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mercoledì 28 giugno 2017

Fermate l’Idra delle multinazionali - Alex Zanotelli

In questi giorni è in discussione in Senato il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), l’accordo commerciale ed economico fra il Canada e la UE. Se sarà approvato sarà un’altra vittoria del trionfante mercato globale. Infatti il CETA è uno dei sette trattati internazionali di libero scambio che sono: TTIP, TPP, TISA, NAFTA, ALCA e CAFTA. Sono le sette teste dell’Idra. Il profeta dell’Apocalisse aveva descritto il grande mercato che era l’Impero Romano come una Bestia dalle sette teste. E il profeta aggiungeva che “una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita” (Ap. 13,3). Così oggi alcune teste della Bestia sembrano colpite a morte, perché Trump si è scagliato contro il TTIP (Accordo commerciale tra USA e UE), contro il TPP (Accordo commerciale tra USA e nove paesi del Pacifico) e il NAFTA (Accordo commerciale fra USA, Canada e Messico).
Sembravano colpite a morte, ma ora vengono riproposte sotto nuove forme, soprattutto il TTIP. La ‘Bestia’ infatti, nelle sue varie teste, sembra che stia lì lì per morire, ma riprende subito vita. Non dobbiamo quindi mai allentare l’attenzione su questi Accordi che sono il cuore pulsante del grande mercato globale. Soprattutto in questo momento dobbiamo stare molto attenti al CETA. Da anni è in atto una forte campagna in Europa contro il CETA, con forti pressioni sul Parlamento europeo. Ma nonostante tutto questo, il 30 ottobre 2016 la UE ha firmato il Trattato e il 15 febbraio 2017 anche il Parlamento Europeo lo ha ratificato con 408 voti favorevoli e 254 contrari. Ma ci resta ancora una speranza: il Trattato deve essere approvato da tutti i Parlamenti dei 27 Stati. La resistenza nei parlamenti francesi e spagnoli è forte. Ora il testo del Trattato è in discussione nel nostro Senato, dove è stata incardinato l’8 giugno scorso. Dobbiamo tutti mobilitarci perché questo Accordo non venga approvato. Il 5 luglio, al mattino, ci sarà un sit-in davanti al Senato e al pomeriggio una manifestazione indetta dalla Coldiretti davanti al Parlamento.
Per noi questo trattato è “un gigantesco regalo alle multinazionali e un’ulteriore limitazione al ruolo e alle competenze di governi ed enti locali ai danni dei diritti e delle tutele di milioni di cittadini e consumatori”. Così lo definisce la deputata europea Eleonora Forenza. Infatti il CETA non prevede solo un’abolizione della quasi totalità dei dazi doganali (già molto bassi) , ma soprattutto l’eliminazione di gran parte delle “barriere non tariffarie”, ovvero norme tecniche standard e criteri di conformità dei diversi prodotti di cui gli Stati si dotano per proteggere la salute, l’ambiente, i consumatori e i lavoratori. “Chi ha a cuore il futuro dell’agricoltura di piccola scala e della produzione alimentare di qualità – scrive Carlo Petrini – non può che sperare che l’Accordo venga rigettato. Ancora una volta siamo di fronte a una misura volta a promuovere, sostenere, difendere e affermare esclusivamente gli interessi della grande industria a scapito dei cittadini e dei piccoli produttori”. Il CETA è un attacco al diritto al lavoro, agli standard ambientali, alla difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici. In questo trattato vi sono clausole che impediscono la ripubblicizzazione dei servizi idrici e dei trasporti.

Per queste ragioni chiediamo ai senatori di bocciare l’Accordo. Invece Pierferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, sta premendo perché si arrivi al più presto al voto. Le Commissioni Difesa e Affari Costituzionali hanno dato il loro ok. Ora tocca a noi premere sui senatori e senatrici dei nostri territori, scrivendo lettere, inviando e-mail. Ma in questo momento abbiamo bisogno della voce forte dei nostri vescovi italiani. Per questo mi appello ai nostri vescovi, alla CEI perché si esprimano sul CETA. Non possono continuare a rimanere in silenzio su un Trattato che rafforzerà la tirannia dei mercati e delle multinazionali a scapito dei cittadini soprattutto i più deboli. Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium attacca con forza “l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria” perché “negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone in modo unilaterale e implacabile le sue leggi e le sue regole”(56). E’ questo lo scopo dei Trattati di libero scambio, fra cui il CETA. Se verrà approvato, il CETA aprirà le porte al TTIP che è di nuovo riproposto dagli USA e poi al TISA (Accordo sul commercio dei servizi) che stanno segretamente preparando. Quest’ultimo Accordo è il più pericoloso, perché porterà alla privatizzazione dei servizi pubblici, dall’acqua alla sanità, dalla scuola al welfare.
E poi tocca a noi, laici e credenti, unirci insieme, fare rete per dire NO all’Idra dalle sette teste e un SÌ a un mondo più equo, più solidale, più sicuro per tutti.

