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mercoledì 17 settembre 2025

La criminalizzazione di attivisti e dissenzienti in Italia - Livio Pepino

 

Sommario: 1. Il trattamento della protesta e del dissenso come misura della democrazia / 2. Continuità e novità della repressione in Italia nel nuovo millennio / 3. Modalità e tecniche della repressione / 4. Il decreto legge “sicurezza” e l’accelerazione della svolta autoritaria / 5. Che fare?  Spunti per un capitolo da aprire.

1. Il trattamento della protesta e del dissenso come misura della democrazia

Chi – politici, pubblici ministeri e giornalisti – contesta che sia in atto un processo di criminalizzazione del dissenso e dell’opposizione politica radicale afferma che la repressione è semplicemente l’inevitabile risposta alla commissione di reati e che il suo andamento (più o meno intenso) dipende dal numero e dall’entità dei reati commessi. L’affermazione è tanto suggestiva quanto infondata.

È vero, infatti, che da sempre i codici penali prevedono come delitti, a difesa della società, gli atti violenti contro le istituzioni, le aggressioni all’ordine pubblico e le forme più estreme di “contestazione”. Ma ciò che distingue i sistemi democratico/liberali da quelli autoritari è l’entità della repressione e le forme che essa assume: mentre i sistemi democratico/liberali tendono a minimizzarla e a circondare di garanzie il suo esercizio, quelli autoritari la usano come strumento ordinario di governo, azzerando o riducendo al massimo i diritti di chi vi è sottoposto. Per questo si può dire che oggi il livello di democraticità di un sistema si misura, più che in base al suo sistema elettorale, in base al grado di repressione politica che esso esercita. Ci sono casi di scuola di regimi che, pur prevedendo periodiche elezioni (più o meno libere), sono universalmente ritenuti illiberali perché caratterizzati da una repressione indiscriminata del dissenso e/o delle minoranze: l’Iran degli ayatollah, la Russia di Putin, la Turchia di Erdoğan, l’Egitto di Al Sisi, l’Israele di Netanyahu (non solo oggi ma da decenni dedita a un violento apartheid nei confronti della popolazione palestinese), etc. Non è la situazione ordinaria dei paesi occidentali, ma le differenze si stanno attenuando, ché questi ultimi rispondono sempre più alla crisi di consenso e di partecipazione che li attraversa con un surplus di repressione del dissenso radicale[1]. Basta guardare gli Stati Uniti e l’Europa (non solo l’Ungheria di Orbán ma anche la Spagna, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna e, non ultima, l’Italia, come vedremo più avanti), tutti coinvolti nel processo di trasformazione dello Stato sociale in Stato penale, nella crescita – in quantità e in qualità – degli interventi repressivi nei confronti del “nemico interno”, nella dilatazione (spesso incontrollata o addirittura favorita) del potere degli apparti, nel deperimento del sistema delle garanzie. È a questo surplus che si fa riferimento quando si parla di criminalizzazione del dissenso e di diritto penale del nemico. 

Nessuna sorpresa. La mancata corrispondenza tra andamento dei reati e andamento della repressione è, a livello generale, un fatto confermato da tutte le ricerche criminologiche, per ogni tipo di reato. Basti dire che, nel nostro Paese, il picco dei delitti in generale si è avuto nei primi anni Novanta del secolo sorso, quando in carcere c’erano poco più di 30.000 detenuti (35.485 il 31 dicembre 1991) mentre oggi, con i reati più gravi in netto calo (gli omicidi volontari, per limitarsi a un esempio, sono passati, da 1938 del 1991 a 314 del 2024), i detenuti sono circa il doppio (erano 62.728 il 30 giugno scorso). Il fatto è che l’entità della repressione, pur ovviamente legata alla commissione di reati, risente delle politiche “criminali” assi più che dell’andamento dei reati stessi.

Un’ultima considerazione. Questa fotografia della realtà, lungi dall’essere frutto di una visione estremizzata o di parte, è patrimonio comune degli osservatori imparziali e non mainstream. Uno per tutti: «La prima cosa che dovrebbero chiedersi i giuristi oggi è che cosa poter fare con il proprio sapere per contrastare questo fenomeno, che mette a rischio le istituzioni democratiche e lo stesso sviluppo dell’umanità. In concreto, la sfida presente per ogni penalista è quella di contenere l’irrazionalità punitiva, che si manifesta, tra l’altro, in reclusioni di massa, affollamento e torture nelle prigioni, arbitrio e abusi delle forze di sicurezza, espansione dell’ambito della penalità, la criminalizzazione della protesta sociale, l’abuso della reclusione preventiva e il ripudio delle più elementari garanzie penali e processuali»[2].

 

2. Continuità e novità della repressione in Italia nel nuovo millennio

Nel nostro Paese il tentativo di governare la società con la repressione non è una novità, ma una sorta di fiume carsico che ha caratterizzato non solo l’epoca liberale e il fascismo[3] ma anche l’interregno post fascista[4] e, poi, il periodo repubblicano. Basti dire che dal 1946 al 1977 si sono contati ben 155 morti nel corso di manifestazioni (di cui 14 tra le forze di polizia e 141 tra i dimostranti)[5] e ricordare che le strette repressive si sono succedute in tutti i periodi di crisi sociale e politica, a partire dalla fine dei “trent’anni gloriosi”, quando vide la luce la cosiddetta legge Reale sull’ordine pubblico (legge n. 152 del 1975), che rese più facile e impunito l’uso di armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine, reintrodusse il fermo di polizia e aumentò i termini della carcerazione preventiva. 

Oggi ci sono, peraltro, due importanti novità che segnano la stagione iniziata con il nuovo millennio:

a) la rinnovata svolta repressiva avviene dopo un periodo di allentamento del controllo poliziesco e penale e di (tentata) democratizzazione degli apparati di polizia. Negli ultimi decenni del secolo scorso, sulla scia dell’amnistia politica varata nel 1970 per chiudere le pendenze dell’autunno caldo[6], si era aperta una stagione di depenalizzazione (pur cauta e contraddittoria), plasticamente evidenziata dalle vicende dell’oltraggio e del blocco stradale, depenalizzati, in tutto o in parte, nel 1999 e ripristinati, rispettivamente, 10 e 19 anni dopo con la legge 15 luglio 2009 (uno dei primi “pacchetti sicurezza”) e con il decreto legge 4 ottobre 2018, n. 113 (primo decreto Salvini). Quel che è oggi in atto sul versante legislativo – con una proliferazione di reati senza precedenti, un aumento generalizzato delle pene e l’introduzione di aggravanti inedite – è un nuovo paradigma repressivo, addirittura più accentuato di quello previsto dal codice Rocco (nel quale, per esempio, la commissione di reati nel corso di manifestazioni, ora configurata come aggravante per molti reati, era considerata, a certe condizioni, un’attenuante ai sensi dell’art. 62 n. 3 codice penale). Non solo, ma, sul finire del Novecento, la smilitarizzazione e la sindacalizzazione della polizia (introdotte con la legge 1 aprile 1981, n. 121) e il ricambio dei vertici degli apparati avevano attenuato la strategia di controllo della piazza fondata sulla contrapposizione frontale e fatto balenare la possibilità di un governo negoziato del conflitto nel quale il diritto di manifestare fosse considerato prioritario, forme anche dirompenti di protesta fossero tollerate, la comunicazione fra manifestanti e polizia venisse considerata fondamentale e si cercasse di ridurre l’uso di mezzi coercitivi puntando alla selettività degli interventi. Questa impostazione (che aveva dato, in realtà, buoni frutti a cominciare dal venir meno di morti e feriti nel corso di manifestazioni) si è interrotta nel luglio 2001 a Genova[7] con l’emergere di una nuova strategia che ha avuto, poi, il banco di prova principale in Val Susa, con un intervento – tuttora in corso – che di è dispiegato per oltre un decennio diventando una sorta di “caso di scuola”[8] (a cui, per questo, si faranno ripetuti riferimenti nel seguito);

b) gli oppositori e i dissenzienti sono cambiati ed è cambiato il loro riconoscimento sociale. Non per caso, ma perché stanno cambiando i protagonisti del conflitto e della protesta: non più (almeno in prevalenza) operai e braccianti, come nella seconda metà del secolo scorso, ma (sempre in prevalenza) antagonisti, studenti e attivisti ambientali (a cominciare dagli odiati No Tav), considerati alla stregua di pericolosi sovversivi, dopo il fallimento dell’iniziale tentativo dell’establishment di blandire i Fridays for Future e l’irruzione sulla scena di Extinction Rebellion e di Ultima Generazione. Ma soprattutto gli oppositori e i dissenzienti oggi sono isolati, sia dalla politica che dai media, che veicolano, anzi, la vulgata dell’esistenza di un conflitto sociale di particolare intensità. E ciò mentre la situazione, nel nostro Paese, è quella di un conflitto a bassa intensità (a differenza di quanto accaduto tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta[9] e di quanto sta accadendo, per esempio, nella vicina Francia). Superfluo dire che l’opposta narrazione, lungi dall’essere casuale, è il portato di uno stile di governo della società, della strumentalizzazione della paura, della considerazione dell’antagonismo alla stregua di un delitto. Fino a punte grottesche, come l’evocazione continua del pericolo anarchico o, addirittura, dell’“attacco al cuore dello Stato” realizzato con l’imbrattamento dell’ingresso del Senato.

 

3.  Modalità e tecniche della repressione

Arriviamo, dunque, alle modalità di repressione del dissenso e della protesta oggi il Italia.

La repressione ha, come sempre, forme eterogenee e diversa intensità. Può essere diretta, cioè aggredire il dissenso in quanto tale al fine di impedirne il manifestarsi (tradizionalmente, il divieto di scioperare o di manifestare o di esercitare la libertà di stampa etc.): modalità, oggi, ridotta, stante il tenore della Carta costituzionale (pur permanendo nella previsione di delitti come l’apologia di reato o nel divieto di accesso alle sempre più diffuse “zone rosse”); oppure può essere indiretta, realizzata cioè attraverso l’aggressione dei movimenti e delle manifestazioni di protesta non in quanto tali ma in modo surrettizio, con l’effetto, peraltro, di punirli, impedirli o disincentivarli[10]: ed è la modalità oggi prevalente. Ciò premesso è utile, ancora, segnalare che la repressione è la risultante di una pluralità di interventi sul versante legislativo, amministrativo e giudiziario.

