Visualizzazione post con etichetta lavoratori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta lavoratori. Mostra tutti i post

mercoledì 8 luglio 2026

Diritti del lavoro sotto attacco: l’avanzata globale della repressione antisindacale - Giorgio Trucchi

 

Il nuovo Indice Globale dei Diritti della CSI fotografa un peggioramento diffuso: scioperi vietati, sindacalisti arrestati, proteste represse e riforme neoliberiste che smantellano tutele e contrattazione. Dalle Americhe all’Europa, il lavoro torna nel mirino di governi autoritari e ultraconservatori.

 

L’aumento di cinque punti percentuali delle violazioni alla libertà d’espressione e di riunione, di sei punti dei casi di aggressione violenta e di tre punti degli attacchi alle libertà civili, in particolare fermi ed arresti, contro lavoratori, lavoratrici e sindacalisti è quanto denuncia la Confederazione Sindacale Internazionale (CSI – ITUC) nel suo Indice Globale dei Diritti 2026.

Pubblicato per la prima volta nel 2014, il rapporto annuale della CSI analizza la situazione dei diritti sindacali e del lavoro in 151 nazioni. Tre sono le tendenze emerse nell’analisi dello scorso anno: la persecuzione di dirigenti sindacali, l’uso di sistemi di vigilanza per controllare il personale e tracciare le attività sindacali e la mancata consultazione dei rappresentanti dei lavoratori nei processi di riforma delle legislazioni sul lavoro.

Europa ed Americhe hanno registrato la loro peggiore media di punteggio per nazione dalla prima pubblicazione dell’Indice Globale dei Diritti. Nel caso delle Americhe è passata da 3,68 a 3,72 rispetto allo scorso anno, dove la categoria 5+ indica che i diritti non sono garantiti a causa della “distruzione dello stato di diritto”, 5 che i diritti non sono garantiti, 4 che ci sono violazioni sistematiche dei diritti, 3 che tali violazioni sono abituali, 2 che le violazioni sono ripetute e 1 che sono sporadiche.

Asia Occidentale e Africa Settentrionale si confermano in cima alla lista nera assoluta delle regioni con la peggiore media di punteggio per nazione (4,68), seguiti da Asia Orientale (4,08) e Africa (3,91). In netto deterioramento e prossima alla categoria di “violazione abituale dei diritti” l’Europa, con un punteggio di 2,80.

I dieci Paesi in cui lavoratori, lavoratrici e sindacalisti soffrono maggiormente la violazione dei propri diritti sono Argentina, Bielorussia, Ecuador, Egitto, eSwatini (Swaziland), Myanmar, Nigeria, Panama, Tunisia e Turchia. Il turbocapitalismo di Javier Milei e José Raúl Mulino fanno entrare per la prima volta l’Argentina e Panama nella lista nera. Osservati speciali per l’aumento delle violazioni rispetto all’anno precedente Filippine, Guinea-Bissau, Israele, Liberia, Moldavia, USA e Zimbabwe.

Le principali violazioni colpiscono il diritto di sciopero, che non viene garantito nell’87% delle nazioni osservate, il diritto alla negoziazione collettiva (80%), alla libertà di associazione e organizzazione (75%), all’accesso alla giustizia (72%). Per quanto riguarda la libertà d’espressione e di assemblea, il rapporto evidenzia chiare violazioni nella metà delle nazioni, un dato che è raddoppiato nell’ultimo anno, mentre nel 32% di esse sono state segnalate aggressioni e atti di violenza contro lavoratori organizzati, includendo l’omicidio in almeno quattro Paesi, tra cui Colombia e Messico. Fermi e arresti di lavoratori, lavoratrici e sindacalisti vengono denunciati nelle metà (75) delle nazioni osservate. 

In generale, la condotta antisindacale e repressiva e le inadempienze e violazioni delle leggi che regolano il lavoro sono cresciute globalmente rispetto all’anno precedente, con particolare intensità nei Paesi in cui governano forze politiche ultraconservatrici e autoritarie, che promuovono modelli basati sulla radicalizzazione delle dottrine di libero mercato, con relativa riduzione dello Stato, deregolamentazione e precarizzazione del mercato del lavoro, aumento dell’esternalizzazione (outsourcing), smantellamento delle tutele e il progressivo calo di rappresentanza e potere contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori. Tutti fenomeni che favoriscono la precarietà, l’informalità e lo sfruttamento della manodopera, specialmente quella migrante, ridotta in condizioni di semischiavitù. Segnalata anche la complicità con la criminalità organizzata e la politica corrotta.  

“C’è un’avanzata preoccupante delle destre sia in America Latina che nel mondo e ciò implica un inasprimento del modello neoliberista, con una maggiore privatizzazione dei servizi pubblici ed esternalizzazione del lavoro, licenziamenti di massa, precarizzazione e flessibilizzazione dei posti di lavoro, che conducono inevitabilmente a una limitazione crescente dell’agire sindacale”, spiega a Pagine Esteri, Fernando Espinales, presidente dello storico sindacato honduregno Stibys.

Nel mirino in questi giorni in Honduras c’è il servizio elettrico nazionale, che il governo ultraconservatore del pupillo di Trump, Nasry Asfura, sta cercando di privatizzare dividendo in tre parti l’azienda pubblica ENEE. Una manovra che segue l’approvazione di una legge che introduce e regola il “lavoro a tempo parziale”, una riedizione peggiorata della famigerata legge sull’impiego a ore, abrogata nel 2022 sotto l’impulso del governo di Xiomara Castro.

“Soprattutto nel settore pubblico hanno già licenziato migliaia di persone e decapitato i vertici dei principali sindacati, mentre la promozione di terziarizzazione, appalti e subappalti nel settore privato ha l’obiettivo di distruggere o indebolire il più possibile qualsiasi forma di rappresentanza dei lavoratori”, avverte Espinales.  

Nelle Americhe, oltre ai già citati casi di Argentina, Ecuador e Panama, troviamo anche Colombia, Guatemala e Honduras tra le nazioni in cui i diritti non sono garantiti, mentre Costa Rica, El Salvador, Perù e Stati Uniti d’America si posizionano solo un gradino più in basso, tra quelle in cui la violazione dei diritti è sistematica.

In Argentina, che nell’Indice Globale dei Diritti della CSI crolla dalla categoria 3 alla 5 in soli due anni, la riforma del lavoro promossa contro venti e maree da Javier Milei ha vulnerato pesantemente i diritti individuali e collettivi di lavoratori e lavoratrici, ma anche di pensionati e studenti. Estensione della giornata lavorativa e dei periodi di prova, facilitazione dei licenziamenti, limitazioni nel pagamento degli straordinari, dei diritti di fine rapporto e del diritto di sciopero, con la conseguente diminuzione del potere contrattuale dei sindacati. La protesta nelle piazze contro le riforme e la crisi economica e sociale è stata più volte repressa con decine di feriti e centinaia di arresti. “Dal su arrivo alla presidenza nel 2023, il presidente Milei, di estrema destra, si è messo alla testa di un programma radicalmente antisindacale, minando i diritti fondamentali dei lavoratori, le libertà civili e l’attività sindacale”, segnala il documento.

