La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
domenica 29 giugno 2025
lunedì 2 ottobre 2023
in Kosovo, intanto...
Kosovo attaccabrighe per arrivare a cosa? Tensioni alle stelle - Remocontro
L’esercito illegale del Kosovo travestito da ‘Polizia speciale’ ad
arrestate serbi nel nord dove si è isolata la popolazione di etnia serba che
non è fuggita. Ieri l’arresto di altri due serbi accusati di aver aggredito a
male parole giornalisti kosovari di etnia albanese. Azioni di forza che si
aggiungono ai tre serbi arrestati nei giorni scorsi con l’accusa di coinvolgimento
negli scontri e disordini del 29 maggio scorso a Zvecan, nel nord del Kosovo.
Il ministro
a provocare
Il ministro
dell’interno kosovaro Xhelal Svecla, a cui spetterebbe di garantire
ordine pubblico e convivenza, sulle orme del premier Albin Kurti ha
poi dichiarato, «La Repubblica del Kosovo non si tira indietro
davanti ai criminali fascisti della polizia serba». Chi sa se ancora
una volta le forze internazionali testimoni sul campo, tra Kfor Nato ed Eulex
Ue, faranno ancora una volta finta di non vedere e, soprattutto,
decideranno di ‘non fare’.
Belgrado e i
serbi del Kosovo
Gli ultimi
arresti di serbi sono stati duramente condannati dalla dirigenza di Belgrado e
dal partito Srpska Lista, la maggiore forza politica dei serbi del
Kosovo, accusano il governo di Pristina e il premier Albin
Kurti di voler esasperare la situazione con continue provocazioni, avendo
l’obiettivo finale di provocare un nuovo conflitto armato nella regione. Utile
ricordare che Balgrado ha spostato suoi reparti speciali sul confine a ridosso
dell’area delle tensioni.
Politica di
Pristina stile Kurti
Una
situazione di crescente tensione e contrapposizione che non è un buon
presupposto in vista del nuovo incontro al vertice fra il premier Kurti e
il presidente serbo Aleksandar Vucic, convocato per la prossima
settimana a Bruxelles dall’Alto rappresentante Ue Josep
Borrell. O forse proprio per quello da parte di chi deve affermate di
volere l’accordo per poi non impedirlo.
‘Forze
speciali’ nella zona serba al confine
L’esercito
kosovaro vietato travestito da forza speciale di polizia. Più marines che
sbirri. Un corpo che il governo definisce di ‘polizia speciale’ e ha
schierato nelle cittadine a maggioranza serba nel nord del Kosovo dove si sono
concentrate le tensioni delle ultime settimane, compresa la manifestazione dei
kosovari di etnia serba in cui sono stati feriti i soldati italiani del
contingente NATO in Kosovo.
La ‘strana
polizia’ denuncia Post
«La polizia
speciale è un corpo armato kosovaro albanese dalle caratteristiche piuttosto
peculiari: i suoi membri sono vestiti con equipaggiamento militare, cioè molto
più simile a soldati che a poliziotti, sono persone esclusivamente di etnia
albanese, che in Kosovo è maggioritaria, e alcuni hanno il sospetto che il
Kosovo li utilizzi soprattutto per intimorire e scoraggiare iniziative
pubbliche dei kosovari di etnia serba».
Presidio
albanese armato a Leposavić
La ‘polizia
speciale’ è attiva dal 2021 a Leposavić, uno dei paesi a
maggioranza serba in cui grazie al boicottaggio delle elezioni amministrative
da parte dei kosovari di etnia serba è stato eletto con poche decine di voti un
sindaco di etnia albanese, che il governo centrale ha fatto regolarmente
insediare. Dal 26 maggio la polizia speciale kosovara ha insediato il nuovo
sindaco, Lulzim Hetemi, albanese, aprendo a forza le porte
dell’edificio.
Da allora
Hetemi non ha più lasciato l’edificio, e con lui una scorta di truppe della
polizia speciale.
Serbi
discriminati e minacciati
Gli abitanti
serbi di Leposavić ritengono che la polizia speciale li discrimini
sistematicamente, con posti di blocco e atti di violenza: a gennaio e ad aprile
la polizia speciale ha aperto il fuoco contro kosovari serbi a un posto di
blocco, ferendo alcune persone. «Sta iniziando ad assomigliare a una
presenza permanente. La gente la considera un’occupazione», ha
denunciato a Politico Aleksandar Arsenijević, leader
di Piattaforma Civica.
Versioni
contrapposte
Il governo
centrale del Kosovo, ovviamente, racconta una ‘polizia speciale’ virtuosa
che lavora in contesti difficili, in cui le provocazioni e le violenze dei
kosovari serbi sarebbero frequentissime. Il governo centrale kosovaro per
esempio ritiene Piattaforma Civica un partito che compie anche
attività criminali e che «per anni ha terrorizzato i nostri
cittadini», secondo il ministro dell’Interno kosovaro, Xhelal
Svecla, della cui moderazioni abbia visto all’inizio.
Condanna
occidentale e persino Usa
La condotta
della polizia speciale è stata condannata anche dai paesi occidentali, molti
dei quali alleati del Kosovo (che fin dalla sua nascita ha avuto governi
filo-europeisti e filo-occidentali). Dopo che la polizia speciale aveva fatto
irruzione nei municipi delle cittadine a maggioranza serba per insediare i
sindaci di etnia albanese, il dipartimento di Stato americano aveva diffuso un
duro comunicato per condannare queste operazioni, «compiute contro
il consiglio degli Stati Uniti e degli alleati europei del Kosovo».
Il premier
provocatore
Finora il
primo ministro kosovaro Albin Kurti ha difeso l’operato della polizia speciale,
spiegando che la sua presenza è necessaria per contenere le «gang
criminali serbe che operano in quelle zone», e ha respinto gli inviti
degli alleati occidentali a ritirare la polizia speciale dai paesi a
maggioranza serba nel nord del Kosovo.
Forse il problema Kosovo, a sintesi estrema, si chiama Albin Kurti.
L’ipocrisia
delle grandi potenze nel discorso all’ONU di Vucic - Chiara Nalli
“I principi non si
applicano solo ai forti, si applicano a tutti. Se non è così, allora non sono
più principi”.
Il primo estratto del discorso del presidente serbo Vucic davanti
all'Assemblea generale dell'ONU è apparso sulla stampa serba intorno alle 17.00
di giovedì 21 settembre. Il principale quotidiano del Paese ha titolato “Dov'era
il diritto internazionale quando avete attaccato la Serbia?”. E se il
resoconto dei giornali nazionali è stato capace di suscitare un immediato
entusiasmo, l’intero discorso, disponibile qui https://www.youtube.com/watch?v=PXt1bBtHxVI -
in inglese - può essere considerato, a pieno titolo, un intervento di portata
storica. Tanto che la frase citata nel titolo è stata interrotta dagli applausi
della sala.
In un consesso dominato dalle tematiche legate alla guerra in Ucraina, sgranellate
dalla stampa con la consueta superficialità, il presidente serbo è intervenuto
riportando al centro la vicenda del proprio Paese, sotto una duplice
prospettiva: ricordando, da un lato, come le attuali situazioni di conflitto
(con particolare riguardo all’Ucraina) siano in massima parte la conseguenza
della violazione del diritto internazionale da parte delle grandi potenze,
nell’ambito di un processo di espansione strategica avviato proprio con
l’attacco NATO alla Serbia; dall’altro - denunciando l’attuale stato delle
relazioni con il Kosovo, in cui le stesse superpotenze - USA e UE - coinvolte
come meditatori, applicano sistematicamente “doppi standard” - capaci di
portare alla cronicizzazione - o peggio l’inasprimento - del conflitto.
Vucic ha scelto di parlare del proprio Paese, con la consapevolezza della
dimensione universale, profondamente politica e attuale, insita nella sua
storia e nella sua posizione strategica: “Sono davanti a voi come
rappresentante di un Paese libero e indipendente, la Serbia, che si trova nel
percorso di adesione all'Unione europea ma che, al tempo stesso, non è pronto a
voltare le spalle alle sue tradizionali amicizie costruite da secoli (con
la Russia, NDR)”. Significativa in questo senso è anche la scelta dell’inglese,
al fine raggiungere una platea più ampia possibile senza l’intermediazione di
traduttori, come egli stesso ha chiarito nei successivi incontri con i
giornalisti, i quali hanno evidenziato, per l’appunto, come il suo intervento
sia andato oltre l'ambito regionale e non fosse diretto al solo pubblico
locale.