Di seguito un elenco, pur sommario e pressoché solo per titoli, dei principali strumenti e delle molteplici forme di cui si è avvalsa la repressione del dissenso nel nuovo millennio:

a1) la diffusa militarizzazione del territorio, presidiato talvolta – come spesso accaduto in Val Susa – non solo da forze di polizia in tenuta antisommossa ma addirittura da reparti dell’esercito (quasi a simboleggiare una guerra dello Stato con i suoi cittadini), accompagnata da controlli preventivi pretestuosi e capillari, per esempio nei luoghi di accesso alle città sede di manifestazioni, al solo scopo di impedire ai dimostranti di convergere nei luoghi previsti;

a2) la sempre più frequente istituzione di zone rosse in cui è precluso l’accesso (sul modello del G8 di Genova del luglio 2001), soprattutto, ma non solo, in occasione di manifestazioni[11];

a3) una gestione dell’ordine pubblico, in occasione di qualsivoglia evento o manifestazione, aliena da ogni trattativa e caratterizzata – come si è già ricordato – da una contrapposizione frontale e violenta tra polizia e dimostranti (dimentica del fatto che l’andamento dell’ordine pubblico non è mai statico, ma è sempre frutto di relazioni e che la contrapposizione violenta, lungi dal generare pacificazione, è spesso il detonatore di ulteriori violenze);

a4) l’accrescimento dei poteri e la sostanziale impunità delle forze di polizia per abusi e violenze in operazioni di ordine pubblico (impunità favorita anche dalla mancata introduzione, da parte dei governi di ogni colore succedutisi negli ultimi anni, di un accorgimento elementare come l’obbligo di codici identificativi sulle divise). Ultimo esempio di impunità, anche in caso di accertata responsabilità penale: la promozione a questore di Monza e della Brianza di Filippo Ferri, condannato in via definitiva a 3 anni e 8 mesi di reclusione nel processo scaturito dalle torture e dai falsi di polizia alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001;

a5) l’assunzione da parte di molti uffici di Procura di un protagonismo diretto a tutela dell’ordine pubblico, anche attraverso formule organizzative e accorgimenti processuali ad hoc, spesso del tutto anomali. Esemplare il caso torinese, nel quale ai procedimenti a carico di esponenti del movimento No Tav sono stati assicurati una corsia preferenziale (con conseguenti tempi rapidissimi anche per reati bagatellari) e un pool apposito, istituito – caso unico nella nostra storia giudiziaria – prima dell’esplodere del conflitto e dei conseguenti reati, in un’ottica tipicamente preventiva (propria dell’attività di polizia più che di quella giudiziaria);

a6) l’introduzione, con ripetuti decreti legge[12], di fattispecie di reato e di aggravanti disegnati inseguendo le azioni dei movimenti di protesta (in particolare Ultima Generazione ed Extinction Rebellion), con l’affiancamento alle leggi ad personam dell’epoca berlusconiana, di una inedita categoria di leggi ad movimentum

a7) la reviviscenza dei reati di opinione, anticipata dai procedimenti avviati dalla Procura di Torino nei confronti dello scrittore Erri De Luca per istigazione a delinquere con riferimento all’elogio del sabotaggio della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione e nei confronti del writer Blu, rinviato a giudizio per imbrattamento di un cavalcavia (sic!) in relazione a un murale raffigurante, con accenti critici, la stessa grande opera (considerato da molti un esempio importante del genere). Entrambi i processi si sono conclusi, a dibattimento, con assoluzioni piene ma hanno tracciato una strada, che, in tempi più recenti, è stata intrapresa alla grande, in particolare da parte dell’autorità di polizia, a fronte di dichiarazioni o slogan antisionisti postati sui social o gridati nel corso di manifestazioni pro Palestina[13];

a8) l’uso a tappeto, da parte di molti giudici delle indagini preliminari, delle misure cautelari, trasformate da extrema ratio in regola e da strumenti interni al processo in misure di polizia, con strappi della stessa legalità formale e passaggi motivazionali a dir poco paradossali, come quello secondo cui: «la custodia cautelare in carcere è il minimo presidio idoneo a fronteggiare in modo adeguato le consistenti ed impellenti esigenze cautelari» (ordinanza TL Torino 8 febbraio 2012). Tra i molti esempi si possono citare, ancora una volta, i processi a militanti no Tav davanti ai giudici torinesi in cui: i) le misure cautelari sono state fondate pressoché sempre su una presunta pericolosità sociale e sul contesto («I lavori per la costruzione della linea ferroviaria Torino-Lione proseguiranno almeno altri due anni; pertanto, non avrà fine, a breve termine, il contesto in cui gli episodi violenti sono maturati»); ii) l’individuazione dei destinatari delle misure è avvenuta per lo più in base al principio del tipo d’autore e a segnalazioni di polizia di molti anni addietro (senza verifica dell’esito dei conseguenti processi[14]iii) la motivazione circa l’impossibilità di formulare un giudizio prognostico di concedibilità della sospensione condizionale della pena (che osterebbe all’applicazione della custodia in carcere) è diventata una semplice formula di stile[15]iv) le misure cautelari non detentive sono aumentate a dismisura e sono spesso diventate, anziché un’alternativa al carcere, un improprio percorso alternativo al processo a piede libero, spesso con una afflittività sproporzionata e inutile (per esempio la presentazione due volte al giorno a un ufficio di polizia distante 30 o 40 chilometri dal luogo di abitazione...); 

a9) l’impiego sistematico e prolungato oltre ogni limite ragionevole, da parte di settori della magistratura, delle intercettazioni telefoniche e ambientali nei confronti di appartenenti a determinate aree sociali (in particolare anarchici e centri sociali). Clamoroso il caso due imputati ‒ alla fine assolti da tutte le accuse, dopo una carcerazione preventiva di oltre 2 anni e 7 mesi ‒ intercettati per alcuni anni tra il 2003 e il 2009 (in particolare tra il 2003 e il 2005 dalla Procura di Bologna e dal 2007 in poi da quella di Torino) e, poi, dal giugno 2012 al settembre 2016, per oltre quattro anni di seguito, con una pausa di meno di due mesi, sia telefonicamente che ambientalmente, con microspie posizionate nel loro appartamento da due distinte Procure della Repubblica (Torino e Napoli)[16]. Evidente nel caso, e nei molti consimili, l’intento di monitorare un’area antagonista più che di accertare l’esistenza di reati specifici a carico degli intercettati;

a10) la dilatazione impropria, in molte contestazioni e anche in alcune sentenze, del concorso di persone nel reato, attraverso una sorta di proprietà transitiva in forza della quale la responsabilità viene estesa a tutti i partecipi a manifestazioni nel corso delle quali sono commessi dei reati, pur in assenza di specifiche condotte individuali antigiuridiche e/o della prova di un previo accordo con gli autori dei delitti commessi. Così il principio classico del carattere individuale della responsabilità penale sfuma lasciando spazio a una sorta di anomala “responsabilità da contesto”[17]

a11) l’ampia e fantasiosa contestazione di reati associativi (che non ha risparmiato organizzazioni sindacali[18], centri sociali[19] e nemmeno ong impegnate nel salvataggio in mare ed esperienze di accoglienza come quella di Riace[20]), l’analoga contestazione di fattispecie delittuose clamorosamente sovradimensionate (fino all’evocazione dei fantasmi del terrorismo in contesti che con esso nulla hanno a che fare[21]) e la ritenuta idoneità a integrare alcuni reati tipici del conflitto sociale di condotte costituenti esplicazione di diritti fondamentali[22]

a12) l’adozione di forme di detenzione particolarmente segreganti e afflittive e l’esclusione dell’accesso a misure alternative al carcere per categorie di soggetti, considerati alla stregua di “nemici interni”. Anche qui illuminante è una vicenda riguardante il movimento no Tav. Si tratta del diniego di misure alternative al carcere a una ragazza condannata per violenza privata con l’incredibile motivazione che «la lunga carriera militante della condannata è perdurata fino a epoca recentissima, dando prova della sua incrollabile fede negli ideali politici per i quali non ha mai esitato di porre in essere azioni contrarie alle norme penali» e che «la condannata risiede a Bussoleno, comune dell’Alta Val di Susa: la collocazione geografica del domicilio del soggetto coincide con il territorio scelto come teatro di azione dal movimento No TAV, il quale ha individuato il cantiere di Chiomonte per la realizzazione della futura linea dell’Alta Velocità come scenario per frequenti manifestazioni e scontri con le Forze dell’Ordine. La vicinanza di tale luogo al luogo di dimora della condannata la espone al concreto rischio di frequentazione di soggetti coinvolti in tale ideologia e di partecipazione alle conseguenti iniziative di protesta e dimostrative che, dopo le stringenti limitazioni imposte dal lockdown, potrebbero in futuro diventare più frequenti» (magistrato sorveglianza Torino, ordinanza 9-11 settembre 2020 nei confronti di Dana Lauriola)[23]

a13) il sempre più frequente ricorso a misure di prevenzione o di polizia (in particolare l’avviso orale, il foglio di via e l’obbligo di soggiorno), usate snaturandone la funzione originaria e sfruttando la possibilità di standard probatori più ridotti, contro esponenti di movimenti di protesta a cui viene intimato dal questore, per lo più con motivazioni tautologiche, di allontanarsi da un determinato comune, di dimorare nel comune di residenza e di astenersi dal frequentare determinati luoghi. Si noti che l’uso indiscriminato dei fogli di via (riproposizione in chiave moderna del domicilio coatto) avviene – in misura sempre maggiore (da ultimo per lavoratori della logistica e militanti di Ultima Generazione ed Extinction Rebellion) – quando addirittura negli anni Cinquanta i maggiori costituzionalisti (a cominciare da un giovane Giuliano Amato) ne mettevano in dubbio la costituzionalità; 

a14) l’aggressione ai patrimoni degli esponenti più attivi dei movimenti con l’applicazione di sanzioni amministrative e il ricorso ad azioni civili vessatorie. È il caso, per esempio, della condanna al risarcimento del danno (quantificato in 191.966,29 euro e spese processuali) inflitta il 7 gennaio 2014 dal Tribunale di Torino - sezione distaccata di Susa (e solo in parte attenuata in appello) a tre esponenti del movimento No Tav per essersi opposti, insieme a molti altri, alla effettuazione, da parte di tecnici assistiti dalla forza pubblica, di sondaggi propedeutici alla costruzione della linea ferroviaria. Come dire che il mancato accesso di un camion in uno stabilimento a causa di un picchetto di lavoratori in sciopero comporta la responsabilità degli scioperanti presenti per tutti i danni conseguenti alla mancata produzione, anche di giorni o mesi, ricollegabile in qualche misura alla indisponibilità del materiale trasportato sul camion! È l’apertura di un filone. Negli anni successivi sarà spesso il Governo a costituirsi parte civile chiedendo risarcimenti a dir poco “inusuali” fino ad arrivare, nel cosiddetto “Processo Sovrano” definito in primo grado da Tribunale di Torino con sentenza 31 marzo 2025, a formulare richieste risarcitorie milionarie, a titolo di danno patrimoniale, per «il costo dell’attività investigativa svolta ai fini dell’individuazione dei responsabili degli illeciti, nonché con riferimento alla spesa sostenuta a titolo di straordinari, indennità accessorie ed indennità di ordine pubblico corrisposte al personale impiegato per contenere e limitare i manifestanti e i danni» e, a titolo di danno non patrimoniale, per il danno alla “immagine”, al “prestigio” e alla  “credibilità” dei ministeri coinvolti nell’attività repressiva. Queste richieste, per ora, sono state respinte dai giudici ma la loro efficacia deterrente è di tutta evidenza;

a15) l’uso costante e spregiudicato del processo a mezzo stampa per delegittimare e criminalizzare gli accusati. La prassi è in verità risalente e ha il capostipite più noto nel cosiddetto “processo 7 aprile”, iniziato nel 1977[24]. L’ampia pubblicistica al riguardo consente di limitarsi qui a un semplice richiamo, non senza sottolineare che la trasformazione della cronaca giudiziaria dei più grandi quotidiani in mattinali delle Questure o veline delle Procure (talora addirittura estremizzate) la dice lunga sulla strombazzata libertà di informazione del nostro paese.

