giovedì 30 giugno 2016

Londra fuori dalla Ue? Putin se ne frega – Fulvio Scaglione


Un altro pseudo-spauracchio anti-Brexit agitati dai commentatori a libro paga della Nato e dagli incompetenti veri, come il premier inglese David Cameron (“Putin potrebbe rallegrarsi se la Gran Bretagna lasciasse la Ue”) e il suo ministro degli Esteri John Hammond (“A dire la verità, l’unico Paese a cui piacerebbe che noi lasciassimo l’Unione Europea è la Russia”), è stato che il Cremlino di Vladimir Putin avrebbe potuto sghignazzare di soddisfazione all’uscita via Brexit di Londra dalla Ue. Quando tutto, semmai, farebbe pensare il contrario.
Proviamo a ricordare qualche fatto. Da quando è nell’Unione Europea, il Regno Unito ha sempre fatto parte a sé. Ci sono solo quattro Paesi nella Ue (Danimarca, Regno Unito, Irlanda e Polonia) che godono di opt-outs, cioè della facoltà di non partecipare alle regole comuni in questo o quel campo. E Londra è l’unica che abbia chiesto quattro opt-outs.Quelli che ha scelto riguardano il Trattato di Schengen (quello che abolisce i confini interni all’Unione e garantisce la libera circolazione di merci e persone), la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione (diritti civili e affini), l’area detta Libertà, Sicurezza e Giustizia (in pratica Londra può chiamarsi fuori da questa o quella legge adottata dal Parlamento europeo) e, naturalmente, l’unione monetaria (il Regno Unito ha conservato la sterlina).
In più, dal 1985 il Regno Unito gode del cosiddetto rebate, ovvero uno sconto su quanto il Paese deve versare come contributo economico al funzionamento della Ue. Nel 2014, quando l’economia inglese era la più dinamica dell’Unione, il rebate le consentì di tenersi in saccoccia 6,2 miliardi e di contribuire con soli 12,6 miliardi. Questo mentre il contributo italiano, per fare un esempio, superava i 14 miliardi.
Nel febbraio scorso, per finire, i vertici della Ue avevano accordato al Regno Unito ulteriori benefici, raccolti sotto la dizione Special status che David Cameron aveva molto magnificato. In quell’occasione Londra aveva ottenuto: uno speciale “freno” (per sette anni, rispetto ai quattro di tutti gli altri Paesi) alle spese per l’integrazione e l’avviamento al lavoro degli immigrati in casi di ondate migratorie particolarmente intense; i sussidi per i figli residenti all’estero degli immigrati in Gran Bretagna dal 2020 avrebbero potuto essere pagati non al costo della vita del Regno Unito ma in quello di residenza del minore; l’esclusione dall’impegno di stringere in futuro un legame più stretto con la Ue; per finire, la possibilità di sfruttare speciali “clausole di salvaguardia” per proteggere gli affari della City, per impedire il trasferimento in altri Paesi Ue di aziende inglesi e per proteggere le aziende inglesi da eventuali “discriminazioni” dovute al fatto di non essere nell’area euro.
Quindi, cominciamo col dire questo: l’idea che la Brexit spacca l’Europa è ridicola. Londra non è mai stata davvero in Europa (alla faccia di tutte le leggende inglesi sull’invadenza regolatoria di Bruxelles), semmai è stata un compagno di viaggio dell’Europa, protagonista di un patto basato sul reciproco interesse e nulla più. Ora il Regno Unito ha deciso che l’interesse non c’era più. Bene, saluti e baci. L’Europa potrebbe spaccarsi solo se altri Paesi decidessero di fare la stessa cosa. Al momento è poco probabile. E tra qualche tempo, chissà, la sorte inglese potrebbe dissuadere quelli oggi apparentemente più ribelli.
Allo stesso tempo, Londra ha sempre coltivato la relazione con Washington e gli Usa assai più di quanto coltivasse quella con la Ue. Non c’è impresa militare, per quanto fallimentare, dall’Iraq di Tony Blair e George Bush alla Libia di David Cameron e Barack Obama, che non li abbia visti insieme. Non parliamo della Nato. Non parliamo del programma nucleare Trident, in partnership con gli Usa, che la Gran Bretagna ha appena rinnovato al modico costo di quasi 39 miliardi di euro. Non parliamo di Echelon (Five Eyes), il programma di sorveglianza elettronica cui il Regno Unito partecipa appunto con Usa, Australia, Nuova Zelanda e Canada.
Non parliamo del fatto che Usa e Regno Unito hanno stretto tra loro la più grande partnership del mondo per investimenti esteri diretti. Come ha detto di recente il segretario di Stato Usa Kerry: “Ogni giorno, quasi un milione di americani va a lavorare in aziende inglesi negli Usa e ogni giorno più di un milione di inglesi va a lavorare in aziende americane in Gran Bretagna. Siamo strettamente legati, è ovvio. E abbiamo intenzione di rafforzare i nostri legami per aumentare la nostra prosperità”.
Che cosa c’entra tutto questo con Putin e con la Russia? È abbastanza semplice. Se Londra non è mai stato davvero in Europa, ma è sempre stata un fedele alleato degli Usa, quale differenza può fare la Brexit agli occhi della Russia? Forse che il Regno Unito uscirà anche dalla Nato? Forse che abbandonerà i programmi di spionaggio elettronico allestiti con gli Usa? Se domani gli Usa chiamassero gli amici per bombardare la Siria, il Regno Unito si tirerebbe indietro? E non c’è solo l’hard power. È Londra, se non ci avete fatto, a far da spalla agli Usa in tutte le iniziative di soft power.
L’Osservatorio siriano sui diritti umani, che è riuscito a entrare in tutti i titoli di giornale sulla Siria pur essendo gestito da un oppositore dichiarato di Assad non certo super partes, è coperto e mantenuto dagli inglesi. Inglese (Sebastian Coe) è il presidente della Iaafche ha squalificato tutti gli atleti russi, colpevoli o no che fossero di doping (verdetto poi corretto dal Cio). Inglese (e scelto dal Governo Cameron) il giudice che sul caso Litvinenko ha sentenziato che “Putin non poteva non sapere”. Di Londra i giornali che sostengono (tesi poi disciplinatamente ripresa anche dai nostri giornali) che gli hooligan russi hanno un addestramento paramilitare e collegamenti con i servizi segreti (cioè Putin).
Con il Regno Unito fuori dalla Ue crediamo davvero che questo cambierà? E se non cambierà che differenza farà mai alla dirigenza russa? Anzi, potrà semmai peggiorare. Perché è chiaro che Londra cercherà di far leva sui buoni rapporti con gli Usa per compensare le prebende perse in Europa. È quindi possibile che diventi ancor più “americaneggiante” di prima, non meno.
Infine. Chi sostiene che Putin cerca di dividere l’Europa, di mandarla in pezzi, rifletta su questo. Se tale fosse il fine del Cremlino, allora Putin avrebbe tifato contro la Brexit, per far restare nella Ue un Paese privilegiato, rompiscatole e diviso come appunto il Regno Unito. Senza Londra, e se nessuno seguirà il suo esempio, l’Europa può solo compattarsi, consolidarsi. Cosa che conviene a tutti, anche alla Russia, che ha sempre avuto nell’Europa il proprio miglior partner commerciale. Chi è che vorrebbe mandare in malora il proprio miglior cliente?

