lunedì 30 aprile 2018

L’eredità più costosa, il franco africano che limita la libertà - Antonella Sinopoli




Quanto costa ai Paesi africani francofoni utilizzare il franco CFA? Eredità coloniale da tempo discussa, criticata, combattuta, rimane lì a legare di fatto le economie di 14 Paesi alle regole di una potenza europea. Regole stabilite 70 anni fa.
A niente sono valse finora le proteste e le campagne per abbandonare – dopo oltre mezzo secolo dalle indipendenze – una moneta “estera”. Il CFA  (Franco delle Colonie Africane, oggi acronimo di Comunità Finanziaria Africana) fu creato il 26 dicembre 1945 ma i decenni successivi  non hanno messo in discussione tale politica monetaria, anzi essa è diventata il cordone ombelicale che in realtà stringe il collo (e per molti la dignità) delle ex colonie.
Nella zona franco rientrano otto Paesi dell’area monetaria dell’Africa occidentale (Benin, Burkina, Cote d’Ivoire, Guinea Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo) e sei Paesi dell’area centrale (Camerun, Centrafrica, Congo, Gabon, Guinea Equatoriale, Chad).
A parte quanto sia indegno privare Stati indipendenti della sovranità monetaria, i danni provocati dall’uso di questa moneta sono di tipo economico e dunque sociale. Infatti, miliardi di euro entrano ogni anno nelle banche francesi e provengono, appunto, dagli Stati francofoni. Vediamo perché.
La zona franco deve applicare quattro regole, formalizzate in due trattati firmati dalla Francia e dai 14 Paesi in questione nel 1959 e nel 1962.
Eccole: la Francia garantisce la convertibilità illimitata del CFA in euro; il tasso di conversione tra CFA e euro (prima franco) è fisso: 1 euro=655,957 franco CFA; i trasferimenti di capitali tra la zona franco e la Francia sono liberi; come contropartita di questi primi tre principi il 50% delle riserve di cambio dei Paesi della zona franco devono essere depositate su un conto della Banca di Francia, a Parigi.
A chi giova? Certamente alle multinazionali e ai commerci francesi. Come fa notare Bruno Tinel, maestro di conferenze e scienze economiche di Parigi: “Il sistema permette di garantire i profitti dei colossi europei che non pagano niente per questa garanzia: sono i cittadini africani che attraverso le riserve di cambio collocate al Tesoro francese, pagano la stabilità del tasso di cambio”. Senza contare che la Francia continua a importare materie prime come cacao, caffé, banane, legna, oro, petrolio, uranio, pagate con il CFA a parità con l’euro e senza rischi di deprezzamento monetario.
Le riserve del franco CFA nella Banca di Francia sono stimate approssimativamente in 10 miliardi di euro, denaro che – dice chi critica fortemente questo sistema – potrebbe essere utilizzato per piani di sviluppo dei Paesi in questione. Evitando, d’altra parte la richiesta di prestiti che non fanno che aumentare il debito nei confronti delle istituzioni finanziarie europee e dei singoli Paesi.
A detta della Francia sono in realtà i Paesi africani che vogliono rimanere legati al sistema. “Malgrado il nome, il franco è la moneta degli africani e non più della Francia, essa è scomparsa in Europa. Su tale questione, dunque, sono gli africani che devono pronunciarsi e fare le loro scelte, non possiamo farlo noi per loro“, ha affermato in più di un’occasione il ministro francese dell’Economia e delle Finanze, Michel Sapin. Decisioni che, dicono dalle istituzioni economiche dell’Esagono, dovrebbero avvenire in seno all’UMEOA (Unione Economia e Monetaria dell’Africa Occidentale) e della CEMAC (Comunità Economica e Monetaria dell’Africa Centrale). Sempre a detta di Sapin: “il regime del CFA è un fattore di integrazione economia di stabilità monetaria e finanziaria che garantisce la resilienza economica dei Paesi dell’area“. Inoltre, l’ancoraggio all’euro determinerebbe “la trasparenza e la credibilità internazionale che favorisce gli scambi con il resto del mondo e gli investimenti“,
Se questa libertà fosse reale e vantaggiosa per i Paesi francofoni non si spiega la guerra che le istituzioni francesi fanno a chiunque si opponga a questo stato di cose. Per esempio, Kako Nubukpo, si è giocato il posto di direttore della Francophonie économique et numérique che lavora nell’ambito dell’OIF (Organizzazione Internazionale della Francofonia). L’economista togolese aveva osato criticare fortemente il sistema e soprattutto le parole del presidente Macron nel corso delle sue recenti visite nel continente, parole giudicate “disonoranti per i dirigenti africani, imprecise e caricaturali“. Insomma, una bocciatura a tutto campo dell’approccio di Macron alla questione, per il quale “il CFA per la Francia non rappresenta un problema“. Del resto l’intellettuale africano ha più volte sostenuto che il CFA strangola le economie africane, facendo infuriare i francesi.

Ma la cosa che dovrebbe far riflettere è che mentre c’è quasi un’unità di pensiero – con alcuni distinguo, ovviamente – tra economisti e intellettuali sul peso negativo che il franco CFA ha sulle società ed economie africane e sulla necessità di uscire dal sistema, magari a tappela maggior parte di capi di Stato africanirimane ancorata al vecchio sistema.
Uno dei più accesi sostenitori del valore del CFA è Alassane Ouattara, presidente della Costa d’Avorio, come è noto grande amico di Nicolas Sarkozy e della Francia. Nell’ambito di posizioni che oscillano tra il dialogo, la mezza via e il quasi silenzio, sul fronte esattamente opposto sono soprattutto i quattro presidenti degli Stati del Sahel. Portaparola quasi ufficiale dei capi di Stato anti-CFA, è diventato il presidente chadiano Idriss Déby che si è spesso appellato ai Paesi africani per lasciare la moneta francofona e creare una loro moneta unica.
E a questo punto pare che sia davvero come (con una certa dose di furbizia affermano Satin e Macron) la questione del franco CFA sta in mano agli africani. Sarà la sua classe dirigente a continuare a sostenere il sistema oppure unirsi, farsi forte e abbandonarlo. Ma per far questo bisogna aver chiare e a cuore le sorti dei cittadini africani. E, qualora questo dovesse avvenire, prepararsi  ad affrontare molto probabilmente le ire dell’Esagono.

Welfare, va riformato lo Stato strabico oggi guadagnano le famiglie più ricche - Marco Ruffolo



