dopo soli
7 anni di indagini, e 5 anni di reclusione nell'ambasciata dell'Ecuador a
Londra, la giustizia svedese ha deciso che Julian Assange non è perseguibile.
"Recluso per 7 anni senza colpa mentre i miei figli crescevano e il mio nome veniva calunniati. Non perdono né dimentico." (https://twitter.com/JulianAssange)
Il futuro Presidente degli USA erediterà squadroni pronti a uccidere persone sospette in tutto il mondo. Anche americane.
Jeremy Scahill non si è mai
fatto intimorire dall’effige salvifica del premio Nobel per la pace. Se c’è
qualcuno che è riuscito a raccontare la continuità strategica delle campagne
militari di Bill Clinton, Bush jr e dell’ex senatore dell’Illinois, quello è
sicuramente lui.
InDirty Wars, the World is a
battlefield (2013, incredibilmente mai tradotto in italiano),
racconta in 642 pagine le guerre segrete condotte dagli Stati Uniti dopo
l’11 settembre. Il libro è diventato anche un film candidato agli Oscar come
miglior documentario (spettacolare e coinvolgente ma decisamente meno
accurato).
Inviato di guerra di lungo corso e
firma di spicco dell’Intercept, Scahill sceglie il punto di vista delle vittime
per dimostrare, numeri alla mano, che i targeted killings di
Obama hanno di fatto cementato le politiche della precedente amministrazione,
che aveva dichiarato che il mondo intero fosse “un campo di battaglia”.
Bilanciando uno studio
dettagliato degli ultimi decenni di politica estera americana con storie
raccolte personalmente in Afghanistan, Pakistan, Somalia e Yemen (oltre
a interviste con soldati e ufficiali dellaNational Security Agency),
Scahill sviscera il concetto di America come iper-potenza attraverso
l’incredibile evoluzione del Comando congiunto per le operazioni speciali
(JSOC). Quello che, per intenderci, ha ucciso Osama Bin Laden ad
Abbottabad.
Proprio in seguito all’uccisione
del numero uno di Al Qaeda l’élite del JSOC, fino ad allora sconosciuta ai
più, è diventata famosa in tutto il mondo. Di lista in lista, i
suoi membri si sono impegnati nell’uccidere “nemici della libertà” in giro per
il globo.
AMERICANI NEMICI DELL’AMERICA
Tra questi ci sono anche
due cittadini americani: Anwar al-Awlaki e il figlio sedicenne
Abdulrahman. Nato a Las Cruces, New Mexico, da una coppia di migranti yemeniti,
Anwar è diventato target primario del governo. Creando un precedente non di
poco conto: per la prima volta un presidente americano ha ordinato l’uccisione
di un cittadino statunitense senza passare per una richiesta di estradizione e
un regolare processo davanti a una corte.
I droni USA dispiegati in Yemen
riescono ad ucciderlo il 30 settembre 2011, in seguito a diversi
tentativi fallimentari. Due settimane dopo, è il turno del figlioletto
Abdulrahman, colpito misteriosamente a Shabwa, dove si era recato in
cerca del padre.
11 Settembre e islam moderato
L’11 settembre
2001 al-Awlaki era imam della moschea Dar al-Hijrah, nella Virginia
del Nord. Fu una delle prime autorità musulmane americane a condannare gli
attacchi terroristici, diventando ben presto icona progressista,
addirittura colui che avrebbe potuto “colmare il divario tra gli
Stati Uniti e la comunità mondiale dei musulmani “.
Per capire il grado di
autorevolezza che stava raggiungendo proprio nel periodo peggiore per i
musulmani americani, basti pensare che fu invitato al Pentagono dal
Ministero della Difesa per tenere delle conferenze sul dialogo inter-religioso,
finendo sulle copertine dei principali giornali americani.