 

4. Il decreto legge “sicurezza” e l’accelerazione della svolta autoritaria

È in questo contesto che si colloca il recente decreto legge 11 aprile 2025 n. 45 (convertito nella legge 9 giugno 2025, n. 80) che ha impresso al sistema un’ulteriore curvatura repressiva. Il testo del decreto e i suoi profili di irrazionalità e incostituzionalità sono stati oggetto di numerosi interventi[25], per cui mi limito qui a segnalare le più rilevanti (e preoccupanti) novità nel settore della criminalizzazione del dissenso e della opposizione radicale. Quattro su tutte:

b1) c’è, anzitutto, la previsione della resistenza passiva come condotta idonea a integrare reati. L’articolo 26 del decreto legge infatti, prevede, mediante l’introduzione dell’articolo 415 bis codice penale, il delitto di rivolta in istituto penitenziario, consistente in «atti di violenza o minaccia o di resistenza all'esecuzione degli ordini impartiti, commessi da tre o più persone riunite», precisando che «costituiscono atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva che, avuto riguardo al numero delle persone coinvolte e al contesto in cui operano i pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio, impediscono il compimento degli atti dell'ufficio o del servizio necessari alla gestione dell'ordine e della sicurezza». Il reato è poi esteso, con lieve riduzione di pena, agli analoghi comportamenti tenuti nelle «strutture di trattenimento e accoglienza per i migranti». La novità è dirompente. In particolare: i) la “resistenza passiva”, sino ad allora ritenuta non penalmente rilevante dalla giurisprudenza di legittimità[26], viene, per la prima volta in modo esplicito, considerata idonea a integrare un reato: non a caso la norma è stata definita, nel dibattito giornalistico, “emendamento anti Gandhi”[27]; ii) la previsione del delitto di resistenza passiva con riferimento a una categoria di soggetti (i detenuti) considerati devianti e marginali, oltre ad essere grave in sé, introduce nel sistema un precedente dotato di evidente capacità espansiva, che potrebbe ripetere la (triste) esperienza del Daspo, introdotto inizialmente (con l’articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401) per una categoria marginale come quella dei tifosi violenti e diventato negli anni uno strumento ordinario di governo del territorio (potenziato anche nel decreto legge in esame[28]); iii) sempre per la prima volta tutti i luoghi di accoglienza per migranti sono, anche formalmente, equiparati, ai fini della sussistenza del delitto di “rivolta” (comprensivo della resistenza passiva) a istituti penitenziari, così cristallizzando il processo in forza del quale i migranti sono considerati non potenziali autori di reati ma “reati in sé”, per il solo fatto di esistere;

b2) proseguono, poi, i già segnalati aumenti delle pene per reati commessi nel corso di manifestazioni e la previsione di misure amministrative ad hoc in presenza di azioni di protesta. In particolare: i) l’articolo 12 interviene sull’articolo 635 del codice penale, che punisce il delitto di danneggiamento, disponendo che, se i fatti realizzati nel corso di manifestazioni in luogo pubblico sono commessi con violenza alla persona o con minaccia, la pena è della reclusione da un anno e sei mesi a cinque anni (anziché da uno a cinque anni) e della multa fino a 15.000 euro; ii) l’articolo 19 inserisce nell’articolo 339 del codice penale un ultimo comma in forza del quale, se la violenza o la minaccia a pubblico ufficiale (già aggravata dal numero delle persone o con il lancio di oggetti e, per questo, punita con la pena della reclusione da tre a quindici anni) è commessa «al fine di impedire la realizzazione di infrastrutture destinate all'erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici», la pena è aumentata fino a un terzo (i No Tav e i No Ponte sono avvertiti...); iii) l’articolo 24 introduce un’ipotesi aggravata di deturpamento e imbrattamento di beni mobili e immobili adibiti all’esercizio di funzioni pubbliche ricorrente «qualora il fatto sia commesso con la finalità di ledere l’onore, il prestigio o il decoro dell’istituzione cui il bene appartiene», punita con la reclusione da sei mesi a un anno e sei mesi di reclusione e la multa da 1.000 a 3.000 euro (e con la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa fino a 12.000 euro in caso di recidiva). Evidenti in questa escalation repressiva, da un lato, il tramonto del carattere di generalità e astrattezza della legge e, dall’altro, lo stigma di negatività applicato alle manifestazioni e alle azioni di protesta in quanto tali;

b3) il decreto legge interviene, in terzo luogo, in settori di grande delicatezza come la sfera dei reati d’opinione e l’anticipazione della soglia della punibilità. Si segnalano, in questo senso tre interventi: i) la previsione come reati della divulgazione di materiale (scritti, video, documenti, istruzioni) potenzialmente idoneo a consentire la preparazione di reati di stampo terroristico, a prescindere dalla sua valenza e finalità istigatoria, e della semplice detenzione di materiale contenente istruzioni su tecniche o metodi per il compimento di atti di violenza o di sabotaggio di servizi pubblici, con la motivazione – esplicitata negli atti preparatori dell’originario disegno di legge – che queste norme devono essere introdotte perché oggi la semplice detenzione di materiale viene punita solo se ci siano elementi sufficienti per ritenere che chi detiene voglia anche commettere atti di terrorismo; ii) l’estensione del delitto di occupazione di immobile destinato ad abitazione anche a chi, «fuori dei casi di concorso nel reato, si intromette o coopera nell'occupazione dell'immobile»; iii) l’inserimento nell’articolo 415 codice penale (che disciplina il reato di istigazione a disobbedire alle leggi) di un’aggravante in forza della quale la pena (della reclusione da sei mesi a cinque anni di reclusione) è aumentata fino a un terzo «se il fatto è commesso all’interno di un istituto penitenziario o a mezzo di scritti o comunicazioni diretti a persone detenute». Evidente in queste disposizioni, che ampliano a dismisura la sfera della punibilità, l’intento di criminalizzare i movimenti antagonisti in quanto tali e di fare così “terra bruciata” intorno ai poveri e ai ribelli[29];

b4) strettamente correlato con i precedenti, c’è un quarto filone di innovazioni del decreto legge tese ad aumentare i poteri e le tutele delle forze di polizia.  Si tratta di un profilo particolarmente importante perché prosegue e aggrava l’inversione del già ricordato percorso di democratizzazione della polizia perseguito, seppur contraddittoriamente, nella storia repubblicana. Vengono in rilievo in particolare: i) gli articoli 19 e 20, che prevedono consistenti aumenti di pena per i reati di violenza e resistenza a pubblico ufficiale e di lesioni quando i fatti sono commessi in danno di ufficiali o agenti di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria; ii) l’articolo 22, in forza del quale «agli ufficiali o agenti di pubblica sicurezza o di polizia giudiziaria appartenenti alle Forze di polizia a ordinamento civile o militare, agli appartenenti alle Forze armate e al Corpo nazionale dei vigili del fuoco, indagati o imputati per fatti inerenti al servizio (nonché agli eredi), che intendono avvalersi di un libero professionista di fiducia, può essere corrisposta, anche in modo frazionato, una somma, complessivamente non superiore a euro 10.000 per ciascuna fase del procedimento, destinata alla copertura delle spese legali, salva rivalsa se al termine del procedimento è accertata la responsabilità dell’ufficiale o agente a titolo di dolo»; iii) l’articolo 28, che autorizza gli appartenenti alla polizia di Stato, all’arma dei Carabinieri, alla Guardia di finanza, al corpo degli agenti penitenziari e alle polizie municipali, a portare, senza licenza, un’arma diversa da quella di ordinanza quando non sono in servizio (così consentendo l’immissione in circolazione, potenzialmente, di decine o centinaia di migliaia di pistole in più delle attuali); iv) l’articolo 31, in forza del quale l’immunità penale per operazioni di infiltrazione in organizzazioni terroristiche (fino ad allora prevista in via transitoria) diventa permanente e viene estesa anche al caso di assunzione di un ruolo di direzione e organizzazione di associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico: al cosiddetto “infiltrato” si affianca così, nell’area della non punibilità, l’agente provocatore (potenzialmente organizzatore e promotore ex novo di un’organizzazione terrorista, con connessa commissione di reati), sia pure al fine di smascherare e punire appartenenti ad associazioni terroristiche; v) l’articolo 21, che prevede, stanziando per la bisogna più di 23 milioni di euro per il triennio 2024-2026, la possibilità di dotare «il personale delle Forze di polizia impiegato nei servizi di mantenimento dell'ordine pubblico, di controllo del territorio e di vigilanza di siti sensibili nonché in ambito ferroviario e a bordo dei treni […] di dispositivi di videosorveglianza indossabili, idonei a registrare l'attività operativa e il suo svolgimento»: si tratta delle cosiddette bodycam attivabili ben oltre i limiti indicati dal Garante per la protezione dei dati personali, secondo cui esse possono essere indossate solo «in situazioni di pericolo di turbamento dell’ordine pubblico». La conclusione è obbligata. Anziché investire in formazione e dispositivi di tutela degli operatori di polizia, si aumentano le pene per i reati commessi nei loro confronti, si incentiva l’uso delle armi da parte loro e se ne potenzia in modo indiscriminato il ruolo (con uno sbilanciandolo sempre più accentuato rispetto alla posizione dei cittadini). Il risultato non sarà certamente una crescita democratica del paese e un miglior rapporto della polizia con la società. Non importa, ché ad interessare è altro: spostare l’asse istituzionale verso gli apparati militari e le forze di polizia, cementando alleanze tradizionali della destra con i settori più corporativi e reazionari degli stessi, con effetti imponenti nella direzione di uno Stato di polizia. 

 

5. Che fare? Spunti per un capitolo da aprire

Il “che fare” non è oggetto specifico del mio intervento, ma vi dedico, egualmente, alcuni flash necessari, se non altro, per evitare il senso di frustrazione conseguente all’analisi sin qui svolta. Sono flash che riguardano la politica, i magistrati e i movimenti.

La politica (quella progressista, intendo, o quella che si autodefinisce tale) ha un’occasione storica per ripensarsi e per uscire dalle ambiguità e dal piccolo cabotaggio che la caratterizzano da decenni. L’evolversi della situazione nel nuovo millennio non lascia spazio a dubbi: cavalcare la paura e puntare sulla repressione e su politiche d’ordine come strumenti ordinari di governo della società è semplicemente suicida. Anzitutto perché, lungi dal risolvere, alimenta ulteriormente la crisi politica e sociale contribuendo a intensificare la deriva autoritaria in atto. E, poi, perché è una scelta che non paga neppure in termini di consenso ché assecondare la paura, invece di governarla, produce, inevitabilmente, la vittoria dell’originale (cioè la destra) e non delle sue goffe imitazioni. La provocazione della realtà indica una strada priva di alternative: il recupero e il potenziamento del welfare, un grande investimento su scuola e formazione, un governo inclusivo delle migrazioni, la valorizzazione (in termini culturali ed economici) della società multietnica, una politica e un diritto miti sul piano interno come su quello internazionale, il perseguimento della partecipazione e la valorizzazione dei corpi intermedi e del pluralismo istituzionale…

Anche i magistrati non possono esimersi da un ripensamento profondo. La svolta autoritaria in corso è stata prodotta, o quantomeno favorita, come si è visto, anche da prassi e orientamenti di giudici e, ancor più, di pubblici ministeri appiattiti sulle richieste e pulsioni securitarie della politica (e anche della società). Sono prassi e orientamenti da cui non sono andati esenti neppure settori “progressisti” della corporazione. Eppure il proprium della giurisdizione sta nel presidio dei diritti di tutti e nel rigoroso rispetto delle regole, anche quando, in nome della sicurezza, le sono richieste scorciatoie e deroghe. Questa vocazione è stata inverata dalla magistratura in settori come le migrazioni e la bioetica. Assai meno è accaduto nel settore penale con riferimento alle variegate forme di dissenso e protesa. È, dunque, tempo di una riflessione autocritica che abbia come stella polare il garantismo e non la tutela acritica dello status quo (come impone, del resto, l’articolo 101 della Costituzione, che vuole i giudici «soggetti soltanto alla legge»). Un posizionamento come quello prospettato provocherà polemiche e ritorsioni da parte dell’establishment ma è l’unico ancoraggio di un’indipendenza intesa come condizione per una reale imparzialità e non come privilegio di casta.

