L'inchiesta
di Giorgio Mottola, "Questione di lobby", ricostruisce il vasto
sistema di relazioni, finanziamenti, missioni, reti parlamentari.
C’è una
parola che in Europa viene pronunciata con prudenza, quasi con pudore, quando
riguarda Israele: lobby. Eppure è proprio questa la chiave del lavoro di
Giorgio Mottola, “Questione di lobby”, andato in onda con la conduzione
di Sigfrido Ranucci, che ricostruisce non solo la tragedia
umanitaria di Gaza ma anche il sistema di relazioni, finanziamenti, missioni,
reti parlamentari e cooperazioni industriali che ha contribuito a rendere molto
più debole, esitante e contraddittoria la risposta europea davanti alla
devastazione palestinese.
Il racconto
comincia dalla guerra vera, quella che non ha bisogno di interpretazioni. Le
immagini raccolte a Deir al Balah mostrano tende sfondate dalla pioggia,
famiglie che sopravvivono nel fango, bambini che dormono al gelo, madri
costrette a stringere i neonati al petto per non farli morire di freddo.
Un’infermiera di Medici Senza Frontiere, Cristina Contù, descrive
un flusso continuo di minori che arrivano con arti da amputare, in un contesto
in cui mancano perfino garze, bende, antibiotici, paracetamolo, concentratori
di ossigeno e pompe per rendere potabile l’acqua, materiali bloccati alla
frontiera perché considerati beni a doppio uso. Alla catastrofe dei
bombardamenti si aggiunge così la catastrofe amministrata dell’assedio, cioè la
trasformazione della scarsità in strumento di pressione militare e politica.
Ed è a
questo punto che l’inchiesta di Mottola compie il salto decisivo: mette a
confronto le parole usate dall’Europa contro la Russia nel 2022, quando Ursula
von der Leyen definiva crimini di guerra gli attacchi contro infrastrutture
civili ucraine, con la postura molto più prudente e filoisraeliana assunta dopo
il 7 ottobre. La contraddizione è lampante. Le categorie morali e
giuridiche non spariscono, ma vengono applicate selettivamente. E
questa selettività, suggerisce il servizio, non nasce nel vuoto: è il prodotto
di una sedimentazione di interessi, di reti di influenza e di pressione
sistematica sui decisori europei.
La “pagella”
degli europarlamentari
Il primo
tassello di questo sistema è la European Coalition for Israel, il
cui direttore Tomas Sandell rivendica apertamente il lavoro di
contatto costante con gli europarlamentari attraverso conferenze, incontri
bilaterali e dialogo permanente. Ma c’è di più: la struttura ha perfino
elaborato una sorta di schedatura politica dei membri del Parlamento europeo,
profilati in base ai voti e ai comportamenti su questioni considerate rilevanti
per la sicurezza e la sopravvivenza di Israele. Ne è uscita una classifica che
misura il grado di vicinanza di partiti e singoli eletti allo Stato
ebraico. È un salto qualitativo notevole: non si tratta più solo di
promuovere una narrativa, ma di monitorare sistematicamente la fedeltà
politica.
L’inchiesta
colloca questo sviluppo dentro una storia più ampia. Se negli Stati Uniti le
lobby filoisraeliane hanno radici negli anni Sessanta, in Europa la
loro crescita è soprattutto un fenomeno degli anni Duemila. Dopo l’11
settembre, molte strutture americane capiscono che non basta più presidiare
Washington: bisogna entrare anche nei luoghi dove si formano le decisioni
europee. Bruxelles diventa così un laboratorio di influenza stabile. David
Cronin, autore di un lavoro sul rapporto tra lobby israeliana e Unione
Europea, sostiene che proprio queste organizzazioni hanno avuto un ruolo
essenziale nel minimizzare, relativizzare o negare agli occhi dei vertici
europei la gravità delle accuse rivolte a Israele per ciò che accade a Gaza.
Tra i nodi
più importanti compare il Transatlantic Institute, collegato all’American
Jewish Committee. L’ufficio di Bruxelles, spiega il servizio, dispone di un
vicedirettore italiano, Benedetta Buttiglione, ed è collegato al Transatlantic
Friends of Israel, un comitato che riunisce parlamentari europei,
parlamentari nazionali e membri del Congresso americano. Qui il confine tra
rappresentanza democratica e pressione organizzata si fa sottilissimo: la lobby
non si limita a influenzare i parlamentari, ma li ingloba dentro la propria
rete relazionale. Nel gruppo risultano 230 parlamentari europei, di cui ben 33
italiani, appartenenti a quasi tutti i principali partiti. Tra i nomi citati
compaiono Pina Picierno, Piero Fassino, Ettore Rosato, Elena Bonetti, Simonetta
Matone, Deborah Bergamini e numerosi esponenti di Fratelli d’Italia, guidati
dal senatore Marco Scurria, che presiede anche la sezione italiana del Transatlantic
Friends of Israel.
Scurria,
nell’intervista, cerca di ridimensionare definendo la struttura un’associazione
come tutte le altre. Ma il punto sollevato da Mottola è diverso: il
Transatlantic Institute è registrato ufficialmente come gruppo di pressione a
Bruxelles, incontra regolarmente i rappresentanti delle istituzioni
europee e nel 2023 ha dichiarato un bilancio di circa 700 mila euro. Il nodo
diventa allora la provenienza dei fondi. Perché se il ramo europeo dichiara una
certa dimensione, i bilanci americani mostrano che l’American Jewish
Committee ha inviato in Europa circa 3 milioni e mezzo di dollari per attività
di pressione in un solo anno, e circa 47 milioni di dollari dal 2005 a
oggi. Il tutto all’interno di una macchina molto più grande, con beni superiori
a 250 milioni di dollari e introiti annui intorno agli 80 milioni, provenienti
in larga misura da fondi di beneficenza riconducibili a miliardari americani
ebrei.
La questione
della trasparenza
È qui che la
questione della trasparenza diventa centrale. Nulla di illegale, si badi.
Ma un conto è la legalità formale, un altro la leggibilità democratica
dei rapporti di influenza. Se milioni di dollari vengono spesi per
orientare il contesto politico europeo, il cittadino dovrebbe poter sapere in
che modo, verso chi, con quali strumenti e con quali risultati. Invece
l’opacità resta ampia, soprattutto quando si passa dal livello europeo a quello
nazionale.
Un capitolo
decisivo riguarda infatti i viaggi dei parlamentari. Secondo la
ricerca citata dal programma, Israele è stata nell’ultima legislatura una delle
mete più frequentate dagli eurodeputati per visite istituzionali all’estero, al
pari dell’India, pur essendo un Paese infinitamente più piccolo. Cronin
sostiene che questi viaggi sono interamente organizzati e pagati dai gruppi di
pressione filoisraeliani, che coprono trasporti, alberghi di lusso, cene e
incontri. Nell’ultima legislatura europea vengono citati 30 viaggi in
Israele e 115 notti in hotel a quattro e cinque stelle offerte agli
europarlamentari. In Italia, però, la situazione è ancora più opaca,
perché deputati e senatori non hanno l’obbligo di dichiarare i viaggi pagati da
soggetti terzi. E infatti lo stesso Scurria ammette che la missione di febbraio
in Israele con una folta delegazione parlamentare è stata pagata
dall’associazione organizzatrice, senza che il Senato avesse nulla da eccepire
o da registrare.
Il viaggio,
in questa architettura di influenza, non è un accessorio. È uno strumento
politico. Non compra necessariamente un voto, ma aiuta a formare un ambiente
mentale, una consuetudine, un accesso privilegiato, una solidarietà di rete. Si
crea così una classe di interlocutori che guarda a Israele non soltanto come a
un alleato, ma come a un riferimento strategico naturale.
Le radici
americane delle lobby
Un altro
attore fondamentale è ELNET, European Leadership Network, che si
presenta come la più importante lobby filoisraeliana in Europa. Anche questa
struttura, con radici americane, organizza e finanzia viaggi, facilita incontri
con vertici istituzionali e militari israeliani e ha recentemente aperto una
sede stabile anche a Roma. L’obiettivo dichiarato è rafforzare i rapporti
parlamentari, economici e strategici tra Italia e Israele. Non è un dettaglio
che alle sue conferenze partecipino politici di differenti schieramenti ed ex
uomini dei servizi italiani come Marco Mancini: è il segno che
l’influenza non si muove solo in Parlamento, ma penetra anche i mondi della
sicurezza, dell’intelligence e delle relazioni industriali.
Francesca
Albanese, relatrice
speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, aggiunge un
elemento ancora più inquietante: la pressione non si eserciterebbe solo
attraverso convegni e missioni, ma anche tramite interventi diretti delle
ambasciate israeliane presso politici e istituzioni, per contestare la presenza
di voci critiche negli eventi pubblici. Il risultato, dice, è che parlare
onestamente di ciò che fa Israele è diventato sempre più difficile. In altre
parole, non siamo soltanto di fronte a una battaglia diplomatica: siamo
davanti a una lotta per delimitare l’area del dicibile.
La seconda
parte dell’inchiesta si concentra poi sui casi italiani e europei più
emblematici. Fulvio Martusciello rivendica apertamente di essere un
lobbista a favore di Israele. Il servizio ricorda che, appena nominato a capo
dei rapporti tra il Parlamento europeo e Israele, assunse come collaboratore
Nuno Wahnon Martins, allora lobbista stipendiato dall’European Jewish Congress.
Il Parlamento europeo vieta ai lobbisti di lavorare al proprio interno, e
quindi il contratto dovette essere sciolto. Ma l’episodio rivela quanto sia
porosa, a Bruxelles, la frontiera tra attività di pressione e funzioni
istituzionali.
Il caso
Italia
Lo stesso
discorso vale per Antonio Tajani. Il servizio ricorda che fece
parte del board dell’European Friends of Israel, una potente struttura
di pressione, e che in seguito, come commissario europeo all’Industria e
all’Imprenditorialità, sostenne l’integrazione economica e industriale di
Israele nei programmi europei. Durante il suo mandato le importazioni europee
da Israele aumentarono in modo assai rilevante, passando da meno di 8 miliardi
nel 2000 a 17,6 miliardi nel 2011. Tajani difende apertamente la scelta
politica di essere amico di Israele e collega senza esitazioni questo rapporto
anche al valore economico e occupazionale dell’industria della difesa italiana.
È il punto in cui l’amicizia politica si salda con la convenienza industriale.
Ed è qui che
il discorso si sposta dalla lobby alla geoeconomia della guerra.
Tra il 2014 e il 2020, il programma europeo Horizon 2020 ha
finanziato università e aziende israeliane per 1 miliardo e 280 milioni di
euro. Formalmente si tratta di ricerca scientifica e innovazione civile. Ma
l’inchiesta sottolinea il carattere duale di molte tecnologie. La
Technion University, ad esempio, descritta come fortemente integrata con
l’industria militare israeliana, avrebbe ricevuto 17 milioni di euro
per progetti come veicoli senza pilota impiegati anche nella demolizione delle
case palestinesi. Inoltre, oltre 5 milioni di euro sarebbero arrivati a
grandi aziende belliche israeliane come Elbit Systems, Israel Aerospace
Industries e Rafael. La Commissione europea, imbarazzata, ha in
seguito irrigidito le regole per escludere i progetti apertamente militari. Ma,
come spiega Shir Hever, le imprese hanno imparato a presentare come civili
strumenti che possono poi essere adattati all’uso bellico: sistemi ottici per
droni capaci di volare nella cenere vulcanica o software logistici per porti e
aeroporti che possono facilmente servire anche a finalità militari.
