Lo aveva già detto Oxfam, ma ora lo ha sottolineato anche Joseph Stiglitz
per conto del G20: non è possibile combattere i cambiamenti climatici
se non combattiamo le disuguaglianze economiche perché è dimostrato che i
maggiori emettitori di anidride carbonica sono i ricchi, ma a pagarne le
conseguenze sono i più poveri. Un disaccoppiamento che vale non solo a
livello geografico, ma anche sociale inteso come rapporto trasversale fra
classi.
Da un punto di vista geografico i metereologi hanno appurato che le
conseguenze più gravi dei cambiamenti climatici le stanno subendo le regioni
più povere, in particolare l’Asia meridionale e l’Africa Subsahariana. Con
meccanismi opposti. In Asia per eccesso di piogge, in Africa per la loro
assenza. Nel 2022 il Pakistan venne colpito da una vasta inondazione che
provocò quasi 2mila morti e perdite per oltre 15 miliardi di dollari, di cui
cinque attribuibili al settore agricolo. In Africa, invece, nella regione del
Sahel il problema è la siccità. Paesi come Mali, Niger, Sudan, Somalia, negli
ultimi anni hanno registrato cali di produttività agricola fino al 40% a causa
della mancanza d’acqua. La riduzione dei raccolti agricoli ha come effetto
immediato la fame, perché in Africa, come in molti altri paesi del Sud del
mondo, una percentuale importante di famiglie pratica ancora l’agricoltura di
sussistenza, ossia vive direttamente di ciò che produce. E quando non
c’è più da mangiare e da bere, non rimane che andarsene. Il dramma degli
sfollati per cause naturali destinato a peggiorare negli anni a venire. La
Banca Mondiale calcola che da qui al 2050, oltre 216 milioni di persone
potrebbero trovarsi costrette a migrare verso le città o i paesi limitrofi per
sfuggire ai disastri provocati dai cambiamenti climatici. E non solo nei paesi
del Sud, ma anche in quelli del Nord come testimonia l’Istituto
norvegese Internal Displacement Monitoring Centre. Dei 22 milioni di sfollati
per incendi, tifoni e allagamenti registrati nel 2024, ben sei appartengono
agli Stati Uniti a causa dell’uragano Milton. Ma c’è da stare certi che pur
trattandosi del paese più ricco del mondo, a essere colpite sono state le fasce
più povere. Intanto perché i ricchi cercano di evitare le località più
rischiose e quand’anche dovessero subire dei danni avrebbero i mezzi per
risollevarsi rapidamente.
Purtroppo per noi, i ricchi hanno anche i mezzi per condurre vite
così lussuose, da emettere quantità stratosferiche di anidride carbonica.
Quanto è successo a Venezia nel giugno 2025 ne è un esempio. Per tre giorni la
città venne stravolta dalla presenza di Jeff Bezos, patron di Amazon e terzo
individuo più ricco del mondo, che aveva invitato oltre duecento magnati per
celebrare il suo matrimonio. Molti ritennero l’evento scandaloso per la
montagna di soldi spesi, all’incirca 50 milioni di dollari, ma altri si sono
concentrati sul tasso di inquinamento prodotto. Gli invitati più facoltosi
avevano usato i propri aerei privati per unirsi ai festeggiamenti, tant’è che l’aeroporto
di Venezia registrò l’atterraggio di ben 90 jet provenienti da ogni parte del
mondo. Aerei che mediamente producono due tonnellate di anidride
carbonica per ogni ora di volo, una quantità che rapportata al basso numero di
passeggeri trasportati li rende da cinque a quattordici volte più inquinanti
dei normali aerei di linea. L’organizzazione statunitense International Council
on Clean Transportation ha appurato che nel 2023 sono stati effettuati tre
milioni e mezzo di voli da parte di jet privati che complessivamente hanno
bruciato oltre sei milioni di tonnellate di carburante per un totale di
anidride carbonica prodotta pari a 19,5 milioni di tonnellate. Considerato che
nell’Unione Europea le emissioni procapite annuali corrispondono a 10,7
tonnellate, nel 2023 i jet privati hanno emesso la stessa quantità di
anidride carbonica prodotta in dodici mesi da 1,8 milioni di europei.
Uno studio pubblicato nel 2023 da Oxfam ci informa che la responsabilità
per l’inquinamento prodotto dalla CO2 è profondamente differenziata non solo
per aree geografiche, ma soprattutto per livello di ricchezza. Il 10%
più ricco della popolazione mondiale, è responsabile del 50% delle emissioni
totali, con l’1% di cima che ne emette, da solo, il 16%. Il 50% più povero
è responsabile appena dell’8%, mentre il 40% intermedio si intesta il rimanente
42%. Considerato che per impedire alla temperatura terrestre di crescere oltre
1,5 gradi centigradi, nessuno di noi dovrebbe emettere più di 2,8 tonnellate di
CO2 all’anno, si scopre che mentre il 50% più povero non ne emette neanche una
tonnellata, il 40% intermedio ne emette il doppio del consentito, mentre il 10%
più ricco ne emette nove volte di più e l’1% di cima addirittura ventisette
volte di più. Per non parlare dei top 20 miliardari che con 8.000 tonnellate a
testa sono sopra al consentito di oltre 2.800 volte. Quote che diventano ancora
più scandalose se prendiamo in considerazione anche le emissioni derivanti dai
loro investimenti in settori altamente inquinanti come gas, petrolio, acciaio,
cemento.
Il paradosso della situazione è che mentre contribuiscono così pesantemente
al degrado del pianeta, i superricchi pensano di mettersi a posto con
l’umanità donando qualche milione di dollari per attività filantropiche
destinate al miglioramento ambientale. Bezos, ad esempio, dopo aver fondato
il Bezos Earth Fund per la difesa del clima e della natura, si è impegnato a
finanziarlo con 10 miliardi di dollari entro il 2030.
Ma la vera strada da intraprendere per arrestare i cambiamenti
climatici è quello di adottare stili di vita meno inquinanti. Un passo
che i ricchi faranno solo quando avranno meno soldi da sperperare. Per questo
tutti coloro che si battono per la difesa del pianeta sostengono che per
vincere la battaglia climatica è indispensabile applicare serie politiche di
redistribuzione della ricchezza. Che tradotto significa tasse più alte sui
redditi e i patrimoni delle classi agiate con contemporaneo utilizzo dei fondi
raccolti in due direzioni. Il primo, la cooperazione internazionale per aiutare
le popolazioni più povere a superare le loro difficoltà. Il secondo,
intervenire internamente per garantire maggiori servizi in campo sociale,
sanitario e dei trasporti, necessari per permettere anche alle fasce più deboli
di affrontare la transizione ecologica senza eccessivi scossoni. Questo,
in fondo, era il sogno di Alex Langer quando diceva che la conversione
ecologica avverrà solo se sarà socialmente desiderabile.
Come ogni brava sentinella addetta a segnalare il pericolo, da
cinquantaquattro anni l’istituto statunitense Global
Footprint Network vigila per avvertirci quando oltrepassiamo il limite
di sicurezza imposto dalla capacità biologica del pianeta. Quest’anno il nostro
ingresso in zona insicura è scattato il 24 luglio, un record mai raggiunto
prima. Più precisamente il 24 luglio segna la data in cui l’umanità ha
esaurito tutto ciò che il sistema naturale è stato capace di fornire per il
2025 attraverso il meccanismo della rigenerazione biologica: nuovi raccolti
agricoli, nuove piante da taglio, nuovi animali per alimentarci, nuovo sistema
fogliare per sbarazzarci dell’anidride carbonica.