Restano i movimenti che – come mi ha ricordato un giovane in un dibattito in Val Susa – sono sempre stati capaci, nella storia, di trovare le strade per esprimersi e di adottare contromisure a fronte della repressione. Quella è la strada: resistere alla repressione ma anche esercitare la fantasia, rinnovare i propri metodi di lotta, percorrere strade fino ad oggi inesplorate, produrre nuove alleanze, parlare in modo comprensibile all’opinione pubblica e via seguitando. In parte già accade ed è l’alternativa a un’autoreferenzialità e una chiusura prive di sbocchi. 


 
[1] Merita aggiungere che, parallelamente, anche la valenza democratica dei sistemi elettorali di molti paesi occidentali va scemando. Da un lato per il prevalere di sistemi maggioritari, che riducono massicciamente la rappresentanza, e per la caduta verticale del numero dei votanti (spesso inferiore alla metà degli aventi diritto). Dall’altro perché – come dimostrano numerose indagini negli Stati Uniti e in Europa – il protagonista delle elezioni è sempre meno il popolo e sempre più il denaro, al punto che, da alcuni decenni, si sta affermando la regola – smentita da pochissime eccezioni – che a vincere le elezioni sono i candidati che hanno a disposizione il budget maggiore (cfr. sul punto, già più di dieci anni fa, M. Revelli, Finale di partito, Einaudi, 2013, pp. 84 ss.).

[2]Forse qualcuno si sorprenderà, ma la citazione e di Papa Francesco, nel discorso indirizzato il 15 novembre 2019 ai partecipanti al XX Congresso mondiale dell’Associazione internazionale di diritto penale.  

[3] Il riferimento è ai ricorrenti interventi limitativi di diritti fondamentali (fin dalla legge Pica del 1863 per la repressione del brigantaggio); alle ripetute proclamazioni, durante il periodo liberale, dello stato di assedio; all’affidamento della gestione dell’ordine pubblico all’esercito (come nel 1898 a Milano, quando le truppe del generale Bava Beccaris spararono con i cannoni sulla folla); ai processi agli anarchici di fine Ottocento (con imputazioni mirabolanti e carcerazioni preventive prolungate, seguite per lo più, ad anni di distanza dai fatti, da assoluzioni dibattimentali); alle interpretazioni giurisprudenziali in tema di domicilio coatto o di «associazione di malfattori» (ripetutamente contestata ad anarchici e socialisti); all’uso spregiudicato dei reati di opinione (fino al punto da ritenere, in alcune sentenze, integrato il delitto di eccitamento all’odio di classe, in espressioni come «abbasso la borghesia, viva il socialismo!» o addirittura nel semplice canto dell’inno dei lavoratori); alla previsione come reati dei comportamenti tipici del conflitto sociale (a cominciare dallo sciopero: art. 502, comma 2, del codice Rocco del 1930, rimasto in vigore sino alla dichiarazione di illegittimità avvenuta con la sentenza 4 maggio 1960, n. 29, della Corte costituzionale), etc.  

[4] Prima dell’avvento della Repubblica, all’indomani della caduta del regime fascista, la circolare 26 luglio 1943, emanata per impedire manifestazioni popolari contro il Governo e contro la guerra, dispose lo stato d’assedio provocando 80 morti, 300 feriti e 1.500 arresti. Nel testo della circolare si legge: «qualunque pietà e riguardo nella repressione è un delitto. Poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine. Non è ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a colpire come in combattimento»

[5] In particolare va ricordata la circolare Pacciardi del 1° giugno 1950, con cui venne militarizzato l’ordine pubblico per contrastare le manifestazioni di operai e braccianti, con l’effetto che, dal gennaio 1948 al luglio 1950, ci furono, nel corso di manifestazioni di piazza, 62 lavoratori morti, 3.123 feriti, 91.433 arrestati e 19.313 condannati.

[6] L’amnistia politica concessa con l’art. 1 del decreto presidenziale 22 maggio 1970 fu finalizzata a chiudere la stagione del ’68-’69 nella quale – con riferimento al solo ultimo quadrimestre del 1969 – erano state denunciate, secondo i dati del ministero dell'Interno, 8.396 persone per 14.036 reati, tra i quali 235 per lesioni personali, 19 per devastazione e saccheggio, 4 per sequestro di persona, 124 per violenza privata, 1.610 per blocchi stradali e ferroviari, 29 per attentati alla sicurezza dei trasporti, 3.325 per invasione di aziende, terreni ed edifici e 1.376 per interruzione di pubblici servizi. Disse, allora, il relatore della legge autorizzativa dell’amnistia che occorreva dare risposta al «disagio diffuso nella pubblica opinione che, pur deprecando taluni episodi di autentica delittuosità e pericolosità sociale, ritiene in gran parte sproporzionata e sostanzialmente ingiusta la rubricazione di quelle vicende sotto titoli di reato che erano stati dettati in un'epoca in cui era sconosciuta la realtà storica dei conflitti che caratterizzano tutti gli Stati moderni». Da notare che l’amnistia riguardò tutti i reati «commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell'occupazione, della casa e della sicurezza sociale e in occasione ed a causa di manifestazioni ed agitazioni determinate da eventi di calamità naturali» punibili con una pena non superiore nel massimo a cinque anni e, sempre alle stesse condizioni, la violenza o minaccia a corpo politico o amministrativo, la devastazione, gli attentati alla sicurezza di impianti, il porto illegale di armi o parte di esse e l’istigazione a commettere taluno dei reati anzidetti.

[7] Il bilancio delle manifestazioni in occasione del G8 di Genova è stato, tra il 20 e la notte sul 22 luglio, di 253 arresti tra i manifestanti (di cui 93 nel corso della perquisizione alle scuole Diaz e Pertini la notte sul 22). Ad essi vanno aggiunti 49 arrestati nel giorni successivi (soprattutto cittadini stranieri che si stavano allontanando da Genova). Dei 253 arrestati 28 sono stati posti in libertà direttamente dalla Procura che ha chiesto, per gli altri 225, la convalida dell’arresto. I gip non hanno convalidato 76 arresti; alle 149 convalide hanno fatto seguito 100 scarcerazioni per mancata emissione di misure cautelari, 29 misure cautelari non detentive e 20 applicazioni della custodia in carcere. Il bilancio dei feriti è stato di 560 medicati o ricoverati in ospedale (e si tratta, ovviamente, di una rappresentazione sottodimensionata della situazione, dovendosi tener presenti i molti che non si sono recati in ospedale per timore di ritorsioni e quelli che hanno fatto ricorso a cure in ospedali non genovesi).

[8] In Val Susa nel decennio 2010-2020 sono state indagate circa 2.500 persone (con una punta di 327, quasi uno al giorno, nel 2011) con una incidenza territoriale percentuale che non ha pari nemmeno nei territori di mafia. A ciò si sono accompagnati arresti e misure cautelari in gran numero, contestazioni di reati gravissimi (fino all’attentato con finalità di terrorismo) e forzature di diverso genere su cui si tornerà più avanti.

[9] Basta riandare alle tappe principali della storia del dopoguerra con i veri e propri moti successivi all’attentato a Togliatti, la sommossa di Genova del luglio 1960, le manifestazioni di piazza Statuto e di corso Traiano a Torino o, ancora, alcune manifestazioni del 1968; e lo stesso vale per Reggio Calabria e il movimento dei “boia chi molla” che, tra il 1970 e il 1971 paralizzò la città per sei mesi con 6 morti, assalti alla questura e alla prefettura, carri armati sul lungo mare.  

[10] Rientra nella repressione indiretta quella realizzata colpendo comportamenti collaterali ma essenziali. L’input viene dal paese guida, gli Stati Uniti, dove la libertà di esprimere il proprio pensiero e di dissentire, astrattamente tutelata – almeno fino a qualche tempo fa – nella maniera più ampia dal Bill of Rights del 1791, è in concreto erosa da interventi repressivi indiretti che finiscono per vanificarla quasi in toto. Per esempio, secondo linee guida delle autorità di polizia di New York, i manifestanti possono esprimere le critiche più radicali ma vanno arrestati se lo fanno usando cartelli sorretti da aste (considerate alla stregua di armi) o se scendono dai marciapiedi occupando il sedime stradale; la resistenza passiva può essere perseguita come «ostruzione dell’amministrazione pubblica»; la bandiera americana può essere bruciata ma chi lo fa può essere arrestato per aver cagionato il pericolo di incendio e via dicendo.

[11] Un caso particolare di “zona rossa” permanente è quello dell’area circostante il cantiere Tav della Maddalena di Chiomonte in cui «l’ingresso e lo stazionamento di persone, mezzi e cose estranei allo svolgimento delle previste attività connesse con l’apertura del cantiere» è vietato «fino al venir meno delle preminenti esigenze di ordine pubblico», in forza di oltre 50 ordinanze prefettizie emesse senza soluzione di continuità dal 22 giugno 2011 ad oggi. Da notare che si tratta di ordinanze che partono ancor prima degli scontri del 27 giugno e del 3 luglio e che sono rinnovate per 15 anni benché l’art. 2 TULPS ne preveda la possibilità solo «nel caso di urgenza e per grave necessità pubblica» e il Consiglio di Stato abbia ripetutamente stabilito che le ordinanze contingibili e urgenti non possono disciplinare una situazione in modo stabile, ma debbono necessariamente possedere il carattere della temporaneità (Cons. Stato, sez. V, n. 580 del 9 febbraio 2001; Cons. Stato, sez. IV – n. 6169 del 13 ottobre 2003). In Val Susa opera inoltre, anche qui da quasi 15 anni, la legge n. 183/2011 il cui art. 19 prevede che «le aree ed i siti del Comune di Chiomonte, individuati per l’installazione del cantiere della galleria geognostica e per la realizzazione del tunnel di base della linea ferroviaria Torino-Lione, costituiscono aree di interesse strategico nazionale. / Fatta salva l’ipotesi di più grave reato, chiunque si introduce abusivamente nelle aree di interesse strategico nazionale di cui al comma 1 ovvero impedisce o ostacola l’accesso autorizzato alle aree medesime è punito a norma dell’articolo 682 del codice penale».