Radicalizzazione
Con l’esplosione delle “guerre
al terrorismo” in Afghanistan e in Iraq, Anwar al-Awlaki diventò sempre più
duro e radicale contro la politica di Bush, si trasferì nello Yemen e
pubblicò su Internet video-sermoni che inneggiavano il jihad
contro l’America.
La domanda alla base
delle indagini di Scahill è: “Cosa serve affinché un cittadino
statunitense venga inserito nella lista della Cia delle persone
da uccidere?”
CONDANNA SENZA PROVE
Per trovare delle risposte è
necessario andare oltre la “cartoonizzazione” del personaggio al-Awlaki,
“un tizio in giacca mimetica che in qualche modo è diventato un estremista
che vuole praticare il jihad armato contro gli Stati Uniti”. Il
giornalista americano ha indagato sull’evoluzione sia della sfera privata
che di quella pubblica della vita dell’imam, supponendo che essa sia stata “il
prodotto della politica estera americana”.
Al-Awlaki non è mai stato accusato
di alcun crimine e nessuna prova è stata presentata ufficialmente contro di
lui: perché la Casa Bianca ha preferito ucciderlo invece di incriminarlo e,
quindi, chiedere al governo dello Yemen la sua estradizione? È sufficiente odiare
l’America per essere uccisi? E, in ultima analisi, perché è stato ucciso
anche il figlio Abdulrahman? Su quest’ultimo punto Scahill azzarda delle
ipotesi: “Per il suo cognome? Per quello che potrebbe diventare un giorno?”
Una storia americana
Nasser,
il padre di Anwar, si era trasferito da Sana’a a Lawrence, Kansas, dove
aveva conseguito un dottorato di ricerca. Tornato nello Yemen, era
diventato Ministro dell’agricoltura sotto Ali Abdullah Saleh.
A Sana’a, Scahill ha
incontrato Nasser al-Awlaki prima e dopo l’uccisione del nipote
Abdulrahman. Allo stesso tempo, ha intervistato numerosi ufficiali e analisti,
come Phil Giraldi e Joshua Foust (che ha lavorato per la Defence
Intelligence Agency durante la prima amministrazione Obama), a proposito
delle indagini effettuate sull’imam da FBI e CIA dal 2001 in poi.
Ha anche condotto un’attenta
esegesi del blog di al-Awlaki e del modo in cui il tono della sua
scrittura cambiava di post in post, fino a quando gli Stati Uniti avevano
oscurato il sito e lui aveva cancellato ogni traccia digitale che avrebbe
potuto condurre gli americani ai suoi nascondigli. CARCERE E ISOLAMENTO
Nel 2002 Al-Awlaki aveva lasciato
gli Stati Uniti (solo due anni prima aveva invitato i musulmani americani a
votare Bush perché ideologicamente più vicino al conservatorismo islamico
rispetto ad Al Gore) per trasferirsi in Gran Bretagna e infine nelloYemen,
dove era stato arrestato dalle autorità locali su ordine di
Washington.
Un anno e mezzo rinchiuso senza
alcuna accusa, di cui 17 mesi in isolamento. “Una volta rilasciato, al-Awlaki
era un uomo cambiato. E quando ha scoperto che il JSOC lo cercava per
ucciderlo, la trasformazione era ormai completa”, dice l’autore nel voice-over
del documentario.
Le guerre sporche
Il caso al-Awlaki ha cambiato
radicalmente l’approccio di Scahill all’indagine che stava conducendo sui
target del JSOC, “la più grande storia su cui io abbia mai indagato”. Anwar
al-Awlaki e il figlio adolescente nato a Denver diventano due
figure centrali per allacciare tra loro le morti intelligenti ordinate da
Obama e, più in generale, per avere un’immagine d’insieme delle guerre segrete
americane gestite dalJoint
Special Operations Command. Un programma altamente strutturato di
omicidi non regolamentati che ha portato a operazioni in
Afghanistan, Yemen, Somalia, Perù, Filippine, Pakistan, Georgia, Algeria,
Indonesia, Thailandia e Giordania.
