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martedì 3 novembre 2020

c'era una volta il teatro Dubrovka

 

Cosa resta della crisi del teatro Dubrovka - Graziano Graziani 


Mosca è, tra le altre cose, una città dei teatri. Alcuni dei quali con una mitologia ampia e precisa, incastonati indelebilmente nell’immaginario mondiale, come il Bol’šoj o come il Teatro d’arte di Mosca, fondato nel 1898 da Stanislavskij e subito divenuto epicentro di una delle più importanti pagine artistiche dell’arte scenica. In tempi più recenti, tuttavia, lo spazio teatrale che maggiormente ha segnato l’immaginario internazionale ha purtroppo poco a che vedere con l’arte in senso stretto, perché si tratta del luogo di uno dei peggiori attentati avvenuti nella capitale russa: il teatro Dubrovka.

La crisi del teatro Dubrovka cominciò la sera del 23 ottobre del 2002, quando un gruppo di separatisti ceceni prese in ostaggio gli 850 spettatori in sala quella sera, facendo irruzione tra il primo e il secondo atto dello spettacolo. L’azione, che nell’intento del commando doveva servire a ottenere il ritiro immediato e senza condizioni delle truppe russe dalla Cecenia, martoriata dalle devastazioni del secondo conflitto che vedeva la superpotenza e la piccola repubblica caucasica fronteggiarsi nuovamente, si caratterizzò da subito come un’azione disperata e venne seguita con apprensione dalle televisioni di tutto il mondo. Il sequestro si concluse tre giorni più tardi, il 26 ottobre, in seguito all’intervento delle forze speciali russe e registrando un bilancio pesantissimo: centosettanta morti, per la precisione centotrentuno ostaggi e trentanove miliziani, ai quali vanno aggiunti le settecento persone rimaste ferite in modo più o meno grave, principalmente a causa del gas utilizzato dalle forze speciali.

La crisi del teatro Dubrovka segna, sul fronte orientale, l’abbraccio tra terrorismo e spettacolarità che aveva aperto il nuovo secolo – l’attentato alle Torri Gemelle, a New York, è di soli tredici mesi prima. È singolare, da questo punto di vista, che sia avvenuto proprio in una sala teatrale, e cioè in una dimensione nella quale è possibile immaginare sé stessi con estrema facilità e in modo più puntuale di quanto sia possibile nei non-luoghi affollati (metropolitane, treni, aeroporti, centri commerciali) ma di passaggio fugace, in cui si colloca, solitamente, la possibilità più o meno remota del rischio di finire vittima di un attentato. Nella sala teatrale si è compiutamente spettatori del gesto terroristico che si definisce come gesto spettacolare, ed è per questo motivo che il sequestro avvenuto al Drubrovka si è da subito fissato nell’immaginario collettivo in modo potente. E questo nonostante si sia trattato di un evento assai meno visibile – perché avvenuto al chiuso – dell’11 settembre, e certamente molto meno “disastroso”, non soltanto perché ha coinvolto un numero di persone più contenuto, ma soprattutto perché, in un certo senso, era stato concepito secondo una modalità ancora novecentesca, e cioè attraverso l’organizzazione di un sequestro finalizzato a una trattativa.

La crisi del Dubrovka, tuttavia, si verificò in uno dei picchi di massima tensione tra ceceni e russi, un momento in cui gli animi erano fortemente esasperati e ben oltre il limite della sopportazione. Si spiegano forse così alcuni episodi difficili da inquadrare, come l’irruzione all’interno del teatro di Olga Romanova, la prima vittima di questa crisi. Olga, una ragazza di venticinque anni, verso l’una e mezzo di notte riuscì in qualche modo a superare il cordone della polizia e a entrare nel teatro, raggiungendo l’area dove erano tenuti gli ostaggi. Una volta dentro si mise a urlare, nel tentativo di incitare i sequestrati a ribellarsi ai sequestratori, ma fu raggiunta da un miliziano ceceno che, scambiandola per una spia, la uccise sul colpo. Fu la prima vittima della crisi, una crisi che si stava delineando come il peggior attacco terroristico della crisi russo-cecena (fu superato solo nel 2004 dalla strage di Beslan, che però avvenne ben più lontano, in un paese dell’Ossezia del nord, anziché nel cuore di Mosca).