A Panama le proteste contro la legge 462, imposta dal presidente Mulino e che eleva l’età pensionabile, privatizza servizi essenziali e trasferisce fondi statali alle banche private, sono state sistematicamente represse ed è stato dichiarato lo stato d’emergenza in alcune regioni. Parallelamente sono iniziate una serie di rappresaglie contro il movimento sindacale e i lavoratori pubblici, specialmente il settore educativo, che protestavano anche contro il rilancio dell’attività estrattiva e il protocollo firmato tra Panama e Stati Uniti per favorire una maggiore presenza militare nordamericana nel Paese. Un’ondata di licenziamenti ha investito il personale docente. 

Più di 5 mila lavoratori delle piantagioni di banane della brasiliana Chiquita Brands (Cutrale-Safra), in maggioranza appartenenti all’etnia Ngäbe-Buglé, sono stati licenziati in tronco per avere partecipato a uno sciopero nella zona di Bocas del Toro. I principali dirigenti del sindacato bananero Sitraibana sono stati arrestati. Anche lo storico e combattivo sindacato della costruzione Suntracs ha subito una persecuzione feroce. I suoi dirigenti sono stati prima accusati di riciclaggio di denaro e poi colpiti da mandato di cattura, obbligandoli all’esilio. Al sindacato sono stati bloccati i conti correnti bancari e limitato l’accesso ai depositi delle quote sindacali e sono fioccate minacce di scioglimento forzato. Più di 700 tesserati sono stati arrestati o multati e più di 80 sono ancora in carcere. 

“Fin dall’inizio, Mulino ha detto chiaramente che avrebbe governato per favorire l’impresa privata ed è quello che sta facendo. I sindacati e le organizzazioni sociali sono invece ostacoli e nemici da combattere e annientare. Infatti ha represso le proteste e perseguitato organizzazioni e dirigenti con carcere e licenziamenti”, spiega a Pagine Esteri, Ismael Marín, dirigente sindacale del settore bevande (Sticp-Fuclat).

È così tanto il potere concesso agli imprenditori, assicura Marín, che si sentono in diritto di decidere se rispettare o meno i contratti collettivi e individuali, la legislazione sul lavoro, le convenzioni che Panama ha firmato a livello internazionale.

“L’unico modo per sopravvivere a questo miserabile governo, diretto dall’oligarchia con il consenso di Washington, e alla sua condotta antisindacale, è non abbassando la testa”.

Non diversa la situazione in Ecuador dove l’ultraliberista Daniel Noboa, membro di una delle famiglie più ricche e potenti del Paese, ha promosso una riforma del Codice del lavoro che flessibilizza le condizioni e i contratti, precarizza il mercato, prolunga l’orario di lavoro, impone nuovi requisiti per la registrazione dei dirigenti e l’iscrizione delle organizzazioni sindacali, modifica i requisiti per la firma e i rinnovi contrattuali e attiva meccanismi per una loro “revisione d’ufficio”.

Il rapporto della CSI segnala inoltre la promulgazione di una legge che consente la sorveglianza senza mandato, nonché l’intercettazione delle comunicazioni e la raccolta di dati privati, tipificando “le minacce” in modo sufficientemente ampio da criminalizzare le proteste sociali e l’attività sindacale. La nuova legge impone inoltre alle più di 13 mila organizzazioni sociali, tra cui i sindacati, di divulgare informazioni personali sui propri membri, pena lo scioglimento.

“Stiamo assistendo a un’erosione globale dei principi democratici, finanziata dai ricchi e portata avanti da leader politici autoritari e di estrema destra. Praticamente un colpo di stato dei multimilionari contro la democrazia. Le rivendicazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, che dovrebbero costituire la base della democrazia, sono zittite e si constata una maggiore concentrazione di ricchezza e di potere in mano a un pugno di persone”, sintetizza il rapporto della CSI.  

Per l’organizzazione sindacale internazionale “le libertà e i diritti di cui le persone dipendono per mantenere standard di vita dignitose e condizioni di lavoro eque, sono sotto attacco da parte di una piccola minoranza focalizzata sull’accumulo di ricchezza e potere. Numerosi miliardari in tutto il mondo stanno colludendo con leader politici, spesso di destra o di estrema destra, per consolidare il potere e eliminare diritti”. 

Nel mirino ci sono i sindacati in quanto i lavoratori e le lavoratrici che rappresentano sono la base dei sistemi democratici e ciò che stanno difendendo sono i pilastri fondamentali della democrazia, della prosperità e della libertà. “Le tattiche variano, ma lo scopo di chi tira le fila è lo stesso: consolidare il potere e mettere a tacere la voce dei lavoratori. “In questo senso – conclude la CSI – la solidarietà diventa l’unico modo che può guidare i lavoratori a superare questo colpo di stato contro la democrazia per garantire un futuro benefico a tutti e non solo per pochi potenti”.

da qui

giovedì 25 giugno 2026

La resa di CGIL, CISL e UIL: ecco come il nuovo accordo quadro svende i salari e apre alle gabbie leghiste - Emiliano Gentili e Federico Giusti

 

Il 17 Giugno scorso, le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL hanno trasmesso alle associazioni datoriali una proposta di accordo quadro. «Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto».[^1]

Non è casuale che questo testo arrivi proprio mentre iniziano a farsi sentire i primi effetti dell’economia di guerra e della sostituzione dei lavoratori con l’Intelligenza Artificiale. A nostro avviso, infatti, i sindacati confederali puntano a ritagliarsi un ruolo nella gestione di questi processi,[^2] nel tentativo di arginare una serie di leggi che punta a marginalizzare e neutralizzare la contrattazione, dopo alcuni decenni di effettivo arretramento della rappresentanza.

I confederali, dunque, lottano per tenere in vita il vecchio modello concertativo di relazioni industriali, seppur con sfumature diverse: la CISL mostra un'aperta sudditanza al Governo; la UIL mantiene una posizione apparentemente critica ma spesso volutamente interlocutoria; la CGIL si barrica in una difesa a oltranza del passato, pur avendone subito finora solo gli effetti negativi a causa della delegittimazione operata da esecutivi e associazioni datoriali.

I pilastri dell’accordo sono tre: l’introduzione della tecnologia nei processi produttivi, la perdita del potere d’acquisto dei salari (accelerata dalle tensioni internazionali) e la rappresentanza sindacale.

I. La tecnologia nel lavoro

I sindacati propongono il rafforzamento dei processi partecipativi per cogestire con le aziende l’ingresso delle nuove tecnologie: «La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale e la robotica stanno trasformando rapidamente e profondamente il nostro mondo. [...] L’accordo quadro deve valorizzare il ruolo e l’estensione della contrattazione collettiva anche quale sede privilegiata di regolazione e sviluppo degli strumenti partecipativi».

Il testo prevede che tale sinergia si articoli attraverso «esperienze di partecipazione organizzativa, gestionale, economica e consultiva». Il riferimento esplicito è alla Legge sulla partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa,[^3] un provvedimento che però disciplina queste dinamiche lasciando all'azienda la facoltà di scegliere i lavoratori da includere nei CdA, bypassando completamente le sigle sindacali.[^4] La proposta dei confederali è quindi quella di assorbire queste forme di partecipazione direttamente dentro gli istituti della contrattazione per blindare il proprio ruolo. In questo, l'accordo ricalca in parte la proposta originaria della CISL, uno dei pilastri da cui è scaturita la legge del Governo.