Il caso Awlaki è centrale per
diversi motivi. Prima di tutto, in America è ancora dibattuto il modo in
cui media e politici hanno determinato che l’imam fosse un rischio
effettivo per la sicurezza nazionale e, senza aver alcuna prova, che fosse uno
dei leader dell’AQAP, Al-Qaeda in the Arabian Peninsula.
E se l’uccisione del giovane
Abdulrahman ha colpito personalmente Scahill (“Mi ha sventrato”, ha detto in
un’intervista rilasciata Huffington Post), l’indagine ha permesso
all’autore di raccontare a un pubblico ampio la dittatura dell’alleato Abd
Allah Saleh (a cui dedica un intero capitolo) e di come il suo rapporto personale
con George W. Bush prima e Barack Obama dopo sia stato determinante per portare
a termine per le uccisioni mirate nello Yemen.
Attraverso la storia di Awlaki
emerge l’arresto di un personaggio meno noto: il giornalista investigativo
Abdulelah Haider Shaye, un’eccellenza dell’informazione yemenita, che aveva
raccontato la strage del 17 dicembre 2009, quando missili da
crociera BGM-109 Tomahawk erano stati lanciati dagli americani nei pressi
del villaggio di al-Majalah, nel sud dello Yemen, uccidendo 41 civili (di
cui 14 donne e 21 bambini). Famoso anche per aver intervistato vari leader
di Al-Qaeda (così come lo stesso Awlaki), fu accusato di terrorismo e
condannato a cinque anni di carcere. Curiosamente, il caso fu
seguito personalmente da Barack Obama, che telefonò ad Ali Abdullah
Saleh ponendo di fatto il veto per un eventuale rilascio.
Le uccisioni “intelligenti” sono
continuate senza intoppi anche dopo la morte di Anwar al-Awlaki,
nonostante l’irrobustimentodel dibattito nazionale
sull’uso dei droni e deitargeted
killings. Del resto, spiega Scahill, “oltre confine non esiste più
alcuna empatia”. da qui
Secondo quanto riportato da
Alternativenews.org:“In base al decreto militare 101, è stato
imposto il divieto per i palestinesi che vivono sotto la legge marziale di
dimostrare e pubblicare qualsiasi cosa riguardi ‘questioni politiche’”. Le
forze di sicurezza israeliane hanno arrestato 400 palestinesi per il loro
attivismo sui social media, da quando l’insurrezione palestinese è iniziata lo
scorso ottobre 2015.
La mattina del 28 agosto 2014, due
giorni dopo la fine del conflitto tra Israele e Hamas a Gaza, Sohaib Zahda è
salito su un taxi collettivo a Hebron per andare a Ramallah, dove aveva un
colloquio di lavoro.
Il trentatreenne Zahda, proprietario di
un paintball, difficilmente si potrebbe dire che sia un terrorista. Avido
ciclista, parla arabo, italiano, francese ed inglese, ed è un membro
dell’organizzazione non violenta Youth Against Settlements, che protesta contro
i coloni israeliani che vivono a Hebron e nelle vicinanze. Zahda si oppone ad
Hamas che lancia razzi su Israele. Gli piace raccontare ai visitatori che suo
nonno aveva un amico ebreo a Hebron negli anni Venti.
Hebron e Ramallah distano circa 40 km
l’una dall’altra. Per muoversi tra queste due città, i palestinesi sono tenuti
a passare attraverso il check-point “container” presidiato dai soldati
israeliani in una strada che connette la parte meridionale della Cisgiordania
alle città centrali e settentrionali della medesima. Al check-point – che prende
il nome da un container che una volta era situato alla barriera – i pedoni
palestinesi si mettono in fila per il controllo delle loro carte d’identità,
mentre le auto attendono di essere ispezionate e di ricevere il segnale per
proseguire da parte dei soldati israeliani. Quando è arrivato il turno del taxi
dove si trovava Zahda, i soldati israeliani a volto coperto hanno fermato il
veicolo, hanno chiesto a Zahda di scendere e poi lo hanno ammanettato.