Ancor più in un momento storico in cui il rispetto dei principi del diritto
internazionale, dell’integrità territoriale e della sovranità degli stati viene
sbraitato con foga e tradotto, in pratica, nel sostegno illimitato a uno dei
due belligeranti - diventando la maschera per protrarre una guerra senza fini -
il presidente serbo ha sottolineato l'ipocrisia delle maggiori potenze mondiali
sull’argomento, ricordando l’appoggio - concesso da quasi tutti i paesi del
blocco euro-atlantico, alla dichiarazione unilaterale di indipendenza del
Kosovo, in aperta violazione della Risoluzione 1244 dell’ONU: “Voglio alzare
la voce a nome del mio Paese, ma anche a nome di tutti coloro che oggi, a 78
anni dalla fondazione delle Nazioni Unite, credono veramente che i principi
della Carta delle Nazioni Unite siano l’unica difesa essenziale della pace nel
mondo, del diritto alla libertà e all’indipendenza dei popoli e degli Stati. Ma
anche di più: sono la garanzia della sopravvivenza stessa della civiltà umana.
L'ondata globale di guerre e violenze che colpisce le fondamenta della
sicurezza internazionale è una conseguenza dolorosa dell'abbandono dei principi
delineati nella Carta delle Nazioni Unite […] Il tentativo di smembrare il mio
Paese, formalmente iniziato nel 2008 con la dichiarazione unilaterale di
indipendenza del Kosovo è ancora in corso. Per la precisione, la violazione
della Carta delle Nazioni Unite nel caso della Serbia è stato uno dei
precursori visibili di numerosi problemi che tutti dobbiamo affrontare oggi,
che vanno ben oltre i confini del mio Paese o il quadro della regione da cui
provengo. Più in generale, dall’ultima volta che ci siamo incontrati qui, il
mondo non è né un posto migliore né più sicuro. Al contrario, la pace e la
stabilità globale sono ancora minacciate. […] Onorevoli colleghi, anche se da
tre giorni da questo palco tutti giuriamo di rispettare i principi e le regole
della Carta delle Nazioni Unite, proprio la loro violazione è all'origine della
maggior parte dei problemi nelle relazioni internazionali - mentre
l’implementazione di doppi standard è un aperto invito per tutti quelli che
cercano di affermare i loro interessi con la guerra e la violenza, violando le
norme del diritto internazionale ma anche le fondamenta della moralità umana.”
A questo punto si potrebbe pensare che sul piano diplomatico, il presidente
serbo abbia detto più che abbastanza. E invece no, Vucic si è spinto fino a
nominare ciò che nella situazione attuale è, di fatto, diventato innominabile,
chiamando in causa i diretti responsabili: “Tutti i relatori finora, e credo
tutti dopo di me, hanno parlato della necessità di cambiamenti nel mondo,
menzionando il proprio Paese come esempio di moralità e rispetto della legge.
Oggi non parlerò molto del mio Paese […] Ma parlerò dei principi che sono stati
violati e che ci hanno portato alla situazione odierna, e non dai piccoli
paesi, che spesso sono bersaglio di tali attacchi, ma dai paesi più potenti del
mondo, soprattutto quelli che si sono arrogati il diritto di dare lezioni a
tutto il mondo, esclusivamente dal proprio punto di vista, su politica e
morale.”
E ancora “Qui in questa sala, appena due giorni fa, abbiamo potuto
sentire dal Presidente degli Stati Uniti che il principio più importante nelle
relazioni tra i paesi è il rispetto della loro integrità territoriale e
sovranità - e solo come terzo fattore più importante ha menzionato i diritti
umani. E mi è sembrato che tutti in questa stanza lo sostenessero. Io, come presidente
della Serbia, l'ho accolto con palese entusiasmo. […] Sarebbe tutto bello se
fosse vero. Quasi tutte le principali potenze occidentali hanno brutalmente
violato sia la Carta delle Nazioni Unite sia la Risoluzione ONU 1244, che era
stata adottata in questa Alta Camera, negando e calpestando tutti quei principi
che oggi difendono, e ciò è accaduto ventiquattro anni fa e ancora quindici
anni fa. Per la prima volta, senza precedenti nella storia del mondo, i
diciannove paesi più potenti hanno preso una decisione senza il coinvolgimento
del Consiglio di Sicurezza dell’ONU - lo ripeto, senza alcuna decisione del
Consiglio di Sicurezza dell’ONU – di attaccare brutalmente e punire un Paese
sovrano sul suolo europeo - come ebbero a dire - “per impedire il disastro
umanitario” […]. E quando ebbero finito con questo lavoro, dissero che la
situazione del Kosovo era un fatto di democrazia e che sarebbe stata risolta in
base alla Carta della Nazioni Unite e al diritto internazionale. E poi,
contraddicendo tutto questo e soprattutto contrariamente al diritto
internazionale, nel 2008 hanno deciso di supportare l’indipendenza del Kosovo.
La decisione illegale di secessione della provincia autonoma di Kosovo e
Metohija dalla Serbia è stata presa dieci anni dopo la fine della guerra, senza
un referendum o qualsiasi altra forma di consultazione democratica affinché i
cittadini in Serbia o almeno nel Kosovo stesso, potessero dichiarare le loro
intenzioni. Questa decisione è stata presa in un momento in cui la Serbia aveva
un governo impegnato nell’integrazione europea ed euroatlantica […]. Tutto
questo non ha impedito che la violenza politica e legale arrivasse proprio da
coloro che oggi sono in prima fila nell’impartirci lezioni […]. La cosa
peggiore è che tutti coloro che hanno contribuito all’aggressione contro la
Serbia oggi ci danno lezioni sull’integrità territoriale dell’Ucraina. Come se
non la supportassimo. Noi la supportiamo e continueremo a farlo perché noi non
cambiamo le nostre politiche e i nostri principi, non ostante la nostra
centenaria amicizia con la Federazione Russa. […] Sono il presidente della
Serbia, al mio secondo mandato; in innumerevoli occasioni ho subito pressioni
politiche, sono un veterano politico. Ciò che vi dico oggi è la cosa più
importante per me: i principi non cambiano in base alle circostanze. I principi
non si applicano solo ai forti, si applicano a tutti. Se non è così, non sono
più principi”. […] Un’altra cosa importante è che la pace è diventata una
parola proibita. Tutti loro (NDR, le grandi potenze) hanno i
loro preferiti e i loro colpevoli. I soli valori che rimangono alle grandi
potenze sono proprio i principi. Ma sono principi falsi: li invocheranno solo
fin quando gli staranno bene.”
Le parole di Vucic sono sassate…
Il Kosovo, frutto avvelenato Usa – Massimo Fini
Nei giorni scorsi una formazione di serbo-kosovari, definiti “criminali” dal Corriere, mentre sono degli indipendentisti come lo erano i russofoni del Donbass, ha teso un’imboscata ad agenti dell’esercito “regolare” del Kosovo.
Risultato:
un agente morto, sette assalitori uccisi nonostante si fossero rifugiati in una
chiesa ortodossa e quindi non rispettando nemmeno il secolare “diritto
d’asilo”.
La notizia è
passata quasi inosservata sulle pagine degli esteri dei nostri giornali, tutti
impegnati a esaltare l’Ucraina del buffone Zelensky ai danni della Russia
secondo diktat Usa. Non c’è articolo che cominci, o non dia
per presupposto, che “c’è un aggressore e un aggredito”, d’accordo ma c’era un
aggressore anche nel 1999 proprio nei confronti della Serbia (Nato, cioè
americani), c’era un aggressore, sempre Nato con i suoi satelliti, anche nel
2003 in l’Iraq, c’era un aggressore, anzi più aggressori, americani, francesi e
italiani, nel 2011 quando fu invasa la Libia e ucciso Muammar Gheddafi nel modo
barbaro che conosciamo, ma in questi casi non si è mai fatta la distinzione fra
“aggressore e aggredito” trovando per queste aggressioni motivazioni farsa e
nomignoli grotteschi come “operazione di peacekeeping”, “operazione
di polizia internazionale” (e per pietas nei confronti del
lettore lascio perdere tutta la vicenda afghano-talebana).
La questione
del Kosovo ha origine nelle guerre balcaniche fra croati, serbi e musulmani.