Infine
arriva il capitolo che tocca direttamente l’Europa mediterranea: Frontex.
L’agenzia europea incaricata del controllo delle frontiere ha collaborato con
Israel Aerospace Industries ed Elbit Systems, destinando circa 100 milioni di
euro alla fornitura di droni. In particolare vengono citati gli Hermes 900,
impiegati nei territori palestinesi per ricognizione tattica ma anche per
missioni offensive. Frontex sostiene di aver utilizzato versioni civili, ma il
problema è un altro: la progressiva sostituzione delle navi con i droni ha
cambiato la natura del controllo del Mediterraneo. Una nave può soccorrere, un
drone no. Può vedere, fotografare, segnalare, ma non salvare. Secondo la
lettura proposta dal servizio, questo passaggio ha contribuito alla
crescita dei morti in mare. La guerra di Gaza e la frontiera europea
si toccano qui: nella trasformazione della tecnologia israeliana di
sorveglianza in modello operativo per il controllo migratorio continentale.
Il bilancio
politico dell’inchiesta è netto. Il problema non è l’esistenza di gruppi di
pressione, che in sé appartiene alla fisiologia delle democrazie. Il problema è
la sproporzione della loro influenza, la scarsa trasparenza dei finanziamenti,
la permeabilità delle istituzioni, l’intreccio tra amicizia politica,
cooperazione industriale, agenda della sicurezza e silenzi morali. “Questione
di lobby” di Giorgio Mottola mostra che il rapporto tra Europa e
Israele non può più essere letto solo in termini diplomatici o storici. È
diventato un nodo strutturale di potere che investe il linguaggio dei diritti,
il mercato delle armi, i programmi di ricerca, la sorveglianza dei confini e la
libertà stessa del dibattito pubblico.
L’annuncio
di nuove tariffe da parte di Washington — 100% sui farmaci di marca importati,
25% sui camion pesanti, 50% su cucine e bagni, 30% sui mobili imbottiti — non è
un semplice ritocco doganale. Rientra in una strategia di guerra economica,
dove lo strumento commerciale viene usato per rimodellare le catene del valore
a vantaggio degli Stati Uniti, invocando la Sezione 232 (sicurezza nazionale)
come base legale. La regola “100% salvo se l’azienda apre una fabbrica sul
suolo americano” trasforma la barriera doganale in un mezzo di
industrializzazione condizionata.
Le regole del gioco secondo la
Scuola di guerra economica
Nella
griglia analitica della Scuola di guerra economica di Parigi (Harbulot),
l’economia è uno spazio di rivalità di potenza, strutturato su tre piani:
1.
Coercizione normativa (leggi, standard, regolamenti) per imporre vincoli
asimmetrici agli avversari;
2. Manovra
informativa (narrazioni, segnali, minacce credibili) per influenzare
aspettative e comportamenti;
3. Conquista
di posizioni critiche (tecnologie, capacità industriali, risorse) per limitare
l’accesso degli altri.
I dazi
americani spuntano tutte e tre le caselle: sfruttano il diritto interno (232),
lanciano un segnale psicologico (“rilocalizzate o pagate”) e colpiscono settori
nodali — farmaceutica, logistica, arredamento — che incidono su costi, salute e
consumi.
La dimensione psico-economica:
costruire la percezione di dipendenza
Il messaggio
non è rivolto solo ai partner stranieri: mira soprattutto all’elettorato interno,
ri-inquadrando la dipendenza dalle importazioni come un rischio esistenziale.
La minaccia tariffaria diventa strumento di persuasione: investitori, manager e
sindacati interiorizzano l’idea che l’accesso al mercato USA sia condizionato
alla produzione locale. In questa logica, l’incertezza fa parte dell’arma: più
le regole appaiono mobili, più le imprese “sovrainvestono” negli Stati Uniti
per proteggersi.
La guerra delle norme e l’arte di
dividere le coalizioni
La
contromossa di europei e giapponesi si fonda sui tetti tariffari negoziati (15%
massimo sulla farmaceutica), che Washington dice di rispettare per queste aree
— segno che la coercizione è accompagnata da esenzioni stratificate per
dividere i partner (chi ha la deroga e chi no). Il Regno Unito, il cui accordo
bilaterale non copre esplicitamente i farmaci, appare più esposto. Risultato:
una coalizione teoricamente allineata (UE, Giappone, UK) finisce con l’avere
interessi divergenti, indebolendo la capacità di risposta coordinata.
Il diritto come campo di battaglia
Lo
spostamento verso basi giuridiche “collaudate” (232) riduce il rischio di
annullamento interno, mentre altre offensive si preparano tramite nuove
indagini 232 su robotica, macchine industriali ed equipaggiamenti medici. La
giuridicizzazione del conflitto è tipica della guerra economica: non si
sospende lo scambio, si ri-codifica lo scambio in un quadro che favorisce chi
impone la regola.
Effetti sistemici: filiere,
inflazione, scelte di investimento
Nel settore
farmaceutico, l’impatto immediato è attenuato da due fattori: (a) la quota già
domestica degli input; (b) l’accelerazione dei progetti di impianti negli USA
da parte dei grandi gruppi, proprio per neutralizzare il 100%. Ma l’asimmetria
psicologica resta: la minaccia può riattivarsi, perciò i piani industriali si
ridisegnano attorno a un rischio politico americano divenuto strutturale.
Per i camion
pesanti, l’aumento del 25% rincara il trasporto e alla fine si riflette sui
prezzi al consumo: ne deriva un rischio di inflazione ritardata ma persistente
se la misura diventa permanente. I mercati hanno reagito con calma nel breve
termine, ma gli economisti avvertono del trasferimento di costi su famiglie e
PMI della logistica.
Riflusso, elusione, spostamento: tre
risposte dei partner
Sotto
pressione tariffaria durevole, i partner adottano tre vie:
Riflusso:
scelta di “produrre in USA” per garantirsi l’accesso al mercato (caso previsto
nella farmaceutica);
Elusione:
triangolazioni via Paesi terzi, frammentazione delle forniture, “kitizzazione”
dei prodotti (classico dei conflitti doganali);
Spostamento:
dirottamento dei flussi verso altri bacini (es. mobili asiatici verso l’UE),
con rischio di shock d’offerta sull’industria europea del mobile e
rafforzamento speculare della posizione USA come calamita per investimenti.
La logica di
logoramento: erodere l’avversario nel tempo
Nella
dottrina della Scuola, la guerra economica funziona anche per attrito: non mira
a “vincere” subito, ma a consumare margini finanziari, giuridici e politici
dell’altro. Le tariffe, combinate a indagini successive (robot, dispositivi
medici, macchinari), creano un gradiente di pressione che spinge i gruppi a
scegliere la soluzione politicamente meno rischiosa — localizzarsi negli USA —
anche se non è economicamente ottimale nel breve periodo.
Dissuasione economica e messaggio
agli emergenti
Il segnale
inviato a Cina ed emergenti è chiaro: l’accesso preferenziale al primo mercato
mondiale sarà condizionato a localizzazione e conformità normativa americane. È
una forma di dissuasione economica: non si vieta, si rende più costosa
l’opzione di restare fuori dall’orbita produttiva statunitense. L’effetto
collaterale è la frammentazione della globalizzazione in sotto-regimi: un
blocco USA ad alta integrazione verticale, un blocco sino-asiatico che accelera
l’autonomia e, in mezzo, un’Europa costretta a scegliere tra allineamento
regolatorio e difesa del proprio mercato interno.
Indicatori di allerta a 12–18 mesi
Per valutare
se la manovra USA funziona, tre indicatori chiave:
1.
Investimenti e fusioni in pharma/med-tech negli USA (messa in opera delle
fabbriche annunciate, consolidamento intorno ad asset “localizzati”);
2.
Diffusione dei prezzi: camion → trasporto → grande distribuzione; mobili → beni
durevoli delle famiglie; farmaci di marca → ticket sanitario (monitorare
l’indice PCE “core goods”);
3.
Spostamenti commerciali: aumento della quota asiatica in UE su mobili e
attrezzature, segnale che l’onda d’urto si scarica sul mercato europeo.
BlackRock vuol farci pagare la guerra e la pace - Alberto Capece
Ieri, nel post dedicato alla demenzialità bellica della Ue, avevo accennato proprio in coda, al ruolo
degli ambienti global – finanziari nella inedita, scomposta e incoerente
aggressività europea. Non sono andato avanti per evitare di rendere il post
troppo lungo, ma occorre uscire dal vago: questa ingombrante presenza non è
sempre nascosta dietro le quinte, alle volte le eminenze grigie si mostrano
anche sul palcoscenico. Per esempio ci si potrebbe chiedere cosa c’entri Larry
Fink, amministratore delegato di BlackRock, il gigante finanziario che gestisce
più o meno 10 triliardi di dollari, con le trattative di pace e con
Zelensky? C’entra molto, visto che telefona spesso al duce di Kiev
e non è certo un caso che il cancelliere tedesco, Merz, un uomo che esce da
BlackRock appunto, sia diventato il maggior fautore della guerra. Il fatto è
che fin dall’autunno del 2022 Fink ha firmato con Zelensky un patto per la
ricostruzione dell’Ucraina che di fatto sfrutta joint venture pubblico –
privato per fare un mucchio di affari.
Ovviamente più viene distrutto nel corso del conflitto, più la torta
aumenta: così possiamo presumere che Fink e i suoi compari stiano aspettando il
momento in cui si potrà lucrare di più sul Paese che ha fornito ilo materiale
umano, evitando però che l’avanzata russa dilaghi e rompa le uova nel paniere o
susciti negli stessi ucraini un sentimento di ripulsa nei confronti di chi li
ha usati come carne da cannone. È dunque probabile, per non dire certo, che
egli sia parte di primo piano nelle trattative, così come è stato un attore
importante nella guerra. Adesso c’è da ricostruire tutto ciò che rimarrà del
Paese, dalla rete elettrica all’agricoltura, all’industria, allo stesso
apparato dello stato che oggi è in mano a nazisti e oligarchi che rubano a più
non posso. Ossia ci sono come minimo 600 miliardi di euro in gioco che stanno
già stati dirottati su strumenti finanziari ad hoc: tutto questo è persino
visibile nel cosiddetto piano di pace formulato da Trump e leggendo le clausole
che riguardano il “dopoguerra”, pare di sentire i sussurri delle eminenze
grigie nei recessi della Casa Bianca. Del resto, a quanto pare di capire,
l’intero Paese non sarà che un bel parco giochi nelle mani della finanza. Va
però specificato che gran parte dei soldi saranno di origine pubblica, cioè
verranno prelevati dalle tasche dai cittadini, soprattutto europei, in
maniera che i ricchi divengano ancora più ricchi, grazie a un massacro che
hanno propiziato con un cinismo estremo: quando si sono resi conto di non
riuscire a sconfiggere la Russia con le loro sanzioni, si sono dedicati a
mettere in piedi un gigantesco business. Che poi sia macchiato di sangue a loro
importa ben poco. L’espressione il sonno del giusti è una clamoroso falso: i
giusti si tormentano, sono gli ingiusti a non avere pensieri.