Il Global Footprint Network chiama questo giorno “overshootday”, in inglese
“giorno del sorpasso”, ad indicare la data in cui nostra voracità supera la
capacità di rigenerazione della natura. E se ci pare che il problema
non esista è perché finiamo l’anno a spese del capitale naturale, un po’
come quella famiglia che avendo finito la legna da ardere, continua a scaldarsi
gettando nel cammino suppellettili o addirittura travicelli del tetto. Lì per
lì sembra che tutto tenga, ma se l’operazione si ripete ogni anno, finisce che
quella famiglia si ritrova senza legna e senza casa. L’umanità corre lo stesso
rischio, precisando che la responsabilità dello squilibro non ricade su tutti
nella stessa misura. Qualcuno, addirittura, non ha colpa alcuna.
Il Global Footprint Network ci ricorda che per rimanere in equilibrio con
la capacità rigenerativa del pianeta ognuno di noi dovrebbe avere un’impronta
ecologica non superiore a 1,6. In altre parole dovremmo mantenere i nostri
consumi annuali di cibo, legname, prodotti energetici, entro livelli
compatibili con 1,6 ettari di terra fertile. In realtà gli abitanti del
Lussemburgo hanno consumi che richiedono la disponibilità pro capite di 12,8
ettari, gli statunitensi di 7,9, gli italiani di 4,5 ettari. Solo tre paesi
(Sudan, Senegal, Sud Sudan), per un totale di appena 80 milioni di abitanti,
sono in linea con l’impronta sostenibile di 1,6. Ma poi ce ne sono altre decine
con un’impronta inferiore. Schematicamente potremmo dividere l’umanità
in tre gruppi: un terzo con un’impronta di molto superiore a quella
sostenibile, un terzo di poco superiore, un terzo al di sotto. Il terzo con
un’impronta di molto superiore è quella che conserva la responsabilità maggiore
dello squilibrio planetario e quindi deve tagliare di più i propri consumi.
La riduzione dei consumi richiama tre livelli: quello d’impresa, di
famiglie e di collettività. A livello d’impresa la grande sfida è cambiare
filosofia. Più che in termini di denaro, le imprese devono ragionare in termini
di risorse, quelle concrete: minerali, acqua, energia, rifiuti. Oggi il loro
obiettivo è spendere meno soldi possibile. Domani dovranno chiedersi come fare
per ottenere prodotti col minor impiego di risorse e la minor produzione di
rifiuti possibile. I loro bilanci non dovranno essere solo economici, ma
soprattutto idrici, energetici, ambientali. Più che di ragionieri dovranno
dotarsi di esperti che sappiano calcolare i consumi di risorse, le emissioni di
veleni, non solo durante la fase produttiva di loro diretta pertinenza, ma
durante l’intero arco di vita del prodotto. L’ufficio per l’eco-efficienza
dovrà essere il comparto più sviluppato di ogni singola azienda, sapendo che le
strategie della sostenibilità produttiva passano per quattro vie: il risparmio
come capacità di ridurre al minimo la quantità di energia e di
materiale impiegato; la rinnovabilità come capacità di ottenere energia e
materie prime da fonti rinnovabili; il recupero come capacità di
sfruttare al meglio ogni unità di energia, di acqua, di materiale, attraverso
operazioni di sinergia e riciclo; il locale come capacità di
privilegiare approvvigionamento, scambi e vendita a livello territoriale.
Come famiglie, la sfida è cambiare stili di vita cominciando ad eliminare
l’inutile e il superfluo. Nei nostri armadi accumuliamo troppi vestiti e ne
diamo troppi allo straccivendolo. Sprechiamo l’acqua e usiamo l’automobile
anche quando potremmo andare a piedi o in bicicletta. In concreto dobbiamo
convertirci alla sobrietà che non significa vita di stenti, ma meno quantità
più qualità, meno auto più bicicletta, meno mezzo privato più mezzo pubblico,
meno carne più legumi, meno prodotti globalizzati più prodotti locali, meno
cibi surgelati più prodotti di stagione, meno acqua imbottigliata più acqua del
rubinetto, meno cibi precotti più tempo in cucina, meno recipienti a perdere
più prodotti alla spina. Significa anche capacità di diventare “prosumatori”,
ossia produttori di ciò che consumiamo, come succede quando dotiamo le nostre
case di pannelli solari o produciamo da soli la nostra insalata.
Ci sono aspetti del modo di vivere che tutti possono cambiare senza
difficoltà, anzi traendone benefici per il portafogli e la salute. Valga come
esempio la riduzione del consumo di carne. Ma ci sono cambiamenti a volte
impossibili a causa della propria condizione economica o del contesto in cui si
vive. I più poveri, ad esempio, difficilmente potranno fare gli investimenti
che servono per migliorare l’efficienza energetica della propria abitazione o
convertirsi alle rinnovabili. Allo stesso modo risulterà difficile sbarazzarsi
dell’auto se si vive in una periferia sprovvista di servizi e di trasporti
pubblici. Per questo è importante chiamare in causa la collettività
l’unico soggetto in grado di rimuovere gli ostacoli che impediscono anche ai
più deboli di compiere scelte di tipo sostenibile. Una funzione che la
collettività può svolgere garantendo ovunque buoni trasporti pubblici, una
buona connessione internet, un forte sostegno agli investimenti di transizione
energetica, ma soprattutto buoni servizi sanitari, sociali e scolastici.
Si è a lungo parlato dell’esigenza di consumo critico e responsabile da
parte delle famiglie. Ma ora dobbiamo chiedere anche alla sfera pubblica di
adottare criteri di spesa critica e responsabile. Tanto più oggi che si parla
insistentemente di aumento delle spese militari. La peggiore delle spese
possibili non solo perché finalizzata alla morte, ma perché gravida di
conseguenze negative anche da un punto di vista finanziario, sociale,
ambientale. Il sistema militare si basa su un uso massiccio di
combustibili fossili che lo pongono fra i maggiori produttori di gas a effetto
serra. Secondo le organizzazioni Conflict and Environment Observatory
(CEOBS) e Scientists for Global Responsibility (SGR), il sistema bellico contribuisce
al 5.5% delle emissioni globali, tanto che se fosse una nazione sarebbe al
quarto posto della graduatoria mondiale. Senza contare ciò che viene rilasciato
durante le guerre. Un gruppo di esperti ha calcolato che durante i primi tre
anni di guerra fra Russia e Ucraina sono state prodotte 230 milioni di
tonnellate di anidride carbonica, l’equivalente di quante ne emettono in un
anno Austria, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, messi insieme. L’Unione
Europea ha lanciato un piano di riarmo europeo del valore di 800 miliardi di
euro, che se venisse applicato farebbe aumentare considerevolmente le emissioni
del settore, in aperto contrasto con l’Accordo di Parigi del 2015 e con gli
Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. I nostri governanti sostengono che bisogna
armarsi per prevenire la possibile morte indotta da potenziali aggressioni. Ma
ha senso esporsi a rischi certi per evitare rischi potenziali? O non sarebbe
più intelligente seguire la via della pace disarmata e disarmante indicata
da papa Leone?