No prison (Ovvero il fallimento del carcere) – Livio Ferrari

  
nel Manifesto No prison (di Livio Ferrari e Massimo Pavarini) al punto 12 si legge:
"Credere e praticare oggi una volontà abolizionista del carcere è irrealistico quanto nel passato fu invocare l’abolizione della tortura e della pena di morte. Nulla di sostanzialmente diverso: anche allora ai pochi che si schierarono contro, i più opposero scetticismo, accusando gli abolizionisti di imperdonabile ingenuità. Ma la storia ha dato ragione a questi ingenui: la società senza pena di morte è più sicura della società piena di forche; la giustizia penale senza tortura garantisce l’accertamento della verità di più e meglio della pratica delle confessioni estorte sotto tormento.”

e si legga dei ragionamenti sul braccialetto elettronico, e dello scandalo della sua introduzione in Italia, e tutto il resto, alla fine ti chiederai perché non si fa come prospetta Livio Ferrari.

anche un bambino lo capisce. Saranno i grandi il problema?

poi ho trovato in rete un incontro, lungo, e interessante con Livio Ferrari, meno male che ci sono ingenui come lui.


buona visione e buona lettura.

Beth Gibbons - Mysteries (Live)

Esportare armi, importare profughi...

 il circolo vizioso fra Italia e Yemen
della redazione di terrelibere.org (*) con un link a Opal Brescia (**)


A Lampedusa sono arrivati alcuni profughi dallo Yemen. L’Italia esporta armi verso l’Arabia Saudita, che bombarda lo Yemen. Si completa così il circolo vizioso tra export di armamenti e “import” di profughi. Eppure, nei discorsi da bar e in quelli politici, si dice che “non possiamo farci carico dei problemi degli altri”. Come se fossimo innocenti
All’inizio di maggio a Lampedusa è avvenuta l’ennesima protesta contro le impronte digitali. Rifugiati di tante nazionalità rifiutavano l’atto che li avrebbe inchiodati in Italia. Accade da anni, perché non siamo un Paese ambito.
Ma questa volta c’era una novità. Tra i migranti che non volevano restarec’erano alcuni yemeniti. La notizia non è stata registrata, meno che mai la presenza di profughi di una guerra dimenticata.
Purtroppo, in questo conflitto siamo coinvolti in modo diretto. Lo scorso gennaio la Rete Disarmo ha presentato in diverse procure italiane un esposto per chiedere di indagare sulle spedizioni di bombe dall’Italia all’Arabia Saudita.
Da aeroporti sardi, infatti, sono partiti carichi di bombe per rifornire l’aviazione saudita: era la sesta spedizione italiana in pochi mesi.
Tecnicamente, si tratta della violazione dell’articolo 1 della legge 185/90 che vieta l’esportazione di armamenti verso paesi in stato di conflitto armato. L’Arabia Saudita, infatti, è alla guida di una coalizione che sta bombardando lo Yemen, colpendo in particolare scuole e obiettivi “illegali”.
Renzi ha confermato una partnership articolata con Ryad: dalla costruzione della metropolitana alla vendita di armamenti.
La politica italiana ha completato un circolo vizioso: si esportano guerre, si importano profughi. Che peraltro preferiscono protestare platealmente pur di non restare. Le idee da bar secondo cui “non possiamo ospitarli”, “dobbiamo aiutarli a casa loro” e così via trovano una dura smentita dalla realtà.
(*) Ripreso da www.terrelibere.org con la foto che mostra una delle barche dei migranti arrivati a Lampedusa.
(**) Se nulla sapete delle armi italiane usate in Yemen – “grazie” all’Arabia Saudita – che fra l’altro è un ottimo sponsor dell’Isis – cominciate a dare un’occhiata al link qui sotto di OPAL, l’«Osservatorio permanente delle armi leggere» di Brescia, che io recupero da «Comune info». (db)

