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sabato 19 marzo 2022

Barzelletta per la festa del papà


C'è una fila di aspiranti alle porte del Paradiso, e san Pietro come sempre decide chi entra e chi sta fuori, a seconda di come rispondono a una certa domanda. Stamattina anche Gesù, forse per noia, forse per via di uno strano presentimento, si è seduto accanto a lui.
A un certo punto si presenta un uomo vecchissimo, curvo su un bastone, intimidito al punto da tenere gli occhi bassi.
"Vecchio," lo interroga san Pietro come ha fatto con tutti. "Tu cosa cerchi, qui?"
L'uomo scuote la testa. "Lo so, dovrei rispondere come gli altri che cerco la beatitudine, la vita eterna... ma non è vero. Io cerco mio figlio. Me l'hanno portato via quando era ancora così giovane, e da allora non faccio che cercarlo."
Fin dalle prime parole, Gesù ha alzato la testa, incuriosito. Scruta i lineamenti dell'uomo e gli chiede, con voce alterata:
"Vecchio... che mestiere facevi, tu, quando eri in vita?"
"Io ero un falegname, Signore."
Gesù balza in piedi con gli occhi sbarrati: "Ma... ma... PAPÀ!?"
Il vecchio lascia cadere il bastone e spalanca le braccia, in un soprassalto di gioia e stupore: "PINOCCHIO!!!"