Poco dopo il suo insediamento a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni annunciò di
voler lanciare un piano Mattei nei confronti dell’Africa. Inizialmente la
proposta appariva piuttosto nebulosa perché se da una parte evocava l’idea di
cooperazione, quindi di interventi senza contropartita economica, dall’altra la
chiamata in causa di Mattei enunciava la connotazione commerciale, ricordandoci
che Enrico Mattei è passato alla storia per avere instaurato nuovi rapporti
economici con i paesi del Nord Africa produttori di petrolio. Col passare del
tempo i contorni si sono fatti più chiari e alcune cose si possono affermare
con certezza.
La prima è che di tutto il Sud del mondo, il continente che Meloni ritiene
strategico per l’Italia è l’Africa. Lo puntualizzò nella Conferenza
Italia-Africa che convocò a Roma il 24 gennaio 2024. Alla presenza di una
quarantina di delegazioni africane affermò:«L’obiettivo che
ci siamo dati è quello di dimostrare che siamo consapevoli di quanto il destino
dei nostri due continenti, Europa e Africa, sia interconnesso». Un’interconnessione
che Meloni vede sotto due profili: da una parte la grande quantità di risorse
custodite dall’Africa che se sfruttate adeguatamente possono fare la ricchezza
sia dell’Africa, sia dell’Italia; dall’altra la crescita della popolazione
africana a cui va data una prospettiva economica per impedire l’emergere di
migrazioni di massa.
La seconda cosa che si può dire èche la presidente del
Consiglio, vuole seguire direttamente tutta la partita riguardante i rapporti
di cooperazione e sviluppo con l’Africa. Come ogni stato, anche l’Italia
dispone di una politica di aiuto al Sud del mondo articolata in più direzioni.
Da una parte partecipando a fondi gestiti da istituzioni internazionali come la
Banca Mondiale; dall’altra finanziando in forma diretta progetti di
cooperazione sociale e ambientale. Secondo il bilancio di previsione dello
stato, nel 2025 questo doppio canale di intervento dovrebbe assorbire 4,5
miliardi di euro, lo 0,20% del pil italiano ben lontano dallo 0,70%
raccomandato dalle Nazioni Unite. Con l’istituzione del piano Mattei,
divenuto legge con un provvedimento del gennaio 2024, tutti gli interventi
riguardanti l’Africa saranno coordinati da un organismo unico, denominato
“Cabina di regia” istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Allo stato attuale è composto da una trentina di membri, sia pubblici, sia
privati, al cui apice siede il Presidente del Consiglio.
La terza cosa che si può dire è che il Piano Mattei intende agire
fortemente anche tramite le imprese private, sia africane, che italiane. Non
a caso una buona metà dei componenti della Cabina di regia sono rappresentanti
d’impresa o di associazioni imprenditoriali, fra cui Acea, Snam, Fincantieri,
Eni, Fondazione Med-Or, Leonardo, Fs, Enel, Terna, Cna, Cia, Confagricoltura,
Coldiretti, Confartigianato. Del resto durante il discorso che tenne
alla Conferenza Italia-Africa nel gennaio 2024, Giorgia Meloni precisò che il
Piano non può «prescindere dal pieno coinvolgimento di tutto
il “Sistema Italia” complessivamente inteso, a partire dalla Cooperazione allo
Sviluppo e dal settore privato che è fondamentale coinvolgere nella nostra
strategia, dato l’enorme patrimonio di conoscenza, tecnologia e soluzioni
innovative che può vantare». Il risultato è che fra i primi
progetti inseriti nel Piano Mattei c’è l’avvio in Algeria di
un polo agricolo gestito dall’azienda italiana Bonifiche Ferraresi per la messa
in produzione di 800 ettari di terreni semi aridi, estendibili a 36.000 nella
parte sud-orientale del Sahara algerino. Oltre alla coltivazione di grano,
cereali e semi per oli, è prevista la costruzione di impianti di molitura,
spremitura e altri stabilimenti di trasformazione alimentare, precisando che il
30% della produzione sarà riservato all’esportazione verso l’Italia. La stessa
azienda sarà sostenuta per la realizzazione di un progetto agricolo in Egitto,
paese nel quale sono previsti vari altri interventi fra cui la costruzione da
parte di Arsenale Spa, di un treno turistico “Made in Italy” sulla tratta Il
Cairo-Assuan. E rimanendo in ambito agricolo compare perfino un progetto
gestito da Eni, già finanziato dalla Banca Mondiale e dal Fondo Italiano per il
Clima per un totale di 210mila euro. Il paese di attuazione è il Kenya dal
quale, già da anni la multinazionale petrolifera si approvvigiona di olio di
ricino e altri oli vegetali da trasformare in biocarburante nei suoi
stabilimenti di Gela e Porto Marghera.
Dopo la forte riduzione di gas proveniente dalla Russia, il tema energetico
è diventato di importanza strategica per tutta l’Europa e Gorgia Meloni non ha
mai fatto mistero di volere inserire la questione energetica nel Piano Mattei
con l’obiettivo di trasformare l’Italia in un hub, ossia un punto di approdo e
smistamento energetico per tutta l’Europa. Lo ha ripetuto anche
nel gennaio 2024 durante il discorso che tenne alla conferenza
Italia-Africa: «Noi siamo sempre stati convinti che l’Italia abbia
tutte le carte in regola per diventare l’hub naturale di approvvigionamento
energetico per l’intera Europa. È un obiettivo che possiamo raggiungere se
usiamo l’energia come chiave di sviluppo per tutti. L’interesse che persegue
l’Italia è aiutare le Nazioni africane interessate a produrre energia
sufficiente alle proprie esigenze e ad esportare in Europa la parte in eccesso.
(,,,). Tra le iniziative in questo ambito voglio ricordare quella in Kenya
dedicato allo sviluppo della filiera dei biocarburanti, che punta a coinvolgere
fino a circa 400 mila agricoltori entro il 2027. Ma chiaramente questo scambio
funziona se ci sono anche infrastrutture di connessione tra i due continenti e
lavoriamo da tempo anche su questo, soprattutto insieme all’Unione Europea.
Penso all’interconnessione elettrica ELMED tra Italia e Tunisia, o al nuovo
Corridoio H2 Sud per il trasporto dell’idrogeno dal Nord Africa all’Europa
centrale passando per l’Italia».
Per capire meglio il discorso di Meloni, vale la pena precisare che Elmed è
un progetto che prevede la costruzione di un elettrodotto tra Sicilia e
Tunisia, per una lunghezzacomplessiva di 220 chilometri,di
cui 200 in cavo sottomarino. Un progetto portato avanti dalla società elettrica
italiana Terna e quella tunisina Steg, col finanziamento di fondi europei e
della Banca Mondiale, per garantire all’Europa energia elettrica prodotta in
Nord Africa da fonti rinnovabili. Quanto al Corridoio H2 Sud, è un progetto
portato avanti da un consorzio di imprese europee, fra cui l’italiana Snam,
finalizzato a costruire una conduttura lunga 3300 km per trasportare
idrogeno prodotto in Tunisia fino al cuore d’Europa. Viste le dichiarazioni
di Meloni, c’è da aspettarsi che entrambi i progetti saranno inseriti nel piano
Mattei assorbendo chissà quanti soldi dei contribuenti italiani.