LE DIVISE ALITALIA E IL MASSACRO YEMENITA
Da 450 giorni la gente dello Yemen viene sterminata da una guerra che non interessa (quasi) nessuno. Ha già ucciso almeno tremila civili, molti dei quali bambini, ma anche questa non è una novità. Secondo l’Onu, sono le milizie sunnite, sostenute dai bombardieri di una coalizione guidata Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, a causare gran parte delle vittime civili. I colossi mediatici italiani si stracciano le vesti un paio di volte l’anno, quando va bene, quasi sempre quando ricevono le anteprime di un Rapporto annuale della Amnesty di turno. Scattano con puntualità e tanto di titoloni razzisti, invece, se si tratta di far del sarcasmo sullo stile “saudita” delle nuove divise delle hostess della compagnia nazionale venduta agli emiri miliardari. Le bombe italiane ed europee che alimentano la macelleria yemenita, un traffico ben più indecente di quello dei migranti, per loro non fanno notizia. Peggio: sono notizie “vecchie”, scadute. D’altra parte “è tutto regolare”, dicono i ministri Gentiloni e Pinotti. La denuncia di Opal, Osservatorio permanente delle armi leggere
OPAL BRESCIA

mercoledì 29 giugno 2016

la fine dell'anno scolastico



grazie ad Adele per la segnalazione

disegna Latuff






i maestri di Oaxaca

Le comunità in difesa degli insegnanti - Gustavo Esteva

Siamo in un momento di pericolo. L’indignazione e il coraggio non bastano. Di fronte al disastro imminente, abbiamo urgentemente bisogno di buona organizzazione e di astuzia strategica. Ci sono inerzie che sembrano condurre alla cieca le autorità e gli insegnanti a un confronto distruttivo che non porterà niente di buono per nessuno. Lo scontro provocherà molti danni, ma non produrrà quello che vogliono le parti in lotta.
A Oaxaca, il conflitto è al massimo. L’agguerrita Sezione 22 appare disposta a tutto: picchetti, blocchi stradali, marce, sciopero, anche se tutto ciò si compie sotto la minaccia di ciò che già comincia ad avvenire: il licenziamento senza alcun indennizzo. Le due parti preparano le armi come se fosse la battaglia finale. Il Ministero della Pubblica Istruzione annuncia di avere 26mila insegnanti disposti a sostituire quelli che scioperano; la Sezione 22 lo sfida a farlo. Soggiogare il settore ribelle degli insegnanti, a Oaxaca e altrove, è stata per molto tempo l’ossessione del governo. È uno degli obbiettivi centrali della cosiddetta riforma dell’educazione.
Chiuso il dialogo, il governo accumula provocazioni per stimolare azioni disperate che servano da pretesto per la repressione poliziesca e sui luoghi di lavoro. Non è l’unica finalità della strategia. Reprimere brutalmente la Sezione 22 sarebbe un modo per incutere timore alla gente di Oaxaca che si dedica alla difesa del proprio territorio. Il governo vuole allargare la spoliazione per consegnare al capitale quello che la gente difende. Nulla sembra trattenerlo. Passa sopra alla legge, ai suoi obblighi, ai suoi impegni. È pronto a pagare qualsiasi prezzo in prestigio nazionale e internazionale.
Ayotzinapa lo dimostra a scala nazionale; a Oaxaca l’esempio è Álvaro Obregón.La classe politica non conosce più la vergogna, hanno segnalato il Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) in un comunicato congiunto sull’aggressione del 14 maggio alla ‘colonia’ di Álvaro Obregón. “Credono di poter aggredire, minacciare e spaventare la degna lotta della gente. Non ci riusciranno! (…) Sorelle e fratelli di Álvaro Obregón, dai quattro punti cardinali dei nostri territori diciamo: Non siete sole! Non siete soli! … Come CNI veglieremo perché questi fatti non succedano di nuovo e faremo sentire la nostra voce da tutti gli angoli del nostro paese insanguinato”.

Lo Stato di Oaxaca è pieno di progetti di morte. Per anni la gente ha detto: Basta!, e non è stato possibile piegarla. Il governo ora allarga l’aggressione per portare devastazione nell’Istmo con la creazione della “zona economica speciale” e vincere altre resistenze. In questa guerra, le popolazioni indigene sono in prima linea e sono il principale bersaglio da colpire: possiedono e custodiscono ciò che il capitale vuole prendere.
Lo sanno bene i genitori e le autorità delle comunità indigene della Mixteca di Oaxaca, ad esempio, che dal 12 maggio hanno manifestato nella città di Oaxaca per affermare che la lotta degli insegnanti è anche la loro lotta. Sanno che cosa vuol dire per le loro bambine e i loro bambini la riforma dell’educazione: significa lasciarli senza scuola. In molte comunità non c’è un numero sufficiente di bambini per alcuni gruppi di età; secondo le nuove disposizioni, l’insegnante dovrà abbandonarli. In molti casi si dovrà chiudere la scuola.
Corre voce che le autorità faranno come in Brasile: offriranno il trasporto dei bambini in un’altra comunità, perché questo risulta meno costoso e perché in tal modo realizzano il loro proposito di sradicarli dalle loro comunità, un altro degli intenti di questa guerra. Come difendono i loro territori, ora le comunità difendono i loro insegnanti e le loro scuole.

fonte: la Jornada   titolo originale: Choque de trenes? Traduzione a cura di Camminar Domandando
Camminar Domandando è una rete di relazioni impegnata nella traduzione e diffusione delle voci provenienti dal mondo latino americano radicato in basso e a sinistra, con una particolare attenzione al variegato mondo indigeno. Sul sito sono gratuitamente consultabili e scaricabili articoli, libri e quaderni di cui abbiamo curato la traduzione.
* Cerrado al diálogo, el gobierno acumula provocaciones para estimular acciones desesperadas que sirvan de pretexto a la represión policiaca y laboral que prepara.


