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mercoledì 29 aprile 2026

Grazia o non grazia - Thomas Mackinson

Nicole Minetti graziata da Nordio e Mattarella. Condannata a 3 anni e 11 mesi: non sconterà nemmeno un giorno - Thomas Mackinson

Doveva scontare 3 anni e 11 mesi di reclusione ma non sconterà neppure un giorno. Nicole Minetti, condannata in via definitiva per Ruby-bis e per peculato nella “rimborsopoli” lombarda, a febbraio è stata graziata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dato parere favorevole dopo quello della Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano. Mattarella ha firmato. La pena viene così cancellata prima ancora di essere eseguita. Le due condanne – 2 anni e 10 mesi per favoreggiamento della prostituzione per il caso Ruby-bis e 1 anno e 1 mese per peculato sui rimborsi regionali – erano state unificate in un cumulo per un totale di 3 anni e 11 mesi. Nel 2022 si era aperta la fase esecutiva, con fascicolo attivo presso la Procura generale. Ma l’esecuzione era stata sospesa: Minetti aveva chiesto l’affidamento ai servizi sociali e l’udienza davanti al Tribunale di Sorveglianza era fissata nel dicembre 2025. Prima ancora di arrivarci, però, è giunta la richiesta di grazia. Il perno fondamentale è la necessità di provvedere a esigenze familiari che devono restare riservate per motivi di privacy. Esigenze ritenute valide dalle autorità e dalle istituzioni competenti che hanno deciso di concederle questo raro atto di clemenza senza dare alcuna pubblicità al provvedimento.

A scoprirlo è stato il programma d’inchiesta Mi Manda Rai3 condotto da Federico Ruffo che domenica dedica un’ampia ricostruzione sulle “rimborsopoli” regionali a cura di Floriana Bulfon. La notizia della grazia concessa a Minetti salta fuori dalla curiosità di capire che fine abbiano fatto quei consiglieri terremotati dalle inchieste.

Contattata ieri dal Fatto Nicole Minetti ha preferito non commentare né rilasciare dichiarazioni in proposito. L’argomentazione è lineare: l’esecuzione della pena – anche in forma alternativa – avrebbe inciso in modo rilevante proprio sulle esigenze familiari che Minetti ha posto alla base della sua richiesta di grazia. Tali per cui la pena non poteva essere eseguita. La riservatezza è dovuta anche all’alto rischio di esposizione mediatica della richiedente dal passato a dir poco “controverso”.

Igienista dentale di Silvio Berlusconi (“Love of my life”), poi consigliera regionale in Lombardia, per un decennio Nicole Minetti è stata una delle figure più riconoscibili – e discusse – di una intera stagione politica e ha segnato a suo modo un’epoca. Dalle “cene eleganti” di Arcore all’esposizione continua, è diventata nel tempo un simbolo di quel sistema: visibilità, fedeltà personale, potere e leggerezza nell’uso dei fondi pubblici. Negli anni in Regione il suo nome finisce infatti anche nell’inchiesta sulla “rimborsopoli” lombarda. La condanna per peculato riguarda l’utilizzo di circa 19 mila euro di fondi pubblici per spese ritenute estranee all’attività istituzionale: pasti, taxi, acquisti personali e altre spese di carattere privato, lontane dall’esercizio del mandato consiliare. Somme che successivamente sono state risarcite.

A distanza di 15 anni il racconto è completamente diverso: la Minetti col gloss che impartiva istruzioni alle Olgettine ha cambiato vita. Nell’istanza di grazia preparata dall’avvocata milanese Antonella Calcaterra, emerge il profilo di una vita ricostruita lontano dalla politica, inserita in un contesto economico internazionale. Accanto a lei, il compagno imprenditore Giuseppe Cipriani, attivo da decenni tra Europa e Uruguay, dove nel 2018 ha avviato quello che nell’istanza viene descritto come il più grande investimento nella storia del Paese, il progetto dell’Hotel San Rafael.

È in questo contesto che si collocano e maturano le esigenze familiari che hanno consentito a Nicole Minetti di modificare anche la sua posizione giuridica fino all’istanza di grazia accolta lo scorso febbraio.

Nel 2024 la famiglia si è trasferita a Milano, dove lei svolge attività di volontariato certificate. “La signora Cipriani ha svolto volontariato nel periodo aprile 2024 – giugno 2025, in ambito ambulatoriale”, conferma al Fatto la Lega Italiana per la lotta contro i tumori. Ha poi fatto domanda alla Casa della Carità, collabora con la Caritas per il doposcuola nella parrocchia di San Marco, in centro. La prova di un percorso rieducativo – che la stessa istanza assume come già compiuto – non è mai passata attraverso l’esecuzione della pena. La grazia interviene prima di tutto questo. Il decreto è legittimo. La Costituzione lo prevede. Ma resta una scelta discrezionale che farà discutere. Sulla bilancia della giustizia hanno pesato le esigenze familiari della nuova Minetti che chiudono una parabola tutta italiana: da via Olgettina al Palazzo di Giustizia, al decreto di grazia. In mezzo, un Paese che s’indigna ma poi perdona.

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Minetti ha fatto causa per avere il bambino che le è valso la grazia – Thomas Mackinson

Il bambino grazie al quale Nicole Minetti ha ottenuto la grazia ha una madre biologica in Uruguay. Ma ora è scomparsa: il 14 aprile, quattro giorni dopo il primo articolo del Fatto, le autorità hanno diramato un ordine di rintraccio a suo nome. Anche l’avvocata che difendeva quella madre non c’è più: è morta carbonizzata insieme al marito, anche lui avvocato, in circostanze sospette. Nulla, ufficialmente, collega questi fatti alla grazia che a febbraio ha cancellato le condanne a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato che Minetti avrebbe dovuto scontare ai servizi sociali. Ma più si scava, più le ragioni della grazia traballano. A partire da un presupposto: quel bambino che nell’istanza viene presentato come “abbandonato alla nascita” senza legami familiari non lo era. Gli atti del Tribunale di Maldonado consultati dal Fatto raccontano invece che ancora oggi ha entrambi i genitori viventi e identificati, tanto che Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani hanno intentato una vera e propria causa contro di loro per ottenere la “Separación Definitiva y Pérdida de Patria Potestad”. Il procedimento si chiuderà in loro favore soltanto il 15 febbraio 2023.

