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martedì 3 ottobre 2017

Repubblica federale, o la Spagna non esisterà più – Luis Sepúlveda

«Mariano Rajoy sta giustificando la brutalità dimostrata dalla Guardia Civil e dalla Policía Nacional contro una popolazione civile, contro cittadini che, con o senza ragione, volevano solo andare alle urne e votare». Luis Sepúlveda, scrittore cileno che ha scelto di vivere in Spagna il suo lungo esilio, e di cui è appena uscito in Italia il libro “Storie ribelli” (Guanda) parla con il “Corriere della Sera” mentre in televisione scorrono le immagini della conferenza stampa del premier spagnolo, che ha dato ordine ai reparti antisommossa di usare la forza contro la popolazione: oltre 700 persone ferite da pugni e calci, manganellate e proiettili di gomma. «Fino a pochi giorni fa, il numero dei catalani disposti a partecipare al referendum era la metà di quelli che hanno poi tentato di votare», osserva Sepúlveda, intervistato da Sara Gandolfi. I catalani «non hanno votato per o contro l’indipendenza», sostiene l’autore del bestseller “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. I cittadini di Barcellona e Girona «votavano per il diritto a decidere liberamente, e contro l’arroganza di un governo ottuso, troppo vicino al franchismo, troppo immobile e insensibile ai problemi che si devono risolvere in modo politico e mai con la forza della repressione».
I suoi colleghi Vargas Llosa e Javier Cercas hanno definito il referendum un golpe? «Sciocchezze», taglia corto Sepúlveda: «Chi ha fatto un colpo di Stato? Quelli che sanguinavano nelle strade e negli ospedali della Catalogna?». Come si è arrivati fin qui? Chi sono i “colpevoli” di una tensione degenerata in violenza? «C’è stata una lunga serie di offese e incomprensioni tra lo Stato spagnolo e la Catalogna», dice lo scrittore, «e la situazione si è aggravata quando il Tribunale costituzionale, composto da giudici in maggioranza di destra, ha eliminato lo Statuto d’autonomia catalana, votato e approvato dal Parlamento della Catalogna». Poi, aggiunge Sepúlveda, c’è l’immobilismo della destra iberica: «La tattica di Rajoy è non fare nulla, perché tutto scivoli via, senza curarsi dei costi sociali e politici». Per il romanziere cileno «è mancato il dialogo da entrambe le parti», ma soprattutto «è mancata la volontà politica da parte del governo spagnolo per aprire le porte a questo dialogo: la destra ha sempre fatto affidamento più sulla repressione che sul dialogo».
«Vivo in Spagna da tempo», continua Sepúlveda, «e ho potuto constatare come i settori più retrogradi della società spagnola, quella parte della popolazione con diritto di voto che appoggia senza tentennamenti la destra, ha estratto dai vecchi resti della storia ciò che c’è di più rancido e assurdo del nazionalismo fascista». Secondo lo scrittore, già militante del partito comunista cileno e sostenitore di Salvador Allende, deposto e ucciso da Augusto Pinochet l’11 settembre 1973 nel corso del golpe organizzato dall’élite neoliberista attraverso la Cia, in Spagna «la destra ha avvelenato la politica con l’odio, e lo stesso hanno fatto in Catalogna quelli che credono che l’indipendenza sia un atto di magia». Se la polizia che picchia gli inermi nelle scuole rinvia alla mattanza del G8 di Genova, la tensione tra centro e periferia “ribelle” risveglia i peggiori fantasmi europei, quelli della sanguinosa guerra civile jugoslava. Tra Barcellona e Madrid, ricorda il “Corriere”, ci sono ferite storiche ancora aperte. La transizione democratica non ha funzionato? «La transizione fu un patto del silenzio», dice Sepúlveda. «E nella storia i silenzi si rompono sempre». Da una parte la capitale “franchista” e monarchica, dall’altra la città-leader dei repubblicani democratici, socialisti e anarchici, oggi nazionalisti anti-spagnoli.
Forse, si domanda Sara Gandolfi, alla Spagna serviva un processo di riconciliazione post-dittatura come quello avvenuto in Cile?  Sepúlveda è netto: «In Cile – accusa – si è imposta l’amnesia come ragione di Stato». E aggiunge: «Di quale riconciliazione si parla quando lo Stato ancora non chiede scusa alle vittime, e i torturatori e i loro complici continuano a vivere in situazioni di privilegio, compresi quelli che stanno in carcere?». E allora, come risolvere l’impasse in Spagna? «La soluzione è politica – dice Sepúlveda – e passa da una riforma della Costituzione spagnola». Spiega: «La Spagna deve essere uno Stato federale». Oggi però, dopo la violenta repressione del 1° ottobre «e le dichiarazioni ottuse di Pedro Sánchez», il leader socialista del Psoe (che prende le distanze dalla rivolta civile di Barcellona) in Catalogna «c’è più volontà indipendentista che mai». Così possono iniziare le guerre civili? «La società catalana è colta, civilizzata, dialogante, moderna», assicura Sepúlveda: «I catalani non darebbero mai inizio a una guerra civile». Il problema è un altro: la vera natura statuale della Spagna, monarchia costituzionale che tiene insieme regioni diversissime dove si parla il castigliano e il catalano, il basco, il galiziano, l’asturiano e l’aragonese. Conclude Sepúlveda: «La Spagna è un insieme di nazioni e il suo futuro è federale e repubblicano. O non avrà futuro».

