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domenica 12 aprile 2026

Non vedono la tempesta arrivare - Giovanni Tonlorenzi

 

Nel mezzo di un contesto geopolitico drammatico, agli albori di una crisi economica epocale e sull’orlo di un’escalation militare in cui è sempre meno escluso il ricorso alle armi nucleari, nell’opposizione italiana al governo Meloni, centro-sinistra, campo largo o come altrimenti la si voglia chiamare, non si registra alcun dibattito degno di questo nome.

Quel poco che si intravede, fatto di dichiarazioni sparse e umori momentanei dei vari leader, non è definibile altrimenti che lunare.

Sia chiaro, nell’anno di grazia 2026 il vuoto assoluto che si riscontra nel livello politico non è che il riflesso di un vuoto più profondo, di un’apatia che attraversa la società italiana e, più in generale, quella europea da quasi quarant’anni.
Comunque questo dato non è certo un’assoluzione. Perché c’è una differenza sostanziale tra l’apatia di chi subisce gli eventi e l’incapacità di chi dovrebbe interpretarli, leggerli, trasformarli in proposta politica. La prima è comprensibile, la seconda è una colpa, specie se si è stati complici di un disastro.

Il referendum del 22 e 23 marzo scorso ha sollevato nell’opposizione un entusiasmo del tutto ingiustificato, alimentato dal desiderio di leggere nel consistente voto contro la riforma costituzionale voluta dalla destra una prova di consenso a suo favore, dimenticando che gran parte di quello stesso schieramento non è meno responsabile dello sfascio che stiamo vivendo.

Così, mentre nel campo largo ci si divide su premiership, primarie e federatori, e circolano i nomi di Conte e Schlein, ma anche di Bersani, Rosy Bindi, la sindaca di Genova Salis, il cattolico Andrea Riccardi, l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, e di Giovanni Bachelet che ha guidato il fronte del No, nel mondo alcune questioni di una qualche importanza si accavallano con una velocità che non ammetterebbe distrazioni. Questioni che non riguardano un altrove lontano e astratto, ma bussano direttamente alle porte di questo paese.

Sigonella, ovvero i confini della sovranità consentita

Si accavallano in maniera tale che persino il ministro della Difesa Crosetto, membro autorevole di un governo iper-atlantista e in piena sintonia con l’amministrazione Trump, si è trovato costretto a rendere pubblica una nota misurata ma in sostanza inequivocabile: rispetto dei trattati, incrollabile alleanza con gli USA, ma indisponibilità all’utilizzo delle basi militari come quella di Sigonella, per gli aerei militari statunitensi impegnati in operazioni di guerra contro l’Iran¹.

Il governo ha presentato il gesto come puramente procedurale. L’opposizione ha risposto con un “serve di più”, prontamente sopito, anche perché sapendo da che pulpito arrivava l’invito, la cosa diventava addirittura grottesca.

Ciò che è rimasto di questo episodio è la solita, sostanziale convergenza tra governo e cosiddetta opposizione sulle grandi questioni della geopolitica, che ha chiarito una volta di più il perimetro del pensiero politico e della sovranità consentita.
Una convergenza che non è tattica né contingente, ma strutturale. Ed è precisamente lì, in quella convergenza di fatto e che molte volte si è esplicitata, che si misura la distanza minima tra chi governa e chi si dichiara opposizione.

Il riferimento a Sigonella ha evocato naturalmente l’altro caso, quello del 1985, quando Bettino Craxi riaffermò con nettezza la sovranità italiana di fronte all’amministrazione di Ronald Reagan. Un accostamento che, al di là del nome della base, non ha in comune con la situazione attuale assolutamente nulla, anzi dimostra la plastica evidenza dell’abisso che separa l’attuale classe politica italiana da quella di quegli anni, qualunque cosa se ne voglia pensare. Allora, con mille difetti, c’era una classe dirigente capace di porre un limite al potente alleato, oggi ci si affretta a chiarire che quel limite è solo procedurale, mancava la consultazione preventiva.

Ma il caso Sigonella è importante perché, come un filo d’Arianna, ci guida nella comprensione di quanto la guerra e la crisi energetica stiano già entrando in casa nostra e quanto, invece, il dibattito nell’opposizione sia, appunto, lunare.

La coalizione Epstein e la guerra che non va come previsto

Alla data del 24 febbraio 2022, l’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, se ne è aggiunta un’altra che è destinata anch’essa a lasciare il segno, ed è il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.

L’obiettivo dichiarato della ormai nota coalizione Epstein era la neutralizzazione dell’inesistente programma nucleare militare iraniano, la decapitazione della sua leadership e il conseguente cambio di regime.

Ma le cose non sono andate come previsto².

Nonostante settimane di bombardamenti intensivi, la capacità militare iraniana non risulta neutralizzata, e le infrastrutture strategiche, in particolare le basi missilistiche, per lo più sotterranee e disperse sul vasto territorio della Repubblica islamica, continuano a garantire operatività e resilienza al paese.

Teheran mantiene una pressione costante attraverso attacchi missilistici e con droni sulle strutture energetiche dei paesi del Golfo Persico e su Israele, aumentando progressivamente il livello tecnologico delle proprie offensive.

La leadership politica e militare iraniana, di cui fu predisposta una cospicua decentralizzazione, ha continuato a funzionare nonostante i raid sui centri di governo, e la governance della Repubblica islamica prosegue secondo il proprio quadro costituzionale².

La situazione in cui si è impantanata la coalizione Epstein si sta incancrenendo al punto che tra molti analisti comincia a circolare l’ipotesi che Israele, in caso di sconfitta, potrebbe mettere in atto la cosiddetta “Opzione Sansone” e cioè il ricorso alle armi nucleari³.

Una prospettiva che non appartiene alla fantascienza geopolitica, ma al calcolo strategico di chi si potrebbe trovare presto con le spalle al muro.

Sul fronte della superiorità aerea, poi, la realtà operativa è ben più complicata di quanto la narrazione ufficiale voglia dare ad intendere.
Diversi episodi, velivoli abbattuti, emergenze in volo, difficoltà nelle missioni di recupero dei piloti, indicano un contesto sempre più ostile per gli Stati Uniti e per il piccolo ma potente e aggressivo alleato⁴.

Come osserva con consueta lucidità Simplicius the Thinker – nome de plume di uno dei più seguiti analisti geopolitici e militari a livello globale – la riduzione delle capacità di attacco a distanza obbliga statunitensi e israeliani a missioni sempre più rischiose, con un’esposizione crescente e un tasso di perdite in aumento.

In questa prospettiva, le ripetute minacce di intervento terrestre, non solo a parole, ma accompagnate dall’invio nell’area di consistenti reparti militari – rischiano di trascinare l’intero quadrante, ed oltre, verso esiti ancora più gravi e distruttivi.

Nel frattempo, tre generali sono stati rimossi dai vertici del Pentagono nel pieno della conduzione del conflitto, segnale questo inequivocabile di forti divergenze tra le alte sfere militari e la Casa Bianca sulla gestione dell’operazione Epic Fury⁵.

Che la situazione presenti chiari elementi di caos, e dunque di enorme pericolosità, lo dimostra anche la linea comunicativa di Trump, sempre più aggressiva e sempre più contraddittoria, con elementi di imbarazzante grossolanità. Il presidente ha dichiarato pubblicamente che Mohammed bin Salman deve “baciargli il culo”, una frase che, al di là del registro, misura plasticamente il livello raggiunto da questa amministrazione⁶.

Di fronte a tutto questo, l’opposizione italiana tace, o commenta a margine, con vuote frasi di circostanza, spesso con la stessa superficialità con cui commenterebbe un risultato elettorale locale. Non una proposta, tantomeno una visione, non un pensiero che sia all’altezza della posta in gioco.

Kallas e gli altri: il pensiero unico europeo di fronte alla guerra

Quattro anni fa, con l’inizio l’operazione speciale militare della Federazione Russa in Ucraina, finalizzata a porre uno stop all’espansione della NATO verso est, si è messo in moto un processo destinato a cambiare, probabilmente in maniera definitiva, le linee storiche che sembravano fatali dalla fine della Guerra Fredda. Eppure l’attuale leadership europea, totalmente agita da volontà d’oltreoceano, non ha nemmeno tentato di difendere gli interessi dei popoli europei.

Si è chiusa in una ostinata propaganda spesso imbarazzante, incapace di elaborare un punto di vista autonomo ancorato alla realtà dei fatti, e rifugiandosi nella ripetizione di un unico mantra: lotta senza quartiere contro il pericolo russo in procinto di espansionismo su grande scala.