La crisi del Dubrovka si verificò in uno dei picchi di massima tensione tra ceceni e russi, un momento in cui gli animi erano fortemente esasperati e ben oltre il limite della sopportazione.

Cosa resta oggi di quell’evento? A dire il vero ben poco. Di fronte al luogo dove si consumò la strage è stato eretto un monumento, mentre un memoriale dedicato alle vittime è stato realizzato sulla parete dell’edificio. Nonostante la realizzazione sia stata abbastanza celere (furono realizzati già nel 2003) e l’obiettivo sia esplicitamente quello della commemorazione di un fatto luttuoso, il monumento alla vittime del terrorismo sembra incarnare piuttosto un esempio perfetto di rimozione. Il che è per certi versi straordinario perché Mosca, oltre ad essere una città dei teatri, è anche tra le città europee che continua a descriversi attraverso i monumenti. È una delle caratteristiche che la rendono una città particolarmente scenografica, anche perché, a differenza della Londra vittoriana e della Parigi haussmaniana, la simbologia comunista rimanda a un passato molto più vicino e presente nel nostro immaginario.

Il brutalismo sovietico, le statue e busti di Lenin e degli altri eroi del socialismo che continuano a osservare con sguardo severo lo scorrere della vita nella Russia postsovietica, le costruzioni monumentali e celebrative del parco VDNKh e del Museo della Cosmonautica, così come le fermate della metropolitana che sono di indubbio fascino; tutto questo e altro ancora contribuisce a fare di Mosca una città scenografica, non necessariamente congelata nel passato anche se intrisa dei suoi simboli. Un’attività celebrativa che non si è fermata neppure in epoca recente, rivolgendo però l’attenzione al mondo artistico, in parte per tributare il giusto riconoscimento ai giganti della letteratura russa – come la statua di Dostoevskij posta di fronte all’ingresso della biblioteca Lenin nel 1997 –; in parte per officiare gesti riparatori delle persecuzioni del passato – come la targa corredata di bassorilievo dedicata al premio nobel Solženicyn nel 2017, affissa sul palazzo dove abitava nel 1974, quando fu arrestato e mandato in esilio –; e in parte anche per strizzare l’occhio al turismo internazionale, – come nel caso delle divertenti statue dedicate a Fagotto e Behemot, due dei personaggi luciferini de “Il Maestro e Margherita”, che campeggiano davanti alla casa-museo dedicata al geniale scrittore russo, aperta nel 2007.

Raggiungere il teatro Dubrovka non è facilissimo, perché non è semplice trovare notizie sulla sua ubicazione. Non si tratta di un teatro importante del centro storico, ma di una grande sala commerciale situata in un quartiere del distretto sud-orientale di Mosca, non proprio in periferia ma nemmeno in centro. Se si prova a chiedere informazioni in giro è facile cadere in un fraintendimento: quella che noi, in Italia, chiamiamo “Crisi del teatro Dubrovka”, in Russia è conosciuta come “il sequestro di Nord-Ost”, o semplicemente Nord-Ost, dal nome del musical che stava andando in scena quel giorno.

Sotto il monumento commemorativo, scarno e funebre, c’è un blocco di granito dove è scolpita una frase: “in memoria delle vittime del terrorismo”. Nient’altro. Di quale terrorismo, di quale storia si tratti, non c’è traccia.