Hanno preso il suo cellulare e la sua
borsa e lo hanno portato in una stanza prossima al check-point. Dopo due ore,
gli è stato detto che era sotto indagini per aver minacciato un leader
dell’esercito israeliano. La presunta minaccia sarebbe stata fatta su una
pagina Facebook che incoraggiava ad una rivolta a Hebron. Zahda è stato poi
bendato e messo su una jeep militare israeliana…
Daniel Berrigan (1921-2016). Un uomo contro la guerra
- Claudio Ferlan
Sabato
scorso, 30 aprile, è scomparso all'età di novantaquattro anni il padre gesuita
Daniel Berrigan. Il titolo scelto dalNew York Times per annunciare la
notizia lo descrive come “il prete che predicò il pacifismo”. Berrigan è stato
un simbolo dell'azione politica di quella che negli Stati Uniti è stata
chiamata la “nuova sinistra cattolica”.
I nove di
Catonsville
L'opinione
pubblica mondiale lo conobbe soprattutto per una clamorosa azione di protesta
contro la guerra in Vietnam. Assieme al fratello Philip e ad altri sette
attivisti cattolici entrò nel Centro di reclutamento di Catonsville in Maryland
(17 maggio 1968) per bruciare le lettere di chiamata alle armi. La portata
emblematica del gesto fu rinforzata dalla scelta di incendiare le carte usando
del napalm fatto in casa.
Fu un'azione
drammatica che contribuì alla crescita della protesta contro la guerra in Vietnam
in tutti gli Stati Uniti, caratterizzata in seguito da sempre più
frequenti proteste e atti di disobbedienza civile. I “nove di
Catonsville” furono condannati alla reclusione per distruzione di proprietà
statale, ma si nascosero in clandestinità. Scoperti e catturati, furono
effettivamente incarcerati. Daniel Berrigan scontò due anni di pena nella
prigione federale di Danbury, dove ricevette anche la visita del generale della
Compagnia di Gesù, Pedro Arrupe, uomo che nella propria esperienza missionaria
aveva vissuto la scioccante esperienza della bomba atomica a Hiroshima. Fu un
incontro dal valore fortemente simbolico, in un periodo nel quale l'ordine dei
gesuiti viveva un periodo di grandi dissidi interni ed esterni, criticato dalla
parte più conservatrice della Chiesa cattolica per le aperture alla pastorale
popolare e per l'impegno politico di molti suoi membri, specie nelle Americhe.
Si trattò di tensioni di lunga durata, alle quali contribuì anche la presa di
posizione di Giovanni Paolo II, piuttosto critico con Arrupe nei primi anni del
proprio pontificato. E non stupisce che tra le voci del dissenso per il
conservatorismo ecclesiastico del papa polacco si segnalò proprio quella di
Daniel Berrigan.
Pacifismo e
antinuclearismo
Al tempo dei
fatti di Catonsville il gesuita statunitense era ben noto alle autorità, in
particolare quelle religiose, soprattutto in seguito al suo impegno come
insegnante nel college di Le Moyne (Syracuse). Qui strinse rapporti di stretta
amicizia con molti studenti, diffondendo le proprie idee sul pacifismo e sui
diritti civili. Erano convinzioni presenti fin dagli anni della sua formazione,
ma sviluppatesi anche in seguito a un soggiorno in Francia, dove il gesuita si
era a lungo confrontato con alcuni confratelli segnati dall'esperienza della
guerra in Indocina. Berrigan fu rimosso dall'insegnamento dopo che un suo
allievo, David Miller, bruciò la cartolina-precetto di fronte a una nutrita
folla di manifestanti (15 ottobre 1965). Fu, quello di Miller, un gesto pagato
con la reclusione ma destinato a dare una spinta decisiva alla riforma del
sistema della coscrizione obbligatoria.