Da un punto di vista finanziario, il Piano è piuttosto generico. Non
precisa quali progetti hanno diritto a contributi a fondo perduto, quali solo a
prestiti. Si limita a dire che in un quadriennio, il Piano potrà contare su 5,2
miliardi di euro, di cui 3 attinti dal Fondo italiano per il clima e 2,5 dai
fondi per la Cooperazione allo sviluppo. Inoltre asserisce di volersi avvalere
della collaborazione di una serie di istituti finanziari italiani di natura
pubblica come la Cassa Depositi e Prestiti, Simest, Sace e altri fondi di
livello internazionale. Ma non precisa né i criteri di finanziamento né le
procedure da seguire, forse per lasciare mano libera alla Cabina di regia che
di volta in volta potrà decidere quale forma di aiuto assicurare e da parte di
chi.
Meloni ha presentato il Piano come «una cooperazione da pari a
pari, lontana da qualsiasi tentazione predatoria, ma anche da
quell’impostazione “caritatevole” che mal si concilia con le straordinarie
potenzialità di sviluppo dell’Africa». Per sapere se è davvero così
dovremo aspettare qualche anno, ma l’eccessiva attenzione ai benefici che ne
può trarre l’Italia e l’eccessivo protagonismo del mondo degli affari non sono
di buon auspicio. In Kenya, ad esempio, in località Mbegi ci sono già
state proteste da parte dei piccoli contadini che producono ricino per Eni: i
guadagni promessi non sono arrivati. Lo scrive il Financial Times dell’11
aprile 2025.
I popoli del Sud del mondo sono stati depredati da secoli di colonialismo,
guerre, scambio ineguale, latrocinio finanziario. Per rialzarsi hanno
bisogno di opere e servizi di base pensati per loro: acqua, sanità, corrente
elettrica, scuole, trasporti. Il mondo degli affari ha portato sfruttamento e
miseria. Solo la solidarietà gratuita, senza aspettarsi niente
indietro, può portare sviluppo umano. Non è carità, ma giustizia.
articoli e video di Francesco Gesualdi, Michele Santoro, Raniero La Valle, Elena Basile, Antonio Mazzeo, Jesús López Almejo, Ariel Umpièrrez, Irina Scherbakova, Alessandro Marescotti, Alessandro Orsini, Clara Statello, Jens Stoltenberg, Ennio Cabiddu
BASTA GUERRA – Francesco Gesualdi
Ci hanno presentato la guerra in Ucraina come una favola: di là l’orco cattivo, di qua i buoni che vogliono punirlo. La verità è che ci troviamo di fronte all’esito di un braccio di ferro fra due fronti contrapposti (Russia e Nato), ambedue animati da spirito di dominio, che stanno usando l’Ucraina come vittima sacrificale. Per cui non esiste di là il cattivo, di qua i buoni, bensì due cattivi, ambedue capaci di aggressione quando serve ai propri scopi. Lo dimostra la storia.
La guerra in Ucraina va fermata perché massacra un popolo, perché ci espone a rischio di catastrofe nucleare, perché aggrava all’inverosimile la questione climatica e ambientale, perché getta nella disperazione milioni di famiglie, in tutta Europa, per la crisi energetica che ha provocato e che le leggi di mercato, tutte a favore delle multinazionali finanziarie e petrolifere, stanno trasformando in catastrofe sociale.
L’unico modo per fermarla è dire no alla guerra e allo spirito di dominio che anima ambedue gli schieramenti. Una strada che si attua attraverso tre iniziative: 1) stop all’invio di armi che serve solo a prolungare la guerra ingrassando i produttori di armi; 2) avvio di dialogo fra Russia ed Unione Europea per garantire pace al continente; 3) riduzione delle spese militari e della produzione di armi.
Se condividi questa prospettiva, invia questo messaggio ai tuoi amici. E’ arrivato il tempo di fare sentire un’altra voce nel paese. La voce di chi non vuole la guerra perché giova solo ai potenti.
INVECE DELLA RAGIONE – Raniero La Valle
Cari amici, è sempre più difficile dire come potremo uscire dalla tragedia universale che stiamo vivendo, perché siamo vittime non solo della protervia dei potenti che si sono arrogati il diritto di decidere della nostra sorte e della stessa vita del mondo, ma della loro condotta del tutto irrazionale, e per conseguenza incoerente e ingannevole. Nel nostro orgoglio di occidentali nipotini di Kant, credevamo che la ragione ci avrebbe salvato, e invece è proprio l’eclissi della ragione che ci sta perdendo. Il primo esempio di questo agire senza ragione sta nell’origine stessa della guerra d’Ucraina; ora sappiamo perché essa è scoppiata, e come sarebbe stato facile, e addirittura ovvio, evitarla. Ci ha spiegato perché non l’hanno fatto il segretario generale della NATO, Stoltenberg, parlando in una sede istituzionale e ufficiale come la Commissione Affari Esteri del Parlamento europeo. È forse per la sua genialità che egli è stato confermato per un altro anno alla testa della Forza Armata dell’Occidente. “Nell’autunno del 2021 – ha rivelato – il presidente russo Vladimir Putin ci inviò una bozza di trattato: voleva che la NATO firmasse l’impegno a non allargarsi più”. Bisogna notare che a quella data la NATO aveva già inglobato, dopo il fatidico ’89, la Polonia, la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Bulgaria, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Romania, la Slovacchia, la Slovenia, l’Albania, la Croazia, il Montenegro, la Macedonia del Nord, Paesi non tanto lontani dai confini della Russia, su cui pertanto la NATO poteva già abbaiare a suo piacere. “Inoltre – ha aggiunto Stoltenberg – voleva che rimuovessimo le infrastrutture militari in tutti i Paesi entrati dal 1997, il che voleva dire che avremmo dovuto rimuovere la NATO dall’Europa centrale e Orientale, introducendo una membership di seconda classe. Ovviamente non abbiamo firmato, e lui è andato alla guerra per evitare di avere confini più vicini alla NATO, ottenendo l’esatto contrario». Commentando queste dichiarazioni su “Il Fatto Quotidiano”, Salvatore Cannavò fornisce altri particolari su quel tentativo di accordo fallito: Il documento con le “proposte concrete” di Putin, presentato il 15 dicembre 2021 “fu accolto in Occidente come un diktat, anche se gli uomini di Putin lo consideravano comunque una bozza su cui avviare la trattativa. I nove articoli muovevano da un preambolo che citava vari trattati, da quello di Helsinki del 1975 sino alla Carta per la sicurezza europea del 1999 per poi sostenere l’impegno delle parti a “non partecipare o sostenere attività che incidano sulla sicurezza dell’altra parte “, a “non usare il territorio di altri Stati per preparare o effettuare un attacco armato” o ad azioni che ledano “la sicurezza essenziale” reciproca facendo in modo che le alleanze militari o le coalizioni di cui fanno parte rispettino “i principi contenuti nella Carta delle Nazioni Unite”. Propositi a nostro parere sacrosanti. L’articolo 4 era quello tendente a escludere l’ulteriore espansione della NATO ad Est, e l’ammissione ad essa degli Stati che facevano parte dell’Unione Sovietica; gli Stati Uniti non avrebbero dovuto installare basi militari sul territorio degli Stati già membri dell’URSS né avrebbero dovuto stabilire con loro una cooperazione militare bilaterale. Tale proposta non metteva in discussione tutto l’Est europeo ma i soli Paesi baltici, Estonia Lettonia e Lituania entrati nell’alleanza nel 