A sottolineare e rendere ancora più evidente questo asservimento, un asservimento che è addirittura metapolitico, che precede e condiziona qualsiasi scelta politica concreta – sono intervenute la macelleria genocida perpetrata ai danni del popolo palestinese dallo Stato di Israele con il sostegno dell’amministrazione del democratico Joe Biden, la guerra dei dodici giorni contro l’Iran del giugno 2025, e la vicenda venezuelana di inizio 2026.

Con la guerra scatenata contro la Repubblica islamica, la nullità dell’establishment europeo si è confermata definitivamente lampante. Al di là del non riuscire a svolgere alcun ruolo di mediazione reale, la leadership europea è addirittura arrivata a invitare, sostanzialmente, l’Iran a non difendersi⁷. Il culmine lo ha raggiunto Kaja Kallas, che nel suo quotidiano delirio anti russo non ha trovato di meglio da dichiarare che “la Russia sta aiutando l’Iran con informazioni di intelligence per uccidere americani, e ora fornisce anche droni perché possa attaccare i paesi vicini e le basi militari statunitensi”⁸.

Una dichiarazione che dice tutto sulla qualità del pensiero strategico europeo, ossessionato dalla Russia al punto da perdere di vista qualsiasi lettura autonoma della realtà.

E la classe dirigente italiana che fa? Assente, silente, e l’opposizione discute di federatori mentre il continente brucia.

Lo Stretto di Hormuz e il crollo dell’ordine unipolare

La situazione attuale racconta in modo incontrovertibile che l’unipolarismo occidentale a guida statunitense è sempre meno tollerato. La posizione iraniana, rigida nel non aprire ad alcun compromesso finché non saranno raggiunti gli obiettivi strategici di lungo periodo, a cominciare dalla propria sicurezza nell’area mediorientale, fa evidentemente il paio con le posizioni portate avanti dalla Federazione Russa fin dal 2007. Posizioni queste che non sono più liquidabili con la propaganda, come l’establishment occidentale ha tentato di fare per quasi vent’anni.

Oggi emerge che la vera forza iraniana non è solo militare, ma soprattutto geografica, economica e monetaria.

Lo Stretto di Hormuz — principale nodo marittimo per il commercio energetico globale — è diventato il teatro dello smottamento del vecchio ordine geopolitico ed economico. Da quello stretto transita circa il 20% del petrolio mondiale, il 22% del gas naturale liquefatto globale, e una quota rilevante di fertilizzanti, prodotti chimici ed elio⁹. La sua inagibilità produrrebbe una crisi di approvvigionamento energetico su scala planetaria di proporzioni del tutto inedite, con prezzi del petrolio che potrebbero raggiungere i duecento dollari al barile in brevissimo tempo. Questo significa pesanti rincari per riscaldamento, trasporti, produzione industriale, filiere alimentari, significa la vita quotidiana di decine di milioni di italiani ed europei.

Come segnala efficacemente Pepe Escobar, c’è una dimensione ulteriore evidente ma le cui conseguenze non sono ancora del tutto analizzate: la strategia iraniana, imponendo pagamenti in yuan per il transito delle merci attraverso Hormuz, incide sulla centralità del dollaro come valuta di riferimento globale, il che determina che al conflitto militare si aggiunge sempre più sensibilmente un conflitto sistemico¹⁰.

Con il sostegno di Russia e Cina, il conflitto regionale si colloca irrimediabilmente in uno scontro di dimensione globale, con tutte le conseguenze del caso.

Anche l’attuale formato dei BRICS ne risentirà in modo sostanziale, visto che alla prova dei fatti si rivela ben poco strategicamente coeso e quindi inadeguato come attore in una situazione così complicata. Ma al suo posto si va delineando un asse più ristretto ma decisamente più coerente, fondato sull’integrazione tra Russia, Iran e Cina.

Questo triangolo strategico unisce risorse energetiche, capacità industriali e controllo dei principali corridoi logistici eurasiatici, configurandosi come il nucleo operativo di un possibile ordine multipolare. E l’Iran non è un attore periferico, in quanto controlla uno dei principali snodi energetici del pianeta e rappresenta il crocevia geografico tra Asia e Medio Oriente, collegamento essenziale tra i sistemi economici e infrastrutturali russo e cinese¹⁰.

Qualcuno nell’opposizione italiana ha ritenuto opportuno aprire un dibattito su tutto questo? Ha proposto una posizione, una lettura, una prospettiva che non fosse quella dell’atlantismo come riflesso condizionato? La risposta, come sappiamo, è no. E questo elemento non è solo una lacuna, suona quasi come condanna politica.

Anche Kagan lo ammette. L’opposizione italiana no. Trent’anni di Washington Consensus non si cancellano con le primarie

Il livello di consapevolezza della situazione internazionale da parte della classe dirigente italiana sembra essere impermeabile a tutto.

In nessuno dei poli della geografia politica italiana si riesce a scorgere uno straccio di volontà di uscire da quel perimetro che è storicamente consentito dai signori ai vassalli.

Impermeabile anche alle domande di cambiamento provenienti dalle persone in carne e ossa, sempre più strette in una crisi che diventerà ingestibile. Il voto No al referendum contiene molto probabilmente anche, e soprattutto, questo elemento. Là fuori qualcosa forse si sta muovendo, qualcosa di profondo, ancora embrionale e difficilmente descrivibile, ma la politica ufficiale non se ne accorge o, peggio, finge di non accorgersene.

Il vecchio mondo sta crollando rapidamente e lo riconosce persino Robert Kagan, un neoconservatore, intellettuale organico dell’interventismo americano, sostenitore storico della NATO e di Israele, tutt’altro che un pensatore critico dell’ordine liberale.
Su The Atlantic ha scritto che la guerra con l’Iran ha esposto e aggravato le divisioni tra gli Stati Uniti e i propri alleati, ha rafforzato le potenze che lui chiama – e qui si intende la sua natura – revisioniste cioè Russia e Cina, ed ha accelerato il caos politico ed economico globale, lasciando gli USA in una posizione di isolamento che non si vedeva dagli anni Trenta del XX secolo¹¹.

Il fatto che sia Kagan a scriverlo non è un dettaglio, ma la misura di quanto la realtà abbia superato anche i suoi più convinti e aggressivi architetti.

Negli States persino falchi neoconservatori si interrogano se Israele possa ancora considerarsi un alleato affidabile, cercando forse di mettersi al riparo da quella che potrebbe svilupparsi come una sconfitta epocale.

Ma qui, coloro che dovrebbero convocare, chissà, una sorta di Stati Generali non sanno nemmeno suonare nell’orchestra del Titanic che sta colando a picco, e perché si rendono conto che affrontare certi temi, seriamente, significherebbe la dissoluzione istantanea di troppe carriere politiche fini a sé stesse.

Il Partito Democratico, come quasi tutto ciò che popola la geografia politica italiana, ha formato la propria identità, il proprio ceto dirigente, la propria rete di relazioni dentro il Washington Consensus, il Fiscal Compact, la privatizzazione forsennata dei servizi pubblici, la conseguente continua cessione di sovranità alla burocrazia irresponsabile dell’Unione Europea e al postulato atlantista. Tuttavia, per onestà bisogna ammettere che non è solo il PD il problema, ma è la stragrande maggioranza del mondo politico, culturale, intellettuale e dell’informazione nella sua quasi totalità, per un motivo o per l’altro, che ha portato il cervello all’ammasso.

Eppure il PD rimane l’equivoco che fa da tappo a quella grande mobilitazione che sarebbe necessaria e che prima o poi avverrà autonomamente.

E per dirlo con chiarezza, non siamo davanti soltanto a scelte sbagliate, fautrici di politiche sempre più impopolari, ma ad un problema strutturale. Come quando si sente dire, ad esempio, che Renzi fu un incidente di percorso per il Partito Democratico, senza capire che Renzi era il figlio legittimo del PD e sua discendenza naturale. Non è nemmeno questione di mancanza o di cattiva volontà, è questione di quello che si è diventati, e di cosa si è scelto di essere nel corso di trent’anni.

Chi non avrà il coraggio di uscire da quel perimetro sarà spazzato via, con tutta probabilità, dall’impetuosità degli eventi.

No Kings: il marchio americano che i progressisti hanno comprato, senza leggere l’etichetta

La cartina di tornasole più recente di questa cecità strutturale è stata la manifestazione “No Kings” del 29 marzo. In Italia come in Europa se ne è fatto un uso entusiastico e del tutto acritico, esattamente l’uso che ci si aspetterebbe da chi non sa leggere i movimenti sociali che non ha prodotto e non capisce quelli prodotti altrove.

Perché No Kings è, nella sostanza, uno strumento dei Democratici americani, il cui obiettivo non è altro che lo status quo ante, quello dei Biden, di Kamala Harris, delle famiglie Clinton e Obama, delle politiche neocon già viste all’opera.

