martedì 19 novembre 2019

Muri


I muri dopo la caduta del muro - Lanfranco Caminiti


Il muro più famoso al mondo – a parte quello dei Pink Floyd – non si vede. E non si vede non per una qualche diavoleria ipertecnologica ma perché non c’è più, e da mo’. Però, ne è rimasta l’evocazione, anche se sovrappensiero. Stiamo parlando di Wall Street, la strada del muro – centro della finanza mondiale, dove si giocano spesso i destini del mondo. Che si chiama così, perché un tempo c’era un muro, appunto. In realtà, era poco più che una palizzata, fatta erigere e poi rinforzare nel 1640 da Peter Stuyvesant, governatore dei Nuovi Paesi Bassi il cui gioiello era New Amsterdam, per tenere lontani i pellerossa – gli altri, i diversi, i nemici. Quando scoppiò la guerra fra inglesi e olandesi la palizzata divenne un vero e proprio muro di terra e legname alto 3,5 metri e fortificato. Ma non resse alla storia. E quando gli inglesi nel 1664 rinominarono la città in New York il muro scomparve. Ma non la strada – dove fino al secolo successivo commercianti e broker avevano l’abitudine di stipulare i loro patti di transazione. Così, un giorno del 1792 decisero di stilare un accordo e lo chiamarono Buttonwood Agreement, perché Buttonwood è il nome in inglese del platano sotto cui erano soliti fare i loro scambi. E questo è l’inizio del New York Stock Exchange.
Forse è vero che gli uomini hanno da sempre costruito muri mentre edificavano ponti o luoghi di culto, acquedotti e arene, piazze di mercato e accampamenti. Il Vallo di Adriano, limen dell’impero romano che divideva la Britannia, provincia conquistata, dai barbari che abitavano oltre, è del II secolo dopo Cristo – e è ancora in piedi. E la Grande Muraglia Cinese (una serie di muri, in realtà, e di difese naturali, costruiti in epoche e dinastie successive), lunga 8.852 chilometri, iniziò nel 215 avanti Cristo. E sta ancora in piedi. Mentre le mura di Gerico non ressero alle trombe dei sacerdoti guidati da Giosuè, milleduecento anni prima di Cristo. Senza bisogno di ricorrere all’aiuto divino, Janet Napolitano, che è stata Segretario alla Sicurezza interna dal 2009 al 2013, presidente Obama, disse una volta: «You show me a 50-foot wall, and I’ll show you a 51-foot ladder / tu mostrami un muro alto 50 piedi e io ti farò vedere una scala alta 51». Non credeva, Janet Napolitano, che pure si era battuta già da governatrice dell’Arizona contro il traffico dell’immigrazione clandestina, che i muri fossero “la risposta” – un muro si può sempre scavalcare, per quanto alto tu possa farlo.
Eppure, non solo al confine tra gli Stati uniti e il Messico il muro sembra essere “la risposta” dell’amministrazione Trump di fronte a un esodo di massa, dal Guatemala, dall’Honduras, dal San Salvador, che ha aspetti e proporzioni bibliche. Trump ha deciso di fare fuoco e fiamme per “onorare” la proposta di campagna elettorale di allungare e rafforzare un muro che già il presidente Clinton, e dopo di lui sia Bush che Obama, hanno esteso. Solo negli ultimi dieci anni sono diecimila i chilometri di muro costruiti nel mondo. E perciò, non stiamo parlando di muri “storici” – come quelli di Belfast, iniziati nel 1969 dopo i Troubles, che sono 99 come i nomi di Allah, e dividono protestanti e cattolici, passando per vie e vicoli e dividendo caseggiato da caseggiato, quartiere da quartiere e che, per cinismo della storia, si chiamano Peace-walls, e oggi, colorati di murales che celebrano un qualche caduto dell’Ira o delle milizie orange a seconda di dove li si guardi, sono diventati meta turistica, e speriamo che tali restino. O quello che spacca Cipro, lungo 184 chilometri, separando turco-ciprioti e greco-ciprioti, che si chiama linea verde perché Peter Young, il generale inglese che nel 1963 provò a mettere un freno al massacro fra etnie, aveva sottomano solo una matita verde per tracciare la divisione dell’isola in due metà. O quello che divide le due Coree.
Ci sono i 1.800 chilometri di muro che dividono l’Arabia Saudita dallo Yemen; i 700 chilometri che separano l’Iran dal Pakistan; i 230 chilometri tra Israele e Egitto (oltre quelli in Cisgiordania); i 482 chilometri tra lo Zimbabwe e il Botswana; i 2.720 chilometri (il record!) tra il Marocco e il Sahara occidentale.