In tutto ciò, il grande assente resta un equo e sostanziale indennizzo (in termini salariali, orari o di welfare) per gli aumenti di produttività generati dalla tecnologia, una dinamica che investe ormai quasi tutta la forza-lavoro italiana.[^5] Siamo di fronte a una grave contraddizione: non si possono proporre forme di co-gestione senza stabilire adeguati rapporti di forza tra lavoratori e aziende, rapporti che in ambito lavorativo si articolano prevalentemente su base economica.

II. Il potere d’acquisto

L’accordo introduce il riconoscimento del Trattamento Economico Complessivo (TEC) all’interno del CCNL per standardizzare la stesura dei contratti. Si tratta di una buona proposta, mirata a semplificare la comparazione e a verificare l’equivalenza contrattuale, superando l'attuale prassi in cui i CCNL indicano solo il Trattamento Economico Minimo (TEM), lasciando che quello complessivo vada ricavato sommando le varie voci (scatti, tredicesima, premi).

Tuttavia, il valore del TEM, secondo il testo, andrebbe aggiornato «avendo a riferimento l’indice IPCA-NEI come calcolato dall’ISTAT». Significa che i sindacati accettano, ancora una volta, che il calcolo dell'inflazione escluda i beni energetici importati, proprio quelli che pesano di più sulle tasche dei lavoratori. Del resto, CGIL, CISL e UIL stanno firmando tutti i rinnovi del pubblico impiego legandoli a questo indice: fino a quando rimarrà in vigore l'IPCA, salvaguardare il potere d'acquisto rimarrà un'utopia.

Inoltre, l'accordo prevede che «i contratti avranno durata triennale o quadriennale». In un periodo di alta inflazione, non sarebbe preferibile tornare a un aggiornamento biennale della parte economica? Al momento i contratti quadriennali sono una rarità e non è auspicabile che aumentino.

Infine, la difesa del salario viene delegata in buona parte alla contrattazione decentrata, da estendere «per dare risposte in relazione alle caratteristiche e alle specificità dell’azienda o del territorio». Oltre alla nostra contrarietà a questo modello,[^6] salta all'occhio il riferimento al «territorio»: il sospetto è che si tratti di un’apertura mascherata alle gabbie salariali proposte dalla Lega, cercando un compromesso col Governo basato sull'ampliamento della quota retributiva legata alle specificità locali.

III. La rappresentanza e la sicurezza

Anche la proposta di elezioni RSU «nelle realtà di minori dimensioni», se legata alla contrattazione decentrata, rischia di prestare il fianco al progetto leghista delle gabbie salariali, nonostante sia positiva la previsione di meccanismi che permettano l'elezione delle RSU anche su iniziativa diretta dei lavoratori.

Si richiede poi una maggiore regolazione aziendale: i confederali propongono una procedura legalmente vincolante per la comunicazione delle deleghe di iscrizione, arginando il fenomeno delle trattenute sullo stipendio che restano nelle casse aziendali, e nuove modalità condivise di deposito dei contratti per favorire la trasparenza negli appalti.

Nota dolente sulla salute e sicurezza sul lavoro: CGIL, CISL e UIL si limitano a rivendicare l'aumento del numero dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS). Nella realtà sindacale è evidente che queste figure, prive di poteri coercitivi fattuali, non hanno reali prerogative: possono fare proposte e chiedere atti, ma si scontrano con ostacoli burocratici e forti pressioni datoriali non appena provano a far emergere gli infortuni. I confederali non sembrano interessati a dare agli RLS un effettivo potere contrattuale e di blocco su salute e organizzazione aziendale, preferendo mantenerli ancorati a un ruolo puramente istituzionale e, di fatto, inefficace.

Note

[^1]: G. Cremaschi, Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori, 19 Giugno 2026, Il Fatto Quotidiano.

[^2]: Forse per questo evitano di produrre un'analisi critica delle innovazioni, rinunciando a contrastarne l’utilizzo che ne viene fatto nel mondo del lavoro. E vogliamo ricordare che siamo davanti a un processo diverso da quello già conosciuto negli anni Ottanta del secolo scorso con l’automazione delle linee produttive e la sostituzione degli operai con i robot: stavolta, l’IA colpirà anche posti di lavoro non esecutivi.

[^3]: E. Gentili, F. Giusti, S. Macera, Legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili dell’impresa, 25 Giugno 2025, Cub.it.

[^4]: Notiamo come la Legge non sia ancora stata applicata, se non dall’amministrazione comunale di Rieti. Questa, di centro-destra, ha ben pensato di escludere la partecipazione economica dalle forme di partecipazione previste. Cfr. E. Gentili, F. Giusti, Legge partecipazione lavoratori, primo test a Rieti, 11 Maggio 2026, Diogene Notizie.

[^5]: In realtà un accenno alla questione viene fatto, laddove i confederali scrivono che «in ragione dei processi di transformação tecnologica, di innovazione organizzativa e professionale, degli andamenti specifici di settore potrà modificare il valore del Trattamento Economico Minimo». Tuttavia non si tratta di una formulazione vincolante per le imprese.

[^6]: Il trionfo della contrattazione di secondo livello ha favorito la nascita del sistema delle deroghe contrattuali e, più in generale, l’accrescimento della produttività in cambio di pochi spiccioli – segnando a suo tempo anche la vittoria di un sistema contrattuale che crea situazioni di crescente disparità e un generale contenimento dei salari.

da qui


domenica 15 febbraio 2026

schiavi in bicicletta

 

Nuovi schiavi. L’articolo 36 è fatto anche per chi va in giro in bicicletta - Alessandro Robecchi

A volte basta poco, a conferma che spesso per dire cose importanti servono poche parole, belle chiare, dritte e comprensibili a tutti, che lascino poco spazio, anzi nessuno, all’interpretazione. Facciamo un esempio. L’articolo 36 della Costituzione italiana: 57 parole, 359 caratteri inclusi gli spazi e la punteggiatura. Leggiamolo insieme:

“Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.

Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.

Semplice e diretto, niente fronzoli, niente subordinate, parentesi, incisi. Così può capirlo anche uno in bicicletta (la sua bicicletta), senza assicurazione (che sarebbe a sue spese), senza alcuna garanzia di “esistenza libera e dignitosa”, che recapita cibo o altre merci a due euro e cinquanta centesimi a consegna. E in effetti lo capisce, ma capirlo non gli serve a molto. A lui e a molti altri, in molti settori economici del Paese, perché l’attuale sistema economico si giova di ampie sacche di lavoro schiavistico, dove la retribuzione copre a malapena i costi del cibo e del rifugio notturno, una famiglia è consigliabile non averla, e quanto all’esistenza “libera e dignitosa”, diciamo che è meglio se non piove. Il tutto per 10-12 ore al giorno, spesso per sei o sette giorni la settimana, con un  algoritmo che ti controlla e ti penalizza se arrivi in ritardo o sgarri (l’equivalente delle frustate per chi costruiva le piramidi). Quanto alle “ferie annuali retribuite” si tratta di una freddura (forse satira politica alla Pucci) e la chiusa “non può rinunziarvi” una battuta rafforzativa che strappa l’applauso.