Il teatro non è geolocalizzato su Google maps, e nonostante sia perfettamente raggiungibile dalla via Dubrovskaja, che gli dà il nome, è invece adiacente alla via Mel’nikova, che la incrocia. Quando mi ritrovo a fare un giro della città (qualche tempo prima della pandemia scatenata di COVID-19), riesco a ricavare l’indirizzo da un articolo dell’epoca di un quotidiano internazionale, che la riporta. Per raggiungere il teatro scendo alla fermata Proletarskaja e procedo a piedi verso sud; il teatro si trova all’incirca a metà tra quella fermata degli anni sessanta e la fermata omonima Dubrovka, più recente e situata più a sud. Dopo una breve camminata, sulla sinistra, compare il monumento, una stele in cemento piuttosto spoglia, sormontata da tre cicogne che spiccano il volo scolpite in metallo. Sotto la stele, scarna e funebre, c’è un blocco di granito dove è scolpita una frase in russo, che recita semplicemente: “in memoria delle vittime del terrorismo”. Nient’altro. Di quale terrorismo, di quale storia si tratti, non c’è traccia. Il monumento colpisce per la sua essenzialità, per la sua nettezza che si traduce in una formula elusiva. Non si parla della guerra con la Cecenia, soprattutto non si parla delle responsabilità delle autorità russe nella gestione della crisi.

Delle morti scaturite dalla crisi del teatro Dubrovka quelle direttamente uccise dai terroristi ceceni si contano sulle dita di una mano, tutte le altre sono connesse all’utilizzo del gas da parte delle teste di cuoio che, contrariamente a quanto sperato (doveva servire ad addormentare i sequestratori), provocò una strage. Il monumento, genericamente dedicato alle vittime del terrorismo, sembra voler creare uno spartiacque netto e indiscutibile tra il male – il terrorismo – e il bene – e cioè noi, o la società russa, la gente, il resto del mondo. Un discorso in linea con le retoriche occidentali, riportato alla realtà russa. Ma per fare questo finisce per rimuovere la storia che dovrebbe raccontare. L’esatto opposto di quanto tentò di fare in un articolo che raccontava la crisi del 2002 Anna Politkovskaja, che fu tra i protagonisti di quei drammatici giorni.

Nota per essere una delle voci più critiche nei confronti del governo russo soprattutto per quanto riguardava il conflitto con la Cecenia, la giornalista della Novaya Gazeta – che solo quattro anni più tardi verrà uccisa nell’androne del suo palazzo da un sicario – fu la protagonista di un tentativo di mediazione che racconterà sul suo giornale una settimana dopo la conclusione della crisi. Anna Politkovskaja, in quell’articolo intitolato “Buio in sala”, racconta del dialogo intavolato con il commando ceceno, per cercare di far liberare almeno i bambini presi in ostaggio. Abu Bakar, uno dei leader del commando ceceno assieme a Movsar Barayev, risponde seccamente alla richiesta della giornalista spiegando che tra gli ostaggi non ci sono bambini. O meglio, di non considerarli tali. “Nei rastrellamenti prendete i nostri bambini quando hanno dodici anni, e noi qui ci terremo i vostri” è il ragionamento di Abu Bakar. “Per vendicarvi?”, chiede Politkovskaja. “Per farvi capire cosa si prova”, risponde lui.  (L’atto terroristico, nella logica del commando, serve a “mettere in scena” nel cuore di Mosca ciò che i ceceni provano quotidianamente a casa loro. Quello che i separatisti ceceni vogliono scatenare è un effetto di “transfert”, un’immedesimazione radicale, che renda evidenti ai russi il dolore del popolo ceceno, del “nemico”, di quella alterità totale alla quale, in quanto alterirà, non è riconosciuto uno statuto di umanità, e di sofferenza, pari al nostro). Lungi dal voler giustificare la logica agghiacciante del miliziano ceceno, Anna Politkovskaja conclude però il suo articolo appellandosi al buon senso, riflettendo sulla reciprocità dei gesti di violenza che finiscono per trascinare in un gorgo infinito tanto i civili russi quanto quelli ceceni: “Più aumentano la violenza, il sangue, le vittime, i sequestri e le umiliazioni, più si moltiplicano quelli che vogliono vendicarsi, nonostante tutto e malgrado tutto. E più arrivano nuove reclute nell’esercito di chi vuole morire vendicandosi”. Le scelte di Vladimir Putin, orientate invece a una spietata logica militare, le daranno drammaticamente ragione.

Le scelte di Vladimir Putin, orientate a una spietata logica militare, daranno drammaticamente ragione alle paure espresse da Anna Politkovskaja.

