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lunedì 12 settembre 2022

OSTACOLATO MOVIMENTO


In un mondo che vive di relazioni impostate sul confine, abbiamo la necessità di parlare di come il confine stesso si evolve, e come viene vissuto da chi lo rafforza, da chi lo combatte, da chi lo rende fluido, da chi se ne appropria facendone una parte di sé.

Abbiamo la necessità di raccontare che, mentre l’interconnessione globale permette di portare i confini della propria comunità di appartenenza come parte del bagaglio di viaggio, con i migranti che in tutto il mondo possono continuare a vivere attivamente più luoghi (se non fisici, sicuramente culturali e politici), assistiamo ancora alla tendenza a rafforzare, militarizzare e brutalizzare linee di demarcazione che dovrebbero e potrebbero essere ogni giorno meno visibili.

Abbiamo la necessità di raccontare le barriere e i muri che impediscono fisicamente il movimento, la migrazione, l’accesso alle risorse e la sostenibilità sociale.

Abbiamo scelto di raccontare il muro della vergogna di Lima, barriera tutta interna a una città e a un paese in cui la sperequazione sociale ed economica bolla, spesso incondizionatamente, la vita di migliaia e milioni di persone. Abbiamo scelto di raccontare le barriere tra Botswana e Zimbabwe, caso non isolato nella regione, che bloccano il movimento di animali e persone migranti, in controtendenza con l’integrazione di territori naturali da proteggere per il bene di tutti e tutte. Abbiamo scelto di raccontare il muro della Cisgiordania, da anni strumento di separazione e colonizzazione nei confronti di un popolo che si vede limitare l’accesso alle risorse naturali.

Abbiamo scelto di raccontare i muri e le barriere del mondo, per sostenere le pratiche e le esperienze reali che seguono processi sociali, economici e storici opposti a quelli che vedono e vogliono l’esistenza di quei muri.

 

Lima – Muro della vergogna

43 distretti, 10 milioni di abitanti, e un muro di 10 chilometri che se ci sbatti il muso non ti permette più – se mai ci fossi riuscito – di far finta di non vederlo, quel confine evidente in tutta la metropoli. Lima, il miraggio di una vita più serena, la grande città dove trovare lavoro e costruirsi un’esistenza per qualcuno impossibile da immaginare nei villaggi di provincia. La provincia, prima invasa e saccheggiata dagli imperi europei, oggi stritolata da compagnie minerarie. In mezzo, il periodo En la boca del lobo – come recita uno dei film più importanti prodotti in Perù nel 1988 per la regia di Francisco Lombardi – tra le minacce dei guerriglieri terroristi di Sendero Luminoso e della repressione governativa che non guardava in faccia a nessuno.

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Botswana-Zimbabwe: l’uomo e l’ambiente

Due storie diverse, separate da una linea – una tra le tante che segnano le mappe del continente – che arbitrariamente attraversa territori comuni agli allevatori e, soprattutto, al bestiame. E sono proprio gli animali – il bestiame da reddito destinato alle esportazioni, così come la fauna che popola gli ambienti naturali – che sembrano essere al centro di questa vicenda: per raccontare la gestione delle zone di confine tra Botswana e Zimbabwe (ma anche, ampliando lo sguardo, Namibia, Zambia e Sudafrica) non si possono non tenere in conto le relazioni tra bestiame allevato e selvatico, e tra uomo e ambiente, insieme alle dinamiche migratorie prettamente umane. Parliamo infatti di una regione caratterizzata dalla presenza (e dall’ampliamento) di parchi naturali e zone protette transfrontaliere, tra cui quella dell’Okavango-Zambesi. Ampie zone, quindi, in cui la protezione delle specie animali selvatiche da un lato, e dei bovini allevati per l’esportazione dall’altro, rappresenta evidentemente una priorità politica.

