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domenica 21 maggio 2017

come volevasi dimostrare


dopo soli 7 anni di indagini, e 5 anni di reclusione nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra, la giustizia svedese ha deciso che  Julian Assange non è perseguibile.
ma non esce ancora (qui ne parla Glenn Greenwald)
  
"Recluso per 7 anni senza colpa mentre i miei figli crescevano e il mio nome veniva calunniati. Non perdono né dimentico." (https://twitter.com/JulianAssange)



giovedì 27 ottobre 2016

Anwar al-Awlaki e gli omicidi ‘smart’ di Obama - Joshua Evangelista

Il futuro Presidente degli USA erediterà squadroni pronti a uccidere persone sospette in tutto il mondo. Anche americane.

Jeremy Scahill non si è mai fatto intimorire dall’effige salvifica del premio Nobel per la pace. Se c’è qualcuno che è riuscito a raccontare la continuità strategica delle campagne militari di Bill Clinton, Bush jr e dell’ex senatore dell’Illinois, quello è sicuramente lui.
In Dirty Wars, the World is a battlefield (2013, incredibilmente mai tradotto in italiano), racconta in 642 pagine le guerre segrete condotte dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre. Il libro è diventato anche un film candidato agli Oscar come miglior documentario (spettacolare e coinvolgente ma decisamente meno accurato).
Inviato di guerra di lungo corso e firma di spicco dell’Intercept, Scahill sceglie il punto di vista delle vittime per dimostrare, numeri alla mano, che i targeted killings di Obama hanno di fatto cementato le politiche della precedente amministrazione, che aveva dichiarato che il mondo intero fosse “un campo di battaglia”.
Bilanciando uno studio dettagliato degli ultimi decenni di politica estera americana con storie raccolte personalmente in Afghanistan, Pakistan, Somalia e Yemen (oltre a interviste con soldati e ufficiali della National Security Agency), Scahill sviscera il concetto di America come iper-potenza attraverso l’incredibile evoluzione del Comando congiunto per le operazioni speciali (JSOC). Quello che, per intenderci, ha ucciso Osama Bin Laden ad Abbottabad.
Proprio in seguito all’uccisione del numero uno di Al Qaeda l’élite del JSOC, fino ad allora sconosciuta ai più, è diventata famosa in tutto il mondo. Di lista in lista, i suoi membri si sono impegnati nell’uccidere “nemici della libertà” in giro per il globo.


 


AMERICANI NEMICI DELL’AMERICA

Tra questi ci sono anche due cittadini americani: Anwar al-Awlaki e il figlio sedicenne Abdulrahman. Nato a Las Cruces, New Mexico, da una coppia di migranti yemeniti, Anwar è diventato target primario del governo. Creando un precedente non di poco conto: per la prima volta un presidente americano ha ordinato l’uccisione di un cittadino statunitense senza passare per una richiesta di estradizione e un regolare processo davanti a una corte.
I droni USA dispiegati in Yemen riescono ad ucciderlo il 30 settembre 2011, in seguito a diversi tentativi fallimentari. Due settimane dopo, è il turno del figlioletto Abdulrahman, colpito misteriosamente a Shabwa, dove si era recato in cerca del padre.


11 Settembre e islam moderato


L’11 settembre 2001 al-Awlaki era imam della moschea Dar al-Hijrah, nella Virginia del Nord. Fu una delle prime autorità musulmane americane a condannare gli attacchi terroristici, diventando ben presto icona progressista, addirittura colui che avrebbe potuto “colmare il divario tra gli Stati Uniti e la comunità mondiale dei musulmani “.
Per capire il grado di autorevolezza che stava raggiungendo proprio nel periodo peggiore per i musulmani americani, basti pensare che fu invitato al Pentagono dal Ministero della Difesa per tenere delle conferenze sul dialogo inter-religioso, finendo sulle copertine dei principali giornali americani.


Radicalizzazione

Con l’esplosione delle “guerre al terrorismo” in Afghanistan e in Iraq, Anwar al-Awlaki diventò sempre più duro e radicale contro la politica di Bush, si trasferì nello Yemen e pubblicò su Internet video-sermoni che inneggiavano il jihad contro l’America.
La domanda alla base delle indagini di Scahill è: “Cosa serve affinché un cittadino statunitense venga inserito nella lista della Cia delle persone da uccidere?”