[12] Il riferimento è, in particolare, ai decreti legge asseritamente diretti a tutelare la sicurezza adottati negli ultimi 15 anni e consegnati ai posteri con i nomi dei ministri degli Interni proponenti: Maroni (23 febbraio 2009, n. 11); Minniti (17 febbraio 2017 n. 13 e 20 febbraio 2017, n. 14), Salvini (4 ottobre 2018, n. 113 e 14 giugno 2019, n. 53); Lamorgese (21 ottobre 2020, n. 130). La serie è stata, infine (per ora), completata, con il decreto legge Piantedosi (11 aprile 2025, n. 48 convertito in legge 9 giugno 2025, n. 80).

[13] Merita segnalare, al riguardo, la presentazione, da parte di alcuni senatori leghisti (primo firmatario il capogruppo Massimiliano Roneo), del disegno di legge «Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo» il cui articolo 3 prevede che «il diniego all’autorizzazione di una riunione o manifestazione pubblica [...] può essere motivato anche in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge». Evidente la finalità, perseguita con una previsione estremamente ampia e generica, di vietare o limitare le manifestazioni e le iniziative contro il genocidio in atto a Gaza.

[14] Si è arrivati finanche alla sottolineatura della pericolosità di un indagato – poi condannato, nel giudizio di primo grado, a due mesi di reclusione – desunta dalla circostanza che «nel 1970 (cioè 42 anni prima dei fatti, ndr) – è contiguo ai movimenti della sinistra extraparlamentare Lotta continua e Potere operaio e partecipa a una manifestazione non preavvisata all’autorità di pubblica sicurezza, promossa dai predetti movimenti» (gip Torino, 20 gennaio 2012).

[15] Esemplare il caso dei 25 imputati sottoposti alla misura della custodia in carcere per resistenza e violenza a pubblico ufficiale in relazione allo sgombero del cantiere della Maddalena del 27 giugno 2011 e alla successiva manifestazione del 3 luglio: come era ampiamente prevedibile nonostante il clamore degli inquirenti e dei media, all’esito del giudizio (svoltosi con alcuni stralci e separazioni e con un doppio passaggio in appello e in Cassazione) ben 4 imputati sono stati assolti per ragioni di merito e 10 hanno beneficiato della sospensione condizionale della pena mentre agli altri sono state applicate pene pari o inferiori a due anni, con conseguente ampia possibilità, almeno in linea teorica, di beneficiare, in sede esecutiva, di misure alternative al carcere.

[16] Cfr. C. Novaro: https://volerelaluna.it/societa/2019/07/09/repressione-giudiziaria-e-movimenti-gli-anarchici-i-processi-le-regole/  

[17] Due esempi per tutti di motivazioni in tal senso: «È ragionevole ritenere che nel caso in cui la G. avesse avuto intenzione di limitarsi a manifestare pacificamene, non appena la manifestazione ha assunto carattere violento si sarebbe allontanata» (ordinanza Tribunale del riesame di Torino, 22 settembre 2011) e «È superflua l’individuazione dell’oggetto specifico che ha raggiunto ogni singolo appartenente alle forze dell’ordine rimasto ferito, come lo è l’individuazione del manifestante che l’ha lanciato, atteso che tutti i partecipanti agli scontri devono rispondere di tutti i reati (preventivati o anche solo prevedibili) commessi in quel frangente, nel luogo dove si trovavano» (ordinanza Giudice per le indagini preliminari Torino, 20 gennaio 2012).

[18] Cfr. L. D’Ancona: https://www.questionegiustizia.it/articolo/il-caso-piacenza-sindacati-o-associazioni-a-delinquere

[19] Cfr. L. Ferrajoli: https://volerelaluna.it/commenti/2025/01/28/askatasuna-no-tav-e-le-nuove-frontiere-della-repressione/

[20] Cfr. M. Revelli: https://volerelaluna.it/controcanto/2021/12/20/kafka-nella-locride-sulla-surreale-condanna-di-mimmo-lucano/

[21] Il massimo dell’esemplarità sta nella contestazione a quattro attivisti della Val Susa dei delitti di «attentato per finalità terroristiche» (art. 280 codice penale) e di «atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi» (art. 280 bis) in relazione a un “assalto” al cantiere della Maddalena realizzato mediante il superamento delle reti e l’incendio un compressore da parte di alcuni mentre gli altri impedivano l’intervento degli operai e degli agenti di polizia con il lancio di artifici esplosivi e incendiari, senza lesioni di sorta per alcuno. Evidenti i reati di danneggiamento aggravato e di violenza a pubblico ufficiale, ma davvero difficile pensare al terrorismo. Eppure esso venne evocato facendo ricorso a due argomenti grotteschi: a) l’idoneità del fatto ad arrecare un grave danno al Paese (con il venir meno della sua immagine, in ambito europeo, di partner affidabile»); b) l’attitudine dell’attacco al cantiere, in considerazione delle sue modalità e coerentemente con l’obiettivo perseguito, a intimidire la popolazione valsusina e/o a costringere i poteri pubblici ad astenersi dalle attività necessarie per realizzare la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. L’infondatezza dell’impostazione ha determinato l’esclusione del reato in tutti i gradi del giudizio e da parte della Corte di legittimità (attivati da ricorsi dei pubblici ministeri) ma la contestazione non è rimasta senza effetto sortendo numerosi esiti: un anno di carcere duro per gli imputati, in condizioni di sostanziale isolamento; un anno di massacro mediatico per gli imputati e per l’intero movimento No Tav; la possibilità di procedere a intercettazioni telefoniche sostanzialmente illimitate nei confronti di interi settori del movimento; l’effetto di induzione per i giudici, pur nel momento in cui hanno escluso il reato, a mantenere livelli di pena più elevati del consueto per i reati residui (con un processo psicologico automatico seppur, verosimilmente, inconscio).

[22] È il caso delle contestazioni dei reati di resistenza o violenza a pubblico ufficiale e di violenza privata in cui, ai fini della sussistenza del reato, viene evocata la «minaccia implicita determinata dal numero di persone schierate». Evidente la forzatura e la sostanziale cancellazione di diritti costituzionali fondamentali, posto che le manifestazioni e i picchetti prevedono per definizione la presenza di più persone. Eppure ciò accade abitualmente nella repressione del movimento No Tav e in quella dell’antagonismo sociale ma anche in numerosi processi per picchettaggio.

[23] Cfr. L. Pepino: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/09/18/dana-la-vendetta-del-tav/

[24] Cfr. G. Scarpari, Processo a mezzo stampa: il “7 aprile”, in Qualegiustizia, n. 51, maggio-giugno 1979.

[25] Si vedano, per tutti i documenti critici del direttivo dell’Associazione italiana professori di diritto penale (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/04/14/tutti-i-rischi-del-decreto-sicurezza/), di 237 professori di diritto piubblico (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2025/05/02/237-professori-di-diritto-pubblico-il-decreto-sicurezza-viola-la-costituzione/) e del Massimario della Corte di cassazione (https://volerelaluna.it/materiali/2025/07/01/le-molte-falle-del-decreto-sicurezza/).

[26] Il riferimento è alla giurisprudenza in tema di resistenza a pubblico ufficiale che afferma – con valenza, evidentemente, generale – che «non integra il delitto di cui all'art. 337 codice penale la condotta consistente nel mero divincolarsi posto in essere da un soggetto fermato dalla polizia giudiziaria per sottrarsi al controllo, quando lo stesso si risolva in un atto di mera resistenza passiva, implicante un uso moderato di violenza non diretta contro il pubblico ufficiale» (così Cass. Sez. 6, 6 novembre 2012, Roccia, pres. Milo, est. Conti G.).

[27] Merita sottolineare che la considerazione della resistenza passiva come illecito penale è implicita anche nella nuova disciplina del blocco stradale nella quale è esplicitamente menzionata l’ostruzione stradale realizzata con solo corpo (cioè la condotta tipica delle manifestazioni non violente). Con tale modifica normativa sono criminalizzati – in caso di mancato preavviso di manifestazione o di intervenuto divieto del questore ai sensi dell’art. 18 del Testo unico di pubblica sicurezza o di modalità di attuazione difformi da quelle concordate – anche i manifestanti pacifici che stazionino continuativamente e in gruppo in una strada prospiciente i cancelli di una fabbrica (dove, per esempio, è in corso uno sciopero) o l’ingresso di una scuola (dove, sempre per esempio, gli studenti sono in agitazione), ovvero che blocchino una strada o un’autostrada, sdraiandosi a terra o semplicemente percorrendola, senza alcuna violenza (dove il riferimento a cortei di operai in sciopero o ad azioni dimostrative di gruppi come Ultima generazione o Extinction Rebellion è trasparente).

[28] Il riferimento è all’articolo 13 del decreto che prevede l’estensione del Daspo urbano alle persone denunciate o condannate, anche con sentenza non definitiva, per delitti contro la persona o contro il patrimonio commessi in aree interne delle infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze.

[29] Anche qui si tratta di una scelta di fondo del disegno di legge (e non solo), come dimostra anche la previsione dall’articolo 29 che, modificando alcune norme del codice della navigazione, ostacola ulteriormente le attività delle ONG impegnate nei soccorsi in mare, facendo così “terra bruciata” intorno ai migranti.

[*]

Il testo è la rielaborazione della relazione svolta il 19 luglio 2025 nel corso di formazione di Rovigo di Amnesty International.

https://www.questionegiustizia.it/articolo/criminalizzazione-attivisti

sabato 14 gennaio 2023

Ultima Generazione

 

Il Senato “violato” e l’ottusa sordità dei palazzi del potere – Pino Corrias

I ragazzi di Ultima Generazione? Vandali!”, “Violenti”, “Oscurateli”, “Arrestateli”. E dunque: “Il Senato della Repubblica si costituirà parte civile poiché le istituzioni vanno rispettate”. “Da 1 a 5 anni di galera, ecco la pena!”. Pomposi. Severi. Pieni d’aria fritta, ridicoli come le ridicole trombette del nostro inno di Italietta in guerra, i funzionari del Potere Offeso, e gli addetti alla sua manutenzione, s’indignano per la vernice che indirettamente li ha imbrattati.

“Tutti confederati nel cosmo”, scrisse tanti anni fa Elsa Morante nel suo capolavoro Il mondo salvato dai ragazzini, dove gli IF, gli Infelici Molti, si ribellano a ogni ribellione. Specialmente se allegra. Innocua nel gesto, spiazzante nel significato. Come i ragazzi e le ragazze che a Teheran fanno volare via, con uno schiaffo in corsa, il turbante dalla testa degli ayatollah, denudandoli d’ogni potere per un istante. Come gli studenti cinesi che impugnano i fogli bianchi contro le prescrizioni d’inchiostro nero del Comitato Centrale. Come l’ostensione degli ombrelli a Hong Kong che non riparano dalla tirannide dei manganelli, ma la denunciano al mondo.

Per gli infelici molti della incarognita Nazione Italia, il nostro permanente imbrattamento di aria, mari e suoli, può aspettare la calendarizzazione all’anno del poi, se ne discuterà in apposita Commissione, vedremo. Ma la violazione della facciata del Senato della Repubblica – tra i quotidiani accumuli di spazzatura organica e inorganica proprio lungo gli asfalti che fanno corona al palazzo dei senatori, guardato a vista da due carabinieri, come Pinocchio, e nottetempo dai cinghiali – è bestemmia sociale, violenza politica, idiozia del gesto, scandalo da oscurare: “Spegnete le telecamere per il bene del popolo. Non raccontate nulla per il bene dell’informazione!”. È un attentato al santo conformismo da ripulire immediatamente. Entro le 24 ore, con il solvente chimico e insieme politico delle squadre di pronto intervento morale. Ma è evidente il contrario: è proprio quel gesto urticante, quella provocazione, a essere un lampo di luce nel nostro buio. Che mostra – in quegli istanti trascorsi a ricolorare con vernice lavabile il muro invalicabile dei muri – l’ottusa sordità di tutti i palazzi del potere, e dimostrare, vista l’isteria delle reazioni, quanto sia efficace imbrattare lo schermo del nostro vivere sociale, per farli reagire nella sostanza.