Il bambino è nato a fine 2017. Nel gennaio 2018 il Tribunale lo affida all’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay (INAU) per un massimo di 45 giorni come “estrema ratio”, vista la situazione della famiglia: madre indigente, padre detenuto. Il giudice González Camejo dispone di “creare un legame tra madre e figlio e verificarne il ricongiungimento”. Non un abbandono, dunque, ma una famiglia povera che lo Stato avrebbe dovuto aiutare. Maldonado è un contesto spaccato: turismo e denaro da una parte, povertà estrema dall’altra. Il 17% della popolazione vive nell’indigenza. I minori dell’INAU finiscono in hogares anonimi: maltrattamenti, adozioni forzate e corruzione — una vera “fabbrica di orfani”. Negli ultimi mesi è esploso uno scandalo nazionale alla notizia di 114 bambini morti in cinque anni.

È in questo contesto che entrano in scena Minetti e il suo compagno, l’imprenditore milionario Giuseppe Cipriani, in rapporti di affari e di piaceri con Jeffrey Epstein, come ha rivelato il Fatto tre giorni fa. La coppia trasferitasi in Uruguay costruisce un rapporto stretto con l’ente pubblico: dona soldi e beni, nei weekend apre il ranch ai bambini. Fra questi c’è anche il piccolo, con genitori così poveri da non potersi permettere neppure un avvocato, tanto da ottenere l’ausiliatoria de pobreza. Ma in che modo entra nell’orbita della ricca coppia italiana? L’Inau, secondo una testimonianza raccolta dal Fatto, portava i minori a pranzo nella tenuta di Cipriani. “Giuseppe li faceva arrivare al chakra, li serviva lui, ma era solo per coprire altri traffici”. Il piccolo dopo l’operazione negli Stati Uniti “stava benissimo, correva felice”. Eppure, “Minetti non ci stava mai, stava sempre e solo con la tata Fatima”. Su come sia arrivato lì, la risposta è piesos, poder e miedo. Soldi, potere e paura.

Ed è qui che emergono altre crepe. Nell’istanza di grazia si sostiene che già nel 2021 Minetti e Cipriani abbiano portato il bambino negli Usa per un delicato intervento chirurgico. Ma all’epoca non avevano ancora alcun diritto a farlo. Come ha potuto espatriare? Forse con lo stesso jet privato con cui– secondo la testimonianza resa al Fatto – arrivavano e partivano anche le “ragazze” dal ranch di Punta del Este, aggirando i controlli dell’immigrazione?

L’avvocata dei genitori biologici non può più rispondere: Mercedes Nieto, 49 anni, è morta il 15 giugno 2024 insieme al marito, anche lui avvocato, carbonizzati nella loro casa di vacanza a Garzón. Si indaga per duplice omicidio. “Non posso fornire informazioni — dice al Fatto il procuratore Sebastián Robles — tutte le piste sono aperte, compresa quella delle cause che patrocinavano”.

Un’altra crepa incrina il pilastro “clinico” della grazia, dopo quello sulla presunta “nuova vita” di Minetti. I legali sostengono che nell’ottobre 2021, grazie a Cipriani e Minetti, il bambino sia stato operato al Boston Children’s Hospital dopo due pareri contrari all’operazione del San Raffaele di Milano e dell’Ospedale di Padova. Per tale ragione, scrive l’avvocato, il bambino sarebbe stato operato negli Stati Uniti. Quei pareri contrari, citati nella copia visionata dal Fatto, tuttavia, non sono stati numerati e allegati all’istanza. Il professor Pietro Mortini del San Raffaele, i professori Luca Denaro e Maurizio Iacoangeli a Padova non lo hanno mai visto. Il minore non risulta tra i pazienti dell’ospedale.

L’istanza firmata dall’avvocato Antonia Calcaterra evidenzia che l’intervento a Boston non è stato risolutivo, tanto che all’ultimo controllo del 16 aprile 2025 sono emersi rischi di recidiva e complicazioni. Allega una dichiarazione dell’équipe che indica come “necessaria la costante presenza della madre, anche per consentire una discussione esaustiva e un processo decisionale condiviso sul suo piano di trattamento”. Calcaterra, contattata dal Fatto, spiega di aver depositato l’istanza “prima dell’estate”. Il 3 dicembre era fissata l’udienza per l’esecuzione dell’affidamento in prova ma salta proprio perché interviene quella richiesta al Capo dello Stato.

Ma sono stati svolti accertamenti o ci si è limitati a recepire quanto dichiarato nell’istanza? Cinque minuti d’auto separano la Procura da via Fatebenefratelli dove, 15 anni fa, Minetti disse ai poliziotti che Ruby era nipote di Mubarak. Insieme alla pena, il “perdono di Stato” cancella pure la memoria?

La procuratrice Francesca Nanni ha detto al Fatto di non aver mai letto quella pratica: “Se non presenta aspetti specifici di particolare delicatezza, viene gestita in automatico e io non ne vengo informata”. Dunque per Milano non era un caso delicato. Per il Quirinale sì, al punto da tenere segreta la grazia fino al nostro articolo 10 aprile scorso.

Nel 2024 Minetti, Cipriani e il bambino si trasferiscono in Italia. Il 18 settembre, tre mesi dopo la morte degli avvocati di Garzón, il settimanale “Chi” dedica quattro pagine alla nuova vita di Nicole Minetti. Lei elegante, il bambino che corre e gioca ai giardini Montanelli, davanti all’hotel-boutique Casa Cipriani. Lei e lui in tenuta sportiva che fanno la spesa. “Chi” è Mondadori, che è Fininvest, che è la famiglia Berlusconi, per il cui fondatore Minetti “favoreggiava” la prostituzione. Il cerchio, almeno editorialmente, si chiude. La storia invece no. Quattro giorni dopo la nostra inchiesta, il Ministero dell’Interno uruguaiano diffonde un avviso nazionale con la foto: María de los Ángeles González Colinet, di anni 29, è scomparsa. E’ la madre biologica del bimbo al centro della grazia a Nicole Minetti. L’ultima traccia di lei risale a metà febbraio. Negli stessi giorni, Nordio e Mattarella – nel silenzio dei palazzi romani – firmano. A settembre 2024 quel bimbo molto malato corre e gioca ai giardini Montanelli, a due passi da Casa Cipriani.