giovedì 8 agosto 2019

Pinocchio ha imparato a leggere - Alberto Manguel




Sapete leggere? /…No davvero / Né mai verrà provato che nella mia stirpe / Vi siano persone tanto dissennate / Da correr dietro a tali chimere / Che portano gli uomini sul rogo / E le donne nei bordelli. (Cervantes, L’elezione dei sindaci di Daganzo)
Lessi per la prima volta Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi molti anni fa, a Buenos Aires, quando avevo otto o nove anni, in un’imprecisa traduzione spagnola che riproduceva le illustrazioni originali in bianco e nero di Mazzanti. Vidi il cartone animato della Disney poco tempo dopo, e mi disturbò la grande quantità di cambiamenti introdotti rispetto all’originale: il pescecane asmatico che divorava Geppetto era diventato una balena; il Grillo parlante, invece di apparire di tanto in tanto, passava il suo tempo a perseguitare Pinocchio con i suoi buoni consigli; lo stesso Geppetto, dal vecchio brontolone che era, si era trasformato in un signore gentile con un pesce rosso chiamato Cleo e un gatto di nome Figaro. Molti degli episodi più memorabili erano scomparsi. In nessun momento del film, per esempio, Disney presenta Pinocchio come testimone della sua stessa morte quando, dopo aver rifiutato di prendere la medicina, quattro conigli “neri come l’inchiostro” vengono a prenderlo per portarselo via in una piccola bara.
Nella versione originale, la trasformazione del burattino di legno in un essere umano in carne e ossa mi sembrava eccitante quanto il viaggio di Alice in cerca di un’uscita dal paese delle meraviglie, o quello di Ulisse alla ricerca della sua amata Itaca. Eccezion fatta per il finale: quando nelle ultime pagine Pinocchio si trasforma, come premio, in un “bel ragazzo coi capelli castagni, cogli occhi celesti”, ricordo di aver lanciato un grido di entusiasmo, e tuttavia di essermi sentito stranamente insoddisfatto. Allora non lo sapevo, ma credo che Le avventure di Pinocchio abbiano esercitato un grande fascino su di me perché raccontano un processo di apprendimento. La saga del burattino ripercorre quella dell’educazione di un cittadino, l’antico paradosso di chi vuole far parte della società umana e nel frattempo cerca di capire chi è veramente – non come appare agli occhi degli altri, ma ai suoi stessi occhi. Pinocchio vuol essere un “vero ragazzino” – ma non uno qualsiasi, non un’obbediente versione ridotta del cittadino ideale. Pinocchio vuol essere proprio quella persona (chiunque essa sia) che si nasconde sotto il legno dipinto. Disgraziatamente (perché Collodi interrompe l’educazione di Pinocchio a un passo da questa epifania) non ci riesce mai del tutto. Il burattino si trasforma in un ragazzo buono che ha imparato a leggere, ma che non diventa mai un vero lettore.
Fin dall’inizio, Collodi stabilisce un conflitto tra il burattino e la società di cui vuol fare parte. Ancora prima che Pinocchio diventi un burattino, si presenta come un pezzo di legno particolarmente ribelle. Non crede assolutamente al motto “essere visto ma non sentito” (che nel diciannovesimo secolo indicava un corretto comportamento infantile), e fa nascere una disputa tra Geppetto e il suo vicino di casa (un’altra scena eliminata da Disney). Poi monta su tutte le furie quando scopre che tutto quello che c’è da mangiare sono delle pere, e quando si addormenta accanto al fuoco e si brucia i piedi aspetta che Geppetto (rappresentante della società) gliene intagli due nuovi. Affamato e storpio, il ribelle Pinocchio non si rassegna a rimanere nel suo stato in una società che dovrebbe fornirgli cibo e cure mediche. Ma il burattino è anche cosciente che è necessario ripagare in qualche modo la società che ha soddisfatto i suoi bisogni. Per questo, una volta ricevuti cibo e piedi nuovi, dice a Geppetto: “Per ricompensarvi di quanto avete fatto per me voglio subito andare a scuola”.
In una società incapace di soddisfare i bisogni primari, i libri sono un sostegno misero. Possono anche essere mortali
Nella società di Collodi, la scuola è il primo ambito in cui ci si presenta come persone responsabili. La scuola elementare è il luogo in cui ci si allena per imparare a restituire alla società le sue cure e le sue attenzioni. Lo stesso Pinocchio riassume così la situazione: “Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a leggere: domani poi imparerò a scrivere, e domani l’altro imparerò a fare i numeri. Poi, colla mia abilità, guadagnerò molti quattrini e coi primi quattrini che mi verranno in tasca, voglio subito fare al mio babbo una bella casacca di panno. Ma che dico di panno? Gliela voglio fare tutta d’argento e d’oro, e coi bottoni di brillanti. E quel pover’uomo se la merita davvero: perché, insomma, per comprarmi i libri e per farmi istruire, è rimasto in maniche di camicia… a questi freddi!”. Il fatto è che,per comprare a Pinocchio un abbecedario, fondamentale per andare a scuola, Geppetto ha venduto la sua ultima giacca. Geppetto è un uomo povero ma, nella società di Collodi, l’istruzione richiede dei sacrifici.
Quindi il primo passo da fare per diventare un cittadino è imparare a leggere. Ma che significa “imparare a leggere”? Diverse cose. Innanzi tutto significa imparare il processo meccanico per decifrare il codice di scrittura che racchiude la memoria di una società. Poi imparare la sintassi che governa questo codice. Infine capire come le iscrizioni in quel codice possano servire a conoscere noi stessi e il mondo che ci circonda in modo profondo, fantasioso e pratico.
Questo terzo passo è il più difficile, pericoloso e potente –è quello che Pinocchio non riesce a fare. Pressioni di ogni tipo – le tentazioni per cui la società lo porta lontano da se stesso, le derisioni e le gelosie dei compagni, la guida fredda e distante dei suoi precettori – pongono davanti a Pinocchio una serie di ostacoli quasi insuperabili per diventare un lettore.
La lettura è un’attività che ha sempre suscitato un entusiasmo molto limitato in chi esercita il potere. Non è un caso che nel diciottesimo e nel diciannovesimo secolo venissero approvate delle leggi che proibivano agli schiavi di imparare a leggere anche la Bibbia, visto che – si faceva giustamente notare – chi era capace di leggere la Bibbia avrebbe anche potuto leggere un trattato sull’abolizionismo. Gli sforzi e gli stratagemmi messi in atto dagli schiavi per imparare a leggere sono una prova sufficiente del rapporto esistente tra la libertà civile e il potere del lettore, e della paura che una libertà e un potere di questo genere fa ai governanti di ogni tipo.
Ma in una società democratica, prima che la stessa possibilità di imparare a leggere venga presa in considerazione, le leggi sono obbligate a soddisfare una serie di esigenze primarie: cibo, casa, cure mediche. In un commovente saggio (citato da Nicholas Perella nel prologo alla sua traduzione inglese di Pinocchio), Collodi parla degli sforzi repubblicani per realizzare un sistema di istruzione obbligatoria in Italia: “Per come la vedo io, finora abbiamo pensato più alle teste che agli stomaci delle classi sociali che soffrono e che si trovano in stato di bisogno. Adesso bisogna pensare un po’ di più allo stomaco”.
Cinquant’anni più tardi, Brecht avrebbe dichiarato: “Prima il cibo e poi la morale”. Pinocchio, che conosce anche la fame, ha una chiara coscienza di questi bisogni primari. Immaginando cosa farebbe se avesse centomila monete e potesse diventare un “bel signore”, si vede in un palazzo con “una libreria tutta piena di canditi, di torte, di panettoni, di mandorlati e di cialdoni colla panna”. I libri, come Pinocchio ben sa, non riempiono una pancia vuota. Quando i compagni monelli gli scagliano contro i suoi libri con una mira così scarsa che vanno a finire in mare, un branco di pesci emerge in superficie e comincia a mangiare le pagine bagnate. Ma dopo aver assaggiato un primo boccone, i pesci si affrettano a sputare la carta, come a dire: “Non è roba per noi: noi siamo avvezzi a cibarci molto meglio!”.
In una società incapace di soddisfare i bisogni primari dei cittadini, i libri sono un sostegno misero; usati nel modo sbagliato possono anche essere mortali. Quando uno dei bambini scaglia contro Pinocchio il grosso e ben rilegato Trattato di aritmetica, invece di raggiungere il burattino il libro va a colpire un altro ragazzo in testa, uccidendolo. Se non lo si usa e non lo si legge, il libro diventa un’arma mortale.
Pur avendo un sistema per soddisfare queste necessità primarie e stabilire un sistema di istruzione obbligatoria, la società offre a Pinocchio anche distrazioni e tentazioni sotto forma di un divertimento che non richiede sforzi mentali. Lo fa una prima volta con il gatto e la volpe, che dicono a Pinocchio che la scuola li ha resi ciechi e storpi: poi con il paese dei Balocchi che Lucignolo, l’amico di Pinocchio, descrive con queste parole attraenti: “Lì non vi sono scuole: lì non vi sono maestri: lì non vi sono libri. (…) Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!”. I libri, com’è logico che sia, sono associati per Lucignolo alla difficoltà e la difficoltà (nel mondo di Pinocchio come nel nostro) ha acquistato un significato negativo che non sempre ha avuto. L’espressione latina per aspera ad astra (attraverso le difficoltà si raggiungono le stelle) risulta quasi incomprensibile a Pinocchio (e a noi), perché ci aspettiamo di ottenere tutto con il minimo sforzo possibile.
Ma la società non appoggia questa necessaria ricerca della difficoltà, questo aumento dell’esperienza. Non appena Pinocchio dopo le sue prime disavventure accetta di andare a scuola e diventare un bravo studente, gli altri ragazzi lo attaccano per essere quello che noi oggi chiameremmo un “secchione”, lo deridono perché si dimostra “tutti i giorni così preciso e così diligente alla lezione”. “Hai parlato come un libro stampato!”, gli gridano dietro. Il linguaggio permette a chi parla di non andare oltre la superficie del pensiero, scandendo slogan dogmatici e luoghi comuni in bianco e nero, trasmettendo messaggi più che significati, lasciando il peso epistemologico a chi ascolta (come quando si dice “sai già quello che ti voglio dire”). Il linguaggio può anche cercare di ricreare un’esperienza, di dare forma a un’idea, di esplorare in profondità, senza limitarsi alla superficialità dell’intuizione di una rivelazione. Per gli altri bambini si tratta di una differenza invisibile. Per loro, il fatto che Pinocchio parli “come un libro” è sufficiente per etichettarlo come un forestiero, un traditore, un recluso in una torre d’avorio.
Alla fine, la società mette sulla strada di Pinocchio una serie di personaggi che devono servirgli da guide morali, come Virgilio, e l’accompagnano alla scoperta dei cerchi infernali di questo mondo. C’è il Grillo parlante, che Pinocchio scaglia contro una parete in uno dei primi capitoli, e che miracolosamente riesce a sopravvivere per aiutarlo più avanti; la Fata turchina, che appare in sogno agli occhi di Pinocchio come una bella bambina dai capelli azzurri; il Tonno, un filosofo stoico che, quando il burattino viene inghiottito dal pescecane, gli dice che bisogna “rassegnarsi e aspettare che ci abbia digeriti tutti e due”. Ma tutti questi “maestri” abbandonano Pinocchio alla sua sofferenza e non sembrano essere disposti a fargli compagnia nei momenti di amarezza e di smarrimento. Nessuno di loro insegna a Pinocchio come riflettere sulla sua condizione, nessuno lo spinge a scoprire quello che significa in realtà il suo desiderio di “diventare un ragazzo”. Come se si limitassero a recitare i libri di scuola senza farne una lettura personale, queste figure magistrali sono interessate a una mera versione accademica dell’educazione per cui, perché si possa parlare di insegnamento, basta attribuirsi il ruolo corrispondente (in questo caso, maestro contro studente). Ma come maestri sono inutili, perché, a loro giudizio, devono solo rendere conto alla società, non allo studente.