Un movimento che pone come ideale il repubblicanesimo americano del XVIII secolo,senza fare menzione del fatto che da quel momento quei padri fondatori costruirono una nazione sul genocidio dei nativi, sullo schiavismo, su un calvinismo che ha fatto dell’arricchimento individuale uno dei perni dello sviluppo, dando progressivamente vita al mito del destino manifesto.

No Kings è contro le politiche di Trump che mettono a repentaglio quell’America che c’era prima, appunto quella di Biden, primo sostenitore concreto del genocidio palestinese.

Quell’America non è poi così diversa da quella di Trump. E chi in Europa ha sfilato sotto quel marchio senza porsi una sola di queste domande ha dimostrato esattamente il livello di analisi politica di cui è capace.

Il meccanismo è stato quello di un franchising acritico, si è preso un marchio, lo si è un po’ adattato, senza chiedersi nulla sul contesto locale, sugli obiettivi reali, sulle forze che lo animano, sugli interessi, grandi, che lo finanziano.

Contro chi si stava manifestando, la piazza esattamente? Per quale alternativa? Con quale orizzonte? Scrive tale Tom Joad in un articolo su Substack: “così la piazza protesta dentro le coordinate del mondo che contesta, con gli strumenti di quel mondo, nel linguaggio di quel mondo, e il risultato più ottimistico è una versione leggermente più umana del medesimo ordine, ciò che la retorica progressista chiama ‘un mondo più giusto’, intendendo esattamente lo stesso mondo governato dalle medesime strutture con un personale politico più gradevole e una distribuzione della ricchezza lievemente meno oscena”¹².

È, in fondo, la stessa logica che governa tutta l’opposizione italiana, rimanere dentro le coordinate del sistema che certo non si vuole cambiare ma sperare che sia meno violento ed aggressivo, sperando che cambino gli attori senza che cambi la commedia.

Quando arriverà lo shock, non ci salveremo con le primarie

Come annota con amara lucidità Ugo Boghetta su La Fionda¹³, analizzando i dati del referendum, risulta chiaro che il campo largo non può affermare di essere in ripresa; i voti referendari non sono sommabili a posizioni unioniste, riarmiste e liberiste. Forse cambieranno gli attori senza che cambi la commedia ma rimangono milioni di cittadini orfani di proposte convincenti, milioni di persone che hanno votato No senza che nessuno sia capace di dare un orientamento a quella domanda di cambiamento in qualcosa di politicamente credibile, sia per politiche che per interpreti.

Esisterebbe, teoricamente, la possibilità di costruire qualcosa di diverso, una posizione antiliberista che combini l’attuazione piena della Costituzione con lo sgancio progressivo dell’Italia dagli organismi internazionali che ne comprimono la sovranità, cogliendo le opportunità che la contingenza storica offre per avvicinarsi a obiettivi concreti di neutralità e indipendenza reale.

Potrebbe non essere solo utopia, ma la è la condizione necessaria per perseguire un interesse nazionale popolare e rilanciare qualcosa che assomigli alla democrazia.

Ma richiede coraggio intellettuale e politico che oggi, nell’opposizione italiana, non si vede all’orizzonte.

Purtroppo, la storia insegna che le grandi inversioni di rotta nelle opinioni pubbliche non avvengono per sola persuasione, ma assai spesso per uno shock. Non ce lo auguriamo, ovviamente anche perché non si sa mai che piega possono prendere quelle inversioni di rotta. Ma sarebbe disonesto ignorarlo e sarebbe sbagliato non tenere conto che, quando quello shock arriverà, chi avrà scelto di trastullarsi con federatori, primarie e altre cosette, non avrà nessuna credibilità per essere ascoltato.

Note

  1. https://www.lastampa.it/politica/2026/03/31/news/italia_nega_base_sigonella_usa_crosetto-15566208/
  2. Crooke, A., Iran’s Audacious Strategic Moves, Unz Review, 27 marzo 2026, https://www.unz.com/acrooke/irans-audacious-strategic-moves-declared-missile-dominance-over-the-occupied-territories-a-warning-of-nuclear-deterrence/
  3. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/3/22/why-the-world-should-worry-about-israels-nuclear-doctrinehttps://jacobin.com/2026/03/israel-iran-war-nuclear-weapons
  4. Simplicius, https://simplicius76.substack.com/p/disaster-operation-stone-age-begins
  5. https://edition.cnn.com/2026/04/02/politics/hegseth-removes-randy-george-army-chief-of-staff
  6. https://thewire.in/world/trump-claims-saudi-crown-prince-kissing-my-ass
  7. https://www.theguardian.com/world/2026/mar/24/ursula-von-der-leyen-iran-us-hormuz-crisis-australiahttps://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/eus-costa-urges-iranian-president-to-ensure-freedom-of-navigation-in-strait-of-hormuz/
  8. https://ejpress.org/kallas-russia-is-providing-intelligence-support-to-iran-in-the-middle-east-war-to-kill-americans/
  9. https://www.iea.org/about/oil-security-and-emergency-response/strait-of-hormuz
  10. Escobar, P., https://www.unz.com/pescobar/the-china-pakistan-gcc-riddle/
  11. Kagan, R., https://www.theatlantic.com/international/2026/03/trump-us-power-iran/686567/
  12. Joad, T., https://revolvepl.substack.com/p/la-piazza-incorporata
  13. Boghetta, U., https://www.lafionda.org/2026/04/04/post-referendum-quo-vadis/

https://www.lafionda.org/2026/04/07/non-vedono-la-tempesta-arrivare/

domenica 5 aprile 2026

Chi ha (avuto) paura della Global Sumud Flotilla? - Stefano Bertoldi

Alla vigilia della nuova missione, la testimonianza inedita dell’ex-capitano della barca a vela Zefiro su come il centrosinistra o cosiddetto “campo largo” abbia cercato di inserirsi nell’iniziativa, cavalcandola e condizionandola, nel tentativo di sfruttarla in termini di immagine, a fini elettorali, per rifarsi una “verginità” politica sulla questione palestinese e del genocidio messo in atto dal sionismo e da Israele.

La campagna elettorale della “sinistra riformista” in vista di un possibile ritorno al potere nel 2027, non è iniziata intorno al “NO” al referendum ma ben prima, ovvero intorno al movimento Global March to Gaza, poi ampliatosi a Global Movement to Gaza e più recentemente, dall’estate 2025, Global Sumud Flotilla. Come “reduce” dal coordinamento della delegazione di una ventina di persone dal Lazio che il 13 giugno avrebbe voluto marciare nel deserto verso il valico di Rafah, marcia interrottasi, forse non a caso, proprio in quel giorno di giugno per lo scoppio della cosiddetta “Guerra dei 12 giorni”, sono passato alla GSF (Global Sumud Flotilla) occupandomi, insieme ad altri, di barche, perizie, acquisti, ecc.. Il cosiddetto “Campo Largo” (PD-M5S-AVS) si fece avanti – ma fu anche avvicinato – fin dall’inizio di questa avventura che coinvolse tra skipper, tecnici, solidali, equipaggio, ecc. dalle due alle tremila persone: nessuno qui mette in dubbio la loro/nostra buona fede e soprattutto i risultati, non solo mediatici, di ciò che passerà alla storia come il primo grande movimento di massa che sfociò, tra fine settembre e inizi ottobre 2025, nella più grande manifestazione di piazza dagli anni ’70. Qui vogliamo solo esporre, tramite testimonianza diretta, le manovre di cooptazione, le strumentalizzazioni elettorali, dei tre principali partiti della “sinistra” di governo (PD, AVS e M5S) che avvicinarono il movimento a puro scopo propagandistico. In quest’attivismo da “parvenu” hanno primeggiato alcuni esponenti del PD, quelli estranei alla Sinistra per Israele o non inseriti in liste che recensiscono esponenti sionisti in Italia o tra gli ispiratori del DDL per la censura dell’antisionismo, o direttamente inquadrati all’interno di contasti industriali più o meno bellici, come Marco Minniti e Luciano Violante. Tutto nasce da una serie di interrogativi cui il lettore può tentare di dare una propria risposta, proporre una teoria.