Per arrivare a scrivere quell’articolo della Costituzione ci sono voluti oltre vent’anni di dittatura, una guerra di Liberazione, molte sedute della Costituente e pochissimo inchiostro. Per arrivare a considerarlo una faccenda teorica – massì, cose che si dicono, c’è scritto, ma chi lo legge? – ci sono voluti più o meno trent’anni di leggi sul lavoro, tutte concepite, architettate, elaborare e codificate a scapito di quel lavoratore che sta all’inizio dell’articolo 36, il soggetto di tutta la frase, quello che pedala. Si cominciò con il pacchetto Treu (24 giugno 1997), varato da un governo Prodi, quando la parola magica, il ritornello ossessivo, era “flessibilità”, dove ancora non si intendeva flessibilità muscolare del ciclista a cottimo, e si continuò per anni e anni e anni, abbellendo e agghindando il concetto con tonnellate di retorica liberale. Ogni tanto (come l’altro ieri) la magistratura (non la politica) cerca di metterci una pezza, una pezza molto piccola a confronto del buco. Il buco resta, enorme, vergognoso, a volte coperto in modo maldestro (“Ma io gli do la mancia!”, carità al posto di diritti), o addirittura infingardo (”Ma meglio così che niente!”, cioè meglio schiavo che morto). Questo per dire che il problema non sono solo le leggi e il trentennale attentato all’articolo 36 della Costituzione, ma anche il supporto del cittadino trasformato in consumatore. Il padrone degli schiavi è il primo responsabile dello schiavismo, certo. Uno Stato che lo tollera è il secondo. E il terzo è chi, conoscendo le condizioni degli schiavi, se ne serve lo stesso perché “funziona così”. Che, se ci pensate, è il motivo primo e principale per cui “funziona così”.

da qui

 

La procura dispone il controllo giudiziario per Glovo: cosa emerge dall’inchiesta? –Lorenzo Faranda

 

La procura di Milano ha disposto un provvedimento di controllo giudiziario per Glovo, a causa delle condizioni di lavoro dei riders. Dall’inchiesta emerge uno stato di sfruttamento della manodopera, con stipendi sotto la soglia di povertà e modalità di svolgimento della prestazione molto vicine al caporalato.

L’inchiesta e il provvedimento

Lunedì 9 febbraio, il pm di Milano Paolo Storari ha disposto il controllo giudiziario per Foodinho, società di delivery che opera per conto di Glovo. Il provvedimento d’urgenza, che dovrà essere convalidato dal Gip, nomina un amministratore giudiziario per vigilare sull’operato della società, con l’obiettivo di intervenire rispetto alle condizioni di lavoro illegali che emergono dall’inchiesta.

Secondo la procura, infatti, i riders ricevono compensi in alcuni casi inferiori dell’80% rispetto a quelli previsti dalla contrattazione collettiva, arrivando a scendere ben al di sotto della soglia di povertà. L’accusa è quella di caporalato: sottoporre i dipendenti a condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori.

Salario: tra costituzione e contrattazione collettiva

Dalle numerose testimonianze raccolte durante le indagini, emerge un modello organizzativo contrario al principio di legalità e alle norme sulle condizioni lavorative. I dati sulle retribuzioni, poi, riportano paghe molto lontane dal principio di “esistenza libera e dignitosa”, garantito dall’articolo 36 della Costituzione.

Anche confrontando i compensi con quelli stabiliti dal CCNL sottoscritto da Ugl e Assodelivery, che qualifica il lavoro dei riders come autonomo, i lavoratori si trovano in media 5mila euro sotto la soglia della povertà. In materia la giurisprudenza è chiara: il giudice deve adattare il salario ai criteri stabiliti dalla Costituzione anche in presenza di un contratto collettivo.

Lavoro autonomo o subordinato?

L’analisi sul sistema operativo della piattaforma riporta una forte etero-organizzazione della prestazione lavorativa, nonostante la qualificazione del rapporto come autonomo. Già dal 2015, il Jobs Act aveva stabilito l’applicazione della

“disciplina del rapporto subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro […] le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme digitali”. (art. 2 d.lgs. 81/2015)

L’attività lavorativa è interamente gestita da Glovo e dalla sua app, attraverso cui si valuta il contributo del lavoratore in termini di disponibilità produttività, tramite schedatura e geolocalizzazione, basando su questi parametri le retribuzioni.

Lavoro autonomo e tutele

Secondo un comunicato di Usb, il sistema di sfruttamento strutturale rilevato dall’inchiesta è reso possibile proprio da questa qualificazione artificiosa dei riders come lavoratori autonomi:

“Una finzione giuridica che serve solo a risparmiare su contributi, assicurazioni, sicurezza e salari, scaricando ogni rischio su chi lavora. Questa inchiesta conferma che i riders sono false partite IVA, costretti ad accettare condizioni imposte, senza alcun reale potere contrattuale, senza ferie, malattia, tutele contro gli infortuni e senza garanzie di reddito”.

La mancata previsione di copertura Inail e l’inosservanza delle norme sulla sicurezza accentuerebbero costi e rischi, che continuano a essere scaricati su dipendenti formalmente autonomi.

Lo stato di bisogno per i lavoratori migranti

In particolare, il sindacato di base si concentra sullo sfruttamento dello stato di bisogno denunciato dalla procura, elemento costitutivo del reato di caporalato: il mancato riconoscimento dello status di lavoratore subordinato ha effetti concreti sulla vita delle persone, non solo in termini di stabilità del reddito ma anche di accesso al credito e alle tutele sociali.

“Condizione che colpisce in modo ancora più violento i lavoratori migranti, per i quali il lavoro è spesso direttamente legato al permesso di soggiorno, trasformando la precarietà in un ricatto permanente e in uno strumento di controllo sociale”.

L’asimmetria di poteri tra datore e dipendente, dunque, espone in particolar modo i lavoratori migranti ad una condizione di vulnerabilità, alimentando il lavoro irregolare che colpisce i soggetti più deboli del circuito economico. In questo modo, perdono di efficacia le già poche tutele del lavoro subordinato.

Ma non è la prima volta

Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli episodi di sfruttamento della manodopera, soprattutto da parte di grandi imprese e multinazionali. Nel 2024, sempre la procura di Milano ha disposto il sequestro di 121 milioni di euro ai danni di Amazon, e solo pochi mesi fa è emerso il caso delle condizioni di lavoro nelle “Big” del settore della moda.

All’attenzione della procura nel perseguire abusi in materia di lavoro corrisponde, però, una tendenza del legislatore a legittimare minori garanzie nel rapporto. Le conseguenze sono discusse in termini di sviluppo economico, con studi recenti che smontano le teorie sulla correlazione tra flessibilità e maggiore crescita, ma sono pacifiche rispetto alla vita dei lavoratori. La stabilità di un reddito dignitoso non dovrebbe essere messa in discussione.

da qui

domenica 11 gennaio 2026

Tra Destra e Sinistra - Miguel Martinez

 

In tutto l’Occidente (cosiddetto), ci sono più o meno due poli politici, uno di Sinistra o progressista, e uno di Destra conservatore.

Il primo polo fa discorsi di voler cambiare le cose e innovare; il secondo di restare fedele alle buone vecchie usanze.

Ora, sappiamo che le innovazioni aumentano comunque, a una velocità inconcepibile.

Alzi la mano chi è conservatore davvero, e pronto a fare sei figlioli, tutti da picchiare che le botte fan bene; uno solo l’Erede, una da sposare con la dote, due da mandare in seminario e due in convento; e a fare a meno dell’iPhone, anzi del cellulare tout court, anzi della tv a colori… e le vacanze estive a passarle preparando la processione del Santo.