“I deboli” devono pagare di tasca propria per il welfare molto più di quanto pagano “gli agiati”, se le loro spese per sanità e istruzione pesano sul reddito familiare il doppio di quelle delle classi più fortunate, la conclusione che se ne trae è che in non pochi casi lo stato sociale italiano, invece di ridurre le disuguaglianze, rischia di aumentarle. Il welfare: dalle promesse grilline sul reddito di cittadinanza ai piani sugli asili nido, fino alle pensioni minime targate centrodestra. Saranno questi, oltre al lavoro, i temi centrali su cui dovrà misurarsi il prossimo governo.
Si tratterà prima di tutto di capire che fine farà il reddito di inserimento introdotto dagli ultimi due governi per contrastare la povertà assoluta. Sarà rafforzato o sostituito da una misura diversa? Si farà pagare di più alle classi più agiate? Ci sarà davvero un reddito di cittadinanza? Nel rispondere a questi interrogativi, qualunque futura maggioranza politica non potrà prescindere dalla constatazione di significativi squilibri presenti nel nostro welfare, anche se quest’ultimo resta comunque uno dei più garantisti e universali, se confrontato con quello di molti altri Paesi. Due classi a confronto Che il welfare made in Italy, sia pure con punti di forza notevoli, dia prove di strabismo aiutando in molti casi le famiglie benestanti più di quelle disagiate, non è una novità assoluta. E tuttavia quel che sorprende nell’indagine di Mbs Consulting, una delle principali società di consulenza aziendale, che ha intervistato qualche tempo fa oltre 2.300 famiglie, è la misura di questa amara eterogenesi dei fini. Due classi sociali vengono messe a confronto: i “deboli” a un estremo, gli “agiati” all’estremo opposto. I primi sono poveri o a rischio povertà, hanno un reddito familiare medio di 13.600 euro l’anno e ovviamente non possono risparmiare neppure un centesimo: sono il 30,6 per cento del campione, che trasferito sull’intera popolazione italiana significa 7,7 milioni di famiglie. I secondi hanno un reddito medio netto di 68.700 euro e sono l’8,5 per cento delle famiglie, 2,1 milioni. Quanto spendono queste due classi per il welfare tirando fuori i soldi dai loro portafogli? I più poveri il 19,1 per cento del loro reddito; i più ricchi il 14,7. Insomma, proprio le famiglie più disagiate, del tutto prive di capacità di risparmio, devono dare un quinto dei propri guadagni per accedere a servizi sociali essenziali. Le spese basilari Se poi all’interno di quella spesa, andiamo a vedere quanto si paga per salute, istruzione e trasporto casa-lavoro più mensa – tre servizi difficilmente comprimibili – allora lo scarto è ancora più marcato. Per la salute (soprattutto visite specialistiche, servizi paramedici, occhiali da vista e dentista) le famiglie in condizioni di debolezza pagano più del doppio di quelle agiate: il 7,8% del proprio reddito contro il 3,4. Per l’istruzione (tasse, rette, mensa, asili nido e didattica) il 2,7 contro l’1,3. Per il lavoro il 6,3 contro il 3,3%. Il divario Nord-Sud Le ragioni di questa clamorosa stortura redistributiva sono in gran parte riposte nella differente offerta pubblica di welfare al Centro-Nord, dove è buona o dignitosa, e nel Mezzogiono, dove è spesso precaria, mediocre o addirittura assente. Così al Sud e nelle Isole, cioè proprio lì dove si concentrano le classi più disagiate, il 55 per cento delle famiglie è costretto a sborsare di tasca propria le visite specialistiche (contro il 44,7 del Nord), e quasi la metà paga gli esami diagnostici e i farmaci per malattie croniche (contro il 20-30 delle regioni settentrionali). Questo succede quando molte prestazioni pubbliche sono indisponibili o quando i tempi di attesa sono intollerabili (nonostante i miglioramenti recenti): per una mammografia, ricorda il Censis, si aspettano al Sud in media 142 giorni, per una risonanza magnetica 111. L’assistenza ai non autosufficienti è un altro esempio di welfare al contrario: ad accollarsi interamente il relativo costo sono quasi tutte le famiglie disagiate (l’87,5 per cento), e solo il 63,8 di quelle agiate. Al Sud, in particolare, emerge l’inadeguatezza dell’offerta pubblica, con una qualità dei servizi insufficiente nel 35,7 per cento dei casi, contro il 17,6 della media nazionale. I “rinunciatari” Ma tra i “deboli”, accanto a coloro che per sanità, istruzione e lavoro pagano più dei ricchi, c’è un’altra fetta, ancora più numerosa e più bisognosa, che è costretta a rinunciare a quelle prestazioni perché il suo bilancio non glielo consente. Secondo l’indagine di Mbs Consulting, su 100 famiglie della classe “debo-le”, 60 non si possono permettere almeno una parte delle cure sanitarie, 58 non possono offrire ai propri figli asili nido, corsi specifici e gite scolastiche, 50 lasciano perdere le spese per cultura, intrattenimento e sport. Anche nell’istruzione, dunque, la rinuncia alle prestazioni è percentualmente molto pesante tra le famiglie più povere. Ma è soprattutto nella sanità che questo fenomeno assume proporzioni spesso drammatiche. L’ondata di rinunce alle cure nasce dal fatto che il nostro stato sociale chiama più che in passato i cittadini a pagare una parte delle prestazioni di base, per esempio attraverso i ticket. E non tutte le famiglie disagiate sono esenti. Squilibri e qualità Insomma, conclude l’indagine, la struttura del welfare familiare risulta “profondamente squilibrata”, e “i due principi su cui poggia il nostro stato sociale – redistributivo e universalistico – sono contraddetti sul piano fattuale, soprattutto in alcune aree del Paese, a causa della prolungata riduzione di risorse”, Certo, “il sistema sanitario nazionale italiano mantiene, nel confronto internazionale, livelli riconosciuti di qualità delle prestazioni specialistiche e ospedaliere. Ma le difficoltà di acceso alle cure non di urgenza e agli esami diagnostici ha distribuito tra le famiglie costi maggiori e soprattutto non proporzionali alle capacità di spesa”. Doppia ingiustizia Si consuma così un’ingiustizia sociale dal doppio volto. Una parte dei più deboli, per avere i servizi essenziali, si trova a dover pagare in rapporto al proprio scarso reddito, la quota più alta di qualunque altra classe sociale. Un’altra parte è costretta addirittura a rinunciare a quelle prestazioni. In entrambi i casi, per ristabilire un minimo di giustizia la prima cosa da fare è salvaguardare il welfare pubblico, preservarlo dai tagli e soprattutto migliorarlo al Sud. Ma servirebbe anche una politica redistributiva molto più incisiva di quella attuale. Finora le risorse destinate dallo Stato alle classi più indifese sono state troppo esigue per invertire lo spaventoso aumento della povertà che si è verificato nel nostro Paese durante gli anni della recessione: i poveri assoluti sono più che raddoppiati arrivando a 4,7 milioni, per poi stabilizzarsi a partire dal 2015. Ma sul versante delle risorse, soltanto adesso cominciano ad arrivare flussi significativi: 2 miliardi nel 2018, 2,5 nel 2019 e 2,7 nel 2020, grazie soprattutto al reddito di inclusione, entrato da poco in funzione e alle altre misure previste. Difficile redistribuzione Nel suo ultimo rapporto annuale, l’Istat dice che durante la recessione lo Stato, malgrado abbia cercato di aiutare le categorie più colpite dalla crisi, non lo ha fatto sufficientemente, non è riuscito cioè a “contrapporsi alle forze di mercato”. Così alla fine la capacità di redistribuire i redditi è risultata da noi “tra le più basse in Europa”. Tra il 2007 e il 2014 ad essere penalizzata è stata proprio la classe più debole e in gran parte giovane, mentre una protezione maggiore è stata data alle classi medie e medio- basse di pensionati. Molto è cambiato dopo il 2014, dice l’Istat. Le politiche di redistribuzione (con il bonus di 80 euro, la quattordicesima ai pensionati e il primo sostegno di inclusione per i poveri), hanno avuto un impatto indubbiamente positivo sull’aumento del reddito disponibile dei più deboli. Ma non basta ancora. Bisognerà vedere se e in che misura il reddito di inserimento contro la povertà assoluta (ammesso che sia conservato dalla futura compagine governativa) riuscirà a rendere il nostro welfare un po’ meno strabico.

domenica 29 aprile 2018

LA DEGENERAZIONE DELLA SCUOLA - Umberto Galimberti

Ragazze in fuga: fra patriarcato violento e amore - Martina Castigliani




Sono dodici mesi che Shaheen non esiste più. Non c’è a casa, non c’è a scuola. Non la incontri mentre passeggia con la mamma. Se la chiami risponde una voce registrata: il numero è bloccato. Non c’è su Facebook, non ha una mail e il medico assicura che non risulta in nessun ospedale. Shaheen ora si chiama Jasmine e, seduta nel salotto di un luogo segreto nel Sud Italia, racconta a bassa voce di come è morta. Straniera cresciuta in Italia, ribelle senza velo di una famiglia musulmana, è stata promessa in matrimonio dai fratelli per salvare l’onore della famiglia. Da quel giorno è iniziata la fuga, da quel giorno non è più al sicuro da nessuna parte. «Se mi trovano rischio la vita. Io ho paura, sempre». Parla e gli occhi bruciano di tutto il coraggio che le è servito per arrivare fino lì. Raccontare la sua storia è un pericolo, ma, dice, va fatto per aiutare le altre che non hanno la forza di morire per una libertà. Sono tante, anche se non si sa quante. Sono figlie di famiglie straniere, quasi sempre senza cittadinanza, nate già donne che chiedono di potersi scegliere la vita.
Se chiedete il numero dei matrimoni forzati in Italia, nessuno ve lo sa dare. Se chiamate i centri antiviolenza e i servizi sociali, vi spiegheranno che sono decine le ragazze che chiedono aiuto ogni mese e che cercano di scappare da unioni combinate contro il loro consenso. Sono originarie di Pakistan, India o Bangladesh e hanno tra i 16 e i 25 anni: troppi per parlare di “spose bambine”, pochi per lasciare che siano mogli di chi non hanno scelto. Per ribellarsi serve una denuncia per maltrattamento e denunciare la propria famiglia è la parte più difficile. Chiedono di scappare, ma un sistema di protezione ufficialmente non esiste.
Così se lo sono inventato le operatrici sociali, abituate a risolvere i problemi prima ancora che intervenga una legge. Dato l’allarme, le ragazze vengono prelevate come fossero testimoni di giustizia in fuga dalla mafia: si scelgono giorno e ora, si trova una scusa per farle allontanare dalla famiglia. O la ragazza riesce a uscire di casa spontaneamente, oppure, con la complicità delle forze dell’ordine, interviene un esterno (un medico, una professoressa o un’amica). Di solito si inventa una scena con attori e comparse: dettagli non se ne possono rivelare, perché il sistema, per funzionare, deve restare segreto. Se la famiglia ha già portato la figlia all’estero, per la legge la causa è persa. Ma il “servizio protezione” fai da te smuove in modo informale conoscenze sul posto, anche nelle ambasciate: si stabilisce un canale di comunicazione clandestino e si aiutano le ragazze a trovare una scusa per raggiungere l’aeroporto. Poi in Italia inizia la vera fuga.
L’unica soluzione è scomparire: un giorno sei figlia, il giorno dopo nessuno sa niente di te. Si ricomincia altrove con una nuova identità e lasciandosi dietro tutto e tutti: la famiglia, gli amici e pure i fidanzati clandestini. Perché se vuoi essere libera, devi dimenticare persino chi amavi di nascosto e avresti voluto con te nella nuova vita. Tiziana Dal Pra, presidente di Trama di Terre, una delle poche associazioni in Italia che aiuta queste ragazze, sceglie una frase di Christa Wolf per spiegarlo: «“Tra uccidere e morire c’è una terza via, vivere”. Ossia per queste donne, fra l’uccidere una parte di sé e il morire per mano delle loro famiglie, c’è la vita». Per le ragazze è impossibile non fare errori, riuscire a stare lontano da tutti e non cedere ai tentativi di riavvicinamento. Ma è l’unica strada.