Quella vernice è un programma politico portatile. Semplice, semplificato. Ma che intanto indica la priorità più ovvia e più osteggiata dagli ingranaggi dell’economia, della politica e della ipocrisia mondiale, quella di difendere la vita nell’unico Pianeta disponibile che ci ospita. E dirci che l’intero sviluppo va ripensato, va armonizzato, prima che pietrifichi i calendari del mondo affinché le prossime generazioni non siano (per l’appunto) l’Ultima Generazione.

Trasformare quel gesto pacifico e insieme conturbante in una offesa di massima rilevanza penale è l’antica ricetta del “sopire e troncare”, del “sorvegliare e punire”, destinata alla dieta quotidiana delle molte maggioranze silenziose in cui ci siamo ridotti, tutti educati a vivere entro i binari concessi dalla benevolenza delle istituzioni, dal gioco ipnotico dei social, dal permanente altrove dei politici e della politica. Il messaggio è: lavorate, divertitevi, lasciate scorrere la vita così com’è e guai a chi sgarra.

Gli autoritari della Destra che quando si parla di società e cultura, estraggono dalla fondina l’immancabile Marinetti, avranno di che grattarsi la testa ora che il gesto della vernice bussa alle loro meningi futuriste. E lo steso dovrà fare la Sinistra se mai vorrà salvarsi, insieme con il mondo dei ragazzini. Ci penserà appena dopo le primarie, si capisce, dopo il congresso. Magari un po’ prima dell’Apocalisse.

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scrive Ultima Generazione:

“Atto ingiustificabile.”

“Sì alle motivazioni, no ai modi.”

“Attivismo performativo.”

“Attivismo acchiappa click.”

Perché è ingiustificabile?

Per quale motivo imbrattare con della vernice lavabile uno dei palazzi del potere, uno dei simboli di un Paese che non fa altro che investire sul fossile giustificandosi via media tramite frasi accondiscendenti, sarebbe ingiustificabile?

È giustificabile allora siglare un “accordo d’emergenza” che finanzia le industrie del fossile per una durata di 20 anni? Ed è giustificabile scrivere articoli su testate estremamente seguite e demonizzare chi è arrivato alla disperazione pur di tentare di farsi ascoltare?

Siamo noi gli acchiappa click o voi, che sfruttate timori di pancia, li giustificate con motivazioni sterili e non fate nulla per schierarvi contro chi continua ad agire anche contro la vostra di vita?

Mi raccomando, ricordate di postare anche gli articoli con le immagini delle alluvioni, con scene di cagnolini che piangono i loro padroni rimasti intrappolati sotto colate di fango e detriti, e di mettere in prima pagina le immagini satellitari dell’Europa con i dati sulle temperature.

Agiamo, facciamo qualcosa. Gridiamo, ribelliamoci!

Siamo all’interno di una pentola piena d’acqua che sta arrivando sempre di più a bollore, e invece di fare qualcosa continuiamo ad ascoltare chi guadagna sul gas del fornello.

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I mezzi e il fine. La disobbedienza civile tra le mani che imbrattano e l’allarme che lanciano - Pasquale Pugliese

 Note a margine dell’azione degli attivisti di Ultima generazione all’ingresso di Palazzo Madama

Prima premessa: la dichiarazione di Ultima Generazione, l’organizzazione che ha pittato l’ingresso di Palazzo Madama il 2 gennaio scorso è del tutto condivisibile tanto nelle motivazioni del gesto e quanto nella scelta di fondo della “disobbedienza civile nonviolenta”, dentro alla quale s’inquadra l’azione specifica: “Alla base del gesto, la disperazione che deriva dal susseguirsi di statistiche e dati sempre più allarmanti sul collasso eco-climatico, ormai già iniziato, e il disinteresse del mondo politico di fronte a quello che si prospetta come il più grande genocidio della storia dell’umanità.” Sulla loro pagina web il comunicato continua con la dichiarazione di un’attivista: “Ho scelto e continuerò a scegliere di compiere azioni di disobbedienza civile nonviolenta perché sono disperata. Ovunque guardi vedo dissociazione, negazione, alienazione rispetto alla crisi climatica. (…) Non possiamo illuderci che fare la raccolta differenziata e partecipare a cortei organizzati sia sufficiente. È, di conseguenza, proprio al governo e alle istituzioni che rivolgiamo la nostra rabbia di protesta…”.

Seconda premessa: la “disobbedienza civile nonviolenta” alla quale fa esplicitamente riferimento il movimento ha una lunga e importante storia nelle democrazie occidentali di avanzamento dei diritti e dei metodi di lotta. Basti pensare, per esempio, alla teoria ed alla pratica di Henry David Thoureau, Hannah Arendt, Martin Luther King, Gene Sharp, Judith Butler in area statunitense; a Danilo Dolci, Aldo Capitini, Pietro Pinna, Marco Pannella, per citare i più noti, in area italiana. “La disobbedienza civile insorge” – scrive Hannah Arendt nel saggio La disobbedienza civile, con parole tanto chiare quanto definitive – “quando un numero significativo di cittadini si convince che i canali consueti del cambiamento non funzionano più, che non viene dato ascolto né seguito alle loro rimostranze” oppure che il governo sia “ormai avviato verso una condotta dubbia in termini di costituzionalità e legalità. (…) In altre parole la disobbedienza civile può essere posta a servizio di un cambiamento auspicabile e necessario o di un altrettanto auspicabile mantenimento e ripristino dello status quo. (…) In nessuno dei due casi la disobbedienza civile può essere equiparata alla disobbedienza criminale”.

Date queste premesse, dal mio punto di vista, non è in discussione se siano giuste le motivazioni delle loro azioni né se sia opportuna la scelta esplicita della disobbedienza civile come forma di lotta, che esclude l’uso della violenza, ma se le specifiche azioni realizzate, le tecniche adottate, siano funzionali o meno allo scopo da raggiungere. Il principio fondamentale della lotta nonviolenta – e quindi anche della disobbedienza civile che ne è una delle principali forme di azione collettiva – è la coerenza dei mezzi utilizzati con il fine da raggiungere (“il mezzo sta al fine come il seme sta all’albero” era la formula ripetuta da Gandhi). Una delle dinamiche strategiche è quella di essere comunicativa, ossia svolgere delle azioni capaci di suscitare simpatia nelle cosiddette “terze parti”, in coloro che assistono indifferenti, in specie attraverso i media, invece di coinvolgersi nella lotta in corso: la simpatia (= disposizione d’animo favorevole, sentimento istintivo di attrazione; affinità, sintonia) dell’opinione pubblica, affinché solidarizzi con il gruppo che conduce la lotta e contribuisca, con lo schierarsi dalla loro parte, al successo del movimento di protesta e proposta.

Ecco, temo che la troppa distanza tra i mezzi usati (prima della vernice lavabile sulla porta del Senato, la stessa sorte era stata riservata alle teche di famosi quadri di alcuni musei) e il fine da raggiungere – l’interesse e l’azione della politica e dell’opinione pubblica sulla crisi climatica (che è parte di una più ampia crisi sistemica globale) – e la specificità delle azioni, che attirano antipatia anziché simpatia, perché al limite dell’atto vandalico su beni pubblici (le opere d’arte, il Senato della Repubblica), siano contro-produttivi rispetto agli obbiettivi da realizzare. Credo che questo tipo di azioni – che portano l’attenzione di tutti sulle mani che imbrattano anziché sull’allarme che lanciano – danneggino l’obiettivo di sensibilizzare gli indifferenti e la politica sull’emergenza climatica, anziché supportarlo e fare pressione. Anzi forniscano al potere un alibi per indicare negli attivisti i nemici, anziché i difensori, del bene comune, criminalizzandoli. Come sta puntualmente avvenendo.

Non mi pare un caso che l’organizzazione britannica Extinction Rebellion – che fin dal 2018 aveva dato il via ad azioni di disobbedienza civile di massa, con occupazione dell’area intorno al parlamento di Londra, poi sviluppatesi in altri Paesi – proprio lo scorso 31 dicembre ha comunicato l’allontanamento dalle azioni di occupazione e interruzione dei pubblici servizi, come tattica primaria della disobbedienza civile che non ha dato i risultati sperati e ha visto, anzi, la criminalizzazione delle proteste, per procedere alla costruzione di ponti di comunicazione con tutti i cittadini, collegandosi agli altri movimenti che si battono per la giustizia sociale (e suggerirei anche per la pace, vista la stretta connessione di temi). Mi pare un segno di lungimiranza. Del resto, “la nonviolenza è affidata ad un metodo che è aperto e sperimentale” scriveva Aldo Capitini ne Le tecniche della nonviolenza: si tratta di sperimentare ancora, imparando dagli errori, come accade in ogni serio e necessario esperimento. Oggi più che mai.

da qui

 

Io, sorvegliato speciale - Leonardo Animali

 “Il complesso lavoro che occorre per passare dalle fonti tradizionali, inquinanti e dannose per salute e ambiente, alle energie rinnovabili, rappresenta la nuova frontiera dei nostri sistemi economici. Non è un caso se su questi temi, e in particolare per l’affermazione di una nuova cultura ecologista, registriamo la mobilitazione e la partecipazione da parte di tanti giovani” (Sergio Mattarella, 31.12.2022)

Martedì 10 gennaio, Simone Ficicchia, vent’anni, di Voghera, è convocato alle 10 in Tribunale a Milano. È un attivista di Ultima Generazione, e ha partecipato a diverse azioni di disobbedienza civile non violenta negli ultimi mesi (ma non a quella davanti al Senato del 2 gennaio). La Procura di Pavia, ha chiesto per lui un anno di sorveglianza speciale.

La sorveglianza speciale è una misura di prevenzione regolata dal decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 e successive modifiche. Sia in Italia che in Europa si è più volte discusso della sua legittimità costituzionale e della conformità ai principi contenuti nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, in quanto può essere applicata anche solo sulla base di indizi e senza nessuna prova di commissione di illeciti. Consiste nell’obbligo di evitare che determinati soggetti, sospettati di avere contatti con la criminalità organizzata o, comunque, di essere frequentatori abituali di persone o ambienti dove si è soliti delinquere, abbiano contatti con altri pregiudicati oppure frequentino tali locali, nella presunzione che tale situazione possa ledere all’ordine pubblico.

 

Il 3 gennaio, Simone era Roma, invitato a intervenire alla trasmissione Agorà Extra di Rai Tre. Di buon mattino è stato prelevato dalle forze dell’ordine dall’albergo in cui dormiva, ed è stato forzosamente rimesso su un treno, per impedirgli così di poter partecipare al programma (ne ha dato subito notizia la stessa redazione televisiva). Un fatto, questo, che a chi ha qualche anno di più di Simone, riporta alla memoria l’Argentina di Jorge Videla.