Accanto al monumento alle vittime del terrorismo (che come tale è riportato anche sulle mappe, senza specificazioni aggiunte) sorge una piccola chiesa ortodossa dedicata ai santi Cirillo e Metodio. Anche se lo stile architettonico è tradizionale, la chiesa è in realtà piuttosto recente: è stata costruita come forma di commemorazione religiosa per quanto accaduto al teatro Dubrovka. La consacrazione, avvenuta il 26 ottobre del 2012, a dieci anni esatti dal giorno del tragico esito del sequestro, si è tenuta alla presenza di circa duecento parenti delle vittime, che ogni anno si danno convegno nel piazzale antistante il teatro per commemorare i loro morti. In quell’occasione 130 palloncini bianchi, uno per ognuno degli ostaggi morti, sono stati liberati in aria. Un anniversario avvenuto, come sempre, nella totale indifferenza delle autorità russe. Vladimir Putin e Dmitri Medvedev, durante le rispettive presidenze, non hanno mai presenziato alle commemorazioni dei parenti delle vittime, né tantomeno hanno invitato rappresentati o messaggi di cordoglio.

Il silenzio delle autorità finisce per rimbalzare sulle vittime (generiche) del terrorismo, tanto più per il fatto che la causa della morte, in realtà, va imputata alla miscela di gas utilizzato dai reparti speciali russi. Uno dei militari responsabili dell’azione, qualche anno dopo, rilasciò un’intervista in cui spiegò che, con i mezzi di allora, quella era l’unica possibilità per cercare di salvare almeno una parte degli ostaggi. Una spiegazione che non convince i parenti delle vittime e i sopravvissuti (i feriti furono più di settecento), che ogni anno si danno convegno il 26 ottobre per ricordare i loro morti, leggendo uno a uno i loro nomi. Nomi che sono riportati su un bassorilievo realizzato sulla parete esterna del teatro, terzo angolo all’interno del piazzale dedicato alla memoria di quanto accaduto, l’unico che riporta un elemento concreto. È anche l’unico luogo che lascia tracimare le emozioni e il lutto, dove è facile trovare ancora oggi, a diciotto anni di distanza, luci perpetue e persino dei peluche, per ricordare i morti più giovani.

I parenti delle vittime, riunitisi nell’associazione Nord-Ost, criticheranno aspramente le autorità russe per l’utilizzo del gas e per la gestione caotica dei soccorsi. Nel 2011 la Corte europea per i diritti dell’uomo darà loro ragione, affermando che anche se la Russia ha legittimamente utilizzato la forza per risolvere la crisi, non ha però predisposto un adeguato piano di soccorso per le vittime degli effetti collaterali dovuti all’utilizzo del gas soporifero. Anzi, sembra che nel momento in cui i medici, cercando di prestare soccorso, chiesero di capire quale fosse la composizione del gas utilizzato, le autorità si rifiutarono categoricamente di rispondere, trincerandosi dietro il segreto di stato. Le prime dichiarazioni di Putin, all’indomani della strage, ipotizzavano che la morte degli ostaggi fosse dovuta a patologie pregresse. Per anni il governo russo ha rifiutato di rendere nota la composizione del gas, anche se a un certo punto si cominciò a parlare di un oppioide particolarmente potente, di origine sintetica, noto come Fentanyl. Si tratta dello stesso tipo di molecola – per proseguire nel solco dell’intreccio simbolico, per quanto causale, tra l’attentato terroristico del Dubrovka e la società dello spettacolo – che ha ucciso popstar come Prince e Michael Jackson.

Il “terrorismo come una delle belle arti” è una provocazione che campeggia sul titolo di un libro di “storiette” (riflessioni a metà tra la prosa e il saggio) scritte da Mario Perniola qualche anno fa. Anche se in quel caso la riflessione riguarda maggiormente il terrorismo novecentesco, generalmente di sinistra, la provocazione della frase intercetta l’intreccio scandaloso tra società dello spettacolo e atto terroristico, dove – che ci si trovi difronte all’effetto studiato, come per le torri gemelle, o all’effetto collaterale di un’azione studiata, come quella del Dubrovka, per suscitare la maggiore identificazione e la maggiore angoscia possibile (voi prendete i nostri bambini, noi facciamo lo stesso con i vostri) – la frattura maggiore che si verifica non ha a che fare soltanto con i corpi delle vittime e con le ripercussioni politiche, ma ha a che vedere con l’immaginario. La controversa frase di Karlheinz Stockhausen sugli attentati dell’11 settembre, che andrebbero considerati “la più grande opera d’arte mai esistita” (non si trattava di una considerazione compiaciuta, come ebbe a precisare il compositore tedesco, che accusò la stampa di averla estrapolata dal contesto) a suo modo rivelava uno scomodo cortocircuito dell’immaginario collettivo.