L’Europa d’altronde non fa che costruire muri: c’è il muro che ci divide dall’Africa e che sta nelle enclavi spagnole di Ceuta e Melilla e fanno da confine con il Marocco, una barriera lunga venti chilometri, alta sei metri, che è costata decine di milioni dell’Unione europea, nell’ambito del programma Frontex. C’è il muro che ci divide dall’Asia, dalla Turchia, e che in realtà è un fiume, quindi è una barriera naturale, il fiume Evros, e avrebbe dovuto comprendere anche un fossato, ma a causa dei costi molto elevati la Grecia ha deciso di mantenere soltanto una doppia barriera di reticolato e filo spinato alta quattro metri. Da qui arrivano immigranti da Afghanistan, Pakistan, Armenia, Kurdistan, Iraq, Siria. E poi ci sono i muri – anche qui barriere di reticolati, spesso elettrificati – che dividono l’Ungheria dalla Serbia ma Orbàn vuole costruirne un altro per separarsi dalla Croazia. E quello che divide la Bulgaria dalla Turchia, un vero e proprio muro lungo i trenta chilometri di frontiera.

Insomma, caduta the iron curtain, la cortina materiale e ideologica che spaccava l’Europa a metà, dal mar Baltico al mar Nero e che teneva lontano i temibili cosacchi dalle fontane di San Pietro e il corrotto capitalismo dalla pura anima slava, l’Europa continua a frammentarsi e a rinchiudersi. Come a Alphaville, la gate community di San Paolo, Brasile, dove i ricchi hanno deciso di rinchiudersi – e fare le proprie scuole, le proprie palestre, i propri centri commerciali – per stare lontani dal mondo sporco e cattivo delle favelas e mettere più di mille guardie a vigilanza e protezione: come dice un giardiniere che ci va tutte le mattine a pulire le aiuole e poi la sera torna a casa, di qua Alphaville di là Alfavela. In Brasile, Alphaville – nata proprio seguendo le indicazioni architettoniche per la città ideale di Le Corbusier – si va riproducendo e in America le gate community sono ormai realtà stabili. E sembra l’incubo rovesciato di 1997: Fuga da New York, il film dove nell’isola di Manhattan chiusa da alti muri impossibili a valicare sono stati rinchiusi i reietti. Che stiano lì nel ghetto, e non ci contaminino. Finché. Un’utopia che si trasforma in distopia.
I muri sono il paradosso dei nostri tempi: tempi che si presupponevano fatti di scambi e movimenti liberi di uomini, capitali e merci e che invece si vanno distorcendo in una frammentazione sempre più ristretta di comunità.
Forse un giorno i muri diventeranno il contrario – punti di sutura tra popoli e terre. E forse faremo pellegrinaggi per ricordare quanti provarono a scavalcarli, e vi lasciarono la vita. Un po’ come accadde per tutto il Novecento con il “muro dei federati” di Parigi, al cimitero del Père Lachaise, contro il quale il 28 maggio del 1871 vennero fucilati 147 Comunardi i cui corpi furono gettati nelle fosse comuni con altre migliaia di insorti e che divenne meta di cortei pavesati di bandiere rosse, “il nostro lutto e il nostro orgoglio”.