A ragion di logica, gli ultimi conservatori veri dovrebbero essersi estinti circa mezzo secolo fa.

Eppure i partiti conservatori stanno crescendo in gran parte dell’Occidente, anzi più “sorpassano a destra”, più voti prendono.

Il paradosso si capisce leggendo il brano di Antonio Di Siena sulla maniera in cui il welfare surrogato del turismo distrugge l’identità di una comunità e trasforma tutti in turisti a casa nostra, specie l’ultima frase:

Sospeso tra l’appartenenza a un luogo e la minaccia costante di esserne espulso“.

E’ una definizione oggettiva della condizione interiore della maggior parte del ceto medio almeno nei paesi dell’Europa meridionale oggi – un fatto, non una presa di posizione.

Ma sei ci pensiamo, questa frase esprime molto bene la nota prevalente dietro tutta la retorica dei movimenti e partiti di Destra in Occidente oggi.

Ora se le organizzazioni di Destra sono riuscite ad agganciarsi a qualcosa di così più profondo e reale, si capisce facilmente perché stanno avendo tanto successo elettorale.

Il sociologo Luca Ricolfi, nel suo libro La mutazione, distingue in Italia tre categorie fondamentali, in base a come immaginano il proprio futuro – la garanzia, il rischio e l’esclusione. I sondaggi (ai tempi delle elezioni che hanno incoronato la Meloni) hanno dimostrato che chi si sentiva al sicuro, votava prevalentemente Centrosinistra; chi si sentiva escluso votava 5Stelle (per via del reddito di cittadinanza); chi si sentiva a rischio votava nettamente a Destra.

Mi immagino un elettore medio di Destra, il piccolo proprietario di un negozio sull’orlo del fallimento, che non ha mai imparato una lingua straniera, e vede il suo quartiere che si disumanizza giorno per giorno.

Ha ragione da vendere, la sua alienazione è reale; anzi, è meglio lui che almeno se ne rende conto, di tanti che fanno finta di vivere nel migliore dei mondi possibili.

L’equivoco sta tutto nel capire la causa dell’alienazione.

La persona a rischio non si lascia abbindolare dalle spiegazioni ottimistiche e mainstream,

“crisi momentanea, andrà tutto bene, difendiamo l’Europa dell’inclusione, basta con le fake news dei populisti, viva il PNRR e le mascherine e abbiamo bisogno del sangue dei vostri figli per l’Ucraina.”

 

La persona a rischio ascolta piuttosto un vociare intenso, che almeno riconosce il disastro. E che glielo spiega lì per lì, con esempi umani.

Non sei padrone a casa tua, perché

a Padova un professore ha bofonchiato per il presepe nell’ingresso della scuola elementare,

a Milano c’è una strada con più kebabbari che pizzaioli,

un imam che lavora in un garage a Bari ha detto che chi non crede al Corano non va in Paradiso,

ci sono degli studenti Erasmus al loro terzo giro per l’Europa pagato dai contribuenti stanno facendo un corso sull’uso corretto dei pronomi e vogliono əbələrə lə vəcələ

c’è una ragazzina autistica svedese Pro-Pal che per colpa sua l’assessore alla mobilità ha deciso che io mi devo fare l’auto nuova…

Casi che mi sono inventato solo per pigrizia, avrei potuto trovarne a centinaia con un po’ di ricerca… si diffondono perché i nostri presunti conservatori stanno attaccati dalla mattina alla sera a Facebook e Whatsapp che ritengono utili strumenti assolutamente neutrali.

Per le persone a rischio, schiacciati tra i garantiti e gli esclusi, questi casi sono perfetti, perché propongono nemici tanto in alto quanto in basso: i professoroni mantenuti con le nostre tasse che hanno potuto chiəcchiərərə invece di lavorare da una parte, dall’altra la feccia di delinquenti di paesi lontani che dal basso ci minaccia tutti i giorni. E ovviamente una mezza ragione c’è sempre, ci sono professoroni con il ditino imparatore, e ci sono marocchini furbi e cattivi: in fondo, siamo tutti umani, purtroppo.

Ognuna di queste storielle mette in moto la Macchina del Moto Perpetuo a Energia Avversaria – l’imam cui stanno antipatici gli “idolatri” mette in moto quello cui stanno antipatici i “tagliagole jihadisti”, e quello a sua volta mette in moto quello cui stanno antipatici i “razzisti“, e quello a sua volta mette in moto quello cui stanno antipatici i “comunisti amici dei terroristi islamici pro-Pal”.

La reciproca giustificazione delle parti impedisce a entrambe di cercare le vere ragioni dell’alienazione.

Un piccolo esempio: le biciclette elettriche a pedalata assistita sono bloccati per non superare i 30 km orari.

Ma i rider (pakistani quasi tutti) che portano cibo a domicilio, per stare dietro all’algoritmo che li manda, devono andare molto più veloci. E quindi c’è tutta un’industria per sbloccare le bici, che arrivano anche a 100 chilometri orari. Insomma, un furbetto pakistano potrebbe davvero mandare in coma una persona a noi carissima. Rimandiamoli al paese loro, e la mia amica resuscita!

Ma così non ci rendiamo conto del meccanismo, che prevede rischi legali per i rider, rischi fisici per i passanti, ma profitti ad aziende come Deliveroo.

Che solo se andiamo a cercare, scopriamo che Deliveroo è una meraviglia di inclusività al di sopra dei gretti nazionalismi – fondata da un cinese Londra e poi comprata da Door Dash creato a Palo Alto in California da un altro cinese

Nel 2017, vi fu una causa class action contro Door Dash perché trattava i suoi dipendenti come “professionisti autonomi”. Door Dash negoziò un accordo con cui versava la miseria di 130 dollari a ogni lavoratore truffato; ma anche 28 milioni di dollari agli avvocati (non sappiamo quanto a testa, ma sospettiamo di più).

Totale 100 milioni di dollari, che sembrano una bella cifra.

Finché non scopriamo che il proprietario di Door Dash, l’anno prima, si era fatto assegnare uno stipendio di 413 milioni di dollari.

Il peruviano che pulisce in nero dieci case occupate in regola dalla finanziaria con sede nelle Isole Cayman, però tarda a pagare l’affitto al padrone di casa italiana che manda i carabinieri a sfrattarlo, e diventa occupante abusivo: ecco che l’Uomo Comune sceglie come nemico gli sfrattati, perché si sente più padroncino di una casetta magari per il figlio che si deve sposare, che immigrato senza arte né parte.

Spesso non per cattiveria, ma semplicemente perché nessuno gli indica chi ha veramente trasformato i cittadini in turisti a casa loro.

Non si tratta esclusivamente di turismo, ma di un intero sistema fondato sulla relazione tra solitudini, precarietà e grandi movimenti finanziari.

E non è facile spiegarlo.

I veri delinquenti sono cosmopoliti di ogni razza e non hanno nemmeno quelle belle motivazioni terribili che ispirano e spaventano: non lo hanno fatto perché “odiano la nostra cultura”, lo hanno fatto perché ci hanno guadagnato montagne di soldi, trasformando esseri umani e luoghi veri in miniere da cui estrarre denaro, e gettandoci da parte, come i minatori gettano da parte gli scarti da lavorazione.

da qui

martedì 18 novembre 2025

Poste Italiane: il recapito è morto. Ucciso dai suoi stessi dipendenti - Carmine Pascale

Poste Italiane si è trasformata in un laboratorio di veleno sociale, un ambiente saturo di meschinità dove la competizione sfocia nel cinismo più brutale. È un luogo dove l'opportunismo ha un prezzo altissimo: c'è chi sarebbe pronto a sacrificare qualsiasi cosa per un avanzamento di carriera, un trasferimento o un mero favore personale. Queste dinamiche, in particolare, trovano la loro massima espressione distruttiva nel settore del recapito.