CONDANNA SENZA PROVE

Per trovare delle risposte è necessario andare oltre la “cartoonizzazione” del personaggio al-Awlaki, “un tizio in giacca mimetica che in qualche modo è diventato un estremista che vuole praticare il jihad armato contro gli Stati Uniti”. Il giornalista americano ha indagato sull’evoluzione sia della sfera privata che di quella pubblica della vita dell’imam, supponendo che essa sia stata “il prodotto della politica estera americana”.
Al-Awlaki non è mai stato accusato di alcun crimine e nessuna prova è stata presentata ufficialmente contro di lui: perché la Casa Bianca ha preferito ucciderlo invece di incriminarlo e, quindi, chiedere al governo dello Yemen la sua estradizione? È sufficiente odiare l’America per essere uccisi? E, in ultima analisi, perché è stato ucciso anche il figlio Abdulrahman? Su quest’ultimo punto Scahill azzarda delle ipotesi: “Per il suo cognome? Per quello che potrebbe diventare un giorno?”


Una storia americana

Nasser, il padre di Anwar, si era trasferito da Sana’a a Lawrence, Kansas, dove aveva conseguito un dottorato di ricerca. Tornato nello Yemen, era diventato Ministro dell’agricoltura sotto Ali Abdullah Saleh.
A Sana’a, Scahill ha incontrato Nasser al-Awlaki prima e dopo l’uccisione del nipote Abdulrahman. Allo stesso tempo, ha intervistato numerosi ufficiali e analisti, come Phil Giraldi e Joshua Foust (che ha lavorato per la Defence Intelligence Agency durante la prima amministrazione Obama), a proposito delle indagini effettuate sull’imam da FBI e CIA dal 2001 in poi.
Ha anche condotto un’attenta esegesi del blog di al-Awlaki e del modo in cui il tono della sua scrittura cambiava di post in post, fino a quando gli Stati Uniti avevano oscurato il sito e lui aveva cancellato ogni traccia digitale che avrebbe potuto condurre gli americani ai suoi nascondigli.


CARCERE E ISOLAMENTO

Nel 2002 Al-Awlaki aveva lasciato gli Stati Uniti (solo due anni prima aveva invitato i musulmani americani a votare Bush perché ideologicamente più vicino al conservatorismo islamico rispetto ad Al Gore) per trasferirsi in Gran Bretagna e infine nelloYemen, dove era stato arrestato dalle autorità locali su ordine di Washington.
Un anno e mezzo rinchiuso senza alcuna accusa, di cui 17 mesi in isolamento. “Una volta rilasciato, al-Awlaki era un uomo cambiato. E quando ha scoperto che il JSOC lo cercava per ucciderlo, la trasformazione era ormai completa”, dice l’autore nel voice-over del documentario.