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Grazia a Nicole Minetti, Mattarella chiede chiarimenti a Nordio dopo gli scoop del Fatto: “Acquisire con urgenza informazioni” - Thomas Mackinson


 “In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa”.

Con questa nota il Quirinale prende una posizione netta sulla vicenda rivelata dal Fatto Quotidiano della grazia concessa a febbraio a Nicole Minetti. Il Colle, di fatto, ripassa la palla al dicastero di via Arenula. La legge prevede che il giudizio del Capo dello Stato si debba basare sull’istruttoria trasmessa dal Guardasigilli Carlo Nordio, a cui spetta lo specifico onere di verificare la veridicità delle pratiche e chiedere ulteriore documentazione. Controlli che, evidentemente, si sono rivelati quantomeno carenti, compresi quelli della Procura Generale di Milano che aveva dato il primo via libera (non vincolante) alla richiesta.

Il presidente della Repubblica non dispone di autonomi strumenti di indagine per accertare i fatti che vengono prospettati e fonda la propria decisione sui documenti che gli vengono sottoposti nonché sulle valutazioni formulate a tal proposito dall’autorità giudiziaria e dal ministro della Giustizia, ricordano fonti del Quirinale. Nel caso in questione – si rileva – il Procuratore generale di Milano e il ministro Nordio hanno motivato il loro parere favorevole alla grazia in quanto l’affidamento in prova della Minetti le avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore, sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero. Fonti del Quirinale, a questo proposito, fanno notare che la richiesta è stata rivolta al ministero della Giustizia, competente in via esclusiva a svolgere l’attività istruttoria in merito alle domande di grazia, come affermato dalla Corte Costituzionale con una sentenza del 2006.

L’istanza depositata prima dell’estate 2025 dai legali di Nicole Minetti, stando all’inchiesta del Fatto, era carente sotto vari profili. Indicavano il minore adottato in Uruguay come “abbandonato alla nascita” e privo di legami, quando gli atti del Tribunale di Maldonado acquisiti dal Fatto dimostrano che il bambino aveva in realtà due genitori biologici. Minetti e il compagno milionario Giuseppe Cipriani non hanno accolto un orfano, ma hanno intentato una causa civile per togliere la patria potestà ai genitori naturali, approfittando della loro estrema miseria.

Per giustificare la necessità per la Minetti di viaggiare all’estero (aggirando l’affidamento ai servizi sociali in Italia), l’istanza sostiene che due centri d’eccellenza, il San Raffaele di Milano e l’Ospedale di Padova, avessero sconsigliato di operare il minore, rendendo “imprescindibili” le cure al Boston Children’s Hospital. Contattati dal Fatto, i primari di quelle strutture hanno smentito categoricamente: non hanno mai visitato il bambino, il suo nome non è a terminale, e hanno confermato che quegli interventi si fanno comunemente e con successo anche in Italia.

Il contesto dell’adozione gronda misteri. Negli stessi giorni di metà febbraio 2026 in cui a Roma si firmava la grazia, in Uruguay la vera madre biologica del bambino (la 29enne María de los Ángeles González Colinet) scompariva nel nulla, costringendo la polizia locale a diramare un avviso di rintraccio. Un mistero che si incrocia con la morte dell’avvocata d’ufficio che aveva difeso la famiglia biologica, Mercedes Nieto, trovata carbonizzata in casa col marito nel 2024: un caso oggi indagato per duplice omicidio.

Per dimostrare il totale ravvedimento dell’ex consigliera, i legali hanno garantito sulla rettitudine del suo compagno Giuseppe Cipriani, definito un mecenate “lontano da contesti di devianza”. I documenti americani (Epstein Files) consultati dal Fatto svelano invece che l’imprenditore era finanziato “a strozzo” dal pedofilo Jeffrey Epstein. Testimonianze dirette dall’Uruguay confermano inoltre che, proprio nella tenuta in cui la coppia ospitava a favore di telecamera i bambini dell’orfanotrofio, si consumava in realtà un incessante giro di squillo d’alto bordo e minorenni gestito dalla stessa Nicole Minetti, che dunque non avrebbe “cambiato vita”.

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venerdì 27 marzo 2026

Epstein e i confini morali delle democrazie - Sergio Labate

 

Non è difficile prevedere che, nonostante le reticenze e la complicità della maggior parte del sistema mediatico, lo scandalo degli Epstein files sia appena all’inizio. Troppo grande il degrado morale, le fitte e perverse trame politiche ed economiche che emergono e che rendono esplicito ciò che finora si è solo potuto immaginare («io so, ma non ho le prove». Eccole le prove). Anche questa è una delle tante lezioni di questa storia: come ha sottolineato – non senza una nota di sarcasmo – la filosofia Gloria Origgi si tratta di capire come reagire razionalmente quando le teorie politiche del complotto si rivelano vere, come in questo caso. Tutto ciò a cui non si poteva credere, si sta dimostrando anche più realistico del previsto. Ecco, la portata di questi documenti è davvero epocale e per questo conviene tener desta l’attenzione e non cedere all’inevitabile strategia del depistaggio e della minimizzazione cui andremo incontro nei prossimi mesi. Io credo che quei milioni di documenti rappresentino per certi versi una delle tracce più consistenti per ricostruire dall’interno una storia economica, politica e morale del neoliberismo e della sua capacità di modificare e orientare l’ordine del mondo.