La maestra e la pedagogia della garrota - Gustavo Esteva

Kendy Moreno Mercado è maestra rurale a La Laguna. E’ da otto anni in servizio come insegnante. Lavora alla scuola elementare Pablo L. Sidar, nell’ejido Santa Fe, dove i lavandini per bere non funzionano, gli utensili elettrici smettono di funzionare quando si accende l’aria condizionata e non ci sono campi sportivi.
Oltre ad essere maestra, Kendy è avvocata, nonché una donna molto agguerrita. Lo scorso 10 giugno ha tenuto testa al ministro dell’istruzione, Aurelio Nuño, in una riunione che il funzionario ha organizzato con un gruppo di docenti a San Buenaventura, Coahuila, feudo sindacale di Carlos Moreira – fratello del governatore –, per propagandare la bontà della sua riforma educativa.
La professoressa Moreno ha detto al ministro: “Sento davvero empatia per i miei compagni del sud e mi dispiace che il dialogo con loro sia sospeso; vivono con dignità quanto noi; lavoriamo in contesti differenti, molte delle nostre scuole del nord non sono in condizioni tanto pessime come quelle del sud e sarebbe molto arricchente tanto per voi come per noi maestri che dialogaste con loro”.
Nervoso, il funzionario le ha risposto con lo stesso mantra che intona da quasi un mese: per poter stabilire un dialogo i bambini devono tornare in aula e i maestri devono rispettare la Costituzione.
Anziché intimidirsi, la maestra rurale ha rilanciato: “Anche il diritto di protesta e la non retroattività sono nella Costituzione e vengono violati”.
Nulla è più importante del diritto superiore dei bambini all’istruzione, le ha risposto il ministro, mentre insisteva nel sottolineare il danno che i docenti della Coordinadora (cioè la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, ndt) stavano provocando.
Anch’io oggi ho lasciato soli i miei alunni per poter essere presente a questo incontro. Oggi i miei alunni sono rimasti senza istruzione, ha concluso la profe Kendy, evidenziando la doppia morale del ministro, che ammette che si sospendano le lezioni per realizzare riunioni di promozione personale.
L’esempio della maestra Kendy Moreno Mercado è una dimostrazione del fallimento della politica autoritaria di Aurelio Nuño nei confronti degli insegnanti. L’atteggiamento della docente e la sua argomentazione articolata esprimono il sentimento di molti insegnanti di tutto il paese. Una riforma educativa fatta con il sangue non può entrare nell’immaginario dei professori. E il suo rifiuto si esprime in molte forme: dallo sciopero alla disobbedienza.Anziché prendere atto di questo rifiuto, ascoltare il profondo malessere che la riforma educativa ha generato e l’indignazione che la chiusura al dialogo da parte governativa ha prodotto, il ministro Nuño ha deciso di applicare la pedagogia della garrota. È proprio quello che ha appena fatto a Oaxaca.
Due date, a 10 anni di distanza, testimoniano la stessa resistenza. Il 14 giugno del 2006 il governatore di Oaxaca, Ulises Ruiz, ordinò lo sgombero violento di un picchetto di docenti nella capitale dello stato. L’11 giugno 2016 il governo di Enrique Peña Nieto ha arrestato due dirigenti della sezione 22 e represso selvaggiamente l’accampamento di professori e genitori di fronte agli uffici dell’Instituto Estatal de Educación Pública de Oaxaca (Ieepo).
Dalla repressione del 2006 nacque la Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca (APPO) e la Comune di Oaxaca. Davanti all’attuale offensiva governativa contro i docenti, i maestri e il popolo stanno articolando una vigorosa e inedita resistenza. L’arresto dei dirigenti e la violenza della polizia, anziché intimidire i docenti ed i loro sostenitori, hanno propiziato la rinascita delle barricate e dei blocchi stradali in diverse parti dello stato.
Oaxaca non è l’unico luogo dove la repressione governativa ha colpito duro. Come se volessero commemorare a loro modo il giovedì del Corpus, lo scorso 10 giugno poliziotti antisommossa hanno represso duramente un gruppo di genitori della comunità chontal (popolo indigeno, ndt) Tamulté de las Sabanas, municipio del Centro, Tabasco, che bloccavano la strada Villahermosa-Frontera. Chiedevano di aprire un tavolo di negoziati sulla riforma educativa con il governo federale.
Anziché spegnere la protesta a Tabasco, la repressione l’ha estesa a otto comunità limitrofe. E’ stato falsamente riportato che 10 giornalisti sono stati sequestrati dalla Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE). Secondo il professor Julio Francisco Mendoza González, della direzione politica statale e nazionale della Coordinadora, i rappresentanti della stampa sono fuggiti di corsa quando la moltitudine indignata ha minacciato di legarli e sequestrarli. In realtà non sono mai stati sequestrati.
In Chiapas, assieme ai maestri, manifestano il Pueblo creyente (movimento cristiano di base, ndt), Los Parachicos (ballerini tradizionali nella festa grande di Chiapa de Corzo), marimbas, impresari, migliaia di genitori e persino membri della polizia municipale. La società del Chiapas è scossa fin dalle fondamenta.
E’ così scossa che lo scorso 12 giugno l’arcivescovo di San Cristóbal de Las Casas, Felipe Arizmendi, ha emanato il documento “Maestros, adelante con verdad y justicia” (Maestri, avanti con verità e giustizia, ndt). Il documento riconosce il diritto e dovere dei docenti a manifestare per la difesa di quello che giustamente spetta loro, afferma che la riforma educativa non è integrale, ma solo amministrativa e di lavoro, e appoggia la lotta contro di essa.
Per imporre con il sangue la riforma educativa (e impedire le proteste per i 43 desaparecidos di Ayotzinapa), il governo ha assassinato tre maestri (Claudio Castillo, Antonio Vivar Díaz e David Gemayel Ruiz), detenuto in carceri ad alta sicurezza otto dirigenti di Oaxaca, mandato centinaia di avvisi di garanzia in varie parti del paese, licenziato più di 4mila lavoratori, picchiato selvaggiamente centinaia di essi, impedito il libero movimento e schierato nelle strade migliaia di poliziotti. Ma nonostante questa pedagogia della garrota non ha potuto frenare le proteste di massa né tappare la bocca a insegnanti come Kendy Moreno.