Jasmine non ce l’ha ancora fatta. Seduta in quel salotto, lontana chilometri da casa sua, racconta della solitudine che la mattina ammazza il fiato e della libertà che fa a pugni con il ricordo di aver abbandonato una madre. A Fq Millennium dice che il giorno in cui ha deciso di scappare di casa è durato un istante. Ha preso un sacchetto e nascosto i vestiti sotto un quaderno: «Sai quando dici che sei partito con una valigia mezza vuota? Io non avevo nemmeno la valigia». Sotto il braccio la borsa grande da riempire fino a sfondare e dentro quasi niente. «Ho preso le foto. Ma ho dovuto lasciare gli orsacchiotti di peluche». Nessun tempo per ripensare al piano: ha attraversato il corridoio, chiuso la porta e all’improvviso non esisteva più. «Non ho potuto salutare la mia mamma, nessuno. Mi dispiace, è una colpa che sento».
Colpa. È la parola che ripete continuamente. «Non so se ha capito o se mi odia per quello che ho fatto. Ero molto cambiata e ho dovuto fare questa scelta per me stessa. Quando perdi qualcuno però ripensi a tutte le cose che non gli hai dato». Jasmine, nata in Pakistan e orfana di padre, è in Italia da quando aveva dieci anni. Viene iscritta a scuola, ma presto si accorge che è una formalità: deve stare in casa con la madre. Per un po’ riesce a resistere, ma le pressioni si fanno ogni giorno più forti: non può andare in gita, frequentare le feste, indossare vestiti stretti, iscriversi in palestra o fare stage di lavoro. Lei vuole, ma non può.
Le cose peggiorano quando decide di togliere il velo: «Vedevo le mie compagne che si facevano le acconciature e pensavo ai miei capelli lisci che non potevo far vedere a nessuno. Non è giusto. Perché i miei fratelli possono fare quello che vogliono e io no? Sono testarda e so che rispondevo sempre male. Ma loro mi provocavano: mi svegliavano di notte per farmi pregare. Neppure loro sono praticanti, che senso ha?». Poi la frase, ripetuta sempre e ossessivamente: «Sei la vergogna della nostra famiglia. Se papà fosse vivo ti avrebbe già uccisa». Si ferma: «Sono sicura che l’avrebbe fatto». Lo dice con tutta la freddezza di mesi a costruirsi una maschera, senza muovere un muscolo: «Mio fratello maggiore ha alzato due volte il coltello contro di me. Da quel momento non ho più reagito. Rischiavo troppo». Per un po’ tiene duro, fino a quando la mamma non le rivela il piano: «Mi disse: “Hanno ragione i tuoi fratelli, ti manderemo in Pakistan per farti sposare”. Ho capito che non potevo più aspettare».
Quella è stata la parte con l’adrenalina, quando tutto va troppo in fretta per pensare e c’è solo da seguire l’istinto. Poi la nuova vita e la lotta quotidiana contro il vuoto di non poter più chiamare la mamma. Neppure per litigare. «Il mio sogno era andarmene via con lei. Vivere sole noi due. Ma diceva che non era possibile. È difficile per lei capire, è anziana ed è cresciuta in quella cultura. So che le hanno fatto il lavaggio del cervello. Ma io sono cambiata. Mi spiace così tanto. Avrei dovuto essere il suo aiuto». Il nome finto che ha scelto per sé viene da un film, è quello di una delle eroine. «È bella e forte. Come voglio essere io». Il problema è il passato che non la lascia andare, che non le dà tregua e la assale quando meno se lo aspetta: «Sono molto fredda. Ho congelato i ricordi e faccio finta di niente. Ma quando penso di aver dimenticato, all’improvviso tornano. E piango, è ovvio». La parte più difficile ora è cosa fare con la libertà. «Molti pensano che dopo che sei scappata inizi a bere, fumare e vuoi solo andare a letto con qualcuno. I miei fratelli pensano che io faccia la prostituta. Ma io non bevo e non fumo e voglio trovare l’uomo giusto per il mio futuro. Poi magari faremo dei figli insieme. Se succederà, darò loro tutto quello che non ho avuto. Le attenzioni, i giochi. Tutto». Qui fa il primo sorriso: «C’è un ragazzo che mi piace. Dovrei scrivergli un messaggio? Non so come si fa. Devo fare il primo passo? Sono timida. Mio fratello mi gridava sempre: “Senza di me non sei nessuno”. Te lo credo che non ho fiducia in me. Adesso ho paura che rimarrò sola per sempre. Ma almeno posso decidere. Lo dicevo ai miei fratelli: “Dormo io, sposo io”. Sono io che devo dormire ogni notte con un uomo, sempre io che devo scegliere chi sposare».
È un percorso lungo, cercare quello che si voleva essere e provare a diventarlo da soli. «Potrei telefonare a casa, ma ho paura. So che mi insulterebbero e non sono ancora pronta per quelle parole. Però so anche che la mia mamma è malata e che quando avrò il coraggio di chiamarla, potrebbe essere troppo tardi».

Tra chi ce l’ha fatta c’è Prya, indiana promessa al cugino di primo grado quando era minorenne. Per tanto tempo ha detto che non se la sentiva di sposarlo perché era troppo piccola. La famiglia ha fatto finta di ascoltarla, finché l’ha portata in India. Anche lì ha cercato di ritardare la cerimonia, ma la sorte era già scritta. L’ultima resistenza è stata rifiutarsi di andare a letto con il marito. Un disonore troppo grande e il padre l’ha punita. Nonostante le botte, subite ogni notte per settimane, Prya non ha mai ceduto e una volta tornata in Italia è scappata. Ci sono voluti anni per ricostruire la sua vita, ma ora è riuscita a ricongiungersi con la mamma e la sorella. È solo una delle tante. Durante le ricerche contattiamo Shirin, pakistana. La storia è simile a tante altre: il biglietto aereo in piena estate per tornare in patria, le nozze combinate e la richiesta d’aiuto dal Pakistan inviata a un’amica. Un miracolo delle operatrici permette il rientro in Italia e quindi la fuga: prima il contatto con l’ambasciata sul posto e poi l’interessamento delle istituzioni in via informale. Anche quando non puoi fare nulla di concreto, le pressioni aiutano. Shirin sembrava disposta a raccontare la sua storia e ci ha pensato una settimana prima di annullare tutto: la famiglia l’ha già rintracciata una volta e lei ha dovuto morire, cioè sparire, di nuovo. Non se la sente.
Stesso copione per Asiya: 23 anni e originaria del Nord Africa. Per due anni ha vissuto con l’uomo scelto dalla famiglia. Si è ammalata di depressione e che lei stava male se ne è accorta un’operatrice. Ora vive nascosta sperando che si dimentichino di lei. Un’intervista? Sa che servirebbe per aiutare le altre, ma ha troppa paura.