venerdì 28 ottobre 2016

L’accordo con il Canada ha tirato fuori il meglio e il peggio dell’Ue - Francesca Spinelli


Nel luglio del 2015 a Bruxelles ho conosciuto Denise Gagnon, energica e loquace rappresentante del Réseau québécois sur l’intégration continentale (Rqic). Denise aveva attraversato l’oceano per partecipare a un incontro sulla campagna internazionale contro i due accordi di libero scambio che l’Unione europea stava negoziando, il primo con il Canada (l’ormai celebre Ceta, Accordo economico e commerciale globale), il secondo con gli Stati Uniti (il Ttip, Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti).
Era una di quelle impegnative giornate estive belghe, quando di estivo c’è solo il mese sul calendario e tocca mettere la giacca per uscire a prendere una boccata d’aria. Denise mi aveva spiegato che il Canada e l’Unione europea avevano già raggiunto l’intesa sul contenuto dell’accordo. Era cominciata la fase dell’esame giuridico, che sarebbe durata oltre un anno.
L’Rqic, e così tutti i gruppi e le associazioni canadesi contrari al Ceta, speravano che il risultato delle elezioni politiche del 19 ottobre 2015 potesse rimettere in discussione il trattato, voluto dal governo conservatore di Stephen Harper e accusato di anteporre gli interessi delle multinazionali ai diritti dei consumatori e dei lavoratori e alla tutela dell’ambiente.
Il potere di otto parlamenti
La vittoria dei liberali guidati da Justin Trudeau non ha portato al ripensamento sperato. In Canada la campagna contro il Ceta è andata avanti, ma con gli occhi puntati sull’altra sponda dell’Atlantico: ormai solo gli europei avevano il potere di modificare o bloccare il trattato.
Un anno dopo la mia chiacchierata con Denise, nel luglio del 2016, la Commissione ha accolto la richiesta di alcuni stati membri, dichiarando che il Ceta era un accordo misto (comprende cioè disposizioni di competenza europea e nazionale).
Per entrare in vigore, dopo il via libera dei governi degli stati membri e la firma ufficiale tra l’Unione europea e il partner commerciale, un accordo misto deve essere approvato non solo dal parlamento europeo ma anche dai parlamenti di tutti e ventotto gli stati membri. La Commissione può tuttavia decidere l’applicazione provvisoria dell’accordo, nelle parti di competenza europea, subito dopo l’approvazione del parlamento europeo, nell’attesa che si pronuncino gli altri parlamenti. C’è un unico stato membro che chiede ai suoi deputati di pronunciarsi sugli accordi misti prima della firma ufficiale: il Belgio, che di parlamenti ne ha otto.
Dall’inizio dei negoziati sul Ceta, nel 2009, ong, sindacati, associazioni di categoria, esponenti di parlamenti nazionali ed eurodeputati si sono interessati al trattato, hanno analizzato i documenti disponibili, hanno espresso perplessità, in particolare sul meccanismo di risoluzione delle controversie tra aziende e stati, che favorirebbe gli interessi delle aziende attraverso la creazione di tribunali speciali. È stata lanciata una petizione contro il Ttip e il Ceta che ha raccolto più di tre milioni di firme.
Anche i deputati del parlamento vallone hanno fatto il loro lavoro: hanno studiato il testo, organizzato audizioni di esperti, segnalato alla Commissione europea i punti che non li convincevano, e questo già a ottobre del 2015. La Commissione sapeva benissimo che il Ceta, senza modifiche sostanziali, rischiava di non essere approvato dal parlamento vallone, e quindi neanche dal Belgio, ma ha preferito tirare dritto, convinta che una regione non avrebbe mai osato compromettere la firma di un accordo europeo.
Brusco risveglio dell’informazione
Poi, all’inizio di ottobre, dopo una lunga indifferenza, i mezzi d’informazione europei hanno improvvisamente scoperto il Ceta, la sua importanza, la sua firma imminente e “l’irresponsabile determinazione” con cui la regione Vallonia minacciava di far saltare anni di negoziati, compromettendo le relazioni con il Canada e condannando l’Unione europea a un “inarrestabile declino commerciale”.
Le cose non sono andate così, e la Commissione lo sapeva benissimo, ma ha preferito alimentare la sorpresa e l’indignazione, moltiplicando gli ultimatum al Belgio e le mezze concessioni senza nessun valore giuridico nella speranza che la situazione si sbloccasse in tempo per la visita di Justin Trudeau a Bruxelles, il 27 ottobre.
Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha formulato una tetra profezia: “Il Ceta potrebbe essere l’ultimo accordo commerciale” negoziato dall’Unione europea. Il governo federale belga, guidato da una coalizione di centrodestra a maggioranza fiamminga, si è detto preoccupato dalla “radicalizzazione” delle posizioni valloni.
L’Unione europea è ostaggio di un pugno di parlamentari esaltati che rappresentano meno dell’1 per cento della popolazione europea: ecco come è stata presentata la situazione.
Da qualche giorno comincia a farsi avanti un’altra analisi. Sempre più commentatori denunciano la malafede delle istituzioni europee, che da un lato auspicano una maggiore partecipazione democratica dei cittadini alle decisioni dell’Unione e dall’altro non accettano che questi stessi cittadini esercitino il loro diritto di sorveglianza democratica.
In Belgio, altri tre parlamenti (quello della regione Bruxelles-Capitale, quello della Comunità francese e quello della Commissione comunitaria francese) hanno bocciato l’accordo, ma la Vallonia è diventata il simbolo di questa resistenza.
Europeista convinto
Il merito è del suo giovane ministro-presidente, il socialista Paul Magnette, che non si è lasciato intimidire dalla pioggia di pressioni e ha continuato a difendere con eloquenza la posizione espressa dal parlamento: no al trattato nella sua forma attuale, ma piena disponibilità a ridiscuterlo per raggiungere una nuova intesa.
Magnette è un europeista convinto, sensibile alla crisi del rapporto tra istituzioni e cittadini dell’Unione europea fin dai tempi del suo lavoro di ricerca all’Université libre de Bruxelles.
Opporsi al Ceta per lui non vuol dire opporsi all’Unione europea, ma a un certo modo di fare politica al livello europeo: con condiscendenza, scarsa trasparenza, tanta premura verso le grandi aziende e minore attenzione agli interessi dei cittadini. Lo spiega in un bel discorso pronunciato il 14 ottobre, che consiglio di ascoltare (o leggere) a chiunque desideri ritrovare un po’ di fiducia nella classe politica europea.
Ora non è chiaro che fine farà il Ceta. Da lunedì circolano informazioni contrastanti. Donald Tusk e Justin Trudeau hanno dichiarato che l’incontro del 27 è ancora possibile anche se tutto indica il contrario.
Secondo l’eurodeputato italiano Gianni Pittella un nuovo accordo potrebbe essere raggiunto nel giro di due o tre settimane, altri ipotizzano tempi più lunghi. L’eurodeputato belga Guy Verhofstadt ha suggerito una soluzione più radicale: il Consiglio potrebbe chiedere alla Commissione di tornare sui suoi passi e annullare il carattere misto del Ceta. Di certo la Commissione, spinta dal Canada e con il sostegno del governo federale belga, cercherà in tutti i modi di piegare o di aggirare l’opposizione della Vallonia.
Comitato di accoglienza
È altrettanto certo che dovrà affrontare una resistenza rinforzata dalle vicende di queste ultime settimane. In Canada, Denise e gli altri membri del Réseau québécois sur l’intégration continentale hanno accolto con entusiasmo la notizia della “paralisi del Ceta”: “È frutto di una formidabile mobilitazione sociale dai due lati dell’Atlantico che è cominciata nel 2010 e si è intensificata negli ultimi mesi”, si legge in un comunicato del 24 ottobre. “Il Ceta presenta delle lacune così profonde che nulla può giustificarne l’adozione se non l’ostinazione di un’élite politica ed economica che non esita a calpestare la democrazia e insiste nel portare avanti un modello neoliberista che rappresenta una sconfitta per i popoli e per l’ambiente”.
Il comunicato si conclude con un invito a Trudeau: “Farebbe meglio a restare in Canada e a cominciare a consultare la società civile per capire cos’è che non va nel Ceta”. Se dovesse venire a Bruxelles, troverà ad aspettarlo un animato comitato di accoglienza. Decine di associazioni belghe, all’origine della campagna di protesta Ttip game over, avevano infatti programmato da tempo un’azione contro la firma del Ceta, azione dal nome premonitore: “Ceta hang over”, il rinvio del Ceta.
da qui