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giovedì 29 ottobre 2020

Il foglio bianco, gli spazi bianchi - Giorgio Messori

 

«Sarebbe bello se vedere e rabbrividire
fossero uniti etimologicamente»
Ludwig Hohl

Credo che sia stato ampiamente provato, anche scientificamente, che noi vediamo soprattutto col cervello. Cioè vediamo quelle cose che riusciamo già a riconoscere, o che possiamo paragonare con altre cose che già conosciamo.
A questo proposito, lo scrittore Ludwig Hohl racconta di un pastore che era capace di riconoscere, fra tutti gli animali, soltanto le pecore. E se per caso s’imbatteva in una mucca o un asino, per lui c’era soltanto uno spazio bianco ed ammetteva tranquillamente di non vedere niente. Se poi da quel «niente» riceveva un calcio, si lamentava perché gli facevano male le reni, ma non riusciva ad ammettere la presenza di qualcosa che non conosceva.
Mi viene in mente questa storia, che parrebbe quasi inverosimile, perché in effetti registra una situazione che mi sembra di vivere ogni volta che mi propongo di scrivere. Ho la sensazione di avere qualcosa davanti, qualcosa che può avere i contorni di una storia o di un paesaggio, che però non riesco a vedere. A volte sento anche di aver ricevuto qualche calcio che mi fa pure male. Ma ugualmente non riesco a distinguere nulla. E come mai, mi chiedo, pretendo di usare la scrittura per scoprire questo qualcosa che non sono capace di vedere?
Devo dire che quando mi accingo a scrivere (per esempio questo testo) ho quasi sempre l’impressione di non sapere niente, o meglio che tutto quello che so sia come sospeso, confuso. È un atteggiamento che può avere risvolti negativi: è la paura del foglio bianco, che spesso mi assale e che può portare a lunghi e frustranti stati di paralisi, di assoluta cecità. In quei momenti prevale la sensazione che tutto ciò che si vede, e si vive, non possa entrare nella propria scrittura, perché magari lo si riesce solo a riportare in parole e in frasi, già largamente riconoscibili, che pare non esprimano o mostrino più nulla. «Lo scrittore», sostiene Max Frisch, «sottopone le proprie percezioni alla domanda se siano degne di descrizione, e vive malvolentieri ciò che in nessun caso si può ridurre in parole. Questa malattia professionale degli scrittori ne riduce molti all’alcolismo».
E Kafka, ribaltando un po’ il problema, e cioè cercando di scorgere le potenzialità percettive che possono derivare da un atto di scrittura, annotava in una delle ultime pagine del suo diario: «Strana, misteriosa, forse redentrice consolazione dello scrivere: uscire dalla fila degli uccisori, osservare i fatti. Osservazione dei fatti in quanto si crea una specie superiore di osservazione, superiore, non più acuta, e quanto più è superiore, quanto più è irraggiungibile partendo dalla “fila”, tanto più diventa indipendente, tanto più segue proprie leggi di moto, tanto più la sua vita è incalcolabile, gioconda, ascendente».
Ho letto e riletto più volte questo brano. Mi sembra che Kafka sia riuscito a sondare, molto in profondità, quel particolare rapporto che s’instaura fra scrittura e osservazione. Infatti coglie lo sguardo che nasce dalla scrittura, che si esercita mentre si scrive. Ma avverte anche i pericoli dell’oblìo, dell’indistinto, che può esercitare la scrittura sullo sguardo. E appunto lo scrivere che permette di «uscire dalla fila degli uccisori», dice Kafka; è la scrittura che rende possibile l’osservazione, facendone un atto, un movimento verso una forma. Ma proprio seguendo questo movimento si corre il rischio di andare verso forme che si allontanano sempre di più da ciò che si vorrebbe descrivere, da quei fatti che si vorrebbero osservare.
«Ancora una volta», consiglia Peter Handke in un suo diario, «evita, di pensare col linguaggio, rimani nelle cose e nel loro splendore. Così diventa il linguaggio reale, così il linguaggio diventa reale. Non pensare al linguaggio. Ed è proprio scrivendo che corro meno il rischio di pensare col linguaggio tradendo le cose». E in una poesia di qualche anno prima lo stesso Handke diceva: «Da adolescente/quando appariva un senso del mondo/provavo solo il piacere di qualcosa da SCRIVERE./Adesso, per lo più, si manifesta un piacere poetico del mondo/soltanto con lo scrivere». Ed è più o meno quello che afferma anche Max Frisch in una sua battuta: «Vivere è noioso, ormai faccio delle esperienze soltanto quando scrivo».
Scrivere, sembrano intendere Handke e Frisch, può ridare una presenza al mondo, aiutando forse a dare un senso anche alla propria vita. Ciò che si può avvertire, con maggior intensità, è infatti l’enigma dell’esserci, delle cose che sono e che svelano una inattesa prossimità. Di conseguenza possiamo avvertire anche una nostra effettiva presenza al mondo, che tanto spesso non riusciamo più a sentire. E credo che questa sia un’esperienza che si può verificare in alcuni momenti di un processo di scrittura.
Ieri ad esempio, mentre già ero concentrato a scrivere questo intervento, è capitato che un aereo mi sfrecciasse a bassa quota sopra la testa, e che subito dopo si venisse a posare un piccione sul davanzale della mia finestra. Mi sono quasi spaventato. In effetti erano solo piccoli eventi a cui mi dovrei essere abituato, e che di solito non attirano la mia attenzione. Eppure, mentre sto scrivendo, queste stesse situazioni a volte mi sorprendono, e possono arrivare a spaventarmi. Forse questo è un particolare effetto di quell’allucinazione di realtà prodotta dalla scrittura, e che permette alla stessa scrittura di vedere cose di cui altrimenti non ci si accorgerebbe neppure.
E un’esperienza analoga mi è accaduta qualche ora fa, quando ero in un ristorante per mangiare qualcosa, e mi sono accorto di osservare quasi inebetito, su un giornale che stavo sfogliando, la fotografia di un poliziotto che arresta uno scioperante, durante una manifestazione di minatori inglesi. Questa immagine era in effetti simile a tante altre, e voleva semplicemente riferire visivamente una notizia. Ma ora mi colpiva la corporatura massiccia del minatore, infagottato in un giubbotto di stoffa quadrettata, il suo sguardo smarrito e la bocca aperta di fronte al poliziotto, equipaggiato con elmetto e scudo, e mi accorgevo pure che il poliziotto inglese «digrignava i denti». In altre circostanze, nella maggior parte dei casi, questa immagine avrebbe illustrato soltanto una notizia, secondo cliché che i fotoreporter dimostrano di conoscere molto bene. Ma anche quello che di solito interpreto come un semplice fatto di cronaca, e che perciò mi lascia spesso indifferente, in quel momento mi colpiva, riuscivo a vederne tutta la violenza, e anche una certa tragicità grottesca. Il fatto che fossi già immerso in un progetto di scrittura mi permetteva di intravedere oltre il cliché di questa immagine. Riuscivo persino a distinguere (forse immaginare) l’espressione di due uomini, ritratti a figura intera in una piccola foto in bianco e nero, per di più mal riprodotta sulla carta di un quotidiano. E magari la stessa fotografia, se fosse stata stampata in grande, sulla carta patinata di una rivista, mi avrebbe lasciato indifferente, o forse mi avrebbe anche un po’ irritato. Ma io non mi trovavo nella posizione di giudicare nulla poiché era l’immagine che s’imponeva a me, uscendo dallo sfondo del giornale che stavo sfogliando, e anche dallo sfondo del ristorante in cui mi trovavo. È quell’inconsapevole fissità dello sguardo, che nasce dalla scrittura, che mi fa rilevare particolari così appiattiti dal normale flusso dell’informazione, e dai gesti sempre più sfuggenti delle nostre comunicazioni quotidiane.
