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venerdì 5 dicembre 2025

La giungla - Gian Luigi Deiana

la casa nel bosco, i "centri sociali" e la città surreale

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la vicenda della "casa nel bosco" ha il merito di aiutare lo sguardo a vedere, nel fondo, la reale condizione antropologica nella quale siamo oggi immersi: questa non è affatto una condizione felice, e il più delle volte nemmeno una condizione infelice; è piuttosto una condizione amorfa, disanimata e praticamente senza senso;

in assenza di felicità, almeno il sopravvenire episodico dell'infelicità potrebbe plasmare una pur effimera condizione di senso; ma è un auspicio ormai vano: con il senso della felicità anche il senso dell'infelicità si è ormai quasi dissolto, e con la dissoluzione dell'immedesimazione nel prossimo si è dissolto anche il senso di sè;

è il modello della "società liquida", quella liquefazione della condizione umana che è da ormai cento anni oggetto della riflessione filosofica, sociologica e anche religiosa: ma è del tutto assente dalla riflessione politica e dalla progettualità necessaria;

la testimonianza del pontificato di papa francesco è in questo senso esemplare; come lo fu a suo tempo lo sguardo di edgar allan poe sulla visione desolata da lui descritta nel racconto "l'uomo della folla"; ma la spiritualità, come la letteratura, sono spesso voci che bisbigliano in un deserto sopraffatto dal rumore;

non intendo qui mettermi in squadra sulla vicenda della "casa nel bosco", mentre intendo andare anche oltre e cioè tracciare un collegamento tematico con la controversia sorta tra il ministro dell'interno piantedosi e l'amministrazione comunale di bologna sui cosiddetti "collettivi" ovvero sui centri sociali, dei quali il ministro e il governo esigono lo scioglimento;

per azzardare questa connessione apparentemente incongrua (una famigliola in una vecchia cascina e i collettivi giovanili in una grande città) è necessario fare una operazione preliminare facile facile: andare per strada in un piccolo borgo qualsiasi, e riflettere sul fatto che non ci sono bambini, nè mamme, nè gente che gioca a tresette in un bar; oppure andare per strada in città, in pieno centro o in periferia, trovando come spiegazione sociologica della condizione giovanile reale la semplice cronaca quotidiana di un qualsiasi telegiornale, che ripete la scena dalla diffusione di risse, violenze fortuite, scene di stupro condivise su smartphone, coltelli, agguati, fughe e telecamere agli angoli di ogni strada; e interminabili caseggiati desolanti e desolati, e interminabile gente senza casa; l'abolizione della prospettiva, nel procedere amorfo dell'esistenza;

e dunque, la campagna, la grande esclusa da questa specie di giungla globale:

cosa stiamo pagando noi tutti, in termini antropologici, ecologici e spirituali, a causa della desertificazione della campagna, la grande madre che abbiamo abbandonato alla sua solitudine e alla sua oscurità salvo farne oggetto la domenica di idillici reportage sulla natura? è davvero così assurdo che la campagna, cioè lo spazio di mezzo tra i luoghi densamente abitati e la selva, torni ad essere abitata e a ridare vita ai suoi campi, alle sue sorgenti e ai suoi cascinali? è davvero così ragionevole che la nuova generazione non abbia potuto vedere altro al di fuori della forbice tra giungla urbana e inselvatichimento dell'ambiente naturale circostante? e il sistema dell'istruzione, giustamente configurato nella teoria come diritto-dovere, è nella pratica davvero incompatibile con una più ampia varietà del modo di "abitare"? si ha idea di cosa sia la complessità abitativa in luoghi estesi come la lapponia, e cosa siano i servizi scolastici in giro per la scandinavia, o in estremadura, o nelle isolette marginali?

devo confessare qui che dovrebbe venirmi da piangere, al solo pensiero che la mia generazione è stata qui praticamente l'ultima ad aver visto un grifone in volo, o una volpe o una traccia di scoiattolo, mentre un adolescente di oggi non ha mai potuto vedere un pulcino, o un agnello, o una mucca; ma purtroppo non riesco nemmeno più a piangerne;

e per andare ai margini del girone propriamente infernale, cioè le città vuote di anime e di senso e invase di telecamere e di crack, si ha idea di cosa diventerebbe tutto questo se davvero fossero sciolti anche gli spazi "collettivi" ancora resistenti? si ha idea della necessità di luoghi di vita come gli oratori di chiesa, le aule universitarie e i centri sociali, senza illudersi che a una vera pedagogia della socializzazione sia sufficiente l'obbligo scolastico?