Gli zapatisti stanno con i maestr@s - Subcomandante Galeano

In un documento intitolato “Appunti sulla guerra contro la resistenza del magistero” (L’Ora del Poliziotto 3), tratto dal Quaderno degli appunti del Gatto-cane, che firma come Miau-Guau, il Subcomandante Galeano, già Marcos, racconta che sono ogni giorno di più le famiglie che aiutano i maestr@s, li appoggiano nei viaggi e nelle manifestazioni, si preoccupano quando sono aggrediti, offrono loro da mangiare, da bere e un rifugio.
“Almeno in Chiapas, quelli di sopra stanno perdendo la guerra mediatica”, perché “abbiamo visto famiglie intere, nelle campagne e nelle città, appoggiare il magistero” che, dal 15 maggio, è in sciopero per chiedere al governo federale di abrogare la riforma educativa e aprire un tavolo di dialogo nazionale con la Coordinadora Nacionale de Trabajadores de la Educacion (CNTE).
Galeano sostiene che, a quanto sembra, la gigantesca campagna mediatica contro la resistenza dei maestr@s è fallita, visto che “il movimento di resistenza contro la riforma educativa si è trasformato in uno specchio per sempre più “gente-gente (vale a dire, non le organizzazioni sociali e politiche ma la gente comune)”. A distanza di tre anni dal varo della presunta riforma educativa, aggiunge, il ministro Aurelio Nuño Mayer non può ancora portare alcun argomento educativo, neppure minimo, a favore del suo programma di “tagli sul personale” e fino ad ora i suoi discorsi sono stati gli stessi di qualsiasicapataz all’epoca di Porfirio Diaz: “Grida isteriche, botte, minacce, licenziamenti, incarcerazioni”. Gli stessi, precisa il Sup, che impiegherebbe qualsiasi grigio e triste aspirante poliziotto postmoderno.
Quelle che stanno appoggiando la protesta dei maestr@s, aggiunge Galeano, sono famiglie che “secondo la tassonomia della sinistra elettorale, sarebbero ‘abbrutite’ dalla televisione, ‘sono come soprammobili’, ‘alienate’, ‘senza alcuna coscienza’. Quel che sta accadendo, invece, sembra il frutto di un risveglio collettivo di emergenza di fronte alla tragedia che arriva. Come se ogni manganellata, ogni lacrimogeno, ogni proiettile di gomma, ogni arresto potessero parlare in modo eloquente: “Oggi colpisco lei, poi lui, domani toccherà a te”.  Sarà per questo che si vede tanta solidarietà con la causa e la lotta.
Poi Galeano ha squadernato un lungo elenco di interrogativi: “Perché un movimento che è stato tanto ferocemente attaccato da ogni fronte continua a crescere? Perché se sono così ‘vandali’, ‘sfaticati’, ‘terroristi’, corrotti’, ‘nemici del progresso’ trovano simpatie in tanta gente de abajo, non poca tra la classe media e perfino in alcuni di quelli de arriba ? I maestr@s della CNTE, ricorda, sono già stati picchiati, repressi con i gas, imprigionati, minacciati, licenziati con pretesti e fatti oggetto di calunnia. A Città del Messico è stato di fatto decretato lo stato d’assedio. Che succederà ora? Li faranno sparire? Li ammazzeranno? Sul serio? La riforma educativa nascerà sul sangue e i cadaveri delle insegnanti e degli insegnanti? I maestri verranno sostuiti da polizia e militari? I blocchi stradali della protesta lasceranno il posto ai carri armati e alle baionette?“.
Ancor prima che il governo annunciasse il provocatorio arresto di Juan José Ortega, ex leader della CNTE dello stato del Michoacan, quello che – con altre spoglie – è stato per molti anni il comandante militare dell’Ezln, ha detto: “Lezioni sul terrorismo per il ministro Nuño. Prendere degli ostaggi (di questo si tratta per la detenzione di membri della direzione del CNTE), in qualsiasi terrorismo (quello dello Stato e quello dei suoi specchi fondamentalisti) è una risorsa per forzare un dialogo, un negoziato. Non sappiamo se lassù se ne sono resi conto oppure no ma risulta che è la controparte (il magistero) che cerca il dialogo e il negoziato. Oppure la SEP (il ministero dell’educazione pubblica) si è affiliato all’Isis e prende ostaggi solo per seminare il terrore?”.
Per concludere con la consueta sottile ironia che ha sempre segnato i suoi interventi, Galeano ha detto: noi zapatisti non sappiamo molto di mezzi di comunicazione ma la nostra umile opinione è che “non è un buon affare mettere alla guida di una campagna mediatica di una sfacciata privatizzazione un caposquadra triste e grigio che vuole fare il poliziotto“.

La battaglia di Oaxaca -  Gustavo Esteva

Non è una delle tante guerre di Oaxaca. E’ parte di una guerra molto più profonda e intensa, che va stretta perfino al territorio nazionale. La battaglia che sta cominciando, però, ha un significato speciale in quella guerra, nella grande guerra.
E’ una battaglia largamente annunciata. A Oaxaca si sapeva che molti aspetti dello scontro in corso si stavano rimandando a causa delle elezioni. Era evidente che dopo il voto si sarebbe liberata la furia dei colpi, delle provocazioni, dell’assalto finale. Erano cominciati ovunque i preparativi. Il 14 giugno tutta Oaxaca stava ricordando. Era la memoria contro l’oblio: lo scenario di oggi pareva uno specchio fedele di quello di dieci anni fa. Stavamo rivedendo lo stesso film: la mobilitazione degli insegnanti, il presidio nello Zócalo (la piazza centrale delle città messicane, ndt) , i cortei, le rivendicazioni degli insegnanti, una feroce campagna mediatica…E le autorità a puntare, come allora, sul logoramento della Sezione 22 (tradizionalmente la parte più combattiva degli insegnanti, ndt), la crescente irritazione dei cittadini, la paura della violenza e di perdere il lavoro, il salario…
L’Espacio Civil è un’articolazione nuova di collettivi, organizzazioni e gruppi dalle caratteristiche molto diverse che riprende l’esperienza del 2006 per darle forme nuove. La campagna “Dieci anni costruendo nuovi cammini” è nata in risposta alla violenza governativa “per imporre la cosiddetta riforma educativa” e nel corso di “una esemplare resistenza degli insegnanti e popolare di fronte all’imminenza del rischio che si ripeta la nera notte di repressione che abbiamo vissuto il 25 novembre del 2006”.
La società civile oaxaqueña si è pronunciata con fermezza sulla necessità di imparare dal 2006 “per chiudere un ciclo che ci ha lasciati pieni di ferite e di dolore e per aprire nuove tappe di lotta nelle quali non dobbiamo commettere gli stessi errori ma assimilare gli insegnamenti positivi del movimento”.
“Oggi che diversi popoli sono in lotta per la difesa del loro territorio, contro l’industria mineraria, quella eolica, per il rispetto della loro autonomia e dei loro usi e costumi, della loro cultura, per la tutela delle loro risorse naturali, dei boschi, dell’acqua e della biodiversità, oggi riteniamo necessario avanzare nella costruzione di un’agenda comune che unisca le maestre, i maestri, i quartieri, i giovani, le donne, gli uomini, insomma tutte e tutti noi che aspiriamo e siamo disposti a lottare per un’Oaxaca e un Messico migliori”.
Nel cominciare una Giornata di Riflessione 2006-2016, l’Espacio Civil ha lanciato un appello per rendere più forte il movimento degli insegnanti e le lotte dei quartieri, delle comunità e dei popoli affinché siano affossate la riforma del lavoro travestita da riforma educativa e le altre riforme strutturali e perché sia fermata la repressione. Solo insieme, sottolinea il testo dell’Espacio, “riusciremo a ottenere la libertà delle nostre prigioniere e dei prigionieri politici, la ricomparsa dei desaparecidos vivi e che non torni a ripetersi una lunga notte di repressione e dolore contro gli insegnanti, i quartieri e i villaggi di Oaxaca”.