mercoledì 29 marzo 2017

Intervista a Luis Sepulveda

(di Alba Vastano)


Lo incontro ad una festa in casa di amici. Era settembre scorso. Qualcuno mi dice “C’è Sepulveda”. Mi avvicino e non faccio altro che abbracciarlo. Lo riconosco come l’uomo che ha combattuto per il suo Cile, in quei drammatici giorni della fine di Allende. Lui era lì. Ha combattuto per la libertà dei popoli dell’America latina, con Le Brigate internazionali Simon Bolivar. Un mito nel mito. Lo riconosco anche come l’uomo del volo della gabbianella dalla cattedrale di Amburgo, quella gabbianella che non voleva essere tale, che non aveva il coraggio di volare. Lui, Luis, l’autore della storia, con la sua fantasia e una fiducia infinita “nei puri di cuore”, non l’ha buttata giù dalla torre più alta. L’ha convinta che avrebbe potuta farcela ad essere se stessa. Le ha dato fiducia. E la gabbianella, “metafora dell’identità e della libertà ritrovata” ce l’ha fatta a riconoscersi tale e ha spiccato il volo. Questa è la forza dell’amore. La fiducia che si trasforma in coraggio e si assapora la libertà, quella vera. È la liberazione. Luis Sepulveda è l’uomo della liberazione, è l’uomo del volo. È davanti a me sorridente, stretto alla sua Carmen. La sua forza, la sua musa. Non posso che inseguirlo per mesi con la mia intervista. È in giro per il mondo. Non può rispondere. Infine eccola…
Maestro, qual è la sua idea sul concetto di libertà e di liberazione? La libertà è un valore fondamentale, ma senza il processo concreto e impegnativo di liberazione resta un’idea astratta. Quanto è difficile, essere veramente liberi? E quali i costi?
Si possono scrivere migliaia di pagine sul concetto di libertà, sull’essere liberi e sui suoi costi. Io so solo, per mia esperienza, che solo gli uomini liberi lottano per la libertà di tutti. Chi lotta per la libertà, lotta e combatte per non dimenticare di essere un uomo o una donna liberi.
I suoi trascorsi in America latina, schierandosi dalla parte dei più deboli e dei diritti umani e civili, l’hanno vista un uomo che ha vissuto una forte compromissione della libertà. Lei oggi si sente uomo libero?
Sono sempre stato un uomo libero. Conosco le limitazioni che il sistema capitalista cerca di porre alla mia libertà, ma non le accetto proprio perché sono un uomo libero.
Quanto, in questa liberazione, l’hanno aiutata anche la sua creatività e in seguito il riconoscimento mondiale verso la sua produzione letteraria? Il riconoscimento pubblico e la notorietà favoriscono un percorso di liberazione personale o in realtà la liberazione è un processo solo individuale?
Per quanto mi riguarda, essere un uomo libero certamente ha aiutato le mie capacità creative, di artista e di scrittore. La notorietà e il successo non sono stati determinanti in questo. Quando partecipo socialmente, lo faccio perché lo sento come un dovere di uomo, di cittadino, di chi assume una posizione etica di fronte alla vita e alla società. Io prima di tutto sono un cittadino e solo dopo sono uno scrittore.
Maestro, un tasto importante nella sua vita. Fra i suoi ricordi che l’hanno segnata come uomo, come politico e forse anche come scrittore. Un accenno al suo Cile, a quando era vicino ad Allende, a quella tragedia che lei ha vissuto in prima persona , pagando anche un caro prezzo. Come e quanto hanno influito nella sua vita quei drammatici giorni della fine di Allende e le conseguenze di questa drammatica vicenda nella sua storia personale?
Tutto ciò è parte della mia vita, della mia memoria, della mia storia. Tutto ciò che ho vissuto, ha influito nella mia vita ma non in forma traumatica o patetica. So perché ho fatto tutto quello che ho fatto e sono in pace con me stesso.
Il 1979 la vede a combattere con le brigate internazionali Simon Bolivar. La sua militanza per la liberazione dei popoli oppressi è davvero incredibile. Cosa è rimasto in lei, nella sua anima, di quel periodo? Rifarebbe ancora lo stesso percorso?