Per un momento è sembrato che parte di quei soldi avrebbero potuto derivare
dalla rapina dei fondi russi, ma quando si è capito che ciò avrebbe spaccato la
Ue, forse in maniera irrecuperabile e che comunque l’Fmi aveva forti dubbi
sull’operazione, ecco che hanno messo le mani nelle tasche sempre più povere
dei cittadini, per cavar fuori 90 miliardi di euro da regalare ai corrotti di
Kiev: si tratta di denaro da rubare che non serve a nulla per la guerra. I
problemi dell’Ucraina consistono soprattutto nella carenza di uomini e di
addestramento e in parte nella mediocrità e del costo stratosferico delle armi
prodotte dall’Occidente. Cerco di spiegarmi con un esempio concreto: i russi
lanciano ogni mese molte decine di missili ipersonici su obiettivi militari,
energetici o industriali dell’Ucraina, ma per avere il 12 % di possibilità di
intercettarli occorre far partire almeno 4 Patriot per ognuno dei vettori russi
in avvicinamento, vale a dire occorre un totale di 16 milioni di dollari
per avere una minima possibilità di difesa. Per disporre poi di un’intera
batteria di questi mediocri missili antiaerei (in Arabia Saudita sono
riusciti a beccare solo pochissimi droni degli Houti) dotata di radar,
centri di controllo, generatori e tutto ciò che occorre, la spesa è di un
miliardo in relazione a una modestissima efficacia.
Così 90 miliardi sembrano tanti e sono in effetti tanti, anzi troppi, per
Paesi in drammatica crisi economica, ma in realtà sono pochi per
organizzare una efficace difesa nelle condizioni in cui si trova ormai
l’esercito ucraino: la sola difesa aerea per un anno li brucerebbe quasi tutti.
Senza dire che Kiev è in totale bancarotta e che occorrerebbero 150 miliardi
solo per tenere in piedi la baracca. Ma si sa, Fink e la sua compagnia cantante
di speculatori, amano questi fiumi di denaro perché producono interessi che poi
vanno in tasca a loro. La russofobia, instillata ogni giorno, su ogni canale o
giornale mainstream, serve appunto a fa sì che il flusso di soldi non si fermi.
E per questo che intervengono direttamente nelle trattative, non fidandosi
abbastanza delle loro teste di legno di Bruxelles, scelte proprio in ragione
della loro mediocrità e/o ricattabilità. In una lettera aperta al
cancelliere Merz, l’economista Jeffrey Sachs gli lancia l’accusa di essere
fuori dalla storia, dalla diplomazia, da ogni buon senso e credibilità. Però
dovrebbe sapere che, nel modello economico in cui viviamo, il profitto non
guarda in faccia a nessuno e tantomeno alla storia. Fino a quando la storia non
ne decreterà la fine.
Quando il potere non si presenta alle elezioni - Giuseppe Gagliano
C’è chi
parla di “nomina tecnica”, chi di “fase di transizione”, chi si affanna a
precisare che no, BlackRock non ha preso formalmente il controllo del World
Economic Forum. Tutto vero. Ma irrilevante. Perché il punto non è il titolo
sulla porta, bensì chi tiene le chiavi. E oggi una di quelle chiavi è finita
nelle mani di Larry Fink, capo del più grande gestore di capitali del pianeta,
chiamato a co-presiedere il tempio di Davos proprio mentre il sistema globale
scricchiola.
Dicono che
non sia una presa di potere. Sarà. Ma quando il signore di dieci e passa
trilioni di dollari di asset diventa il garante della “governance globale”,
forse una domanda bisognerebbe farsela. Anche solo per sport.
Il World
Economic Forum è sempre stato questo: un luogo dove il potere si dà del tu,
lontano da urne, parlamenti e fastidiose opinioni pubbliche. Ma finché restava
un salotto, una fiera delle buone intenzioni, si poteva liquidarlo come
folklore d’élite. Oggi no. Oggi Davos è il posto dove si prova a supplire al
fallimento della politica. E chi meglio di BlackRock, che governa capitali più
grandi di molti Stati, può farlo?
BlackRock
non legifera, certo. Ma decide cosa è finanziabile e cosa no. E nel mondo reale,
quello dove le fabbriche chiudono e le transizioni si pagano, questo equivale a
decidere cosa esiste e cosa muore. Se non investi, non cresci. Se non cresci,
scompari. Altro che sovranità.
La favola
racconta che è tutto per il bene comune: sostenibilità, clima, responsabilità
sociale. Peccato che a stabilire cosa è “responsabile” sia sempre lo stesso
club. Un club che non risponde a elettori, ma ad azionisti. E che quando
sbaglia non viene sfiduciato, ma al massimo cambia consulente.
Sul piano
geopolitico il messaggio è chiarissimo. Mentre Cina e Russia rafforzano il
controllo statale sull’economia, l’Occidente sceglie un’altra strada:
privatizzare la stabilità. Delegare al capitale il compito di tenere insieme un
sistema che la politica non sa più governare. Non è liberalismo, è resa. Una
resa elegante, in giacca scura e cravatta ESG.
Il problema
non è Larry Fink. È il vuoto che lo rende indispensabile. Stati indeboliti,
istituzioni multilaterali paralizzate, democrazie che non decidono più ma
ratificano. In questo spazio entra la finanza, che non fa prigionieri ma
nemmeno promesse. E soprattutto non chiede permesso.
Poi ci
stupiamo se fuori dall’Occidente Davos viene visto come il volto sorridente di
un ordine economico imposto dall’alto. Ci stupiamo se cresce la diffidenza, se
il Sud globale parla di ipocrisia, se la parola “governance” suona come un
sinonimo elegante di comando.
La verità è
che nessuno ha eletto BlackRock, ma tutti ne subiscono le scelte. Nessuno ha
votato il World Economic Forum, ma molte politiche pubbliche sembrano scritte
con il suo vocabolario. E quando il potere diventa così grande da non avere
bisogno di legittimazione, allora sì che il problema non è più complottista. È
democratico.
Davos non ha
bisogno di prendere formalmente il potere. Gli basta che nessun altro lo
eserciti davvero.
Julian
Assange è tornato. Non nel modo rassicurante che piace al potere, ma in quello
che più lo disturba: tornando a denunciare, nomi e fatti alla mano. Dopo anni
di detenzione in una prigione britannica di massima sicurezza, ignorato mentre
veniva logorato fisicamente e psicologicamente, oggi Assange è libero ma resta
scomodo. Perché continua a fare il giornalista, non il testimonial della
democrazia occidentale.
La sua
ultima mossa è una denuncia penale depositata in Svezia contro la Fondazione
Nobel. Non un gesto simbolico, ma un atto formale presentato contemporaneamente
all’Autorità svedese per i crimini economici e all’Unità per i crimini di
guerra. Trenta le persone indicate, tutte legate alla Fondazione, compresi i
vertici: la presidente Astrid Söderbergh Widding e la direttrice esecutiva
Hanna Stjärne. Le accuse sono tutt’altro che generiche: appropriazione indebita
aggravata di fondi, facilitazione di crimini di guerra e contro l’umanità,
finanziamento del crimine di aggressione.
Il cuore
della denuncia è l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2025 a María
Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana. Secondo Assange, non si
tratta di una scelta discutibile sul piano politico, ma di una violazione
diretta del testamento di Alfred Nobel, che destinava il premio a chi avesse
lavorato per la fratellanza tra le nazioni, la riduzione degli eserciti
permanenti e la pace. Qui, sostiene Assange, siamo esattamente all’opposto.
Le accuse
rivolte a Machado sono precise e documentate. Primo: istigazione pubblica e
reiterata all’uso della forza militare. Nel febbraio 2014, davanti al Congresso
degli Stati Uniti, Machado dichiarò che “l’unica strada rimasta è l’uso della
forza”. Non una frase isolata, ma l’avvio di una linea politica coerente. Negli
anni successivi, fino al 2025, ha continuato a invocare un intervento armato
contro il Venezuela, arrivando a sostenere che gli Stati Uniti potrebbero dover
intervenire direttamente.
Secondo:
legittimazione politica di crimini di guerra altrui. Dopo aver ricevuto il
Nobel per la Pace, Machado ha telefonato al primo ministro israeliano Benjamin
Netanyahu per congratularsi della conduzione della guerra a Gaza. Assange non
entra nel merito ideologico, ma giuridico: lodare pubblicamente operazioni
militari già oggetto di accuse internazionali significa fornire copertura
morale e politica a quei crimini.
Terzo: uso
strumentale del Nobel come scudo reputazionale. Secondo la denuncia, Machado
avrebbe immediatamente sfruttato l’autorevolezza del premio per rafforzare la
narrativa dell’intervento militare, trasformando il Nobel da riconoscimento
simbolico in strumento operativo. Non la pace come fine, ma la pace come
marchio da spendere per rendere accettabile una guerra.
Quarto:
integrazione consapevole nella strategia statunitense di cambio di regime.
Assange collega le posizioni di Machado alla linea dell’amministrazione Trump,
che descrive il governo venezuelano come una struttura criminale da abbattere.
In questo contesto, Machado non appare come un’oppositrice interna, ma come un
ingranaggio politico di una strategia esterna. Emblematiche, in questo senso,
le dichiarazioni rilasciate a Donald Trump Jr., in cui prometteva di aprire le
aziende e le risorse venezuelane agli Stati Uniti. Altro che autodeterminazione
dei popoli.
Quinto, e
più grave sul piano giuridico: concorso morale nel crimine di aggressione.
Assange non accusa Machado di aver combattuto una guerra, ma di aver
contribuito a crearne le condizioni politiche, mediatiche e morali. Nel diritto
internazionale, questo non è un dettaglio. La denuncia sostiene che
l’assegnazione del Nobel abbia rafforzato questa funzione, trasformando il
premio in uno strumento di facilitazione indiretta di un’aggressione armata.
Per questo
Assange chiede il congelamento immediato degli 11 milioni di corone svedesi
legati al premio e il ritiro della medaglia. Non una provocazione, ma una
conseguenza logica: se il premio viene usato in violazione del mandato
testamentario, quei fondi diventano, a suo avviso, il frutto di
un’appropriazione indebita.
Il silenzio
che circonda questa denuncia è coerente con la storia di Assange. Ieri ignorato
mentre marciva in cella, oggi ignorato mentre mette in discussione uno dei
totem morali dell’Occidente. Perché la sua accusa non colpisce solo Machado, ma
un sistema che distribuisce patenti di pace a chi giustifica la guerra, che
chiama “democrazia” ciò che conviene e “crimine” ciò che disturba.
Assange non
è un eroe né un martire. È un giornalista che continua a fare il suo mestiere:
mostrare documenti, collegare i fatti, smontare le narrazioni ufficiali. E per
questo resta l’uomo da rimuovere dal dibattito pubblico. Ma anche quello che,
ciclicamente, torna a ricordare una verità semplice e insopportabile: la pace
non si proclama, si pratica. E chi invoca i bombardamenti, per quanto premiato,
pacifista non è.
Il genocidio
in corso nella Striscia di Gaza non è un evento improvviso né isolato. È il
risultato di un processo lungo, costruito su decenni di occupazione militare,
impunità politica e complicità internazionale. Come documenta con precisione il
rapporto presentato alle Nazioni Unite dalla relatrice speciale Francesca
Albanese, si tratta di un crimine collettivo, in cui Stati terzi hanno avuto un
ruolo determinante nel fornire supporto diplomatico, militare, economico e
persino “umanitario”, consentendo a Israele di trasformare l’occupazione in una
macchina di distruzione sistematica.