I muri di chi nega il futuro - Marco Aime

Viviamo in un’epoca di corto respiro, in cui l’orizzonte è talmente vicino che sembra di poterlo toccare con un dito. È una cifra della contemporaneità, vivere sempre di più alla giornata, pensare in piccolo. Anche la politica soffre di questa sindrome: non pianifica a lunga gittata, pensa in termini elettorali.
Così i partiti tradizionali sono sempre più deboli, mentre i populisti digitali o 2.0 incassano consensi. Il flusso, continuo e costante, di informazioni fa sì che gli eventi diventino facilmente planetari, perché incessantemente coperti e amplificati dai media. Il nostro immaginario viene sempre più deformato dalle finzioni che si susseguono nelle raffiche di informazioni che ci colpiscono ogni giorno. Tutto avviene sotto i nostri occhi, in tempo reale, e la dimensione del presente sembra dilatarsi sempre di più. La rapidità con cui tutto, anche i sentimenti, viene consumato comprime il tempo. Il qui e ora diventano preponderanti rispetto al tempo passato e a quello a venire. Il futuro oggi non è più visto come promessa di tempi migliori; al contrario, viene percepito, da società sempre più fragili, come inquietante e pericoloso. È venuta meno la fede nel progresso che aveva caratterizzato i tre secoli precedenti. La società perde dunque il carattere di un progetto da mettere in atto politicamente, sembra aver esaurito le proprie energie utopiche e le risorse di senso.
Questo è tanto più valido se pensiamo ai fenomeni migratori: ogni intervento da parte dei singoli stati o dell’Unione europea è quasi sempre improntato all’emergenza. Quest’ultima parola, peraltro, dopo ormai tre decenni di arrivi, dovrebbe essere abolita dal lessico politico-giornalistico. I vari tentativi di erigere muri e barriere indicano, invece, l’incapacità e l’inadeguatezza di chi governa, di affrontare il fenomeno con un’ottica di medio o lungo termine (leggi anche I muri dopo la caduta del muro, ndr). Prendere atto che si tratta di un fatto epocale, che non può essere bloccato, ma deve essere gestito in modo razionale e umano. Anche perché l’Europa invecchia e ha bisogno di forze nuove.
Invece no. La politica, abdicando al suo ruolo, non propone più una determinata visione del mondo, ma seguendo i sondaggi, fa solo ciò che conviene nell’immediato.
da qui


Un mondo di muri - Sergio Segio


Il Muro per antonomasia, quello di Berlino, era lungo 165 chilometri, di cui 106 in forma di muro vero e proprio. Quello che separa gli Stati Uniti dal Messico, che Trump vorrebbe estendere ulteriormente per la modica cifra di 25 miliardi di dollari, è di oltre mille chilometri.
La fine della Guerra fredda ha, dunque, incentivato divisioni e chiusure verso i nuovi nemici dell’Occidente: profughi e migranti. E ha lasciato il posto al proliferare di guerre calde e sanguinose, delimitate territorialmente ma infinite temporalmente, con sommo gaudio delle industrie e degli apparati bellici.
Nel mondo globalizzato della libertà delle merci sono cresciuti da tempo muri e barriere per motivi di guerra o di ripulsa, come una sottile ma immonda ragnatela. In Europa, nelle Americhe, in Medio Oriente, in Asia. Ovunque.
La muraglia che vorrebbe proteggere gli opulenti Stati Uniti dal Messico è lunga ben 1.200 chilometri. Quella di Ceuta e Melilla 8-12 chilometri. Sempre contro l’immigrazione, vi sono poi le barriere tra Botswana e Zimbabwe, 500 chilometri; tra Arabia Saudita e Yemen, 75 chilometri; tra Emirati Arabi Uniti e Oman, 410 chilometri; tra Turkmenistan e Uzbekistan, 1.700 chilometri; tra India e Bangladesh, 4.000 chilometri. E poi quelle erette per ragioni belliche o geopolitiche: 180 chilometri a Cipro, per separare la parte greca da quella turca; 2.000 chilometri tra Marocco e Sahara occidentale, contro il Fronte Polisario; 15 chilometri tra Egitto e Gaza; 790 chilometri tra Israele e Cisgiordania; 870 chilometri tra Uzbekistan e Kirghizistan; 550 chilometri, e altri 2900 a sud, tra India e Pakistan, per il conflitto di frontiere; 1.400 chilometri tra Cina e Corea del Nord, 241 tra Corea del Sud e Corea del Nord, eredità della guerra fredda novecentesca; 193 chilometri tra Kuwait e Iraq; 950 chilometri tra Arabia Saudita e Iraq. Poi vi sono quelli progettati (come quello tra Tunisia e Libia) e, infine, quelli crescenti nelle grandi città occidentali a proteggere i quartieri benestanti, le fortezze urbane già documentate da studiosi come Mike Davis, David Lyon o David Harvey, le gated community che anche in Italia cominciano a sorgere, assieme al diffondersi di processi di gentrificazione, da Borgo Vione, nell’hinterland milanese a Borgo San Martino a Treviso o all’Olgiata a Roma.

La nuova guerra fredda
Una nuova guerra fredda è in atto. Il crollo epocale del Muro di Berlino, con grande rilievo simbolico, ha dunque lasciato il posto a infinite nuove recinzioni. Non più a garanzia della spartizione di Yalta e dell’equilibrio del terrore, ma a dividere il mondo dei ricchi da quello dei poveri e diseredati, visti e voluti come nemici da parte di quella “lotta di classe dall’alto” da tempo trionfante.
Chi ha sognato la costruzione di ponti per unire popoli e scambiare culture ha da tempo dovuto arrendersi allo sgomento. Come quel grande costruttore che ha provato a essere Alexander Langer, che non a caso si è ucciso quando questo processo è cominciato, con la guerra nei Balcani (leggi anche Un maestro di inquietudine di Franco Lorenzoni, ndr).
Ora, scoperchiato il Vaso di Pandora, al centro dell’Europa volano i droni a sigillare confini, si manganellano uomini e si rinchiudono bambini, si usano gas lacrimogeni contro donne e anziani.