Da molte parti, ed ancor più dopo l’azione di imbrattamento dell’ingresso del Senato della Repubblica del 2 gennaio, quello che si vorrebbe è una “punizione esemplare” per gli attivisti di Ultima Generazione (ma non solo loro), da poter essere brandita in maniera tale da scoraggiare e intimidire tutti gli altri. Un clima e un metodo, che ci riportano molto indietro nella Storia, al tempo della dinastia Han, che governò la Cina tra il 206 a.C. ed il 220 d.C.: “Unum castigabis, centum emendabis” (Ne castigherai uno, ne correggerai cento).

Un metodo che, in epoca Contemporanea, ha poco a che vedere con le democrazie. Lo praticò la Cina di Mao Tse-tung, e oggi l’attuale teocrazia iraniana (lo scorso 23 dicembre Majidreza Rahnavard, ventitré anni, reo di aver partecipato a un blocco stradale per protestare contro il governo, è stato impiccato dopo un “processo lampo”, giudicato colpevole di “aver dichiarato guerra a Dio”).

“Castigarne uno”, in questa stagione italiana, è la manifestazione, ancor prima che di un istinto repressivo e autoritario, di un modo sbrigativo per aggirare di fronte all’opinione pubblica, la propria incapacità a governare, o meglio per occultare la vera intenzione di non voler far niente per impedire che la catastrofe climatica, che sta già colpendo il nostro Paese (nel 2022, 29 morti per frane e alluvioni e oltre 2.300 morti dovuti alle ondate di calore ₁), possa essere, se non fermata, quantomeno rallentata o mitigata.

In questi giorni che precedono l’udienza del Tribunale di Milano, abbiamo intervistato Simone, che ringraziamo per la disponibilità.

Parlami di te. C’è chi dice che sei un pericoloso eversore, il capo di un’organizzazione capace di destabilizzare lo Stato, uno “stipendiato” da qualche lobby internazionale. Quando “ti va bene”, un ambientalista estremista e sentimentale. Ma in realtà chi è Simone Ficicchia?

Magari fossi tutto questo… La prima risposta che mi viene dal cuore è che sono un musicista. La passione per la musica è profonda, dura da quando sono nato, e mi ha portato a studiare per diversi anni chitarra e sax, quest’ultimo anche come studente del Conservatorio di Padova, che ho cominciato a frequentare dopo la maturità con 100 e lode al liceo musicale di Pavia. In seconda battuta, un aspirante studioso di materie umanistiche, iscritto al corso di Storia dell’Università di Padova.

“Un ragazzo, sì, molto politicizzato e attivo in associazioni e movimenti, eppure tranquillo, assennato, estremamente rispettoso delle regole e delle persone”, questi sono i commenti che immagino essere stati pronunciati dalle persone che mi conoscono e, sbigottite, mi hanno visto per la prima volta sbombolettare il muro di un ministero o incollarmi al vetro protettivo di un quadro. Cosa spiega la mia adesione alle richieste e ai metodi di Ultima Generazione? Un cambiamento repentino della personalità? Un momento di sfogo dopo anni di repressione? Per me no. Io vedo la mia coerenza nell’agire in tutti i modi che posso mettere in pratica per garantirmi un futuro: se prima non ero consapevole, o lo ero troppo parzialmente, rispetto al collasso ecoclimatico, una volta che una domenica sera del dicembre 2021 un gruppetto di ragazzǝ sconclusionatǝ in una presentazione online della campagna mi ha messo di fronte all’evidenza non ho più trovato scuse per agire, a costo di mettere “in pausa” le mie altre passioni, senza mai davvero lasciarle, e alcune relazioni interpersonali. Si tratta solo di agire proporzionatamente alla situazione.

Perché un ragazzo di vent’anni che, come direbbe un adulto, “ha tutta la vita davanti”, si mette in gioco per chiedere giustizia climatica, fino al punto di veder compromesso gravemente il proprio futuro dai possibili risvolti giudiziari?

Il Manifesto del Partito Comunista è uno dei primi libri che ho letto da piccolo: occupava un posto d’onore nella libreria dei miei. Marx invitando i proletari di tutto il mondo a unirsi dice che non abbiamo nulla da perdere fuorché le nostre catene. Ritengo che questo possa bastare per trovare le ragioni che ci spingano a ribellarci a un governo criminale, salvo aggiungere che Marx non era stato messo di fronte all’evidenza scientifica di essere in un momento storico in cui l’umanità si trova a dover affrontare la più grande catastrofe con cui la vita abbia mai avuto a che fare e che, dunque, da perdere non abbiamo solo delle catene “di classe” ma anche un avvenire di fame, guerre, violenze, stupri e morte diffusa causati dalla miopia degli investimenti in combustibili fossili. Infine, non ci sentiamo enormemente privilegiati a farci questa domanda? Non vediamo succedere a decine ogni giorno in giro per il mondo arresti arbitrari, esecuzioni sommarie, omicidi politici, insabbiamenti, persecuzioni nei confronti di chi lotta per la libertà di regimi ben più autoritari, per ora, di quello in cui viviamo? Ai movimenti nonviolenti che c’erano un tempo in Occidente e che c’erano e ci sono nel Sud del Mondo devo la mia umiltà e la mia scelta, che non considero un sacrificio.

Cosa diresti a un adulto, che magari ha una spiccata sensibilità democratica, ed è impegnato in qualche associazione per l’ambiente, ma che ritiene che quello che fa Ultima Generazione, ma vale anche per altri come Friday For Future, sia addirittura controproducente alla causa dei movimenti ambientalisti?

La base comune dev’essere la verità, ovvero che stiamo andando verso un aumento medio della temperatura globale di 2°C con la conseguenza, per farla breve, saltando i punti di non ritorno, il collasso degli ecosistemi, l’estinzione delle specie non umane, le migrazioni climatiche…, di centinaia di milioni fra morti e sfollati che si porterà dietro, e fuori da questi dati difficilmente ci può essere dialogo. Posto questo, non crediamo certo di avere la soluzione in tasca: il punto è che non ci sono tattiche in sé giuste o sbagliate, ma coalizioni che funzionano, che portano il giusto equilibrio fra radicalità e partecipazione, fra disturbo e rispetto. Se noi abbiamo portato quel fianco radicale e nonviolento che ci sembrava in Italia mancasse, non ci aspettiamo che chiunque appoggi le nostre azioni e non permettiamo che l’inseguimento spasmodico del consenso, strada politica che ha portato i partiti, specie di sinistra, alla rovina, freni la nostra presenza sul dibattito pubblico, il quale comunque si è spostato in positivo da quando sono avvenuti i primi blocchi di tangenziali. Quello che stiamo facendo è coagulare persone dietro alle nostre richieste precise, circoscritte, assennate, in linea con gli accordi internazionali sul clima. D’altronde Martin Luther King non vinse le sue battaglie chiedendo da un giorno con l’altro la fine delle segregazione razziale, bensì accrescendo il movimento con il susseguirsi di piccole vittorie… Anche se non tutte queste persone utilizzeranno identici metodi di lotta, pur sempre mantenendo ferma una disciplina nonviolenta. Per inciso, le richieste per il governo sono di fermare la riapertura delle centrali a carbone e rispettarne la chiusura totale già fissata per il 2025; vietare ogni nuova estrazione di gas fossile su territorio italiano; sbloccare almeno 20 GW di rinnovabili, in particolare eolico e fotovoltaico.

L’appello che faccio è a uscire dalla propria zona di comfort, dal mito della sensibilizzazione che cambia il mondo, e accettare che il disturbo e il conflitto orizzontale sono i più grandi motori di cambiamento sociale: detto questo, ogni “questo non è il modo giusto” è ben accetto, purché seguito da un “io, in prima persona, sono dispostǝ a fare questo…”; altrimenti non c’è costruzione condivisa di un bel niente.

L’esperienza di Ultima Generazione, al di là della sua specificità di impegno, rimette al centro, drammaticamente, una questione più generale di questo tempo, una sorta di riproposizione contemporanea del mito antico di Re Kronos; ovvero un mondo adulto, che per timore di essere spodestato, ma fondamentalmente per paura della morte, “divora” i propri figli. Tu quali pensi siano le ragioni?

Non saprei rispondere se non indicando questa tendenza come strutturale del sistema in cui viviamo, basato sulla rapina ad altri esseri umani e agli ecosistemi; in particolare la sua efficacia credo si basi sul disconnettere completamente la parte emotiva di ognunǝ di noi dalla dimensione comunitaria. Parcellizzatǝ e svuotatǝ abbiamo spezzato la continuità fra le generazioni passate e quelle future già da tempo: una delle prime domande che ci si pone abbracciando la disobbedienza civile nonviolenta è proprio se si debba la nostra lealtà a governi e aziende criminali o, piuttosto, ai sacrifici compiuti da migliaia di generazioni passate per permettere il prosperare delle generazioni future. È, in sostanza, amore per la vita che sconfigge il meccanismo di Kronos.

C’è, tuttavia, un altro elemento che in parte smonta questa visione: vero che siamo “l’ultima generazione che può cambiare le cose”, ma abbiamo dai sedici ai sessantaquattro anni. Diversamente da altre realtà, siamo assolutamente intergenerazionali e credo che contribuiamo a sfatare il mito di un mondo adulto che condanna alla fame i suoi figli per avidità. Di nuovo, trovo più corretto parlare di una politica mostruosamente corrotta e di una macchina dagli ingranaggi mortiferi che ci stanno togliendo il futuro: indipendentemente dalla propria età anagrafica, si può decidere se usare il proprio corpo per fermarla o restare passivǝ a guardare.

Che cos’è per Simone Ficicchia, vent’anni, l’Antifascismo nel 2023?

Nel 2023 per me l’Antifascismo è lettera morta se non si occupa primariamente della sopravvivenza della specie umana. Per un motivo molto semplice: in questo momento storico il rischio di derive autoritarie in tutto il mondo vede nell’aumento dei prezzi, nell’aumento degli eventi climatici estremi, nella fame le sue potenziali cause principali. La cosa più fascista che vedo fare è voltare le spalle a questa situazione o derubricarla ad “ambientalismo”. Con la consapevolezza che, sì, l’obiettivo è il sovvertimento sia del singolo governo fascista sia delle strutture socio-economiche che l’hanno portato alla ribalta, ma che i risultati arrivano quando si cerca il dialogo e con il conflitto nonviolento si fa uscire il proprio opponente allo scoperto (vedi l’azione al Senato del 2/01, che ha suscitato reazioni indignate da ogni parte nella politica pro-sistema, e l’ha esposta a una sempre più crescente critica da diversi fianchi per il fatto di reprimere il singolo episodio “vandalico”, ma non trattare il tema della transizione ecologica), piuttosto che tuonando con distinguo e accuse reciproche dalla pagine di giornali e blog.

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scrive Francesco Sylos Labini

Leggo commenti paternalisti all’azione dei @UltimaGenerazi1 del tipo “avete ragione ma non si fa così”. La cosa davvero patetica è che a farli sono politici PD, Azione e cianfrusaglie varie (e non parliamo dei giornalisti che come al solito dovrebbero fare un altro mestiere). Allora ricordiamo: sì certo non hanno solo ragione ma ragionissima. Quello che hanno fatto non è ancora un vero conflitto sociale, che se si continua così verrà sicuramente, ma una azione dimostrativa in cui hanno usato una vernice lavabile senza arrecare alcun danno.