Nonostante tutti gli ostacoli – distrazioni, derisioni subite, abbandono – Pinocchio riesce a scalare i primi gradini della scala sociale dell’apprendimento: impara l’abbecedario e a leggere la superficie di un testo. Arrivato a quel punto, si ferma. I libri, così, diventano luoghi neutrali in cui esercitare il codice appreso, per ricavarne alla fine una morale convenzionale. La scuola l’ha preparato a leggere la propaganda.
Quasi tutto ciò che ci circonda ci spinge a non pensare, ad accontentarci dei luoghi comuni e di un linguaggio dogmatico
Dato che Pinocchio non ha imparato a leggere in profondità, a entrare in un libro ed esplorarne i limiti a volte irraggiungibili, non saprà mai che le sue avventure hanno delle profonde radici letterarie. La sua vita (ma lui non lo sa) è in effetti una vita letteraria, un insieme di vecchie storie in cui forse potrebbe (se imparasse davvero a leggere) riconoscere la sua stessa biografia. E questo è un fatto vero per ogni lettore formato. Nelle Avventure di Pinocchio ci sono molte eco letterarie. È un libro sul viaggio di un padre alla ricerca di suo figlio e di un figlio che cerca il padre (un tema secondario dell’Odissea che poi anche Joyce avrebbe scoperto); sulla ricerca di se stessi, come nella metamorfosi fisica dell’eroe di Apuleio nell’Asino d’oro e la metamorfosi psicologica del principe Hal nell’Enrico IV; sul sacrificio e la redenzione come vengono illustrati dalle storie della Vergine Maria e nelle saghe di Ariosto; sui riti di iniziazione archetipici, come nelle fiabe di Perrault (che Collodi tradusse), e nella Commedia dell’arte; sui viaggi verso luoghi sconosciuti, come nelle cronache degli esploratori del sedicesimo secolo e in Dante. Visto che per Pinocchio i libri non sono fonte di rivelazione, non gli restituiscono il riflesso della sua stessa esperienza.
Nelle sue lezioni su Kafka,Vladimir Nabokov segnalava ai suoi studenti che l’insetto in cui si era trasformato Gregor Samsa era in realtà uno scarafaggio alato, un tipo di insetto che aveva delle ali sotto la corazza. E se solo le avesse scoperte, sarebbe potuto scappare. E allora Nabokov aggiungeva: “Molti crescono come Gregor, senza rendersi conto di avere delle ali e di poter volare”.
Anche Pinocchio non avrebbe notato le ali di Gregor se gli fosse capitata tra le mani una copia della Metamorfosi. Tutto quello che Pinocchio può fare, una volta che ha imparato a leggere, è ripetere come un pappagallo il discorso del suo libro di testo. Lui assimila le parole scritte sulla pagina, ma non le digerisce: è incapace di fare suoi i libri, perché anche alla fine delle sue avventure non è in grado di applicarli all’esperienza che fa nella sua vita e nel mondo.
Quando parlo di “imparare a leggere”, intendo qualcosa che sta a metà tra due stili o filosofie. Pinocchio risponde alle costrizioni della filosofia scolastica che, fino al sedicesimo secolo, era il metodo ufficiale di insegnamento in Europa. Nell’aula della scolastica, lo studente doveva leggere secondo i dettami della tradizione e rispettare le analisi che erano state accettate come autorevoli. Il metodo scelto, invece, da Lewis Carroll per Alice è un’esagerazione delle interpretazioni umanistiche, una prospettiva rivoluzionaria secondo cui ogni lettore deve stabilire un contatto con il testo nei termini da lui scelti. Umberto Eco ha limitato nella pratica questa libertà segnalando che “i limiti dell’interpretazione coincidono con i limiti del senso comune”; un personaggio di Carroll ovviamente potrebbe rispondere che quello che per lui è senso comune potrebbe non esserlo per Eco. Ma per la maggior parte dei lettori la nozione di “senso comune” è abbastanza chiara e condivisibile. “Imparare a leggere”, perciò, significa dotarsi dei mezzi necessari per appropriarsi di un testo (come fanno i personaggi di Alice nel paese delle meraviglie) o per condividere le appropriazioni di altri (come sarebbe piaciuto al maestro di Pinocchio). In questo territorio ambiguo tra possesso e riconoscimento, tra un’identità imposta da altri e quella da noi scoperta, si trova, a mio parere, l’atto della lettura.
C’è un paradosso feroce che si cela dietro ogni sistema scolastico. Una società deve diffondere la conoscenza dei suoi codici tra i cittadini, perché si possano muovere attivamente al suo interno; ma la conoscenza di questo codice, oltre a renderli capaci di decifrare uno slogan politico, una pubblicità o un manuale di istruzioni, permette agli stessi cittadini di mettere in questione la società, di svelarne i mali e cercare di porvi rimedio. Lo stesso sistema che permette a una società di funzionare offre ai cittadini anche il potere per sovvertirla, nel bene e nel male. Per cui il maestro, la persona indicata dalla società per svelare ai nuovi membri i segreti delle parole condivise, si trasforma di fatto in un pericolo, in un Socrate capace di corrompere la gioventù, una persona che da un lato deve continuare a insegnare senza timore e dall’altro deve sottomettersi alle leggi della società che gli ha assegnato il suo posto; fino ad arrivare all’autodistruzione, se necessario, proprio come nel caso di Socrate.
Un maestro è sempre al centro di questo dilemma: deve insegnare agli studenti a pensare con la loro testa, ma allo stesso tempo deve rimanere nell’ambito di una struttura sociale che impone dei freni al pensiero. La scuola, nel mondo di Pinocchio e nel nostro, non è un luogo in cui ci si allena per rendere i bambini migliori e più completi, ma un luogo d’iniziazione per accedere al mondo dei grandi, con le loro convenzioni, le richieste burocratiche, gli accordi taciti e i sistemi di caste. Non esiste niente di simile a una scuola per anarchici, eppure ogni maestro deve insegnare l’anarchia, permettere in discussione le regole e le norme, cercare spiegazioni per i dogmi, affrontare le imposizioni senza cadere nei pregiudizi, esigere autorità da chi detiene il potere, trovare un luogo in cui sia possibile esprimere le proprie idee, anche quando questo significa affrontare il proprio maestro, e in ultima istanza abbandonarlo.
In alcune società in cui l’atto intellettuale è prestigioso di per sé, come in molte società primitive, per il maestro (anziano, sciamano, istruttore, guardiano della memoria della tribù) è più facile adempiere ai suoi obblighi, perché la maggior parte delle sue attività è subordinata all’insegnamento. Ma in gran parte delle società, l’atto intellettuale manca di ogni prestigio. Le risorse assegnate all’istruzione sono le prime a essere tagliate; molti dei nostri leader hanno solo un’istruzione di base; i nostri valori nazionali sono puramente economici. Il concetto di cultura e i libri vengono genericamente lodati e sono oggetto di celebrazione, ma in pratica nelle scuole e nelle università le risorse economiche vanno sempre alle attrezzature elettroniche (per le forti pressioni dell’industria) e non alla carta stampata, con la scusa sbagliata che i computer sono attrezzature più economiche e durature di carta e inchiostro. Per questo le biblioteche scolastiche in tutto il mondo stanno perdendo rapidamente terreno. Le leggi della nostra economia favoriscono il contenente sul contenuto, dato che il contenente può essere commercializzato più facilmente e ha un aspetto più seducente. Di conseguenza il nostro impegno economico si concentra sulla tecnologia elettronica. Per venderla, la società ne pubblicizza le due qualità principali: velocità e immediatezza. “Più veloce del pensiero”, recita l’annuncio di un sistema operativo, uno slogan che la scuola di Pinocchio, senza dubbio, avrebbe approvato. L’opposizione è valida, perché il pensiero richiede tempo e profondità, due caratteristiche essenziali della lettura.
L’insegnamento è un processo lento e difficile: due aggettivi che nella nostra epoca vengono considerati come difetti e non qualità da elogiare. Oggi sembra quasi impossibile convincere qualcuno dei meriti della lentezza e dello sforzo deliberato. Eppure Pinocchio potrà imparare solo a patto di non avere fretta, e diventerà un individuo completo grazie allo sforzo che richiede imparare lentamente. All’epoca di Collodi, con la sua enfasi sul discorso dell’autorità – come del resto oggi, con i dati rigurgitati costantemente sulla punta delle dita – è abbastanza facile avere una cultura superficiale: essere capaci di seguire una commedia televisiva, capire la battuta di una pubblicità, leggere uno slogan politico, usare un computer. Ma se vogliamo andare più indietro e più a fondo, avere il coraggio di affrontare le nostre paure e i nostri segreti nascosti, mettere in questione il funzionamento della società in rapporto a noi stessi e agli altri, dobbiamo imparare a leggere in un altro modo. Solo così impareremo a pensare. Pinocchio potrà anche essere diventato un ragazzo alla fine delle sue avventure, ma in fin dei conti pensa ancora come un burattino.
Quasi tutto ciò che ci circonda ci spinge a non pensare, ad accontentarci dei luoghi comuni e di un linguaggio dogmatico che divide il mondo nettamente in bianco e nero, bene e male, noi e loro. Questo è il linguaggio dell’estremismo, che oggi risorge ovunque e ci ricorda di non essere sparito. Alla difficoltà che comporta la riflessione sui paradossi e sulle domande aperte, sulle contraddizioni e l’ordine caotico, rispondiamo sempre con il grido millenario di Catone il censore davanti al Senato di Roma: “Cartago delenda est!”, Cartagine dev’essere distrutta. Un’altra civiltà non può essere tollerata, non ci può essere dialogo, la legge deve essere imposta anche a costo dell’esclusione e dell’annientamento.
È questo il grido di Putin contro la Cecenia, di Bush contro l’Afghanistan e l’Iraq, di Sharon contro la Palestina. Sono queste le argomentazioni usate da Haider in Austria, da Castro a Cuba, da Gheddafi in Libia, da Le Pen in Francia, da Berlusconi in Italia. Si tratta di un linguaggio che finge di comunicare, ma che sotto diverse spoglie si limita a minacciare: l’unica risposta che si aspetta è un silenzio sottomesso. “Metti giudizio per l’avvenire”, dice la Fata turchina a Pinocchio alla fine del libro, “e sarai felice”. Molti slogan politici potrebbero ridursi a questo consiglio.
L’idea di andare oltre il vocabolario ristretto di quello che la società considera “un modello di ubbidienza e di buona condotta” per avventurarsi in un mondo di parole più vasto, ricco e soprattutto ambiguo ci terrorizza, perché questo nuovo ambito fatto di parole non ha frontiere ed è un’equivalenza perfetta di pensiero, emozione e intuizione. Questo infinito mondo di parole è aperto e accessibile a ognuno di noi, se ci prendiamo il tempo necessario per esplorarlo e ci sforziamo di farlo. Nel corso dei secoli ha forgiato parole a partire dall’esperienza per restituirci il riflesso della nostra vita, per permetterci di capire il mondo e noi stessi.
È un mondo di parole più vasto e duraturo della libreria ideale di Pinocchio piena di dolci, perché la comprende metaforicamente e ci può portare dentro di essa concretamente. E ci rende capaci di immaginare come cambiare una società in cui Pinocchio muore di fame, è sfruttato e torturato, è stato privato del suo stato infantile, deve obbedire e rimanere felice nella sua obbedienza. Immaginare significa infrangere delle barriere, ignorare le frontiere, sovvertire la visione del mondo che ci è stata imposta. Anche se Collodi è stato incapace di far accedere il suo burattino a questo ultimo stadio di esplorazione di se stesso, ha intuito, mi pare, le possibilità del potere della sua fantasia. Anche quando Collodi parlava dell’importanza del pane rispetto alle parole, era ben cosciente del fatto che la crisi di una società è proprio, in ultima analisi, una crisi dell’immaginazione.