Queste guerre avevano a loro volta alle spalle la disgregazione della
Jugoslavia. Nel 1991 la Slovenia dichiarò la propria indipendenza dalla
Jugoslavia di Tito senza colpo ferire, sempre nel 1991 la Croazia, cattolica,
chiese e ottenne dall’Onu l’indipendenza con l’appoggio della Germania e del
Papa, il cosiddetto “santo padre”. Allora anche i serbi di Bosnia chiesero
quello che avevano ottenuto Slovenia e Croazia, l’indipendenza o la riunione
con la madrepatria serba. Ma gli venne negata. Quella guerra i serbi l’avevano
vinta, perché a sentire gli addetti ai lavori, sono i migliori combattenti sul
terreno. Ma intervennero gli americani che decisero di creare uno Stato
inesistente, la Bosnia, che nella Jugoslavia era solo una regione, e
trasformarono i vincitori in vinti. I serbi di Bosnia, oltre a quelle già
accennate, avevano delle buone ragioni dalla loro parte: è ovvio che una Bosnia
multietnica era concepibile solo all’interno di una Jugoslavia multietnica, una
Bosnia multietnica a guida musulmana, integralista, era proprio una cosa che
non si poteva vedere. L’accordo di Dayton del 1995, firmato da tutte le parti
in causa e in più dagli Stati Uniti e dalla Germania che non si capisce che
cazzo c’entrassero, mise fine alle guerre balcaniche. Fu firmato anche,
ovviamente, da Slobodan Milosevic che in seguito sarà mandato davanti al
cosiddetto Tribunale Internazionale dell’Aja per “crimini di guerra”, il solito
tribunale dei vincitori, e morirà in carcere per un infarto molto sospetto,
diciamo un infarto alla Putin.
Non contenti
di aver umiliato la Serbia in tutti i modi, gli americani l’aggredirono, contro
la volontà dell’Onu, nel 1999, col pretesto del Kosovo. In Kosovo, terra serba
da sempre, anzi “la culla della nazione serba”, i musulmani erano diventati
maggioranza e chiedevano l’indipendenza e come in tutte le guerre partigiane
facevano largo uso, legittimamente a mio vedere, del terrorismo, la Serbia
rispondeva con l’esercito e gruppi paramilitari, le famose “tigri di Arkan”.
Era una questione interna allo Stato serbo. Ma intervennero gli americani che
decisero che i serbi avevano torto. Nei primi mesi del 1999, a Rambouillet fu
proposto alla Serbia un trattato di pace assolutamente inaccettabile: la Serbia
avrebbe dovuto rinunciare non solo a ogni diritto sul Kosovo ma alla sua stessa
sovranità. E fu la guerra. Per 72 giorni gli americani bombardarono una grande
e colta (Kusturica, Bregovic) capitale europea come Belgrado (poi non ci si può
lamentare se in una situazione quasi speculare Putin bombarda Kiev). Risultato:
5.500 morti civili (l’esercito serbo, privo di contraerea, non aveva potuto
rispondere) fra cui 500 albanesi, proprio quelli che si pretendeva di
proteggere. E sotto questi bombardamenti ci furono gli eccidi che furono
addebitati all’esercito serbo. In realtà ce ne fu solo uno, a Racak (45 vittime
civili), ma la Cnn, seguita caninamente dalle tv italiane, lo ripresentava ogni
sera, ma visto da prospettive diverse per aumentarne l’impatto sull’opinione
pubblica.
L’indipendenza
del Kosovo è ratificata da 101 Stati su 193. La questione è quindi ancora aperta.
È bene ricordare che il diritto su un Paese non appartiene all’etnia che in
quel momento ha la maggioranza, appartiene a chi quel Paese ha contribuito a
formare, lavorandoci sopra, altrimenti il Piemonte, qualora vi si imponesse una
maggioranza di immigrati musulmani, dovrebbe essere tolto all’Italia e dato a
questi ultimi.
Nel
frattempo dei 300 mila serbi che abitavano in Kosovo ne sono rimasti 100 mila.
La più grande “pulizia etnica” dei Balcani, dopo quella dal premier croato
Tudjman che in un sol giorno cacciò 800 mila serbi dalle krajine. E
questa volta complice è la Kfor, cioè le forze Nato che presidiano il Kosovo e
nella Kfor sono presenti anche gli italiani con 850 soldati.
L’Europa
intera dimentica di avere un grande debito di riconoscenza con i serbi. Fu la
resistenza serba, durata tre settimane, a ritardare l’aggressione nazista alla
Russia, tre settimane che furono fatali a Hitler perché la Wehrmacht si
trovò impantanata, come le armate di Napoleone, nell’inverno russo.
Particolarmente
stolida è l’ostilità dell’Italia verso la Serbia. Noi italiani non abbiamo mai
avuto contenziosi con la Serbia, li abbiamo avuti con i croati che verso la
fine della Seconda guerra mondiale “infoibarono” i nostri militari e
soprattutto civili. Nei primi anni del Novecento in Serbia si guardava alla
monarchia italiana come a un esempio e si pubblicava un quotidiano
intitolato Piemonte.
Gli scontri
di cui abbiamo parlato all’inizio sono solo l’antipasto di ciò che verrà. Il
sentimento generale serbo è quello espresso dal tennista Nole Djokovic: “Il
Kosovo è serbo e sarà sempre serbo”. In attesa che si sveglino anche i serbi di
Bosnia.
Ps. Una cosa intollerabile fu la
scomunica della squadra jugoslava dagli Europei di Svezia del 1992. Quella
squadra era formata, fra gli altri, da Stojkovic, serbo, Savicevic,
montenegrino, Prosinecki, croato, Jugovic, serbo, Boban, croato, Mihajilovic,
serbo, e dal basilare Bazdarevic, bosniaco, regista che calmava i bollori di
una squadra dove tutti, anche i terzini, erano votati all’attacco. Quella
squadra aveva vinto tutte le partite delle qualificazioni, tranne una
pareggiata. I ragazzi erano già in Svezia e per imposizione della Fifa e
dell’Uefa furono cacciati a pedate. Un’ignominia calcistica che fa quasi paro
con quelle, non sportive, di cui abbiamo parlato.
Kosovo, il diritto a geometria variabile, e fu il disordine mondiale - Massimo
Nava
Il Kosovo, teatro in queste ore di violenze e rivalse, è il punto focale di
un dramma, cominciato negli anni Novanta, in cui diritti e aspirazioni di
popoli e minoranze hanno continuato a confliggere con la sovranità degli Stati
e con interessi geopolitici di Grandi Potenze e Potenze regionali, scrive il
Corriere della Sera.
Il diritto internazionale fatto a pezzi o invocato a geometria variabile. Un
quadro in cui l’Europa ha recitato più spesso la parte della spettatrice o
della vittima (in termini di prezzi economici e sociali pagati) che dell’attore
politico, il rimprovero di un severissimo Massimo Nava.
«Decisamente paradossale che un fazzoletto di terra, fino a pochi anni fa
ignoto a molti, sia all’origine di tanti conflitti e tensioni internazionali».
Causa-effetto
Naturalmente,
il rapporto di causa ed effetto è più complesso, ma è un fatto che il diritto
internazionale fatto a pezzi o invocato a geometria variabile abbia provocato,
negli ultimi decenni, instabilità, conflitti e situazioni sociali ed economiche
diametralmente opposte a quelle auspicate: lacerazione di confini, pulizia
etnica, ondate migratorie, scontri religiosi sono diventati i tragici titoli
della nostra storia recente. Le strategie che Europa e Stati Uniti hanno
portato avanti dal 1991 nella ex Jugoslavia dovevano segnare la nuova era dei
diritti dei popoli, prevalenti sui confini degli stati e sul dispotismo dei
dittatori.
Separatismi,
e bramosie sulla Jugoslavia
Il rapido
riconoscimento da parte dei Paesi europei (Germania in testa)
dell’indipendenza di Croazia e Bosnia, gli accordi
di Dayton per l’unità della Bosnia dopo i massacri e il bombardamento della Serbia per
sostenere le aspirazioni separatiste della minoranza albanese del Kosovo,
minacciata da Belgrado, avevano affermato nella coscienza internazionale alcune
regole non scritte e non universalmente riconosciute, compreso l’eliminazione
violenta dei dittatori (Gheddafi, Saddam Hussein) o la loro
incriminazione nei tribunali internazionali (ieri Milosevic, domani, forse
Putin).
Autodeterminazione
per tutti o a concessione. E di chi?
Ma la
nobiltà morale delle regole (in primis, il diritto dei popoli
all’autodeterminazione) non ha tenuto conto dei modi e dei prezzi che si
dovevano pagare per affermarle. Anziché una nuova era, si sono innescate
instabilità e rivalse. Anziché un nuovo quadro di principii, applicabile ad
altri focolai di conflitto nel mondo, dalla Cecenia al Medio Oriente,
dall’Ucraina a Taiwan, si è alimentato il disordine internazionale.