Mi piace ad esempio immaginare, e forse mi sbaglio, che Alfred Hitchcock abbia pensato di fare un film come Gli uccelli, perché magari è stato improvvisamente sorpreso da un uccellino sul davanzale della sua finestra. Poi gli è bastato guardare in cielo, per le strade, le piazze di una città, per accorgersi di questa presenza, così ovvia da non riuscire più a vederla.
Questa può essere una forza della scrittura, per immagini o con le parole: seguire e rendere visibili quei processi percettivi che ormai compiamo senza accorgercene, ridare evidenza alle cose che ci stanno attorno.
Credo che chiunque sia uscito dal cinema dopo aver visto Gli uccelli, si sia accorto improvvisamente di quanti uccelli popolassero il cielo, gli camminassero di fianco, fossero appoggiati sul tetto di una macchina, sul ramo di un albero, o sospesi su un cavo della luce. Improvvisamente ci si può rendere conto di una presenza che pure abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni. Perciò anche degli uccelli possono essere cose che quotidianamente guardiamo senza vedere, come quegli spazi bianchi, dove magari c’erano delle mucche o degli asini, per quel pastore che sapeva vedere solo le pecore.
Ma Hitchcock, ovviamente, non ci ha mostrato soltanto delle sequenze, più o meno casuali, con degli uccelli, come quelle che potremmo vedere anche noi, una volta usciti dal cinema. Per poter seguire e rendere visibili questi processi percettivi, ormai impermeabili allo sguardo, è necessario organizzarli in una forma. Questa forma, nel cinema e nella letteratura, coincide spesso con una narrazione.
Una narrazione può nascere anche dalla paura del foglio bianco. Se ci mettessimo a scrivere solo quello che crediamo di sapere, probabilmente non riusciremmo a vedere più niente. La possibilità di scrivere, di narrare, ci permette ancora di sorprenderci per un uccellino sul davanzale della finestra, o per un poliziotto inglese che arresta un minatore, e da lì possiamo cominciare a seguire quelle orme che ci conducono a una storia, a produrre una storia.
«Quando cerco le mie storie nel quotidiano», spiega Peter Bichsel, «quando guardo la gente e ciò che mi circonda, allora non cerco esattamente le storie, ma cerco indizi per delle storie. Cerco dei volti, degli atteggiamenti, dei movimenti che indichino delle storie».
Sono convinto che per scrivere sia appunto essenziale seguire questi indizi, che ci invitano a cercare qualcosa al di fuori di noi, e di tutto ciò che presumiamo già di conoscere. E per accorgermi di queste tracce, di queste improvvise apparizioni, sono arrivato a escogitare anche un piccolo trucco. Quando scrivo qualcosa, un racconto o un intervento a tema, scrivo sempre «da due parti», cioè tengo un foglio sulla macchina da scrivere, dove seguo il filo di quello che vorrei dire, e da un’altra parte metto un foglio bianco, o un brogliaccio, dove butto giù tutto quello «che mi scappa». In quei fogli bianchi, scritti a mano, va a finire tutto ciò che non riesce a entrare ancora nel filo del discorso, e che nasce quasi sempre dall’esterno, oda appunti che mi sembra non abbiano alcuna destinazione. Mano a mano, «quello che mi scappa» prende sempre più posto sulla macchina da scrivere.
Forse è necessario, per dirla con Gregory Bateson, mettersi nei pasticci: «Se non ci cacciassimo nei pasticci, i nostri discorsi sarebbero come giocare a ramino senza prima mescolare le carte». Cacciarsi nei pasticci è infatti un modo per infrangere, e superare, quei cliché che ormai agiscono automaticamente sulla scrittura, e sugli stessi meccanismi del nostro pensiero.
«Cliché», spiega ancora Bateson, «è una parola francese, credo che in origine fosse un termine tipografico. Quando si stampa una frase, si devono prendere le lettere separatamente e metterle una per una in una specie di barra scanalata per comporre la frase. Ma per parole e frasi che la gente usa spesso, il tipografo tiene piccole sbarre di lettere già bell’e pronte. E queste frasi già fatte si chiamano cliché. (...) Ma se il tipografo vuole stampare qualcosa di nuovo, per esempio una cosa in una lingua straniera, dovrà disfare tutte quelle vecchie disposizioni di lettere. Allo stesso modo, per pensare idee nuove e dire cose nuove, dobbiamo disfare tutte le idee già pronte e mescolare i pezzi».
Forse questa definizione di Bateson si avvicina già a un principio costitutivo della scrittura, di una narrazione, o semplicemente della costruzione di una frase che consenta di rinnovare le forme con cui percepiamo il mondo. Per scrivere e pensare frasi, idee nuove, bisogna formulare nuove aggregazioni del discorso, come fa il tipografo quando deve stampare un testo in una lingua straniera.
Ricordo, solo per fare un esempio, che tempo fa leggendo un racconto di fantascienza, un racconto di Ballard, sono stato sorpreso da una frase: «Quando arrivò a casa, la luce del crepuscolo già filtrava nella nebbia color ciliegia che vagava sui motel e i vecchi casinò».
Perché questa frase mi aveva sorpreso? Credo perché non ho mai pensato di vedere una nebbia color ciliegia al crepuscolo. Quando guardo i colori, di solito li percepisco nella loro definizione più astratta, e al massimo mi vengono in mente delle associazioni che già sono diventate cliché di una particolare gradazione, come «verde pisello», o «rosso fuoco».
Ma dopo aver letto una frase come quella di Ballard, può capitare che mi trovi fuori all’ora del crepuscolo e che sia sorpreso da una nebbia color ciliegia, e le mie sensazioni non saranno così opache, risplenderanno di una luce, magari tragicamente dolce, come può essere la luce color ciliegia del crepuscolo che filtra attraverso la nebbia.
Mentre leggevo quel racconto di Ballard — è per questo che me lo ricordo — ero seduto su una panchina immerso nella lettura, e non mi accorgevo del tempo che passava. Quando sono arrivato al punto in cui Ballard descrive la luce del crepuscolo, già mi si stavano gelando i piedi e le mani, così ho alzato gli occhi, e in una perfetta coincidenza e simultaneità di situazioni, mi sono trovato avvolto da una nebbia color ciliegia. Ero entrato in un ambiente che percepivo con una nuova intensità. Quella frase mi dava il potere di modellarmi una sensazione percettiva, che fino ad allora mi era sconosciuta.