2004. La Russia chiedeva poi di non schierare missili terrestri a raggio corto e intermedio se questi minacciassero l’altra parte e di “evitare il dispiegamento di armi nucleari”. C’era poi l’impegno che le parti non avrebbero dovuto creare “condizioni o situazioni che costituiscano o possano essere percepite come una minaccia alla sicurezza nazionale di altre parti”, con una certa “moderazione” nell’organizzazione delle esercitazioni. Per la risoluzione delle controversie si rimandava ai rapporti bilaterali e al consiglio Nato-Russia, con la richiesta di creare hotline di emergenza. Per quanto in particolare riguardava l’Ucraina la richiesta era che tutti gli Stati membri della NATO si astenessero dal suo ulteriore allargamento compresa l’adesione dell’Ucraina e di altri Stati, e non conducessero alcuna attività militare sul territorio dell’Ucraina e di altri Stati dell’Europa orientale, del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale”. Il rifiuto di queste proposte arrivò subito, già il giorno dopo, il 16 dicembre, in una conferenza stampa di Stoltenberg con il presidente ucraino Zelenski. La posizione degli Stati Uniti, di Biden, di Stoltenberg, ribadita in più sedi, era che “è la NATO che decide chi aderisce all’Alleanza e non la Russia”, e l’Europa tacque del tutto. Un altro esempio di un comportamento “alienum a ratione”, per dirla con papa Giovanni XXIII, ossia “fuori della ragione” se non di follia, sta nella posizione assunta dall’Ucraina come l’ha enunciata il portavoce ufficiale di Zelenski, Mikhailo Podolyak. Egli prima ha liquidato papa Francesco, dicendo: “Non ha senso parlare di un mediatore chiamato papa, se questi assume una posizione filorussa… Se una persona promuove chiaramente il diritto della Russia di uccidere i cittadini di un altro Paese…sta promuovendo la guerra… Il Vaticano non può avere alcuna funzione di mediazione: ingannerebbe l’Ucraina o la giustizia”. Marco Politi ha definito queste dichiarazioni “uno schiaffo pesante” al papa, paragonandolo allo “schiaffo di Anagni”. Poi Podolyak ha descritto il mondo come l’Ucraina di Zelensky se lo immagina oggi e dopo la vittoria sulla Russia: “Smettetela di assecondare i mostri” (rivolto a Lula che aveva detto che non avrebbe fatto arrestare Putin se andrà al prossimo G20 del 2024 a Rio de Janeiro), “Smettetela di flirtare con i maniaci ignorando le loro vere intenzioni. Smettetela di pensare che sia possibile negoziare con la Russia e che sia importante. La decisione sulla Russia deve ancora essere presa: isolamento geopolitico, status di terrorista, sospensione dall’appartenenza a istituzioni globali, mandati di arresto individuali per alti funzionari. E soprattutto la sconfitta nella guerra seguita dalla trasformazione interna” (dal Corriere della Sera dell’11 settembre). Povera Ucraina e poveri noi in un mondo così. La terza performance insensata è quella di Biden che è andato in Vietnam, teatro di quella guerra che gli Stati Uniti non hanno accettato di concludere con un negoziato cercando invece la vittoria, e ne sono usciti sconfitti fuggendo da Saigon, per proporre una qualche partnership nell’Indopacifico, ignorando forse che il Vietnam, dopo la dura esperienza da cui è uscito, è ora il Paese “dei quattro NO”: no alle alleanze militari, no a schierarsi con un Paese contro un altro, no alle basi militari straniere, no all’uso della forza nei rapporti internazionali. Fossimo anche noi come il Vietnam! E a Pechino Biden ha detto: “Non voglio il contenimento della Cina. Voglio solo assicurare che ci sia una relazione onesta e chiara”. Peccato che nella “Strategia della sicurezza nazionale americana”, da lui firmata nell’ottobre scorso, c’è scritto che il maggiore “competitore strategico” degli Stati Uniti è la Cina, che rappresenta la “sfida culminante” (pacing challenge) nel prossimo decennio e nei decenni successivi, a causa della sua intenzione e capacità di “rimodellare l’ordine internazionale a favore di un ordine che inclini il campo di gioco globale a suo vantaggio, e sempre più spesso ha il potere economico, diplomatico, militare e tecnologico per perseguire tale obiettivo”. Sulla scia di questa “damnatio” pronunciata da Biden il documento operativo sulla “Strategia della Difesa Nazionale degli Stati Uniti” pubblicato dal Segretario alla Difesa Lloyd Austin, specificava che “la Repubblica Popolare Cinese ha ampliato e modernizzato quasi ogni aspetto dell’Esercito Popolare di Liberazione, concentrandosi sullo sforzo di riequilibrare le superiorità militari statunitensi. La Cina è quindi la sfida suprema per il Dipartimento della Difesa”. Lloyd Austin illustrava poi come l’immenso potenziale americano sarebbe stato predisposto a sostenere con la deterrenza questa sfida con la Repubblica Popolare Cinese e a “scoraggiare l’aggressione”; egli sosteneva bensì che il conflitto con la Cina non è “né inevitabile né auspicabile” ma anche che gli Stati Uniti sono pronti, se la deterrenza fallisce, “a prevalere nel conflitto”. Nonostante tutti i processi alle intenzioni, decisive motivazioni sul perché si debba fare della Cina l’ultimo Nemico in una guerra finale con lei, non erano date. Sono queste alcune delle ragioni che stanno alla base dell’Appello “Terra, Pace Dignità”, rivolto anche ai destinatari di questa newsletter, appello che pubblichiamo nel sito e di cui si potranno poi seguire gli sviluppi. Si tratta di dare una rappresentanza politica a tre soggetti ideali, tre ordinamenti, che non l’hanno o l’hanno perduta: la Terra, la Pace e la Dignità di tutte le creature; è la via, che non elude la dura prova della politica, per giungere infine, ripudiata sul piano mondiale la guerra, a quel costituzionalismo mondiale che è il nostro obiettivo e la ragione del nostro impegno.
Un’iniziativa politica
TERRA PACE E DIGNITÀ
L’appello di Michele Santoro e Raniero La Valle per dare una rappresentanza al Popolo della Pace. Tre soggetti, tre ordinamenti da costruire: la Pace, la Terra e la Dignità di tutte le creature
Pubblichiamo l’appello, aperto alle firme, per un’assemblea da tenersi a Roma il 30 settembre per dare la parola alla Pace da istituire, alla Terra da salvare, alla Dignità da ristabilire.
Noi sottoscritti, amanti della pace e più ancora della vita, sgomenti per gli sviluppi incontrollati della guerra d’Ucraina e per l’istigazione da parte dei governi a perpetuarla ed estenderla, sentiamo l’urgenza di un impegno personale e intendiamo riunirci in una pubblica Assemblea il 30 Settembre prossimo a Roma per promuovere un’azione responsabile volta ad invertire il corso delle cose presenti, istituire la pace e ristabilire le condizioni di un sereno futuro.
Rivolgiamo perciò un appello:
Ai pacifici, alle donne e agli uomini di buona volontà, ai resistenti perché nessun volto sia oltraggiato e la dignità sia riconosciuta a tutti gli esseri viventi, agli eredi di milioni di uomini e donne che hanno lottato per il lavoro, per l’emancipazione e per la libertà dal dominio pubblico e privato, a quanti si ribellano al sacrificio degli uni per il tornaconto degli altri, ai giovani che abbiamo perduto, a cui non abbiamo saputo garantire il futuro.