Le guerre sporche

Il caso al-Awlaki ha cambiato radicalmente l’approccio di Scahill all’indagine che stava conducendo sui target del JSOC, “la più grande storia su cui io abbia mai indagato”. Anwar al-Awlaki e il figlio adolescente nato a Denver diventano due figure centrali per allacciare tra loro le morti intelligenti ordinate da Obama e, più in generale, per avere un’immagine d’insieme delle guerre segrete americane gestite dal Joint Special Operations Command. Un programma altamente strutturato di omicidi non regolamentati che ha portato a operazioni in Afghanistan, Yemen, Somalia, Perù, Filippine, Pakistan, Georgia, Algeria, Indonesia, Thailandia e Giordania.
Il caso Awlaki è centrale per diversi motivi. Prima di tutto, in America è ancora dibattuto il modo in cui media e politici hanno determinato che l’imam fosse un rischio effettivo per la sicurezza nazionale e, senza aver alcuna prova, che fosse uno dei leader dell’AQAP, Al-Qaeda in the Arabian Peninsula.
E se l’uccisione del giovane Abdulrahman ha colpito personalmente Scahill (“Mi ha sventrato”, ha detto in un’intervista rilasciata Huffington Post), l’indagine ha permesso all’autore di raccontare a un pubblico ampio la dittatura dell’alleato Abd Allah Saleh (a cui dedica un intero capitolo) e di come il suo rapporto personale con George W. Bush prima e Barack Obama dopo sia stato determinante per portare a termine per le uccisioni mirate nello Yemen.
Attraverso la storia di Awlaki emerge l’arresto di un personaggio meno noto: il giornalista investigativo Abdulelah Haider Shaye, un’eccellenza dell’informazione yemenita, che aveva raccontato la strage del 17 dicembre 2009, quando missili da crociera BGM-109 Tomahawk erano stati lanciati dagli americani nei pressi del villaggio di al-Majalah, nel sud dello Yemen, uccidendo 41 civili (di cui 14 donne e 21 bambini). Famoso anche per aver intervistato vari leader di Al-Qaeda (così come lo stesso Awlaki), fu accusato di terrorismo e condannato a cinque anni di carcere. Curiosamente, il caso fu seguito personalmente da Barack Obama, che telefonò ad Ali Abdullah Saleh ponendo di fatto il veto per un eventuale rilascio.
Le uccisioni “intelligenti” sono continuate senza intoppi anche dopo la morte di Anwar al-Awlaki, nonostante l’irrobustimento del dibattito nazionale sull’uso dei droni e dei targeted killings. Del resto, spiega Scahill, “oltre confine non esiste più alcuna empatia”.
da qui

domenica 10 luglio 2016

Post, Share, Arrest - Alex Kane


Attivisti di Fb nel mirino del governo israeliano

Secondo quanto riportato da Alternativenews.org: “In base al decreto militare 101, è stato imposto il divieto per i palestinesi che vivono sotto la legge marziale di dimostrare e pubblicare qualsiasi cosa riguardi ‘questioni politiche’”. Le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato 400 palestinesi per il loro attivismo sui social media, da quando l’insurrezione palestinese è iniziata lo scorso ottobre 2015.
La mattina del 28 agosto 2014, due giorni dopo la fine del conflitto tra Israele e Hamas a Gaza, Sohaib Zahda è salito su un taxi collettivo a Hebron per andare a Ramallah, dove aveva un colloquio di lavoro.
Il trentatreenne Zahda, proprietario di un paintball, difficilmente si potrebbe dire che sia un terrorista. Avido ciclista, parla arabo, italiano, francese ed inglese, ed è un membro dell’organizzazione non violenta Youth Against Settlements, che protesta contro i coloni israeliani che vivono a Hebron e nelle vicinanze. Zahda si oppone ad Hamas che lancia razzi su Israele. Gli piace raccontare ai visitatori che suo nonno aveva un amico ebreo a Hebron negli anni Venti.
Hebron e Ramallah distano circa 40 km l’una dall’altra. Per muoversi tra queste due città, i palestinesi sono tenuti a passare attraverso il check-point “container” presidiato dai soldati israeliani in una strada che connette la parte meridionale della Cisgiordania alle città centrali e settentrionali della medesima. Al check-point – che prende il nome da un container che una volta era situato alla barriera – i pedoni palestinesi si mettono in fila per il controllo delle loro carte d’identità, mentre le auto attendono di essere ispezionate e di ricevere il segnale per proseguire da parte dei soldati israeliani. Quando è arrivato il turno del taxi dove si trovava Zahda, i soldati israeliani a volto coperto hanno fermato il veicolo, hanno chiesto a Zahda di scendere e poi lo hanno ammanettato.
Hanno preso il suo cellulare e la sua borsa e lo hanno portato in una stanza prossima al check-point. Dopo due ore, gli è stato detto che era sotto indagini per aver minacciato un leader dell’esercito israeliano. La presunta minaccia sarebbe stata fatta su una pagina Facebook che incoraggiava ad una rivolta a Hebron. Zahda è stato poi bendato e messo su una jeep militare israeliana…


Traduzione di Martina Di Febo (Agenzia stampa Infopal – www.infopal.it)

mercoledì 11 maggio 2016

ricordo di Daniel Berrigan



Daniel Berrigan (1921-2016). Un uomo contro la guerra - Claudio Ferlan

Sabato scorso, 30 aprile, è scomparso all'età di novantaquattro anni il padre gesuita Daniel Berrigan. Il titolo scelto dal New York Times per annunciare la notizia lo descrive come “il prete che predicò il pacifismo”. Berrigan è stato un simbolo dell'azione politica di quella che negli Stati Uniti è stata chiamata la “nuova sinistra cattolica”.