Come tutte le storie, anche questa storia contiene tanti risvolti, sfumature, controtendenze e azioni che appaiono marginali e in realtà non lo sono. Stiamo parlando di come negli anni si è costruita un’élite mondiale tenuta insieme dalla crudeltà nei confronti degli altri esseri umani (in particolare donne), dallo scambio rigidamente endogeno di influenze, informazioni, soldi (molti soldi) e dall’odio delle democrazie. Tutto questo intorno alla vivacità di un uomo condannato per pedofilia quasi vent’anni fa, esplicitamente razzista, eugenetico, sadico. E che non ha mai nascosto ciò che era, anzi ha sedotto buona parte della classe dirigente mondiale – e in particolare i condottieri che hanno guidato la sinistra mondiale verso la propria dissoluzione – proprio grazie a questi tratti disumani.

La questione fondamentale non è dunque semplicemente quella morale (che pure non disprezzerei affatto, sinceramente). È piuttosto l’inquietante intreccio tra sadismo pianificato e realizzato in modo compulsivo e quello che poco fa ho definito nei termini di un vero e proprio odio per le democrazie. Siamo dinanzi al tentativo (del tutto riuscito) di abbattere i confini morali delle democrazie e, in questo modo, di abbattere le democrazie stesse. In maniera più dura ma forse più efficace, si può sostenere che il progetto politico delle classi dirigenti mondiali degli ultimi decenni sia stato quello di sostituire le democrazie non solo con le autocrazie, ma con un vero e proprio governo sadico sugli uomini e (soprattutto) sulle donne.

Trump, Clinton, Epstein, Gates e tanti altri… Tutto ciò che li unisce e li tiene insieme è una sorta di incontrollabilità del potere, come un demone interiore che nessuno riesce più a frenare. Tutti maschi bianchi di una certa età, presi in ostaggio dal loro stesso potere, che non è più un semplice vizio tra gli altri che può anche dar luogo a scelte responsabili – ogni buon politico deve essere ambizioso, ricordava Weber. È un demone interiore che si fa legge superiore: che vuole spazzare via ogni ostacolo formale, a partire dalle leggi e da tutto ciò che tiene sotto controllo il loro potere e trasformare tutte le relazioni umane a misura del dominio di qualcuno su qualcun altro. Sarà per questo che – tra una violenza e un’altra, tra una tortura e un’altra – l’ossessione dei loro discorsi sembra essere precisamente l’insofferenza nei confronti della democrazia. Personalmente provo dolore anche solo a immaginare le scene. Con queste povere ragazzine vittime di potenti che mescolavano insieme umiliazioni feroci e discorsi su come limitare i danni delle democrazie, su come sottomettere tutto il mondo al loro sadismo sperimentato festosamente sulla pelle di giovani donne. Eccoli, quelli che hanno vinto definitivamente la lotta di classe. Un’élite ristretta di maschi perversi e malati, circondati da api regine o da donne schiavizzate. Pienamente consapevoli che l’ultimo argine che resta alla trasformazione del loro potere in un dominio incondizionato è proprio la democrazia. È così che la questione morale è già questione politica. In fondo è stata proprio questa la grande scommessa della democrazia. Immaginare di poter mettere dei confini al potere, in modo tale che esso non sia mai assoluto. Tenere separato, per quanto possibile, l’esercizio del potere dalla voluttà personale del dominio di qualcuno su qualcun altro. In democrazia il potere resta sempre contendibile – nessun uomo di potere può possedere quel potere che gli è solo assegnato per un certo periodo – e si trova vincolato da confini morali e giuridici, rappresentati per eccellenza dai diritti fondamentali e dalla tutela della dignità di ciascuno.

Oggi sappiamo – anche grazie a ciò che sta emergendo – che il disegno mondiale che ha dissolto le democrazie non era legato ad altro che a questa insofferenza satrapica, a questo ultimo stadio del patriarcato in cui tutto si irrigidisce in violenza e consumo. In cui il nuovo ordine mondiale fa coincidere perfettamente l’interno e l’esterno, ciò che accade dentro le tante e lussuose case a disposizione di pochi e ciò che accade al di fuori, con la guerra assurta a misura del mondo. La distruzione, l’umiliazione, la reificazione, tutto agghindato dentro cene eleganti e jet privati. Vale anche per Chomsky, purtroppo. E non è ingenuità, ma seduzione. La seduzione del sadismo, non solo della ricchezza. Della violenza, non solo del potere.

Questa è la verità scomoda che emerge: i potenti, chiusi nella stanza dei balocchi e costretti a godere incessantemente, hanno finito col trasformare questa complessa architettura del potere e dei suoi limiti connaturali in un’esigenza di dominare sugli altri esseri umani. Cioè di trasformarli in merci, in oggetti da consumare compulsivamente, da umiliare e degradare. È la tentazione del sadismo: in fondo quando il potere si affranca dal proprio limite esso non può che volere la cancellazione dell’essere umano. Perché l’umanità dell’essere umano sarà sempre una nota stonata, una resistenza all’esigenza di possedere senza più confini morali, all’assolutismo del dominio. Quando Trump rivendica di essere l’unico a poter autolimitare il proprio potere (“c’è una sola cosa che può fermarmi: la mia morale. La mia mente”), non fa che confermare questo schema e, allo stesso tempo, pronunciare la sentenza definitiva di dissolvimento del principio democratico. Un potente che crea da sé i confini al proprio potere sarà inevitabilmente un sadico. Un uomo la cui funzione principale non è quella di vedere e sentire gli altri, di fare i conti con la loro libertà, ma piuttosto di ridurli ogni volta a un pretesto per confermare il proprio arbitrio, il proprio dominio.

Ecco il filo rosso che lega l’inquietudine del nostro presente all’oscenità di questo passato che emerge. Se a Gaza o a Minneapolis si fanno esperimenti su ciò che sarà il nostro futuro, le case chiuse e festose di Epstein sono state il laboratorio del nostro presente. Luoghi di tortura e di disumanizzazione in cui si è sperimentato quel che adesso possiamo comprendere appieno: che il contrario della democrazia non è semplicemente l’autocrazia, ma il sadismo. Ecco il punto complesso ma inaggirabile che dobbiamo ormai affrontare. Cosa accade quando i confini morali delle democrazie vengono oltrepassati e tutte le relazioni tra esseri umani – compreso l’eros – vengono plasmati a immagine della relazione tra dominatore e dominato? Quando il dominio diventa misura di tutte le relazioni? Quando il sadismo che governava dentro le mura di quelle case diventa la forma complessiva delle nostre città e dei nostri rapporti internazionali? Conviene non fuggire da queste domande, magari con la scusa dell’autonomia del politico. Quell’autonomia si fondava anche sul rispetto di alcuni confini morali che oggi non ci sono più. La politica del sadismo si è sostituita definitivamente alla politica delle democrazie. Le perversioni soggettive sono diventate la misura di tutte le cose.