‘Geometrie variabili’
I Balcani,
in particolare, sono rimasti in balia di strategie contraddittorie e
intercambiabili. I musulmani alla mercé dei serbi a Sarajevo e armati contro i
serbi in Kosovo. Milosevic, la soluzione per la stabilità (con gli accordi di
Dayton) e poi il problema da eliminare. L’unità e l’integrità dello Stato,
rispettate per la Bosnia, non riconosciute alla Serbia, costretta
all’amputazione del Kosovo.
Balcani
sulla giostra Ue ad avallo Nato
A questi
sviluppi, si è sovrapposta la marcia a zig zag per l’adesione all’Europa, con
le porte aperte a Slovenia e Croazia e
l’anticamera per la Serbia, il cui calendario è oggi condizionato
dalle ambizioni di Ucraina e Moldavia. Migliaia di
soldati dell’Onu, miliardi di dollari e complicati artifici politici hanno
soltanto sopito l’odio etnico e religioso in cui è cresciuta un’intera
generazione. L’esito più perverso è la Serbia: l’unica nazione rimasta
multietnica, nonostante Milosevic, si scopre più nazionalista e ortodossa senza
Milosevic ed essa stessa vittima, in Kosovo, di pulizia etnica. Il meno che si
possa fare è però ripensare in fretta una strategia coerente per tutta la
regione, che affermi i diritti di tutti i popoli e la possibilità d’immaginarsi
europei, senza più pagelle di affidabilità e sostegni di convenienza.
Occidente
Usa-Ue, sleale e traditore
Uno
spiraglio si era aperto nei mesi scorsi durante il vertice europeo di Tirana,
in presenza di tutti i protagonisti, compresi i nemici di ieri e di oggi. Come
rilevava per l’occasione Le Monde, «dopo l’invasione russa
dell’Ucraina, l’Ue ha cambiato tono nei confronti di questa regione». Se
da un lato l’Ue è mobilitata per aiutare l’Ucraina, dall’altro è evidente il
desiderio di mantenere la stabilità in una regione su cui incombono ombre russe
e cinesi, in particolare a Belgrado. La Serbia continua a mantenere relazioni
commerciali con Mosca ed è anche un hub interessante per aggirare le sanzioni.
Il problema
Serbia-Kosovo
«I Balcani
si sono sentiti traditi, bloccati nell’anticamera del club europeo che ha
accettato la candidatura di Ucraina e Moldavia». In realtà sono state mobilitate
risorse europee per sostenere lo sviluppo di questi Paesi, ma miliardi di euro
non sembrano sufficienti a calmare gli animi. Negli ultimi due anni, il Montenegro,
l’Albania e la Macedonia settentrionale hanno
visto convalidato il loro status di candidati all’Ue e sono iniziati i primi
colloqui. A novembre, la Commissione ha proposto che anche la Bosnia-Erzegovina si
qualifichi per lo status di candidato. Ma il nodo cruciale resta la Serbia,
fino a quando non sarà raggiunto un definitivo accordo politico con il Kosovo,
peraltro non ancora riconosciuto da cinque Stati membri dell’Unione Europea,
fra i quali la Spagna, per evidenti ragioni di politica interna, date le
tensioni in Catalogna.
Vuoto
occidentale a perdere
Logico
che Russia e Cina, alleati della Serbia e
interessati al futuro dei Balcani, prendano spesso le difese di Belgrado. La
questione del Kosovo è così diventata anche l’alibi per la politica di Putin,
prima in Crimea e poi nel Donbass. Belgrado coltiva aspirazioni di integrazione
europea, ma non può abbandonare le minoranze serbe. L’adesione all’Ue
aiuterebbe a consolidare le istituzioni democratiche, a proteggere i diritti
fondamentali e a far progredire lo Stato di diritto in tutta la regione
balcanica. Ma la guerra in Ucraina ha sconvolto disegni e priorità. E Putin
soffia sul fuoco.
Le
coincidenze della storia
Per quanti
si appassionano a questa storia complicata, si noti una coincidenza in queste
ore di violenze: il processo cominciato all’Aja contro l’ex presidente e leader
della guerriglia kosovara, Hashim Thaçi. Eroe della resistenza
contro i serbi e dei diritti delle minoranze, sostenuto dagli Stati Uniti,
considerato a suo tempo il «George Washington dei Balcani»,
amico personale dell’ex ministro francese Bernard Kouchner, è ora
incriminato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità perpetrati contro
le forze serbe.
Un caso emblematico, a dimostrazione che la storia nei Balcani è davvero
ciclica e talvolta diventa un tragico gioco dell’oca.
Cosa ci fanno i militari italiani in Kosovo 24 anni dopo le bombe Nato - Ennio
Remondino
Breve storia della ‘Kosovo Force’ Nato che fece il suo ingresso nel paese
come ‘forza militare di pace’ dopo averlo ‘liberato’ dalle truppe jugoslave di
casa sommerse di bombe, nel 1999. Con simpatie diversificate per etnia e
precedente bersaglio. ‘Kfor’ la sigla meno direttamente Nato alla conversione
in forza di pace, o meglio, di interposizione tra odi e tensione che 24 anni
dopo non sembrano affatto superati.
Odio etnico
e provocazioni
«Ieri alcuni
soldati italiani e ungheresi che fanno parte di un contingente NATO chiamato
KFOR sono stati feriti durante una manifestazione di protesta a Zvecan, in
Kosovo. L’operazione KFOR è attiva in Kosovo dal 12 giugno del 1999, iniziò
dopo la conclusione dell’azione militare della NATO contro la Repubblica
Federale di Jugoslavia di Slobodan Milošević», la sintesi asettica da agenzia che
riposta il Post. Per memoria meno ‘neutrale’, quei tre mesi di bombardamento
nel cuore dell’Europa, definiti anche ‘interferenza umanitaria’, furono la
prima vera e massiccia ‘guerra calda’ dopo decenni di ‘Guerra fredda’,
preceduta solo da alcune incursioni aeree Usa su Sarajevo nel 1995 per imporre
l’armistizio di Dayton.
Sempre nel
racconto semi scolastico
Il Kosovo si
trova tra Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia ed è grande un po’ più
dell’Abruzzo. È il paese più giovane d’Europa e le sei stelle che si vedono
sulla sua bandiera rappresentano i sei gruppi etnici che lo abitano: gli albanesi, che
sono più del 90 per cento della popolazione, e poi i serbi, i turchi, i gorani, i rom e
i bosniaci musulmani. Gli scontri da allora a oggi, il reale
esercizio del comando tra la maggioranza albanese che ha il numero e la forza,
e la ex forza politica slava del vecchio potere jugoslavo, con le
ritorsioni nel quotidiano. Nel 1999 l’intervento militare della NATO in Kosovo
venne giustificato con rilevanti forzature informative, per porre fine alla
campagna di oppressione, pulizia etnica e violenze portata avanti dai serbi
contro la popolazione di origine albanese. 24 anni dopo la situazione risulta
semplicemente rovesciata senza sostanziali progressi verso il superamento del
passato. Ma anche senza sensibilizzazione stampa.
Da
terroristi a patrioti
A partire
dal 1996 il movimento armato militare di separatisti albanesi UçK (Ushtria
çlirimtare e Kosoves),sino ad allora per la Nato e gli Usa compreso tra le
‘organizzazioni terroristiche’, vienne riqualificato come movimento
patriottico e sostenuto in maniera più o meno aperta soprattutto da parte
statunitense, protagonista di una serie di azioni di guerriglia, arrivando anche
a controllare intere zone del territorio kosovaro. Il 28 febbraio del 1998
l’UçK uccise alcuni ufficiali della polizia serba causando la ritorsione della
polizia di Milošević, che lanciò un’offensiva con mezzi pesanti contro numerosi
villaggi della Drenica, al centro del paese. Altri scontri armati con decine di
vittime a Racak. Forzature e inganni delle parti in guerra con complicità
giornalistiche, hanno via via favorito la disponibilità dell’opinione pubblica
occidentale e italiana a condividere o a non opporsi quella che è stata la
prima vera guerra in casa europea dopo quella mondiale.
Il 24 marzo
1999 le bombe Nato sulla Jugoslavia
il 23 marzo
del 1999 il Segretario Generale della NATO Javier Solana diede inizio alle
operazioni militari contro la Serbia, senza alcun mandato del Consiglio di
Sicurezza dell’ONU. Le ragioni umanitarie dell’intervento furono più volte
ribadite sia dalla NATO che dai governi degli stati membri, e contestate da
molti altri. Di fatto, la notte del 24 su Belgrado suonarono nuovamente le
sirene di attacco aereo dopo quelle per le bombe dei nazisti nel 1944. L’allora
presidente del Consiglio italiano, Massimo D’Alema, alla Camera dei deputati:
«Il mio giudizio è che l’intervento militare si è reso necessario e
inevitabile», disse.