 

Quest'azienda è diventata, di fatto, un monumento alla codardia umana, un tratto che non conosce distinzione di età. Chiunque abbia familiarità con questo ambiente o vi lavori lo constata quotidianamente: l'uso sistematico dell'anonimato persino nelle banali richieste di informazioni ne è la prova lampante.

Ma gli araldi della negatività sono coloro che, pur lamentandosi della situazione, trovano sempre in qualcun altro il capro espiatorio per i propri fallimenti. Mosche cocchiere, desiderose di vedere gli altri fallire per non sentirsi soli nella propria insoddisfazione, trasformano ogni occasione in un pretesto per vomitare veleni e maldicenze, perfino contro chi si adopera per il bene comune.

I principali artefici di questa metastasi aziendale sono i lavoratori a tempo indeterminato di lungo corso. Con la stabilizzazione contrattuale, è come se avessero soffocato ogni senso di umanità, dimenticando cosa significhi lavorare da precari. La maggior parte di loro sembra aver rimosso la vera causa della propria stabilizzazione: non il merito o la competenza, ma l'onda lunga dei ricorsi legali dei primi anni Duemila.

Ne è scaturita una classe lavorativa che non conosce il valore della conquista, né del posto fisso né dei diritti, avendoli ottenuti con una facilità sostanziale. Questa mancanza di consapevolezza del sacrificio spiega in gran parte perché gli scioperi in Poste Italiane registrano una desolante e bassissima adesione, nonostante le condizioni lavorative, specialmente nel settore del recapito, siano spesso scioccanti e inaccettabili. La stabilità ottenuta senza sacrifici ha anestetizzato la capacità di lottare per i diritti. Tali dipendenti, che per esperienza e sicurezza dovrebbero essere la guida, sono invece un dannoso esempio.

Vedono nei migliaia di giovani precari la preda perfetta: una dinamica perversa dove i "penultimi" sfruttano cinicamente gli "ultimi" per perpetuare una cultura dell'ignavia e della sottomissione. Tale prassi torna drammaticamente comoda: il precario, accettando condizioni al ribasso che non conoscono limiti, si spacca la schiena lavorando addirittura fino a dodici ore al giorno, relegato nelle zone più difficili e al lavoro più sporco, con la sola e incerta speranza di un futuro.

È in questo pantano di meschinità che chi possiede valori etici è destinato a soccombere. L'onestà è una netta minoranza che non ha più la forza di curare un organismo ormai in decomposizione; ogni tentativo di risanamento è vano. Il sindacato stesso, inevitabilmente, si trova ad essere lo specchio di questo squilibrio: non è un caso che la tessera predominante abbia un colore solo. Quando una fetta così grande dei lavoratori manifesta i valori appena descritti, il riflesso si estende e contamina anche la dinamica della rappresentanza.

Se il recapito è morto, non è stata una fatalità. È stato assassinato, lentamente e senza rimorsi, dalla complicità e dal tradimento degli stessi uomini e donne che, per dovere e per contratto, avrebbero dovuto difenderlo.

da qui

domenica 3 agosto 2025

Insegnare a insegnare. Sui paradossi delle scuole di formazione docenti – Luisa Mirone

 

Mi sono già trovata a intervenire su questo blog a proposito della formazione docenti (e dunque della loro valutazione). Rinviare lettrici e lettori a quell’articolo del 2021 non è cosa che io faccia con piacere: molte delle considerazioni di allora potrei riproporle oggi, mentre ricopro il ruolo di tutor coordinatrice in uno dei percorsi formativi riaperti all’interno delle università dopo un vuoto di cinque anni. È stato proprio questo vuoto prolungato a suggerirmi prudenza nel giudizio: dopo tanto tempo, il DPCM-4-agosto-2023 (quello – appunto – che ha istituito il “percorso universitario e accademico di formazione iniziale dei docenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, ai fini del rispetto degli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza”) era il primo, attesissimo segnale di un interesse istituzionale verso il mondo dell’istruzione e dei suoi operai e delle sue operaie; e non sarebbe stato onesto valutarlo soltanto “sulla carta”, senza averne prima osservato modalità di attuazione, svolgimento, effetti, esiti. Dopo tutto, gli ultimi interventi indirizzati alla formazione docenti erano stati quelli della cosiddetta Buona Scuola – e non posso dire che mi avessero colpita per spessore ed efficacia; anzi. Quindi ho atteso che si concludesse il primo ciclo. Ritardi, approssimazioni, incongruenze, parecchi punti oscuri. Tutto evidente, tutto ampiamente registrato in lunghissimi confronti online fra tutor d’ogni parte d’Italia, e non solo fra loro. “Aspettiamo” – ci siamo detti, fidenti, illusi, ingenui o semplicemente deficienti – “Aspettiamo, è troppo importante che questi percorsi ci siano, è solo il primo ciclo, andrà meglio il secondo”.

Non è andato meglio. Perciò è arrivato il momento di parlarne. Ma per evitare che quanto scriverò si risolva in un cahier de doléances, proverò a individuare alcuni aspetti-chiave rispetto ai quali mi pare che una riflessione collettiva sia doverosa, auspicando che altre voci intervengano accanto alla mia, soprattutto le voci di coloro che questi percorsi li hanno seguiti o li stanno seguendo da tirocinanti.

Pagare per lavorare

Cominciamo dalla prima, macroscopica anomalia: i e le aspiranti docenti, per acquisire l’abilitazione all’insegnamento, senza la quale non si può accedere ai concorsi a cattedre, pagano. E pagano una cifra consistente, che si aggira mediamente intorno ai duemila euro. Non così i magistrati, non così i medici ospedalieri – per menzionare due categorie di lavoratrici e lavoratori del pubblico impiego. I laureati in Giurisprudenza accedono al concorso in magistratura senza dover esibire alcuna abilitazione a sostenerlo; le scuole di preparazione al concorso sono private e non sono obbligatorie. L’esame (scritto e orale) testa la preparazione giuridica. Se i concorrenti lo superano, vengono immessi nei ruoli della magistratura da MOT (magistrati ordinari in tirocinio) e regolarmente retribuiti per l’intera durata del tirocinio, nel corso del quale frequentano tutti gli uffici giudiziari per “imparare il mestiere”. Mai capito perché questa soluzione non possa essere praticabile per i docenti. Quanto alla professione medica, una volta conseguita la laurea, si accede, previo concorso, alle scuole di specializzazione e da specializzandi i giovani medici ricevono uno stipendio regolato da un contratto. I docenti, no. Per poter lavorare (forse, un giorno, se vinceranno il concorso), pagano. Pagano quanto lo stipendio mensile di un docente che abbia abbastanza anzianità di servizio. Si commenta da sé.