Il “terrorismo come una delle belle arti” è il titolo provocatorio di un libro di Mario Perniola che intercetta l’intreccio scandaloso tra società dello spettacolo e atto terroristico.

Se l’arte deve necessariamente sconvolgere, deflagrare, cambiare radicalmente la vita dello spettatore, certamente tali prerogative sembrano sempre più appannaggio – più che dell’arte, oggi sempre meno incisiva – dell’ansia distruttiva del terrorismo, maniacalmente attento all’effetto mediatico, a quanto cioè è in grado di imprimere nelle menti prima ancora che sui corpi o sugli oggetti che distrugge (una lezione raccolta da Isis, organizzazione produttrice di immagini raccapriccianti perfettamente postprodotte, pronta a distruggere beni inestimabili come i reperti di Palmira pur di creare una ferita nell’immaginario collettivo). È allo stesso tempo un equivoco e un paradosso. Il bello e l’abietto si scambiano di posto, scrive Attilio Scarpellini nel 2009 parafrasando Slavoj Žižek in un illuminante saggio intitolato L’angelo rovesciato, in cui indaga la “scomparsa della realtà” proprio a partire dal terrorismo. Nella società dello spettacolo, dove i confini tra verità e rappresentazione della verità sfumano irrimediabilmente, l’iconolatra e l’iconoclasta parlano la stessa lingua.

Fin dai primi minuti dopo il tragico esito del blitz delle teste di cuoio, prevale il tentativo di “mettere in scena” una versione dei fatti, prima ancora di capire cosa sia davvero successo. Il cadavere di Barayev, militante musulmano, viene ripreso dalle televisioni con una bottiglia di cognac in mano, immagine che qualcuno ipotizzerà essere frutto di manipolazione. D’altronde anche le cinture esplosive che i ceceni indossano si riveleranno essere, in qualche caso, fasulle. La rappresentazione conta più della realtà. Un’altra delle immagini che farà il giro del mondo è quella delle miliziane cecene morte, sedute nelle poltrone del teatro, con la testa riversa all’indietro e le cinture esplosive ancora allacciate. C’erano molte donne nel commando che fece irruzione nel teatro Dubrovka. Le cosiddette “vedove nere”, o “shahidki”, erano forse l’incarnazione più dura della cattiva coscienza dell’esercito russo: donne che avevano perso mariti e figli nel conflitto russo-ceceno e che erano disposte a immolarsi pur di ottenere vendetta. Eppure, nonostante il pugno duro di Putin nella gestione della crisi abbia suscitato molte critiche, alla conta dei fatti il presidente russo riuscì a trarre vantaggio dalla situazione. Una volta tracciata la linea della lotta al terrore, le violazioni dei diritti umani da parte dell’esercito russo, fino ad allora criticate dalla comunità internazionale, di colpo si trasformano in misure accettabili. Se da un lato c’è il terrorismo, il peggiore di tutti i mali contemporanei, dall’altra parte si situano i difensori della civiltà, le sfumature non sono contemplate. Le vittime del terrorismo (meglio se generiche, spogliate della complessità dei fatti) tracciano il solco che non si può valicare.