1) Perché uno skipper, a fine agosto, lascia precipitosamente il porto di Augusta alla volta di Licata per salire a bordo di Karma del progetto targato ARCI “TOM” ( Tutti gli occhi sul Mediterraneo) mentre era intento a dare una mano agli altri compagni, impegnati ad allestire/riparare barche, in una folle corsa contro il tempo, per lasciare finalmente gli ormeggi e andare a Gaza? 2) Perché lo skipper che in origine era stato individuato per quel ruolo se ne stava, invece, tornando a casa? 3) Come mai, nel momento in cui la fregata Alpino della Marina Militare Italiana, presentata con grande enfasi come indispensabile presenza a protezione della flottiglia, abbandona quest’ultima al proprio destino, sempre l’imbarcazione Karma, invia a tutti gli equipaggi sulla chat interna il messaggio Instagram targato graficamente ARCI, l’audio della nave Alpino che avvertiva tutti quanti che arrivata a 190 miglia da Gaza se ne stava andando? e che si stava per lasciare la “comfort zone” cioè verso quel fatidico limite delle 120 miglia ipotizzato come il confine oltre il quale ci sarebbe stato l’assalto delle motovedette israeliane? 4) perché questo audio era inserito in una schermata di Instagram dove comparivano, uno accanto all’altro, il logo della Global Sumud Flotilla e quello dell’Arci? Insomma, al momento sembrò quasi una comunicazione ufficiale dell’organizzazione interna che però non era certamente affidata all’ARCI che con la sua unica barca, in realtà, si era semplicemente “aggiunta” alla flottiglia, sostenendola dal loro punto di vista, chiedendo ufficialmente al Governo italiano addirittura una protezione militare; 5) perché, una volta abbandonati da quell’inutile presenza militare, sempre l’equipaggio di Karma ingaggiava, sulla chat della flottiglia un botta e risposta, intorno alle varie convenzioni internazionali che regolano le acque territoriali e internazionali come la convenzione di Montego Bay per concludere poi che l’ultima parola, cioè il punto-nave in cui ci si doveva tutti fermare tutti spettava proprio a Karma che paradossalmente era l’ultima barca aggiuntasi al gruppo? 6) perché e con quale scopo 5 skipper su circa una ventina, definiti poi semplicemente “irrequieti” o “teste calde” decisero autonomamente di andarsene verso la Grecia partendo dalla baia di Porto Palo, dove aspettavamo, tra una riparazione e l’altra, la delegazione tunisina, per poi tornarsene indietro dopo qualche ora? Per fortuna la notizia non arrivò alla stampa per un senso di responsabilità dei giornalisti a bordo ma la stampa conservatrice e sionista ci sarebbero andati a nozze, rimarcando ancora una volta, le difficoltà organizzative o i dissidi interni alla flottiglia. 7) perché, dopo il feroce attacco avvenuto a sud di Creta ai danni della flottiglia da parte di Israele, qualcuno nell’organizzazione ha perseguito, senza nessuna motivazione nautica e tecnica, l’obiettivo di rimuovere dall’albero della Zefiro, lo spezzone costituito da un segmento di circa un metro di strallo in acciaio e tessuto arrotolato che non dava nessun fastidio anche considerando che dopo poche ore la barca si trovava in banchina a Ierapetra ? Perché quell’unica prova, quel corpo del reato di “tentato omicidio”, doveva essere rimossa?

Oggi quel moncherino, preso poi in carico dai ROS dei Carabinieri, è a disposizione della procura di Roma che dovrebbe indagare per risalire agli autori materiali e ai mandanti di quel reato che tutti sanno chiaramente chi siano pur non avendone le prove.

Il ruolo assunto poi dalla barca Karma dell’ARCI, coincideva, tra l’altro, con l’abbandono della missione, il giorno dopo l’aggressione violentissima ad opera dei droni israeliani del capo-flottiglia. La giornata successiva a quella nottata di guerra svoltasi al largo di Creta, vide parecchi membri della flottiglia tornarsene a casa ed altri, intenzionati a proseguire la missione ma costretti a cambiare imbarcazione a causa dei colpi inferti dai droni: tra questi, proprio il capo flottiglia che dopo aver aiutato a riorganizzare gli equipaggi alla luce dei numerosi rinunciatari pronti a prendere il primo aereo, decise di farsi dare un passaggio al porto di Ierapetra, a Creta, saltando al volo sulla banchina, dove mi ero accostato, senza quindi informare le autorità locali del proprio arrivo.

Ebbene la risposta, le risposte sono tanto semplici quanto avvilenti proprio per chi, da attivista politico, vorrebbe tenersi alla larga dalle facili strumentalizzazioni partitiche ed elettoralistiche: perché a bordo vi erano due deputati italiani entrambi del PD, uno al Parlamento italiano e l’altra al Parlamento Europeo. Mentre per tutti gli attivisti della GSF, fatti salvi i pacchi alimentari, pochi, piccoli ma ad alto valore simbolico, l’obiettivo era, ed essenzialmente rimarrà anche per le prossime missioni a Gaza, politico, (ovvero portare avanti un’azione di disobbedienza civile, forte di ben 50 piccole barche in gran parte a vela, volta a fare pressione sul governo genocidario israeliano) i due parlamentari perseguivano, invece, fin dall’inizio un piano parallelo che è stato presentato solo successivamente come un “piano B” per evitare una catastrofe ossia un possibile violento assalto israeliano, con morti e feriti tra gli attivisti pacifisti.

Secondo le testimonianze, inoltre, ma anche interpretando ex-post quel cambio repentino di skipper, questo piano era ben noto fin dall’inizio, almeno nella testa di questi pseudo-attivisti venuti, sulla carta, con il ruolo ben definito di “angeli protettori”, proprio in quanto esponenti politici con incarichi ufficiali nei rispettivi parlamenti. Alcune indiscrezioni, però, filtrarono, causando fin dall’inizio più di un malumore: quell’idea di triangolare l’invio degli aiuti, tramite l’emissario del Vaticano in Medio Oriente, il patriarca di Gerusalemme il cardinale Pierbattista Pizzaballa, voleva dire, di fatto, la “morte politica” ed umanitaria della missione.

Immaginando i possibili scenari, prima di tutto, non ci sarebbero stati né gli scioperi potentissimi di fine settembre e soprattutto non ci sarebbe stata, pochi giorni dopo, la fiumana di oltre un milione di persone, per lo più gente comune, senza bandiere di partito o di sindacati, cui tutto il mondo guardò con grande sorpresa, conoscendo il popolo italiano non tanto come insieme di cittadini riottosi, pronti a combattere per i propri diritti e di quelli altrui quanto, al contrario, piuttosto qualunquista. In realtà tutti, nella flottiglia, si erano convinti, nei due mesi precedenti la partenza, infarciti di riunioni, incontri on-line, esercitazioni e simulazioni, oltre che di riflessioni ad alta voce che difficilmente Israele si sarebbe azzardato a commettere l’errore strategico di causare anche un solo morto. I racconti del passato, escludendo una delle prime missioni di Freedom Flotilla finita tragicamente e comunque scatenata da una reazione degli attivisti a bordo, avevano sempre riportato testimonianze di maltrattamenti nei posti di polizia israeliani e poi nelle carceri ma un morto o feriti gravi apparivano alquanto improbabili. D’altro canto, lo stesso Israele, in tutti gli 80 anni di colonizzazione violenta della Palestina, ha abituato tutto il mondo ai propri numerosi voltafaccia repentini, a rotture unilaterali di patti diplomatici o di tregue belliche come l’odierna finta pace, fatta di centinaia di assassini giornalieri e di devastazioni reiterate e di violenze di ogni sorta in Cisgiordania compresi i mai cessati insediamenti illegali.

La certezza assoluta, quindi, non c’era in nessuno degli attivisti non violenti e l’attacco micidiale a sud-est di Creta durato circa due ore confermava che in realtà erano, appunto, pronti a tutto. La dimostrazione della strumentalizzazione partitica di alcuni politici e giornalisti italiani che sulla carta avrebbero dovuto proteggere da probabili “sbavature” nei posti di polizia, dove poi sono stati portati i circa tremila attivisti da ogni parte del mondo, nelle carceri e durante i successivi processi-farsa, è stata la velocità del loro rientro in Italia e soprattutto nelle loro apparizioni in TV. Tanto per citare altri comportamenti, di parlamentari di altri paesi meno genuflessi alla coppia israelo-statunitense, Emma Fourreau è stata arrestata dopo l’intercettazione e dopo poco trasferita nella prigione di Ketziot e rilasciata solo il 6 ottobre 2025 rimanendo, quindi, detenuta per diversi giorni. Secondo i resoconti, ha anche partecipato ad uno sciopero della fame durante la detenzione. A bordo dell’imbarcazione a vela Zefiro, peraltro battente bandiera polacca, insieme al capitano ed altri membri dell’equipaggio c’era anche il deputato del parlamento polacco Franciszek Sterczewski. Anche lui come quasi tutti i membri della missione non è stato rilasciato immediatamente ma è rimasto in detenzione per circa 5 giorni . Durante la detenzione a Ktziot, un grande carcere/centro di detenzione nel deserto del Negev, ha denunciato condizioni dure: “non ci hanno permesso di dormire – ha affermato in un’intervista alla stampa del suo paese – ci puntavano luci negli occhi per ore, minacce con armi, sputi” poi è stato praticamente deportato inizialmente in Grecia, da lì è poi tornato in Polonia. Va inoltre aggiunto che la “regola di ingaggio” condivisa da tutti i membri della flottiglia, era, quella di non fermarsi al primo altolà dell’IDF dato via radio e nemmeno al secondo avvertimento ma sicuramente di fermarsi al momento dell’assalto delle truppe d’élite israeliane. Oltre a questa prospettiva si è chiesto (ma non si obbligava) di non firmare la paradossale auto-dichiarazione di ingresso illegale in Israele, non solo perché le 120 miglia di acque considerate territoriali unilateralmente da Isreale sono di fatto illegittime ma anche perché, le persone sequestrate, in Israele, vi avrebbero messo piede contro la loro volontà, nel quadro di un vero e proprio rapimento per di più a seguito di un atto di pirateria. Il ritorno in patria dei parlamentari italiani ha di fatto avallato questo approccio giuridico delinquenziale dello Stato ebraico, sia rispetto all’occupazione illegale di parte delle acque internazionali al largo di Gaza sia autoproclamandosi di fatto “clandestini”.