Dietro le
macerie di Gaza non ci sono solo bombe e soldati. Ci sono governi che
forniscono armi, porti che accolgono navi cariche di materiale bellico, banche
che finanziano industrie, imprese che forniscono tecnologia dual-use,
diplomazie che esercitano veti e silenzi che valgono come complicità. Il
genocidio, come sottolinea il rapporto, non è mai opera di un solo attore.
Il quadro
giuridico: obblighi chiari, responsabilità ignorate
Il diritto
internazionale impone agli Stati non solo di non partecipare a crimini come
genocidio, apartheid o aggressione, ma di prevenirli e punirli. La Corte internazionale
di giustizia aveva già nel 2004 dichiarato illegale l’occupazione israeliana e
ribadito gli obblighi di tutti gli Stati di agire. Questi obblighi non sono
facoltativi: gli Stati hanno il dovere giuridico di non riconoscere situazioni
illegali, di non prestare aiuto o assistenza e di intervenire per far cessare
le violazioni.
Ma le misure
previste — embarghi sulle armi, sospensioni di accordi commerciali, pressione
diplomatica e cooperazione con i tribunali internazionali — non sono state
adottate. Anzi, in molti casi è accaduto l’opposto: si è consolidato un sistema
di relazioni che ha reso possibile, sul piano materiale e politico, la campagna
di distruzione di Gaza.
La
diplomazia come rete di protezione
Il primo
pilastro della complicità è quello diplomatico. Dopo il 7 ottobre 2023, il
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è diventato teatro di una paralisi
sistematica. Gli Stati Uniti hanno posto il veto sette volte su risoluzioni per
un cessate il fuoco permanente. Altri Paesi occidentali si sono limitati a
sostenere tregue temporanee o corridoi umanitari, lasciando proseguire la
macchina di guerra.
Il discorso
pubblico si è allineato alla narrativa israeliana, dipingendo i palestinesi
come “terroristi”, “scudi umani” o “obiettivi collaterali” e cancellando il
loro status di popolazione occupata protetta dal diritto internazionale
umanitario. Questa manipolazione linguistica è stata essenziale per
giustificare l’inerzia diplomatica e normalizzare l’idea che la guerra a Gaza
fosse una risposta legittima a un’aggressione, piuttosto che la prosecuzione di
un’occupazione coloniale.
Stati arabi
e musulmani hanno mantenuto un profilo ambiguo. Alcuni hanno denunciato
pubblicamente la violenza, ma allo stesso tempo hanno preservato relazioni
economiche e strategiche con Israele, in particolare dopo la normalizzazione
sancita dagli Accordi di Abramo. Altri hanno tentato mediazioni parziali senza
mai incidere realmente sull’equilibrio militare e politico.
Mentre pochi
Stati — come Belize, Bolivia, Colombia e Nicaragua — hanno sospeso relazioni
diplomatiche con Israele, la maggior parte ha continuato a mantenere contatti
ufficiali, rafforzando la percezione che non ci sarebbero state conseguenze
reali per il genocidio.
Le armi: il
carburante della macchina di guerra
Il secondo
pilastro è quello militare. La campagna israeliana a Gaza è stata sostenuta e
resa possibile da un flusso costante e massiccio di armi provenienti in gran
parte da Paesi occidentali. Gli Stati Uniti da soli coprono circa due terzi delle
importazioni militari israeliane. Solo tra il 2023 e il 2025 hanno approvato
742 spedizioni di armi e munizioni, oltre a fornire accesso diretto ai depositi
militari statunitensi presenti in Israele.
Bombe,
artiglieria pesante, munizioni di precisione, caccia e componenti per sistemi
avanzati di sorveglianza e targeting sono stati consegnati mentre la fame e la
carestia colpivano la popolazione civile. La Germania è il secondo esportatore
di armi verso Israele, con licenze di esportazione per centinaia di milioni di
euro, mentre l’Italia, il Regno Unito, la Francia e altri Paesi hanno
contribuito direttamente o indirettamente a questa catena.
Questa rete
non riguarda solo armi finite, ma anche componenti e tecnologie. Il programma
dell’F-35 coinvolge 19 Paesi, molti dei quali forniscono parti e sistemi
integrati impiegati direttamente nei bombardamenti su Gaza. Il flusso di armi
non si è interrotto nemmeno quando erano già note le violazioni del diritto
internazionale umanitario.
I porti e le
basi come arterie logistiche
Dietro ogni
consegna militare c’è un’infrastruttura globale che rende possibile la guerra.
Porti in Europa e nel Mediterraneo — in Turchia, Francia, Italia, Paesi Bassi,
Grecia, Marocco e Belgio — sono stati usati per far transitare componenti e
armamenti. Aeroporti in Irlanda, Belgio e Stati Uniti hanno garantito l’arrivo
dei rifornimenti. Alcuni scali hanno addirittura deviato spedizioni per
aggirare proteste sindacali o controlli politici.
La
cooperazione militare non si è limitata al commercio di armi: Israele ha
partecipato a esercitazioni multinazionali, ha ricevuto intelligence in tempo
reale e ha integrato la propria macchina bellica con sistemi occidentali, in
particolare statunitensi e britannici.
Gli aiuti
umanitari trasformati in arma
Il terzo
pilastro è quello “umanitario”. Gaza era già prima della guerra un territorio
assediato e dipendente dagli aiuti: l’80% della popolazione viveva grazie ai
programmi di assistenza, soprattutto dell’UNRWA. Con la guerra, il blocco si è
trasformato in assedio totale. I camion umanitari sono stati ridotti a meno di
un terzo dei livelli precedenti. Ospedali, scuole e centri di distribuzione
sono stati bombardati, più di 370 operatori dell’UNRWA sono stati uccisi.
Parallelamente,
Israele e Stati Uniti hanno tentato di creare strutture umanitarie alternative,
controllate militarmente, come la Gaza Humanitarian Foundation. Gli aiuti sono
stati usati per spostare forzatamente civili, mentre le principali potenze occidentali
paracadutavano cibo e medicinali in modo spettacolare ma inefficace, spostando
l’attenzione dalla responsabilità politica alla gestione tecnica della crisi.
Economia e
profitti: l’altra faccia della guerra
Il quarto
pilastro è quello economico. Israele è un’economia fortemente integrata nei
mercati globali: il commercio estero vale oltre la metà del PIL. L’Unione
Europea è il principale partner commerciale, seguita da Stati Uniti, Asia e
alcuni Paesi arabi. Le esportazioni di armi e tecnologia dual-use — in
particolare circuiti integrati e sistemi di sorveglianza — sono cresciute
durante la guerra.
Mentre Gaza
veniva rasa al suolo, i flussi commerciali non si sono ridotti: anzi, in alcuni
casi sono aumentati. Paesi europei e arabi hanno incrementato gli scambi con
Israele, garantendo risorse e stabilità all’economia di guerra. I gasdotti nel
Mediterraneo orientale hanno continuato a funzionare e, nell’agosto 2025,
l’Egitto ha firmato un accordo energetico da 35 miliardi di dollari con
Israele, proprio mentre la fame devastava la popolazione di Gaza.
Le
tecnologie militari israeliane testate sui palestinesi sono diventate un
prodotto da esportare: sistemi di sorveglianza, droni, software di controllo.
La guerra non è solo sostenuta dall’economia: è essa stessa un motore
economico.
La crisi
della legalità internazionale
Questa
catena di complicità diplomatica, militare, economica e logistica non è solo
una questione morale: mina le fondamenta stesse dell’ordine internazionale
costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Il genocidio di Gaza mostra quanto
siano fragili gli strumenti di tutela collettiva. Le decisioni della Corte
internazionale di giustizia, i richiami delle Nazioni Unite, le norme del
diritto umanitario internazionale vengono sistematicamente ignorati da Stati
potenti, che le applicano selettivamente secondo convenienza geopolitica.
Il doppio
standard è palese: sanzioni immediate contro alcuni Paesi, complicità
silenziosa con altri. Questa incoerenza alimenta sfiducia globale e offre
terreno fertile a potenze che contestano l’ordine internazionale esistente,
rafforzando fratture già profonde.
Un sistema
di potere da smontare
Il rapporto
Albanese è esplicito: il genocidio di Gaza non può essere affrontato solo
chiedendo un cessate il fuoco. Bisogna smantellare la rete di sostegno
internazionale che lo rende possibile. Ciò significa sospendere immediatamente
tutte le relazioni militari, commerciali e diplomatiche con Israele, imporre un
embargo sulle armi, interrompere i rapporti economici legati a tecnologie
dual-use, sostenere l’UNRWA e cooperare pienamente con la giustizia
internazionale.
La storia
offre precedenti: la fine dell’apartheid in Sudafrica fu accelerata da un
regime di sanzioni e isolamento diplomatico. Le stesse leve possono — e secondo
il diritto internazionale devono — essere usate per porre fine al genocidio.
Una frattura
tra governi e popoli
Mentre i
governi occidentali continuano a sostenere Israele, le opinioni pubbliche si
muovono in direzione opposta. Milioni di persone in Europa, Stati Uniti,
America Latina e mondo arabo hanno manifestato chiedendo un cessate il fuoco e
sanzioni. Questa distanza tra società e istituzioni rischia di erodere la
legittimità politica interna e di accelerare una crisi di credibilità
internazionale per quelle democrazie che proclamano principi universali ma li
applicano in modo selettivo.
La
responsabilità della comunità internazionale
Il genocidio
di Gaza è una prova storica. Ogni veto, ogni contratto d’armi, ogni accordo
commerciale firmato mentre Gaza veniva distrutta rappresenta un atto di
complicità documentabile. In un futuro inevitabile di tribunali e commissioni,
la catena delle responsabilità non si fermerà a Tel Aviv: risalirà a
Washington, Londra, Berlino, Bruxelles e alle capitali arabe che hanno
permesso, con azioni o omissioni, che tutto ciò avvenisse.
Come scrive
Albanese, il mondo è oggi sospeso tra due possibilità: lasciar crollare
definitivamente il sistema di diritto internazionale oppure ricostruirlo
attraverso la giustizia. In questo bivio, la neutralità non esiste.
Conclusione:
Gaza come spartiacque
Il genocidio
in corso non è solo una tragedia umanitaria. È uno spartiacque storico e
giuridico. Se la comunità internazionale continuerà a proteggere Israele,
accettando che un regime di apartheid e occupazione possa condurre un genocidio
senza conseguenze, allora le norme che hanno retto l’ordine mondiale dal 1945
diventeranno carta straccia.
Se invece
Stati, istituzioni e società civili sceglieranno di agire, applicando le norme
e interrompendo la catena della complicità, Gaza potrà segnare non solo una
catastrofe, ma anche l’inizio di una ricostruzione del diritto internazionale.