Ai credenti e ai non credenti, agli organizzati e ai disorganizzati, ai militanti di tutti i partiti, agli elettori di tutte le liste, agli assenti dalle urne e a quelli di deluse speranze, a quanti godono di buona fama e a chi soffre di una cattiva reputazione, agli inclusi e agli scartati.
Noi ci rivolgiamo a voi non perché siamo più importanti, ma perché siamo voi.
E vogliamo dare una rappresentanza a tre soggetti ideali che ancora non l’hanno o l’hanno perduta, a tre beni comuni: la PACE, la TERRA e la DIGNITÀ.
LA TERRA: è in pericolo, essa non è un patrimonio da sfruttare, un ecosistema da aggredire, ma la casa comune da custodire, da tornare a rendere abitabile per tutte le creature, da arricchire con i frutti del nostro lavoro e le opere del nostro ingegno.
LA DIGNITÀ : è la condizione umana da riconoscere, restaurare e difendere. La dignità della libertà e della ragione, del lavoro e del tenore di vita, del migrante per diritto d’asilo e del profugo per ragioni economiche, del cittadino e dello straniero, dell’imputato e del carcerato, dell’affamato e del povero, del malato e del morente, della donna, dell’uomo e di ogni altra creatura.
LA PACE: tutti dicono di volere la pace nel mondo, ma questa non si può nemmeno pensare se prima non finisce questa guerra in Europa, dunque è una seconda pace, ed è una bugia quella di chi dice di volere la seconda pace se non vuole e impedisce la prima. Noi sappiamo invece che la pace del mondo è politica, imperfetta e sempre a rischio. È assenza di violenza delle armi e di pratiche di guerra, vuol dire non rapporti antagonistici né sfide militari o sanzioni genocide tra gli Stati, implica prossimità e soccorso nelle situazioni di massimo rischio a tutti i popoli.
Il sistema di guerra è diventato il vero sovrano e comanda ogni cosa, pervade l’economia e domina la politica anche quando la guerra non c’è o non è dichiarata. È questa la ragione per cui la stessa guerra d’Ucraina non riesce a finire, benché in essa entrambi i nemici già ne siano allo stesso tempo vincitori e sconfitti e non finisce perché, così ben piantata nel cuore dell’Europa per rialzare la vecchia cortina sul falso confine tra Occidente e Oriente, la guerra d’Ucraina è funzionale o addirittura necessaria a quel sistema, e perciò gli stessi negoziati sono stati proibiti.
È esplosa con la funesta offensiva di Putin ma ha subito suscitato una reazione straordinaria avente lo scopo di dividere l’Europa su una frontiera di odio e di sangue tra Ucraina e Russia, così da lasciare agli Stati Uniti una potenza ineguagliabile, e la Cina come vero e ultimo nemico.
LA TERRA stessa è in pericolo, le politiche ecologiche sono sospese e rovesciate, il clima si arroventa e le acque si rompono. Già ora i Grandi col nucleare sfregiano la Terra (in Ucraina con le bombe ricche di uranio impoverito). Per i potenti della Terra si direbbe che non esiste il futuro.
LA DIGNITÀ delle persone e di tutte le creature viene negata e umiliata, a cominciare dalla dignità dei migranti che sono abbandonati al mare o vengono scambiati per denaro perché siano trattenuti nei lager libici o nei deserti tunisini.
A tutto questo noi diciamo NO. Siamo sicuri che se si potesse fare un referendum mondiale, la grande maggioranza dei popoli e dei cittadini della Terra direbbe NO alla guerra come salute dei popoli, NO all’entusiasmo per il massacro, NO alla competizione strategica per il dominio del mondo, NO alla sfida culminante dell’area euro-Atlantica con la Russia e con la Cina.
Noi non neghiamo rispetto e stima ai partiti e alle loro personalità più eminenti, e non condividiamo la ripulsa e il discredito di cui oggi sono fatti oggetto. Il nostro è piuttosto un Partito Preso per la Pace, per la Terra e per la Dignità delle creature, senza riserve ed eccezione alcuna.
La prima occasione in cui tutto ciò sarà messo alla prova saranno le elezioni europee. Risuona per l’Europa la domanda gridata da papa Francesco: “Dove vai Europa?”. Dove stai navigando, senza la bussola della pace?
Il primo punto di un programma elettorale è per noi il rifiuto senza se e senza ma della creazione di un esercito europeo, erroneamente considerata, nell’attuale deriva politica, il naturale coronamento dell’unità europea. È invece il residuo di una cultura arcaica che ritiene essenziale per la sovranità il potere di guerra e il disporre di un’armata. Un esercito europeo sarebbe integrato nella Nato con gli Stati Uniti al comando, renderebbe permanente la guerra civile europea innescata dal conflitto in Ucraina e il pericolo di una deflagrazione finale in una guerra mondiale già di fatto iniziata.
E’ invece l’Europa che dovrebbe promuovere la riforma dell’Onu e una politica attiva per il disarmo, con l’inclusione del Brasile, dell’India e del Sudafrica, le nazioni che formano i BRICS, nel novero dei Cinque Membri Permanenti del Consiglio di sicurezza. In tal modo la leadership mondiale sarebbe direttamente rappresentativa del 47 per cento (quasi la metà) della popolazione mondiale.
L’ Europa ha interesse a sostenere l’opposizione del presidente brasiliano Lula e dei BRICS alla supremazia mondiale del dollaro e ha interesse a sottrarre la moneta e il debito al dominio delle banche private e del mercato di carta per recuperare la sovranità perduta e riconsegnare i beni comuni ai cittadini.
Anche la democrazia è incompatibile col sistema di guerra e si indeboliscono le difese contro il fascismo vecchio e nuovo.
Non ci affascinano i Palazzi ma i Parlamenti. Vorremmo una scuola che non trasformi i ragazzi in capitale umano, in merce nel mercato del lavoro, in pezzi di ricambio per il mondo così com’è, ma in padroni della parola, coscienti e cittadini. Si decida di rendere vero anche nei fatti che la guerra è ripudiata, che la rivoluzione femminile deve essere proseguita e adempiuta, che si salvino per primi “gli ultimi”, perché solo in questo modo si salvano anche i primi.
Amiamo i valori dell’Europa e dell’Occidente ma non pretendiamo un mondo a nostra misura, tanto meno uniformato al modello di “democrazia, libertà e libera impresa”, che si è voluto esportare con le guerre umanitarie e per procura, consacrando così l’economia che uccide.
Per promuovere un costituzionalismo mondiale e preparare un altro avvenire per l’Italia e per l’Europa chiediamo a tutti di firmare questo appello inviando una mail a associazione.serviziopubblico@gmail.com indicando il proprio nome e cognome e di farlo circolare per poi unirci in Assemblea il 30 settembre a Roma nelle modalità che in seguito Servizio Pubblico comunicherà.
Continuiamo a camminare insieme.
Raniero La Valle
Michele Santoro
Se l’Europa vuol esistere abbandoni l’atlantismo – Elena Basile
Negli anni 90 ne ho trascorsi quattro anni e mezzo in Nord America. Ho avuto la possibilità di viaggiare a lungo e ovunque negli Stati Uniti. Ho amato molti aspetti di una società che all’epoca sembrava lanciata verso un successo indefinito. Le avanguardie artistiche e culturali, le università, lo spirito civico e di appartenenza a una grande comunità, l’individualismo e l’assunzione di responsabilità, la libertà inscritta nei geni. Ho amato e amo questi aspetti della società americana. Eppure oggi sono una feroce critica dell’imperialismo Usa, delle strategie coerenti e demenziali con cui ben sette amministrazioni, da Reagan in poi, hanno cercato di dominare il mondo con le armi e con la finzione “liberale” di una democrazia esportabile ovunque.