Uscito di
prigione nel 1972, Daniel Berrigan continuò le proprie azioni di protesta
contro le guerre del pianeta (Nicaragua, Kosovo, Iraq e Siria per esempio) e a
favore della denuclearizzazione. Per queste sue attività conobbe il carcere
altre volte, ma non cessò mai di manifestare con forza le proprie convinzioni.
Scrittore
prolifico, Berrigan è stato poeta apprezzato e premiato, ma certo è proprio il
suo impegno civile ad averlo reso noto ai più. Mairead Corrigan-Maguire, premio
Nobel per la pace nel 1976, lo ha commemorato come “un
uomo di pace” e di grande coraggio, rimarcando come le sue
azioni prima che le sue opere letterarie abbiano influenzato “milioni di
persone”. Un nome forse oggi in parte dimenticato, quello di Daniel Berrigan,
ma, come ricorda Corrigan-Maguire, è proprio grazie a uomini come lui e suo
fratello Philip se al momento possiamo vivere in un mondo (almeno parzialmente,
aggiungiamo) libero da armi e guerre nucleari. I conflitti però continuano e la
memoria di menti che si sono spese per la politica della pace e della
nonviolenza non vanno dimenticate. La loro eredità ci interroga.
Proprio
il 27 marzo del 2016 un uomo ha sparato vicino alla Casa Bianca, a Washington,
ferendo anche un poliziotto, è stato poi fermato e arrestato.
In
Palestina, invece, se hai un coltello ti sparano, ma anche se non ce l’hai (qui)
ti sparano lo stesso.
In
omaggio alla frase attribuita (erroneamente) al generale Sheridan (qui) i soldati
israeliani dimostrano che il loro motto è: Il solopalestinese buonoè il palestinese morto.
L’aggravante
(se fosse necessaria) è che l’assassino in divisa è un medico e lo slogan di un
politico israeliano è una pizza per un terrorista (palestinese, naturalmente)
ucciso.
B'Tselem, una ONG di traditori di Israele, secondo il governo
e molti guerrafondai (qui),
da qualche anno distribuisce videocamere ai palestinesi, per documentare omicidi
e prevaricazioni israeliane che avvengono (qui, quiequi, giornalismo partecipativo).
Anche questa volta un video ha fatto il giro del mondo, e l’esercito
israeliano si costerna e s’indigna, ha preso duri provvedimenti, dicono, dopo
che tutti hanno visto il video dell’esecuzione, ma se per loro fosse davvero una cosa così
grave, possibile che nel minuto successivo, nel filmato, un qualche collega o
ufficiale non si sia avvicinato per prendere lo sparatore a calci in culo?
Chissà, forse aveva solo voglia di una pizza.
…L’agenzia Ma’an riferisce che
almeno 203 palestinesi sono stati uccisi dallo scorso ottobre, quando è
cominciata l’Intifada di Gerusalemme (nello stesso periodo sono stati uccisi
almeno 30 israeliani). Per le autorità israeliane gran parte delle vittime
palestinesi erano “attentatori intenzionati ad uccidere”. Più parti in questi mesi hanno criticato
Israele denunciando quella che definiscono una politica di “esecuzioni
extragiudiziali”.Quasi sempre i palestinesi responsabili di attacchi
tentati o compiuti sono uccisi sul posto dalle forze militari. Pochi sono stati
sino ad oggi i casi di attentatori arrestati. Per Israele invece i soldati
semplicemente sparano per legittima difesa.
Molti spiegano gli attacchi all’arma
bianca compiuti in prevalenza da giovani con la frustrazione che attraversa la
nuova generazione palestinese di fronte a quasi 50 anni di occupazione militare
israeliana. Per il premier israeliano Netanyahu invece gli attacchi sarebbero
causati dal fanatismo religioso e dall’istigazione che, a suo dire, arriverebbe
dai mezzi d’informazione. Ieri
sera Netanyahu ha paragonato gli attacchi compiuti dall’Isis a Bruxelles agli
accoltellamenti palestinesi.