Le elezioni politiche si avvicinano, mancano pochi mesi e la metafora messa in moto nell’immaginario collettivo ed utilizzata per fini propagandistici dai partiti, (ad esempio “l’equipaggio di terra” e “l’equipaggio di mare”, il “blocchiamo tutto” dei portuali di Genova), fa la sua parte ma alle spalle della povera popolazione palestinese, oggi quasi dimenticata: l’atteggiamento assunto recentemente da quegli stessi parlamentari nei confronti delle ONG che aiutano il popolo palestinese finite nell’iter giudiziario italiano su mandato di Israele, oppure l’arresto dell’imam di Torino e in generale verso la stretta repressiva, appare molto timido rispetto alla gravità dei fatti. D’altra parte buona parte della sinistra italiana in parlamento, a due anni dall’inizio del genocidio era ancora restìa ad adottare questo termine giuridico, come si evince anche dalle parole della stessa Laura Boldrini, peraltro esperta di diritto internazionale, in questa intervista di maggio 2025, poco prima della missione di una delegazione di parlamentari, giornalisti e attivisti al valico di Rafah (intervista audio al minuto 19’20”).

Se fosse andato in porto quel progetto machiavellico focalizzato unicamente sull’invio dei pacchi alla gente di Gaza, il PD, “salvando” la vita dei circa 500 attivisti imbarcati, avrebbe avuto una carta in più da giocarsi poi in campagna elettorale, districandosi tra le ambiguità delle correnti sioniste al proprio interno, rinforzando una leadership debole all’interno di una sinistra, ormai da decenni di fatto definibile come “destra moderata” sempre più compromessa col modello neo-liberista, ambigua anche su temi cruciali come l’economia di guerra, derubricata all’interno del furbesco capitolo della “difesa comune europea”. Ormai da più parti si parla di israelizzazione della società italiana, in cui la repressione del dissenso e l’accrescere dei divari sociali non potranno che aumentare se non si abbandona un modello economico suicida, in cui il PD, come nella metafora della rana bollita, si trova tutto sommato ancora a proprio agio.

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lunedì 15 settembre 2025

Che fare se chi dovrebbe farlo non lo fa? - Guido Ortona

 

Tutto il mondo occidentale ha seri problemi economici. Ma quelli dell’Italia sono particolarmente seri, come evidenziato dal fatto che il nostro Paese sta rapidamente perdendo terreno nei confronti internazionali. Nel 1995, fatto 100 il PIL pro capite dell’Italia, il valore della Francia era 93.2, quello del Regno Unito 86.3, quello della Germania 101.5 e quello della Spagna 75.6. In sostanza, l’economia italiana stava bene come quella tedesca, stava assai meglio di quelle della Francia e del Regno Unito, e stava molto meglio di quella della Spagna. Nel 2022 la situazione era invece la seguente (sempre facendo 100 per l’Italia): Francia 111.6, Regno Unito 110.1, Germania 126.0, Spagna 92.4 (dati IMF a parità di potere d’acquisto). Tre anni fa quindi l’economia italiana stava poco meglio di quella della Spagna, assai peggio di quelle della Francia e del Regno Unito, e molto peggio di quella della Germania (forse ultimamente si è recuperato qualcosa, ma solo per i disastri degli altri paesi). È evidente che esiste un “problema Italia” specifico e, appunto, grave.

Cosa dovrebbe fare la sinistra in queste condizioni, se fosse al governo, e cosa deve quindi proporre dall’opposizione? I problemi da affrontare sono molti, ma due sono prioritari: quello del conflitto con l’Europa e quello della assenza di una seria imposta patrimoniale. Il motivo per il quale questi problemi sono prioritari è che qualsiasi politica di sinistra richiede risorse, e richiede che non si sprechino quelle che ci sono. Ne segue che l’Italia non può permettersi di continuare a versare parecchie decine di miliardi ogni anno nel pozzo senza fondo dei vincoli europei; e dato che non si può espandere ulteriormente il debito e che tassare i redditi elevati implica che questi scappino all’estero (cosa che in presenza di una legislazione opportuna la ricchezza non può fare) bisogna tassare la ricchezza dei più ricchi, preferibilmente quella finanziaria (non si faccia troppo affidamento sulla lotta all’evasione: i veri ricchi non evadono ma elidono, e obbligare l’idraulico a pagare è giusto, ma non si aggiungono risorse, si spostano solo risorse da un soggetto – l’idraulico – a un altro, lo Stato). E poiché i ricchi continueranno a portare i loro redditi all’estero, e i vincoli europei ci obbligheranno a sprecare sempre più risorse, il trend di decrescita dell’Italia continuerà, così come il suo progressivo allontanamento dall’Europa, se non si interviene con la necessaria energia.

Magari con qualche piccola variante, quanto sopra dovrebbe essere considerato corretto dagli economisti di sinistra. Sicuramente lo è per me (sono in pensione, ma prima ero professore ordinario di politica economica). Corretto e preoccupante; al punto che ho cercato di parlarne coi responsabili economici di Sinistra Italiana e del Partito Democratico, naturalmente (anche se non dovrebbe essere così) cercando di contattarli non tramite canali ufficiali ma tramite contatti personali. Non ci sono riuscito. In un primo tempo ho pensato a una normale maleducazione; poi mi sono accorto che la realtà è molto peggiore, e molto più preoccupante: i grandi problemi economici non interessano ai partiti della sinistraIl PD e SI non hanno un programma, e quindi a fortiori non hanno un programma sui temi di cui sopra; e più in generale gli uffici, dipartimenti o quello che sono che si occupano di economia in Sinistra Italiana e nel PD, non esistono – o se esistono sono ben nascosti, e le strategie da essi elaborate non sono rintracciabili sul loro sito.

Credo che sia impossibile sopravvalutare la gravità di questo fatto. Fermiamoci un momento a considerarne le implicazioni: di fronte a gravissimi problemi economici e alla necessità di interventi di ampio respiro, quei due partiti non hanno una linea, anzi non se ne occupano nemmeno. I motivi di ciò andrebbero studiati seriamente, e spero che qualcuno lo faccia, o lo abbia fatto; io posso solo suggerire delle ipotesi.

Un primo motivo, e il meno importante, che penso valga soprattutto per SI, consiste nel fatto che la selezione dei dirigenti si basa sulla militanza. Semplificando un po’, diventa dirigente la persona più attiva nella partecipazione e organizzazione di manifestazioni, nel volantinaggio e in attività simili. Questa persona avrà poco tempo da dedicare allo studio, ancora meno ad attività, come l’elaborazione di proposte, che allontanano dal lavoro di massa. (Un ricordo di gioventù: nel ‘68 spesso si usava dire “la questione è politica” per indicare qualcosa di cui si sapeva poco ma che andava affrontata con la mobilitazione, e che quindi non richiedeva di essere conosciuta meglio). Semplificando, i dirigenti hanno troppe cose da fare, e troppo poco tempo, per potere occuparsi di cose di cui sanno poco e difficili da capire, come le regole europee sul debito pubblico. Ciascuno avrà le sue idee, poco elaborate e poco sicure, e cercare di produrre una linea comune è inutile, dato che i partecipanti alla discussione sanno bene di saperne poco. Anzi, è sbagliato, perché si rischia poi di fare proposte campate in aria o contraddittorie; meglio restare sul terreno sicuro dell’opposizione senza proposte impegnative, peraltro anch’esso importante e nel quale c’è moltissimo da fare, per esempio per il salario minimo o per il rilancio della sanità. Che le politiche alternative a quelle del governo richiedano risorse può essere trascurato, si fa affidamento sulla (presunta) indignazione dei cittadini per avere il loro consenso.