In Italia non esiste una legge sui matrimoni forzati, ma, grazie alla ratifica della Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne (2011), questi abusi rientrano nel reato di maltrattamenti, puniti con l’articolo 572 del codice penale (da 2 a 6 anni di carcere). In mezzo c’è il lavoro quotidiano di operatrici ancora troppo sole. C’è una rete che, se funziona, vede in prima linea i servizi sociali e i centri antiviolenza. Chi da anni lavora sul tema ed è considerata un’eccellenza è l’associazione Trama di Terre, fondata a Imola nel 1997. Dal 2011 si è occupata di 49 donne: 31 dal Pakistan, 4 dall’Albania, 3 dal Bangladesh, 3 dal Marocco, 2 dall’India, 1 dallo Sri Lanka, 1 dalla Tunisia, 1 dalla Costa d’Avorio, 1 dall’Afghanistan, 1 dal Kurdistan, 1 dall’Iran.
L’assistenza è un percorso lungo e il primo problema è a chi dare l’allarme: servono il momento e la persona giusta, che sia l’insegnante, una bidella o il referente dello stage. «Dopo la prima richiesta», spiega l’operatrice e responsabile del centro antiviolenza di Trama, Alessandra Davide, «cerchiamo di vedere di nascosto le ragazze e ci vogliono vari colloqui prima che decidano di scappare. È complesso comunicare e dobbiamo inventarci strategie per incontrarle dove non sono controllate dalla famiglia». Se la giovane ha meno di 18 anni vengono contattati i servizi sociali, quindi la Procura dei minori e si può procedere con l’allontanamento. Se maggiorenne, invece, è la ragazza che deve decidere da sola.
La parte più difficile è preparare alla separazione dagli affetti: «Come si fa? Si dice la verità», spiega Alessandra Davide. «Il vuoto che ti lascia l’addio alla famiglia è devastante. Noi offriamo sostegno per affrontare il dolore, ma quel vuoto non lo riempirà mai nessuno. Si annullano per poi ricostruirsi un’identità, è un processo difficile».
Sul matrimonio di queste donne si gioca l’onore della famiglia. Spesso vengono sposate con i primi cugini per far sì che le ricchezze non escano dal nucleo, mentre altre, se hanno la cittadinanza italiana, diventano il modo più veloce per dare il passaporto a un familiare. In alcuni casi poi, è una punizione per quelle che non seguono le regole della comunità e vogliono vivere all’occidentale. «Le ragazze che chiedono aiuto hanno chiaro in testa che non vogliono condividere nessuna intimità con chi non hanno scelto. Noi riteniamo che si tratti di un vero e proprio stupro legalizzato. Ma a volte nemmeno questo basta per denunciare i genitori». Per chi decide di andare avanti si prepara la fuga. «Per sicurezza, le ragazze sono trasferite il più lontano possibile da casa e chiediamo loro di scegliere un falso nome, anche se poi non abbiamo il diritto di modificare i documenti. È la banalità della burocrazia quotidiana: c’è sempre il rischio che, durante una pratica, la notifica finisca alla residenza della famiglia».
Il controllo della comunità d’origine è sistematico: subito dopo la scomparsa della ragazza, inizia un’indagine tramite i referenti sul territorio e le informazioni circolano velocissime.

Il pericolo non è solo essere rintracciate, ma rimettere in gioco la decisione. Passano i mesi e iniziano i tentativi di contatto da parte delle famiglie: lettere, richieste di incontri e, per chi ce la fa, telefonate. Tramite avvocati, operatrici o mediatori, le famiglie abbandonate fanno di tutto per riavere a casa le figlie. «Le mamme, i papà e i fratelli», continua Alessandra Davide, «sono attori incredibili. Colgono la tua fragilità e la utilizzano per farti tornare. Promettono che tutto sarà diverso o fanno leva sulla minaccia che ci saranno ritorsioni sulle madri, le sentinelle che erano incaricate di vigilare su di loro. Capita che le ragazze non solo riallaccino i rapporti, ma anche decidano di tornare a casa». Se maggiorenni, nessuno le può fermare. «Ognuna decide per sé, noi possiamo solo dare consigli e continuare a seguirle. Le promesse delle famiglie non vengono quasi mai rispettate e il controllo diventa ancora più rigido». Con il rischio che, una volta rientrate, siano portate nel Paese d’origine per riparare al disonore con un matrimonio. «Una volta fuori dall’Italia, non possiamo più fare niente. Il fatto che non sia stata approvata la riforma della cittadinanza è stato un grave danno. Se le nate qui fossero italiane, avremmo più strumenti di intervento. Se non si svincola il permesso di soggiorno dalla famiglia, questo diventa inevitabilmente un ulteriore ricatto».
Il rientro è uno dei momenti più delicati per chi ha seguito da vicino un percorso di “autodeterminazione”, che a Trama ci tengono a definire femminista perché «mette al centro il tuo essere donna». «Vedo nei loro occhi», spiega la presidente Dal Pra, «la fiamma di chi sa che deve lottare per se stessa. Ma è dura. Da poco una delle nostre è tornata a casa e sappiamo che è in pericolo. Ora le dicono: “Se scappi ti ammazziamo”, mentre prima non c’era questa minaccia. Qui si vede il nostro limite». Il ritorno è la parte più difficile da capire. «Sono donne sole. Pagano e pagheranno per tutta la vita l’emarginazione culturale e dalla loro comunità». E anche per questo è sbagliato pensare che fuggano perché affascinate dall’Occidente: «Vogliono solo essere libere di amare. Ma per esserlo, sono costrette a lasciare affetti che non troveranno più. È un dolore straziante. Credo che servirebbero dei gruppi di auto-aiuto delle donne, dove chi è fuggita diventa un sostegno per altre. Il mix di patriarcato e controllo dovuto alla religione è micidiale e non basta quel bisogno primario di libertà a permetterti di resistere».
Il problema per Dal Pra è anche la solitudine di chi tratta queste storie: «Il relativismo culturale porta tanti a giustificare i matrimoni forzati. A dire “è la loro cultura”. Noi abbiamo subito negli anni un forte isolamento politico per le nostre posizioni».
Il matrimonio forzato è un reato in molti Paesi europei: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Danimarca, Germania, Gran Bretagna e Norvegia. Ma il dibattito è molto acceso.
L’associazione inglese Southall Black Sisters, con cui ha collaborato anche Trama di Terre, sostiene che penalizzare il reato sia negativo perché molte non vogliono che le famiglie siano perseguite e sono disincentivate a ribellarsi. Secondo l’avvocatessa Monica Miserocchi, che ha seguito numerosi casi, avere un reato specifico serve invece a fare chiarezza: «Sarebbe un messaggio importante per le comunità, far capire che questa pratica è sbagliata e che da noi non si può fare». Attualmente in Italia, dice, se ne sottovaluta la gravità: «La lentezza dei procedimenti», spiega, «lascia le ragazze in un limbo dolorosissimo. Senza contare che, se la loro sicurezza non è a rischio, non vengono emesse misure cautelari nei confronti dei parenti e quindi i tempi delle decisioni giudiziarie diventano ancora più lunghi». E non avere una sentenza, per vittime combattute tra la fuga e il ritorno, mette a rischio la vita. «Vogliono tutte salvare la madre o la sorella, ma devono prima salvare loro stesse», chiude Miserocchi. «Se tornano non cambierà nulla, ma non possiamo fermarle».
Che cosa fa lo Stato? Il dipartimento per le Pari opportunità ha inserito il contrasto ai matrimoni forzati nelle linee guida 2017-2020 del Piano d’azione contro la violenza sessuale e di genere. Ma poi la legislatura è finita e di evoluzioni concrete ce ne sono state poche. L’urgenza è quella di saper riconoscere i casi in cui l’unione combinata è un maltrattamento e riuscire a strutturare un sistema di protezione non affidato, come ora, solo a soluzioni “creative”.  «Serve un lavoro di rete», spiega Maria Concetta Storaci del Consiglio nazionale assistenti sociali. «Spesso sono vittime invisibili. Se non frequentano la scuola, gli unici a poterle segnalare sono i medici. Gli episodi sono destinati ad aumentare in una Italia in evoluzione e a fronte di nuovi arrivi». Un primo passo sarebbe cominciare a contare i casi: a Palermo è nato a dicembre scorso l’Osservatorio per spose bambine e matrimoni forzati. È qualcosa, ma è solo l’inizio.
Fondamentale resta il dialogo con le comunità etniche, dove la pratica di imporre un marito alle giovanissime è ancora largamente accettata. Iqbal Singh, indiano da oltre dieci anni mediatore culturale a Reggio Emilia, ha seguito molte ragazze che hanno deciso di scappare. «Sono casi che spesso avvengono in contesti di fragilità. I padri sono lavoratori sfruttati che vengono da famiglie in difficoltà, poi colpite dalla crisi economica. Non hanno il tempo di pensare». La questione è generazionale e le cose cominciano a cambiare: «I figli iniziano a mettere in discussione il modello, ma con difficoltà. È come se vivessero in due mondi: vanno a scuola in Italia, tornano a casa e sono in India o in Pakistan. Cercano autonomia, anche economica, ma sono ancora dipendenti dalla loro comunità. Il percorso è lungo».
Sabika Shah Povia, giornalista pakistana nata in Italia e parte del movimento Italiani senza cittadinanza, la chiama “generazione di transizione”: «Siamo divisi tra il desiderio di mantenere il legame con la famiglia e quello di far parte della società italiana, i cui valori spesso sono diametralmente opposti». Tra cui la diversa concezione del matrimonio: «Non dobbiamo vederlo con la lente dell’Occidente. Da noi è considerato un contratto, l’amore va in secondo piano. È la nostra cultura. I genitori ti propongono una persona con cui credono tu possa avere affinità, spesso scelta per comodità all’interno della famiglia, e molte l’accettano. Ci sono pressioni, ma dipende dai contesti. Servirà ancora tempo perché cambi la tradizione».
Intanto Jasmine, nel salotto della sua casa rifugio, dice che dove la porterà il destino va bene.
Basta che sia in un posto dove può essere libera.