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Palestina – Mauer macht frei

Oltre 700 chilometri per separare, segnare una distinzione netta tra un noi e un loro, ma anche per separare città, villaggi e comunità più o meno grandi le une dalle altre, e ognuna dalle proprie risorse idriche e agricole. Checkpoint, torrette, filo spinato e otto metri di cemento per proteggere quel noi dagli attacchi di quel loro, un confine militarizzato la cui necessità di protezione nasce con la sua stessa costruzione, in quello che potrebbe sembrare un paradosso politico, ma che rappresenta uno dei concetti chiave nella sostanza delle relazioni internazionali dalla guerra fredda in giù.

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https://ogzero.org/studium/barriere-e-ostacoli-impediscono-il-libero-movimento-delle-persone/

venerdì 19 novembre 2021

onestà va cercando... - Enrico Euli

 

Alla Cop26 il fallimento viene addebitato a Cina e India, paesi che solo da qualche decennio inquinano il mondo con emissioni carboniche.

Le nazioni che lo fanno da secoli si mettono nella posizione di chi può permettersi di giudicare il comportamento delle matricole, come in una festa di goliardi.

La colpa è loro perché riducono e rinviano il cambiamento ecologico.

Ma coloro che si ergono a giudici per quanto tempo hanno rinviato?

E cosa fanno ora o faranno a breve? Non mi pare onesto, sinceramente.

 

Alla corte del Covid si addebita la nuova ondata di contagi ai non vaccinati.

Ma crescono i dubbi sul vaccino: non sarà invece questa proprio la nuova ondata dei vaccinati?

Perchè, se appare evidente che i vaccini riducono la portata e la gravità del contagio, non lo è proprio rispetto alle sempre presente e insistente possibilità di contagiarsi.

Anzichè riconoscere i propri limiti ed incertezze ed i limiti delle proprie presunte 'soluzioni finali' (il che sarebbe 'scientificamente corretto'), si preferisce proseguire ad attaccare chi non si è vaccinato, non è responsabile, non collabora al piano del comitato di salute pubblica. Non mi pare onesto, sinceramente.

 

Tra Polonia e Bielorussia si rappresenta l'ennesima puntata del sociodramma 'Migranti'.

L'Unione Europea dice alla Polonia che è legittimo erigere muri per difendere i confini della nazione e dell'Europa stessa.

Ma dichiara di non volerli finanziare direttamente. Che senso ha?

O prendi posizione contro i muri o decidi di erigerli a tue spese, visto che ritieni così di difendere te stessa.

Si preferisce invece far passare i bielorussi per mestatori, i profughi per aggressori e i polacchi per nazisti. Non mi pare onesto, sinceramente.

 

Si approfitta di quattro cortei e dieci chiusure di piazze per regolamentare e sanificare i residui di protesta politica, recintandoli e opprimendoli ulteriormente.

Se l'unica attivazione che gli interessa è quella che parte dai loro diktat, vadano avanti!

Se si vuole fare come la Cina, a breve, che lo facciano pure.

Ma la smettano di parlare di diritti e di democrazia, per favore!

Non mi sembra onesto, sinceramente.

 

http://satur-nous.blogspot.com/2021/11/onesta-va-cercando.html#comment-form

lunedì 1 febbraio 2021

Il redditizio business dei muri nell’era dell’apartheid globale - Ilaria Cagnacci

  

Eventi epocali come la caduta del muro di Berlino e la fine del sistema di apartheid in Sudafrica segnarono l’inizio del sogno di un mondo più unito. Eppure, oggi viviamo circondati da muri e barriere — ben 63, secondo un recente studio. C’è chi non esita a dire che stiamo vivendo nell’era di un apartheid globale, in cui confini militarizzati costruiti su ideologie razziste segnano l’esistenza di un mondo santificato ‘al di qua’ e un mondo demonizzato ‘al di là’, dove alle persone vengono negati i diritti più fondamentali.

 

Secondo un recente rapporto del Transnational Institute – a cura di Ainhoa Ruiz Benedicto, Mark Akkerman e Pere Brunet – al 2018 si contavano 63 muri in tutto il mondo, di cui 40 costruiti soltanto nell’anno del 2015. Sei persone su dieci vivono in un paese dove è presente un muro sul confine.