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martedì 10 marzo 2026

Morire per Israele?

 



di Francesco Masala

Durante il fascismo Mussolini decise che l’Italia doveva morire per la Germania nazista.

Adesso il governo Meloni ha deciso che l’Italia deve morire per l’Israele sionista e gli Usa Epstein-state (i due principali stati canaglia dell’universo, secondo Alberto Bradanini).

La prima volta sappiamo come è andata, dopo la seconda guerra mondiale l’Italia è stata occupata dagli Usa, qualcuno ha tentato di ribellarsi all’occupazione Usa, Enrico Mattei e Aldo Moro, fra i tanti, l’hanno pagata cara.

Anche questa volta potrebbe non andare bene per l’Italia, che, con orgoglio, fa parte a pieno titolo della coalizione Epstein, quella che si proccupa per le bambine e le donne iraniane, e non solo.

Ci ricorderemo della Resistenza?

La Germania ha continuato a vivere, smettendo di essere nazista.

Anche Israele continuerà a vivere, in qualche modo, se smetterà di essere sionista, colonialista, terrorista, genocida, espansionista.

La Germania nazista, l’Israele sionista e gli Usa hanno sempre pensato di essere popoli eletti, benedetti da qualche dio guerriero e gli altri di conseguenza sono maledetti.

Gli Usa, quelli delle guerre di sterminio e dei nazisti del Minnesota, crolleranno col dollaro in tramonto, quando molti non compreranno più niente dagli Usa e gli stessi molti smetteranno di vendergli i loro prodotti.

 

per approfondire:

https://www.remocontro.it/2026/03/06/in-che-mani-e-finito-il-mondo-e-la-nostra-piccola-italia/, di Ennio Remondino

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_bradanini__dopo_limmorale_aggressione_alliran_le_macerie/45289_65636/, di Alberto Bradanini

https://www.youtube.com/watch?v=lVn5QY8Ymjo, di Matteo Saudino

https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/03/02/aggredire-liran-e-meno-grave-che-aggredire-lucraina/, di Domenico Gallo

https://altrenotizie.org/iran-laggressione-della-coalizione-epstein/, di Fabrizio Casari

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/32451-enrica-perucchietti-le-10-notizie-piu-importanti-e-verificate-contenute-negli-epstein-files.html, di Enrica Perucchietti

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/09/annessione-cisgiordania-israele-palestina-notizie/8311465, di Riccardo Noury

https://comune-info.net/chomsky-epstein-e-le-contraddizioni-che-ci-interrogano/, di Riccardo Taddei

https://www.youtube.com/watch?v=cdNgqTjr4uc, intervista a Minoo Mirshahvalad

https://www.ambienteweb.org/2026/03/08/dichiarazione-degli-ebrei-di-neturei-karta-sulla-guerra-in-corso-con-liran/, di Neturei Karta

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lunedì 23 febbraio 2026

Epstein e lo spirito neopatriarcale del capitalismo - Paolo Desogus

Le recenti rivelazioni sulle complicità dei servizi segreti, e in particolare del Mossad, aggiungono al caso Epstein un ulteriore elemento di inquietudine, rivelatore di una trama di potere complessa, che alla predazione dei corpi femminili, spesso giovanissimi, unisce la pratica del dossieraggio e del ricatto. Resta tuttavia da capire cosa ha spinto le personalità ai vertici della politica e dell’economia internazionale a esporsi e a partecipare a un’attività evidentemente criminale, che facilmente si sarebbe prestata a minacce ed estorsioni. Una spiegazione sta senz’altro nel sentimento di impunità, il cui significato non può però essere spiegato esclusivamente con le categorie morali. Si tratta infatti di qualcosa che chiama in causa l’appartenenza dei complici di Epstein a un nuovo tipo di classe cosmopolita, forte di ricchezze smisurate e di relazioni potentissime: una classe estranea alla legge e proprio per questo capace di tutto, smaniosa di misurare il proprio potere sul prossimo.

Le notizie sul caso Epstein hanno proprio per questo richiamato alla memoria alcuni film in cui tali pratiche erano state mostrate. Uno di questi è Salò o le 120 giornate di Sodoma, da Pasolini pensato come metafora della ragione neocapitalista e della sua torsione autoritaria. Dall’ottica di questo film emerge in effetti come i corpi e, in relazione al caso di Epstein, i corpi femminili, siano il luogo di verifica della potenza del capitale liberato da ogni vincolo, da ogni freno, capace dunque di sottomettere, mercificare e abusare. Sotto questa ottica, la pratica di estrazione del plusvalore diviene estrazione di godimento senza limiti, senza l’ombra di scrupoli etici, che integra il sessismo nella logica dell’accumulazione primitiva.

Insieme alle immagini di Salò è forse possibile accostare anche alcune sequenze di un altro film, Eyes wide shut di Kubrick, tratto dal romanzo di Schnitzler, Doppio sognoSe l’opera di Pasolini descrive il grado di violenza del capitale, quello di Kubrick offre gli strumenti per studiare la complicità criminale interna ai membri di questa nuova classe ostile alla legge, del tutto distaccata dal mondo reale e nondimeno capace di condizionarlo. L’enorme crescita di ricchezza in mano a pochi e la neutralizzazione di qualsiasi contropotere realmente in grado di metterla in discussione hanno proiettato questa élite in uno spazio altro, in un universo parallelo dove si celebra il patto originario di un’appartenenza esclusiva, siglato al di sopra di ogni ordinamento legale.

