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lunedì 18 ottobre 2021

Lo sguardo anarchico - Colin Ward, David Goodway

Eleuthera ha ripubblicato pochi mesi fa una intervista/conversazione di Colin Ward con David Goodway (al prezzo di 16 euro) con una bella prefazione di Goffedo Fofi e postfazione di Francesco Codello (1)

 

Una piccola premessa

I misteri delle parole e del senso che gli si dà sono veramente strani, e siccome sono importanti, come diceva Nanni Moretti, vanno ben pesate.

Se uno ascolta sui media e vede la tv anarchia è propria una parola di cattiva fama.

Infatti secondo la Treccani uno dei significati di anarchia è “disordine, confusione, stato di un luogo dove ciascuno agisce a suo arbitrio e senza ordine o regola” (qui)

 

Invece secondo wikipedia “L'anarchia (dal greco anticoἀναρχία, ἀν, senza + ἀρχή, principio o ordine; o ἀν, senza + ἀρχός, sovrano o potere; o ἀν, senza + ἄρχω, comandare)[2][3][4] è la tipologia d'organizzazione sociale agognata dall'anarchismo, basata sull'ideale libertario di un ordine fondato sull'autonomia e la libertà degli individui, contrapposto a ogni forma di potere costituito, compreso quello statale[5]. L'anarchia, come proposta da Pierre-Joseph Proudhon, è un'organizzazione sociale che rimpiazza la proprietà (un diritto esclusivo di individui, gruppi, organizzazioni e stati) con il possesso (occupazione e uso); Proudhon rifiutò la violenza come mezzo rivoluzionario.[6]”(

(da qui)

 

Passiamo al libro Lo sguardo anarchico

Scrive la casa editrice “Con peculiare occhio anarchico Colin Ward, da oltre mezzo secolo, guarda alla società e cerca, negli interstizi e nelle pieghe lasciati liberi dalle istituzioni, le espressioni della resistenza popolare, della persistente creatività solidale, dell'uso alternativo dello spazio e delle risorse. Uso alternativo ai modelli gerarchici e burocratici, all'assistenzialismo e alla mercificazione. Uso comunitario e tendenzialmente egualitario e libertario, in cui il suo occhio vede il seme di un'anarchia reale, un'anarchia cioè che è già - per lo meno potenzialmente - nel "fare", nelle cose che vengono fatte e nel modo in cui vengono fatte. Un "fare" che risponde non a sogni palingenetici ma a reali bisogni di abitazione, di lavoro, di gioco, consumo, trasporto.” (qui)

 

Il libro attraversa la storia e la cultura inglese a partire dalla seconda guerra mondiale, quando Colin Ward era un giovane soldato, e cominciava il suo rapporto con gli anarchici e l’anarchia.

Dopo la guerra divenne redattore di Freedom, rivista e casa editrice nella quale lavorava, tra gli altri, Maria Luisa Berneri, e riuscì a tessere rapporti importanti con i militanti della sinistra inglese, Alex Comfort e George Orwell, per esempio. Dice Colin Ward (p.86) che “gli anarchici hanno concepito l’organizzazione sociale nel suo insieme come una serie di reti interconnesse di gruppi autonomi”, alternativa ad altre forme di organizzazione basate di rapporti gerarchici.

Racconta dei suoi rapporti con l’Italia e dell’interesse per Ignazio Silone e Carlo Levi e delle influenza sul suo pensiero delle idee di Kropotkin, di Martin Buber e Alexander Herzen.

All’inizio degli anni ’60, per una decina d’anni, lavorò della redazione di una nuova rivista, Anarchy, nata come costola di Freedom, poche copie vendute ma molto influente e stimata.

Lavorò soprattutto come architetto e urbanista, ma si è interessato di mille cose, dai trasporti, all’acqua, dagli animali ai beni comuni, e a mille altre cose.

 

Un libro che racconta un’avventura intellettuale che attraversa la seconda metà del ‘900,  non deluderà nessuno, promesso.

Note:

 

(1)Colin Ward su Arivista:

 

Un filosofo contro (e per)
di Colin Ward
a cura di Francesco Codello

Scomparso recentemente, il sociologo, architetto, urbanista e militante anarchico Colin Ward è stato una delle figure più interessanti e stimolanti del pensiero e della pratica libertaria. Ce ne siamo occupati spesso: questa volta ne pubblichiamo la biografia (inedita in italiano) del filosofo Martin Buber (1878-1965), massimo esponente di quell’originale filone di pensiero tra ebraismo e anarchismo

http://www.arivista.org/riviste/Arivista/366/86.htm

 

di e su Colin Ward:

http://www.arivista.org/index.php?option=com_content&view=article&id=4&Itemid=33&key=Colin+Ward

 

 

 

nella rivista Gli Asini, nel numero 90-91 si legge:

“Nel suo intervento al celebre convegno sulla “Dialettica della liberazione”, prendendo probabilmente in contropiede molti dei giovani arrabbiati, hipster e radicali che nel 1967 si erano dati appuntamento a Londra nella speranza che lui, Laing, Cooper, Marcuse, Bateson, Ginsberg e altri guru del movimento controculturale indicassero la via per la “rivoluzione”, Paul Goodman concluse il suo intervento con un inaspettato elogio delle professioni. Fare bene il proprio mestiere – di insegnante, ingegnere, assistente sociale, psicologo, medico, operatore o funzionario pubblico, artigiano o imprenditore – questa la tesi del filosofo americano, porta inevitabilmente a scontrarsi con squilibri, conflitti, oppressioni che sono sempre, anche, di matrice politica: “… quando la società funziona male, e oggi tutte le società più importanti funzionano male, essere un ‘professionista autentico’, o tentare di esserlo, è un fatto in sé stesso rivoluzionario. Esso induce immediatamente in conflitto un’istituzione, e poiché esse sono strettamente collegate l’una all’altra, il conflitto di una si tramuta in contraddizione generale”.”

 

Secondo me Colin Ward sottoscriverebbe le parole di Paul Goodman, una per una.

giovedì 8 luglio 2021

La fine del sogno occidentale – Serge Latouche

(recensione di Francesco Masala)


Eleuthera (ri)pubblica (2021, euro 17) dopo vent’anni un libro importante di Serge Latouche.

Se uno non sapesse che il libro è stato scritto alla fine del secolo scorso non troverebbe una riga che non sia di attualità, purtroppo. Il mondo non cambia, e se (non) cambia peggiora.

Il libro è organizzato in cinque capitoli, nei quali si analizza lo stato del mondo, 20 anni fa.

Tra i tanti temi toccati, alcuni colpiscono con evidenza, per esempio il passaggio dal colonialismo al neocolonialismo è stato un cambiamento di forma, in molti casi, ma i rapporti economici fra stati ex-coloniali e stati ex-colonizzati non sono cambiati troppo.

A pag.23 si parla della mercificazione totale del mondo, tutto si compra e si vende, e “i prodotti culturali vengono trattati come merci uguali alle altre e le riserve culturali come un banale e nocivo protezionismo”.

 

A proposito dell’Africa Latouche scrive che “il gruppo invaso non può più cogliere se stesso se non attraverso le categorie dell’altro, cioè quelle degli europei.” (p.35). e subito dopo si introduce un elemento chiave: ”Nei rapporti con le società del Sud è più grazie al dono, e non alla spoliazione, che il centro si trova investito di uno straordinario potere.”

A pag.46-47 si legge che “il sistema tecnoeconomico mondializzato è responsabile della scomparsa di migliaia di culture” e “In Occidente l’economia non solo non è complementare alla cultura ma tende a rimpiazzarla assorbendo in sé tutte le dimensioni culturali…La diversità che resiste, o che si ricicla, rimane sempre in una situazione fragile e provvisoria di fronte al rullo compressore dell’uniformazione”.

“Questo effetto dell’occidentalizzazione non è il risultato di un meccanismo economico in quanto tale, ma di un processo più complesso di distruzione culturale chiamato deculturazione. Questa deculturazione si riproduce a sua volta e si aggrava con la terapia messa in opera per porvi rimedio: la politica di sviluppo e la modernizzazione”.

“Gli ultimi superstiti delle culture non occidentali testimoniano una grande indifferenza per molte nostre merci, e soprattutto un’allergia ancora maggiore verso la logica della loro produzione”.

Se venti anni fa Latouche li vedeva con chiarezza adesso questi fatti sono sempre più evidenti e chiari, niente è stato fatto, in realtà, per cambiare qualcosa.

 

A proposito del dono, prestiti agli stati di enti sovranazionali (FMI e Banca Mondiale, per esempio), cavallo di Troia per rinnovate e più profonde dipendenze, segnalo che nel 2004 fu pubblicato “Confessioni di un sicario dell'economia”, di John Perkins, libro nel quale l’autore spiega in dettaglio, in prima persona, le cose che racconta(va) Latouche (qui un documentario tratto dal libro di Perkins).

Mi è capitato da pochissimo di leggere sul n.1414 di Internazionale un articolo di un giornalista tedesco, Bernd Dörries, sul Somaliland, uno stato africano dichiaratosi indipendente dal 1991, riconosciuto quasi da nessuno, e per questo, per fortuna, non ha debiti (per ora) perché nessuno gli ha fatto prestiti/dono/capestro, caso più unico che raro.

Dice Karl Marx che “I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo”.

 

Serge Latouche dice tutto, è il filosofo perfetto, fa la parte necessaria, per Marx, purtroppo cambiare il mondo sembra impossibile.

In quarta pagina c’è una frase che dice, con amarezza, moltissimo: “Abbiamo l’incredibile privilegio di assistere in diretta al crollo della nostra civiltà”.