L’Asia è il primo continente per numero di muri presenti sul territorio (56%) seguita da Europa (26%) e Africa (16%). Per quanto riguarda i singoli Paesi, invece, al primo posto troviamo Israele con sei muri, seguita da Marocco, Iran e India con tre muri. Quest’ultima conta ben 6.540 km di muri che coprono il 43% dei suoi confini. Nel Sahara occidentale troviamo “la più grande barriera militare funzionale del mondo, lunga 2.720 km circondata da nove milioni di mine terrestri“, il che rende la regione una delle più minate al mondo. In Europa, invece, quasi mille chilometri di muri e barriere, sei volte tanto la lunghezza del famigerato Muro di Berlino, pretendono di aumentare la sicurezza e trovare una soluzione alle spinte migratorie.

 

La differenza rispetto al passato risiede nel fatto che questa divisione non riguarda più tanto le ideologie, bensì la paura dell’altro. La prima delle motivazioni che sta alla base della costruzione di nuovi muri, infatti, è quella di fermare i fenomeni migratori. Se l’obiettivo dichiarato però è quello di diminuire gli arrivi, la conseguenza diretta di una chiusura sempre più rigida dei confini, e sulla quale spesso si decide di chiudere un occhio in nome di una presunta maggiore ‘sicurezza’, è quella di aumentare la pericolosità del viaggio che intraprendono le persone. Alla volontà di fermare le migrazioni le motivazioni che seguono sono: “la lotta al terrorismo (18%), contrabbando di merci e traffico di esseri umani (16%), traffico di droga (10%), controversie territoriali (11%) e blocco dei militanti stranieri (5%)”.

I muri fisici sono solo una dimensione di una violenza strutturale. Sempre più Stati decidono di militarizzare i propri confini terrestri, marittimi e aerei attraverso il dispiegamento di truppe, aerei, navi, droni e sistemi di sorveglianza digitale. Se si considera soltanto la rotta verso l’Italia secondo l’UNHCR nel 2019 hanno perso la vita 492 persone, e questo a causa di un vero e proprio muro marittimo innalzato attraverso l’impiego di navi, velivoli e droni, usati per pattugliare il Mediterraneo. Anche il “modello australiano” ci dimostra che non c’è bisogno di muri fisici per respingere le persone, la marina militare infatti assicura che nessuna imbarcazione raggiunga le coste australiane e i migranti vengono respinti in vere e proprie prigioni a cielo aperto nelle isole del Pacifico.

Grave quanto i muri è il linguaggio bellico utilizzato per descrivere l’arrivo di queste persone, ad ‘invadere’ non è certo un amico ma un nemico, che distrae da quelle che sono le vere cause dell’insicurezza globale e che persuade le persone a supportare un tipo di politica securitaria che in realtà non fa altro che produrre più insicurezza. Se l’Italia – o qualsiasi altro stato occidentale – domani stesso riuscisse veramente a interrompere la migrazione di tutti i lavoratori privi di documenti, interi settori della nostra economia, a partire da quello dell’agricoltura fino all’assistenza sanitaria a domicilio, collasserebbero all’istante.

Il redditizio business dei muri

La fortificazione delle frontiere è anche un business, sia per le sofisticate reti criminali che hanno costruito un’enorme industria intorno al traffico di persone, sia per i giganti della sicurezza e degli armamenti che hanno beneficiato di un enorme espansione della spesa pubblica per la sicurezza delle frontiere, soprattutto in Unione Europea. Nel 2018, il valore stimato del mercato globale per la militarizzazione dei confini si aggirava intorno ai 17,5 miliardi di euro, con una crescita annua dell’8%. Tra i beneficiari principali in Unione Europea spicca anche il nome di una nota azienda italiana, la Leonardo, che ad oggi è la principale fornitrice di elicotteri impiegati dall’Italia nelle operazioni Mare Nostrum, Hera e Sophia.