E diede
l’autorizzazione all’uso dello spazio aereo italiano per le missioni della NATO
mettendo a disposizione, per il conflitto, aerei militari e 19 basi che furono
usate per far decollare gli aerei, per la logistica, per la copertura radar
oppure per le informazioni meteorologiche. Gli aerei militari parteciparono
direttamente ai bombardamenti.
Nato a
comando Usa diventa d’attacco
Il ruolo
della NATO in un conflitto esterno ai confini dell’alleanza fu dibattuto allora
e dopo: chi lo ritenne fondamentale per difendere la popolazione kosovara e per
destituire Milošević, e chi lo giudicò una forzatura unilaterale e responsabile
di una escalation nelle violenze, oltre che causa di estese perdite civili tra
la popolazione serba. Molto discusso fu anche il ruolo del cosiddetto ‘fattore
CNN’, cioè il peso che ebbero i media nel giustificare e rendere legittimo
l’intervento militare (rinvio all’archivio di Remocontro sulla strage di
Racak e ai Lazzaro che camminano). Con l’intervento in Kosovo la NATO fondò
la sua nuova strategia che stiamo vivendo oggi nella crisi Ucraina:
trasformazione dell’alleanza da difensiva a organizzazione politica armata
operativa anche su territori esterni a quelli dei Paesi dell’organizzazione.
Quei tre
mesi di bombe
L’operazione Allied
Force della NATO cominciò la sera del 24 marzo: 80 aerei appartenenti
a Canada, Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Spagna, Germania, Stati
Uniti, Italia, e poi le navi da guerra statunitensi e britanniche
nell’Adriatico iniziarono i bombardamenti e i lanci di missili contro la
Serbia. In una prima fase vennero attaccati i radar e le installazioni per la
difesa aerea a nord di Pristina e intorno a Belgrado. La seconda fase del
conflitto iniziò il 27 marzo ed era diretta alla distruzione delle forze armate
serbe. Il 23 aprile gli alleati NATO riuniti a Washington decisero di
intensificare gli attacchi. Ebbe così inizio la terza e conclusiva fase della
guerra.
Le bombe nel
cuore del Paese
I
bombardamenti furono diretti anche verso obiettivi non strettamente militari
come centrali elettriche, ponti, acquedotti, depositi di carburante, radio e
televisioni (il missile mirato sulla Tv di Belgrado che uccise 16 tecnici ed
operai estranei a qualsiasi propaganda di regime). I ‘danni collaterali’ di
queste terza fase furono parecchi: l’8 maggio, ‘per un errore
nell’individuazione del bersaglio’, -ci viene raccontato-, venne colpita ad
esempio l’ambasciata cinese a Belgrado (ricostruzione diversa sempre su
Remocontro). Vi furono morti, feriti e forti polemiche nei confronti
dell’inadeguatezza del sistema di intelligence statunitense. Alla fine di
maggio ci furono quasi ottocento attacchi aerei. Di fronte all’aumento dei
bombardamenti e alla disponibilità offerta da tutti i paesi NATO di concedere
nuove basi all’esercito USA, Milosevic accettò la resa. Il 9 giugno venne
sottoscritto un accordo con le Nazioni Unite. Il segretario della NATO Solana
ordinò la sospensione degli attacchi e la conclusione ufficiale dell’operazione
Allied force.
Gli accordi
prevedevano il ritiro delle forze serbe dal Kosovo, l’inizio di una missione
dell’ONU per l’amministrazione provvisoria della provincia serba con il compito
di ristabilire ordine e pace, e l’ingresso a sostegno della missione di una
forza militare di pace guidata dalla NATO, la Kosovo Force (KFOR).
KFOR di
occupazione
Il
contingente iniziale di KFOR era formato da sei brigate di fanteria, due a
guida britannica, e una ciascuna da Stati Uniti, Francia, Germania e Italia. Il
paese venne diviso in cinque diverse zone, ognuna affidata a uno Stato.
Parallelamente all’istituzione di KFOR, il Kosovo nel 1999 passò sotto il
protettorato internazionale delle Nazioni Unite, che finalmente deliberarono (risoluzione
1244) a guerra fatta. Nel tempo le forze NATO presenti in Kosovo sono state
riorganizzate, sono stati costituiti nuovi gruppi e avviate nuove realtà
operative. Nel periodo di massima partecipazione, il numero delle truppe KFOR
ha raggiunto 50mila soldati provenienti da 39 paesi, mentre oggi in Kosovo sono
presenti 27 paesi con circa 3.800 militari.
Indipendenza
all’americana
Dopo essere
stato amministrato per quasi dieci anni da un protettorato internazionale delle
Nazioni Unite, nel 2008 il Kosovo ha dichiarato unilateralmente la propria
indipendenza. Nei mesi successivi i paesi della NATO decisero di proseguire la
missione, in accordo con le autorità del nuovo Stato e in collaborazione con le
Nazioni Unite. L’indipendenza del Kosovo non è però riconosciuta dalle
istituzioni serbe (da poco meno della metà dei Paesi Onu e non da tutti i
Paesi della Stessa Ue) e tra i due paesi continuano a esserci tensioni ed
episodi di violenza, come le proteste in cui sono stati feriti i militari della
NATO. Le zone più a rischio sono quelle del nord, a maggioranza serba e non
albanese.
Ora la Nato
a difendere i serbi
Oggi,
secondo il Netherlands Institute of International Relations Clingendael che
si occupa di relazioni internazionali, sulla presenza della NATO in Kosovo
fanno affidamento soprattutto i cittadini serbi: vedono infatti nel KFOR il
principale garante della loro protezione, in particolare dopo che nel 2018 il
parlamento del Kosovo, in aperta violazione degli accordi di pace e delle
disposizioni Onu, approvò una legge che conferiva un mandato militare alle
forze di sicurezza del Kosovo (KSF). Dalle armi leggere per operazioni di
polizia e protezione civile a un vero esercito con arruolamenti esclusivi da
parte albanese.
Nazionalismi marcati e contrapposti al culmine da un anno con la elezione a
premier di Albin Kurti, noto anche e livello internazionale per la sua
vocazione politica alla provocazione. Qualcuno di Remocontro, cercando in quel
lontano passato, potrebbe trovare ancora significative interviste dell’allora
giovane personaggio.
martedì 1 marzo 2022
LE STRAGI DIMENTICATE - Marina Montesano
All’indomani dell’invasione russa in Ucraina, i media
mostrano le tristi immagini della popolazione in fuga dal conflitto: sono le
vittime inermi dinanzi alle quali ogni guerra non può che risultare più che
ingiusta, oscena. La presidente della commissione europea, Ursula von der
Leyen, ha ricordato i bambini, prime vittime, e accusato Putin di aver
riportato la guerra in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E tuttavia, la
presidente ha la memoria corta: la guerra in Europa c’era già stata nei Balcani
negli anni ’90, culminata con i bombardamenti della NATO su Belgrado, anch’essa
una capitale europea. Come ricordava Luciana Castellina sul Manifesto: “Il 24
marzo, alle 20.25, il primo bombardamento su Belgrado; il 26 le ‘operazioni’,
chiamate interventi umanitari, sono già 500. Dureranno 78 giorni e
scaricheranno 2.700 tonnellate di esplosivo”.
Diverse migliaia di civili sono morti in quei
“bombardamenti umanitari”, in largo numero partiti dall’Italia, inclusi pullman
colmi di persone colpiti mentre attraversavano ponti, inclusi gli stessi
kosovari per i quali in teoria si combatteva, massacrati dai bombardieri mentre
fuggivano dalla guerra. Non c’erano bambini dei quali preoccuparsi, a Belgrado?
C’erano, però i loro volti non sono comparsi sui nostri giornali; neppure anni
dopo, quando hanno continuato a essere falcidiati dall’insolito picco di tumori
infantili causati dall’uranio impoverito (umanitario?) con cui erano fatte le
bombe della NATO. Continua Castellina: “È la prima volta che con tanta spudoratezza
si è proceduto ad una applicazione selettiva dei diritti. In questo caso quello
dell’auto-determinazione dei popoli, riconosciuto, in Europa, ai soli kosovari,
che diventano quindi automaticamente ‘patrioti’, sebbene la risoluzione 1160
del 3 marzo 1998 del Consiglio di sicurezza dell’Onu avesse definito
‘terroristi’ gli attacchi dell’Uck. Contemporaneamente, e come conseguenza,
contro ogni principio sancito dai trattati dell’Unione europea, secondo cui
deve esser rifiutato il pericoloso nesso etnia-cittadinanza, si appoggia
l’ipotesi di stati etnicamente fondati”.