(Traduzione di Sara Bani)
Questo articolo è uscito il 30 dicembre 2003 nel numero 520 di Internazionale. L’originale era uscito sul mensile messicano Letras Libres con il titolo Cómo Pinocho aprendió a leer.

mercoledì 17 luglio 2019

ricordo di Andrea Camilleri



qui Pinocchio (mal)visto dal Gatto e la Volpe - Ugo Gregoretti e Andrea Camilleri


qui Andrea Camilleri con Domenico Iannacone


qui storie di migranti



Camilleri, che faceva politica coi suoi romanzi - Alberto Corsani

Qualche riflessione sulla nostra cultura, dopo la morte dello scrittore
Adesso prepariamoci a sentirne parecchie, in questi giorni che seguiranno alla scomparsa di Andrea Camilleri: polemiche e contrapposizioni, sentenze e certezze assolute, che ruoteranno su due argomenti e che, sentiamo già da tempo, carsicamente ,riproporsi sui media.
Prima questione, mai risolta (perché è irrisolvibile), ma che pare fornire grande soddisfazione ai soliti guelfi e ghibellini, perché non si sa discutere in altro modo: c’è chi dice che Camilleri abbia fatto letteratura d’intrattenimento, una sorta di “giallistica” appena un po’ più elevata di quella “usa e getta”, da edicola di stazione ferroviaria. Stanno in questa corporazione quelli che credono che basti dire il contrario dei più, per essere originali (non c’è peggior conformista dell’anticonformista per dovere) e guardano con sospetto ai libri che vendono troppo. E c’è chi, con eccesso di zelo, sostiene che solo la letteratura noir sia oggi in grado di interpretare la società, magari procedendo per scuole nazionali, dai più sanguinosi autori americani alle accattivanti atmosfere nordeuropee. In realtà c’è autore e autore; ci sono autori che hanno scritto sia “polizieschi” sia altro genere di romanzi, come Henning Mankell, che non era solo l’ideatore del commissario Wallander (come Simenon non era solo Maigret), ma che nei libri di impianto “giallo” trasfondeva anche i toni lirici e meditativi della sua visione pessimistica e disincantata (beh, per un certo periodo ebbe come suocero Ingmar Bergman...). Camilleri non si sottrae a questa chiarificazione: ha scritto bellissimi libri “senza Montalbano” (su tutti probabilmente Il re di Girgenti, 2001) e poi, tra quelli più conosciuti, ve ne sono di più riusciti e di meno riusciti. Vogliamo dare un tono “laico”, senza toni da curva di stadio, alle nostre valutazioni? Ne siamo ancora capaci?
E qui si arriva dritti dritti alla seconda questione. Camilleri ha espresso giudizi anche sull’oggi, nelle interviste, in articoli e prese di posizione, ciò che regolarmente procurava una serie di reazioni di favorevoli e contrari. Non interessa fare l’inventario dei suoi “bersagli polemici” più ricorrenti. Non interessa, perché non è nelle prese di posizione che Camilleri (come altri autori importanti – penso a Antonio Tabucchi) ha “fatto politica”. In questo senso mi sentirei di dire che ogni volta che parlava di attualità, sbagliavano a commentarlo tanto gli estimatori quanto i detrattori (e forse eccedeva anche egli stesso nel concedersi a questo agone). Una firma in calce a una petizione, una dichiarazione al volo non fanno la statura di uno scrittore. Il suo modo di ragionare, e di fare ragionare lettori e lettrici, questo sì.
E allora: non potendo certo ignorare le pratiche e la qualità (scarsa) di molta della nostra politica, credo che da buoni protestanti, eredi anche della filologia dell’Umanesimo, dobbiamo andare ad fontes, ai testi. I quali testi mi suggeriscono due riflessioni. Innanzitutto i libri e gli sceneggiati di Montalbano ci mostrano una realtà diversificata e pulviscolare in cui il crimine “per soldi”, che arriva fino alla tratta di esseri umani, che schiavizza le donne e oltraggia i bambini, si alterna con delitti dovuti a vite sbagliate, a interpretazioni cervellotiche della realtà, a fenomeni imperscrutabili dell’animo umano, fra i quali la gelosia amorosa è solo il più semplice e lineare da decifrare. Ma poi i comportamenti delittuosi si associano spesso ad altre azioni che paiono senza senso (come andare a seguire, in corteo, il funerale di persone sconosciute) o inspiegabili e inquietanti (come rientrare in Sicilia dall’emigrazione oltreoceano e scoprire il proprio nome, pirandellianamente inciso nella lista dei caduti in guerra), da cui pochi si salvano. Insomma, non solo fra gli agenti del crimine si annidano modi “sopra le righe” e destabilizzanti di stare al mondo (e non solo fra i politici si annidano corrotti e corruttori: lo imparino quanti ritengono che gli elettori siano per diritto divino meglio dei loro rappresentanti!).
Infine: come alla base delle inchieste di Maigret sta una particolare sensibilità del commissario nel cogliere i moti dell’animo umano, così in Montalbano c’è una capacità di “leggere” i meccanismi della riflessione altrui e i meccanismi stessi delle vicende. Ci sono modalità, nella natura, nella vita quotidiana, che sfuggono ai loro stessi attori: ma che con la riflessione accurata, con la ricerca dei precedenti e delle informazioni, con un po’ di distacco, insomma, possono essere decifrati, sol che lo si voglia fare. Intrecciare ciò che si può leggere negli archivi con la vita vissuta. Ecco, questo è ciò che manca alla nostra politica da impero romano decadente, che si abbandona alla denigrazione dell’altro e rifiuta il ragionamento. Quello che spiega, per esempio, con una metafora rimasta ineguagliata, che le cose a volte si comportano come l’acqua: prendono la forma e l’aspetto del loro contenitore; spesso inquietante. Tutto deve essere vissuto, ma anche interiorizzato, e su tutto bisogna tornare a riflettere. Qui, nelle trame e nei tipi umani, e non nelle interviste, sta l’insegnamento politico (e morale) di Camilleri.
da qui