Non so se una narrazione si possa basare sulla costruzione di simili frasi. E certo che una scrittura continuamente proiettata a una visione di un esterno, rischia di mandare in cortocircuito la lettura. Si rischia di perdere, insomma, quella che si definisce la «fluidità del narrare».
Chi conosceva bene questi cortocircuiti, era sicuramente Robert Walser.
Amo molto leggere Walser. Non riesco però a leggerlo tutto d’un fiato. Ogni tanto devo interrompere la lettura perché avverto una leggera ebrezza, un capogiro che mi costringe a fermarmi, magari per tornare indietro di qualche pagina, oppure non fare niente per un po’.
Eppure la lettura di Walser mi assorbe completamente, mi cattura come poche altre. Ma spesso vengo scosso da una sorta di eccesso d’intensità. Intensità di cui Walser era consapevole, e che l’ha portato a prediligere la forma del racconto breve, che rispetto al romanzo ha questo vantaggio: l’impressione che si possano raccogliere infinite storie in qualsiasi momento, cogliendo qualsiasi occasione. Basta gira-re gli occhi per incontrare sempre un’altra storia.
In Walser — e in questo lo considero esemplare — la paura del foglio bianco coincide quasi sempre con la tensione di riuscire a definire gli spazi bianchi della realtà. Egli infatti assume in pieno la fragilità della scrittura di fronte alle possibili rappresentazioni del mondo esterno. Ed è anche per questo, credo, che posso sentirmelo molto vicino quando io stesso mi metto a scrivere.
Simon Tanner, protagonista di un romanzo di Walser, costretto per alcuni mesi ad un lavoro in banca, dice a un certo punto: «Adesso fuori è primavera, e io avrei voglia di uscire con un salto dalla finestra, tanto mi fa male questo lungo, lungo non-potermi-muovere. L’edificio di una banca è proprio una cosa stupida, in primavera. Che effetto farebbe un istituto bancario in mezzo a un rigoglioso prato verde? Forse la mia penna mi sembrerebbe un piccolo fiore appena spuntato dalla terra. Ah no, non ho voglia di scherzare. Forse tutto deve essere così, forse tutto ha uno scopo. Solo che io non vedo la connessione perché vedo troppo l’aspetto esteriore. Ed è un aspetto un po’ scoraggiante: fuori dalle finestre questo cielo, negli orecchi questi dolci canti. Le nuvole passano nel ciclo, e io devo stare qui a scrivere».
«Forse tutto ha uno scopo», ammette Simon. «Solo che io non vedo la connessione perché vedo troppo l’aspetto esteriore». E la prima connessione che salta, nella prosa di Walser, è il tempo. Nella sua scrittura quasi tutto è al presente, e spesso è presente all’atto stesso della scrittura. Per questo si diceva, e non è tanto importante verificare se sia vero, che Walser scrivesse senza correggere mai quello che aveva già scritto.
E certo che, leggendolo, non percepiamo quella fluidità narrativa scandita dal tempo, dalla possibilità di dare una forma al tempo. La fluidità, se così la si può ancora definire, è garantita dalla tensione della scrittura, che vuole ad ogni istante restituire una presenza al mondo visibile. Ed è proprio in questo gesto, in questa dichiarata disponibilità al presente, che la scrittura mostra la sua fragilità, e va incontro alle rotture di quelle cadenze narrative che solo una forma del tempo poteva dare.
Il passeggiare, il vagabondare, che è un po’ il tratto distintivo di tutta la prosa di Walser, non è una forma, ma un’ipotetica estensione dello spazio, che si può aprire illimitatamente ai possibili incontri col mondo.
Non è un caso che le varie poetiche dello sguardo, che si sono avvicendate nella letteratura narrativa del Novecento, si siano affermate a mano a mano che si perdeva la tradizione orale del raccontare, che pure era l’autentica legittimazione di ogni narrazione scritta. La lingua ha perduto via via la possibilità di organizzarsi in quelle forme epiche di racconto, che organizzavano le forme del tempo e dell’esistenza. Lo possiamo verificare anche quotidianamente, quando ad esempio guardiamo della gente che si ritrova assieme, e notiamo come ormai non ci si preoccupi tanto di dirsi delle cose, né tantomeno di trasmettersi delle esperienze. Spesso ci si limita a scambiarsi semplici informazioni, e molte volte non ci si parla neppure, ma si comunica con gesti che rimandano ad altri sistemi comunicativi.
Mi è capitato di osservare recentemente, mentre viaggiavo su un treno, dei ragazzi che andavano a vedere una partita di calcio. Comunicavano tra loro con pochissime parole, e con quel fitto scambio di suoni e gesti che vediamo nei cartoni animati: ridacchiavano alzando ritmicamente le spalle, lasciavano partire le braccia con il movimento di un proiettile o di un colpo di karaté, e poi scoppi di risa, sibili, e burn, bam, crash!
Esiste infatti anche quel grande spazio bianco, che è la nostra vita, la vita di un uomo, degli uomini, che spesso si svolge senza che nessuna forma riesca più a percepirla, senza che nessuna lingua riesca più a raccontarla. Lo scrittore si trova ad agire tra l’indistinto del cosiddetto reale, del quotidiano, e l’indistinto della lingua. Ed è solo nello sforzo di dare sostanza a degli spazi visibili che può anche ridare una disponibilità al mondo, perché lo sottrae a una totalità, o a un nulla.
Il gesto del narrare, che ha perso la sua legittimazione più autentica, è diventato anche una tensione sentimentale che forse allude a una forma che non esiste più. Può essere quella nostalgia di cui parla Gianni Celati: «Ho nostalgia di un tono narrativo che mi leghi agli altri, perché tutto quello che so scrivere sono cose separate dalla vita degli altri. Il sentimento vero e forte che potrei raccontare è quello di essere perduto. Non io in particolare, come individuo. È piuttosto uno stato di cose che mi pare di leggere ovunque». E può essere anche quella tristezza di cui parla Peter Bichsel: «Proprio quello stato d’animo in cui le storie non ci possono aiutare, e da cui esse nascono».
E una grande tristezza assale anche Robert Walser, al termine della sua Passeggiata, quando ormai sta calando la sera e lui si trova un mazzo di fiori in rasano, e non sa più a chi li può donare. Scrive Walser: «“Ho raccolto dei fiori per posarli sulla mia infelicità?” mi domandai, e il mazzo di fiori mi cadde di mano».
La letteratura, proprio nel suo sforzo di riorganizzare le forme del visibile, si ricongiunge a una lingua degli uomini che forse non esiste più, o non esiste ancora, se non nell’intensità dell’attesa, o della nostalgia, di altre e forse più vaste forme di organizzazione del visibile.
«Sui volti degli uomini», scrive ancora Bichsel, «non sono scritte soltanto le storie vissute, ma molto di più, e più chiaramente, le storie che vorrebbero produrre».
Con la letteratura, con una narrazione, possiamo anche intravedere, attraverso gli spazi bianchi del visibile, quei grandi spazi bianchi che sono le esistenze degli uomini, la loro vita, le loro relazioni col mondo. E solo muovendoci verso gli altri, e verso ciò che ci circonda, potremmo anche immaginarci una felicità che poi dovrà venire.