e per andare specificamente al dunque:

siamo davvero certi che i "servizi sociali" dei piccoli centri, transitati nell'arco di una sola generazione dal tempo della vitalità di campagna al tempo dello spopolamento, siano oggi adeguati a questa complessità di problemi?

siamo davvero certi che la sensibilità spontanea, mossa per esempio dai "centri sociali" di città come bologna, o torino, o milano, contro lo scandalo politico di una partita di basket o di una gara ciclistica o di un festival di canzonette a cui possa partecipare la squadra di un paese impegnato in una guerra di genocidio, con tanto di tifoserie di stato e bandiere lavate di sangue, meriti un trattamento squisitamente militare con centinaia di agenti in tenuta antisommossa?

e per fare cosa, se non la giungla urbana ovvero un deserto sovrappopolato, ma popolato da chi, se non da persone cui è sociologicamente impedita una qualsivoglia dimensione utile a intravvedere una propria dignità di destino?

((dedicato ad hansel e gretel, a pinocchio e alla fata, a biancaneve e alla strega, a cappuccetto rosso e alla nonna, ad alice e al paese delle meraviglie)).

da qui

venerdì 22 dicembre 2023

Finis Italiae - Giorgio Agamben


Si è parlato di una fine dell’Europa, se non dell’Occidente, come dell’evento che segna drammaticamente l’epoca che stiamo vivendo. Ma se c’è in Europa un paese in cui alcuni dati permettono di certificare con sobria precisione la data della fine, questa è l’Italia. I dati in questione sono quelli della demografia. Tutti sanno che il nostro paese conosce da decenni un declino demografico che lo classifica come il paese europeo con il più basso tasso di natalità. Ma pochi si rendono conto che questo significa che il perdurare di questo declino condurrebbe in sole tre generazioni il popolo italiano verso l’estinzione.
È per lo meno singolare che ci si continui a preoccupare di problemi economici, politici e culturali senza tenere conto di questo dato, che li vanifica tutti. Evidentemente come non è facile immaginare la propria morte, così non si ha voglia di immaginare una situazione in cui non ci saranno più italiani. Non mi riferisco ai cittadini dello Stato italiano, che un po’ più di un secolo fa non esisteva e la cui sparizione in fondo non mi preoccupa più di tanto. Mi rattrista piuttosto la possibilità perfettamente reale che non ci sia più nessuno per parlare italiano, che la lingua italiana divenga una lingua morta. Che, cioè, nessuno possa più leggere la poesia di Dante come una lingua viva, come Primo Levi la leggeva ad Auschwitz al suo compagno Pikolo. Questo mi rattrista infinitamente di più che la scomparsa della Repubblica italiana, che del resto ha fatto tutto quello che poteva per condurre a quella fine. Resteranno, forse, le meravigliose città, resteranno, forse, le opere d’arte: non ci sarà più il «bel paese là dove ‘l sì suona».

da qui

martedì 19 aprile 2022

La fuga dei cervelli italiani

L’assoluta incapacità, o meglio la non volontà, di agire per il bene comune è sotto gli occhi di tutti, in tutti gli ambiti nazionali, in Italia (e non solo) dall’università all’energia, per fare due soli esempi.

La volontà di privatizzare tutto, dalla sanità ai settori strategici, è assolutamente chiaro, con l’accordo di tutti i rappresentanti del popolo (scusate, delle segreterie dei partiti) nei parlamenti nazionali e regionali, grazie anche a una legge elettorale non proporzionale.

Provo a spiegare come e perché i nostri governanti degli ultimi trent’anni hanno svenduto il patrimonio economico e culturale pubblico (da qui).

Da anni, troppi anni, e in modo crescente, le statistiche segnalano una enorme “fuga di cervelli” (e non solo). In molti conosciamo ragazzi e ragazze che sono andati fuori dall’Italia.

Se i Paesi sottosviluppati sono quelli che si impoveriscono in misura massiccia dei giovani formati all’interno allora l’Italia si avvicina ai Paesi del sud del mondo (da qui), rapinati dai Paesi “sviluppati”.

Sarà necessario – ma quando? – un Tribunale dei Popoli per giudicare chi ha creato le condizioni perché succedesse questo.

Faccio l’esempio dei medici.

Da anni esiste il numero chiuso per le iscrizioni nelle facoltà di medicina (e non solo) in Italia. È uno strumento stupido, che non serve a fornire i medici necessari per il sistema sanitario pubblico nazionale, e allo stesso tempo permette, a chi non riesce a vincere la lotteria del numero chiuso, di studiare medicina in Romania, in Bulgaria, in Albania eccetera. In più dopo che all’Università pubblica italiana la formazione di un laureato in medicina costa almeno 150000 euro (da qui).