La realtà e la rappresentazione entrano – e in futuro entreranno sempre di più – in un cortocircuito paradossale. A raccontarlo in forma letteraria è un libro che non c’entra nulla con la questione russo-cecena, anche se, paradossalmente, è ambientato alle pendici del Caucaso ed esce proprio nello stesso anno in cui si verifica la crisi del teatro Dubrovka, nel 2002. La vicenda che è al centro di Neve (Einaudi, 2004), romanzo del premio Nobel turco Orhan Pamuk, si svolge a Kars, una cittadina turca che si trova al confine con l’Armenia, dove si consuma uno scontro tra militanti islamisti e militari kemalisti, attorno alla rappresentazione di un testo degli anni Venti di ispirazione laica, dove una donna brucia il velo islamico come segno di indipendenza. Nella finzione letteraria l’atto teatrale cessa di essere simbolico e diventa reale, non solo perché una rappresentazione – quindi in buona sostanza una finzione – scatena le ire dei fondamentalisti religiosi, ma anche perché una vera morte avvenuta sul palco finirà per essere creduta un atto di finzione. Nel gioco di specchi creato da Pamuk se il fondamentalista prende il discorso simbolico in modo letterale, il laico finisce per non credere che dietro questo comportamento possa celarsi non solo e non tanto l’ottusità, quanto anche una concreta alterità. A un certo punto del libro uno dei personaggi lo dice in modo esplicito, parlando di letteratura, in merito a come gli occidentali guardano gli artisti islamici: “Ogni volta che loro scrivono poesie o cantano canzoni, parlano a nome di tutta l’umanità. Loro sono uomini, noi invece siamo soltanto musulmani. Se siamo noi a scrivere poesie, diventano automaticamente poesie etniche.”

La realtà e la rappresentazione entrano – e in futuro entreranno sempre di più – in un cortocircuito paradossale, come aveva già raccontato Orhan Pamuk in “Neve”.

Se le piccole coincidenze che legano la storia raccontata da Pamuk alla tragedia moscovita sono, tutto sommato, casuali, di certo il meccanismo di disconoscimento dell’altro accomuna le due vicende, una vera e l’altra finta. Nella crisi del Teatro Dubrovka lo scontro tra simbolico e reale è così potente che l’arte cercherà di appropriarsi di questa storia. Ma cercare di ricreare a teatro un cortocircuito tra realtà e rappresentazione avvenuto nella realtà è un atto destinato al fallimento, perché la realtà, nella società dello spettacolo, si è spinta talmente oltre sul piano della provocazione che il realismo, trascinato sul palcoscenico, risulta caricaturale e posticcio. È quello che accade nel 2008, ad esempio, nell’allestimento del Boris Gudunov della compagnia catalana La Fura dels Baus, che fa piombare in sala nel bel mezzo della rappresentazione un gruppo di terroristi/attori armati fino ai denti che rievoca le scene drammatiche avvenute sei anni prima a Mosca. Divenendo finalmente “visibile”, quel cortocircuito, avvenuto davvero nel buio di una sala teatrale, non funziona più. Non è credibile. La realtà, in fatto di violenza e spettacolarità, ha divorato tutto lo spazio della rappresentazione.

Torniamo, infine, al piazzale del teatro. L’ultimo elemento di cui si compone è quello in realtà più evidente di tutti, ma che circondato dalle sculture commemorative finisce paradossalmente per sparire. Si tratta del teatro stesso, anzi meglio, della sua facciata. Piuttosto anonima e spoglia, la facciata dell’edificio sembra più adatta a un centro congressi che a un teatro vero e proprio. In effetti la sala, piuttosto grande, è sede di progetti di tipo commerciale che la affittano per la sua capienza. Così fu anche nel caso del musical “Nord-Ost”, che all’epoca era la più grande produzione mai realizzata in Russia, costata ben quattro milioni di dollari. Un colossal. Il musical si incentrava su una vicenda ambientata durante la seconda guerra mondiale, con dei militari russi come protagonisti. Il fatto che si trattasse di uno dei più grandi eventi spettacolari della Russia post-sovietica attirò moltissime persone. Dopo il sequestro lo spettacolo continuò, anche se dopo alcuni mesi chiuse i battenti, perché la paura di possibili attentati, o forse il ricordo troppo doloroso di quanto avvenuto, ridusse notevolmente l’afflusso del pubblico.