Fare scuola

Io ho lavorato e lavoro in una situazione di assoluto privilegio: sotto la guida di un direttore illuminato, ho fatto squadra con le colleghe tutor delle classi di concorso affini alla mia e abbiamo potuto così studiare insieme, progettare insieme, condividere materiali, documenti, perplessità, soluzioni, oneri; declinare quella parte del percorso a noi affidato nella maniera più vicina alla nostra sensibilità e alla nostra preparazione specifica (docenti di lettere); creare con i e le tirocinanti vere e proprie classi all’interno delle quali attivare un confronto positivo. E colmare i molti vuoti di un percorso accidentato. Insomma, abbiamo ricreato presso la nostra università di riferimento una situazione da scuola, da scuola buona. Ma queste scuole di formazione tali non sono. Manca tutto, di una scuola. Manca la stabilità: sono istituite a tempo determinato e intermittente (cfr. di seguito al paragrafo “tempus fugit”). Mancano le “risorse umane”: le o i tutor vengono reclutati – anche loro – a tempo determinato e intermittente, e con mansioni non sempre inerenti le discipline di insegnamento; le segreterie delle università mancano di personale numericamente sufficiente a fronteggiare la crescita esponenziale del carico di lavoro e adeguatamente formato per gestire non genericamente la pubblica amministrazione, ma i rapporti con le scuole, di cui non sempre conosce il funzionamento, essendosi fino a questa emergenza occupato d’altro. Mancano le aule destinate allo svolgimento delle lezioni per gli abilitandi e quindi bisogna contendere gli spazi agli insegnamenti ordinari – contesa perdente perché questi ultimi hanno sempre, tutti, la precedenza. Mancano indicazioni chiare, univoche, uguali per tutte le università relative agli indicatori e ai descrittori di prova per la valutazione finale, sicché ogni scuola si costruisce la propria “griglia” come meglio ritiene.

Non mancano invece i docenti delle discipline: non sono stabili (nel senso che non sono figure dedicate in via esclusiva alla didattica disciplinare, benché in una scuola questo sarebbe auspicabile), ma sono spesso studiosi e studiose eccellenti; a cui non di rado manca, tuttavia, la pratica della didattica nelle aule scolastiche, che è cosa assai diversa da quella nelle aule universitarie – e si tratta di un dato oggettivo, forte, centrale.

Insomma, questa precarietà sembra una crudele anticipazione del precariato che ancora, in Italia, è sorte condivisa da tanti e tante insegnanti.

Seconda stella a destra: questo è il cammino

A coloro che siano estranei a questi percorsi formativi e non abbiano avuto tempo, scrupolo o curiosità (voglia è difficile) di leggere più sopra il famigerato DPCM servirebbe la stella polare per orientarsi. Con estrema semplificazione, indico i due percorsi principali che gli aspiranti docenti possono intraprendere per conseguire l’abilitazione all’insegnamento.

Il primo è un percorso da 60 crediti formativi universitari (pf60cfu). Consiste in una combinazione di tirocinio diretto e tirocinio indiretto. Il diretto si svolge all’interno delle scuole convenzionate con le università sotto la guida di un tutor d’aula e è finalizzato non solo alla pratica in classe della disciplina d’insegnamento, ma anche alla frequenza delle attività collegiali ed extracurriculari (pcto, progetti pnrr etc.) della scuola. L’indiretto si svolge interamente in università sotto la guida del tutor coordinatore e prevede attività inerenti i profili organizzativi della scuola e le mansioni in carico alla professione docente (quindi NON attività didattiche; e qui ogni ateneo ha declinato gli incontri come meglio ha creduto/potuto). Una parte di questi crediti deve necessariamente essere destinata a incontri inerenti azioni educative volte all’inclusività.

La seconda tipologia di percorso è da 30 crediti formativi universitari (pf30cfu) e prevede il solo tirocinio indiretto: è riservato infatti a coloro che abbiano maturato servizio nelle scuole in qualità di supplenti incaricati e che quindi si ritiene abbiano già acquisito consapevolezza professionale.

In entrambi i casi, i tirocinanti sono tenuti a seguire lezioni disciplinari e trasversali, in numero d’ore mutevole a seconda che si tratti di pf60cfu o pf30cfu.

All’interno di questa intelaiatura, c’è un gran numero di variabili: ci sono coloro che, pur seguendo un pf60cfu, si vedono riconosciuti i 24cfu resi obbligatori dall’allora ministro Bianchi per accedere alla professione di docenti; ci sono coloro che chiedono il riconoscimento di altri crediti maturati durante il percorso universitario con esami di discipline propedeutiche all’insegnamento; ci sono coloro che hanno conseguito un diploma universitario per il TFA (tirocinio formativo attivo) su posti di sostegno e dunque chiedono una riduzione dei crediti da acquisire in questo ambito; ci sono – insomma – molte variabili, tante da necessitare davvero la bussola (o, più opportunamente, un robusto apparato di segreteria). Ma la più clamorosa è quella del cosiddetto pf36cfu “di completamento”: questo è riservato a coloro che hanno già vinto il concorso a cattedre PRIMA della istituzione di tali corsi abilitanti, quindi già insegnano ma non sono in possesso di abilitazione (ai miei tempi il concorso era abilitante, ndr). Costoro sono obbligati a svolgere tanto il tirocinio diretto a scuola, quanto quello indiretto in università. Quindi, mentre chi ha maturato anzianità di servizio può accedere a un pf30cfu (ulteriormente riducibile in base a una delle molte variabili) e dunque omettere il tirocinio diretto, chi è già in cattedra deve invece sobbarcarsi dell’intero pf36cfu (diretto e indiretto), pena la perdita della cattedra faticosamente acquisita. Siamo nel paradosso.

Tempus fugit

Ma l’aspetto più inquietante è dato dai tempi di attuazione dei percorsi.

Il primo ciclo ha inaugurato le lezioni trasversali e disciplinari tra giugno e luglio 2024, mentre il bando per i tutor coordinatori aveva scadenza a fine agosto. I tutor coordinatori sono stati così selezionati tra settembre e ottobre e conseguentemente immessi nelle funzioni al termine del mese, in esonero o semiesonero da scuola (a seconda del numero di tirocinanti previsti per classe di concorso; e senza compensi ulteriori: continuando cioè a percepire lo stipendio da insegnanti). Pertanto, sia le operazioni di immissione dei tirocinanti nelle scuole, sia le attività di tirocinio indiretto sono iniziate in novembre. Il ciclo doveva tassativamente chiudersi entro il 31 dicembre. In mezzo le vacanze di Natale.

Chiunque abbia presente il profilo nonché il calendario scolastico comprende bene lo sgomento che suscitano questi tempi di svolgimento, sgomento che si fa incredulità quando i tempi stessi sono dettati da quel Ministero che, più di ogni altro, sarebbe tenuto a conoscere in che modo si operi nelle scuole. I tirocinanti sono entrati nelle aule (cioè hanno iniziato la parte che dovrebbe essere più autenticamente caratterizzante il tirocinio professionale) senza poter seguire dal principio la progettazione didattica e l’avvio delle attività e con l’angoscia del tempo risicato, sicché è partita una corsa folle all’accumulo di ore di diretto e di indiretto, che ha limitato l’efficacia, il senso stesso del percorso; e talvolta lo ha messo seriamente in discussione: in altre parole, c’è chi, lavorando per vivere, non ha potuto seguire tutte le attività per il monte ore richiesto in un tempo tanto breve e ha dovuto rinunciare.