Insomma, il precedente c’è, e l’abbiamo dato
noi. E non parlo nemmeno delle guerre lontane, esterne all’Europa, come
l’invasione dell’Iraq su basi che ormai tutti sappiamo essere state completamente
pretestuose (le armi di distruzione di massa), sappiamo pure da chi tali
mastodontiche bugie sono state costruite (i governi Bush Jr. e Blair), sappiamo
che hanno causato almeno mezzo milione di morti, sappiamo che furono usate armi
proibite dalle convenzioni internazionali (il fosforo bianco sui civili di
Falluja), sappiamo che nessuno degli ideatori di tali colossali fake news (uso
un termine che oggi va di moda) è mai stato perseguito (anzi vivono tutti
ricchi e tranquilli), eppure non ricordo di aver visto in giro le foto dei
profili sui social media con la bandierina irakena, così come ora vedo per
l’Ucraina. Evidentemente non tutte le morti sono uguali; evidentemente i media
hanno un peso nel condizionare le nostre reazioni. Oggi passano sui nostri
schermi o sui social le foto di cittadini ucraini che mettono in salvo cani e
gatti, oltre al classico delle incubatrici con i neonati, già un cavallo di
battaglia della propaganda americana a proposito del Kuwait prima della guerra
del Golfo del 1993[1]: per ogni guerra si reiterano le stesse immagini di
propaganda e gli occidentali dalla memoria corta e dalla lacrima a comando
tirano fuori i fazzoletti. Se le immagini non ci sono (vedi l’Iraq,
l’Afghanistan, lo Yemen, Belgrado) nessuno si commuove.
I media, con poche eccezioni, in questa storia
hanno un ruolo rilevante. Per quante giornate della memoria ci affanniamo a
istituire, quelle dell’oblio mi paiono assai più frequenti. Nell’oblio sembrano
essere caduti tutti i passi che sono stati compiuti da un’Ucraina che si è
fatta forte del sostegno americano: ma le è servito? Non servì alla Georgia
agli inizi degli anni ’00, passata dall’alleanza con la Russia (con la quale intratteneva
ottimi rapporti economici e dove vendeva i suoi ottimi prodotti che ora nessuno
compra più) a quella con gli Stati Uniti di Bush Jr.; anche lì era stato fatto
credere che ospitare le armi americane e combattere le guerre al confine, ove
la popolazione russa era più presente, sarebbe convenuto al paese, che adesso
si ritrova con una popolazione immiserita, largamente diasporica, con le
pensioni e gli stipendi da fame, con i vini pregiati e i prodotti alimentari
invenduti, perché gli amici europei e americani non se ne fanno niente. E
tuttavia, almeno fra i giovani, circola la convinzione che il nemico sia la
Russia.
Il presidente che avviò questo processo
virtuoso, Mikheil Saak’ashvili, in carica fra 2004 e 2013, nel 2014 è stato
messo sotto accusa dalla magistratura del suo paese, per bazzecole che
includono frodi e omicidi; naturalmente, Stati Uniti e Unione Europea si sono
espresse contro la magistratura, ma intanto Saak’ashvili si è trasferito in
Ucraina. Qui il governo del paese ha pensato bene di dargli il governo della
regione di Odessa; ha anzi acquistato un pacchetto, con la mediazione del
politico francese dell’UE Raphaël Glucksmann, che con Saak’ashvili ha scritto
un libro su (indovinate?) “la libertà”, e che ha sposato in prime nozze Eka Zgouladze,
vice ministro degli Interni in Georgia. Glucksmann si interessa dei diritti
umani di tutti, fuorché dei georgiani, visto che prima della fuga di
Saak’ashvili e Zgouladze, erano venuti fuori video delle torture subite dai
prigionieri nelle carceri del paese; insomma, la bella coppia riceve la
cittadinanza ucraina e va a governare Odessa. A causa del suo buon governo,
Saak’ashvili viene espulso anche dall’Ucraina, divenendo apolide, poiché
nessuno vuole ridargli il passaporto: fino a quando il nuovo presidente ucraino
Zelenskyy, nel 2019, lo reintegra e lo nomina a capo del Consiglio nazionale
delle riforme. Mentre era a Odessa, e con il suo avallo esplicito, dal momento
che aveva accusato gli “elementi antisociali”, le milizie neonaziste insieme con
la popolazione di Loshchynivka, hanno condotto un pogrom selvaggio contro la
popolazione romanì dell’area, costretta ad abbandonare le proprie case e
fuggire.
D’altra parte, le stesse milizie nel 2014
avevano massacrato decine di civili russi, ammazzati a sangue freddo mentre si
erano rifugiati in un edificio per sfuggire ai disordini in strada. Peraltro,
la guerra in Ucraina c’è stata dal 2014 in poi, visto che il conflitto nell’est
del paese ha fatto migliaia di morti, con l’evidente volontà delle milizie
neonaziste di condurre una pulizia etnica a danno dei russi, che in quell’area
rappresentano una fetta consistente della popolazione. In questo caso, a quanto
pare, la pulizia etnica non finisce alla Corte internazionale di giustizia
dell’Aja. C’è stato persino il caso di Andrea Rocchelli, il reporter-fotografo
italiano ucciso dagli stessi miliziani ucraini, sempre nel 2014, nel Donbass:
un’uccisione sulla quale ha indagato la magistratura italiana, che ha
individuato responsabilità precise, ma che pure è stato negato e del quale
evidentemente oggi non importa più a nessuno, tanto meno ai suoi colleghi
giornalisti che oggi seguono gli eventi.
Così come non ha più eco la clamorosa strage del
20 febbraio 2014, quando nelle proteste contro il governo filorusso si dice che
le forze governative spararono sulla folla, facendo vittime fra i civili e
persino fra i poliziotti. Fu l’episodio che decretò la fine del governo e diede
corso a tutto ciò che è avvenuto dopo, fino agli eventi contemporanei. Nel
2018, una puntata di Matrix, insieme alla stampa italiana (almeno il Manifesto
e il Giornale ne parlarono ampiamente) e a quella israeliana, rivelarono come a
sparare furono in realtà cecchini georgiani assoldati da un americano sotto
copertura. Anche in questo caso, Mikheil Saak’ashvili è protagonista. Dal
Manifesto: “Il movimento reazionario di massa della Maidan che scosse Kiev
giusto 4 anni fa e che condusse al rovesciamento del governo Yanukovich,
raggiunse il suo apice il 20 e il 21 febbraio del 2014 quando negli scontri a
fuoco tra i poliziotti della Berkut (la guardia scelta del governo) e i
dimostranti, morirono oltre cento persone. […] Uno dei due georgiani,
intervistato qualche giorno fa da due televisioni europee e ieri anche dalla
agenzia di stampa moscovita Interfax, Alexander Revazishvili ricorda: ‘Giunse
alla nostra tenda sulla Maidan Mamulashvili (uno stretto collaboratore di
Michail Shakashivili, ex presidente della Georgia, n.d.r.) con un ucraino che
si faceva chiamare Andrea, ma soprattutto con un americano che indossava la
mimetica, un ex soldato dell’esercito, che si presentò con il nome di
Cristopher Bryan’. Il misterioso Bryan venne presentato come ‘istruttore di
contractors’. La circostanza è confermata dall’altro ‘contractor’ georgiano,
Koba Nergadze, che incontrò separatamente Bryan ma questa volta alla presenza
proprio di Shakashivili. Racconta Nergadze: ‘Era presente all’incontro anche
l’attuale capo della sicurezza nazionale Sergey Pashinsky. Gli ordini venivano
dati da Bryan e a noi tradotti in georgiano da Mamumashvili. Un gruppo di contractors diretto da Pashinsky, e composto da
lituani, polacchi e georgiani avrebbe dovuto recarsi all’edificio del
Conservatorio ma non avevamo idea per far cosa’. […] ‘La mattina presto –
ricorda ancora Nergadze – verso le 8, ho sentito spari provenienti dal
Conservatorio. Dopo tre o quattro minuti il gruppo di Mamulashvili ha anch’esso
iniziato a sparare dall’hotel Ucraina. I due gruppi di cecchini spararono in
modo incrociato sia sulla polizia sia suoi dimostranti cercando di provocare
più morti possibili’. ‘Pashinsky mi ha aiutato a scegliere le posizioni di
tiro. Verso le 7.30 del mattino (o forse più tardi) Pashinsky ordinò a tutti di
prepararsi ad aprire il fuoco. Avremmo dovuto sparare 2 o 3 colpi e poi cambiare
posizione in modo che i colpi sembrassero casuali. Abbiamo continuato per circa
10-15 minuti. Successivamente, ci è stato ordinato di abbandonare le armi e
lasciare l’edificio’”…
domenica 29 agosto 2021
Un gioco è bello quando dura poco. Report dal confine bosniaco-croato
A cura del Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino
Ci sono
molte cose che non ti aspetti tra le colline boschive che separano la
Bosnia-Erzegovina dalla Croazia. Le armi da fuoco, per esempio. La settimana
scorsa c’era una pistola puntata contro una donna nigeriana dal suo passeur, chiusa in una casa e stuprata. E’ riuscita a
fuggire lanciandosi da una finestra e ora è ospitata in una casa sicura.