Quando avevo vent’anni la situazione era una filo diversa, come le cariatidi/macchiette che ancora girano senza vergogna ex68ine exOP exAutOp exLC dovrebbero ben ricordare. E invece che fanno oggi: scrivono tutti su un quotidiano negazionista del cambiamento climatico.

Che dunque è un quotidiano negazionista della scienza perché ricordiamo che nella scienza non c’è un dibattito tra chi pensa che ci sia o meno in atto un cambiamento climatico. C’è invece chi ha studiato e sa e chi non ha studiato, è stupido o è corrotto.

Sì amici de @ilfoglio_it è esattamente così. E cosa devono pensare i ragazzi di @UltimaGenerazi1 quando vendono che il dibattito politico si svolge proprio su @ilfoglio_it ? @EnricoLetta & co discutono di politica lì sopra. Possono prendere seriamente qualsiasi cosa dicono su il cambiamento climatico? Possono essere considerati interlocutori?

NO. E dunque a chiunque osservi la situazione, a chiunque ha vissuto a Roma lo scorso luglio con 45 gradi e un cielo color orzata o ha dato una occhiata alle webcam sull’ Appennino, o al livello del Lago di Bracciano ecc ecc, la conclusione è chiara. Queste sono solo le prime avvisaglie di un conflitto che sta montando. Continuate pure a scrivere idiozie paternaliste magari su @ilfoglio_it: Andrete molto lontano, non c’è proprio dubbio.

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non resurrezione, solo punizione – Enrico Euli

Le istituzioni politiche -assoggettate alle pressioni economiche- stanno proseguendo a distruggere l'equilibrio del pianeta, a determinare condizioni di continua emergenza e -in prospettiva- di sempre più probabile estinzione per le prossime generazioni.

Non a caso, gli attivisti che lottano contro questo corso degli eventi, si sono denominati 'Ultima generazione' ed 'Extinction rebellion'. Entrambi nomi molto appropriati al momento.

Nei giorni scorsi hanno macchiato di rosso le sacre mura del Senato.

A partire da febbraio saranno processati.

Il loro atto è stato giudicato 'violento' da quasi tutti i partiti e giornali, che hanno iniziato a stracciarsi le vesti, scandalizzati per l'affronto subito da quattro giovinastri scapestrati.

Escluso, se ho visto bene, Stefano Feltri che, su 'Domani', ha scritto finalmente un editoriale chiaro e controcorrente: https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/clima-hanno-ragione-gli-attivisti-che-imbrattano-il-senato-eyazab7x

In esso si evidenzia come e dove risieda la violenza: non nelle macchie rosse sui muri, ma all'interno di quelle stesse mura.

La violenza è perpetrata infatti, seppur legalmente e nobilmente, proprio in quelle aule, in quelle stanze, in quegli uffici, e non fuori di essi.

Un muro si può riparare e smacchiare, non uccide nessuno e il gesto di rottura ha un effetto puramente simbolico. Ma va punito.

L'inquinamento del pianeta è irreversibile, porta allo sterminio dei viventi, ha effetti concreti e visibili già oggi su tutti noi.

Ma è deciso, agito, gestito da decisori invisibili, impunibili, intoccabili.

Ecco perché gli attivisti saranno processati e magari condannati proprio per volontà di coloro che -anonimamente ma spietatamente- stanno coscientemente distruggendo la terra su cui essi stessi vivono per seguire meri interessi economici a breve termine.

Ammantati dagli ermellini, trincerati negli augusti scranni, avvolti da retorici asserti, proseguiranno a giudicare colpevoli gli altri per smacchiare le loro omissioni, le loro omertà, le loro collusioni, i loro crimini.

Nechljudov fu colpito con straordinaria chiarezza dall'idea che tutte quelle persone erano state prese e incarcerate o deportate non perché avessero violato la giustizia o avessero commesso azioni illegali, ma solo perché impedivano ai funzionari e ai ricchi di godersi indisturbati le ricchezze che traevano dal popolo...

Questa spiegazione di tutto ciò che accadeva gli sembrava molto semplice e chiara, ma proprio questa semplicità e chiarezza facevano sì che Nechljudov esitasse nell'ammetterla.

Non era infatti possibile che un fenomeno così complesso avesse una spiegazione così semplice e terribile, non era possibile che tutte quelle parole sulla giustizia, il bene, la legge, la fede, Dio, ecc., fossero soltanto parole e nascondessero la più volgare cupidigia e crudeltà.

(Lev Tolstoj, Resurrezione, 1898)

da qui

 

 

Un po’ di vernice, lavabile

La circostanza della scarcerazione dopo una sola notte dei tre attivisti di “Ultima Generazione” che avevano lanciato la vernice sul palazzo del Senato non elimina la vergogna assoluta degli arresti ai quali erano stati sottoposti.

Una misura cautelare come minimo spropositata insieme allo stesso capo di imputazione, danneggiamento aggravato, quando bastava contestare il reato di imbrattamento previsto appositamente per casi simili.

Davide NesiAlessandro Sulis e Laura Pacini sono tornati in libertà per decisione di un giudice monocratico mentre il pubblico ministero aveva chiesto l’obbligo di dimora. La causa per la discussione è stata rinviata al prossimo 12 maggio.

Insomma, è stato fatto un altro chiarissimo passo verso una compiuta repubblica penale arrestando attivisti di un movimento che dice di seguire una disciplina rigorosamente non violenta. «Durante l’imbrattamento il Senato era vuoto, non volevamo colpire il Presidente come accusa Ignazio La Russa», L’azione di Ultima Generazione «è stata come sempre pacifica e non violenta, non avrebbe mai potuto né voluto arrecare danno alle persone. Il semplice imbrattamento è considerato punibile dal codice penale con un reato specifico. Gli attivisti però, nonostante la chiarezza della previsione di legge e nonostante siano rimasti sul posto in attesa dell’intervento delle forze dell’ordine nel pieno rispetto dei principi della non violenza, sono stati trattenuti e verranno processati per direttissima con l’accusa ben più grave di reato di danneggiamento». «Siamo di fronte all’ennesimo abuso» per «intimorire e criminalizzare chi sta cercando di portare l’attenzione sul vero crimine che questo governo sta commettendo forte dell’appoggio di una classe politica corrotta e di parte dei media» dicono in un comunicato gli attivisti.

Ignazio La Russa l’aveva messa giù dura convocando il consiglio del Senato, chiamando al telefono il ministro dell’Interno Piantedosi al fine di organizzare misure preventive come se Palazzo Madama si trovasse sotto chissà quale attacco.

A contribuire a creare l’ennesima inesistente emergenza anche gli investigatori della Questura di Pavia che hanno chiesto la Sorveglianza speciale per Simone Ficicchia, 20 anni, protagonista di una serie di azioni tra le quali il lancio di vernice sull’ingresso del teatro Alla Scala il 7 dicembre scorso.

Gli investigatori mettono nero su bianco che Ultima Generazione è «un movimento oltranzista che riesca a far fronte sembra anche alle spese di sostentamento dei suoi componenti».

 

Sulla richiesta di sorveglianza speciale dovrà decidere il Tribunale di Milano in una udienza fissata per il prossimo 10 gennaio. Simone Ficicchia viene descritto come «un elemento di punta di tale organizzazione risultando sempre in prima linea nelle azioni delittuose perpetrate da tale associazione». Ficicchia, ripetiamo 20 anni, è in pratica accusato anche di non lavorare e di essere “mantenuto dall’organizzazione”.

La logica della risposta da parte dei poteri sembra la stessa che ha portato per fronteggiare i quattro o cinque rave all’anno che si organizzano in Italia a una sorta di legislazione speciale.

I toni e il linguaggio usati forse ancora più degli arresti e delle misure di sorveglianza dimostrano che siamo dì fronte a una evidente strumentalizzazione che si coglie anche senza avere simpatie per Ultima Generazione che non sembra puntare all’insurrezione armata.

Frank Cimini da il Riformista

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“Atto ingiustificabile.” “Sì alle motivazioni, no ai modi.” “Attivismo performativo.” “Attivismo acchiappa click.” Questa la ridda di voci di giornalisti e politici a commento dell’azione di Ultima Generazione in Senato.

Perché è ingiustificabile? – scrivono sui social i militanti di UG – Per quale motivo imbrattare con della vernice lavabile uno dei palazzi del potere, uno dei simboli di un Paese che non fa altro che investire sul fossile giustificandosi via media tramite frasi accondiscendenti, sarebbe ingiustificabile? È giustificabile allora siglare un “accordo d’emergenza” che finanzia le industrie del fossile per una durata di 20 anni? Ed è giustificabile scrivere articoli su testate estremamente seguite e demonizzare chi è arrivato alla disperazione pur di tentare di farsi ascoltare?
Siamo noi gli acchiappa click o voi, che sfruttate timori di pancia, li giustificate con motivazioni sterili e non fate nulla per schierarvi contro chi continua ad agire anche contro la vostra di vita? Mi raccomando, ricordate di postare anche gli articoli con le immagini delle alluvioni, con scene di cagnolini che piangono i loro padroni rimasti intrappolati sotto colate di fango e detriti, e di mettere in prima pagina le immagini satellitari dell’Europa con i dati sulle temperature. Agiamo, facciamo qualcosa. Gridiamo, ribelliamoci! Siamo all’interno di una pentola piena d’acqua che sta arrivando sempre di più a bollore, e invece di fare qualcosa continuiamo ad ascoltare chi guadagna sul gas del fornello.

Ascoltiamo il loro messaggio Ascolta o scarica

Al Governo Ultima Generazione chiede lo stop alle trivellazioni di gas naturale e alla riattivazione delle centrali a carbone, l’attivazione immediata di 20GW di energie rinnovabili, fra eolico e solare, creando così nuovi posti di lavoro per chi opera nell’industria fossile.

In una nota Rise Up 4 Climate Justice dichiara «ci chiediamo se chi invoca delle pene esemplari per un imbrattamento con della vernice lavabile abbia anche il coraggio di denunciare i finanziamenti fossili, le garanzie assicurative, le facilitatazioni legislative di cui si sta macchiando questo Governo. La quasi totalità dei parlamentari si è detta indignata rispetto al gesto, ma la differenza è che la vernice si lava via, il cambiamento climatico no. Ancora una volta “lo stolto” indica i muri imbrattati del Senato, simbolo istituzionale che continua a fregarsene del collasso che ci troviamo davanti, ne sono un esempio il caldo torrido dell’ultima estate che continua imperterrito, l’alluvione di Ancona, le frane di Ischia giusto per citare qualche esempio».

E continua «ancora una volta si rende evidente quanto la classe politica tutta (e parte dell’opinione pubblica) abbia un problema con l’accettazione del dissenso e della protesta. Ancora una volta ci si concentra sulle modalità di azione e non sul merito della vicenda.

Di fronte alla crisi climatica in atto, continuiamo a rimanere il sesto Paese al mondo per finanziamenti fossili. Stiamo trasformando l’Italia nel hub europeo del gas, investendo pesantemente nella rigassificazione di gas liquefatto, finanziando progetti di estrazione nel Sud Globale. Riapriamo le centrali a carbone. Quando i responsabili della nostra rovina verranno processati? Quando si reputerà criminale questa condotta anziché il dissenso politico?».

Sentiamo Andrea Berta di Rise Up 4 Climate Justice Ascolta o scarica

da Radio Onda d’Urto

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