 

La narrativa della paura e della sicurezza è stata chiaramente un fattore determinante per la costruzione di nuovi muri in tutto il mondo. A partire dal 2001, inizio della cosiddetta guerra al terrorismo globale, il numero di muri è impennato e qualsiasi azione intrapresa dai governi in nome della sicurezza è diventata giustificabile e lecita. In questo processo, le minacce vengono costruite per sottolineare il ruolo degli Stati come ‘garanti della sicurezza nazionale’ e i muri diventano simboli tangibili per dimostrare che la politica sta facendo qualcosa per affrontarle. In altre parole, la sicurezza è diventata la base normativa del diritto degli Stati ad uccidere.

Il problema più grave è che la sicurezza oggi si traduce letteralmente in limitazione dei diritti degli “altri”. Per questo motivo, oggi più che mai, si rende necessario un cambiamento nell’opinione pubblica che impedisca a questioni politiche come la migrazione di essere trasformate in questioni di sicurezza. I modelli di violenza proposti dalle politiche securitarie però, sono così profondamente radicati nel discorso pubblico che oggi per i cittadini è diventato normale il sacrificio della vita e dei diritti degli altri.

La verità è che non è limitando la libertà che si aumenta la sicurezza, semmai si avviano circoli viziosi di violenza e morte abbassando gli standard dei diritti umani sia al di là del muro, sia negli stessi Stati promotori delle politiche discriminatorie di (in)sicurezza. Eppure, la logica fondamentale dei diritti umani è molto semplice: i miei diritti si rafforzano se anche i tuoi vengono rispettati, e non viceversa, come qualche ‘energumeno da comizio’ vuole farci credere. Al momento, questa tendenza sembra inarrestabile. Ciò che resta da vedere, tuttavia, è per quanto tempo ancora giustificazioni di questo tipo rimarranno in piedi. Soprattutto di fronte all’evidenza che nessun muro – passato o presente – è mai riuscito a fermare i movimenti globali di persone le quali troveranno sempre nuovi modi per attraversare ‘la frontiera’.

 

Link utili:

Report Transnational Institute, “A walled world”: https://www.tni.org/en/walledworld

Report Transnational Institute, “The business of building walls”: https://www.tni.org/en/businessbuildingwalls