Va proprio per questo osservato come la casa delle orge, a cui con un escamotage accede il protagonista di Eyes wide shut, sia abitata da figure in maschera. Forse ancor più nel romanzo di Schnitzler si nota però che chi la frequenta sa riconoscere i propri simili e sa facilmente individuare i corpi estranei o comunque non utili allo sfruttamento (a morire è una giovane prostituta che ha rotto il patto). La maschera non deve nascondere. E quelle orge non servono soltanto a soddisfare gli appetiti perversi di chi vi partecipa. Sono anche parte di un rito in cui si celebra l’atto fondativo di una nuova legge, di un nuovo ordine che modifica l’identità civile di chi ne fa parte separando l’umanità, stabilendo cioè la divisione fra i dominanti, detentori del godimento, e i dominati costretti a restarne esclusi o al limite a subirlo.

Se è così anche per il caso Epstein, si capisce come l’azione criminale, che secondo alcune recenti rivelazioni supera persino la pratica dello stupro fino ad arrivare all’omicidio, sia interna al consolidamento del clan. Allo stesso modo il ricatto, più che alla logica dell’intimidazione, risponde al compimento del rito. È come una sorta di pegno criminale da pagare per liberarsi dal proprio passato civile e per entrare a far parte del giro dei veri potenti, quello di coloro che stanno sopra la legge terrena. Del resto sin dalle prime indagini su Epstein del 2006 in Florida l’attività degli inquirenti ha incontrato numerosi ostacoli. La stessa condanna, estremamente tenue rispetto ai reati, non ha impedito al magnate americano e alla sua complice Ghislaine Maxwell di estendere il proprio traffico sessuale e pedofilo. E allo stesso modo la larghissima parte delle figure della politica e della finanza segnalate nei file finora raccolti non sono ancora state coinvolte nelle azioni giudiziarie.

Staremo a vedere dove arriverà la legge. Di sicuro però anche la massima pena detentiva non sarà sufficiente. Epstein e i suoi uomini sono la parte emergente di una contraddizione che non si elimina nei tribunali e che va ricercata nel cuore stesso dell’Occidente capitalistico e nella sua falsa coscienza liberale e neopatriarcale, incapace di mettere in discussione la sua razionalità predatoria di capitale e di corpi. Il dominio di questa nuova classe è l’espressione di una vera e propria visione del mondo che nell’azione politica si traduce in un potere senza limiti, senza confini, impegnato a soddisfare in ogni modo una volontà di potenza ostile alle più elementari libertà della persona.

Occorre proprio per questo fare uno sforzo. Vedere cioè lo scandalo Epstein nella grande cornice degli eventi recenti che hanno messo in discussione il diritto statale e internazionale. La stessa vocazione alla guerra, al colonialismo, così come allo stupro, allo sfruttamento massivo del lavoro e alle profonde diseguaglianze sociali è parte integrante di questo potere. Si tratta di qualcosa che andrebbe preso molto sul serio. È, per tornare al Pasolini di Salò, il “nuovo fascismo” del nostro secolo.

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martedì 10 febbraio 2026

Troppi Epstein files non vedranno mai la luce

articoli di Maura Benegiamo, Sara Reginella, Chris Hedges, Loretta Napoleoni, Pasquale Liguori, video di Matteo Saudino e Santiago Armesilla (in spagnolo)

Sulla fatica di elaborare politicamente gli Epstein files – Maura Benegiamo

Le accuse di pedofilia e di sevizie che coinvolgono una classe dirigente — bianca, ricca, maschile — non sono una deviazione mostruosa dal capitalismo, ma il suo volto più coerente.Quello di un sistema di potere economico, politico e culturale dove il corpo dei più vulnerabili può, come correlato di questo stesso potere, diventare terreno di appropriazione: non solo forza lavoro, ma vita a disposizione. Genocidio, stupri, repressione, tossicità.

Antonio Gramsci diceva che il potere è egemonia corazzata di coercizione. E siamo davanti a un’egemonia tanto profonda da trasformare l’orrore in rumore e le vittime in dettaglio. Una società che percepisce la gravità, ma fatica ad elaborarla politicamente. Dove la gran parte dei media minimizza e frammenta la notizia, spostando l’attenzione sul “mostro” individuale, sul singolo evento, invece che sulle reti di comando che coprono i colpevoli e che da vent’anni e più si sono strutturate anche – o soprattutto – attorno alla connivenza su stupri e abusi.

Finché tali violenze saranno narrate come perversioni individuali e non come esiti di rapporti di classe, la classe dominante potrà continuare a presentarsi come garante della società mentre ne consuma, ancora una volta, – nelle sue case di lusso, in isole private, tra Wall street e la Silicon Valley, passando per le tasche dei sovranisti europei – la negazione più radicale.

Due ricostruzioni della vicenda molto utili (grazie a chi le ha condivise):

La fabbrica dei corpi: #1 – l’orologio di Epstein

Epstein files, l’Italia emerge come laboratorio politico di Steve Bannon negli scambi con il finanziere

Ripreso dalla pagina facebook dell’autrice

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La “normalizzazione” di Epstein – Sara Reginella

Dopo la normalizzazione della guerra e del genocidio, parte della stampa italiana è ora alle prese con la normalizzazione della pedofilia.

E dunque, leggo che Jeffrey Epstein non era un pedofilo ma un “finanziere”, o al massimo un “faccendiere”; leggo che gli stupri erano “feste orgiastiche”, le bambine abusate e torturate “donne minorenni”, mentre i crimini delle “élite” vengono derubricati a “bassezze”.

Inutile spiegare a chi non ha coscienza che Epstein era un sadico pedofilo, che gli stupri non sono feste, che le bambine non sono donne e che i crimini non sono bassezze, ma è grazie all’uso di questa terminologia, che non è casuale, che la realtà viene deformata, la massa rimane assopita e quei criminali appartenenti a parte della leadership mondiale, seppur ricattabili, restano impuniti.

Le immagini di abusi sessuali, pedopornografia, morte, abusi fisici e ferite sono state escluse dagli Epstein file”, ha affermato il vice procuratore aggiunto Todd Blanche, nei giorni scorsi.