Il mondo
guarda. E la storia, prima o poi, presenterà il conto.
ne parlano e scrivono Ennio Remondino, Enrico Campofreda, Roberto De Vogli, Dalia Ismail, Francesca Fornario, Yuval Abraham, Gideon Levy, Nicolai Lilin, Matteo Saudino, Giuseppe Gagliano, Paola Caridi, Francesco Masala
Affossare taccuini oltre ai bambini – Enrico Campofreda
Chiamata ‘guerra di Gaza’ dai servizi, non quelli segreti ma dagli afferenti a una servile informazione mainstream restìa a usare il linguaggio della professione secondo il reale significato, la mattanza dei gazawi della Striscia cumula giorno dopo giorno, da seicentosettantaquattro giorni, cadaveri e dati e affianca alle 62.000 vittime 270 giornalisti. Tutti palestinesi. Tutti ammazzati. Perché tutti in odio al governo Netanyahu e pure a gran parte della gente d’Israele, nonostante i distinguo di locali minoranze d’intellettuali, pacifisti e pure soldati fino ai gradi più elevati. Ma il loro dissenso poco conta, visto che perpetuare la via della morte, per bombe o per fame, è il conforto imposto dalla maggioranza ebraica e lo stato delle cose su cui un mondo, al più gemente, s’è accasciato. Gemente e di fatto impotente o volutamente indolente, che non sono solo assonanze di scrittura bensì tragica scelta geopolitica reiterata nei decenni e negli ultimi ventidue mesi giunta al fosco capolinea di un’asettica disumanità. Anche parole e immagini utili alla denuncia di quanto si riesce a sapere e vedere sull’angosciante condizione di ammassi scheletrici confusi fra terra e sacchi di poca roba giunta dal suolo o dal cielo, che sfama e schiaccia una massa ridotta all’abbrutimento, diventano scioccanti ripetizioni. Eppure il non ripetuto mai abbastanza della violenza che Israele dona all’etnìa nemica, tenuta terrorizzata per il suo presunto o voluto terrorismo, trova sempre più microfoni silenziati, penne e computer affossati assieme ai loro cronisti. Tutti palestinesi. Tutti ammazzati. Anas al-Sharif di Al Jazeera, l’ennesimo colpito, secondo i suoi esecutori che si compiacciono dell’omicidio era una gola profonda di Hamas. “Il modello di Israele di etichettare i giornalisti come militanti senza fornire prove credibili solleva seri interrogativi sul suo intento e sul rispetto della libertà di stampa” ha dichiarato Sara Qudah, direttrice regionale del Comitato per la protezione dei giornalisti. Ah già libertà di stampa, libertà di pasto, libertà di stenti, libertà di vita davanti alla certezza della morte.
“Cellula di Legittimazione”: unità israeliana incaricata di collegare i giornalisti di Gaza ad Hamas – Yuval Abraham
Trattando i media come un campo di battaglia, una squadra segreta di agenti dell’esercito ha setacciato Gaza alla ricerca di materiale per rafforzare l’Hasbara israeliana, comprese affermazioni discutibili che giustificherebbero l’Uccisione di giornalisti palestinesi.
L’esercito israeliano ha gestito un’unità speciale chiamata “Cellula di Legittimazione”, incaricata di raccogliere informazioni da Gaza che possano rafforzare l’immagine di Israele sui media internazionali, secondo tre fonti dei servizi di spionaggio che hanno confermato l’esistenza dell’Unità.
Istituita dopo il 7 Ottobre, l’Unità ha cercato informazioni sull’uso di scuole e ospedali da parte di Hamas per scopi militari e sui lanci di razzi falliti da parte di gruppi armati palestinesi che hanno danneggiato i civili nell’enclave. È stato anche incaricato di identificare i giornalisti di Gaza che potrebbero essere presentati come agenti sotto copertura di Hamas, nel tentativo di attenuare la crescente indignazione globale per l’Uccisione di giornalisti da parte di Israele, l’ultimo dei quali è stato il giornalista di Al Jazeera Anas Al-Sharif, ucciso in un attacco aereo israeliano la scorsa settimana.
Secondo le fonti, la motivazione della Cellula di Legitimizzazione non era la sicurezza, ma le pubbliche relazioni. Spinti dalla rabbia per il fatto che i giornalisti di Gaza stessero “diffamando il nome di Israele di fronte al mondo”, i suoi membri erano ansiosi di trovare un giornalista da poter collegare ad Hamas e contrassegnare come bersaglio, ha affermato una fonte.
La fonte ha descritto uno schema ricorrente nel lavoro dell’Unità: ogni volta che le critiche a Israele nei media si intensificavano su una particolare questione, alla Cellula di Legitimizzazione veniva chiesto di trovare informazioni sensibili che potessero essere declassificate e utilizzate pubblicamente per contrastare la narrazione.
“Se i media globali parlano di giornalisti innocenti uccisi da Israele, subito si fa pressione per trovarne uno che potrebbe non essere così innocente, come se questo rendesse in qualche modo accettabile l’uccisione degli altri 20”, ha detto la fonte dei servizi.
Spesso, era il livello politico israeliano a dettare all’esercito su quali aree di investigazione l’Unità dovesse concentrarsi, ha aggiunto un’altra fonte. Le informazioni raccolte dalla Cellula di Legittimazione venivano inoltre trasmesse regolarmente agli americani attraverso canali diretti. Gli agenti hanno affermato di essere stati informati che il loro lavoro era vitale per consentire a Israele di prolungare la guerra.
“La squadra raccoglieva regolarmente informazioni che potevano essere utilizzate per l’Hasbara, ad esempio, una scorta di armi di Hamas trovata in una scuola, qualsiasi cosa che potesse rafforzare la legittimità internazionale di Israele a continuare a combattere”, ha spiegato un’altra fonte. “L’idea era di consentire all’esercito di operare senza pressioni, in modo che Paesi come l’America non smettessero di fornire armi”.
L’Unità ha anche cercato prove che collegassero la polizia di Gaza all’attacco del 7 Ottobre, al fine di giustificare il suo attacco e lo smantellamento delle forze di sicurezza civili di Hamas, ha affermato una fonte a conoscenza del lavoro della Cellula di Legitimizzazione.
Due fonti hanno riferito che, in almeno un caso dall’inizio della guerra, la Cellula di Legitimizzazione ha travisato le informazioni raccolte in un modo che ha permesso la falsa rappresentazione di un giornalista come membro dell’ala militare di Hamas. “Erano ansiosi di etichettarlo come un bersaglio, come un terrorista, di dire che era giusto attaccarlo”, ha ricordato una fonte. “Hanno detto: di giorno è un giornalista, di notte è un comandante di plotone. Tutti erano eccitati. Ma c’è stata una serie di errori e scorciatoie.
“Alla fine, si sono resi conto che era davvero un giornalista”, ha continuato la fonte, e il giornalista non è stato preso di mira.
Un simile schema di manipolazione è evidente nelle informazioni raccolte presentate su Al-Sharif. Secondo i documenti rilasciati dall’esercito, che non sono stati verificati in modo indipendente, fu reclutato da Hamas nel 2013 e rimase attivo fino al suo ferimento nel 2017, il che significa che, anche se i documenti fossero accurati, suggeriscono che non abbia avuto alcun ruolo nella guerra in corso.
Lo stesso vale per il caso del giornalista Ismail Al-Ghoul, ucciso in un attacco aereo israeliano nel luglio 2024 insieme al suo cameraman a Gaza. Un mese dopo, l’esercito ha affermato che era un “agente dell’ala militare e terrorista di Nukhba”, citando un documento del 2021 presumibilmente recuperato da un “computer di Hamas”. Eppure quel documento afferma che aveva ricevuto il grado militare nel 2007, quando aveva solo 10 anni e sette anni prima che fosse presumibilmente reclutato da Hamas.
“Trovare più materiale possibile per l’hasbara “
Uno dei primi sforzi di alto profilo della Cellula di Legitimizzazione avvenne il 17 ottobre 2023, dopo la mortale esplosione all’Ospedale Al-Ahli di Gaza. Mentre i media internazionali, citando il Ministero della Sanità di Gaza, riportavano che un attacco israeliano aveva ucciso 500 palestinesi, i funzionari israeliani affermarono che l’esplosione era stata causata da un razzo della Jihad Islamica andato a vuoto e che il bilancio delle vittime era molto inferiore.
Un’indagine dell’agenzia di ricerca britannica Forensic Architecture ha concluso che, sebbene la causa esatta dell’esplosione rimanesse incerta, è probabile che a colpire l’ospedale sia stato un missile intercettore israeliano, non un razzo della Jihad Islamica, né una bomba israeliana.
Il giorno dopo l’esplosione, l’esercito ha diffuso una registrazione che la Cellula di Legitimizzazione aveva trovato in intercettazioni di spionaggio, presentata come una telefonata tra due agenti di Hamas che attribuivano l’incidente a un errore di attivazione della Jihad Islamica. Molti media globali hanno successivamente ritenuto probabile l’affermazione, compresi alcuni che hanno condotto indagini proprie, e la pubblicazione ha inferto un duro colpo alla credibilità del Ministero della Sanità di Gaza, celebrata all’interno dell’esercito israeliano come una vittoria per la Cellula.
Un attivista palestinese per i diritti umani ha dichiarato nel dicembre 2023 di essere rimasto sbalordito nel sentire la propria voce nella registrazione, che ha definito semplicemente una conversazione amichevole con un altro amico palestinese. Ha insistito di non essere mai stato un membro di Hamas.
Una fonte che ha lavorato con la Cellula di Legittimazione ha affermato che pubblicare materiale classificato come una telefonata era profondamente controverso. “Non è assolutamente nel DNA dell’Unità 8200 rivelare le nostre capacità per qualcosa di così vago come l’opinione pubblica”, ha spiegato.
Tuttavia, le tre fonti hanno affermato che l’esercito trattava i media come un’estensione del campo di battaglia, consentendogli di declassificare informazioni sensibili per la divulgazione al pubblico. Anche al personale investigativo esterno alla Cellula di Legittimazione è stato ordinato di segnalare qualsiasi materiale che potesse aiutare Israele nella guerra dell’informazione. “C’era questa frase, ‘Questo è un bene per la legittimità’”, ha ricordato una fonte. “L’obiettivo era semplicemente quello di trovare più materiale possibile per supportare gli sforzi dell’Hasbara”.
“Non ho mai esitato a dire la verità”
Il 10 agosto, l’esercito israeliano ha ucciso sei giornalisti in un attacco che, per sua stessa ammissione, aveva come obiettivo il corrispondente di Al Jazeera Anas Al-Sharif. Due mesi prima, a luglio, il Comitato per la Protezione dei Giornalisti aveva avvertito di temere per la vita di Al-Sharif, affermando che era “preda di una campagna diffamatoria militare israeliana, che ritenevano un preludio al suo assassinio”.
Dopo che a luglio Al-Sharif aveva pubblicato un video virale in cui si mostrava in lacrime mentre copriva la crisi alimentare di Gaza, il Portavoce in lingua araba dell’esercito israeliano, Avichay Adraee, ha pubblicato tre diversi video in cui lo attaccava, accusandolo di “propaganda” e di partecipare alla “falsa campagna di fame di Hamas”.
Al-Sharif ha individuato un collegamento tra la guerra mediatica di Israele e quella militare. “La campagna di Adraee non è solo una minaccia mediatica o una diffamazione; è una minaccia reale”, ha dichiarato al Comitato per la Protezione dei Giornalisti. Meno di un mese dopo, fu ucciso, e l’esercito presentò quello che a suo dire era un documento declassificato sulla sua appartenenza ad Hamas per giustificare l’attacco.