L’università, la ricerca e gli eccessi dell’inglese - Alberto Asor Rosa



Chi sa cosa sono i Prin? I Prin sono i “Progetti di ricerca di rilevante interesse nazionale”.
Ossia quelle proposte di ricerca scientifica in tutti i settori e sotto-settori dello scibile, che il Miur (il ministero dell’Università e della Ricerca scientifica) s’impegna a finanziare dietro accurato esame da parte di apposite commissioni, ovviamente anche loro disciplinatamente selezionate in base alle diverse competenze scientifiche. Si rivolgono ai ricercatori impegnati ai diversi livelli nelle università italiane.
Sono cioè una cosa estremamente importante. È chiaro che senza i Prin la ricerca scientifica universitaria sarebbe pressoché agonizzante. Per giunta, quest’anno l’investimento è particolarmente rilevante (penso): 391 milioni di euro.
Benissimo. Ora, il punto sul quale vorrei attirare l’attenzione è il seguente. All’articolo 4 del bando sono elencate le modalità di «presentazione della domanda». E cosa troviamo, per la prima volta nella storia dei Prin? Troviamo che «la domanda è redatta in lingua inglese»; e che, soltanto se il proponente decide di farlo, «può essere fornita anche una ulteriore ( ulteriore!) versione in lingua italiana». E cioè: l’immensa mole della ricerca scientifica universitaria italiana, per esprimersi ed essere riconosciuta nelle sua validità, deve esprimersi, per farsi riconoscere, in lingua inglese. Solo se lo si desidera — è una specificazione chiaramente di secondo ordine e piano —, può tentare di spiegarsi anche nella ormai antiquata e inappropriata lingua italiana. E cioè: l’interesse nazionale dei Prin deve essere «rilevante»: e però, nonostante l’altisonante autocertificazione, la nazione non entra più, nei modi che le sono propri, nella definizione della richiesta.
Potrebbero verificarsi casi di questo genere (e probabilmente si sono verificati). Se fossi ancora in servizio quest’anno, avrei presentato una domanda così formulata: «I intend to carry out research on Dante’s usage of the tercet in the Comedy as a contribution to our knowledge of the early Italian language».
Ovviamente è un caso estremo, che porta alla risibilità più totale la richiesta del Miur. Ma non vorrei fare distinzioni fra settore scientifico e settore scientifico né fra materia e materia. Perché mai i matematici, i fisici, gli ingegneri, i medici, i giuristi, non dovrebbero formulare le loro richieste nella lingua che è loro propria, e cioè appunto, nazionale, come hanno sempre fatto? Ipotesi: si vuol rendere la cosa più semplice ai commissari che magari potrebbero non conoscere una parola d’italiano (anche questo può accadere)? Allora la formula più corretta sarebbe: «La domanda è redatta in italiano» (veramente non ci sarebbe bisogno di dirlo), e: «A scelta del proponente in una delle lingue straniere che hanno maggiori attinenze con argomenti e obiettivi della ricerca» (che so, il giapponese, se la ricerca riguardasse laStoria di Genji della Signora Murasaki, o in francese, se riguardasse Madame Bovary di Flaubert). Sullo sfondo — a parte le domande di ricerca —, c’è una questione immensa, che in chiusura possiamo solo sfiorare. È presente a livello globale, ma in Italia, come sempre qui da noi accade, in forma più virulenta, ed è la seguente. Una lingua è uno strumento d’informazione, — serve a sapere quanto più si può; ma è anche uno strumento di comunicazione, — serve a trasmettere quanto più si può. Ma è anche uno strumento identitario, anzi lo strumento identitario più possente che esista. Ossia: uno è la lingua che parla. Se non la parla, non la legge e non la scrive più, l’identità va a farsi benedire. E, naturalmente, se, come penso, il fenomeno va generalizzandosi, è evidente che il rischio è ancora maggiore. Se la prospettiva è questa, tanto varrebbe essere conseguenti fino in fondo. E cioè: si potrebbe decidere e richiedere che dall’anno prossimo non solo le domande di ricerca, ma anche i risultati, che in seguito ai finanziamenti erogati ne possono scaturire, siano in inglese. Perché no? In un paese come l’Italia dove la conoscenza delle lingue straniere fa pena, la ricerca scientifica “nazionale” farebbe invece un balzo in avanti, immergendosi di colpo, senza più intermediazioni antiquate, nell’universo della comunicazione scientifica universale. Un altro brandello d’identità sarà strappato, almeno potremo rinunciare, per regolamento, alla scomoda e inutile stesura del riassuntino nella lingua degli avi, e cioè il pereunte italiano.
da qui

Beauty and Aggression - Mania Akbari

Migranti, gli hotspot italiani: storia di una prassi illecita - Tiziana Carmelitano



A distanza di oltre un anno dalla nota pronuncia della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sul caso Khlaifia, l’Italia non ha ancora adottato, contrariamente a quanto richiesto, una normativa per regolare la permanenza dei migranti nei cosiddetti hotspot.
La sentenza Khlaifia avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta nella tutela dei diritti dei migranti in queste sedi, perché l’illegittimità dei loro trattenimenti veniva accertata, per la prima volta, da un organismo giurisdizionale, per di più a carattere internazionale e con competenza specifica a valutare le violazioni dei diritti umani.
E invece il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa – organo preposto al controllo dell’esecuzione delle sentenze emesse dalla CEDU – richiama l’Italia, chiedendo di fornire informazioni dettagliate, entro la fine di giugno, sul quadro normativo disciplinante l’attività degli hotspot, la durata media del soggiorno delle persone che vi sono collocate prima e dopo la loro identificazione, nonché la prassi relativa alla libertà di movimento dei migranti identificati.
Nella decisione adottata il 15 marzo scorso, proprio in relazione allo stato di esecuzione della sentenza Khlaifia, il Comitato dei Ministri evidenzia, in particolare, la necessità di conoscere le misure adottate o previste dall’Italia per legittimare eventuali limitazioni della libertà personale dei migranti situati negli hotspot.
In assenza di una chiara base giuridica, il loro trattenimento rischia di sfociare in una detenzione illecita che viola il diritto alla libertà personale sancito dall’art. 13 della nostra Costituzione oltre che dall’art. 5 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. L’attuale normativa italiana, infatti, permette la detenzione amministrativa dei migranti solo all’interno dei CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio).
La richiesta di chiarimenti da parte del Comitato dei Ministri non sorprende affatto. Il vuoto giuridico che caratterizza gli hotspot italiani è, ormai da tempo, denunciato tanto dalle istituzioni quanto dalle Associazionia tutela dei diritti umani.
Mauro Palma, Garante delle persone private della libertà, ha più volte ribadito che gli hotspot sono un “limbo giuridico perché in una situazione di privazione della libertà ci deve essere sempre un’autorità giudiziaria che confermi o meno quella privazione“.
In effetti, “ci troviamo di fronte a delle violazioni dei diritti umani che non si riscontrano in altri contesti” in quanto “i migranti, almeno a Lampedusa, sono reclusi all’interno della struttura senza poter incontrare un avvocato o un giudice che convalidi il loro trattenimento”, ha affermato l’avvocato Gennaro Santoro (CILD) durante la conferenza stampa del 10 aprile, tenutasi alla Camera dei Deputati per presentare il Dossier di CILD, IndieWatch e ASGI sull’hotspot di Lampedusa.
L’intervento del legislatore è quindi indispensabile. La libertà dei migranti non può essere determinata dalle scelte arbitrarie delle autorità di polizia senza il vaglio del giudice e la possibilità di presentare un ricorso in tribunale. È opinione condivisa che serva una normativa per disciplinare l’organizzazione e il funzionamento di queste strutture.
C’è da dire che solo nel centro di Lampedusa i migranti sono totalmente “reclusi”, mentre negli altri 4 hotspot (Trapani, Pozzallo, Messina e Taranto), dopo l’identificazione, sono almeno liberi di entrare e uscire pur con qualche limitazione.
I trattenimenti forzati, inoltre, generano una sorta di effetto domino che porta a violazioni di altri diritti umani e a situazioni lesive della dignità umana. Gli hotspot, introdotti su indirizzo della Commissione Europea nel 2015 senza alcuna base giuridica, sono infatti del tutto inadeguati ad “ospitare” persone per periodi prolungati.
Non bisogna dimenticare che si tratta di strutture concepite come luogo di mero transito dove svolgere, entro 48 ore, le operazioni di identificazione e trasferimento verso altre tipologie di centri a seconda che il migrante abbia fatto richiesta di asilo o sia in via di espulsione.
Le condizioni di vita al loro interno “sono a malapena tollerabili per un paio di giorni e diventano insopportabili se la permanenza prosegue oltre le 48 ore” afferma Mauro Palma, tuttavia “in molti casi sono stati trovati soggetti migranti, già identificati, la cui permanenza si prolungava da oltre due settimane”.
>Il racconto che viene fuori dal Dossier di CILD, IndieWatch e ASGI, sull’hotspot di Lampedusa è agghiacciante, tanto che l’avvocato Laura Crescina (ASGI) parla di “trattamenti disumani e degradanti“.
Non esiste una mensa e il cibo, che gli ospiti devono consumare in stanza o all’aperto, è di scarsissima qualità; i water alla turca e le docce sono senza porte e i materassi sporchi e malmessi; i cameroni con i letti uno affianco all’altro possono ospitare fino a 36 persone senza nessuna separazione tra donne, uomini e bambini.
E ancora:
Non ci sono lenzuola (…). L’acqua calda è assicurata solo per 1 ora al giorno, l’acqua corrente è interrotta dalle 21 alle 7 (…). Nel centro non vi è una lavanderia, un  cortile o un luogo per pregare. Viene fornita una sola bottiglia d’acqua per tuttala giornata. (…). Le condizioni di sicurezza sono praticamente inesistenti, determinando una situazione lesiva dei diritti e della dignità di tutte le persone accolte ma in particolare di quelle più vulnerabili.
Come se tutto ciò non bastasse, i migranti, in particolare quelli di nazionalità tunisina, spesso si trovano nell’impossibilità di formalizzare la proprio domanda di asilo. Questo significa, come spiega Laura Crescina, che “anche ai richiedenti asilo non viene concesso un permesso di soggiorno. Senza permesso di soggiorno queste persone non posso lasciare né l’hotspot né l’isola di Lampedusa”.
Il Viminale, il 13 marzo scorso, ha annunciato la chiusura temporanea dell’hotspot di Lampedusa per “lavori di ristrutturazione”, dopo l’incendio appiccato per protesta dai migranti l’8 marzo. Tuttavia il centro potrebbe essere ancora funzionante. “Anche se sembra assurdo date le condizioni in cui già versava l’hotspot”, dice Gennaro Santoro, “pare che dopo il trasferimento di tutti gli occupanti, siano stati accolti nel centro nuovi migranti a seguito di due sbarchi sull’isola”.
Ottenere informazioni precise per documentare ciò che davvero accade all’interno degli hotspot non è così facile. Nonostante l’abrogazione della Circolare del ministero dell’Interno che vietava l’ingresso degli organi di stampa e delle Associazioni all’interno di queste strutture, grazie soprattutto all’impegno della Campagna LasceteCIEntrare, le richieste di accesso spesso continuano a essere respinte.