mercoledì 19 giugno 2019

Tre miliardi di poveri diavoli, tre miliardi di Geppetti - Guglielmo Ragozzino





Al convegno nazionale indetto dalla Fondazione Interesse Uomo (nata per la lotta contro l’usura e presieduta da don Marcello Cozzi) e organizzato a Matera il 29 e il 30 marzo 2019, con il titolo Etica, cultura e bellezza. Le strade per una nuova economia, la seconda sessione aveva per titolo Biodiversità bancaria e finanza etica: quali argini all’indebitamento e all’usura. Quello che segue è il testo del mio intervento, ricostruito con l’aiuto di un Power Point.

Molte divisioni tra i viventi
Alla vigilia del convegno in una delle tante occasioni di Matera 2019, alla Casa Cava, era stato possibile ascoltare la splendida e commovente relazione di Eva Cantarella sul Mediterraneo come spazio comune e legame tra le persone del mondo, luogo per accogliere, conoscere gli stranieri. Per imparare che le divisioni si superano andando avanti insieme, imparando lingue, riti, religioni gli uni dagli altri, con fiducia reciproca. 
Nella vita di ogni giorno, però, il 29 marzo, nel Convegno, è ricominciato il ritornello: le persone umane si dividono e lo fanno in molti modi, prima di trovare una soluzione, utilizzando la storia antica e il diritto greco e romano insegnati da Cantarella. Le persone si dividono tra dentro e fuori, sopra e sotto, noi e voi (io e voi), maschi e femmine, sani e ammalati, giovani e diversamente giovani, saggi e diversamente saggi, lavoratori e disoccupati, banchieri e clienti, ricchi e poveri. Delle ultime due partizioni abbiamo inteso occuparci.

Banchieri e clienti
Biodiversità bancaria e clientela più o meno organizzata. Gli istituti di credito sono grandi e piccoli e appartengono agli azionisti oppure ai soci. Si decide contando le azioni oppure applicando la regola che uno vale uno. In un caso s’intende garantire il credito con strutture forti per evitare bancarotte e disordine economico. Nell’altro caso s’intende offrire il credito secondo i bisogni. A conti fatti, solo chi offre garanzie avrà il credito. Prevale la tendenza a erigere istituti di credito sempre più grandi e in teoria più affidabili; il rischio di tracolli disastrosi per grandi complessi bancari spinge a costruirne sempre più solidi. In passato si sono separate le attività di credito commerciale da quelle d’investimento.
Negli anni Novanta il sistema bancario in Italia era prevalentemente pubblico: c’erano le tre (o quattro) banche d’interesse nazionale, BIN, che facevano capo all’IRI guidato da Romano Prodi, e almeno altre sei banche come Sicilia o Napoli, spesso di origine prerisorgimentale. Si decise, in linea con le scelte della Comunità-Unione europea di privatizzare tutto. Fu Giuliano Amato, prima da ministro del Tesoro di Ciampi e poi da primo ministro ad assumersene la responsabilità.
Ora è rinata la confusione; la regola prevalente, nel capitalismo bancario dell’Unione Europea, è quella di avere istituti di grandezza appropriata, inseguendo quelli americani e cinesi. La Banca d’Italia, e di conserva la BCE, chiede per i nostri istituti un attivo minimo di otto miliardi di euro, ciò che obbliga le banche popolari e cooperative a chiudere, o a farsi assorbire, oppure a mettersi insieme con altre popolari, anche di altre parti del Paese, per raggiungere quella soglia. La conoscenza della vita reale, dei bisogni reali, dell’attività economica locale è così sacrificata. L’usura, sempre in agguato, sostenuta dai poteri mafiosi locali, si rafforza tanto che nel 1996 il Parlamento vota una legge contro l’usura che in teoria dovrebbe costituire un baluardo, a furia di grida e rigidi massimali. La vita si svolge però diversamente, come sapeva già Shakespeare ai tempi del Mercante di Venezia. 
Banca Etica tenta di fare qualcosa con il Microcredito, l’informazione diffusa e con i suoi banchieri ambulanti.

Ricchi e poveri a Davos 
Ogni anno in gennaio i ricchi si riuniscono in un Cantone svizzero (Davos, nei Grigioni). Tutto è perfetto, esclusivo, desiderabile, elegante. Tutto è scalabile (e molto costoso). I ricchi chiamano a riferire economisti di prima scelta e reggitori mondiali, per far spettacolo. Intanto parlano tra loro e fanno affari. Oxfam, una ONG inglese, tiene conto di quanti ricchi ci vogliano per pareggiare il conto di tutti i poveri. Il record attuale è che tre ricchi, (Gates, Bezos e un altro, variabile) bastano a pareggiare tre miliardi di poveri. (Domanda: se Bezos crolla in Borsa, si tagliano cento milioni di poveri? ) Oxfam sta dalla parte dei poveri, sinceramente, e fa un notevole lavoro d’informazione, ma a ben vedere fa anche della pubblicità alle formidabili imprese di Lor signori. Inoltre raccoglie tra i ricchi i proventi per agire. In sostanza è un’altra prova del fatto che il mondo è proprio così e non può cambiare senza che ce la si metta tutta. 