L’Altro dietro il muro
Il confine indica una demarcazione, la separazione tra Stati. Fissa e divide “noi” dagli “altri”. Diversamente, la frontiera suggerisce la contaminazione possibile, il mettere di fronte, il con-fronto. I muri, fisici e normativi, trasformano le frontiere in confini. Ed è quanto sta avvenendo in questi anni.
Oggi nel mondo esistono 323 frontiere terrestri su circa 250.000 chilometri; l’Europa ne conta circa cento, per una lunghezza attorno ai 37.000 chilometri. Oltre il 10%, circa 28.000 chilometri, sono comparse dopo il 1990, ossia dopo la fine della Guerra fredda. Aggiungendo quelle marittime il numero a livello mondiale è più che doppio: 750 frontiere per 197 Stati.
Solo una parte di quelle terrestri è delimitata da muri fisici: dal 3% al 18% (7.500-41.000 chilometri), a seconda delle definizioni e dei metodi di calcolo. Oltre a quelli fisici vanno però considerati quelli immateriali, vigilati fisicamente o tecnologicamente con droni, sensori e satelliti, come ad esempio nel Brasile.
Le amministrazioni di sinistra e l’apartheid urbano
In quelle statistiche non risultano però quei muri, di lunghezza scarsa ma di altezza – anche simbolica – invece significativa, introdotti all’interno stesso delle città, a separarne e isolarne zone, considerate di degrado. Una misura di apartheid sociale che in Italia è stata inaugurata a Padova nel 2006, per volontà e opera di un sindaco di centrosinistra, Flavio Zanonato, alimentatore instancabile di campagne securitarie, in seguito promosso con un posto da ministro nel governo Letta e uno al Parlamento Europeo. Bisogna riconoscere che la sua attenzione emulativa all’approccio della Lega risale a tempi non sospetti, poiché già allora dichiarava, infastidito dai suoi stessi compagni di partito: «Non sopporto chi, del PD, va in TV da Bruno Vespa a dire che sull’immigrazione la Lega è razzista. È “anche razzista”, ma lo si vuol capire che il problema c’è?» (Giorgio Dell’Arti, Biografia di Flavio ZanonatoCinquantamila.it, 27 ottobre 2014).
Lui il “problema” ha provato a risolverlo in quel modo, si immagina costoso per le casse pubbliche e avvilente per l’estetica cittadina, isolando un intero quartiere con un muro, manco il capoluogo patavino fosse la Cisgiordania. Naturalmente, senza alcun risultato, giacché era ed è prevedibile e inevitabile che spaccio e prostituzione, nell’eventualità, si limitano a spostarsi in zone limitrofe. Nonostante ciò, il suo esempio continua a fare scuola, tanto che, nell’ottobre 2018, è stato imitato anche da Milano, retta da un’amministrazione di centrosinistra. Anzi è stato superato, perché se quello padovano era alto tre metri, quello di Rogoredo, pensato per isolare il “boschetto della droga” dalla stazione dei treni, utilizza lastre di ben quattro metri, per centinaia di metri di lunghezza, con un costo di circa 700 mila euro. Il muro per «bonificare Rogoredo», eretto dalle Ferrovie dello Stato in concerto con le autorità cittadine, prevede anche il disboscamento, per facilitare il pattugliamento da parte delle forze dell’ordine. A Roma, invece, la Giunta 5 Stelle e le Ferrovie, proprietarie dello spazio, hanno pensato bene di isolare il centro di accoglienza autogestito di Baobab Experience circondandolo con un muro di ferro e cemento (Ci stanno chiudendo in gabbia)
A ribadire la logica di apartheid: i migranti debbono stare in gabbie, separati dal contesto urbano. La chiamano riqualificazione delle periferie. Assieme alle architetture ostili e disciplinari, alla più generale società della sorveglianza e del controllo securitario sono invece strumenti di controllo dei poveri e del disagio. Costano assai più del welfare ma consentono ben maggiori business e speculazioni, economiche e politiche.



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