sabato 28 aprile 2018

Parole Sante


Patricia Carmelitas Hondarribia Noya

Nosotras vivimos en clausura, llevamos un hábito casi hasta los tobillos, no salimos de noche (más que a Urgencias), no vamos a fiestas, no ingerimos alcohol y hemos hecho voto de castidad. Es una opción que no nos hace mejores ni peores que nadie, aunque paradójicamente nos haga más libres y felices que a muchxs. Y porque es una opción LIBRE, defenderemos con todos los medios a nuestro alcance (este es uno) el derecho de todas las mujeres a hacer LIBREMENTE lo contrario sin que sean juzgadas, violadas, amedrentadas, asesinadas o humilladas por ello.
HERMANA, YO SÍ TE CREO

Comunità ebraiche con la memoria di Netanyahu - Moni Ovadia




La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.

E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?

No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.

Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu.

Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.

Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.

Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.

Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.

Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affrontoa est di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).

E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo.


venerdì 27 aprile 2018

Sulla psicoterapia - David Smail


Discorso tratto dalla Conferenza annuale dell’Associazione delle facoltà di Psicoterapia tenutasi all’Università di Surrey nel Novembre 1999 - David Smail


Inizierò con l’elencarvi una lista di qualità caratteriali.
L’essere gentile, sensibile, intelligente, conoscere l’arte e le discipline classiche,l’essere intuitivamente percettivo, d’appoggio agli altri senza risultare invadente, premuroso più che loquace, attraente, fedele, amante dei bambini, saper pulire e cucinare bene.
Potreste averci messo un po’ a rendervi conto, sentendovi quasi offesi, che ciò che sto cercando di definire non sono le qualità di un buon terapista, ma quelle di una buona moglie.
Quindi, a parte la natura delle caratteristiche sopraelencate (per non parlare di come appaia politicamente scorretto), ciò che rende particolarmente offensivo ed arrogante il definire con esattezza "una buona moglie", è l’ipotesi radicata che tutte le donne abbiano bisogno di ispirarsi ad un particolare ruolo "stereotipato", come se esistesse davvero un solo modo per essere una brava moglie.
Scommetto che la maggior parte delle persone che considerano inaccettabile il fatto che si elenchino determinate qualità per definire una buona moglie, considererebbe più normale fare una lista delle caratteristiche che un "buon terapista" dovrebbe avere.
Per come la vedo io, l’unica ragione potrebbe essere che in fondo alla nostra mente esiste l’idea che ci sia realmente un solo modello di buon terapista, o comunque una serie di caratteristiche in grado di definire, come viene orribilmente chiamata oggigiorno, la "perfezione " della psicoterapia.
Ho infatti il sospetto che questa idea sia davvero radicata nella nostra concezione di psicoterapia.
Quando ripenso ai pazienti di cui mi sono occupato finora però, tale concetto non sembra essere confermato dall’esperienza. Non solo non sono stato in grado di aiutare tutti coloro che ho avuto in cura (cosa che, mi rendo conto, non può che dimostrare che non sono un buon terapista); ma ho anche incontrato molti pazienti che sono stati senza dubbio aiutati da terapisti piuttosto diversi tra loro.
E’ vero che ho più o meno un’idea del tipo di terapista al quale vorrei rivolgermi in caso di necessità, e suppongo che le caratteristiche che citerei coinciderebbero con quelle che elencherebbero molti altri (ma non tutti) terapisti di professione.
Mi sembra molto probabile però, che si tratti di un fenomeno che avviene tra "persone del nostro campo": vorremmo essere visti da gente che rappresenti ciò che ci piace pensare di essere.
Invece, ripensando a tutti quelli che ho incontrato nel corso della mia esperienza, mi rendo conto che molti di loro sono stati aiutati da terapisti completamente diversi da me e da come vorrei essere. Ricordo pazienti estremamente riconoscenti e soddisfatti dopo essere stati assistiti da terapisti che invece a me erano sembrati : arrogantemente intransigenti; direttivi e sicuri di loro stessi; talmente smielati e sentimentali da rendersi noiosi; eccessivamente religiosi; completamente immersi in chissà quali impenetrabili sistemi magici; così sempliciotti e pieni di luoghi comuni da risultare più che banali.
Certo voi potreste pensare che "psicoterapisti" non sia il termine esatto per definire tipi del genere, e suppongo che, tecnicamente, potreste anche avere ragione. Fatto sta che, almeno nei casi che mi vengono in mente, l’aiuto fornito da questi personaggi si è rivelato a quanto pare essenziale, o per lo meno tanto determinante e duraturo quanto quello ottenuto usando approcci psicoterapeutici più convenzionali.
L’unica maniera, quindi, che ci darebbe modo di definire, se non un singolo tipo di " buon terapista", almeno una gamma limitata di essi, esisterebbe solo nel caso in cui la psicoterapia consistesse in una procedura tecnica con obiettivi ben precisi e strumenti chiari per raggiungerli.
Naturalmente molti terapisti affermano che la psicoterapia sia proprio questo, ed anche la maggior parte di quelli che non lo pensano si comporta come se lo fosse: dopotutto esistono corsi universitari, programmi di accreditamento, registri, ecc., tutte cose che dimostrano che in realtà esistono canoni per definire una buona psicoterapia.
In questo caso comunque ci si concentra più sulla procedura che su chi la porta avanti. Malgrado la considerevole prova( da considerarsi l’unica convincente) che siano le capacità dei terapisti e non la tecnica terapeutica che portano ai miglioramenti riscontrati in questo campo, si continuano a selezionare candidati che provengono da scuole particolari o che hanno studiato un certo tipo di terapia e si continua a difendere la loro qualità tentando di imprimerla, con una violenza completamente inspiegabile, sul terreno della validità dimostrabile.
È comprensibile che, visti i presupposti, qualsiasi imparziale osservatore del nostro operato, penserebbe che la psicoterapia sia una procedura tecnica (quasi medica), e che chi la pratica possa farlo in modo più o meno intercambiabile con i colleghi.
Ecco perciò, la visione che la gente comune, sotto l’influenza dei mass-media, ha della psicoterapia.
Nelle associazioni che formiamo, nei corsi di preparazione che organizziamo, i registri che proponiamo, gli elaborati e le ricerche che conduciamo, è presente in maniera opprimente il considerare la psicoterapia come una tecnica professionale che guida i nostri pensieri e le nostre azioni.
Tuttavia ho il sospetto che nel più profondo della nostra mente, cioè quella parte che viene fuori durante le chiacchierate informali al bar e così via ( normalmente chiamata paraprassia professionale), siamo consapevoli del fatto che la psicoterapia non è questo, e che tra terapista e paziente si instaura un rapporto più personale che tecnico.
Quindi perché rimaniamo così tenacemente aggrappati ad un’idea di psicoterapia che non solo viene smentita dalla nostra esperienza lavorativa ma che non è neanche avvalorata dalla maggior parte dei testi scientifici che trattano l’argomento?
La breve ma inevitabile risposta è che lo facciamo nel nostro interesse. O meglio nell’interesse di chi vuole guadagnarsi da vivere praticando la psicoterapia creandosi un quadro di accreditamento professionale ; è nell’interesse dei potenziali destinatari dei nostri servizi, per mettergli a disposizione un modo per rendere più semplice il loro cammino verso un alleggerimento del loro dolore; è nell’interesse di quelli che si trovano all’interno del mercato accademico e che desiderano crearsi una stimabile reputazione di "scienziato in buona fede" per essere conforme ai modelli convenzionali di ricerca che utilizzano variabili oggettivamente misurabili.