A questo si aggiunga il disagio creato nelle scuole di servizio dei tutor coordinatori che, ad anno scolastico iniziato (quindi con classi già avviate al lavoro didattico etc.), sono stati messi in semiesonero o in esonero a tempo determinato, pur essendo stati selezionati per un incarico di (potenziale) durata quadriennale. Soltanto il 30 dicembre 2024 i tutor coordinatori hanno saputo che non sarebbero “scaduti” il 31 ma sarebbero stati richiamati; e non  è stato così per tutti gli USR. Questo ha significato creare nelle classi fratture multiple, una intermittenza di insegnanti di cui non serve nemmeno sottolineare la gravità.

In chiusura del primo ciclo, tutto questo fu ampiamente segnalato dagli atenei. Nessun correttore tuttavia è intervenuto. Il secondo ciclo è partito a maggio, quando le scuole sono impegnate nelle operazioni di chiusura dell’anno scolastico, negli esami di stato, nelle rendicontazioni. Gli incontri di indiretto hanno dovuto mettersi in coda alle lezioni disciplinari e trasversali, a loro volta in coda alle lezioni ordinarie nella disponibilità delle aule. I pf36cfu “di completamento” tremano per il timore di non riuscire a raggiungere il monte-ore entro luglio, data oltre la quale perderebbero la cattedra. I tutor coordinatori sono in carica fino al 31 agosto, dopodiché chissà se rientreranno nelle classi e in quali.

Ma era così difficile prevedere un percorso di formazione docenti che, coerentemente con il calendario scolastico, iniziasse il primo di settembre e si concludesse serenamente il 20 di luglio? E prevedere per i vincitori di cattedra un percorso a sé stante, con altri tempi, altre modalità, più rispettose di un ruolo professionale di fatto già acquisito?

Iniezioni di Gert Biesta

Non vorrei ripetermi, ripetere quello che ho già detto (e scritto) insieme a Stefano Rossetti in occasione del primo Convegno di Letteraturaenoi; e quindi questa volta davvero rimanderò i volenterosi a quell’intervento e rinnoverò l’invito alla lettura di un importante filosofo dell’educazione, Gert Biesta, su cui molto ha ragionato Daniele Lo Vetere, su questo blog come su LPLCRiscoprire l’insegnamento non è solo il titolo del suo primo libro tradotto in Italia, ma una esortazione che, al termine di questi due cicli di formazione docenti, per me è diventata un mantra. Ho assistito (io come tanti e tante tutor negli atenei italiani impegnati in questi percorsi) a esami conclusivi in cui l’impianto pedagogico delle proposte didattiche era autoportante; e cavo al suo interno. In una sorta di barocca enumerazione e in perfetta buona fede sono state sciorinate dagli esaminandi tutte le metodologie didattiche e tutte le risorse tecnologiche studiate, come fossero formule magiche capaci di ammansire da sole classi di adolescenti scalpitanti. Flipped classroom, Cooperative learning, Debate con supporto di Prezi, Canva, Charachter et voilà: la lezione era bella e fatta! Alla domanda degli esaminatori – prudente, perché ritenuta quasi ai limiti della legittimità – “Bene! Ma quali argomenti sceglierà per porgere alla classe l’idea del mito (o la sintassi della frase, o la crisi climatica, o le guerre mondiali o quel che fosse)?”, la risposta è stata in molti casi una stupefatta sufficienza: “Beh, ma questi sono i contenuti!”. E cosa ci sarebbe di stravagante? Non si tratta (o non si tratta soltanto; ma qui sarebbe necessaria una riflessione ulteriore) di testare le conoscenze disciplinari: quelle, dal momento che si parla fra laureati, si suppone che siano già state verificate nei singoli atenei che hanno rilasciato il diploma di laurea. Ma si chiede piuttosto: quali contenuti saranno scelti? Come saranno declinati per una classe di adolescenti? Come saranno messi in relazione tra loro? A quale fine si chiederà agli allievi di studiarli? In base a cosa si valuterà se quella finalità sia stata raggiunta?

Tutto questo è ancora legittimo che sia chiesto a un docente in formazione?

Teacher Pride

E a queste ultime considerazioni malinconicamente mi aggancio per rivendicare un poco di residuo orgoglio da docente di lungo corso, innamorata del suo lavoro e delle sue discipline di insegnamento e irrimediabilmente anche delle sue classi. Io (come tantissimi e tantissime insegnanti) so come si insegna a una classe di adolescenti il mito, la sintassi della frase, la crisi climatica, le guerre mondiali e molto altro ancora. So fare tutte queste cose insieme e con l’uso delle metodologie didattiche più varie e delle TIC adeguate. E le so fare non perché io abbia un dottorato o sia un pozzo di scienza, ma perché è il mio mestiere, lo faccio da oltre trent’anni, ho studiato e continuo a studiare per farlo, continuo a fare ricerca, continuo a leggere, continuo ad andare ai congressi e ai corsi di aggiornamento, continuo a organizzarli e mi capita di essere chiamata anche come formatrice. Perciò, quando viene istituito un “percorso universitario e accademico di formazione iniziale dei docenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado, ai fini del rispetto degli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza”, io mi aspetto che il Ministero chieda a me e a coloro che sono nella mia situazione (e sono tantissimi, lo ripeto): “Vuoi insegnare ad altri e altre ad insegnare a scuola le discipline che insegni da oltre trent’anni?”. Invece non è così. Il tutor coordinatore deve: a) orientare e gestire i rapporti con i tutor, assegnando gli studenti tirocinanti ai gruppiclasse e alle scuole, e ha la responsabilità del progetto di tirocinio dei singoli studenti; b) provvedere alla formazione del gruppo di studenti attraverso le attività di tirocinio indiretto e l’esame dei materiali di documentazione prodotti dagli studenti nelle attività di tirocinio, ai fini della costruzione dell’E-portfolio; c) supervisionare e valutare le attività di tirocinio diretto e indiretto; d) supervisionare le relazioni finali delle attività svolte nei gruppi classe. Di insegnare a insegnare non si parla. Si dirà: “Lo fa il tutor d’aula nelle scuole, non abbiamo bisogno che lo faccia tu”. E sia. Due osservazioni però mi paiono ineludibili. La prima: se al tutor d’aula è interamente demandato un compito così importante (seguire un tirocinante nelle attività di progettazione didattica disciplinare, di elaborazione di prove, di costruzione di griglie di valutazione, di correzione di elaborati e quant’altro costituisca il lavoro di un docente), anche per questa funzione dovrebbe prevedersi una selezione rigorosa come quella cui sono sottoposti i tutor coordinatori e bisognerebbe garantire a chi la svolge tempi ragionevoli e opportuni nonché un compenso adeguato, perché il carico di lavoro cresce notevolmente. La seconda: il percorso prevede comunque, accanto alle didattiche trasversali, le didattiche disciplinari, segno evidente che la formazione specifica nelle materie che si è scelto d’insegnare non si esaurisce nel tirocinio diretto a scuola, ma necessita di riflessione teorica nelle aule universitarie. Ci può stare. Ma perché non è ritenuto altrettanto necessario che la pratica laboratoriale, che deve accompagnare la riflessione teorica, sia affidata stabilmente, “da decreto”, a chi ogni giorno fa della sua classe un laboratorio permanente?

Per una volta, diamo a Cesare quel di Cesare: agli e alle insegnanti la scuola.

da qui