I nove di Catonsville

L'opinione pubblica mondiale lo conobbe soprattutto per una clamorosa azione di protesta contro la guerra in Vietnam. Assieme al fratello Philip e ad altri sette attivisti cattolici entrò nel Centro di reclutamento di Catonsville in Maryland (17 maggio 1968) per bruciare le lettere di chiamata alle armi. La portata emblematica del gesto fu rinforzata dalla scelta di incendiare le carte usando del napalm fatto in casa.
Fu un'azione drammatica che contribuì alla crescita della protesta contro la guerra in Vietnam in tutti gli Stati Uniti, caratterizzata in seguito da sempre più frequenti  proteste e atti di disobbedienza civile. I “nove di Catonsville” furono condannati alla reclusione per distruzione di proprietà statale, ma si nascosero in clandestinità. Scoperti e catturati, furono effettivamente incarcerati. Daniel Berrigan scontò due anni di pena nella prigione federale di Danbury, dove ricevette anche la visita del generale della Compagnia di Gesù, Pedro Arrupe, uomo che nella propria esperienza missionaria aveva vissuto la scioccante esperienza della bomba atomica a Hiroshima. Fu un incontro dal valore fortemente simbolico, in un periodo nel quale l'ordine dei gesuiti viveva un periodo di grandi dissidi interni ed esterni, criticato dalla parte più conservatrice della Chiesa cattolica per le aperture alla pastorale popolare e per l'impegno politico di molti suoi membri, specie nelle Americhe. Si trattò di tensioni di lunga durata, alle quali contribuì anche la presa di posizione di Giovanni Paolo II, piuttosto critico con Arrupe nei primi anni del proprio pontificato. E non stupisce che tra le voci del dissenso per il conservatorismo ecclesiastico del papa polacco si segnalò proprio quella di Daniel Berrigan.  

Pacifismo e antinuclearismo

Al tempo dei fatti di Catonsville il gesuita statunitense era ben noto alle autorità, in particolare quelle religiose, soprattutto in seguito al suo impegno come insegnante nel college di Le Moyne (Syracuse). Qui strinse rapporti di stretta amicizia con molti studenti, diffondendo le proprie idee sul pacifismo e sui diritti civili. Erano convinzioni presenti fin dagli anni della sua formazione, ma sviluppatesi anche in seguito a un soggiorno in Francia, dove il gesuita si era a lungo confrontato con alcuni confratelli segnati dall'esperienza della guerra in Indocina. Berrigan fu rimosso dall'insegnamento dopo che un suo  allievo, David Miller, bruciò la cartolina-precetto di fronte a una nutrita folla di manifestanti (15 ottobre 1965). Fu, quello di Miller, un gesto pagato con la reclusione ma destinato a dare una spinta decisiva alla riforma del sistema della coscrizione obbligatoria.
Uscito di prigione nel 1972, Daniel Berrigan continuò le proprie azioni di protesta contro le guerre del pianeta (Nicaragua, Kosovo, Iraq e Siria per esempio) e a favore della denuclearizzazione. Per queste sue attività conobbe il carcere altre volte, ma non cessò mai di manifestare con forza le proprie convinzioni.
Scrittore prolifico, Berrigan è stato poeta apprezzato e premiato, ma certo è proprio il suo impegno civile ad averlo reso noto ai più. Mairead Corrigan-Maguire, premio Nobel per la pace nel 1976, lo ha commemorato come “un uomo di pace” e di grande coraggio, rimarcando come le sue azioni prima che le sue opere letterarie abbiano influenzato “milioni di persone”. Un nome forse oggi in parte dimenticato, quello di Daniel Berrigan, ma, come ricorda Corrigan-Maguire, è proprio grazie a uomini come lui e suo fratello Philip se al momento possiamo vivere in un mondo (almeno parzialmente, aggiungiamo) libero da armi e guerre nucleari. I conflitti però continuano e la memoria di menti che si sono spese per la politica della pace e della nonviolenza non vanno dimenticate. La loro eredità ci interroga.
da qui





