domenica 14 maggio 2017

Perché finirono quegli atti di guerra? - Gherardo Colombo

Il 23 maggio 1992, mentre la mafia faceva saltare per aria l’autostrada a Capaci, io ero a Milano, nel carcere di San Vittore, a interrogare il presidente di un ente pubblico in custodia cautelare per una serie di reati di corruzione. Ho appreso la notizia la sera, uscendo, da un agente della polizia penitenziaria, affranto. “Ha sentito, dottore, cosa è successo in Sicilia?”. Lì ho saputo, e quando il dolore lo ha consentito, tra i tanti pensieri e gli interrogativi è rimasta insistente una domanda. Perché, per uccidere Giovanni Falcone, la mafia ha compiuto un atto di guerra?
Purtroppo oggi a ricordare la strage rimane solo una stele lungo l’autostrada, all’altezza del luogo dell’attentato, stele che può essere notata e collegata a quel terribile evento soltanto da chi passando di lì e sapendo che c’è, la cerca con lo sguardo. Ed allora oggi si è attenuato il ricordo di cosa è stato fatto per compiere il massacro, e ci si dimentica che è stato compiuto un atto di guerra (fosse stato per me avrei lasciato la situazione come si presentava dopo lo scoppio, perché chiunque transitasse sull’autostrada – due bretelle a fianco del disastro l’avrebbero consentito – potesse vedere cosa aveva fatto la mafia per disfarsi di uno dei magistrati che odiava).
Credo non fosse imprevedibile che si potesse attentare alla vita di Giovanni: si era usciti, da poco, dalla terribile stagione del terrorismo, durante la quale erano stati uccisi tanti giudici, ma non era cessata l’abitudine della mafia di ammazzare i magistrati che lavoravano con capacità e determinazione nei processi che la riguardavano: nel 1983 Rocco Chinnici, nel 1988 Antonio Saetta, nel 1991 Antonino Scopelliti, per citare chi aveva, o avrebbe avuto se fosse rimasto in vita, relazione con il maxiprocesso. E solo poco più di due mesi prima dell’attentato a Falcone era stato assassinato Salvo Lima, da tanti indicato tramite tra la mafia ed il potere di Roma.
Giovanni, nonostante la scorta, lo avrebbero potuto eliminare con molto meno fragore: sarebbe bastato un cecchino, per esempio. E invece no, un’autostrada sventrata, un’azione clamorosa che sarebbe stata seguita da un’azione altrettanto dirompente dopo neanche due mesi. Una strage in via D’Amelio, vittima questa volta Paolo Borsellino, anche lui come Giovanni insieme alle persone che erano con lui.
Che la mafia avrebbe cercato di eliminare Paolo era ancora più prevedibile, ma pensavo che si sarebbe riusciti a impedirglielo. Invece, deflagra un’autobomba di potenza tale da trasformare la via in una strada dell’Aleppo di oggi, una di quelle strade che vediamo quasi quotidianamente in tivù martoriate dai bombardamenti. Anche qui un atto di guerra, e anche qui la domanda: perché?
Assassinando in quel modo Giovanni e Paolo, la mafia ha parlato. Non si è limitata a togliere di mezzo due magistrati che l’avevano, e continuavano a metterla alle strette, ma ha usato un linguaggio per comunicare qualcosa a qualcuno. Si può capire il linguaggio, guardando da fuori? Non è facile, perché tante sono le interpretazioni possibili.
Prima alternativa: si è trattato di un linguaggio comprensibile a tutti (più o meno come quello usato nella strategia della tensione: guardate che se le cose vanno avanti così le conseguenze sono disastrose) oppure interpretabile soltanto a chi aveva gli strumenti per decodificarlo (diretto, per esempio, a chi fino ad allora aveva contribuito ad evitare che la mafia subisse la giustizia penale)?
Una volta sciolto questo dilemma, ecco altre alternative: nel primo caso lo scopo era distogliere l’attenzione da Mani pulite, un’indagine che stava diventando pericolosa; oppure si era gettato un amo per cercare nuovi alleati nella politica, nel timore che i vecchi stessero scomparendo? E nel secondo, era un ulteriore avvertimento a chi ancora non aveva inteso il significato dell’omicidio di Salvo Lima? Era una tappa di un percorso già avviato verso ambienti con i quali instaurare nuovi rapporti? Era qualcosa che ancora oggi nemmeno si riesce ad ipotizzare?
Sta di fatto che la mafia non si ferma il 19 di luglio. Il 17 settembre 1992 uccide vicino a Palermo Ignazio Salvo, indicato come un altro trait d’union con i palazzi della politica. L’anno successivo scoppiano le bombe a Roma in via Fauro, a Firenze in via dei Georgofili, ancora a Roma a San Giorgio al Velabro e a San Giovanni in Laterano, a Milano in via Palestro. E infine nel gennaio 1994 fallisce un attentato allo stadio Olimpico che sarebbe stato sanguinosissimo.
Ci si trova di fronte a nuovi interrogativi: queste nuove azioni sono collegate alle precedenti? Lo sono soltanto alcune (omicidio Salvo) o lo sono tutte (Salvo e i nuovi attentati)? Perché l’insistenza? E ancora, cosa ha voluto esprimere la mafia con il linguaggio utilizzato, al di là del risvolto palese, consistito nel rendere chiaro che qualunque bersaglio saprebbe stato raggiungibile?
Sono passati venticinque anni dai massacri di Capaci e di via D’Amelio. Mi chiedo se, andando oltre i processi e le sentenze, che pure hanno accertato le responsabilità dei livelli maggiormente coinvolti con l’esecuzione dei fatti, sia possibile sciogliere gli enigmi che si nascondono ai livelli più elevati, quelli nei quali vengono prese le decisioni.
Io credo che una cosa sia certa: le azioni (in questo caso gli atti di guerra) si commettono, i linguaggi si usano per ottenere risultati. Se questi non arrivano, le azioni si ripetono.  Salvo che ci si rassegni a non raggiungerli mai, o che diventi troppo difficile ottenerli, per il contrasto della società civile e delle istituzioni. La mafia, nel 1994 ha smesso di compiere atti di guerra. Si è rassegnata, ha raggiunto gli scopi che perseguiva, o è stata costretta 

1 commento:

  1. I palermitani non collusi - e tutti gli italiani onesti - portano ancora le ferite di quelle stragi. E il peso di non sapere dare risposte a tante domande ...

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