da qui

martedì 19 novembre 2019

Muri


I muri dopo la caduta del muro - Lanfranco Caminiti


Il muro più famoso al mondo – a parte quello dei Pink Floyd – non si vede. E non si vede non per una qualche diavoleria ipertecnologica ma perché non c’è più, e da mo’. Però, ne è rimasta l’evocazione, anche se sovrappensiero. Stiamo parlando di Wall Street, la strada del muro – centro della finanza mondiale, dove si giocano spesso i destini del mondo. Che si chiama così, perché un tempo c’era un muro, appunto. In realtà, era poco più che una palizzata, fatta erigere e poi rinforzare nel 1640 da Peter Stuyvesant, governatore dei Nuovi Paesi Bassi il cui gioiello era New Amsterdam, per tenere lontani i pellerossa – gli altri, i diversi, i nemici. Quando scoppiò la guerra fra inglesi e olandesi la palizzata divenne un vero e proprio muro di terra e legname alto 3,5 metri e fortificato. Ma non resse alla storia. E quando gli inglesi nel 1664 rinominarono la città in New York il muro scomparve. Ma non la strada – dove fino al secolo successivo commercianti e broker avevano l’abitudine di stipulare i loro patti di transazione. Così, un giorno del 1792 decisero di stilare un accordo e lo chiamarono Buttonwood Agreement, perché Buttonwood è il nome in inglese del platano sotto cui erano soliti fare i loro scambi. E questo è l’inizio del New York Stock Exchange.
Forse è vero che gli uomini hanno da sempre costruito muri mentre edificavano ponti o luoghi di culto, acquedotti e arene, piazze di mercato e accampamenti. Il Vallo di Adriano, limen dell’impero romano che divideva la Britannia, provincia conquistata, dai barbari che abitavano oltre, è del II secolo dopo Cristo – e è ancora in piedi. E la Grande Muraglia Cinese (una serie di muri, in realtà, e di difese naturali, costruiti in epoche e dinastie successive), lunga 8.852 chilometri, iniziò nel 215 avanti Cristo. E sta ancora in piedi. Mentre le mura di Gerico non ressero alle trombe dei sacerdoti guidati da Giosuè, milleduecento anni prima di Cristo. Senza bisogno di ricorrere all’aiuto divino, Janet Napolitano, che è stata Segretario alla Sicurezza interna dal 2009 al 2013, presidente Obama, disse una volta: «You show me a 50-foot wall, and I’ll show you a 51-foot ladder / tu mostrami un muro alto 50 piedi e io ti farò vedere una scala alta 51». Non credeva, Janet Napolitano, che pure si era battuta già da governatrice dell’Arizona contro il traffico dell’immigrazione clandestina, che i muri fossero “la risposta” – un muro si può sempre scavalcare, per quanto alto tu possa farlo.
Eppure, non solo al confine tra gli Stati uniti e il Messico il muro sembra essere “la risposta” dell’amministrazione Trump di fronte a un esodo di massa, dal Guatemala, dall’Honduras, dal San Salvador, che ha aspetti e proporzioni bibliche. Trump ha deciso di fare fuoco e fiamme per “onorare” la proposta di campagna elettorale di allungare e rafforzare un muro che già il presidente Clinton, e dopo di lui sia Bush che Obama, hanno esteso. Solo negli ultimi dieci anni sono diecimila i chilometri di muro costruiti nel mondo. E perciò, non stiamo parlando di muri “storici” – come quelli di Belfast, iniziati nel 1969 dopo i Troubles, che sono 99 come i nomi di Allah, e dividono protestanti e cattolici, passando per vie e vicoli e dividendo caseggiato da caseggiato, quartiere da quartiere e che, per cinismo della storia, si chiamano Peace-walls, e oggi, colorati di murales che celebrano un qualche caduto dell’Ira o delle milizie orange a seconda di dove li si guardi, sono diventati meta turistica, e speriamo che tali restino. O quello che spacca Cipro, lungo 184 chilometri, separando turco-ciprioti e greco-ciprioti, che si chiama linea verde perché Peter Young, il generale inglese che nel 1963 provò a mettere un freno al massacro fra etnie, aveva sottomano solo una matita verde per tracciare la divisione dell’isola in due metà. O quello che divide le due Coree.
Ci sono i 1.800 chilometri di muro che dividono l’Arabia Saudita dallo Yemen; i 700 chilometri che separano l’Iran dal Pakistan; i 230 chilometri tra Israele e Egitto (oltre quelli in Cisgiordania); i 482 chilometri tra lo Zimbabwe e il Botswana; i 2.720 chilometri (il record!) tra il Marocco e il Sahara occidentale.

L’Europa d’altronde non fa che costruire muri: c’è il muro che ci divide dall’Africa e che sta nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla e fanno da confine con il Marocco, una barriera lunga venti chilometri, alta sei metri, che è costata decine di milioni dell’Unione europea, nell’ambito del programma Frontex. C’è il muro che ci divide dall’Asia, dalla Turchia, e che in realtà è un fiume, quindi è una barriera naturale, il fiume Evros, e avrebbe dovuto comprendere anche un fossato, ma a causa dei costi molto elevati la Grecia ha deciso di mantenere soltanto una doppia barriera di reticolato e filo spinato alta quattro metri. Da qui arrivano immigranti da Afghanistan, Pakistan, Armenia, Kurdistan, Iraq, Siria. E poi ci sono i muri – anche qui barriere di reticolati, spesso elettrificati – che dividono l’Ungheria dalla Serbia ma Orbàn vuole costruirne un altro per separarsi dalla Croazia. E quello che divide la Bulgaria dalla Turchia, un vero e proprio muro lungo i trenta chilometri di frontiera.