Da quel giorno sono cominciati i blocchi stradali. A Nochixtlan e nell’Istmo la gente è uscita nelle strade per sbarrare il passo ai camion pieni di polizia militarizzata che si dirigeva verso la città di Oaxaca, nel cui aereoporto hanno cominciato ad arrivare con gli aerei. Molte migliaia di persone, di ogni settore della società, hanno alimentato e sostenuto i blocchi e hanno cominciato a tessere la solidarietà.
Nel pomeriggio di sabato, il Centro dei Diritti Umani di Tepeyac, dell’Istmo di Tehuantepec, e la Rete delle Difensore e dei Difensori Comunitari dei Pueblos di Oaxaca hanno emesso un comunicato nel quale considerano assurda e senza senso la risposta del governo federale alla protesta sociale. Sostengono che la escalation di violenza mostra una classe politica che cerca di perpetuarsi “nella logica del potere e dello scontro, invece di favorire la creazione di spazi dialogo che aprano canali a questa democrazia fratturata”. Allo stesso tempo, hanno espresso apprezzamento per la saggezza delle donne e degli uomini dei villaggi, per i collettivi e i gruppi emergenti che “hanno proposto una resistenza creativa, riflettendo il senso della vita e la costruzione di una società giusta”.

Oaxaca sta bruciando. C’è una coscienza chiara del momento di pericolo. Per questo, da ogni suo angolo, oggi si fa appello al coraggio, a a quello che esprime l’indignazione morale che condivide un numero crescente di persone, e a quello che significa valore, integrità, capacità di camminare con dignità e lucidità in questi tempi oscuri. La battaglia è appena cominciata.

martedì 28 giugno 2016

Morire di precarietà (sulla professoressa suicida) - Daniela Pia

Precaria ancora a 49 anni e l’ incertezza che ha accompagnato il cammino di insegnante si fa fatica di Sisifo. Buona scuola la chiamano, la moltiplicazione dei “forse” dei “chissà ” dei “magari mi chiamano ancora”. E invece NO. Ed ecco manifestarsi la quasi certezza che non ti chiameranno, che non ti riconfermeranno ad insegnare. Allora quel ruolo tanto agognato, per il quale hai speso tanta parte della tua vita di donna investendo in cultura, si trasforma in lacerazione, di anno in anno, e gli anni lasciano il segno.
Si sfà il futuro, diventa graduatoria: ultima, fra le ultime di un precariato che fa vergogna all’ Europa. Un precariato che hanno finto di sanare  e che ha sbarrato il portone  a tanti. Come è successo alla collega che si è suicidata oggi a San Vito: una professoressa, moglie e madre  che ha messo la parola fine alla sua esistenza fra i rami  di un albero nel giardino dei suoi genitori. 
Lo tacciono questo burnout, lo ignorano. Paiono le tre scimmiette: non vedono, non sentono e non parlano al MIUR, di questa malattia silenziosa e strisciante che colpisce gli/le insegnanti e si fa male di vivere. La gestione di questo dolore sordo avviene quasi sempre in perfetta solitudine, anche con un senso di vergogna nel sentirsi inadeguate e spesso derise dagli studenti e anche da qualche collega figo. Ne ha parlato qualche anno fa lo studio Getsemani dell’equipe del professore Lodolo D’Oria, che in apertura del suo lavoro ne delinea il quadro:
“Nell’Orto degli Ulivi un Maestro in preda a tristezza e angoscia.
I suoi discepoli, diversi per provenienza e cultura, disorientati e stanchi.
La comunità ostile.
Le istituzioni contro.
Un lungo avvenire davanti.”  
Una denuncia articolata, quanto rimasta inascoltata, lo si sperimenta nelle scuole di tutta Italia. Chi calpesta tutti i giorni il suolo degli edifici scolastici lo sa. Chi ha fatto la gavetta da precaria in giro per la sua ed altre regione, fra curve e tornanti e strade infami alla ricerca della scuola sperduta, lo sa. Lo sanno coloro che dovranno lasciare famiglia e trasferirsi nella penisola dove una roulette malsana li ha catapultati. E lo sa chi per anni ha atteso accanto al telefono, lo squillo che convocava all’ ennesima supplenza, che di supplentite si muore, lentamente, nel rinfacciarsi anche  la scelta rivelatasi poi sciagurata, di un lavoro che si è succhiato le energie giovani per restituire la malinconia della mezza età ancora lì a cavalcare l’incertezza. Che ci hanno cambiato continuamente le carte in tavola e non bastano mai i titoli e si inventano nuovi canali di assunzione  e nuove classi stipendiali e nuovi meriti . Questa nostra collega, una professoressa che ha scelto di intraprendere “l’altro viaggio”  la sento tanto, infinitamente vicina, la avverto come una compagna di cammini faticosi, come una vittima di una politica della scuola che ha perso la direzione e il senso di una professione sempre più delegittimata. A questa collega di cui non conosco il nome, di cui capisco profondamente l’affanno e la perdita della speranza, voglio riservare il ricordo quotidiano in queste mattine, in viaggio da una scuola all’altra alla ricerca del senso di quella che pare si chiami Maturità.
http://www.labottegadelbarbieri.org/49292-2/                         