Non mi considero una persona straordinaria per tutto questo. Io, come molti altri compagni, ho fatto quanto dovevo fare nel momento giusto. Essere un rivoluzionario latinoamericano negli anni ‘60 e ‘70 era un’attitudine etica e si praticava in base a quella etica. “Rifarebbe ancora lo stesso percorso?” Per questo non ho una risposta perché questa possibilità non esiste.
Parliamo di amore, di amore per una donna, quello vero. Lei ha avuto una esperienza importante in tal senso che ha attraversato tutta la sua vita. Cosa ha rappresentato e rappresentato per lei Carmen, Yanez, la poetessa, la compagna di una vita che le è ancora oggi accanto? L’amore può cambiare le persone?
L’amore è un qualcosa che si costruisce giorno per giorno. Il rapporto di coppia si basa sul rispetto, ma non solo come un fatto intimo: il vero rispetto nasce quando si condivide un’attitudine etica nei confronti della vita.
Sepulveda e la scrittura. Cosa rappresenta oggi poter lasciare al mondo che legge le sue opere una parte della sua anima e della sua sensibilità? Quando scrive, Sepulveda si emoziona sempre?
Ho sempre inteso la letteratura come una forma di condivisione di un qualcosa, del mio modo di vedere, di immaginare, di creare o ricreare la storia. Scrivo sulla base della mia sensibilità e dei miei sentimenti e mi piace pensare che i miei lettori abbiano sensibilità e sentimenti simili ai miei.
L’opera di Sepulveda che ama di più e perché?
Sono affezionato a tutti i miei libri perché sono tutti una parte di me.
Parliamo della più famosa forse, notissima a docenti e allievi. Un’opera di grande insegnamento per tutti, attualissima perché tratta dell’accoglienza al diverso. Parlo della gabbianella. “Vola solo chi osa farlo”. Ci vuole coraggio per raggiungere l’autonomia. Ma si fa prima e si osa di più se ci sente accolti ed amati.
Credo che il libro spieghi chiaramente il significato della metafora di “volare”. Non voglio aggiungere interpretazioni a ciò che è già chiaro.
Se trasferiamo il concetto di diversità al problema attuale dell’accoglienza al migrante la questione si complica un po’. I migranti che fuggono dalle guerre osano volare alto, attraversando il mare e sfidando la morte, ma… Qui non ci siamo. Perché l’uomo è solipsista e malvagio, per sua natura?
I migranti che muoiono nel Mediterraneo o alla frontiera tra il Messico e gli Usa, i migranti che prendono il mare alla ricerca di un rifugio in Europa, non volano. Lo fanno per cercare ciò che un giorno gli permetterà di volare. Non credo che l’uomo sia malvagio per natura. C’è una mentalità egoista, un’idea della vita per cui importa solo accumulare ricchezza, una perdita intenzionale di memoria che fa dimenticare agli Europei che anche loro sono stati migranti. Abbiamo un sistema perverso che mira a soffocare quei valori che ci rendono umani.
L’economia mondiale è in mano alle potenze imperialiste che giocano a scacchi sul possesso delle risorse naturali del Medio Oriente e foraggiano il terrorismo islamico. Parliamo di stragi, Charlie-Hebdo, del Bataclan, di Nizza, degli ultimi attentati terroristici in Germania. Follia umana, autodistruzione. Siamo alla terza guerra mondiale? Come si ferma questo processo di distruzione dell’umanità?
Possiamo parlare, leggere, vedere la tv e dire “com’è terribile il terrorismo islamico!”. Ovviamente gli jihadisti sono semplicemente criminali, però dimentichiamo perché esistono. Cosa hanno fatto le potenze coloniali europee, occidentali, con il mondo arabo, quando è caduto l’impero ottomano? La ragione del fondamentalismo islamico non va ricercata nel Corano - anche se il Corano così come la Bibbia, non sono esattamente dei monumenti ai diritti umani -, ma nel disprezzo dell’occidente nei confronti del mondo arabo. Oggi è facile condannare i musulmani e dire che tutti sono terroristi, anche se sappiamo che non è vero. Non siamo alla terza guerra mondiale: stiamo combattendo le stesse guerre fomentate dal colonialismo e dall’imperialismo.