Some – a poem by Daniel Berrigan

 

(to the Plowshares 8, with love)
by Daniel Berrigan
Some stood up once, and sat down.
Some walked a mile, and walked away.
Some stood up twice, then sat down.
“It’s too much,” they cried.
Some walked two miles, then walked away.
“I’ve had it,” they cried,
Some stood and stood and stood.
They were taken for fools,
they were taken for being taken in.
Some walked and walked and walked –
they walked the earth,
they walked the waters,
they walked the air.
“Why do you stand?” they were asked, and
“Why do you walk?”
“Because of the children,” they said, and
“Because of the heart, and
“Because of the bread,”
“Because the cause is
the heart’s beat, and
the children born, and
the risen bread.”
da qui

qui un interessante articolo su The Intercept

mercoledì 30 marzo 2016

L’esercito più morale del mondo colpisce ancora, senza pietà

Proprio il 27 marzo del 2016 un uomo ha sparato vicino alla Casa Bianca, a Washington, ferendo anche un poliziotto, è stato poi fermato e arrestato.
In Palestina, invece, se hai un coltello ti sparano, ma anche se non ce l’hai (qui) ti sparano lo stesso.
In omaggio alla frase attribuita (erroneamente) al generale Sheridan (qui) i soldati israeliani dimostrano che il loro motto è: Il solo palestinese buono è il palestinese morto.
L’aggravante (se fosse necessaria) è che l’assassino in divisa è un medico e lo slogan di un politico israeliano è una pizza per un terrorista (palestinese, naturalmente) ucciso.

B'Tselem, una ONG di traditori di Israele, secondo il governo e molti guerrafondai (qui), da qualche anno distribuisce videocamere ai palestinesi, per documentare omicidi e prevaricazioni israeliane che avvengono (quiqui e qui, giornalismo partecipativo).
Anche questa volta un video ha fatto il giro del mondo, e l’esercito israeliano si costerna e s’indigna, ha preso duri provvedimenti, dicono, dopo che tutti hanno visto il video dell’esecuzione, ma se per loro fosse davvero una cosa così grave, possibile che nel minuto successivo, nel filmato, un qualche collega o ufficiale non si sia avvicinato per prendere lo sparatore a calci in culo?
Chissà, forse aveva solo voglia di una pizza.





…L’agenzia Ma’an riferisce che almeno 203 palestinesi sono stati uccisi dallo scorso ottobre, quando è cominciata l’Intifada di Gerusalemme (nello stesso periodo sono stati uccisi almeno 30 israeliani). Per le autorità israeliane gran parte delle vittime palestinesi erano “attentatori intenzionati ad uccidere”. Più parti in questi mesi hanno criticato Israele denunciando quella che definiscono una politica di “esecuzioni extragiudiziali”.Quasi sempre i palestinesi responsabili di attacchi tentati o compiuti sono uccisi sul posto dalle forze militari. Pochi sono stati sino ad oggi i casi di attentatori arrestati. Per Israele invece i soldati semplicemente sparano per legittima difesa.
Molti spiegano gli attacchi all’arma bianca compiuti in prevalenza da giovani con la frustrazione che attraversa la nuova generazione palestinese di fronte a quasi 50 anni di occupazione militare israeliana. Per il premier israeliano Netanyahu invece gli attacchi sarebbero causati dal fanatismo religioso e dall’istigazione che, a suo dire, arriverebbe dai mezzi d’informazione. Ieri sera Netanyahu ha paragonato gli attacchi compiuti dall’Isis a Bruxelles agli accoltellamenti palestinesi.


qui la storia completa raccontata da Robert Mackey, nel sito The Intercept (diretto da Glenn Greenwald, Wikipedia spiega chi è)