L’esercito aveva già affermato nell’ottobre 2024 che sei giornalisti di Al Jazeera, tra cui Al-Sharif, erano agenti militari, un’accusa che lui negò categoricamente. Divenne il secondo di quella lista a essere preso di mira, dopo il giornalista Hossam Shabat. Dopo l’accusa di ottobre, la sua posizione era ben nota, portando molti osservatori a chiedersi se l’uccisione di Al-Sharif, che inviava regolarmente i suoi servizi giornalistici da Gaza, facesse parte del piano di Israele per imporre un oscuramento mediatico in vista dei preparativi militari per la conquista della città.
In risposta alle domande sull’Uccisione di Al-Sharif, il Portavoce dell’IDF ha ribadito che “l’IDF ha attaccato un agente dell’organizzazione terroristica di Hamas che operava sotto le mentite spoglie di un giornalista della rete Al Jazeera nella Striscia di Gaza settentrionale”, e ha affermato che l’esercito “non danneggia intenzionalmente individui non coinvolti, in particolare giornalisti, il tutto in conformità con il Diritto Internazionale”.
Prima dell’attacco, ha aggiunto il Portavoce, “sono state adottate misure per ridurre il rischio di danni ai civili, tra cui l’uso di armi di precisione, osservazioni aeree e ulteriori raccolte di informazioni”.
A soli 28 anni, Al-Sharif era diventato uno dei giornalisti più noti di Gaza. È tra i 186 giornalisti e operatori dei media uccisi nella Striscia dal 7 Ottobre, secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti, il periodo più mortale per i giornalisti da quando il gruppo ha iniziato a raccogliere dati nel 1992. Altre organizzazioni hanno stimato il bilancio delle vittime fino a 270.
“Se queste parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce”, ha scritto Al-Sharif nel suo ultimo messaggio, pubblicato postumo sulle sue pagine social. “Ho vissuto il dolore in tutti i suoi dettagli, ho assaporato la sofferenza e la perdita molte volte, eppure non ho mai esitato a trasmettere la verità così com’è, senza distorsioni o falsificazioni”.
Yuval Abraham è un giornalista e regista che vive a Gerusalemme.
Con la morte di Anas Al-Sharif è morto anche il giornalismo, e con loro la verità e la solidarietà – Gideon Levy
I giornalisti israeliani si rifiutano di accettare che un Paese che ha ucciso più giornalisti in questa guerra a Gaza di quanti ne siano stati uccisi in qualsiasi altro conflitto della storia, un giorno rivolgerà le armi anche contro di loro.
“Se queste mie parole vi giungono, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce. Dio sa che ho impiegato ogni sforzo e ogni forza per essere un sostegno e una voce per il mio popolo, dal momento in cui ho aperto gli occhi alla vita nei vicoli e nelle strade del campo profughi di Jabalya. La mia speranza era che Dio prolungasse la mia vita fino a quando non potessi tornare con la mia famiglia e i miei cari nella nostra città natale, l’occupata Al-Majdal Asqalan. Ma La volontà di Dio ha prevalso e il Suo decreto si è compiuto”.
Non è stata la volontà di Dio a determinare il destino del giornalista Anas Al-Sharif domenica, insieme ad altri tre giornalisti e due civili, nella tenda stampa adiacente all’Ospedale al-Shifa di Gaza. Non è stata la volontà di Dio, ma piuttosto un drone militare israeliano criminale a colpire al-Sharif, il più importante corrispondente di Al Jazeera in guerra. Non la volontà di Dio, ma piuttosto la volontà di Israele di giustiziarlo con l’accusa di aver guidato una “cellula di Hamas”, senza presentare uno straccio di prova a sostegno di ciò.
Molti nel mondo hanno creduto alla versione militare, così come avevano creduto che le Forze di Difesa Israeliane non avessero ucciso la giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh a Jenin nel 2022. Anche coloro che vogliono credere che Al-Sharif fosse il capo di una cellula devono chiedersi: e le cinque persone uccise con lui? Erano vice capi della cellula? Non si può credere a nulla di ciò che dice un esercito che Massacra i giornalisti a sangue freddo o uno Stato che non permette la libera copertura della guerra, nemmeno alle storie sul capo della cellula terroristica di Jabalya.
È difficile credere, o forse ormai non c’è più nulla di difficile da credere, quanto scarso interesse sia stato mostrato per l’Uccisione di quattro giornalisti. La stampa israeliana era divisa tra chi ignorava la notizia e chi sosteneva che Israele avesse eliminato un terrorista. Dotati di zero informazioni, quasi tutti si sono mobilitati per raccontare la storia che le Forze di Difesa Israeliane avevano dettato loro, e al diavolo la verità. E anche al diavolo la solidarietà verso un collega coraggioso.
L’unica prova presentata è stata una fotografia di Al-Sharif con il capo di Hamas Yahya Sinwar. Questo è effettivamente motivo di esecuzione.
Un milione di volte più coraggioso di qualsiasi giornalista israeliano, e meno cooptato al servizio della propaganda del suo Stato e del suo popolo rispetto a Nir Dvori e Or Heller, Al-Sharif avrebbe potuto insegnare ai membri dei media israeliani i fondamenti del giornalismo.
La sfrontatezza della stampa qui non conosce limiti: Al Jazeera è un’emittente di propaganda, urlano i giornalisti dei canali televisivi israeliani, che hanno dato una cattiva reputazione alla propaganda ultranazionalista e all’occultamento della verità durante questa guerra.
Se Al Jazeera è propaganda, allora cos’è il Canale 12? E i canali 11, 13, 14 e 15? Hanno qualche legame con il giornalismo in questa guerra?
Con la morte del giornalismo, sono morte anche la verità e la solidarietà. Coloro che hanno ucciso più giornalisti in questa guerra di quanti ne siano stati uccisi in qualsiasi altra nella storia, 186 secondo il Comitato per la Protezione dei Giornalisti con sede a New York, 263 secondo B’Tselem, un giorno punteranno le armi anche contro di noi, i giornalisti israeliani che non godono del loro favore. È difficile capire come i giornalisti israeliani non riescano a comprenderlo. O forse intendono continuare il loro sottomesso servizio alla Macchina della Propaganda israeliana, perché ai loro occhi, questo è giornalismo.
Ma questa settimana, l’IDF ha bombardato una tenda stampa, e le scene che non avete visto sono state orribili: i corpi dei giornalisti sono stati estratti dalla tenda in fiamme, e i loro colleghi israeliani hanno applaudito o sono rimasti in silenzio. Che vergogna, sia personale che professionale. In che modo questo è meno scioccante dell’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel 2018? Perché non hanno smembrato il corpo di al-Sharif?
Gli amici di al-Sharif e il suo testamento affermano che sapeva di essere un bersaglio. Quando l’IDF ha iniziato a minacciarlo di morte a ottobre, Irene Khan, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Libertà di Espressione, ha dichiarato di essere preoccupata per il suo destino. Al-Sharif, ha detto, era l’ultimo giornalista sopravvissuto nella Striscia di Gaza settentrionale. È proprio per questo che Israele lo ha ucciso. “Non dimenticate Gaza”, sono state le ultime parole del suo testamento.
Gideon Levy è editorialista di Haaretz e membro del comitato editoriale del giornale. Levy è entrato a Haaretz nel 1982 e ha trascorso quattro anni come vicedirettore del giornale. Ha ricevuto il premio giornalistico Euro-Med per il 2008; il premio libertà di Lipsia nel 2001; il premio dell’Unione dei Giornalisti Israeliani nel 1997; e il premio dell’Associazione dei Diritti Umani in Israele per il 1996. Il suo ultimo libro, La Punizione di Gaza, è stato pubblicato da Verso.
Anas al-Sharif ucciso due volte: prima da Israele, poi dai media che lo hanno bollato come terrorista – Roberto De Vogli
Quella dei media occidentali non è disinformazione, ma propaganda suprematista pro-genocidio
Il giornalista di Al Jazeera Anas al-Sharif, 28 anni, è stato ucciso insieme a cinque colleghi in un attacco deliberato da parte di Israele contro una tenda che ospitava i giornalisti fuori dal cancello principale dell’ospedale al-Shifa nella città di Gaza. Dall’inizio della sua campagna genocida, Israele ha ucciso quasi 270 giornalisti e operatori dei media a Gaza.
Sempre secondo lo stesso rapporto, il bilancio delle vittime tra i giornalisti, dal 7 ottobre 2023, ha superato quello della guerra civile americana, della Prima e della Seconda guerra mondiale, della guerra di Corea, della guerra del Vietnam, dei conflitti jugoslavi e della guerra in Afghanistan dopo l’11 settembre, messi insieme. Eppure, dopo quasi due anni di genocidio e dopo aver trasformato Gaza nel peggior cimitero di giornalisti caduti in zone di conflitto della storia, alcuni media occidentali, allineati alla versione israeliana delle notizie, riescono ancora a pubblicare titoli e frasi che etichettano Anas al-Sharif come terrorista, o che mettono in dubbio la sua professione di giornalista:
Bild: “Terrorista travestito da giornalista ucciso a Gaza”; La Repubblica: “…l’eliminazione…del giornalista-terrorista Anas al-Sharif” (termine prontamente eliminato dall’articolo in seguito a numerose reazioni indignate da parte dei lettori); Un altro quotidiano italiano, seppur meno popolare, Il Foglio, ha intitolato un editoriale: “Giornalista o terrorista? Il caso di Anas al-Sharif”.
Altri giornali, nel loro “dovere di cronaca”, hanno invece deciso di collocare la versione israeliana delle notizie in cima ai loro articoli, addirittura nel titolo:
Fox News: “Israele afferma che il giornalista di Al Jazeera ucciso in un attacco aereo era il capo di una ‘cellula terroristica’ di Hamas”; Nbc: “Israele uccide 5 giornalisti di Al Jazeera in un attacco aereo, sostenendo che uno di loro lavorava per Hamas”; New York Post: “Israele afferma di aver ucciso un terrorista di Hamas che si fingeva un reporter di Al Jazeera e altre 4 persone in un attacco aereo mirato”; Corriere della Sera: “Gaza, il corrispondente di Al Jazeera Anas Al Sharif e cinque colleghi uccisi in un raid. Israele: “Era un terrorista di Hamas”.
Nel 2024, Anas Al-Sharif ha ricevuto il premio Human Rights Defender Award di Amnesty International Australia. Secondo Amnesty International, nel corso della sua carriera di giornalista, Anas Al-Sharif ha dimostrato “straordinaria resilienza, coraggio e impegno a favore della libertà di stampa, nonostante lavorasse in condizioni pericolose”. Come scrive l’organizzazione, gli Human Rights Defender Awards “celebrano l’eccellenza nel giornalismo sui diritti umani e il notevole coraggio e la determinazione dei giornalisti impegnati a documentare la realtà della crisi di Gaza.”
E aggiunge: “In un contesto globale sempre più afflitto da disinformazione e fake news, in cui il giornalismo si è diffuso su nuove piattaforme e i pregiudizi sono diventati parte integrante dell’informazione dei principali media, la necessità di difendere la libertà di espressione e di opinione non è mai stata così importante. Il premio rende omaggio a coloro che hanno rischiato la vita per garantire e difendere l’integrità del giornalismo, proteggendo la libertà di informazione indipendente.”