È vero. “Vola solo chi osa farlo” e chi lotta per la libertà non si sente mai suddito, ma è già un uomo libero. Grazie Maestro.

domenica 14 giugno 2015

un'intervista a Luis Sepulveda

…Sepulveda, l'uomo che ha lottato con l'azione per la libertà del suo Paese e con la scrittura per far conoscere al mondo l'intoccabilità di un bene così alto, parla della dittatura di Pinochet, del carcere vissuto per mano del regime e dice: "Non bisogna mai perdere la fiducia nel futuro, nonostante tutto". Nonostante la corruzione "in Cile come in Spagna". Una riflessione che tocca anche l'Italia quando lo scrittore dice: "Si pensava che la tangentopoli italiana fosse il punto più alto della corruzione", invece si scopre che è modello globalizzato. Come reagire? "Bisogna mandare all'inferno questi corrotti - dice - e sono convinto che anche in Italia abbiate la forza di dire basta". Il problema, semmai, è come fare a organizzare il dissenso. "C'è una maggioranza di persone oneste che non riesce a sconfiggere una minoranza di persone corrotte. Con il crollo del muro di Berlino - era il 1989 - la sinistra si è chiesta e adesso che facciamo? Non abbiamo avuto il tempo di costruire un progetto politico veramente alternativo all'attuale. Ora è tempo di reinventarla questa alternativa"
da qui

venerdì 16 novembre 2012

gatti e torture

..."Tutti i miei libri hanno qualcosa di autobiografico. Mio figlio Max è realmente cresciuto con Mix e mi ha sempre commosso la dedizione per il suo gatto, che un giorno è diventato cieco. Credo sia molto importante la convivenza responsabile di un bambino con un animale  -  un gatto, un cane, un criceto  - , con un essere vivente che chiede solo affetto".

È lei a scriverlo, in quel capitolo conclusivo dal titolo "Qualche parola su questa storia": un astrologo cinese le ha detto che in un'altra vita era il gatto preferito del mandarino. Non ci ha creduto, naturalmente, ma ha ammesso che le ha fatto piacere. Ama i gatti e magari un po' s'identifica con loro?
"Amo tutti gli animali, ma in particolare i gatti, per l'indipendenza, il mistero, quella loro dignità così nobile. Io ne ho uno, bianco e marrone, di nome Esteban. Mi è stato regalato da un'amica per Natale quando aveva appena sei settimane. Purtroppo la prima volta che l'ho portato dal veterinario, ho avuto una notizia terribile: il mio gattino ha una leucemia, potrà vivere al massimo cinque anni. Mi era stato consigliato di restituirlo, visto che avrebbe avuto una vita breve e complicata, invece io gli ho detto "Esteban, divideremo il tempo che ti è dato, e sarà un tempo felice". A volte sento che mi dice "grazie, compagno". E io gli rispondo de nada compañero, sigamos viviendo".

È un po' strano parlare di gatti con un autore, un uomo, che ha sopportato ogni angheria fisica e psicologica, lunghi mesi in una cella minuscola, senza potersi alzare in pedi, senza potersi sdraiare, senza neppure sapere se fosse giorno o notte... Dopo il golpe di Pinochet, quanto ha contato nella sua vita l'amicizia?
"Di tutto quel tempo, rimane il grande amore e l'ammirazione per chi ha sofferto con me il carcere e la tortura. Non posso dimenticare nessuno di loro: tornavano dagli interrogatori feriti, sanguinanti, senza denti, senza unghie, i corpi maciullati dalle botte. Avevano però occhi pieni di luce, molti appena riuscivano a farfugliare qualcosa, ma mi prendevano una mano e dicevano "Non ho parlato, compagno, non gli ho detto niente...". Questi uomini e queste donne sono i miei fratelli, i miei amici. Sono la dignità e la forza. Sono la mia forza".