Eppure, nonostante manchino all’appello migliaia di questi file, le descrizioni delle atrocità e torture su innocenti, che molti di noi hanno già potuto leggere consultando la prima parte dei documenti, sono atroci e disumane.

Oggi, chi non ha ancora perso la propria coscienza grida giustizia per queste anime abusate, torturate e uccise, poiché è solo ribellandoci a tanta disumanità che resteremo umani.

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Noam Chomsky, Jeffrey Epstein e la politica del tradimento – Chris Hedges

Non mi aspetto molto da politici, magnati aziendali, rettori di prestigiose università, filantropi miliardari, celebrità, reali o oligarchi. Vivono in bolle narcisistiche ed edonistiche che alimentano la loro egocentrismo e la loro depravazione morale. Ma mi aspetto molto da intellettuali come Noam Chomsky. La spiegazione data da sua moglie Valéria – Noam ha avuto un grave ictus nel giugno 2023 ed è inabile – della loro relazione con Jeffrey Epstein è piena delle scuse fatue usate da tutti coloro che sono stati smascherati nelle email e nei documenti di Epstein.

Secondo Valéria, lei e Noam erano “eccessivamente fiduciosi”. Questo ha portato a “scarsa capacità di giudizio”. Scrive che lei e Noam furono irretiti da cene con personaggi illustri nella villa di Epstein, voli sul suo jet privato soprannominato “Lolita Express”, un riferimento letterario allo sfruttamento sessuale di ragazze che Noam avrebbe riconosciuto, assistenza finanziaria, viaggi al ranch di Epstein e l’uso di uno degli appartamenti di Epstein a New York. Come tutti gli altri denunciati nei fascicoli su Epstein, lei e Noam “non hanno mai assistito ad alcun comportamento inappropriato da parte di Epstein o di altri”.

Il consiglio di Noam a Epstein su come gestire le inchieste della stampa sui suoi crimini, così come la lettera di raccomandazione di Noam per Epstein, è stato, insiste, il risultato del fatto che Epstein ha “approfittato delle critiche pubbliche di Noam verso quella che è diventata nota come ‘cancel culture’ per presentarsi come una vittima”. Dopo il secondo arresto di Epstein nel 2019, lei e Noam “sono stati negligenti nel non aver indagato a fondo sul suo passato”. Conclude esprimendo “solidarietà illimitata con le vittime”.

La sua lettera rigurgita la formula di tutti coloro che sono stati smascherati nei fascicoli di Epstein. Conosco e ammiro da tempo Noam. È, probabilmente, il nostro intellettuale più grande e di sani principi. Posso assicurarvi che non è così passivo o credulone come sostiene sua moglie. Sapeva degli abusi sui minori da parte di Epstein.

Lo sapevano tutti. E come altri nell’orbita di Epstein, non gli importava. Dalla corrispondenza via email tra Epstein e Valéria sembra che lei apprezzasse particolarmente i privilegi derivanti dall’essere nella cerchia di Epstein, ma questo non assolve Noam dall’acquiescenza. Noam, più di chiunque altro, conosce la natura predatoria della classe dirigente e la crudeltà dei capitalisti, dove i vulnerabili, soprattutto ragazze e donne, vengono mercificati come oggetti da usare e sfruttare. Non è stato ingannato da Epstein. È stato sedotto. La sua associazione con Epstein è una macchia terribile e, per molti, imperdonabile. Infanga irreparabilmente la sua eredità.

Se c’è una lezione da imparare, è questa: la classe dirigente non offre nulla senza aspettarsi qualcosa in cambio. Più ci si avvicina a questi vampiri, più si diventa schiavi. Il nostro ruolo non è socializzare con loro. È distruggerli.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

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Dietro Epstein un’élite marcia e disonesta. Un sistema di potere tutto occidentale  – Loretta Napoleoni

Anni fa, un banchiere che gestiva i grandi patrimoni mi disse che i ricchi, quelli veri, ed i potenti vivono in un ghetto. Hanno paura di mischiarsi con la gente comune, il loro isolamento non dipende dalla paura di essere bersaglio di delinquenti o pazzi (vedi uccisione di John Lennon) ma di dover interagire con noi. Si fa shopping nelle boutique da soli, nelle ore di chiusura; si vola solo ed esclusivamente con il jet privato e si socializza solo con gente che vive nello stesso ghetto.

Nel libro The Hungher Game, i privilegiati vivono nella Capitale sfruttando tutti gli abitanti dei distretti. Chi vive nella Capitale non mette in discussione questa diseguaglianza ed ingiustizia perché si sentono migliori degli altri e quindi hanno più diritti. Virginia Giuffre aveva detto che per il principe Andrew fare sesso con lei adolescente era un suo privilegio, un diritto legato, molto probabilmente, al suo sangue blu.

Il sistema di diseguaglianze e sfruttamento descritto in The Hungher Game sembra proprio essere identico alla società occidentale dove un cerchio di uomini, e donne ad essi collegati, sfrutta adolescenti e bambini per i loro desideri e piaceri sessuali e così facendo si fanno affari, ci si arricchisce con l’insider trading, si scambiano favori politici, in altre parole si gestisce quella parte di mondo che si autodefinisce libera e democratica.

È impressionante costatare che questi individui provengano da tutte le professioni e discipline possibili e che il comune denominatore è sempre lo stesso: il sesso con le ragazzine, la pedofilia. In The Hungher Game è la guerra tra i poveri, gli abitanti della Capitale godono nel vedere gli adolescenti dei Distretti uccidersi a vicenda per sopravvivere. Vince chi riesce ad ammazzare tutti.

L’adolescenza affascina sempre. È un periodo che nella memoria di chi invecchia diventa magico e quindi la si vuole riconquistare in qualche modo. È quello che questi porci ricci e potenti facevano con le ragazzine di Epstein? Oppure, come in tutte le civiltà arrivate alla fine, la decadenza si manifesta nella perversione sessuale?

Poco importa perché dietro il paravento del sesso, come spiegava decenni fa Pasolini, c’è una realtà egualmente agghiacciante: la nostra celebrata élite, che consideriamo superiore a tutte le altre, a quelle di regimi politici diversi da noi, è marcia e disonesta. Certo, ci sono sforzi da parte di una certa stampa di farci credere che dietro Epstein ci fosse la Russia per ricattare i suoi seguaci pedofili. Ma si tratta di accuse indifendibili, il fenomeno Epstein è tutto occidentale.