La Piramide degli averi
Poche persone sono ricche e molte di più sono povere. Quante sono e come si contano le diverse categorie? Per esempio si può disegnare una piramide, con i ricchi in alto, i poveri in basso e in mezzo tutti gli altri. I vari modi per disegnare la figura, allungando lo schema oppure facendolo molto tozzo, o schiacciato verso il basso, sono a ben vedere altrettante proposte politiche.

Gli adulti di Credit Suisse
La banca svizzera Credit Suisse ha disegnato una sua speciale piramide e l’ha messa al centro del suo Rapporto sulla ricchezza globale. L’attenzione è rivolta agli adulti, tra gli umani viventi, trascurando gli altri. Gli adulti presi in considerazione sono 5,014 miliardi, mentre i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze di ogni età, poco meno di tre miliardi, non sono tenuti in conto. In effetti la gran banca suggerisce di non puntare su persone aleatorie come i bambini: non si sa se arriveranno a essere grandi e clienti-contribuenti, quindi è meglio lasciarli stare, fintanto che non sarà chiarita la loro intenzione di sopravvivere, oppure di lasciarsi perdere. Non si può che lodare l’intelligenza previsionale del Banchiere. Ecco dunque la ripartizione per censo dei cinque miliardi di adulti.
La Piramide svizzera degli adulti nel mondo è la seguente:
42 milioni di persone con più di un milione di $ (dollari americani); essi sono lo 0,8% degli adulti e detengono 142 mila miliardi di $ pari al 44.8% di tutta la ricchezza mondiale;
segue lo strato borghese costituito da 436 milioni di persone con almeno 100 mila $. Si tratta dell’8,7% della popolazione adulta e insieme dispongono di 124,7 mila miliardi di $ pari al 39,3% del totale;
il terzo strato o ceto medio è di 1.325 milioni di persone pari al 26,6% del totale con almeno 10mila $ di ricchezza. Si tratta del 26,6% della popolazione con 44 mila miliardi di $, pari al 13,9% della ricchezza complessiva;
3.211 milioni di persone adulte con meno di 10mila $ costituiscono la popolazione povera, con 6,2 mila miliardi complessivi. Essi detengono l’1,9% delle ricchezze. In compenso sono i due terzi dei viventi.

Alla base della Piramide
La sigla internazionale per base della piramide è BOP Bottom of the Pyramid. Le persone che ne fanno parte equivalgono al 63,9% del totale dei viventi adulti. Ciò significa che due terzi di essi hanno comunque meno di 10 mila dollari annui pari a 27 dollari al giorno. Non tutti sono così fortunati. La maggior parte, interi continenti di poveri, ha meno di dieci, meno di cinque dollari al giorno. Poco, come è facile capire. Meglio dare un aiuto, meglio lasciar stare, lasciar fare, intervenire il meno possibile? Organizzare i poveri? Lasciare che si organizzino da sé? Come evitare che finiscano in mano agli usurai? Su altri piani, è una discussione che ricorre da secoli; nel mondo comunista vi fu Lenin che si proponeva nel Che fare? di organizzare le masse dall’esterno, portando da fuori i suggerimenti e gli attivisti; Marx invece era convinto che i poveri (la classe operaia) avrebbe dovuto e saputo ricavare da sé la forza per essere classe di completo rinnovamento. Più di recente, se si trascura l’elemosina in ogni forma propugnata dalla Banca Mondiale e dalle sue varie agenzie, si confrontano le opinioni di Mohammad Yunus e C.S.Prahalad. I due studiosi, bangladese l’uno, indiano dell’ovest l’altro, hanno suggerito modi opposti di intervento. Da un lato è possibile organizzare la produzione di beni di sopravvivenza anche sul fondo della piramide, aumentando almeno in parte sicurezza di sé e capacità di rispondere alla povertà; oppure è possibile trasformare gli ultimi in consumatori, mobilitando perfino le imprese multinazionali come anche gli altri attori della società.
Detto altrimenti, prese tutte insieme le persone del BOP, due terzi degli adulti mondiali, i loro pochi averi e le loro inesauribili speranze, sono a disposizione ricchezze complessive pari a oltre seimila miliardi di dollari. Possono fare gola a qualcuno, oppure possono servire come leva per aiutarli a tirarsi su?

Povertà di una madre di famiglia
In giro per il mondo, i capofamiglia senza ricchezza, senza lavoro, senza aiuto, senza prospettive, senza via di fuga, al fondo della Piramide, son molto spesso donne. Si può pensare che le madri (o le figlie) dell’elenco siano complessivamente tra uno e due miliardi?
Spesso le donne, africane o asiatiche o sudamericane, o perfino europee, al fondo della Piramide, sono anche analfabete. Questo significa che la società e anche la famiglia non si è occupata di loro o non ha potuto farlo. Essere analfabete cinquanta o cento anni fa, in una società di braccianti parigrado era sopportabile, era vita comune, miseria uguale per tutti. Italo Calvino ci ha insegnato che Lucia Mondella (come anche Renzo Tramaglino) era analfabeta. Oggi però, sotto il tiro incrociato di televisione e telefono smart, il disagio di non leggere e non scrivere è anche maggiore.
Se ne è reso conto, con una lodevole intuizione, Mohammad Yunus, premio Nobel per la pace del 2006. Yunus ha capito che doveva scontare la debolezza culturale delle sue donne del Bangladesh e partire dai loro bisogni, per costruire un nucleo, tanti piccoli nuclei di donne simili tra loro e capaci di aiutarsi, controllarsi, proteggersi. Molte donne impararono a parlare, a chiedere prestiti, a fare i conti. Per questa rivoluzione a Yunus, economista, non venne dato dall’Accademia il premio all’economista, ma si premiò il filantropo, l’uomo buono (ma con la testa tra le nuvole). Yunus era pericoloso per i banchieri con i suoi prestiti senza garanzie, e fuori gioco per quegli schizzinosi degli altri economisti, consacrati a Harvard e a Cambridge, o, nell’altro caso, alla fucina dei Chicago boys.

Povera Italia
Sono 5.058 mila secondo l’Istat i concittadini in povertà assoluta, pari a 1.778 mila nuclei familiari. Le famiglie sono pari al 6,9% del totale, mentre le persone singole arrivano all’8,4%. Si distingue per età, tra Nord e Sud e tra città e campagna: stabilite le differenze del caso, una persona anziana sarebbe povera con meno di 965 euro al mese, tutto compreso (per esempio l’abitazione), un giovane solo 1.226 euro, due anziani conviventi 1.270 insieme. I conteggi precedevano l’avvento di Giancarlo Blangiardo alla presidenza dell’Istat. Considerato sovranista, il nuovo presidente è soggetto a qualche forma di pregiudizio.