Però il secondo motivo, che ritengo riguardi soprattutto (ma non solo) il PD, è più importante, ed è radicato nella natura stessa del partito. Esso rappresenta interessi di diversi soggetti più o meno potenti, più o meno onesti, più o meno importanti per l’economia locale, e così via; e quindi anche gli interessi dei dirigenti sono diversi, e facilmente contraddittori. In queste condizioni si hanno inevitabilmente due conseguenze negative. La prima è che i temi divisivi (e i grandi temi economici lo sono di sicuro) vengono messi da parte. La seconda è che ciascun dirigente deve fare molta attenzione alla sua carriera (il rapporto fra “carriera” e “affermazione delle proprie idee” è molto ambiguo, qui non ce ne occupiamo); sollevare grosse questioni riguardanti la “linea generale” del partito non propizia certamente tale carriera. Ci aspettiamo quindi che si cerchi di ovviare alla mancanza di idee sui grandi temi con molta demagogia su quelli enormi, molti compromessi su quelli locali e un’opposizione molto urlata, contando anche qui sulla (presunta) indignazione delle masse per avere comunque il loro appoggio. Ed è quello che vediamo.

Ma le masse sono davvero disposte a seguire queste politiche? Anche su questo punto sarebbe necessaria un’indagine specifica; il mio suggerimento è che sono stanche di sentire proposte generiche e/o demagogiche. Il soggetto tipico (come direbbe un sociologo; un economista userebbe la locuzione “elettore mediano”, meno chiara, che vuole dire la stessa cosa), sa benissimo, o almeno intuisce, che i suoi problemi quotidiani hanno molto a che fare col debito pubblico e le distorsioni del sistema fiscale, e – giustamente – considera poco serio chi gli dice che, per esempio, che bisogna rilanciare la Sanità Pubblica senza dire dove si trovano i soldi, o che la questione più importante è Fermare il Fascismo che avanza (tra l’altro, sappiamo che l’avanzata del fascismo è molto propiziata dall’incapacità della sinistra di affrontare i grandi problemi). Che le cose stiano così è dimostrato dalla enorme, e crescente, tendenza all’astensione. Ho interrogato un sito di IA su “cosa pensano gli italiani della politica”, ottenendo questa risposta: “Gli italiani percepiscono un diffuso clima di sfiducia e stanchezza verso la politica e i politici, considerandoli spesso inaffidabili e dediti a interessi personali piuttosto che al bene comune”. E che ciò dipenda dalla natura dei partiti è suggerito dal fatto che i partiti di sinistra fanno pochissimi sforzi per recuperare gli elettori che si astengono. Tipicamente, in presenza di “qualunquismo”, non modificano le loro proposte, ma aumentano le iniziative propagandistiche a loro sostegno.

Insomma, da qualsiasi punto di vista osserviamo la questione, vediamo che trascurare i grandi problemi economici (cioè l’Europa e le politiche fiscali redistributive) è molto dannoso per la sinistra, persino sul piano dell’esito elettorale, nonostante che il mettere al primo posto l’obbiettivo di “vincere comunque le elezioni” sia molto probabilmente, come abbiamo visto, il motivo principale di questa trascuratezza. Questa è la situazione, e questa situazione ha radici profonde e non può essere modificata solo con degli appelli o delle denunce.

C’è qualcuno che può fare qualcosa, possibilmente prima che la rabbia degli elettori li porti a guardare con speranza a un Uomo Della Provvidenza che risolva tutto lui? Forse siIn Italia ci sono molte e-riviste e molti blog di sinistra. Molti di coloro che scrivono o intervengono su di essi sono militanti e studiosi (e spesso militanti e studiosi) con buona preparazione e buone capacità di analisi. La maggior parte, anzi la quasi totalità dei loro interventi è finalizzata a criticare le scelte del governo e quelle della sinistra tradizionale, o ad avanzare proposte che si collocano su un piano troppo elevato (“come salvare il pianeta”) o troppo poco elevato (“occorre una riforma della sanità”) rispetto ai grandi problemi di cui sopra. In buona parte ci scambiamo messaggi solo fra di noi, dicendo l’uno all’altro cose su cui siamo sostanzialmente tutti d’accordo. Tutto questo non basta. Bisogna assumere un atteggiamento più politicobisogna porsi espressamente il compito di indicare una linea di politica economica su quei due grandi problemi. Occorrerà prendere delle iniziative e forse anche delle misure organizzative. E prima di tutto, quindi, cominciare a parlare di questa necessità. Mi permetto di chiudere suggerendo agli autori di interventi sui blog e sugli e-giornali (intendiamoci: sono molto spesso di alto livello e bene informati) di ridurre il peso del tradizionale approccio “dal basso in alto”, indicare cosa bisogna fare senza dare indicazioni su chi deve farlo, per assumere maggiormente un atteggiamento “dall’alto in basso”: individuare ciò che manca ai partiti di sinistra, e studiare il modo di rimediare a questa lacuna.

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martedì 19 agosto 2025

Sicurezza: gli ultimi danni di Veltroni - Livio Pepino

Ci risiamo. Di fronte a un drammatico fatto di cronaca (la morte, a Milano, di una donna investita da un’auto guidata da un bambino rom) non c’è solo Salvini che invoca ruspe e carcere. Anche la sinistra moderata e moderna si accoda. Comincia l’immancabile Veltroni che, in un articolo sul Corriere della sera del 13 agosto, dopo essersi lanciato in un estemporaneo elogio del sistema maggioritario, sentenzia che «è sbagliato ignorare la sicurezza». L’ex sindaco di Roma ed ex segretario del Pd non ha dubbi: «Mai la percezione di insicurezza su tutti i fronti [è] stata così alta […]. La vita degli italiani è attraversata da una crescente sensazione di ansia e di disagio per l’incolumità delle persone e dei loro beni». La ragione è presto detta: «i furti negli appartamenti e nei negozi, le aggressioni a donne, le truffe agli anziani, la violenza efferata di tanti fatti di cronaca, il ritorno delle armi da fuoco nelle grandi città, i delitti compiuti da giovanissimi». La conclusione è perentoria: «Quello della sicurezza è un tema complesso, che – la sinistra dovrebbe finalmente capirlo – riguarda gli strati più deboli della popolazione: gli anziani, chi vive nelle periferie, chi prende i mezzi pubblici. […] Per la sinistra la parola sicurezza dovrebbe smettere di essere un tabù». A Veltroni – superfluo dirlo – si accodano subito vecchi e nuovi notabili del Pd.

Se ne potrebbe discutere, se non ci fosse un conto (anzi il conto fondamentale) che non torna. Cosa deve riscoprire la sinistra, almeno quella a cui fa riferimento Veltroni, se la sicurezza e le politiche sicuritarie sono state – e restano – la sua stella polare da almeno 30 anni, da quando, in particolare, Luciano Violante scrisse per MicroMega l’articolo-manifesto “Apologia dell’ordine pubblico” e gli antenati del Pd sposarono il verbo di Tony Blair (secondo cui «le riforme [della sinistra] comprenderanno la pubblicizzazione di precedenti condanne, il ricorso più esteso al valore probatorio del sentito dire, il cambiamento alla legge sui recidivi, l’introduzione di nuove procedure di detenzione»), dopo avere flirtato non poco addirittura con la “tolleranza zero” di Rudolph Giuliani e della destra americana? Cose deve riscoprire, sul punto, la sinistra, se, a partire dalle elezioni politiche del 2001, ha regolarmente rincorso la destra (in quella tornata elettorale con enormi manifesti contenenti slogan, perfettamente sovrapponibili a quelli di Berlusconi, come “Città più sicure” e “La sicurezza è un diritto di tutti”)? Quali virate in chiave sicuritaria deve ancora effettuare dopo aver dato i natali alla detenzione amministrativa (con la legge Turco-Napolitano), dopo avere varato le ordinanze sindacali contro senza tetto e mariginali (con assessori “simbolo”, come quel Graziano Cioni, impegnato, a Firenze, in una battaglia campale contro i lavavetri), dopo avere prodotto “pacchetti sicurezza” contenenti nuove fattispecie di reati e aumenti di pena, zone rosse e militarizzazione del territorio e dopo avere regalato al Paese un ministro dell’Interno come Marco Minniti? Quali inasprimenti di pena deve sollecitare se, negli ultimi 35 anni, le presenze in carcere sono raddoppiate (e non certo per la presenza di “colletti bianchi”…)? Se questa è stata, nel nuovo millennio, la politica della sinistra a trazione Pd – e non si vede come lo si possa negare – è a dir poco curioso chiederle di riscoprire la sicurezza.