Chi dobbiamo “ringraziare” per questi ennesimi massacri e attacchi alla libertà di informazione indipendente? Israele, ma non solo.
Se, dopo quasi due anni di genocidio, una significativa porzione dei media occidentali continua a basare le proprie notizie sulla narrativa governativa offerta da uno Stato che usa la fame come arma di guerra, che ha ucciso e mutilato il maggior numero di bambini in zone di conflitto recenti e causato il peggior crollo dell’aspettativa di vita alla nascita della storia recente, il maggior numero di personale sanitario e di personale delle Nazioni Unite, e ha trasformato il diritto internazionale in una farsa, oltre a essersi distinto per aver manipolato sistematicamente i fatti e la storia, allora non si tratta solo di disinformazione, pregiudizi cognitivi o empatia selettiva. Si tratta di propaganda suprematista pro-genocidio.
Il termine si riferisce a una strategia di comunicazione che diffonde e legittima narrazioni in cui alcune popolazioni sono considerate superiori e più meritevoli di tutela e compassione rispetto ad altre, presentando queste ultime come inferiori, disumanizzate o colpevoli delle proprie condizioni avverse. Questo tipo di propaganda non si limita a manipolare i fatti, ma serve a giustificare e rendere socialmente accettabile la violenza di massa, e normalizzare il genocidio della popolazione “inferiore”, riducendo o annullando l’empatia che il pubblico potrebbe provare per essa.
Quello di Anas al-Sharif è stato un assassinio annunciato. Come spiegava la Committee to Protect Journalists il 24 luglio 2025: “Il Comitato…è profondamente preoccupato per la sicurezza del corrispondente di Al Jazeera Arabic da Gaza, Anas al-Sharif, che è oggetto di una campagna diffamatoria da parte dell’esercito israeliano, che egli ritiene sia un preludio al suo assassinio.
Anas al-Sharif è stato assassinato due volte. Prima da Israele, poi dai media che lo hanno bollato come terrorista.
Non credo in nessuna divinità ultraterrena, ma, come scrive il testamento di Anas al-Sharif: “Che Dio sia testimone contro coloro che sono rimasti in silenzio e hanno accettato il nostro massacro, contro coloro che ci hanno soffocato e i cui cuori non sono stati commossi dai resti sparsi dei nostri bambini e delle nostre donne, e che non hanno fatto nulla per fermare il massacro che il nostro popolo ha subito per più di un anno e mezzo”.
Niente testimoni: a Gaza giornalisti palestinesi bersaglio – Ennio Remondino
Giornalista, mestiere nobile se libero
Ho fatto il giornalista per una vita ed insisto anche in vecchiaia. Prima, quando ancora la Rai aveva intenti diversi, ha frequentato molti scenari di guerra. Nella Sarajevo assediata ero sostenitore del giubbotto anti proiettile sotto la giacca a vento per non istigare i cecchini al colpo grosso con un giornalista nel loro carniere. L’ho proseguito in Medio Oriente, Iraq, Afghanistan e Libano. Ma Gaza ora essere giornalista è diventata minaccia militare e ogni arma per ammazzarci e tapparci la bocca è buona.
Testamento
«Gaza è quel luogo del mondo dove i giornalisti fanno testamento. Un ultimo messaggio, professionale e umano, perché da lasciare ai propri figli non hanno più niente. Lo fanno perché sono obiettivi dichiarati della macchina da guerra israeliana. Anas al-Sharif era da tempo nelle liste dei most wanted del governo israeliano», piange Chiara Cruciati sul manifesto.
Anas al-Sharif
Aveva un mirino puntato addosso, il grilletto è stato premuto domenica sera: una bomba ha centrato la tenda della stampa fuori dall’ospedale al-Shifa di Gaza City. Ha preso fuoco. I soccorritori, gente disperata che correva gridando i loro nomi, ha trovato i corpi semi-carbonizzati, sfigurati. Anas al-Sharif e Mohammed Qreiqeh, corrispondenti di al-Jazeera, Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal, Mosaab Al Sharif e Mohammed al-Khalidi, cameraman e fotografi: le ultime sei vittime del giornalisticidio in corso a Gaza.
Giornalisticidio
Sono almeno 238 i lavoratori dell’informazione ammazzati dall’esercito israeliano. Ieri una folla enorme li ha sepolti avvolti nei lenzuoli bianchi. Sopra, hanno poggiato una bandiera della Palestina e i giubbotti con su scritto «Press». Dovrebbero fare da scudo e invece sono una calamita di morte. Sui social e in tv i colleghi hanno riversato un dolore difficile da spiegare a parole. L’anchorman di al-Jazeera chiamato a dare la notizia singhiozzava. Mahmoud Abu Salam è scoppiato in lacrime mentre raccontava dei «compagni di guerra e genocidio», di Anas «una colonna, una montagna, del campo profughi di Jabaliya» e del «mondo che sta a guardare quello che ci stanno facendo».
«Noi che non siamo ancora stati seppelliti, continueremo a fare informazione», ha detto a descrivere un destino che immagina già segnato.
Massacri di massa
Hani Mahmoud, collega di al-Jazeera, era a poca distanza, ha sentito l’esplosione: «È la cosa più difficile per me da raccontare in 22 mesi». C’è chi ha condiviso il loro lavoro, tra la gente di Gaza, a due passi dalle esplosioni, dentro le corsie degli ospedali e in quei campi di massacri di massa che sono i centri di distribuzione degli aiuti alimentari della Ghf. Tutti loro hanno perso peso, sonno, tempo per i figli, pezzi interi di famiglie: in un video si vede al-Sharif abbracciare il collega Noufal in ginocchio, in lacrime, accanto al corpo della madre, uccisa qualche mese fa.
Ci scopriamo comunità
«La scomparsa di Sharif, il volto più noto del giornalismo palestinese di Gaza, successore morale di Wael Dadouh, ha straziato una comunità intera. Come fosse un sintomo, un’avvisaglia: siamo al punto di non ritorno, il massacro sarà totale, e invisibile». Anas aveva 28 anni e due figli piccoli. Non li vedeva quasi mai. Nel suo testamento si è rivolto a chi quelle righe le avrebbe lette dopo la sua morte: gli ha affidato la Palestina «cuore pulsante di ogni persona libera nel mondo» e la figlia Sham, il figlio Salah e «la mia compagna di vita, mia moglie Bayan, rimasta salda come il tronco di un ulivo che non si piega…Vi esorto a non lasciarvi mettere a tacere dalle catene o confinare dalle frontiere. Siate ponti verso la liberazione della terra e del suo popolo».
L’eroe letto del nemico
Sui social è apparso anche altro, le accuse di Israele ad al-Sharif. Riceveva a cadenza regolare minacce dirette, l’ultima a luglio sulla pagina X del portavoce in lingua araba dell’esercito, Avichai Adraee. «Ha servito come capo di una cellula terroristica di Hamas», scrive l’esercito allegando una sorta di tabella Excel che non è chiaro da dove provenga in cui lo si definisce un membro delle forze di élite Nukhba, battaglione di Jabaliya. Accusato persino di aver partecipato all’attacco del 7 ottobre, cosa non vera.
«Accuse che non hanno alcun senso, se fosse vero lo avrebbero ucciso o arrestato molto tempo fa», il commento del giornalista israeliano Meron Rapoport: lo hanno ucciso ora, ha aggiunto, per il suo ruolo «nel raccontare che a Gaza c’è la fame» e in vista dell’invasione di Gaza City per la quale Israele vuole minimizzare i testimoni.
Macchina del fango israeliana
Di fake news parlano anche lo scrittore Akiva Edar e Human Rights Watch («accuse senza fondamento né valore»). «Israele ha accusato al-Sharif e altri prima di lui – commenta Frank Smyth, fondatore del Global Journalist Security – e non ha mai mostrato alcuna prova. È una campagna per eliminare la stampa». Assenza di prove e le narrazioni in contraddizione tra loro (comandante militare, incapace alla leva, presente il 7 ottobre, anzi no), è stata oggetto di discussione anche alla luce dello ‘show’ del primo ministro Benjamin Netanyahu che ha mostrato foto di bambini palestinesi pelle e ossa pubblicate sui media internazionali per tacciarle di fake news, mentre impedisce alla stampa l’ingresso a Gaza.
Chiudere gli occhi al mondo
È così che i palestinesi e alcuni colleghi israeliani leggono l’ultima carneficina: Israele vuole chiudere gli occhi del mondo su Gaza e quegli occhi sono quelli dei giornalisti palestinesi, che stanno insegnando cosa significa fare giornalismo ai colleghi di ogni angolo di pianeta. «Non si tratta solo di Anas al-Shari – ha commentato Jodie Ginsberg, direttrice del Committee to Protect Journalists, a cui il reporter si era rivolto per chiedere aiuto – È parte di una pratica lunga decenni di Israele: uccidere giornalisti».
Persino i governi si scuotono
Condanne anche dai governi, Qatar, Germania, Regno unito. Per la Ue è intervenuta Hadja Lahbib, commissaria europea per la parità: «Un attacco diretto alla libertà di stampa». L’Onu parla di uccisione «annunciata ma senza alcuna prova che non fosse altro che un giornalista» e Reporter Senza Frontiere di «tattica ripetuta che inizia con una campagna diffamatoria per giustificare gli omicidi (di giornalisti)». Netanyahu non vuole che si racconti Gaza, le carneficine, la fame. Ieri altri cinque palestinesi sono morti di stenti, il bilancio supera ormai le 220 vittime per denutrizione, di cui almeno 101 bambini. E sempre ieri un’altra intera famiglia è stata sterminata da un raid sul quartiere di Zeitoun, a Gaza City, sei bambini e i loro genitori. Non si deve sapere.
Media bersaglio, alcuni numeri
Per gli operatori dei media il conflitto a Gaza, secondo Dario Bellini, è stato il più mortale mai registrato. Sono 232 i reporter che sono stati uccisi dall’inizio della guerra. Dal 7 ottobre 2023 sono morti a Gaza più giornalisti che in entrambe le guerre mondiali, compreso i più recenti conflitti messi insieme, con una media di 13 lavoratori dei media uccisi al mese. Con una decisione che non ha precedenti nella storia moderna Israele ha impedito ai giornalisti stranieri di entrare a Gaza, lasciando il compito di documentare la guerra esclusivamente ai giornalisti palestinesi residenti nella striscia. A questi si sono aggiunti dei giovanissimi reporter, fotografi e filmmakers che caricano i loro video su TikTok, Instagram, Facebook e Telegram. I commenti sui post di whatsapp e le immagini caricate su Youtube dai bloggers sono diventati la fonte principale dei network internazionali e delle agenzie di notizie.
Prima, solo ‘embedded’ pilotati
Nei primi mesi di invasione le autorità israeliane avevano iniziato a ospitare i giornalisti stranieri. Hanno fornito loro alloggio e trasporto a spese del governo e hanno organizzato tour ben pianificati nelle zone vicine a Gaza, secondo programmi meticolosi. Le uniche immagini dovevano essere quelle fornite dal governo israeliano, soltanto attacchi dal punto di vista dei carri armati che invadevano i sobborghi della città e come in un video-game le esplosioni delle bombe che colpivano i bersagli.