Povera Italia 2°
Altri dati sono quelli della Banca d’Italia e per questo si è usato il condizionale. 
Per la Banca d’Italia sarebbe povero chi ha meno del 60% del reddito mediano. Nel 2016 si trattava, tutto compreso, di 830 euro mensili. Il numero dei poveri italiani è in crescita in ogni caso: dal 20% calcolato nel 2006 si è passati al 23% sull’insieme della popolazione. Il reddito di cittadinanza, cui hanno aderito 700.000 domande, in una prima fase, meno del previsto, non offre invece spunti utilizzabili.

Povertà e lavoro nell’Unione Europea 
Prendendo per parametro il salario minimo garantito nell’Unione Europea, ne risultano quattro classi. Sono otto i Paesi dell’Unione che prevedono un salario minimo inferiore ai 500 euro. Sono: Bulgaria, Lituania, Lettonia, Romania, Ungheria, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia. Sette Paesi hanno un salario minimo superiore ai 500 e inferiore a 1.000 euro mensili. Sono: Estonia, Polonia, Portogallo, Grecia, Malta, Slovenia, Spagna. Sette Paesi hanno salario minimo mensile superiore a 1.000 euro. Sono: Germania, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Irlanda, Lussemburgo, Regno Unito. Sei Paesi infine non hanno salario minimo garantito. Sono: Italia, Austria, Svezia, Danimarca, Finlandia, Cipro.

Muhammad Yunus
Microcredito per chi ha bisogno, senza esigere garanzie, per consentire un lavoro autonomo o per superare bisogni emergenti: è questa in sintesi la scelta della Grameen Bank costruita in Bangladesh da Yunus e poi esportata altrove; perfino negli Usa, con l’appoggio dei Clinton. Gli aspetti principali del sistema di microcredito à la Yunus sono nessuna garanzia, forte tasso d’interesse, altissimo tasso di restituzione. Sufficiente è un controllo sociale tra donne amiche, fiduciose e pari tra loro.  Si evitano così, almeno in parte, mafie e usura. Lontano da Matera, a Iesi nelle Marche, esiste una cooperativa di donne mediorientali che costruiscono insieme turbanti. “Sai la novità: donne mediorientali, turbanti….”. Solo che il modello imitato è quello di Emma Bonino, l’idea di turbante è sua. I turbanti servono per altre donne, in cura e che hanno perduto i capelli.

C. K. Prahalad (1941-2010)
La base della piramide deve avere fiducia in se stessa, anche se è indispensabile un aiuto esterno (grandi imprese che sono capaci di vendere al mercato, ruolo pubblico, sindacati, cultura, informazione). “Un dirigente dipende, non tanto dalle risorse, quanto dall’immaginazione”, assicura Prahalad. Occorre che la base della piramide possa entrare nel mondo delle merci, in un circuito adatto a una popolazione povera. Importante è conoscere e farsi conoscere, decisivo avere una rete di contatti sicuri per sconfiggere l’usura e la prepotenza di un mercato ristretto. Per le persone del BOP ogni prodotto deve essere conosciutoutilizzabile per l’esistenza di elettricità, acqua corrente, collegamenti o altro, conveniente quanto al prezzo, disponibile nel tempo e nello spazio. Prahalad pensava che una grande impresa, financo una multinazionale, sarebbe stata in grado di servire anche quelli del BOP. 

I poveri fanno quasi compassione. Pinocchio e Mangiafoco
“Come si chiama tuo padre/Geppetto/ E che mestiere fa?/Il povero/ Guadagna molto? /Guadagna tanto, quanto ci vuole per non avere mai un centesimo in tasca. Si figuri che per comprarmi l’abbecedario della scuola dové vendere l’unica casacca che tra toppe e rimendi era tutta una piaga./ Povero diavolo! Mi fa quasi compassione! Ecco qui cinque monete d’oro. Vai subito a portargliele e salutalo da parte mia”/
Mangiafoco è un padrone che frusta e appende per il collo chi lavora per lui: i burattini, amici di Pinocchio. Ecco fotografato un padrone degli anni Ottanta dell’ottocento, anche se non sembra che il calco si sia perduto. E’ ricco, Mangiafoco, incapace di essere buono. Quando si commuove (e gli viene il singhiozzo) sa solo fare l’elemosina e neppure troppo bene; un po’ come i signorotti di Davos, i magnati di sempre. Da notare che l’abbecedario per la scuola corrisponde all’inizio della scuola pubblica obbligatoria in Italia. Un passaggio necessario per Collodi, socialista d’antan. 