da qui

martedì 19 maggio 2020

Il 21 maggio scioperano i braccianti grazie all'USB e a Aboubakar Soumahoro

"...L’infanzia e la fanciullezza di Di Vittorio sono anni di miseria e di sofferenze. Il padre, salariato fisso in una grande masseria, muore di polmonite per aver voluto mettere in salvo il bestiame dell’azienda nel corso di un violento temporale. La madre, rimasta sola con i due figli, Stella di dodici anni e Peppino di sette anni, cerca di guadagnarsi il pane, lavando i panni dei vicini di casa. Ma le difficoltà sono tali che il fanciullo, nonostante le insistenze del maestro, che poco prima aveva premiato il suo profitto con un ambito riconoscimento, deve abbandonare la scuola, prima della fine dell’anno scolastico, alla seconda elementare.
Il suo primo giorno di occupazione non soddisfa il padrone. Questi constata che fino al tramonto il ragazzo ha raccolto solo pochi chili di piselli e lo avverte che se l’indomani non avrà reso sufficientemente lo dovrà licenziare. Di Vittorio tiene ben conto dell’avvertimento, che amerà ricordare come « la prima lezione di economia » da lui appresa nella vita. Lavora come è necessario e a distanza di due mesi ottiene il primo ingaggio per la mietitura. Per la prima volta si allontanerà per settimane dalla famiglia e sperimenterà la vita collettiva della grande masseria pugliese.
Allora i braccianti del Tavoliere lavoravano quattordici ore al giorno e l’unico pasto che somministrava il padrone era l’acquasale, consistente in un mestolo di acqua calda versata in una ciotola piena di pane nero, condito con poche gocce d’olio...
...Di Vittorio non ha ancora compiuto i 13 anni quando, nel 1905, Cerignola fa il primo sciopero generale.Egli si astiene dal lavoro e prende parte alla grande manifestazione che si svolge al centro del paese. La cavalleria carica, uccidendo cinque lavoratori. Il più giovane di questi aveva l’età di Di Vittorio ed era suo amico. Nel primo anniversario dell’eccidio, all’età di 14 anni, davanti a una piccola folla commossa, Di Vittorio pronuncia il suo primo discorso per commemorare il ragazzo caduto. L’anno successivo fonda il circolo giovanile socialista, che in poco tempo raggiunge i 400 soci..."
(da qui)

Chissà cosa farebbe Di Vittorio il 21 maggio 2020.



Comunicato Stampa USB per lo sciopero dei braccianti del 21 maggio
Basta con la politica degli annunci, bisogna passare ai fatti concreti per salvare veramente gli “ultimi” e gli “invisibili”. Nella giornata di ieri Usb Federazione Braccianti Basilicata ha incontrato il sindaco ed il vice sindaco di Montemilone per porre il problema di alcuni lavoratori che vivono in casolari fatiscenti e a rischio crollo. Bisogna immediatamente portare fuori da quella situazione i braccianti e dare loro un’abitazione adeguata al fine di rispettare la dignità ed i diritti di chi si spacca la schiena da mattina a sera nei campi per portare sulle nostre tavole i prodotti della terra.
A noi non servono più le parole e gli annunci o i comunicati. Ieri l’Amministrazione di Montemilone ha preso l’impegno di scrivere al Prefetto e di chiedere un incontro al fine di poter utilizzare alcune strutture demaniali. Ha preso inoltre l’impegno di fare una sanificazione di alcuni casolari abitati e di portare acqua e taniche nuove dove tenere l’acqua.
Usb in questo periodo di pandemia non ha lasciato soli questi lavoratori portando nei casolari cibo e acqua visto che le condizioni sono al limite della vivibilità. Con sempre maggiore insistenza di parla di riaprire qualche pseudo “centro di accoglienza” senza mai affrontare la situazione abitativa e le condizioni di vita di questi lavoratori. Si citano cifre esorbitanti di milioni di euro a disposizione per la risoluzione di questi problemi, ma tutto si ferma ad annunci e promesse che ogni anno a ridosso delle campagne stagionali ritornano alla ribalta. Ma la vergona resta sempre la stessa.
Ora si è aggiunto anche l’ultimo provvedimento fatto dal Governo per l’emersione degli invisibili: in un contesto di pandemia ciò che bisogna garantire è la salvaguardia della vita degli esseri umani, patrimonio di incommensurabile valore. L’Italia ripartirà davvero soltanto se riusciremo a tutelare il diritto alla vita. Cosa che non fa il Decreto Rilancio con l’articolo 110 bis dedicato alla regolarizzazione.
Nessun medico ha mai chiesto a un paziente che arriva in ospedale se ha un rapporto di lavoro o una promessa di rapporto di lavoro: lo cura e basta. Il governo ha invece deciso di preoccuparsi delle braccia e non della salute delle persone. Il governo ha deciso di preoccuparsi della verdura che rischia di marcire nei campi e non dei diritti delle persone.
Non è nemmeno una questione tra italiani e migranti, perché il 9° rapporto del Ministero del Lavoro sull’occupazione dice che l’82% dei braccianti sono italiani.
Con il Decreto Rilancio restano inascoltate le grida di dolore degli invisibili, dei dannati dei decreti sicurezza e della Bossi-Fini.
Per tutelarsi dal Covid-19 chiedevamo il rilascio del permesso di soggiorno per tutti, convertibile per attività lavorativa, che consentisse loro di iscriversi all’anagrafe e di avere un medico di base. Il governo ha scelto invece di non accogliere gli appelli disperati provenienti dalle zone rurali e dalle periferie metropolitane.
Per questi motivi, Usb Lavoro Agricolo proclama per il 21 maggio lo sciopero degli invisibili.
da qui
  