I liberal sono ormai una razza in estinzione, come la sinistra in Europa. Rimane il triste spettacolo di un’oligarchia rappresentata da una classe politica che non brilla per saggezza ed etica e si contrasta a colpi di inchieste giudiziarie. L’asservimento dei giudici all’esecutivo è insito nel sistema e degenera in una sottomissione alle mafie politiche come narra il grande cinema americano. I due sfidanti alle prossime elezioni si promettono incriminazioni reciproche. Lo speaker repubblicano McCarthy lancia un’indagine per l’impeachment di Biden. I Repubblicani accusano il presidente e il figlio Hunter di aver ricevuto 5 milioni di dollari ciascuno per gli affari della società ucraina Burisma nel cui cda siede Biden jr.. Hunter è del resto indagato per evasione fiscale e possesso illegale d’arma da fuoco. Su Trump inutile soffermarsi. L’America è bella, la sua politica no. Persino la fiction House of cards racconta la commistione tra crimini e partitocrazia. Si è quindi antiamericani se si denunciano i crimini del progetto neoconservatore che dalla periferia (Afghanistan, Iraq, Libia) s’è spostato al centro contro l’anello debole delle “potenze del surplus”, la Russia?
Si è antiamericani se si è provato orrore di fronte alle guerre di esportazione della democrazia con annesse extraordinary rendition, Abu Ghraib e Guantanamo? Si è antiamericani se si considera la detenzione di Assange una violazione inaccettabile dei diritti individuali protratta negli anni in Occidente? Si è antiamericani se si denunciano le discriminazioni dei neri americani, il razzismo che alberga in molte fasce della popolazione e si esprime nei comportamenti illegali di alcuni settori della polizia? Si è antiamericani se si disprezza il materialismo e la sottocultura che l’american way of life ha incentivato? Si è antiamericani se si considerano lo Stato sociale e il sistema sanitario pubblico europeo, creato nel dopoguerra e oggi gradualmente smantellato, un riuscito tentativo di riconciliare mercato e standard minimi di giustizia sociale a cui gli americani avrebbero dovuto ispirarsi?
Vorrei chiederlo ai tanti esponenti politici del centrosinistra che sono divenuti cassa di risonanza dei Democratici americani e da anni bollano di “antiamericanismo” ogni riflessione e denuncia di pratiche illecite Usa. Mi piacerebbe credere nella buona fede di tutti. Ma questo mutamento antropologico dei “riformisti” che continuano ad avere come punto di riferimento fideistico l’Amministrazione statunitense appare come il chiaro posizionamento servile nei confronti del vincente. Sei antiamericano, sei un perdente, sei uno sfigato, come si dice in linguaggio colloquiale.
Non c’è, ci raccontano, un’alternativa. La sinistra è senza progetti. Il mantenimento del potere è possibile se ci si allinea alla volontà dei veri poteri, economici e finanziari, che dettano le regole e costruiscono il “migliore dei mondi possibili”. Questa narrativa è pericolosa per le democrazie occidentali. Non vorrei ci fossero malintesi. Russia, Cina, Turchia e, mi dispiace per i cantori della democrazia di New Delhi, anche l’India, hanno forme di governo autoritarie, non paragonabili alle nostre. Eppure il rischio di una graduale degenerazione del dibattito democratico incombe anche su di noi. Bisogna ritornare a una partecipazione politica, a un progetto di società che comprenda valori come la pace e la mediazione da opporre a nazionalismo e corsa al riarmo. Bisogna ritornare all’Europa dei Paesi fondatori, alla riforma della governance economica che continua a drenare fondi dai debitori ai creditori, alla riforma di Dublino che da anni discrimina i Paesi di primo ingresso dei migranti, alla riforma istituzionale, alla difesa e all’autonomia strategica. L’Europa deve appellarsi ai propri interessi e staccarsi dall’atlantismo muscolare che ci ha portato alla guerra in Ucraina e prepara lo scontro con la Cina. Ci può essere una dialettica nella Nato, come Ankara insegna. Gli elettori possono far sentire la loro voce alle prossime elezioni europee. Un’alternativa c’è sempre. I partiti dell’opposizione potrebbero incarnarla insieme.
Un aereo può cadere e uccidere mentre trasporta persone e cose.
Un aereo può cadere e uccidere mentre cerca di spegnere un incendio
Un aereo può cadere e uccidere mentre porta un organo da trapiantare
Ma un aereo non può cadere e uccidere perché si sta allenando per una
costosa,inutile e esibizione per tenere alto l’orgoglio militare e il
mito del primato nazionale
È tutta colpa degli uccelli – Ennio Cabiddu
È tutta colpa degli uccelli
Che saranno pure molto belli
Specie dentro un carniere
Allora il cacciator offre da bere
Da loro abbiamo copiato il volare
Ma loro non si piegano al militare
Devono essere obiettori di coscienza
Devono avere nel DNA la nonviolenza
Che Vannacci li metta sull’attenti
O li escluda dagli esseri viventi
Ennesimo invio di armi italiane all’Ucraina – Antonio Mazzeo
Secondo quanto documentato dagli analisti di ItaMilradar, un velivolo cargo Boeing KC-767A (reg. MM62226) dell’Aeronautica Militare italiana è decollato alle ore 7 di mattina dallo scalo di Pratica di Mare (Roma) per raggiungere la base militare di Rzeszow, Polonia. L’aereo è poi rientrato a Pratica di Mare intorno alle ore 14.30.
“L’esatta natura del carico a bordo dell’aereo è ignota ma è probabile che siano stati trasportati aiuti militari all’Ucraina”, scrive ItaMilRadar,. “L’Italia è da sempre un forte sostenitore dell’Ucraina nella sua odierna guerra contro la Russia, è ha già fornito miliardi di dollari in aiuti militari e umanitari. La missione del KC-767A è un’ulteriore indicazione dell’impegno dell’Italia a sostegno dell’Ucraina. L’aereo è un grande velivolo da trasporto in grado di ospitare fino a 70 tonnellate di carico”.
I Boeing KC-767A’dell’Aeronautica Militare sono anche equipaggiati con un sistema per il rifornimento in volo dei cacciabombardieri.”
Ancora una volta massima segretezza da parte del governo sui trasferimenti di sistemi di guerra alle forze armate ucraine. A differenza degli Stati Uniti d’America e di quasi tutti i paesi membri della Nato, l’Italia impone il segreto militare sulla tipologia, le quantità e il valore delle armi inviate a Kiev.
L’Ucraina è il nuovo Afghanistan: le prossime europee siano un referendum per la pace – Elena Basile
Come si sa, Antonio Gramsci in una nota dal carcere negli anni Trenta scrisse che un mondo stava morendo e che i contorni del nuovo universo non erano netti all’orizzonte. Nell’interregno tra i due diversi ordini, forze irrazionali e oscurantiste avrebbero dominato. Nell’interregno nascono i mostri. L’attualità di questa dichiarazione ci colpisce.