(*) articolo tratto da Sbilanciamoci


domenica 7 gennaio 2018

Il gatto, la volpe e lo smilzo, e l’isola dei balocchi - Massimo Dadea


Questa è la favola del gatto, della volpe e dello smilzo, e di un’isola che vorrebbero trasformare nella “isola dei balocchi”. Il gatto e la volpe hanno ripreso a tessere, di buona lena, la loro trama: una ragnatela fitta che oramai tutto avviluppa e soffoca. Un’isola afflitta da una grave malattia: la cattiva politica. Dove gli organi istituzionali – il Consiglio, la Giunta e il suo Presidente – sono il frutto illegittimo di una legge elettorale incostituzionale che nega la rappresentanza ad una parte consistente di cittadini.
Dove i partiti si sono trasformati in comitati d’affari, meri strumenti per raggiungere ambiti incarichi istituzionali. Ai due compari si è aggiunto, ultimamente, un lungagnone allampanato, secco, secco, dalla spiccata cadenza piemontese. Oramai non c’é tempo da perdere: si devono “nominare” gli eletti al Parlamento e la scadenza della legislatura regionale si fa sempre più vicina e bisogna decidere il nuovo Presidente. La posta in palio è troppo grande per essere lasciata nelle sole mani di ignari e sprovveduti cittadini. Bisogna preparare il terreno: indirizzare, convincere, oliare, facilitare. Chi meglio del nostro gatto e della nostra volpe, assecondati dallo smilzo, possono essere adatti all’impresa? I nostri hanno ben poco dei personaggi tratteggiati da Collodi: non campano di elemosine, tutt’altro, forse più di piccole furbizie, smaccati stratagemmi, di inconcludenti mediazioni.
La volpe è tra i due il più astuto, il gatto è la sua spalla. La volpe preferisce stare nell’ombra, si atteggia al burattinaio che tira le fila dalle stanze ovattate del suo palazzotto d’epoca. Appare cinico, freddo, distaccato, e non riesce a nascondere un certo fastidio per la volontà popolare, specie quando si esprime attraverso inutili esercizi di democrazia: le primarie. Alla fine di una onorata e lunga carriera nelle istituzioni, il suo partito lo ha premiato con un’ambita Presidenza. Grazie alle risorse di cui dispone, non si fa scrupolo di condizionare la vita interna dei partiti, ad iniziare dal suo, ma anche l’economia, gli affari, la cultura. Insomma, un vero filantropo che distribuisce, con generosità, incarichi e prebende. Il potere è per lui un’ebrezza, una vertigine, un’emozione da assaporare con voluttà. Nelle stanze che contano si sussurra che, vista la difficoltà a ripresentare l’attuale Presidente, la volpe stia pensando di sostituirlo con il suo allievo più promettente: il gatto. I bene informati, però, malignano che il vero candidato della volpe sia se stesso. Ma veniamo al gatto.
Un personaggio dotato di un’agilità felina, appunto: un vero acrobata che, non avendo mai avuto vincoli di coerenza, ha potuto saltare con disinvoltura da un lato all’altro del Consiglio regionale, da una parte all’altra dello schieramento politico. Infatti lui si trova bene in qualsiasi maggioranza, purché lo contenga. D’altronde destra e sinistra sono categorie del passato e poi la coerenza, appunto, è oramai una qualità che appartiene agli stupidi, il trasformismo invece è la virtù dei furbi. Di recente ha pensato bene di abbandonare la nave disastrata del governo regionale, destinata, secondo i più, ad un naufragio inevitabile. Dopo aver approvato tutte le iniziative della giunta – dalle leggi finanziarie e di bilancio alle sciagurate politiche ambientali ed energetiche, da quelle contro il paesaggio alle cosiddette “riforme” degli enti locali e della sanità – ha deciso di tirarsi fuori dal disastro che lui stesso ha contribuito a determinare. Un comportamento che ricorda quei bambini viziati e dispettosi che quando vedono che la partita si mette male prendono il pallone e scappano via.
Una furbata che nelle intenzioni del gatto dovrebbe consentirgli di assumere a breve una nuova identità per potersi presentare, lindo e pinto, con le mani libere, agli elettori sperando che abbiano poca memoria e sopratutto che non lo riconoscano, sotto il nuovo look. Pare che sin da piccolo la sua aspirazione più grande fosse quella di diventare Presidente della regione. Una fissazione che, col passare del tempo, è diventata una vera e propria ossessione. Tutto nel suo agire è stato finalizzato alla realizzazione di quello che, sino a qualche tempo fa, era soltanto un sogno e che oggi, grazie al sodalizio con la volpe e con la complicità dell’allampanato piemontese, sembra possa tramutarsi in realtà. Uno strano esemplare di “indipendentista” che non disdegna l’opportunità di stare in una giunta regionale dimostratasi china e prona di fronte al potere romano e sopratutto di fare accordi con gli odiati partiti “italiani”. Il lungagnone allampanato, secco, secco, dall’aspetto perennemente dolente, è qui per conto di altri, uno in particolare.
Un giovane, già vecchio, che dopo aver cercato di rottamare la Costituzione, aver resuscitato un certo “Pietro Gambadilegno” Berlusconi, aver ridato fiato alla destra populista, razzista e xenofoba, vorrebbe sistemare, una volta per tutte, l’isola, affidandola, appunto, al gatto e alla volpe. Gli abitanti di quella che dovrebbe diventare l’ “isola dei balocchi” possono stare tranquilli, e guardare al prossimo anno, ma anche al successivo, con serenità: fortunatamente c’è chi pensa e provvede per loro. Quindi non spaventatevi se incontrate per strada degli strani personaggi, sopratutto se li sentite canticchiare: “Lui è il gatto ed io la volpe (ed io lo smilzo), e stiamo in società, di noi ti puoi fidar”.
Ogni riferimento a persone, avvenimenti o cose è del tutto non casuale.
da qui

giovedì 30 marzo 2017

Cos'è rapinare una banca a paragone del fondare una banca?

su come le banche non pagano le imposte, finanziano i giornali, che fanno bilanci falsi, e tutti insieme fanno impallidire il Gatto e la Volpe

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da un articolo di Repubblica:
Nascondere gran parte dei profitti. Obiettivo? Evitare di pagare le imposte dovute nei Paesi dell'Unione europea. E' quello che fanno le venti più grandi banche del Vecchio continente, secondo uno studio dell'organizzazione britannica Oxfam, che da anni punta il dito su elusione e evasione fiscale di banche e grandi corporation. Un metodo oliato con cui evitano di pagare imposte al fisco nei singoli Paesi, gli stessi che poi, stretti dalle regole di bilancio, alzano la tassazione sui cittadini, poi chiamati, in caso di fallimenti bancari, a contribuire a salvare le banche. Nel 2015, secondo lo studio di Oxfam, sono stati sottratti al fisco circa 27 miliardi di dollari, (25 in euro), parcheggiati tutti nei paradisi fiscali, i più gettonati dei quali sono Lussemburgo, Hong Kong e Irlanda. Il bello è che questi istituti di credito, tra cui le italiane Unicredit e Intesa, citate nello studio, dichiarano ben il 26% dei loro profitti nei paradisi fiscali.Ma una volta analizzati i dati, come ha fatto l'organizzazione britannica, si scopre anche un'altra amara verità. E cioé che solo il 12% del loro fatturato e il 7% dei loro dipendenti sono riconducibili ai paradisi fiscali. Dunque c'è un "gap clamoroso" secondo Oxfam, che non può che giustificarsi attraverso quella che si chiama elusione fiscale. Lo studio è basato su dati pubblici, richiesti dall'Unione europea, che chiede alle singole banche di specificare i guadagni ottenuti paese per paese. Una regola che dal 2015 è legge. La stessa che Oxfam e non solo, vorrebbe valesse anche per le grandi corporation…


il video fa parte di una campagna di Oxfam Italia (il cui direttore è Roberto Barbieri) per dire Basta ai paradisi fiscali e rendere credibile l’impegno preso dai leader mondiali di eliminare la povertà estrema entro il 2030.



qui un articolo chiarissimo sui paradisi fiscali delle banche, apparso su Il Sole 24 Ore.

e, coincidenza delle coincidenze, si è scoperto che il giornale rosa della Confindustria (quelli che con le loro prediche e i loro diktat economici fanno apparire il Grillo Parlante, quello di Pinocchio, un dilettante delle prediche) falsifica i bilanci, come se niente fosse.



E poi si dice: “Oh, il populismo!”. Con lo spirito e lo stupore di chi evoca l’invasione delle cavallette. Eppure a spiegare come l’onda populista, o come si dice oggi, anti-establishment, nasce e cresce, basta questa grande storia. Uno delle architravi del sistema del paese, il giornale economico e finanziario che per decenni dalle sue pagine ha indicato (con non poca supponenza) la strada della correttezza economica, delle regole, del bene comune, si ritrova al centro di una sorta di “scandalo delle tre carte”: vedo non vedo, vendo non vendo, recupero e intasco. Parliamo della crisi del Sole24Ore, ma magari fosse solo la crisi di un giornale. In verità si tratta della punta di un iceberg del declino di Confindustria e più in generale del capitalismo italiano, o meglio di una crisi che fa emergere nuovi rapporti e la marginalizzazione del settore del business…

l’esposto di Nicola Borzi, giornalista del quotidiano della Confindustria

qui un articolo sul falso in bilancio de Il Sole 24 Ore 

qui il dolore del giornalista (de Il Sole 24 Ore) Ugo Tramballi

appare quindi utile leggere qui un articolo di Pressenza.com.
parafrasando Giovanni Falcone, che diceva “Segui i soldi e troverai la Mafia!”, sapere chi sono i proprietari dei giornali ci farà capire perché scrivono quello che scrivono.

questo puntuale lavoro del Centro Nuovo Modello di Sviluppo (CNMS) è da tenere sempre a portata di mano.