Quando passo davanti al teatro la facciata è completamente spoglia, non c’è nulla che faccia supporre che il teatro sia in attività, a parte una locandina davvero piccola, delle dimensioni di un foglio A4, che sembra reclamizzare uno spettacolo per ragazzi. La sala, d’altronde, ha una vocazione commerciale e alcuni giornali riportano che anche quando l’associazione delle vittime l’ha richiesta per le commemorazioni, hanno comunque dovuto espletare le pratiche burocratiche ed economiche che servono per organizzare una conferenza. L’immagine anonima del teatro sembra incarnare, sia pure accidentalmente, una sorta di congiura del silenzio per quanto riguarda questa storia. Come il memoriale spartano e anonimo, molto meno elaborato di quello dedicato alla strage di Beslan che sorge in via Solyanka, in una zona molto più centrale. Di ciò che accadde davvero nella gestione della crisi è meglio non parlare più. Quello che resta è una generica retorica contro il terrorismo, contro lo spauracchio del ventunesimo secolo, astratta come il memoriale che la incarna.

da qui

 

 

Buio in sala - Anna Politkovskaja


Il mio ruolo in questo dramma è cominciato il 25 ottobre, intorno alle due del pomeriggio. Alle 11.30 avevo parlato per la prima volta al cellulare con le persone che avevano catturato gli ostaggi. Alle 13.30 ero arrivata al centro operativo.

Un’altra mezz’ora era passata per definire la questione: qualche sconosciuto decideva qualcosa dietro porte che continuavano a sbattere. Finalmente mi hanno portato nella zona, dove c’era un cordone di camion. Mi hanno detto: “Va’, provaci. Magari ci riesci”. Con me è venuto il dottor Roshal. Ci siamo trascinati fino alle porte, non ricordo neppure come: avevamo paura. Tanta.

Entriamo nell’edificio. Gridiamo: “Ehi, c’è qualcuno?”. L’unica risposta è il silenzio. Sembra che in tutto il teatro non ci sia anima viva. Mi metto a gridare: “Sono la Politkovskaja! Sono la Politkovskaja!”. Comincio lentamente a salire la scala sulla destra – il dottore dice che sa dove andare. Anche nel foyer del primo piano c’è silenzio, buio e freddo. Non un’anima. Grido di nuovo: “Sono la Politkovskaja!”.

Finalmente da quello che era stato il bancone del bar emerge un uomo. Sul viso ha una maschera nera piuttosto sottile, i tratti del viso si distinguono perfettamente. Nei miei confronti non è aggressivo, ma il dottore gli sta antipatico. Perché? Non riesco a capirlo. Ma cerco comunque di placare gli animi che stanno per infiammarsi. “Allora dottore, vuoi fare carriera?”, insiste la “maschera”.

Questo dottore ha 70 anni, è un grande studioso, e ha già fatto tante cose importanti nella sua vita che per lui pensare alla carriera non ha senso: se l’è già costruita. Lo dico ad alta voce. Comincia un battibecco. È chiaro che bisogna “abbassare i toni”, altrimenti…

Un destino senza varianti

La maschera sottile si allontana nel buio del foyer e continua a borbottare: “Perché dici di aver curato i bambini ceceni, dottore?”. Ancora delle esclamazioni sgradevoli e confuse, e per questo mi limito a riportarne il senso generale: “Tu, dottore, parli in particolare dei bambini ceceni. Quindi i bambini ceceni per te non sono come gli altri. Noi ceceni non siamo persone?”. La solita storia. Mi intrometto, ma non per dovere, è solo che non lo sopporto più. Dico: “Tutti gli uomini sono uguali. Hanno la stessa pelle, le stesse ossa, lo stesso sangue”. Inaspettatamente questo concetto non troppo originale ha un effetto calmante.

Chiedo di sedermi sull’unica sedia del foyer, a cinque metri dal bancone del bar, perché le gambe mi cedono. Mi danno il permesso. Le suole delle scarpe scivolano su una melma rossastra. Osservo con prudenza perché ho paura di sembrare troppo curiosa ma ho ancora più paura di calpestare del sangue raggrumato. Però, grazie a Dio, forse è gelato alla frutta. Visto che non è sangue, i brividi si calmano. Aspettiamo una ventina di minuti: sono andati a chiamare il “capo”.

