveranno alla conclusione che l’unica
soluzione è la pace, e non avrete mai un partner come lui. Un giorno, gli
israeliani vedranno chi è Marwan Barghouti.”
Che cosa
proporrebbe che suo padre facesse in modo diverso? “Quando guardo lui e il suo
percorso, penso che sia perfetto. Mio
padre non è un pacifista e non è un terrorista. Mio padre è una persona normale
che sta lottando per i diritti del suo popolo. Se solo non fosse in
prigione. Ha sacrificato la sua vita in nome della giustizia. E’ una cosa
nobile. Viviamo solo una volta, e lui ha scelto il modo migliore di vivere.”
La campagna virale lanciata da Aarab Barghouti
UN AGGIORNAMENTO MOLTO
ALLARMANTE (da
Al Fatah Italia 15 maggio)
Ecco come realmente viene trattato Marwan Barghouti da Israele!
Per la prima volta dall’inizio del suo sciopero della fame, il 17 aprile, l’avvocato Khadr Shaqirat ha potuto visitare il suo assistito Marwan Barghouti. Shaqirat ha riferito alla stampa che le condizioni di Barghouti sono molto deteriorate.
Le Autorità carcerarie, pur detenendolo in isolamento in una cella posta in un seminterrato dove non penetra luce e che non ha aperture esterne, lo sottopongono a perquisizioni quattro volte al giorno, mantenendolo ammanettato alle caviglie e ai polsi. Inoltre, nella cella pervengono assordanti suoni di allarmi a tutto volume più volte nella giornata, costringendolo a proteggersi le orecchie con fazzoletti.
L’avvocato ha tenuto a precisare che la cella dove è detenuto Barghouti è priva di ogni requisito di base ed è piena di insetti. Il detenuto dispone di una sola coperta, non può cambiarsi i vestiti dall’inizio dello sciopero della fame e gli sono stati tolti tutti i libri.
Dall’inizio delle sciopero della fame, Marwan Barghouti ha perso 12 chili, arrivando oggi a pesare 53 chili.
Ecco come realmente viene trattato Marwan Barghouti da Israele!
Per la prima volta dall’inizio del suo sciopero della fame, il 17 aprile, l’avvocato Khadr Shaqirat ha potuto visitare il suo assistito Marwan Barghouti. Shaqirat ha riferito alla stampa che le condizioni di Barghouti sono molto deteriorate.
Le Autorità carcerarie, pur detenendolo in isolamento in una cella posta in un seminterrato dove non penetra luce e che non ha aperture esterne, lo sottopongono a perquisizioni quattro volte al giorno, mantenendolo ammanettato alle caviglie e ai polsi. Inoltre, nella cella pervengono assordanti suoni di allarmi a tutto volume più volte nella giornata, costringendolo a proteggersi le orecchie con fazzoletti.
L’avvocato ha tenuto a precisare che la cella dove è detenuto Barghouti è priva di ogni requisito di base ed è piena di insetti. Il detenuto dispone di una sola coperta, non può cambiarsi i vestiti dall’inizio dello sciopero della fame e gli sono stati tolti tutti i libri.
Dall’inizio delle sciopero della fame, Marwan Barghouti ha perso 12 chili, arrivando oggi a pesare 53 chili.
(traduzione di Amedeo Rossi – Zeitun.info)
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