Il 21 maggio sciopero dei braccianti agricoli

Sarà lo 'sciopero degli invisibili', quello indetto dall'Usb e lanciato sui social dall'attivista sindacale Aboubakar Soumahoro: "Sciopereremo perché abbiamo il diritto di vivere liberi come tutti gli essere umani nati liberi", ha dichiarato ieri su Twitter.
La manifestazione ha ricevuto il supporto del Partito Comunista che invita tutti i lavoratori ad aderire: "Le politiche contro il bracciantato agricolo hanno tolto dignità ai lavoratori, degradandoli a braccia strumento del profitto, e puro inumano sfruttamento asservito alla produzione di cibo secondo le regole imposte dal mercato della distribuzione globalizzata".
"Il mercato della filiera agroalimentare - si legge in una nota del segretario regionale Roberto Cadrilli - chiede braccia per la raccolta dei frutti della terra e la ministra Bellanova risponde svendendogli uno stock di schiavi extracomunitari ed esibendo le finte lacrime già viste nelle recite inscenate da altri ministri fiancheggiatori degli strozzini capitalisti e delle loro logiche di continuo furto ai danni dei lavoratori.
"Il governo Conte non ha cambiato né il pelo né il vizio. I lavoratori sono coloro che producono la vera ricchezza del Paese e quindi ai lavoratori con la pelle di qualsiasi colore deve essere riconosciuto il diritto ad una vita dignitosa grazie al ricavo del loro lavoro. A loro deve essere permesso il diritto a una casa, all’istruzione, alla sanità pubblica e a costruirsi una famiglia senza chiedere l’elemosina agli enti caritatevoli.
Il salario percepito per un lavoro durissimo, onesto e socialmente indispensabile deve essere rapportato al costo della vita del lavoratore. Se ciò non accade è segno che i governi hanno intrapreso una politica economica di guerra contro i lavoratori, rendendoli schiavi. In agricoltura questo è ancora più evidente, drammatico, incivile e inumano. Il governo Conte, come i precedenti governi di destra e sinistra, comunque servi del capitale non vuole sviluppare politiche di riconoscimento della centralità del lavoro. La crisi strutturale della agricoltura a causa dell’entrata dell’Italia nell’Euro e nell’Unione Europea si è abbattuta come una mannaia sul collo dei piccoli proprietari terrieri, dei coltivatori diretti, dei contadini, dei braccianti agricoli. In venti anni di Euro, di politiche concertative dei sindacati confederali e di revisionismo politico, i lavoratori della terra hanno perso tutti i diritti acquisiti in decenni di lotte, impoverendosi fino al punto che il valore del salario dei braccianti si è dimezzato. Ai lavoratori extra comunitari e di colore, oltre allo sfruttamento bestiale e all’emarginazione in ghetti di squallidi e antigienici, viene dato nulla. Questi lavoratori obbligati a ritmi giornalieri di lavoro, a volte anche di 12 ore, riferiscono retribuzioni reali di miseri 20 euro non documentabili. Il 21 maggio, la lotta per la dignità del lavoro riparte dagli ultimi, perché i diritti sociali sono i più importanti".
da qui

Intervista di Annalisa Cangemi a Aboubakar Soumahoro (su Fanpage)

I braccianti di tutta Italia sciopereranno il prossimo 21 maggio 2020, per protestare contro la nuova sanatoria per i migranti, contenuta nel decreto Rilancio, divenuta urgente per il governo a seguito della mancanza di manodopera nei campi e della conseguente impennata dei prezzi di frutta e ortaggi. Un provvedimento che nella pratica escluderà dall'emersione tanti lavoratori dell'edilizia, dei supermercati, dell'artigianato, della ristorazione, della logistica, che non potranno fare richiesta.

Non ci sarà nessuno a raccogliere frutta e verdura nei campi quel giorno. "Non vanno regolarizzate le braccia, ma gli esseri umani", è questo il messaggio che arriverà forte e chiaro al governo, ha spiegato Aboubakar Soumahoro, attivista e sindacalista dei lavoratori agricoli dell'Usb, contattato da Fanpage.it.

Perché questo sciopero?

Partiamo dal contesto attuale. Abbiamo oltre 31mila morti per il virus. Medici, infermieri, operatori della sanità, sono stati chiamati ‘eroi': ecco loro negli ospedali, quando erano chiamati a salvare vite, non hanno mai chiesto quale tessera di partito avessero in tasca i pazienti, né hanno domandato la collocazione ideologica o post ideologica, se i malati avessero o meno un permesso di soggiorno o una carta d'identità italiana. Hanno sempre curato chi dovevano, senza mai sottrarsi. Il governo nel contesto della pandemia ha l'unico dovere di proteggere le vite, nessuna esclusa. Quando si fa il decreto ‘Cura Italia' e vengono adottate delle misure di confinamento generale, per prevenire i rischi, si è scoperto che il contesto preesistente alla pandemia era un contesto lacerato, dilaniato dalle disuguaglianze sociali: persone che non hanno nemmeno una casa non sanno cosa sia il distanziamento sociale. Lo Stato doveva salvare tutti. Invece ha fatto esattamente l'opposto di quello che fanno i medici e gli infermieri. Ci si è preoccupati della verdura e della frutta, che si teme possano marcire, piuttosto che delle persone, i cui diritti stanno marcendo da anni nei campi. Voglio ricordare qualche nome: Paola Clemente, 49enne bracciante di San Giorgio Jonico deceduta in un vigneto di Andria il 13 giugno 2015, Soumaila Sacko, 29 anni, del Mali, con regolare permesso di soggiorno, ammazzato nel Vibonese da una fucilata il 3 giugno 2018. E un pensiero va a tutti gli uomini e le donne che tutti i giorni si spaccano la schiena nei campi. A mancare ancora una volta sono i diritti.

Cosa non va in questo provvedimento?

Si è scelto chiaramente di produrre un provvedimento che nel merito della questione ha come base quella di preoccuparsi dell'utilità di mercato, anziché di salvare le vite. Le nostre critiche sono di varia natura, ne cito giusto tre: l'aver riservato la regolarizzazione ad alcuni settori, escludendone altri. Dove sono i riders, la logistica, i facchini, gli ambulanti, gli edili, la ristorazione?

Quali sono le altre criticità?