lunedì 27 giugno 2016

Bella ciao, a Spoleto nel 1964



Su richiesta di numerosi compagni e amici che sapevano della sua esistenza, mettiamo a disposizione degli interessati un documento video riguardante lo storico spettacolo Bella Ciao, presentato per la prima volta a Spoleto nel 1964.
Come si racconta nei titoli di coda, questo filmato in 8 mm, muto, è stato ritrovato nei nostri archivi nel 2003. L’idea di digitalizzarlo e di fare una sincronizzazione sonora è stata di Isabella Ciarchi, mentre rimane sconosciuto il nome dell’autore delle riprese.
Tra i protagonisti dello spettacolo, membri del Nuovo Canzoniere Italiano, si riconoscono Giovanna Daffini, Caterina Bueno, Ivan Della Mea, il Gruppo Padano di Piadena, Giovanna Marini, Michele L. Straniero, Caty Mattea, Sandra Mantovani, Maria Teresa Bulciolu, Silvia Malagugini, Gaspare De Lama.
Infine una precisazione: nei titoli di coda si scrive che le riprese sono state effettuate a Genova e Milano nel 1964; in realtà gli spettacoli in queste due città si tennero nel 1965.


grazie a Daniele per la segnalazione

domenica 26 giugno 2016

La Brexit, i nonni contro i nipoti - Gennaro Carotenuto

Un dato politico spiega molto: quasi tre su quattro dei giovani britannici tra i 18 e i 24 anni hanno votato per rimanere. Mano mano che si va avanti per classi di età il dato si ribalta e chi ha deciso per la Brexit sono dunque i nonni baby boomers, quelli che hanno preso il miglior slot della storia e tutto il meglio delle politiche keynesiane come se non ci fosse un domani e che, ancora una volta, hanno deciso di bombardare il futuro dei loro nipoti. È il ritorno di una spaccatura generazionale che in questo Continente, vecchio più che mai, reazionario, impaurito, xenofobo, ignorante, non si vedeva dal Maggio.
La Gran Bretagna dunque va e il prossimo passo sarà restaurare le misure imperiali in luogo dell’odiato sistema metrico decimale. Buona fortuna. Del resto Londra (chapeau al generale De Gaulle che ne ritardò il più possibile l’ingresso) era sempre rimasta ferma al “I want my money back” di Margaret Thatcher sulla PAC, che rese l’adesione alle strutture comunitarie esclusivamente un fatto di convenienza contabile. È questo il contributo solo tattico e speculativo che Londra ha dato alle Comunità Europee negli ultimi quarant’anni: impedire qualunque progresso politico, qualunque respiro solidale e idea alta di unione, rendere asfittiche le politiche di coesione, averla resa un ginepraio di veti e aver fornito l’impalcatura ideologica neoliberale che oggi domina, trasformando la BCE nel nuovo palazzo d’inverno da espugnare. L’Europa – giova ricordare – non è sempre stata quella che ha massacrato la Grecia, ma è a lungo stata quella che ha permesso per esempio alla Spagna di colmare il divario di quarant’anni di franchismo garantendone una rapida coesione col resto del Continente. “Prendi i soldi e scappa”, potrebbe essere il titolo di coda di 43 anni di Gran Bretagna in Europa.
Loro vanno, ma il nostro spazio, quello nel quale (come ci hanno insegnato milioni di ragazzi britannici messi in minoranza dai loro nonni) qualunque riforma democratica è possibile, incluso ribaltare l’ideologia monetarista che sta distruggendo le nostre vite, è e resta quello europeo. Lo è per il semplice dato che nei vetero-nazionalismi decimononici e nostalgici se non fascistoidi, da Farage a Le Pen, in un mondo complesso, multipolare e che certifica in questo scorcio di XXI secolo il superamento della centralità dell’Occidente se non la marginalità europea, non c’è progresso possibile. Chi da sinistra odia Bruxelles e festeggia la Brexit fiancheggiando Salvini, è affetto dalla stessa miopia del vasto fronte degli interventisti democratici del 1915, che plaudiva alla guerra come lavacro che avrebbe aperto le porte alla Rivoluzione, e si ritrovò spazzato via dal nazionalismo che condusse ai fascismi.
Come nel 1914, anzi più che mai, con la Brexit la nazione vince sulla classe – che oggi è quella dei nipoti – e sottovalutare tale debolezza è il più terribile degli errori. La nazione delle destre dei muri e della demonizzazione dei migranti, dal Brennero all’Ungheria, la nazione dell’illusorietà di un rifugio contro il fiscal compact che al contrario li raggiungerebbe più che mai negli spazi angusti delle vetero-nazioni. In questi anni Londra ha permesso ai piccoli demagoghi dell’ex Europa orientale, dai Kaczy?ski agli Orban, di prosperare ed esigere europe sempre più à la carte. È un principio che va ribaltato perché la Brexit sia un’opportunità per rilanciare il progetto federalista europeo. La nostra nazione europea ce la dovremo fare grosso modo nei dodici meno uno degli anni Ottanta. Gli altri si accoderanno, alle nostre condizioni, prendere o lasciare, strategia non tattica, dove volete che vadano?