E’ inoltre nell’interesse di una società che causa danni immensi a gran parte della popolazione per poi presentare quei danni come la conseguenza di un’aberrazione psicologica fondamentalmente individuale, curabile a priori attraverso un intervento terapeutico.
A me sembra per lo più che noi siamo, se non ciechi, estremamente confusi riguardo al ruolo di interesse non solo nella nostra motivazione personale, bensì nel nostro comprendere la motivazione in genere.
A questo riguardo non posso astenermi dal fare una piccola divagazione riguardante il ruolo di interesse nelle origini della nostra disciplina.
In questo farò ampio riferimento ad un testo che scrissi qualche anno fa.
Appena lessi le lettere di Freud a Wilhem Fliess, mi colpì il modo in cui rivelavano l’urgenza che Freud aveva di inventare delle cure praticabili, che gli avrebbero permesso di guadagnarsi da vivere.
Sembra quindi ( anche troppo chiaramente ), che ciò con cui abbiamo a che fare in questo caso non sia l’immagine di un uomo dedito alla scienza che mira alla verità qualunque sia il costo personale ( cioè un vero mito del diciannovesimo secolo ), ma, per passare all’orribile gergo del business moderno, quella di un uomo con idee innovatrici che cerca un posto sul mercato dove inserirle.
Se i suoi pazienti erano motivati da impulsi o desideri sessuali, Freud sembrava invece spinto più dal bisogno, a noi tutti molto noto, di "restare a galla" dal punto di vista finanziario.
Lasciate che ve lo dimostri.
Le seguenti citazioni tratte dalle lettere di Freud a Fliess sono state scelte perché particolarmente commoventi; anche nelle altre comunque ci sono esempi che mostrano la preoccupazione ansiosa di Freud riguardo al fatto di guadagnarsi da vivere.
Nella lettera del 2,11,1896, ad esempio, Freud esprime timore riguardante "la sua situazione lavorativa in quell’anno dalla quale dipende costantemente il suo umore ….
Dal 6.12.1896, le cose migliorano in qualche modo, " dopo aver goduto pienamente del lavoro e dei guadagni di cui ho bisogno per il mio benessere (dieci ore e cento fiorini )…"
Un paio di mesi dopo, la situazione si fa ancora più promettente (8.2.1897 ):
Al momento ho in cura dieci pazienti, uno dei quali proveniente da Budapest; dovrebbe arrivarne un altro da Breslau. E’ probabilmente un’ora di lavoro in più, ma mi sento al massimo proprio quando lavoro tanto.
La settimana scorsa, ad esempio, ho guadagnato 700 fiorini, non li ottieni non facendo nulla. Diventare ricchi deve essere davvero difficile.
In una delle lettere più interessanti della raccolta, quella in cui Freud annuncia a Fliess l’inizio del cambiamento della sua teoria sulla neurosi dalla seduzione alla fantasia (21.9.1897), è ricorrente il tema dell’insicurezza finanziaria che si muove a pari passo con le sue ragioni di abbandonare alcune delle sue precedenti affermazioni (es. quei padri potrebbero essere coinvolti in " diffuse perversioni " ).
La lettera inizia con l'osservazione di Freud sul fatto che "…è impoverito, al momento non ha lavoro", ed in seguito ammette : " la speranza di un successo eterno era così bella, come era bella quella di ricchezza duratura, di completa indipendenza, di viaggi, di riuscire ad alleviare i dolorosi problemi dei bambini, quegli stessi problemi che a suo tempo mi privarono della mia giovinezza."
Verso la fine della lettera poi, scrive con una nota di rimpianto: " è un peccato che non ci si possa guadagnare da vivere…. con l'interpretazione dei sogni!".
Probabilmente ancora più rivelatoria è la confessione che, tra le altre cose, svela l'abitudine di Freud di utilizzare il termine "pesce rosso" riferendosi ai pazienti ricchi.
Possiamo trovarla nella lettera a Fliess datata 21.9.1899:
"Una paziente con la quale ho trattato, un "pesce rosso", si è appena fatta annunciare; non so se accettare di prenderla in cura o meno. Il mio umore dipende anche fortemente dai miei guadagni. Il denaro è il mio "carburante del buon umore". Da giovane ho imparato che i cavalli selvaggi della pampas, una volta presi al laccio conservano una sorta di inquietudine per il resto della vita.
Allo stesso modo io, dopo aver conosciuto l'impotenza dell'essere povero, la temo continuamente.
Vedrai che se questa città mi fornirà un ampio sostegno il mio stile migliorerà e le mie idee risulteranno più corrette".
Sebbene ci troviamo tutti costantemente di fronte al rapporto complesso e conflittuale tra verità ed interesse personale, sembra esserci, allo stesso tempo, un'atmosfera di confusione totale attorno ad essi.
Oserei definirla quasi un'atmosfera di repressione. Ci vergogniamo del nostro interesse personale e cerchiamo di nasconderlo dietro a proteste di diversa motivazione (es., la ricerca della verità).
Non ammettiamo pubblicamente il nostro interesse, ma lo camuffiamo con mezzi retorici che alla fine ci distolgono dal significato delle nostre azioni (chiaramente questo non è il caso di tutti).
E' divenuta però un'arte intenzionale della distorsione della verità per interesse personale, praticata da persone che se ne intendono.
Si tratta naturalmente dell'arte del "raggirare", un'arte che, in maniera complessa, viene minuziosamente analizzata, quasi ammirata, sebbene lasciamo che ci inganni.
Nell'epoca moderna, ma probabilmente è sempre stato così, la verità è schiava dell'interesse. Difatti, nella cosiddetta epoca post-moderna, la distinzione tra verità ed interesse viene obliterata :la verità diviene un concetto del tutto pragmatico, e la conoscenza indistinguibile dal potere.
Comunque, ho il forte sospetto che questo sviluppo non sia altro che un comodo "gioco di prestigio intellettuale", che aiuta a legittimare la trasformazione di qualsiasi angolo del mercato in cui ci si trovi nel più grosso potenziale da sfruttare al massimo.
In conclusione, allentare il freno delle operazioni di interesse annienta la nostra capacità di comprendere ciò che facciamo.
Nel caso della psicoterapia, il desiderio incondizionato di perseguire l'interesse professionale, l’ossessione di avvalorare le nostre credenziali e di perfezionare una retorica di credibilità ,ci ha spinto in un vicolo cieco nel quale non riusciamo più ad individuare le reali caratteristiche della nostra impresa.
Infatti, il motivo per il quale non abbiamo una vaga idea di cosa caratterizzi una buona psicoterapia non è che il quesito non abbia soluzione, ma che ci rifiutiamo fermamente di porlo nel modo appropriato.
Insistiamo sul fatto che ci siano soltanto determinati tipi di risposte, ad esempio quelle conformi alla nostra nozione di psicoterapia come tecnica più o meno medica da apprendere.
Appena percepiamo le risposte che cominciano a prendere forma nella nostra attività, ci facciamo prendere dal panico ed indietreggiamo rifiutandoci di accettarle.
Quelle risposte ci mostrano chiaramente che la psicoterapia non è più efficace di qualsiasi altro approccio ai disturbi emotivi; che la tecnica non ha niente a che fare con i successi che si ottengono con la psicoterapia; che le caratteristiche personali del terapista sono più importanti, per ottenere risultati positivi, di qualsiasi fedeltà teorica; e che la formazione dei terapisti è per gran parte irrilevante visto che volontari non qualificati ottengono spesso gli stessi risultati se non migliori.
Mi rendo conto che tutto ciò costituisce una minaccia per i nostri interessi di categoria professionale, ma solleva anche domande piuttosto interessanti sulla natura di un impegno che pensiamo, in seguito alla nostra esperienza, abbia un certo valore.