Il secondo punto riguarda l'aver riservato la regolarizzazione a coloro i quali hanno un permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019. Qui bisogna ricordare che il tutto si sta svolgendo nel tessuto legislativo dei decreti Sicurezza. E quindi ci sono le vittime dei decreti che non avranno accesso a questa emersione, perché il governo non ha avuto l'audacia, il coraggio, di cancellare questi decreti, che sono una fabbrica di produzione di marginalità e di dannati, resi invisibili. Il terzo elemento che non va nella sanatoria è l'aver subordinato il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, il che è una miscela esplosiva di sottomissione del lavoratore e della lavoratrice a qualsiasi forma di ricattabilità e sfruttamento.

Quali migliorie proponevate al provvedimento?

L'urgenza consisteva nel rilasciare un permesso di soggiorno alla luce dell'attuale contesto di pandemia, che sia convertibile anche per attività lavorativa. La nostra proposta è semplice.

Qual è la partecipazione prevista allo sciopero?

Intanto voglio dire che quel giorno non ci sarà né raccolta di asparagi, né raccolta di mirtilli o di verdura. Visto che per lo Stato siamo stati invisibili noi il 21 maggio saremo invisibili anche per i campi. Sarà sciopero totale. Allo stesso tempo abbiamo ricevuto la solidarietà di tantissimi consumatori e consumatrici, centinaia, che stanno riscoprendo cosa c'è dietro a una forchettata di spaghetti, e cioè il sudore, la fatica, l'immiserimento. E ci stanno mandando tantissimi messaggi, per annunciarci che loro quel giorno non faranno la spesa, e indosseranno virtualmente gli stivali, mentre noi saremo nelle campagne, con gli stivali reali, a incrociare le braccia. Poi stiamo ricevendo messaggi anche da tanti agricoltori, che ci dicono che loro quel giorno non andranno a lavorare. Abbiamo avuto migliaia di adesioni. Ci sono assemblee, nell'Agro Pontino, in Emilia-Romagna, in Toscana, in Calabria, nel foggiano. Lì domenica ci sarà una grossa assemblea nell'insediamento dei braccianti di Torretta Antonacci. Tra coloro che sciopereranno ci sono anche braccianti con il permesso di soggiorno, perché i loro diritti non sono riconosciuti. In questo momento ci sono braccianti nella Piana di Gioia Tauro che sono impiegati nella raccolta dei mirtilli, e percepiscono 30 euro al giorno, si spaccano la schiena dall'alba al tramonto, invece dei 50 euro circa previsti dal contratto. È chiaro che nessuno deve permettersi di strumentalizzare la fatica di questi uomini e donne, narrando una realtà che non esiste, quando non hanno mai messo sentimentalmente, moralmente, eticamente e concretamente gli stivali per immedesimarsi nei braccianti, italiani o stranieri che siano.

Cosa hai pensato quando la ministra Bellanova si è commossa mentre annunciava il decreto?

Ero impegnato in un'assemblea con i braccianti.

Qual è la dotazione di Dpi nei campi, che dati avete?

Ho lanciato una campagna di raccolta, tutt'ora aperta, mentre venivano emanati i vari dpcm, perché ai braccianti veniva detto che dovevano lavorare nei campi per assicurare il cibo per la popolazione, senza dispositivi di protezione individuale, e fino ad ora, chi parla di lotta al caporalato, non è stato in grado di convocare il tavolo sullo sfruttamento e il caporalato in agricoltura, mentre noi eravamo, e siamo, esposti. Grazie alla nostra raccolta continuiamo a comprare e distribuire generi alimentari ai braccianti e alle famiglie, anche italiane, e dispositivi di protezione individuale. Non ne abbiamo ricevuto neanche uno, da parte di chi in queste ore ha detto di preoccuparsi della nostra condizione, quando in realtà non è connesso sentimentalmente con noi. Noi stiamo girando dappertutto, siamo stati in Basilicata, in Calabria, in Puglia, e continueremo a girare l'Italia. Il governo ha abdicato a questa nobile e civile missione. Ma noi non ci arrendiamo, continueremo a chiedere la salvezza delle persone.
da qui

Dai campi ai supermercati, più diritti meno sfruttati. Solidarietà ai braccianti in sciopero (dice Potere al Popolo)