Qualche giorno fa un’avvocata ci ha informato anche di un traffico di organi
lungo il confine e sappiamo di gang che, come nelle migliori tradizioni
medioevali, rapinano i migranti che provano a passare la frontiera. Per non
parlare di droni, microfoni nei boschi, telecamere, migranti marchiati con
vernice sulla testa o dai bastoni della polizia croata. Per non farsi mancare
nulla possiamo citare anche mine e orsi nelle foreste. Dopo le prime settimane
di permanenza lungo il confine bosniaco-croato, lavorando attivamente e in modo
complice con i migranti che quotidianamente cercano di valicarlo, iniziamo a
farci un’idea dell’atrocità dei meccanismi di accoglienza dell’Unione europea.
Il buco nero d’Europa
Quella
bosniaca è una migrazione giovane, iniziata tre anni fa, nel 2018. Da allora la
Bosnia ed Erzegovina (Bih) è diventata il nuovo crocevia delle rotte dei
migranti in fuga da Paesi in guerra o dove forte è l’instabilità politica nel
continente asiatico, come Afghanistan, Siria, Iraq e Pakistan. I due centri di
raduno più significativi sono Bihać e Velika Kladuša, due piccole cittadine del
Cantone Una-Sana nella parte Nord-occidentale del Paese. Questo per la loro
prossimità al confine con la Croazia e per il fatto che le altre regioni che
costituiscono la federazione bosniaca rivendicano apertamente di non volere
migranti e pertanto non autorizzano la presenza di campi che, quindi, si
concentrano nel cantone dell’Una-sana e attorno a Sarajevo.
Da Bihać e
Velika Kladuša sono circa 240 i chilometri che dividono i migranti dal confine
italiano e austriaco, chilometri che macinano a piedi in una decina di giorni
con lo zaino pieno di pane, il timore di essere individuati dalla polizia
croata e la fame e la sete degli ultimi giorni, quando ciò che si erano portati
dietro è finito e a spingerli in avanti sono solo la speranza e la disperazione
impastate assieme. Spesso i pochi fortunati che arrivano a Trieste arrivano in
condizioni difficili, a volte critiche.
Secondo un
rapporto dell’OIM (l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) di maggio
2021, sono 3.220 i migranti che, a fine aprile 2021, vivono in accampamenti
informali fuori dai centri di ‘accoglienza’. Vista l’immobilità e
l’ingovernabilità dello Stato bosniaco, in un primo momento è stata l’OIM a
occuparsi della creazione e della gestione dei campi autorizzati. Il Rapporto
denuncia tuttavia la progressiva diminuzione dei posti disponibili, arrivando a
3.242 nel 2021, situati in poche strutture isolate, con standard insufficienti
(assenza di elettricità, di acqua calda o di servizi essenziali). Questo
nonostante i fondi dell’Unione europea arrivati in Bosnia ed Erzegovina per la
gestione dei flussi migratori ammontino a più di 88 milioni di euro dal 2018 al
2021. Ovviamente a questi finanziamenti bisogna sommare quelli erogati per la
gestione delle frontiere e il rafforzamento delle capacità della polizia nelle
attività di controllo dei flussi migratori per oltre 23 milioni di euro.
Nonostante
quanto scritto finora, la recente politica del governo bosniaco è quella di una
progressiva chiusura dei campi preesistenti su proprietà private, anche a causa
degli alti costi pagati a personaggi non sempre trasparenti, l’esclusione delle
ONG internazionali dalla gestione delle strutture di ‘accoglienza’ e il
passaggio sotto la giurisdizione del Ministero per la Sicurezza.
Verosimilmente, questo comporterà l’abbandono di standard internazionali
nell’organizzazione dei campi che finiranno per essere sotto il diretto
controllo di un Paese al momento incapace, per volontà e capacità, di gestire
un fenomeno migratorio pur di modesta portata [1]].
Altre
conseguenze rilevanti saranno il progressivo aumento della logica securitaria
all’interno dei campi, un cambiamento di paradigma della finalità di queste
strutture, sempre più simili a luoghi di detenzione, e una diversa politica nei
confronti delle organizzazioni informali e delle ONG non registrate. Finora
questi gruppi sono stati generalmente tollerati dalle autorità locali e non,
data l’impossibilità da parte loro di affrontare, per il momento, la gestione
dei migranti in territorio bosniaco. Quando però il campo di Lipa sarà pronto è
prevedibile un inasprimento della repressione nei confronti di queste
organizzazioni.
Lipa: un passato di tende, un futuro di container
Il campo di
Lipa rientra all’interno delle dinamiche appena descritte: il nuovo insediamento
dovrebbe essere inaugurato il 6 settembre. "Nuovo" perché il 23
dicembre del 2020 è andato a fuoco lasciando centinaia di persone in ciabatte
in mezzo alla neve. Il nuovo campo sarà costituito da container e dovrebbe
ospitare 1.500 persone (1.000 uomini singoli, 300 membri di nuclei familiari e
200 minori non accompagnati). La strategia è quella di chiudere i campi vicino
alle zone di confine e relegare le persone in questa enorme struttura, situata
su un altopiano isolato. Al momento il campo di Lipa è costituito da 30 tendoni
con una capienza di 30 persone l’uno. Per il momento sono 600-700 le persone
‘ospitate’ e possono entrare e uscire a piacimento; in passato, tuttavia, si è
arrivati a contenerne fino a 1.500. Anche se tutto dovesse andare secondo i
piani del Governo, non sarà possibile coprire il numero di migranti presenti in
Bosnia ed Erzegovina (tra i 7.000 e i 9.000) che avrebbero bisogno di un
ricovero, almeno nel periodo invernale. La previsione è comunque già quella di
un futuro ampliamento. Il fine, ben poco celato, è il rallentamento dei flussi
di migranti verso l’Unione europea. Questa nuova politica dei campi sta già
probabilmente modificando le rotte migratorie che potrebbero spostarsi in zone
differenti, probabilmente più vicine alla Serbia.
C’era una volta la Jugoslavia
Se si
volesse fare un paragone tra la Serbia e la Bosnia-Erzegovina, si potrebbe dire
che la prima ha una tradizione più lunga di gestione dei flussi migratori:
iniziata come rotta nel 2016, ora sono presenti 18 centri per il transito e i
richiedenti asilo. Il numero dei People On the Move -
POM (persone in movimento, ndr.) presenti sui rispettivi territori nazionali è
simile (8.000-10.000 in Serbia, 7.000-9.000 in Bosnia). I campi con meno
servizi e meno organizzati sono quelli per uomini singoli e vicino al confine
(per il gran numero di persone che tenta il game e i
problemi di gestione ad esso legati). Capita che d’inverno i POM tornino in
Serbia date le condizioni di invivibilità all’esterno dei campi e per la
migliore qualità dell’accoglienza.
Per quanto riguarda, invece, il rapporto tra Croazia e Bosnia, quest’ultima non
accusa formalmente la Croazia per le riammissioni [2], quanto per i respingimenti illegali fatti
all’interno del suolo nazionale. La questione dirimente non è quindi la
violenza sistematica e illegale di una polizia che sequestra telefoni, bastona
e toglie le scarpe ai migranti anche in pieno inverno per ributtarli in mezzo
al nulla, quanto la violazione della sovranità nazionale. Purtroppo sono
pochissimi i POM che decidono di denunciare i respingimenti violenti subiti:
molti non ne vedono l’utilità o hanno paura che questo possa rallentare o
impedire il riconoscimento del loro stato di rifugiato. Spesso, molto più
prosaicamente, non hanno alcuna intenzione di stare fermi un anno per attendere
i tempi burocratici della pratica o preferiscono dimenticare senza essere
costretti a rivivere il trauma. A volte capita siano i migranti stessi a
giustificare quanto hanno subito “Mi hanno picchiato, ma io sono
un migrante irregolare”. Al di là dei motivi, lo Stato croato
continua ad affermare che non ci sono prove di respingimenti violenti e che i
segni delle percosse, le ferite, i traumi sono auto inflitti dagli stessi
migranti o causati da conflitti tra loro [3].