Il punto è, dunque, un altro e si sostanzia in una domanda ineludibile: perché, nonostante la pratica ininterrotta di politiche sicuritarie e repressive da parte di tutti gli ultimi governi (di destra e di sinistra), l’insicurezza – come scrive Veltroni – è incombente come non mai? Perché la continua introduzione di nuove ipotesi di reato, l’incremento abnorme delle pene, la dilatazione del carcere, le zone rosse, la militarizzazione del territorio, le mille ordinanze di prefetti e sindaci e via elencando, lungi dall’attenuarle, hanno accresciuto, nella società, paura e insicurezza? Se la sinistra si facesse questa domanda, le scelte sarebbero opposte a quelle sollecitate da Veltroni… Conviene andare con ordine.

PrimoLa paura collettiva è in gran parte un sentimento indotto, non giustificato dalla situazione reale. I delitti, soprattutto quelli più efferati, sono da tempo in diminuzione nel nostro Paese, seguendo un trend regolare negli anni legato ai grandi cambiamenti sociali della fine del Novecento. In alcuni settori c’è addirittura un crollo: basti pensare agli omicidi volontari, passato dai 1.938 del 1991 ai 314 del 2024 (per di più con una incidenza rilevante di fatti avvenuti tra le mura domestiche: particolarmente odiosi ma, di per sé, non direttamente collegati con l’insicurezza collettiva). Ancora nel dossier di Ferragosto del ministero dell’Interno di pochi giorni fa si precisa che nei primi sette mesi del 2025 ci sono state meno violenze sessuali, meno rapine, meno furti e meno denunce. Le statistiche non bastano a rassicurare chi ha paura (a cui non serve dire che “non deve averla”), ma aiutano a comprendere che le ragioni dell’insicurezza non stanno in un inesistente aumento dei reati ma altrove, non ultimo in una rappresentazione mediatica scandalistica e falsata (evidenziata da una ricerca dell’Osservatorio di Pavia, che dimostra come il principale TG nazionale italiano dedichi oltre il 58% dello spazio a fatti legati alla criminalità e a notizie che hanno a che fare con tematiche “ansiogene” e soltanto il 4,4% a informazione su crisi, impoverimento e perdita di lavoro, mentre il dato è, rispettivamente, del 5% e del 58% nel principale telegiornale pubblico del Regno Unito, del 16% e del 33% in quello tedesco, del 13% e del 19% in quello francese e del 51% e del 19% in quello spagnolo.

SecondoLe ragioni della paura sono molte e crescenti: la crisi economica, la povertà crescente, l’incertezza sul futuro proprio e dei propri figli, la guerra, il clima che si fa irrespirabile (come tocchiamo con mano in questi giorni), le malattie, l’insicurezza del e sul lavoro… Ma, soprattutto quando non le si sanno/vogliono affrontare, la criminalità e l’immigrazione diventano il capro espiatorio ideale: in particolare se c’è chi soffia sul fuoco. A fronte di ciò è bene ricordare che, nella storia, il circuito paura/repressione ha spesso creato i mostri. È da quel continuum che sono nati carcere, manicomio, inferiorizzazione dei diversi, persecuzioni e orrori. La paura e l’insicurezza sono sentimenti e concetti ambigui che vanno “maneggiati con cura”. Come tutti i dati di realtà vanno affrontate, evitando sottovalutazioni e rimozioni che – ingiuste in sé – hanno effetti distorcenti sulla convivenza sociale. Ma ancor più grave è cavalcarle amplificandole e teorizzare l’inimicizia con alcune categorie “pericolose”. L’Europa liberale, avvelenata dalle paure, è stata il laboratorio e l’incubatrice delle violenze del Novecento.

Terzo. Sembra paradossale ma, quando i livelli di repressione e di controllo superano gli standard ordinari, la paura e l’insicurezza, anziché diminuire, aumentano. È quanto emerge da numerosi studi condotti negli Stati Uniti sulle politiche urbane che hanno introdotto, in alcune grandi città, quartieri blindati e separati per le classi medio alte. Questa scelta non solo ha determinato il permanere, negli abitanti dei quartieri residenziali, di una paura diffusa di aggressioni esterne ma ne ha prodotto la crescita con aumento della blindatura degli spazi di vita. Il rilievo trova numerose ed eterogenee conferme. Sempre negli Stati Uniti i vissuti di insicurezza aumentano parallelamente all’aumento dei tassi di carcerazione, cresciuti di cinque volte negli ultimi 50 anni (con attuale sottoposizione a qualche forma di controllo da parte delle agenzie correzionali del 3 per cento della popolazione), e il boom della vendita di armi per difesa personale produce effetti boomerang, rendendo il cittadino armato sempre più insicuro.

Quarto. La violenza, anche quella legale, genera violenza. Soprattutto se sproporzionata. Lo dimostrano, tra l’altro, le sempre più frequenti rivolte di città e banlieues, in America come in Europa, di fronte a episodi (anche limitati) di violenze poliziesche. È un circolo vizioso esplosivo: le forze di polizia (le istituzioni) considerano criminali tout court i marginali, i migranti, i ribelli che, a loro volta, individuano nella polizia il nemico in una spirale senza uscita. Non per caso, ché i comportamenti delle persone e dei gruppi non nascono in vitro ma sono frutto di relazioni, di azioni e reazioni che si influenzano e determinano a vicenda. E – come è stato scritto con riferimento al diritto ma con una valenza estesa alla politica e a ogni attività di governo – «un diritto penale che vede nemici ogni dove rischia di accreditare l’immagine di una società percorsa da una generalizzata guerra civile, contribuendo così a fomentare una conflittualità, anzi uno spirito sociale d’inimicizia, che è del tutto contrario alla sua vera missione di stabilizzazione e pacificazione della società».

L’insicurezza e la paura collettiva sono, dunque, in buona parte conseguenza proprio delle politiche sicuritarie, approntate per contenerle. Incrementare queste politiche, come fa la destra e come propone Veltroni, non può che peggiorare la situazione. Né si dica – come fa l’ex sindaco di Roma – che bisogna incrementare, insieme alla repressione, anche il welfare, ché la storia insegna che si tratta di politiche alternative (per una ragione ideale oltre che per mancanza di risorse). Ma se è così – ed è davvero difficile contestarlo – la ricetta di Veltroni (e dei suoi compagni di strada, dentro e fuori il Pd) è non solo sbagliata ma anche controproducente.

Ciò introduce l’ultima, decisiva, domanda: c’è un’altra via per affrontare insicurezza e paura? La risposta è: sì, esiste e ci sono importanti esperienze che lo dimostrano, come più volte documentato anche su queste pagine (si veda, per esempio, https://volerelaluna.it/controcanto/2023/09/14/per-contenere-il-disagio-educare-la-citta-unesperienza/). Ma la definizione di quest’altra via non appartiene alla criminologia o al diritto bensì alla politica. Lo snodo fondamentale è quello dell’inclusione. Le attuali politiche criminali e penali sono lo specchio di una società ingiusta, disuguale e, per questo, insicura. Anziché avallarla, occorre ribaltarla immaginando e realizzando un diverso modello di società. Nel nostro Paese, almeno a sinistra – come sottolineava Massimo Pavarini – «per lungo tempo i sentimenti collettivi di insicurezza hanno avuto modo di esprimersi come domanda politica di cambiamento e di più intensa partecipazione democratica». Occorre riprendere quella strada e abbandonare il mito sicuritario comune a destra e sinistra (produttivo esso stesso di ansia e di paura). Il senso di insicurezza non è una variabile indipendente, ma il frutto di politiche economiche, sociali, culturali. Il suo ruolo e la sua stessa esistenza sono destinati a cambiare con il mutare di queste politiche. La società inclusiva non è il paradiso terrestre ma è cosa diversa dalla società della paura. Sta nella capacità di investire su questi temi lo specifico di una politica di sinistra (intesa come arte di organizzazione della società e della convivenza).

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mercoledì 26 febbraio 2025

Empatia verso le vittime - Elena Basile

 

È molto difficile comprendere come funzioni l’empatia negli esseri umani. Le teorie psicoanalitiche spiegano che gran parte delle nostre posizioni, apparentemente razionali, trovano la loro radice nell’opaca profondità del nostro inconscio. Banalizzando eccessivamente, si potrebbe affermare che la destra, col suo bisogno di autorità, ordine gerarchico e repressione dei colpevoli, è come espressione del bisogno di reprimere da parte di un padre frustrato; mentre la sinistra, che “vorrebbe supportare” (virgolette necessarie) a priori i deboli nella società, attribuendo al sistema responsabilità forse sproporzionate, sarebbe come una manifestazione del senso di colpa maturato nei confronti della madre. Generalizzazioni che servono a poco. Eppure, non tanto la posizione della destra, tradizionalmente a favore del militarismo patriottico, ma quella dell’elettorato del PD sorprende e inquieta non poco sulla guerra in Ucraina. Le esternazioni di Elly Schlein, che difende ancora l’invio di armi in Ucraina per la pace giusta e afferma di non poter essere mai d’accordo col Presidente Trump, sono di un semplicismo aprioristico stupefacente. Se Trump si dichiara per la pace in Ucraina, bisogna boicottarlo a prescindere perché è Trump. Se Putin afferma che l’Unione Sovietica ha perso 26 milioni di cittadini russi per liberare l’Europa dal nazismo bisogna cancellare una verità storica perché difesa da Putin.  Il ragionamento della leader del PD (e purtroppo di gran parte dell’elettorato piegato dalla propaganda ininterrotta di Mentana) è di una violenza estremista evidente, e dimostra come si sentano di appartenere al mondo del bene come i crociati, e come in nome del bene possano seminare distruzione e abbeverarsi del sangue degli Ucraini.