Come sa chi segue lo sport le squadre hanno un vivaio, cioè allevano i giovani giocatori e poi, dopo anni di formazione, li cedono, a volte, ad altre squadre ma in cambio di soldi; tutti capiscono che chi fa crescere qualcuno ha diritto a una ricompensa, così funziona anche nell’agricoltura e nell’allevamento: il principio è chiaro.

Un tribunale dei popoli dovrebbe condannare i governanti italiani (l’Italia fa parte del Sud del mondo a pieno diritto, ormai, visti i numeri dell’esodo dei giovani italiani) almeno per “danno all’Erario“, con pene severissime.

A qualcuno di voi sembra normale cedere qualcuno che è costato almeno 150000 euro in cambio di niente?

Provate a pensare che la “scuola” pubblica, dalle elementari all’università, forma i medici e poi li “cede” gratis a tutti.

Quando un medico italiano va a lavorare in Qatar perché le “autorità” italiane cedono una “risorsa umana” costata decine di migliaia di euro per niente? Forse il Qatar cede per niente le risorse del suo territorio, petrolio a esempio?

Lo stesso ragionamento dovrebbe farsi quando un medico inizia a lavorare in Italia, se la struttura è pubblica è una semplice partita di giro, la Sanità Pubblica utilizza “risorse umane” formate dalla Scuola e da Università Pubbliche. Ma un discorso simile a quello esemplificato per il Qatar sarebbe necessario nel caso in cui un medico iniziasse a lavorare presso una struttura privata, in Italia (in Italia esistono ospedali privati finanziati con risorse pubbliche, naturalmente, anche di proprietà del Qatar, lo sapevate?).

È un danno all’erario cedere una “risorsa pubblica” a un privato, senza recuperare almeno i costi che lo Stato italiano ha sostenuto?

Come succede troppo spesso in Italia nessuno ricorda alle imprese private che i loro profitti (privatissimi) esistono solo perché nessuno le costringe a contabilizzare i costi sostenuti dal settore Pubblico.

È il mercato, dicono mentendo sapendo di mentire.

Proviamo a fare il discorso per i medici anche per infermieri, architetti, ingegneri, camerieri, cuochi, ecc. ecc., che si sono formati in Italia. La finanza pubblica ha sostenuto i costi e poi i privati, in Italia o all’estero, raccolgono i  benefici del lavoro di quei lavoratori italiani (e di tutto il sud del mondo).

Sembrano piccole cose, finché non ci si ferma a pensare.

Insisto: i pessimi amministratori che hanno (s)governato l’Italia e ciascuna Regione andrebbero processati da qualche tribunale dei popoli almeno per danni all’erario. Infatti se si fossero recuperati i soldi spesi per la formazione degli espatriati (spesso contro la loro volontà) si sarebbe potuta finanziare la ricerca, oltrechè rendere gratuite le scuole, università compresa.

Per le numerose centinaia di migliaia di lavoratori che sono emigrati (che hanno dovuto emigrare) nessuno, tranne le loro famiglie e i loro amici, dice qualcosa. Per le decine di migliaia di migranti che arrivano in Italia (per andare spesso in altri Paesi europeì) si fa la guerra con tutti i partiti in Parlamento a urlare contro quei poveri cristi che arrivano rischiando la vita, e persino facendo la guerra alle ONG che li salvano dalle onde.

Nella neolingua dell’odio tutti difendono i “sacri” confini dagli invasori, lasciando aperte le frontiere in uscita per impoverire il Paese di uomini e donne, giovani, in età da lavoro, in cambio di niente.

Il danno economico descritto è ben poca cosa rispetto ad altri tipi di danni che provo a spiegare.

Leggete qui altri numeri sull’emigrazione italiana recente.

  

Dei tanti temi collaterali ne affronto uno solo: l’Italia si sta spopolando da molti anni, paesi in estinzione, città composte per la maggior parte da anziani, la popolazione continua a diminuire. I bambini sono meno dei vecchi, i morti superano ogni anno (sempre di più) i nuovi nati eppure si chiudono le porte ai migranti e si mettono difficoltà mostruose ai ricongiungimenti familiari.

Il dramma è che le centinaia di migliaia di emigrati italiani, non solo impoveriscono l’Italia e arricchiscono i Paesi che se li prendono gratis, ma faranno i figli all’estero e molti non torneranno più, se non per le vacanze.

Si aggraverà il declino demografico, che non è equidistribuito, graverà moltissimo nelle aree interne e nelle regioni del centrosud e isole, come nei territori già deboli per altri motivi.

Tutto questo non avviene per caso e, se pure non fosse voluto, di sicuro non viene contrastato con politiche efficaci.