“Migranti big problem”
Per il
momento gruppi di cittadini organizzati e razzisti non sono ancora
preoccupanti. Esistono e uno dei più significativi è guidato da Sej Ramić, un
professore d’arte il cui slogan è “stop all’invasione dei migranti”
e la cui propaganda è caratterizzata da contenuti xenofobi e razzisti. Pur
avendo un certo seguito sui social e tra la gente, quando si è candidato alle
elezioni nella città di Bihac nel 2020 non ha riscosso grandi consensi anche a
causa del forte legame degli elettori con i tre partiti etno-nazionalisti.
La dove la politica manca, bisogna farla
Non vi sono
lotte collettive o autorganizzate da parte dei POM, questo per svariati motivi:
la fatica fisica, la miseria del viaggio e la mancanza di leader politici o di
comunità. Vi è un egoismo più che comprensibile che nasce dalla volontà di
sopravvivere nonostante tutto e tutti e, nelle zone di confine, disperde mesi o
anni di relazioni costruite durante il viaggio. Le poche battaglie fatte
avvengono a titolo personale.
Il governo
bosniaco sembra intenzionato a promuovere la costruzione di pochi grandi campi
lontani dalle zone di confine, in modo da ridurre il numero di migranti che
tentano di entrare in Croazia. Questo per svolgere al meglio il ruolo che
l’Unione Europea ha deciso di attribuire a questa terra, cioè quella di uno
Stato cuscinetto in grado di ridurre gli ingressi in cambio di milioni di euro
di denaro pubblico. Il tutto condito con livelli di inefficienza, corruzione e
confusione legislativa e burocratica importanti.
Le ONG
presenti sul territorio svolgono un lavoro difficile e prezioso, calmierando
quella che potrebbe essere una mattanza silenziosa e silenziata, senza però
riuscire a evitare di trasformare un fenomeno migratorio che ha cause politiche
e responsabilità chiare in rivoli infiniti di disperazioni monodose, di morti e
ferite tutte individuali. Tuttavia, la necessità di farsi riconoscere a livello
ufficiale dal Governo bosniaco riteniamo comporti scelte che, pur tatticamente
utili al fine di alleviare le sofferenze dei migranti, strategicamente possano
comportare una difesa dello stato di cose presente, piuttosto che un suo
ribaltamento. Inoltre, vi è un rischio che queste organizzazioni dovrebbero
valutare nella progettazione delle loro attività: l’essere funzionali a un
processo di invisibilizzazione del fenomeno a quasi vantaggio solo delle
autorità locali, permettendo una qualche sorta di sopravvivenza nelle jungle fuori dalla città e, conseguentemente,
l’allontanamento dei migranti dai centri urbani e dalla vista degli onesti
cittadini.
Pertanto
riteniamo sia necessario e urgente, da parte di organizzazioni, collettivi e
singoli individui che si sentono solidali con i migranti e nemici delle
frontiere, riempire quello spazio politico che i vari attori di questo
spettacolo non possono o non vogliono agire. Nascondersi dietro la finzione che
siamo solo turisti in vacanza e non collettivi politici, riteniamo non sia
utile a porre la questione su un piano che non è più rimandabile. Scegliamo di venire lungo le rotte per denunciare le politiche
mortifere di esclusione dei poveri da parte dell’UE. Questa nostra
rimane una riflessione sicuramente iniziale e incompleta, dato che vorremmo
fosse arricchita da una molteplicità di contributi di chi lavora sul campo e di
chi, invece, si spende su altri ambiti.
Pensiamo che
sul lungo periodo non riconoscere pubblicamente il contenuto politico del
nostro operato possa essere controproducente: non siamo turisti che regalano
pantaloncini, anche perché non basterebbero tutte le braghe del mondo per mettere anche solo una pezza
su quanto sta succedendo qui, tutti i giorni.
Un elemento
della discussione, proposto spesso da chi lavora sul campo, è che portare una
qualche forma di conflitto può mettere a rischio le attività o addirittura le
persone in movimento. Di questo dobbiamo tenerne conto, ovviamente, essendo una
realtà complessa e articolata. Tuttavia alzare il livello del conflitto ora
dovrebbe essere visto come un aprire spazi di agibilità in futuro, quando le
politiche securitarie saranno efficienti e rodate.
Le
manifestazioni di Trieste prima e Maljevac dopo sono state un piccolo passo in
questa direzione, ma importante. Abbiamo capito che è possibile portare
pressanti richieste anche dove fino a quel momento sembrava impossibile. Tutto
ciò si collega anche con le lotte contro le denunce arrivate e che ci
aspetteranno nel breve futuro. Gli attivisti e le attiviste denunciate non
possono restare sole nel percorso giudiziario, dobbiamo contrastare questo
attacco alla solidarietà creando un fronte comune. E continueremo a stare dove
non dovremmo stare.
—
Per
contattare il Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino: pagina
FB
—
Bibliografia
Dossier Bosnia ed Erzegovina, la mancata
accoglienza Dall’emergenza artificiale ai campi di confinamento finanziati
dall’Unione europea, RiVolti ai Balcani, luglio 2021
https://altreconomia.it/prodotto/bosnia-ed-erzegovina-la-mancata-accoglienza/
Consiglio europeo Comunicato stampa 18 marzo
2016, Dichiarazione UE-Turchia, 18 marzo 2016
https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2016/03/18/eu-turkey-statement/
L’OIM chiede la fine dei respingimenti e delle
violenze contro i migranti lungo le frontiere esterne dell’UE
https://italy.iom.int/it/notizie/loim-chiede-la-fine-dei-respingimenti-e-delle-violenze-contro-i-migranti-lungo-le-frontiere
IOM: Temporary Reception Center Profiles
https://bih.iom.int/temporary-reception-center-profiles
Save the Children, “Viaggio (attra)verso
l’Europa", report 20 giugno 2021
https://www.meltingpot.org/Report-di-Save-the-Children-Nascosti-in-piena-vista-Minori.html
La vittoria dei talebani è inevitabile? - Il
Post
https://www.ilpost.it/2021/08/07/afghanistan-talebani-vittoria-inevitabile/
"Le riammissioni dei migranti in Slovenia
sono illegali", il Tribunale di Roma condanna il Viminale di Giuseppe
Smorto, Fabio Tonacci
https://www.repubblica.it/cronaca/2021/01/21/news/viminale_condannato_riammissioni_illegali_respingimenti_slovenia_migranti-283542228/
Note
[1] Per approfondire quanto questa crisi sia creata ad hoc
più che giustificata dai numeri, si veda il prezioso dossier Bosnia ed Erzegovina, la mancata accoglienza. Dall’emergenza
artificiale ai campi di confinamento finanziati dall’Unione europea,
RiVolti ai Balcani, luglio 2021 - https://altreconomia.it/prodotto/bosnia-ed-erzegovina-la-mancata-accoglienza/
[2] Sarebbe interessante fare un’analisi del linguaggio
utilizzato, in una logica sostanzialmente orwelliana. Per “riammissioni” si
intendono gli allontanamenti informali (e illegali) attuati dalla polizia del
Paese d’ingresso che, in modo generalmente violento, riporta i migranti al
precedente Paese di transito senza dare loro la possibilità di presentare
domanda di protezione internazionale. Famoso è il caso della sentenza del tribunale ordinario di
Roma che
condannò il Ministero dell’Interno accusandolo, con queste prassi, di star
violando contemporaneamente la legge italiana, la Costituzione, la Carta dei
diritti fondamentali dell’Unione Europea e persino lo stesso accordo bilaterale
Italia-Slovenia.
[3] Vi sono casi sporadici di poliziotti croati che, tra
il 2019 e il 2020, hanno denunciato in modo anonimo al loro sindacato le azioni
criminali di cui sono stati testimoni. Quando vengono prese in carico queste
denunce e non si concludono con un’impossibilità a procedere, finiscono per
colpire singoli poliziotti presentati all’opinione pubblica come “mele marce”
di un sistema sano che tutela i migranti secondo il diritto internazionale e
nel rispetto dei diritti umani.