Il 21 maggio nei campi di raccolta della Piana di Gioia Tauro, del Foggiano e di tante altre regioni d’Italia i lavoratori migranti agricoli hanno deciso di incrociare le braccia contro il provvedimento di regolarizzazione previsto nel “Decreto Rilancio”, un provvedimento insufficiente sia per rispondere ai bisogni economici e sociali dei braccianti stessi, sia per far fronte all’emergenza sanitaria ed economica che sta colpendo tutto il paese.
I braccianti in sciopero chiedono che vengano rispettati tre diritti fondamentali da parte dei padroni e dello stato: 1° un documento di soggiorno per tutti i migranti come primo passo che permette di emergere dallo sfruttamento del lavoro nero; 2° il rispetto e la garanzia di pagamento di un salario dignitoso; 3° un programma di inserimento abitativo come risposta alle condizioni iper-precarie nei ghetti che costeggiano i campi.
Che cosa c’entra con noi questo sciopero?
Il lavoro agricolo costituisce il primo anello della filiera agroalimentare. Nel suo insieme, si tratta del primo settore economico italiano in quanto a fatturato: ma a questa immensa ricchezza corrisponde una enorme diseguaglianza per quanto riguarda la sua distribuzione. I colossi della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), infatti, esercitano una enorme pressione – che sfocia nel ricatto vero e proprio e nell’imposizione di prezzi e condizioni – nei confronti dei produttori agricoli, in larghissima parte aziende di piccole dimensioni che non possono trattare ad armi pari. Questa pressione si traduce nel tentativo di risparmiare il più possibile sull’elemento più semplice da colpire per qualsiasi tipo di azienda: il costo del lavoro. Da qui hanno origine le condizioni di lavoro disumane e i salari infami che vengono imposti ai lavoratori agricoli. Ma questa disuguaglianza di base non colpisce solo i braccianti: ogni anello della filiera prova a massimizzare il profitto scaricando tutto sui lavoratori e sulle lavoratrici, dai campi fino ai supermercati, passando per le industrie della lavorazione e le compagnie della logistica.
Nei mesi d’emergenza queste disuguaglianze si sono manifestate con maggiore intensità: in un periodo in cui una larga parte dell’economia infatti lamenta la paralisi o la crisi, milioni di euro sono finiti nelle casse della GDO. Le nostre spese si sono concentrate nei supermercati, e allo stesso tempo abbiamo comprato di più rispetto al solito. Tra marzo e aprile le vendite sono aumentate del 18% rispetto all’anno precedente, con acquisti concentrati per il 44% nei supermercati della GDO!
E mentre aumentavano vendite, prezzi e profitti della GDO, aumentavano anche gli orari e i ritmi di lavoro di cassiere e magazzinieri dei supermercati. Sono numerosi i loro racconti che denunciano le condizioni di sfruttamento che si sono intensificate durante gli ultimi mesi. A questo si aggiungono la mancanza di dispositivi di protezione individuali e minacce di licenziamento per chi chiedeva semplicemente di lavorare in sicurezza. La ciliegina sulla torta? Molte aziende hanno deciso di approfittare della copertura offerta dalla pandemia e dai provvedimenti presi per contrastarla, e i lavoratori della GDO stanno cominciando a essere messi in cassintegrazione a migliaia.
Dopo mesi che si parlava di una regolarizzazione, adesso è arrivata e sembra una beffa, un provvedimento utile solo a continuare a sfruttare il lavoro dei braccianti e lasciare così com’è il meccanismo generatore di sfruttamento e diseguaglianze su cui si regge l’intera filiera. Lo sciopero dei braccianti agricoli mette in questione questo meccanismo di sfruttamento in tutta la filiera agroalimentare. È fondamentale sostenere chi chiede diritti, uguaglianza e unità tra i lavoratori – perché i diritti di alcuni diventano diritti di tutti.
Ma quanto costa la produzione agricola? Trasparenza dei prezzi subito!
Oggi per produrre 1kg di clementine biologiche ci vogliono 26 centesimi di euro. A questi vanno aggiunti i costi per la raccolta, per il confezionamento e per il trasporto. La GDO acquista la frutta sempre attraverso intermediari, praticamente mai direttamente dal produttore. Quindi, un produttore, per non fallire, deve vendere le clementine almeno a 60 centesimi.
Nel 2019 le clementine biologiche della Piana di Gioia Tauro sono state pagate 32 centesimi al kilo, con raccolta a carico dei produttori. Se si tolgono 11 centesimi per la raccolta, il prezzo di produzione diventa di 21 centesimi – quindi si tratta di un prezzo nettamente sottocosto. E sono le stesse clementine che si trovano sui banchi dei supermercati della GDO a € 2,50/kg.
Questo semplice calcolo dimostra che esiste solo una variabile sulla quale si riesce a risparmiare: la manodopera! Lo sfruttamento dei braccianti e dei piccoli produttori, ma anche dei lavoratori del trasporto e dei supermercati della GDO è quindi un elemento strutturale della filiera agroalimentare che genera enormi profitti da un lato, mancanza di diritti, salari bassi e condizioni di lavoro disumani dall’altro.
È necessario che la GDO pubblichi nei cartellini dei loro banchi non solo il prezzo di vendita, ma anche il prezzo pagato al produttore al netto di tutte le intermediazioni (il cosiddetto prezzo sorgente). In questo modo non si elimina lo sfruttamento della manodopera, ma si da un elemento in più per tracciare la distribuzione della ricchezza lungo la catena di valore della filiera agroalimentare – un elemento di coscienza indispensabile per combattere e cambiare l’ordine delle cose.
Cosa vogliamo quindi?
Il 21 maggio ci troveremo davanti ai supermercati della GDO in primo luogo per esprimere la nostra massima solidarietà ai braccianti agricoli in sciopero contro le condizioni di sfruttamento che vivono quotidianamente. Con le nostre azioni vogliamo portare le loro rivendicazioni fuori ai campi di raccolta. Le loro rivendicazioni sono le nostre:
  • un permesso di soggiorno per tutti i migranti per emergere dal lavoro nero e per ottenere diritti fondamentali per ogni uomo e ogni donna;
  • il rispetto di condizioni di lavoro e salariali dignitosi in tutta la filiera agroalimentare: braccianti, trasportatori, cassiere, magazzinieri ecc.;
  • una legge nazionale che costringa i supermercati a indicare i prezzi di sorgente in modo da tracciare i costi lungo tutta la catena di valore della filiera agroalimentare.
Per noi la giustizia e i diritti non possono essere selettivi!
da qui

Un bracciante è stato picchiato per aver chiesto una mascherina. Questa è l’Italia del 2020 - Giulio Cavalli
No, il Covid-19 non è una livella, non ne usciremo migliori, non saremo tutti uguali davanti alla malattia e non sta andando tutto bene. Forse sarebbe anche il caso di abbandonare questa narrazione quasi epica che riempie tutti i giornali con le sensazioni di chi si è bevuto il primo caffè o di chi è riuscito dopo due mesi ad accorciarsi i capelli e ci sarebbe da volgere lo sguardo lì tra le pieghe degli ultimi, quegli ultimi che sono sempre stati ultimi e che nell’epoca del Coronavirus retrocedono ancora. A Terracina uno degli ultimi schiavi si è ritrovato in un fosso, con la testa spaccata e con qualche osso rotto, come uno scarto che si spera di poter nascondere nel gorgo del fango, come qualcuno che merita di finire a fondo tirando lo sciacquone.
È l’ennesima storia che arriva da un territorio che insiste nel negare la presenza del caporalato e il suo rigurgito di schiavi e racconta di un giovane lavoratore che ha commesso l’imperdonabile errore di pretendere ciò che sta scritto nei tanto decantati decreti e nelle linee guida per la sicurezza che in alcune parti d’Italia diventano carta straccia. Lui aveva chiesto le mascherine, mascherine per non morire di Covid in quelle 12 ore di lavoro (pagate 4 euro all’ora) a cui sopravvivere sotto il sole per raccogliere la frutta e la verdura. Mentre lì in alto discutono di regolarizzazioni e se la giocano su presunte invasioni e su razzismi mascherati qui in fondo, in mezzo ai campi veri, si consuma un’orrida transumanza di uomini che valgono solo per le loro braccia come se attaccato non ci fosse anche tutto il resto del corpo, come se non ci fosse testa, come se non ci fosse cuore.
Lo schiavo chiede una mascherina e viene licenziato: se le persone non esistono non esistono nemmeno i loro diritti, facile facile. Quando si è permesso di chiedere al suo datore di lavoro almeno gli arretrati per i giorni lavorati è stato pestato e gettato in un fosso. Due imprenditori, finti imprenditori che sanno solo macellare carne umana, padre e figlio, sono stati arrestati per estorsione, rapina e lesioni personali aggravate. È una storia minima, laterale eppure racconta che l’infettività dell’uomo che diventa bestia è peggio del virus dei pipistrelli. Solo che su queste notizie non c’è nessun clamore politico, nemmeno un po’ di strumentalizzazione. È accaduto, sta accadendo e accadrà ancora: allo schiavismo interessa che non se ne parli per poter continuare tranquillamente a strisciare. Proprio come un virus.
da qui

scriveva Max Frisch (a proposito degli italiani), nel 1965

Riprendiamo questo intervento del 1965 del grande scrittore svizzero da Cercavamo braccia, sono arrivati uomini, un"antologia di suoi scritti curata da Mattia Mantovani, per l"editore Armando Dadò di Locarno, che ringraziamo.