È davanti agli occhi di tutti, anche dei più fanatici sostenitori della riscossa dell’Occidente collettivo contro il male col quale viene identificato il resto del mondo, (Pep Borrell docet, il «giardino» europeo assediato dai barbari) che la strategia Usa e Nato manca di razionalità politica.
La politica in subordine Con Machiavelli, nasce l’epoca moderna. Viene creata l’autonomia della politica dai dogmi religiosi ed etici. Naturalmente anche prima di Machiavelli la politica era stata pura gestione del potere ma era stata camuffata da visioni religiose e falsamente etiche. L’autore de Il Principe mette a nudo il re e riconsegna alla strategia politica le sue caratteristiche essenziali aprendo alla modernità laica le scienze politiche.
Oggi l’operazione sotto-culturale che viene portata avanti è la soggezione dell’arte del compromesso al fine di ridurre i danni e perseguire il maggior bene possibile, ai dogmi etici naturalmente funzionali a un certo tipo di potere. La sconfitta dell’Ucraina è immorale, dichiara il Brookings Institute. In questo modo il ventunesimo secolo che avrebbe dovuto portare alla fine delle ideologie vede gli interessi geo-strategici occidentali travestirsi di radicalismo etico, di ossessione normativa. In questo modo ogni opzione razionale e realistica diviene oggetto di uno stigma quasi religioso incline a trascinarci in un universo medievale oscurantista.
Meglio della sottoscritta lo spiega Salvatore Minolfi nel suo eccellente libro “Le origini della guerra russo-ucraina”, edito dall’Istituto di studi filosofici di Napoli, lontano dai grandi circuiti e dalla promozione delle case editrici importanti come avviene oggi per tante pubblicazioni originali e di valore, ghettizzate nell’ombra mentre imperversano opere scontate e banali, incomprensibilmente pompate dai media.
La nuova tappa del trentennale progetto neo-conservatore americano, ugualmente presente tra i Repubblicani e i Democratici, è la guerra in Ucraina. Si abbandona la periferia (Afghanistan, Iraq, Libia) per dirigersi contro il centro, l’anello debole delle potenze del surplus, la Russia, per poter poi attenzionare la Cina. La politica non è, in questo caso, la continuazione della guerra con altri mezzi, come affermava Carl Schmitt, ma la manifestazione del suo vuoto.
Difendere l’egemonia statunitense messa in crisi dalle potenze emergenti e da un mondo multipolare agli albori, facendo affidamento sulla sola supremazia militare, indirizzare il conflitto contro una potenza nucleare, apparirebbe a qualsiasi studente di teoria politica internazionale ai primi anni universitari una aberrazione ma non ai giornalisti, ai politologi e ai diplomatici scesi a supporto della guerra per la “libertà dell’Ucraina”.
Quale libertà potremmo chiederci? La libertà di non divenire un Paese neutrale come l’Austria e la Svizzera? La libertà di non risolvere nell’ambito di una federazione i problemi concreti esistenti dal punto di vista linguistico, culturale e politico con le minoranze russofone? Povero popolo mandato al massacro, non mi stancherò di ripeterlo!
Una speranza vana Avevo sperato nelle preoccupazioni elettorali di Biden. La cosiddetta “war fatigue” sottolineavano tanti analisti con un cinismo impressionante, avrebbe potuto minare il successo della campagna presidenziale. Vi sarebbe stato un interesse alla mediazione, almeno a un armistizio coreano dato anche l’orrore delle perdite subite durante la debole controffensiva di Kiev.
Gli Usa hanno raggiunto gran parte dei loro obiettivi geostrategici che almeno sette amministrazioni Usa da Ronald Reagan in poi hanno perseguito. Gli interessi energetici, innanzitutto. Il gas Usa a prezzi proibitivi per l’Europa rimpiazza in gran parte quello russo. Il complesso industriale della difesa ha ricevuto gli incentivi necessari a far marciare l’economia statunitense. La separazione della Russia dall’Europa e la fine della relazione speciale russo-tedesca sono state infine ottenute.
Il riequilibrio dei poteri tra vecchia e nuova Europa con una preminenza della seconda sulla prima è evidente anche ai ciechi. Ormai guardiamo impotenti alla fine delle ambizioni di difesa europea e autonomia strategica dell’Ue. In conclusione si tratta di un bel bottino che poteva suggerire una tregua.
Eppure l’investimento di 101 miliardi, l’ultimo promesso dal segretario di Stato Usa, Tony Blinken, nel suo recente incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a Kiev insieme alle bombe a grappolo e agli F16, purtroppo ci induce a pensare che l’Ucraina resterà l’Afghanistan di Europa, con un conflitto endemico capace forse di erodere alla lunga il potere economico e politico di Mosca ma anche la sovranità dell’Europa ormai in ginocchio, un “protettorato Usa” come Brzezinski con la sua solita lucidità la aveva già descritta.
L’unica soluzione Come uscirne allora? Come immaginare Sisifo felice e tentare di trascinare la pietra fino in cima alla montagna anche se sappiamo che ricadrà a valle? Bisogna sperare nel bene e nella ragione anche quando essa appare lontana. La vecchia Europa, i popoli di Germania, Francia, Italia, dovrebbero far sentire la propria voce alle prossime elezioni europee premiando chi è contro la guerra, premiando chi non vuole tradire gli interessi nazionali e favorire la crisi economica-energetica che si ripercuoterà su imprese e famiglie.
Se il cuore dell’Europa prenderà le distanze dalla strategia Usa in ambito Nato qualcosa può ancora cambiare. Belgio, Lussemburgo, Spagna, Portogallo, Grecia, Malta, Cipro, Slovenia, Bulgaria, Ungheria seguiranno. Una dialettica potrà aprirsi in seno alla Nato e all’Ue.
La Russia potrà essere indotta a più miti consigli se come indica la saggezza cinese si esce dall’ottica della guerra fredda e si ritorna ai principi dell’ Onu e dell’ Osce: rispetto della sovranità territoriale e integrità delle frontiere ma anche non interferenza negli affari interni di un Paese, indivisibilità della sicurezza e quindi non espansione di un’alleanza militare a spese della sicurezza di un altro Stato.
Il ritiro delle truppe russe potrebbe essere negoziato negli anni insieme alla graduale abolizione delle sanzioni. L’Ucraina federale e neutrale, con autonomia linguistica e regionale, libera di commerciare con l’Europa come con la Russia sarebbe l’auspicabile futuro. Questa l’unica possibile soluzione, questo il bene comune del popolo ucraino, dell’Europa e della Russia.
Un’utopia? Sì probabilmente come la democrazia lo è, oggi impoverita e sotto attacco, e in grado di trasformarsi ovunque in una oligarchia, nel potere delle multinazionali finanziarie e delle marionette politiche. Spetta alle forze dell’opposizione perseguire unite un’alternativa alla divisione dell’Europa e alla sua perenne instabilità. Spetta ai cittadini rifiutare la crisi economica e l’impoverimento.
Spetta a noi tutti allontanare il rischio di un conflitto nucleare e la divisione del mondo in blocchi militari l’un contro l’altro armati. L’unico fucile contro la guerra sono le nostre idee, la ragione. Come qualcuno, tradito dai suoi epigoni, affermava “spes contra spem”, ripetendo il motto che fu di Giorgio la Pira, mutuato da Paolo di Tarso nella lettera ai romani. Bisogna avere speranza anche quando le circostanze reali la scoraggiano. Appelliamoci all’ottimismo della volontà.