Insomma, caduta the iron curtain, la cortina materiale e ideologica che spaccava l’Europa a metà, dal mar Baltico al mar Nero e che teneva lontano i temibili cosacchi dalle fontane di San Pietro e il corrotto capitalismo dalla pura anima slava, l’Europa continua a frammentarsi e a rinchiudersi. Come a Alphaville, la gate community di San Paolo, Brasile, dove i ricchi hanno deciso di rinchiudersi – e fare le proprie scuole, le proprie palestre, i propri centri commerciali – per stare lontani dal mondo sporco e cattivo delle favelas e mettere più di mille guardie a vigilanza e protezione: come dice un giardiniere che ci va tutte le mattine a pulire le aiuole e poi la sera torna a casa, di qua Alphaville di là Alfavela. In Brasile, Alphaville – nata proprio seguendo le indicazioni architettoniche per la città ideale di Le Corbusier – si va riproducendo e in America le gate community sono ormai realtà stabili. E sembra l’incubo rovesciato di 1997: Fuga da New York, il film dove nell’isola di Manhattan chiusa da alti muri impossibili a valicare sono stati rinchiusi i reietti. Che stiano lì nel ghetto, e non ci contaminino. Finché. Un’utopia che si trasforma in distopia.
I muri sono il paradosso dei nostri tempi: tempi che si presupponevano fatti di scambi e movimenti liberi di uomini, capitali e merci e che invece si vanno distorcendo in una frammentazione sempre più ristretta di comunità.
Forse un giorno i muri diventeranno il contrario – punti di sutura tra popoli e terre. E forse faremo pellegrinaggi per ricordare quanti provarono a scavalcarli, e vi lasciarono la vita. Un po’ come accadde per tutto il Novecento con il “muro dei federati” di Parigi, al cimitero del Père Lachaise, contro il quale il 28 maggio del 1871 vennero fucilati 147 Comunardi i cui corpi furono gettati nelle fosse comuni con altre migliaia di insorti e che divenne meta di cortei pavesati di bandiere rosse, “il nostro lutto e il nostro orgoglio”.



I muri di chi nega il futuro - Marco Aime

Viviamo in un’epoca di corto respiro, in cui l’orizzonte è talmente vicino che sembra di poterlo toccare con un dito. È una cifra della contemporaneità, vivere sempre di più alla giornata, pensare in piccolo. Anche la politica soffre di questa sindrome: non pianifica a lunga gittata, pensa in termini elettorali.
Così i partiti tradizionali sono sempre più deboli, mentre i populisti digitali o 2.0 incassano consensi. Il flusso, continuo e costante, di informazioni fa sì che gli eventi diventino facilmente planetari, perché incessantemente coperti e amplificati dai media. Il nostro immaginario viene sempre più deformato dalle finzioni che si susseguono nelle raffiche di informazioni che ci colpiscono ogni giorno. Tutto avviene sotto i nostri occhi, in tempo reale, e la dimensione del presente sembra dilatarsi sempre di più. La rapidità con cui tutto, anche i sentimenti, viene consumato comprime il tempo. Il qui e ora diventano preponderanti rispetto al tempo passato e a quello a venire. Il futuro oggi non è più visto come promessa di tempi migliori; al contrario, viene percepito, da società sempre più fragili, come inquietante e pericoloso. È venuta meno la fede nel progresso che aveva caratterizzato i tre secoli precedenti. La società perde dunque il carattere di un progetto da mettere in atto politicamente, sembra aver esaurito le proprie energie utopiche e le risorse di senso.
Questo è tanto più valido se pensiamo ai fenomeni migratori: ogni intervento da parte dei singoli stati o dell’Unione europea è quasi sempre improntato all’emergenza. Quest’ultima parola, peraltro, dopo ormai tre decenni di arrivi, dovrebbe essere abolita dal lessico politico-giornalistico. I vari tentativi di erigere muri e barriere indicano, invece, l’incapacità e l’inadeguatezza di chi governa, di affrontare il fenomeno con un’ottica di medio o lungo termine (leggi anche I muri dopo la caduta del muro, ndr). Prendere atto che si tratta di un fatto epocale, che non può essere bloccato, ma deve essere gestito in modo razionale e umano. Anche perché l’Europa invecchia e ha bisogno di forze nuove.
Invece no. La politica, abdicando al suo ruolo, non propone più una determinata visione del mondo, ma seguendo i sondaggi, fa solo ciò che conviene nell’immediato.
da qui