Ma non basta, non emerge dai file alcun ricatto, chi lo frequentava non aveva bisogno di essere ricattato per dargli ciò che voleva, si cooperava con lui per riconoscenza! Difficile imbattersi in qualche nome maschile famoso che non sia negli Epstein File, pochissimi infatti hanno resistito al fascino del master della massoneria pedofila. Ed anche chi non si intratteneva con le ragazzine e dopo un primo incontro aveva deciso di non frequentarlo, sapeva bene cosa facesse, ma nessuno ha avuto il coraggio di denunciarlo. Sono anche loro colpevoli? A mio parere sì.

Tutte queste vite spezzate, queste adolescenze traumatizzate non solo domandano giustizia da parte dello Stato, ci chiedono di cancellare dalla nostra vita questi individui, di bruciare il ghetto dove vivono con la nostra indifferenza. Non si guardano più certi film, non si comprano più alcuni prodotti, non si ascoltano più tante voci, non si votano più certi partiti e politici e così via.

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LA VILLA DI SALÒ, EPSTEIN E GAZA – Pasquale Liguori

Salò o le 120 giornate di Sodoma non era un requiem sul fascismo morente. Pasolini ci stava consegnando una diagnosi clinica, terrificante e profetica, sul futuro che ci attendeva. In quell’opera, l’orrore non risiede soltanto nella tortura, ma nella meticolosa selezione delle vittime: partigiani, figli del popolo, adolescenti rapiti per essere consumati da quattro dignitari – il Duca, il Vescovo, il Presidente della Corte d’Appello, il Presidente della Banca Centrale – pilastri del potere politico, ecclesiastico, giudiziario e finanziario. Quella villa non ha mai chiuso i battenti. È il luogo dove la legge viene sospesa affinché il capriccio dell’élite diventi l’unica norma vigente.

La villa esisteva realmente: si chiamava Little St. James, l’isola di Jeffrey Epstein. Inutile a dirsi che bisogna smettere di guardare al caso Epstein come a una storia di devianza individuale o di gossip. Epstein è stato l’architetto di una “Salò moderna”, un ingranaggio essenziale di quella tracotanza imperialsionista che oggi vediamo esplodere ovunque. La sua rete non era un circolo vizioso, ma un sofisticato dispositivo di controllo politico fondato sul ricatto incrociato, un punto di convergenza dove l’élite occidentale e i vertici dell’intelligence e del business israeliani si incontravano nel comune denominatore del vizio. Lì, esattamente come nel film di Pasolini, la pedofilia trascendeva la perversione sessuale per farsi celebrazione del potere assoluto. Consumare corpi giovani, vergini e indifesi è l’affermazione suprema della sovranità: “Io posso tutto. Tu sei carne, io sono il macellaio”. I quattro dignitari non sono spariti. Hanno solo esteso il perimetro delle recinzioni, trasformando il mondo intero nel loro teatro di caccia.

Quel meccanismo di predazione, un tempo nascosto nelle alcove private, ha rotto gli argini ed è diventato genocidio a Gaza, prosecuzione dell’isola di Epstein con altri mezzi. La villa di Salò ha trovato la sua architettura globale: da un lato la privatizzazione del vizio a Little St. James, dove il consumo dei corpi avveniva al riparo dagli sguardi; dall’altro Gaza, il “cortile esterno”, il luogo dove il Potere Sovrano esercita la sua violenza con una spettacolarità oscena, trasmettendo al mondo il messaggio definitivo di impunità. Pasolini indicava la natura anarchica del vero potere. I signori di Salò stilano regolamenti maniacali solo per il piacere sadico di violarli.

Israele incarna oggi questa figura del sovrano assoluto nel suo eccezionalismo. La circolazione virale di video in cui soldati israeliani posano ghignanti con la biancheria intima di donne palestinesi uccise o sfollate, o ballano invocando la colonizzazione sulle macerie di intere città, non è un incidente di percorso disciplinare. È la manifestazione politica dell’orgia sadiana. È quel “surplus di godimento” che accompagna ogni genocidio: non basta eliminare il nemico, bisogna umiliarne la nuda vita, celebrare la propria vitalità suprema banchettando sul cadavere dell’Altro. La scena più insostenibile di Salò, quella in cui le vittime sono costrette a nutrirsi di merda, trova oggi la sua tragica eco politica. Il colonialismo nella sua fase terminale costringe i popoli sottomessi a ingoiare gli scarti della produzione di morte occidentale: fame, sete, malattie, macerie. È la distruzione metodica non solo dei corpi, ma della dignità umana, ridotta a rifiuto.

Questa “tracotanza” – l’impunità sfacciata, farsi beffa di istituzioni e diritto cavalcandone i loro doppi standard, i soldati che frugano nell’intimo delle case sventrate – è figlia diretta di quella stessa cultura che proteggeva i frequentatori dell’isola. È il messaggio del marchese de Sade elevato a dottrina di Stato: il forte ha il diritto naturale di godere della sofferenza del debole. Di fronte a questo abisso, non ci è risparmiato uno spettacolo forse ancora più grottesco: la recita di sedicenti progressisti che, invece di analizzare l’orrore, si premurano di agitare la clava preventiva dell’antisemitismo contro chiunque osi nominare la realtà confrontandosi oggettivamente con l’abisso dei tempi. Un’accusa, ormai svuotata di ogni significato storico e trasformata in un manganello retorico, che serve a un solo scopo: proteggere il potere da ogni critica strutturale. È la stessa ipocrisia dei collaborazionisti che, nella villa di Pasolini, suonavano il pianoforte per coprire le urla delle torture. Chi oggi grida all’antisemitismo di fronte alla critica politica del sionismo e del massacro sistematico che produce, sta difendendo il diritto dei Signori di disporre dei corpi a loro piacimento. Riconoscere il legame oscuro tra libido, potere e sterminio è il primo passo per non essere complici.

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