Remo Remotti e Roma



adesso è ufficiale, Israele appoggia l'Isis

ma se tutto l'Occidente appoggia Israele, per la proprietà transitiva noi appoggiamo l'Isis.

si erano lette cose strane, in questi anni (vedi qui e qui), roba da complottisti, diranno i miei lettori, poi ogni cosa è illuminata, per usare le parole di Alex (nel libro di Jonathan Safran Foer) - franz



Dice il capo dell'intelligence israeliana: non vogliamo che l'Isis sia sconfitta in Siria

In un discorso alla Conferenza di Herzliya, il capo dell’intelligence militare israeliana, il generale Herzi Halevy, ha confermato l’ormai nota posizione di Israele  che al governo Siriano preferisce l’ISIS. Ha infatti apertamente dichiarato che israele non ha interesse a che l’ISIS venga sconfitto (letteralmente: non vuole vedere una sconfitta dell’ISIS ndt).
Citato nel sito NRG in lingua ebraica, legato a Maariv (il secondo quotidiano più venduto in israele ndt), il Gen.Magg Halevy ha espresso preoccupazione per le recenti offensive contro il territorio ISIS, ed ha detto  che negli ultimi tre mesi il gruppo islamico sta affrontando una delle  situazioni “più difficili” dall’inizio della  dichiarazione di fondazione del califfato.
I funzionari israeliani non hanno mai nascosto  il loro apprezzamento all’idea che l’ISIS conquisti tutta la Siria, perché come alleati sarebbero migliori di un governo filo Iraniano, ma non erano mai stati così  apertamente favorevoli all’ ISIS ed alla sua sopravvivenza.
Halevy ha continuato mostrando  preoccupazione per una eventuale  sconfitta dell’ ISIS. Questo infatti  potrebbe portare le  “superpotenze” a disimpegnarsi dalla Siria, e questo, dopo che  israele ha manifestato energicamente la  contrarietà alla sopravvivenza del governo siriano la metterebbe “in una difficile posizione “.
Ha poi detto che Israele farà “tutto quello che è nelle nostre possibilità  per non trovarci in una situazione del genere”, suggerendo che l’esercito israeliano sta cercando delle vie per dare un supporto diretto all’ ISIS perché questa è ormai una importante questione politica, e non solo pura retorica.

sabato 25 giugno 2016

Non pugnalate la pace - Ferruccio Brugnaro


Non divorate la pace.
Non rispondete alle montagne
di morti
con altre montange
di morti.
Spegnete la fame nello sguardo 
di milioni
di bambini.
Accendete
il sorriso
sulla terra di Palestina
accendete il canto.
Non pugnalate
non pugnalate la pace
alle spalle.
Togliete il cappio di solitudine
al popolo irakeno
al popolo cubano.
Abbattete la notte agghiacciante 
profonda
in cui vagano milioni di creature.
Non rispondete,
non rispondete ai morti
con infiniti roghi di altre vite.
Mordetevi le labbra forte
mordetevi forte il cuore.
Non inneggiate alla guerra.
Non inneggiate alla guerra.


Perché Dio è bianco? - Muhammad Alì

E poi se ne vanno. Storia di professoresse, esami, alunni e addii – Mariangela Galatea Vaglio


Ci sono quelle classi che sono così: tue. Che hai sgridato e cazziato per tre anni, come la peggio arpia, perché ti ci eri affezionata manco se fossero dei figli, e quindi tu, tu sola potevi dire loro di tutto, e glielo dicevi, ma se qualcun altro si azzardava a dirne male, uh, mamma, ti incacchiavi come se ti avessero malmenato i cuccioli, diventavi un tigre, un’orsa madre, una furia scatenata.
Ci sono quelle classi che sono tue, perché anche se non sono i più “bravi”, e anzi, per carità, alle volte proprio no, dentro c’erano dei ragazzini così particolari che non potevi fare a meno di adorarli, perché anche quelli più difficili avevano qualità umane che levati, che non si trovano così facilmente: erano teneri, svegli, allegri, pigri, incasinati, volubili, testardi, generosi, tutto assieme e gli hai voluto bene.
Sì, ad alcune classi vuoi bene.  A tutte, in realtà, ma ad alcune in particolare: perché sono tutt’altro che perfette, e anzi spesso sono scalcagnate. Ma è proprio quello che te le fa amare più delle altre. La perfezione non è di questo mondo, e loro invece in questo sono perfettamente calati. Vedi in loro in nuce quello che potranno diventare da adulti, ma in quel momento in cui è ancora tutto una meravigliosa possibilità, in cui i difetti ci sono ma ancora allo stadio in cui non inficiano nulla, e possono trasformarsi in punti di forza, addirittura in risorse. Li cogli nell’attimo in cui stanno per andare incontro alla vita e si slanciano con entusiasmo: quando ancora le delusioni devastanti non li hanno toccati, quando non sono ancora diventati amari o cinici, quando ancora l’ottimismo infantile è troppo forte e radicato per arrendersi alle brutture del mondo o considerarle inevitabili.
Tu li accompagni lì, sulla soglia della adolescenza. E poi ti devi ritirare, perché il tuo compito è finito, e la loro vita di giovani comincerà e si svilupperà lontano da te. Lo sai, ci sei abituata, lo hai fatto tante volte, eppure con loro è più difficile, perché sai che ti mancheranno. Sai che il prossimo anno cercherai i loro visi in classe entrando, e ti verrà da domandarti cosa fanno, e come stanno, e come affrontano il nuovo e il mondo dove sono stati proiettati lontano da te.
Ogni anno è il piccolo strazio che noi docenti affrontiamo, questo, ma alcuni anni è più duro perché ti sembra che ti portino via anche un po’ di te. Ma non puoi farci niente. Il mestiere ti ha insegnato che questo lutto è una parte della professione, ci devi fare la scorza, non commuoverti quando ti salutano per l’ultima volta, non pensare, mentre ti abbracciano e ti promettono di farsi sentire e di venirti a trovare, che alcuni di loro, non per cattiveria ma per fatalità, non li vedrai mai più, dopo averli avuti con te tutti i giorni per anni.
E niente, ricacci indietro i lacrimoni, fingi che sia tutto normale, li costringi ad abbracciarti anche se loro sono un po’ imbarazzati nel farlo perché in tanti anni tu sei sempre stata quella che espansiva non riusciva ad essere mai.
Sorridi perché loro stanno sorridendo al mondo e scalpitano per entrarci, e tu stai diventando già quel puntino che presto ricorderanno a stento, o non ricorderanno più, ed è giusto così perché questo è l’ordine delle cose.
E pensi: ragazzi, vi ho voluto bene, la vita è là fuori, ed è vostra: andate a prendervela, su!