Un mondo di muri - Sergio Segio


Il Muro per antonomasia, quello di Berlino, era lungo 165 chilometri, di cui 106 in forma di muro vero e proprio. Quello che separa gli Stati Uniti dal Messico, che Trump vorrebbe estendere ulteriormente per la modica cifra di 25 miliardi di dollari, è di oltre mille chilometri.
La fine della Guerra fredda ha, dunque, incentivato divisioni e chiusure verso i nuovi nemici dell’Occidente: profughi e migranti. E ha lasciato il posto al proliferare di guerre calde e sanguinose, delimitate territorialmente ma infinite temporalmente, con sommo gaudio delle industrie e degli apparati bellici.
Nel mondo globalizzato della libertà delle merci sono cresciuti da tempo muri e barriere per motivi di guerra o di ripulsa, come una sottile ma immonda ragnatela. In Europa, nelle Americhe, in Medio Oriente, in Asia. Ovunque.
La muraglia che vorrebbe proteggere gli opulenti Stati Uniti dal Messico è lunga ben 1.200 chilometri. Quella di Ceuta e Melilla 8-12 chilometri. Sempre contro l’immigrazione, vi sono poi le barriere tra Botswana e Zimbabwe, 500 chilometri; tra Arabia Saudita e Yemen, 75 chilometri; tra Emirati Arabi Uniti e Oman, 410 chilometri; tra Turkmenistan e Uzbekistan, 1.700 chilometri; tra India e Bangladesh, 4.000 chilometri. E poi quelle erette per ragioni belliche o geopolitiche: 180 chilometri a Cipro, per separare la parte greca da quella turca; 2.000 chilometri tra Marocco e Sahara occidentale, contro il Fronte Polisario; 15 chilometri tra Egitto e Gaza; 790 chilometri tra Israele e Cisgiordania; 870 chilometri tra Uzbekistan e Kirghizistan; 550 chilometri, e altri 2900 a sud, tra India e Pakistan, per il conflitto di frontiere; 1.400 chilometri tra Cina e Corea del Nord, 241 tra Corea del Sud e Corea del Nord, eredità della guerra fredda novecentesca; 193 chilometri tra Kuwait e Iraq; 950 chilometri tra Arabia Saudita e Iraq. Poi vi sono quelli progettati (come quello tra Tunisia e Libia) e, infine, quelli crescenti nelle grandi città occidentali a proteggere i quartieri benestanti, le fortezze urbane già documentate da studiosi come Mike Davis, David Lyon o David Harvey, le gated community che anche in Italia cominciano a sorgere, assieme al diffondersi di processi di gentrificazione, da Borgo Vione, nell’hinterland milanese a Borgo San Martino a Treviso o all’Olgiata a Roma.

La nuova guerra fredda
Una nuova guerra fredda è in atto. Il crollo epocale del Muro di Berlino, con grande rilievo simbolico, ha dunque lasciato il posto a infinite nuove recinzioni. Non più a garanzia della spartizione di Yalta e dell’equilibrio del terrore, ma a dividere il mondo dei ricchi da quello dei poveri e diseredati, visti e voluti come nemici da parte di quella “lotta di classe dall’alto” da tempo trionfante.
Chi ha sognato la costruzione di ponti per unire popoli e scambiare culture ha da tempo dovuto arrendersi allo sgomento. Come quel grande costruttore che ha provato a essere Alexander Langer, che non a caso si è ucciso quando questo processo è cominciato, con la guerra nei Balcani (leggi anche Un maestro di inquietudine di Franco Lorenzoni, ndr).
Ora, scoperchiato il Vaso di Pandora, al centro dell’Europa volano i droni a sigillare confini, si manganellano uomini e si rinchiudono bambini, si usano gas lacrimogeni contro donne e anziani.