Un piccolo popolo sovrano si sente in pericolo: cercavamo braccia, sono arrivati uomini. Non divorano il benessere. Anzi, al contrario, sono indispensabili al benessere stesso. Però sono qui. Lavoratori ospiti o lavoratori stranieri? lo preferisco la seconda definizione: non sono ospiti che vengono serviti per ricavarne del guadagno. Sono persone che lavorano, e che lavorano all"estero, perché nella loro patria al momento non avevano possibilità di campare. Non si può volergliene male. Parlano un"altra lingua, ma anche in questo caso non si può volergliene, soprattutto perché la lingua che parlano è una delle quattro lingue nazionali. Ma questo rende molte cose più complicate. Si lamentano di essere alloggiati in condizioni disumane, a prezzi folli, e non sono assolutamente entusiasti. Il che è inconsueto. Però si ha bisogno di loro.
Se il piccolo popolo sovrano non si facesse un vanto della propria umanità e tolleranza e così via, il rapporto con la manodopera straniera, con i lavoratori stranieri, sarebbe più semplice: li si potrebbe sistemare in veri e propri campi di raccolta, dove potrebbero perfino cantare, e in questo modo non riempirebbero di stranieri le nostre strade. Ma non si può farlo: non sono prigionieri, e nemmeno fuggiaschi. E allora ecco che vanno nei negozi e fanno acquisti, e quando hanno un infortunio sul lavoro o si ammalano vengono ricoverati anche loro negli ospedali. Ci si sente invasi dagli stranieri, e allora si comincia lentamente a prendersela con loro. Sfruttamento è una parola abusata, a meno che siano i datori di lavoro a sentirsi sfruttati. Si dice che risparmino un miliardo all"anno e lo spediscano a casa. Non era questo che si intendeva. Risparmiano. E in fondo anche in questo caso non si può volergliene. Però sono qui, un"invasione di persone straniere quando invece, come detto, si voleva soltanto della forza lavoro. E sono non soltanto uomini, ma sono anche diversi. Italiani. Stanno in fila alla frontiera: è inquietante. Si deve pur comprendere il piccolo popolo sovrano. Sarebbe inquietante anche se l"Italia all"improvviso chiudesse le proprie frontiere.
Cosa fare? Non si può fare a meno di prendere severi provvedimenti che non entusiasmano gli interessati, nemmeno i datori di lavoro interessati. È naturale. Nel paese c"è una congiuntura economica favorevole, ma non c"è entusiasmo. Gli stranieri cantano, in quattro in una stanza da letto. Il governo federale non tollera l"ingerenza di un ministro italiano: in fondo si è indipendenti, anche se poi si dipende dai lavapiatti stranieri, dai muratori, dai manovali, dai camerieri eccetera eccetera. Indipendenti (così credo) dagli Asburgo e dalla Comunità Economica Europea. Siamo realisti: 500 mila italiani sono una piccola parte, né più né meno come i negri negli Stati Uniti. Però sono un problema. Un nostro problema, purtroppo. Lavorano bene, a quanto pare, sono perfino molto capaci: in caso contrario non ne varrebbe la pena, se ne dovrebbero andare, e il pericolo dell"invasione degli stranieri sarebbe scongiurato. Debbono comportarsi in maniera irreprensibile, meglio dei turisti, perché in caso contrario il paese ospitante rinuncia alla congiuntura favorevole. Questa minaccia, va da sé, non viene espressa, a eccezione di alcune teste calde che non capiscono nulla di economia. In generale ci si mantiene sul piano di un tollerante nervosismo.
Sono troppi, ecco il motivo. Ma non nei cantieri, non nelle fabbriche, non nelle stalle e nemmeno nelle cucine. No, sono troppi nelle ore libere, soprattutto di domenica all"improvviso sono troppi. Balzano all"occhio, sono diversi. Osservano le ragazze e le donne, fintanto che non possono portare le proprie all"estero. Non si è razzisti. In fondo è una tradizione non essere razzisti, e la tradizione si è conservata nella condanna di atteggiamenti francesi o americani o russi, per non parlare dei tedeschi, che hanno coniato il concetto di popoli aiutanti. Tuttavia sono diversi, ecco tutto. Mettono a repentaglio le peculiarità del piccolo popolo sovrano che non ama farsi descrivere, a meno che non si tratti di un autoelogio che non interessa gli altri. Adesso invece sono gli altri a descriverci.
Vogliamo leggerlo?
Un libro di questo genere, che non sostiene una tesi ma presenta del materiale, lo si può leggere in diversi modi. Forse il modo più fruttuoso per leggerlo consiste nel leggerlo non già in quanto svizzero, ma ad esempio in maniera assolutamente letteraria. Come suonano le parole quando persone semplici parlano di se stesse? Ci sono passi, quasi in ogni colloquio, che ricordano la Bibbia, e sono così concretamente lapidari nella loro precisione che catturano l"interesse anche quando si tratta di circostanze già note. Di cosa fanno esperienza? Dell"uomo come manodopera in una società basata sulla libera impresa, certo, ma la loro esperienza rimane assolutamente apolitica, e il loro sentimento si presenta come nostalgia. Non c"è nessun rivoluzionario, il che è piuttosto toccante. Tutti parlano della famiglia. È il loro ethos. Un ethos cristiano e anche molto mediterraneo. Separazione dalla famiglia, risparmiare per la famiglia, abitare con la famiglia, la speranza in una piccola casa non all"estero ma piuttosto in Sardegna o in Romagna o in Sicilia: è di questo che parlano in continuazione.
Talvolta c"è un che di antico. La cultura si presenta non già come formazione, ma come eredità pratica, l"umanità non si presenta come teoria. A parlare è una stirpe che è cortese perfino nel lamento. Non sono educatori del mondo. E il denaro in quanto denaro non è una misura, nemmeno per i più stupidi. Anche se non sanno qual è la loro altra misura, tuttavia ce l"hanno e non si aspettano che altri non la conoscano. Una strana stirpe: molto umile, in fondo, ingenua, non sottomessa né servile, ma anche non arrogante, solamente non disposta a essere umiliata, e del resto poco nazionalista anche nella diaspora. Non sono assetati di potere: molti di loro, fiduciosi nella vita al pari dei bambini, si spaventano della neve in terra straniera e hanno bisogno di parecchio tempo per capire di che genere sia il freddo che li atterrisce.

L"altra faccia la conosciamo:
Il mito che la Svizzera offre a se stessa, e il fatto che il mito non risolve alcun problema, e quindi l"isteria dovuta alla sensazione di impotenza. Ogni problema che dobbiamo affrontare manda in riparazione il concetto della Svizzera.
Speriamo che la riparazione riesca…
Tratto da www.lostraniero.net
Traduzione di Mattia Mantovani
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