Contro posizioni del genere a che valgono gli argomenti ragionati e documentati? Vediamone alcuni. Sono anni che i cosiddetti ‘filoputiniani’ cercano di spiegare come questa guerra sia stata decisa dai neoconservatori americani negli anni Novanta, risponda a una strategia illustrata da Brzezinski nel 1997 nel libro La grande scacchiera, ripresa da uno studio della Rand Corporation, Istituto di ricerca del Pentagono, nel 1919, e persegua obiettivi esistenti ai tempi del Primo Ministro britannico Lord Palmerston e della prima guerra di Crimea (1853/56). Questi obiettivi sono riassumibili nell’assedio alla Russia per evitare lo sbocco al mare e la proiezione nel Mediterraneo, che è stata provocata dalla NATO e in parte giustificata dalle ragionevoli preoccupazioni di sicurezza russe: gli anglo-americani hanno violato il principio di ingerenza negli affari interni di un altro Stato realizzando il colpo di Stato di piazza Maidan, sostenendo contro il principio europeo relativo alla protezione delle minoranze linguistiche e regionali, le politiche neonaziste di repressione contro le popolazioni russofone. Questo fatto, a Cuba, a parti inverse, si è tenuto nel 1963 in una crisi internazionale nel corso della quale la postura di Kennedy, basata sulla sicurezza territoriale e sul rifiuto dell’installazione dei missili sovietici a Cuba, è molto simile a quella di Mosca contraria alle basi NATO in Ucraina.

La conquista dei territori ucraini e di quelli dei Paesi NATO è poi smentita da fattori oggettivi (PIL russo, materie prime, superficie, tasso demografico decrescente, esiguità delle truppe impiegate all’inizio dell’operazione speciale, mediazione possibile nel marzo del 2022 quando la Russia non aveva ancora conseguito le sue annessioni).

E infine la posizione occidentale sul Kossovo smentisce la critica alla difesa russa dell’indipendenza delle regioni russofone.

Si tratta di infiniti argomenti documentati a cui Elly e il suo elettorato rispondono battendo il piedino per terra come i bimbi che fanno i capricci: “mai con Putin l’aggressore, mai con Trump, il rozzo e spregiudicato Presidente”.  Questa sarebbe l’illuminata politica estera dei progressisti europei.

Ancora più sbalorditiva è l’empatia che l’intero establishment nutre per Zelensky. Non conoscono invece i volti del milione di vittime ucraine, tra morti, feriti e mutilati di guerra, dei ragazzi che non possono pagarsi l’esonero militare, presi con la forza dalla strada, dalle università, dalle palestre e inviati al fronte in una guerra suicida, carne da macello per gli interessi del nazionalismo delle regioni dell’Ovest ucraino, ma soprattutto per assecondare gli scopi strategici del blob neoconservatore di Washington. Come si fa a provare solidarietà per un politico che ha coperto la corruzione e che dopo questa guerra avrà un esilio dorato, e non sentire pietà per questi ragazzini che cercano di fuggire e vengono riacciuffati, picchiati e rinviati al fronte? L’animo umano è in fondo non troppo complicato. Basta trasformare la complessità di una guerra, il suo dolore, i suoi lutti e disperazione in una partita di calcio in cui si parteggia fanaticamente per un fronte o per l’altro. E allora rimane solo il burattino ucraino contro il nemico, Putin.

Molti analisti che si considerano freddi e lucidi come pesci lessi ritengono ciarpame sentimentalistico quelle che a me sembrano imprescindibili considerazioni etiche. Facciamoli contenti allora e arriviamo al ragionamento di politica internazionale.

Una classe dirigente all’altezza dei suoi incarichi e devota agli interessi dei popoli europei dovrebbe oggi riconoscere il fallimento delle politiche di entrambe le amministrazioni democratica e repubblicana statunitensi mirate a indebolire la Russia attraverso il buco nero dell’Ucraina. La mediazione con Mosca potrebbe allora essere considerata una priorità. Invece di elemosinare un posto al tavolo con Trump, gli europei potrebbero farsi carico di negoziare la cessazione delle ostilità, la fine  dell’invio di armi da parte di Bruxelles, la rinuncia russa ai territori a Ovest del Dnepr,  la neutralità di Kiev nell’ambito di una architettura di sicurezza OSCE, nella quale vi siano garanzie all’inviolabiltà delle frontiere, l’applicazione degli accordi di Minsk, la graduale cancellazione delle sanzioni accompagnata dai referendum nel Donbas e negli altri territori a Est del Dnepr.

Sarebbe indispensabile prendere lo spunto dalle minacce da parte di Washington di imporre tariffe illegali e un aumento straordinario delle spese per la difesa in ambito NATO, per sostenere una difesa europea fuori dell’alleanza atlantica, in grado di difendere e perseguire interessi europei nel rispetto del multilateralismo e della legalità internazionale.

L’avvicinamento ai BRICS e la ricerca di una mediazione con il Sud del globo al fine di riformare il FMI, la BCE e l’ONU dovrebbe essere l’obiettivo naturale dell’Europa, che è innanzitutto una potenza civile e culturale, e ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

La cooperazione economica con la Cina ha vantaggi innegabili. Con i Brics l’Europa dovrebbe poter evitare di essere vittima degli abusi unilaterali degli Stati Uniti.

Nel Mediterraneo l’Europa non può che sostenere, contro Israele e gli Stati Uniti, la legalità internazionale difesa dalla maggioranza dei paesi membri dell’ONU. Una politica mediterranea e mediorientale indipendente dagli Stati Uniti, oltre a essere consona ai principi umanistici e alla difesa dei diritti umani, sarebbe foriera di ritorni geopolitici notevoli. Essa avrebbe come obiettivo la stabilità della mediazione tra sunniti e sciiti, del ritorno della diplomazia internazionale in relazione al conflitto israelo-palestinese e della fine dell’illegalità nella quale sguazza il governo terrorista israeliano, di gran lunga più responsabile delle organizzazioni di liberazione della Palestina occupata, che adottano metodi terroristi.

L’Europa in grado di costruire una politica estera indipendente che includa anche la transizione ecologica e la cooperazione allo sviluppo sostenibile non è ancora visibile all’orizzonte. Essa dovrebbe essere costituita da un movimento popolare transnazionale che difenda l’interesse del 99% del ceto medio impoverito, delle classi lavoratrici, della piccola impresa, degli agricoltori, dell’artigianato, del precariato, dei migranti e degli emarginati. I mai tramontati ideali di libertà e giustizia sociale, e il DNA della nostra modernità potrebbe animare un dibattito aperto che porti alla cancellazione dei trattati di Maastricht e alla rifondazione della costruzione europea.  Si dovrebbe partire dalla politica e non dall’economia. L’Unione politica e federale con politica economica di bilancio e fiscale comune, munita di un meccanismo di redistribuzione della ricchezza nell’ambito del compromesso al massimo comun denominatore tra creditori e debitori, modulato sul funzionamento equilibrato dei parametri di responsabilità e solidarietà, sarebbe nell’interesse sostanziale europeo. Bisognerebbe inoltre abolire il deficit democratico e riformare le istituzioni secondo il principio della separazione dei poteri. Per questa Europa e il suo statuto costituzionale i popoli voterebbero a favore.  Il debito comune permetterebbe investimenti nello Stato sociale, in sanità, istruzione, ricerca, innovazione, trasporti e infrastrutture. Le cooperazioni rafforzate del nucleo duro, paesi fondatori e mediterranei, potrebbero portare a compimento le politiche comuni dell’immigrazione, industriale, spaziale, energetica.

Se realizzassimo questa Europa, non ci sarebbe bisogno del liberalismo autoritario, di censura, della narrativa unica, dei cordoni sanitari contro le destre radicali. La propaganda neofascista non attecchirebbe. La gente voterebbe per un progetto illuminato al servizio dei popoli.

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