L’Altro dietro il muro
Il confine indica una demarcazione, la separazione tra Stati. Fissa e divide “noi” dagli “altri”. Diversamente, la frontiera suggerisce la contaminazione possibile, il mettere di fronte, il con-fronto. I muri, fisici e normativi, trasformano le frontiere in confini. Ed è quanto sta avvenendo in questi anni.
Oggi nel mondo esistono 323 frontiere terrestri su circa 250.000 chilometri; l’Europa ne conta circa cento, per una lunghezza attorno ai 37.000 chilometri. Oltre il 10%, circa 28.000 chilometri, sono comparse dopo il 1990, ossia dopo la fine della Guerra fredda. Aggiungendo quelle marittime il numero a livello mondiale è più che doppio: 750 frontiere per 197 Stati.
Solo una parte di quelle terrestri è delimitata da muri fisici: dal 3% al 18% (7.500-41.000 chilometri), a seconda delle definizioni e dei metodi di calcolo. Oltre a quelli fisici vanno però considerati quelli immateriali, vigilati fisicamente o tecnologicamente con droni, sensori e satelliti, come ad esempio nel Brasile.
Le amministrazioni di sinistra e l’apartheid urbano
In quelle statistiche non risultano però quei muri, di lunghezza scarsa ma di altezza – anche simbolica – invece significativa, introdotti all’interno stesso delle città, a separarne e isolarne zone, considerate di degrado. Una misura di apartheid sociale che in Italia è stata inaugurata a Padova nel 2006, per volontà e opera di un sindaco di centrosinistra, Flavio Zanonato, alimentatore instancabile di campagne securitarie, in seguito promosso con un posto da ministro nel governo Letta e uno al Parlamento Europeo. Bisogna riconoscere che la sua attenzione emulativa all’approccio della Lega risale a tempi non sospetti, poiché già allora dichiarava, infastidito dai suoi stessi compagni di partito: «Non sopporto chi, del PD, va in TV da Bruno Vespa a dire che sull’immigrazione la Lega è razzista. È “anche razzista”, ma lo si vuol capire che il problema c’è?» (Giorgio Dell’Arti, Biografia di Flavio ZanonatoCinquantamila.it, 27 ottobre 2014).
Lui il “problema” ha provato a risolverlo in quel modo, si immagina costoso per le casse pubbliche e avvilente per l’estetica cittadina, isolando un intero quartiere con un muro, manco il capoluogo patavino fosse la Cisgiordania. Naturalmente, senza alcun risultato, giacché era ed è prevedibile e inevitabile che spaccio e prostituzione, nell’eventualità, si limitano a spostarsi in zone limitrofe. Nonostante ciò, il suo esempio continua a fare scuola, tanto che, nell’ottobre 2018, è stato imitato anche da Milano, retta da un’amministrazione di centrosinistra. Anzi è stato superato, perché se quello padovano era alto tre metri, quello di Rogoredo, pensato per isolare il “boschetto della droga” dalla stazione dei treni, utilizza lastre di ben quattro metri, per centinaia di metri di lunghezza, con un costo di circa 700 mila euro. Il muro per «bonificare Rogoredo», eretto dalle Ferrovie dello Stato in concerto con le autorità cittadine, prevede anche il disboscamento, per facilitare il pattugliamento da parte delle forze dell’ordine. A Roma, invece, la Giunta 5 Stelle e le Ferrovie, proprietarie dello spazio, hanno pensato bene di isolare il centro di accoglienza autogestito di Baobab Experience circondandolo con un muro di ferro e cemento (Ci stanno chiudendo in gabbia)
A ribadire la logica di apartheid: i migranti debbono stare in gabbie, separati dal contesto urbano. La chiamano riqualificazione delle periferie. Assieme alle architetture ostili e disciplinari, alla più generale società della sorveglianza e del controllo securitario sono invece strumenti di controllo dei poveri e del disagio. Costano assai più del welfare ma consentono ben maggiori business e speculazioni, economiche e politiche.