Gaza prima del 7 ottobre
Prima del 7 ottobre 2025 erano diverse le televisioni e le troupe internazionali che operavano sulla striscia, e numerosi i fotografi professionisti palestinesi e molti sono i reporter che si sono formati sul campo. I giornalisti che da 18 mesi sono gli unici corrispondenti da Gaza hanno letteralmente vissuto tutto ciò che hanno riportato: «Siamo stati sfollati, affamati, disidratati, senza dormire. Pronti in ogni momento a documentare le stragi e dare voce alla gente». In un assedio totale, negli ospedali bombardati, davanti alle loro case distrutte, la fuga dei Gazawi a sud e a nord senza sapere dove andare.
Contro i testimoni, non solo Israele
Nei Territori palestinesi l’instabilità politica e le minacce alla sicurezza fanno sì che i giornalisti lavorino in un ambiente ad alto rischio. Continuano a essere soggetti a restrizioni da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), ma anche di Hamas e di Israele. «In Cisgiordania, i giornalisti sono vittime di continue violazioni della libertà di stampa da parte sia dell’ANP che delle forze di occupazione israeliane. In ogni caso le aggressioni dei coloni israeliani vengono spesso documentate dai telefonini degli aggrediti, come recentemente l’arresto del regista palestinese Hamdam Ballal autore del documentario premio Oscar ‘No other land’.
Il posto più pericoloso al mondo
Per gli operatori dei media Gaza è diventata il posto più pericoloso al mondo. Un nuovo rapporto pubblicato dal Sindacato dei Giornalisti Palestinesi (PJS) aggiorna a fine aprile l’elenco dei 15 operatori dei media che sono stati uccisi a Gaza dall’inizio del 2025. Il rapporto che monitora le violazioni israeliane contro i giornalisti, ha evidenziato i continui attacchi e la sistematica distruzione degli uffici di corrispondenza. Reporters Senza Frontiere (RSF), con sede a Parigi, ha documentato 35 casi in cui l’esercito israeliano ha preso di mira e ucciso giornalisti a causa del loro lavoro. Tra questi, per restare al 2025, c’era il reporter di Al Jazeera Hamza Dahdouh, ucciso il 7 gennaio quando un missile ha colpito il veicolo su cui viaggiava nel sud di Gaza.
Algoritmi spia per militari assassini
Human Right Watch ha pubblicato recentemente uno studio sull’uso degli strumenti digitali di guerra. Si tratta di tre sistemi di AI-powered database: Il «Gospel» (il Vangelo) utilizza un algoritmo per elaborare i dati di sorveglianza per generare elenchi di obiettivi da colpire. «Lavender» assegna ai residenti di Gaza un punteggio numerico sulla probabilità che una persona sia membro di un gruppo armato, e gli ufficiali israeliani decidono la soglia oltre la quale un individuo può essere indicato come bersaglio.
«Where’s Daddy?» (dov’è papà)
Infine ‘Where’s Daddy?’ determina quando un obiettivo si trova in un luogo specifico, spesso la sua presunta casa di famiglia, in modo da poterlo attaccare lì. Il sistema una visione in tempo reale dei movimenti dei residenti di Gaza dove ci sono più di un milione di contratti telefonici. «L’esercito israeliano sta usando dati incompleti, calcoli imperfetti e strumenti non adatti allo scopo per aiutare a prendere decisioni sulla vita e sulla morte a Gaza», denuncia Zach Campbell, ricercatore senior di sorveglianza presso Human Rights Watch.
Discutere se Anas al-Sharif meritasse di essere ucciso o no è una deriva offensiva, pericolosa e razzista – Dalia Ismail
Anas al-Sharif, ragazzo palestinese e giornalista, aveva 28 anni. Era sposato e aveva due figli: Sham e Salah. Era uno dei principali corrispondenti di AlJazeera, portando avanti il giornalismo come atto di verità e resistenza.
L’11 agosto 2025, al-Sharif e altri quattro colleghi – Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Mohammed al-Khaldi, Moamen Aliwa – più il loro autista Mohammed Noufal – sono stati assassinati insieme in un attacco deliberato da Israele contro una tenda che ospitava giornalisti nei pressi dell’ospedale Al-Shifa. L’ennesimo tentativo israeliano, statunitense ed europeo di eliminare le voci palestinesi.
Il lavoro di Anas al-Sharif e la sua dedizione hanno riempito le giornate di tutti i palestinesi, e la sua morte è un colpo che violenta le nostre anime come se fosse un membro della famiglia di ognuno di noi. “Aspettavamo di sentire con la sua voce la notizia del cessate il fuoco, ma la colonia genocida ha spento la sua voce prima di spegnere il fuoco”, mi ha detto la mia amica Yasmina, mentre cercavamo di elaborare questo ennesimo evento traumatico che ha travolto le nostre vite.
Oggi il dibattito mediatico e politico sarebbe dovuto partire da questo dato tragico e trovare soluzioni per tutelare i giornalisti palestinesi. Ma questa è solo la teoria. Nella pratica, il dibattito si è concentrato sul fatto se Anas al-Sharif, ucciso mentre era disarmato e affamato, meritasse o meno di essere ucciso, in base al fatto che simpatizzasse per Hamas oppure no.
Questa discussione è offensiva, pericolosa e razzista: significa tentare, lentamente, di far digerire alle persone l’assassinio di al-Sharif e di placare l’indignazione pubblica. Perché, nella realtà, questo è un dettaglio irrilevante di fronte al fatto oggettivo: Israele ha bombardato una tenda vicina a un ospedale dove si rifugiavano dei giornalisti, uccidendo persone disarmate che svolgevano il proprio lavoro.
In altre parole, secondo questo dibattito, i palestinesi devono essere umanizzati solo se si adeguano alla narrazione e alle visioni politiche occidentali, ovvero di chi li ha sempre ignorati, deumanizzati e demonizzati. Il fatto che si discuta dell’assassinio di al-Sharif (e che lo si chiami solo per nome proprio è un atto razzista, perché lo infantilizza, dato che per i giornalisti occidentali si usa il cognome) concentrandosi sul suo presunto sostegno a Hamas è puro razzismo. Significa che la vita e la dignità dei palestinesi sono subordinate alle opinioni politiche che altri ritengono accettabili. L’umanità dei palestinesi va riconosciuta e difesa indipendentemente da chi siano o da cosa pensino.
Al-Sharif era libero di avere le proprie opinioni politiche, e a prescindere da queste non avrebbe mai dovuto essere assassinato. al-Sharif avrebbe dovuto essere vivo per continuare a documentare il genocidio palestinese commesso da Israele, dagli Usa e dall’Ue nell’impunità più totale. Questa è la verità. L’altra verità è che chi ha partecipato a dibattiti che fomentano razzismo e propaganda genocidaria dovrebbe essere chiamato a risponderne legalmente, e non continuare a scrivere certi articoli come se fossero normali e innocui.
Anas Al-Sharif ucciso con altri cinque giornalisti a Gaza: chiunque ha una voce pubblica la usi per fermare Israele – Francesca Fornario
I bambini ci chiederanno conto di dove eravamo oggi. Di cosa facevamo per impedirlo. Sham e Salah, i figli di Anas, ci chiederanno da che parte stavamo
Cosa possiamo fare? Questo.
Leggete ad alta voce in spiaggia, in metro, in ufficio questa dichiarazione di AmnestyInternational: “La morte di così tanti bambini e di altri civili non può essere semplicemente liquidata come ‘danno collaterale’, come sostenuto da Israele. Gli attacchi contro Gaza sono stati senza precedenti: almeno 1400 palestinesi uccisi dalle forze israeliane comprendono circa 300 bambini e altre centinaia di civili che non stavano minimamente prendendo parte al conflitto. Amnesty ha riscontrato come le vittime degli attacchi su cui ha condotto le indagini non siano rimaste uccise nel fuoco incrociato tra miliziani palestinesi e soldati israeliani e non stessero nascondendo miliziani o altri obiettivi militari. Molte sono state uccise durante il bombardamento delle loro case, nel sonno, mentre sedevano in cortile o stendevano il bucato. I bambini sono stati colpiti mentre giocavano sul letto. Personale medico e mezzi di soccorso sono stati presi di mira mentre cercavano di soccorrere i feriti o recuperare le vittime”.
È una dichiarazione del 2008. Quindici anni prima del 7 ottobre. Anas Al-Sharif aveva 12 anni, lo vediamo in questa foto pubblicata dallo scrittore e premio Pulitzer palestinese Mosab Abu Toha, che di anni ne aveva 16 e da quelle bombe israeliane sui civili di Gaza rimase ferito…
Genocidio: istruzioni per l’uso – Giuseppe Gagliano
Genocidio. Non lo puoi dire, ma puoi farlo. Anzi, puoi guardarlo in diretta, con i numeri che scorrono come il punteggio di una partita. L’unica differenza è che qui il risultato è sempre lo stesso: migliaia di civili uccisi, quartieri rasi al suolo, bambini sotterrati vivi.
Il gioco è noto: cambiare le parole per salvare la faccia. Invece di “sterminio”, si dice “operazione di sicurezza”. Invece di “strage di civili”, si dice “danni collaterali”. Invece di “assedio”, “blocco difensivo”. Così, i governi che predicano diritti umani possono continuare a vendere armi e pezzi di ricambio ai bombardieri.
I fatti? Basta guardarli. Dal 7 ottobre 2023, le Nazioni Unite contano oltre 80 mila morti e feriti civili a Gaza. Di questi, secondo l’UNICEF, più di un terzo sono bambini. Nella sola primavera 2024, le forniture di bombe a guida di precisione dagli USA a Israele sono aumentate del 40%. Mentre il Congresso discuteva di “moderazione” e il Pentagono inviava nuovi lotti di GBU-39, perfette per penetrare edifici e seppellire chi ci sta dentro.
E l’Europa? Bravissima nelle condoglianze postume. Dal Consiglio europeo del dicembre 2023 fino all’estate 2025, le riunioni si sono concluse con dichiarazioni-fotocopia: “cessate il fuoco immediato”, “diritto alla sicurezza di Israele”, “protezione dei civili palestinesi”. Nessun embargo sulle armi. Nessuna sanzione. Zero. Nel frattempo, Germania, Italia e Francia hanno continuato a esportare sistemi elettronici, droni e componenti bellici.
Poi c’è la copertura mediatica. All’inizio, fiumi di reportage. Dopo, solo “brevi” relegati a pagina 18. Con i grandi quotidiani a misurare le parole come se scrivere “genocidio” fosse reato. Quando l’Aia ha aperto un’inchiesta nel maggio 2024 per “possibili crimini di guerra e contro l’umanità”, i titoli erano già passati a “scontro armato” e “stallo negoziale”.
E così, la catena è completa: politici che autorizzano, governi che riforniscono, media che edulcorano, cittadini che voltano pagina. E in mezzo, un popolo ridotto alla fame e alle macerie.
Un giorno, i nostri figli e nipoti studieranno questa storia. Leggeranno dei bambini uccisi perché nati nel posto sbagliato. E chiederanno: “Ma voi, dov’eravate?”. E noi, se saremo onesti, dovremo dire: “C’eravamo. E discutevamo se la parola genocidio fosse appropriata”.
E se un giorno qualcuno giustiziasse 269 giornalisti israeliani sionisti, con l’accusa di essere terroristi, direbbero qualcosa i potenti dell’Europa, complici e sostenitori del genocidio, o ignorerebbero, come fanno con i giornalisti palestinesi? – Francesco Masala