Il nostro problema è che ci siamo preoccupati più di precisare le caratteristiche di una buona psicoterapia che di riconoscerle. Nel primo caso ci si concentra sulle tecniche, nel secondo sulle persone. Anche l'approccio Rogeriano, che iniziò con il riconoscere l'importanza delle qualità personali, cadde molto presto nella trappola del voler fare diventare ciò una tecnica attraverso procedure di formazione.
Piuttosto che semplici qualità da identificare, il calore umano e la compassione divennero materia di fabbricazione. La psicoterapia, come sicuramente, in fondo ai nostri cuori tutti sappiamo, non è una procedura tecnica come, ad esempio, l'odontoiatria, che può essere portata avanti in maniera intercambiabile da persone che sono state formate fino a raggiungere un livello di competenza accettabile.
Come il matrimonio, ad esempio, la sfera in cui si colloca la psicoterapia è molto più personale e razionale. I successi ottenuti dipendono non solo dalle qualità personali di chi vi prende parte (il paziente così come lo psicoterapista), ma anche dall’interazione tra loro. La ricerca che guarda a questi aspetti è ancora molto scarsa, se la si paragona alla ricerca spietata di effetti ricorsivi di variabili misurabili quali l’orientamento del terapista, la lunghezza del trattamento, ecc. Infatti, abbiamo appena iniziato a porre quesiti interessanti riguardo a ciò che occorre per una "buona" psicoterapia, ed anche qui, comunque, è molto discutibile affermare se questo tipo di domande possano essere proiettate in termini di ricerca convenzionale più di quanto non si possa fare con quelle che riguardano ciò che occorre per un "buon" matrimonio.
Vedremo che esistono, ad esempio, diversi tipi di psicoterapia.
Se alcuni individui risultano per così dire "più portati" nella psicoterapia, di altri (questione che abbiamo completamente evitato di trattare), ciò non vuol dire che sia possibile emulare le loro capacità personali .
Siamo ossessionati dal modello della produzione ed è alquanto improbabile che ci accontentiamo del semplice riconoscimento di "buona" psicoterapia quando ce la troviamo davanti.
Non c’è nessuna ragione evidente per la quale debba essere così: Siamo in grado, ad esempio, di apprezzare un buon musicista o un buon pittore senza possedere necessariamente le loro capacità artistiche.
In tutta la letteratura riguardante la psicoterapia è molto poca, a mio avviso, quella che illustra e che prende in seria considerazione la sua natura personale e relazionale.
Due scrittori che trattano questi aspetti sono Peter Lomas (3) e Paul Gordon (4).
Le lezioni che loro, come senza dubbio molti altri, devono dare, sono molto diverse dal tipo di "paraocchi intellettuali" (e dalla cattiva fede professionale) nei quali la retorica scientifica convenzionale ci costringe.
In contrasto con la immagine capziosa plasmata quasi esclusivamente dal nostro interesse a sviluppare un prodotto vendibile sul mercato, ci viene presentata una visione di psicoterapia come quintessenza dell’impegno umano pieno di incertezza, di fragilità, nel quale un qualche tipo di cura potrebbe emergere, forse, dal tentativo squisitamente vulnerabile di due persone che agiscono in buona fede, per quanto sia loro possibile.
Queste non sono sicuramente le basi sulle quali si può fondare una grande e lucrativa industria.
Dal mio punto di vista, non possiamo neanche iniziare a definire una buona psicoterapia o un buon psicoterapista se prima non rivediamo completamente il concetto che abbiamo della psicoterapia in generale.
Tale revisione non deriva soltanto da una posizione ideologica , ma dall’osservazione e dall’esperienza di un secolo di psicoterapia nel corso del quale, come scrivono Hillman e Ventura, il mondo è andato peggiorando.
Mi sento di affermare che il superficiale modello di azione umana che fa parte del pensiero della stragrande maggioranza degli psicoterapeuti convenzionali, risulta separato e depersonificato.
Con il termine " separato ", intendo dire che i protagonisti della terapia vengono considerati unicamente nel contesto del luogo in cui si svolge la terapia, così che l’importanza della loro personalità e dell’interazione tra loro viene enormemente enfatizzata in relazione alle possenti forze sociali che li circondano.
A causa di queste influenze più estese , è improbabile che gli individui si sentano liberi di agire semplicemente sulle basi delle idee acquisite in terapia.
In effetti, le caratteristiche ed i repertori comportamentali che consideriamo, in senso molto limitato, "personali" (e quindi per principio volontariamente alterabili), sono, proprio come la lingua che parliamo, retti da influenze socio-economiche e culturali sulle quali non abbiamo nessun tipo di controllo, conscio o inconscio che sia.
Allo stesso modo, utilizzando l’aggettivo " depersonificato ", intendo dire che il destinatario della psicoterapia terapia è considerato come una incoercibile volontà in grado di cambiare il corso di importantissimi eventi riconoscendo semplicemente l’opportunità di farlo. Si presume in tal caso, che l’idea di poterlo fare possa creare cambiamenti di direzione volontari attraverso un semplice processo causa-effetto ( causa mentale ed effetto fisico ), che non spiega in nessun modo come i corpi acquisiscano e mantengano le meccaniche di attività.
Questo concetto è frequentemente affiancato da un altro, spesso non dichiarato, secondo il quale il solo fatto di non desiderare un determinato pensiero, sentimento o comportamento basta a cancellarlo completamente dal repertorio dell’individuo.
Chiaramente, la nostra struttura fisica non ci permette di agire in questa maniera.
Non siamo in grado di eliminare le esperienze del passato stampate in noi, così come non potremmo mai eliminare la lingua che parliamo.
L’idea che tormenta così tanto il pensiero psicoterapeutico (quella secondo cui saremmo "responsabili" per noi stessi, in grado di "scegliere" come essere e così via), assume livelli di indipendenza sia dalla struttura sociale che ci circonda, sia dalle esigenze e dalle limitazioni dei nostri corpi e non potrebbero verosimilmente essere apprezzati da nessuno, poiché se ciò fosse vero, di fatto questo ci collocherebbe oltre l’orizzonte di una visione scientifica del mondo in un universo di pura magia.
La psicoterapia è sì un’impresa personale e relazionale, ma si trova in un contesto sociale che ne limita di gran lunga lo spazio per effettuare cambiamenti.
Nel migliore dei casi, arreca conforto e coraggio a chi soffre; cose che derivano dalla solidarietà tra due persone. Ma quanto poi quella persona riuscirà a mettere in pratica le "lezioni" apprese una volta terminata la relazione dipende dalla forza e dalle risorse interiori disponibili nel contesto sociale o che sono state acquisite in passato.
Pertanto la psicoterapia non è un rimedio ai mali psicologici ed emozionali che sono in effetti causati da complicate interazioni tra esseri umani, realtà sociali e coscienze individuali.
E’ piuttosto una forma di aiuto, basata sull’arricchimento di un certo tipo di solidarietà umana che mira a ciò che l’individuo può capire e su cosa può lavorare.
Ci sono molti percorsi per arrivare ad acquisire questo tipo di aiuto che, se riuscissimo a liberarci dei paraocchi dell’interesse, potremmo riconoscere, sebbene non specificare.
La psicoterapia esisterà pure da un centinaio di anni, ma imparare a riconoscere cosa occorre per una "buona " psicoterapia è un compito che fino ad ora abbiamo soltanto cominciato.
Se mai riusciremo a farlo (come dovremmo), penso che la " marea di fango " che la psicoterapia è divenuta si ritirerà fino a divenire una corrente salutare e di supporto per chi ne ha bisogno.
(Tradotto da Valentina Subacchi)