E intanto dall’alto, dalla balconata, ogni tanto si affacciano delle teste mascherate. Alcune maschere sono spesse e nascondono completamente i tratti del viso. Altre sono sottili come quelle del primo uomo che abbiamo incontrato, quello che stava dietro al bancone.

“Eri tu a Chotuni?”, chiedono le teste. “Sì”. Le “teste” sono soddisfatte. Chotuni (un villaggio nella regione di Vedeno) diventa il mio lasciapassare: era lei, possiamo parlarci.

“E lei di dov’è?”, chiedo a quello che sta dietro il bancone.

“Io sono di Tovzeni”, risponde. “Qui ce ne sono molti di Tovzeni e in generale della regione di Vedeno”.

Poi c’è qualche confuso segnale di una tragedia in corso: alcune maschere arrivano, altre se ne vanno – il tempo inghiottito dal nulla stringe il cuore con presentimenti assurdi. E il “capo” ancora non si vede. Magari adesso decidono di spararci.

La maschera

Finalmente arriva un uomo in tuta mimetica e con il viso completamente coperto, grosso, tarchiato e con lo stesso identico portamento dei nostri ufficiali dei reparti speciali, sempre attenti alla forma fisica. “Seguitemi”, dice. Le gambe non mi reggono, eppure mi muovo.

Ci ritroviamo in un locale sporco accanto al buffet saccheggiato. Dietro c’è un rubinetto d’acqua. Qualcuno cammina alle nostre spalle e mi volto; mi rendo conto di apparire nervosa, ma che ci posso fare? Eppure sembra che io sia una con una grande esperienza di rapporti con i terroristi in situazioni estreme… È il “capo” in persona a restituirmi l’uso della ragione. “Non dovete guardare dietro! Parlate con me, perciò guardate me”.

“Chi è lei? Come si chiama?”, domando senza sperare troppo in una risposta.

“Bakar. Abubakar”.

La maschera se l’è già alzata sulla fronte. Il viso è aperto, largo, e ha un che di tipicamente militaresco. Sulle ginocchia ha un mitra. Solo alla fine del nostro colloquio se lo mette dietro la schiena e addirittura si scusa: “Ci sono così abituato che non me ne accorgo più. Ci dormo, ci mangio, è sempre con me”. Ma anche senza queste spiegazioni per me è chiarissimo: appartiene a quella generazione di ceceni che non hanno fatto altro che combattere per tutta la vita. “Quanti anni ha?”. “Ventinove”. “Ha combattuto in tutte e due le guerre?”. “Sì”. “Non si è rifugiato in Georgia?”. “No. Non mi sono allontanato dalla Cecenia”.

Esiste una nuova generazione di ceceni: Bakar è uno di quelli che negli ultimi dieci anni hanno conosciuto solo il mitra e le foreste, e prima hanno avuto appena il tempo di finire la scuola, e così, poco a poco, vivere nella foresta per loro è diventato l’unico modo di vivere possibile. Un destino senza varianti.

“Veniamo al dunque?”.

“D’accordo”.

“Innanzitutto i bambini più grandi. Bisogna liberarli, sono bambini”. È il primo problema che Sergej Jastrzhembskij, collaboratore del presidente russo, mi ha chiesto di affrontare con “loro”.

“Bambini? Qui non ci sono bambini. Nei rastrellamenti prendete i nostri bambini quando hanno dodici anni, e noi qui ci terremo i vostri”.

“Per vendicarvi?”.

“Per farvi capire cosa si prova”.

Sono tornata molte altre volte sui bambini, pregandoli di fare delle concessioni. Per esempio portargli del cibo. Ma le risposte sono sempre state categoriche. “Ai nostri bambini durante i rastrellamenti non danno da mangiare, devono resistere anche i vostri”.

Nel mio elenco c’erano cinque richieste: cibo per gli ostaggi, articoli di igiene personale per le donne, acqua, coperte. Anticipo i fatti: siamo riusciti a metterci d’accordo solo sull’acqua e i succhi di frutta. Nel senso che io li avrei portati, avrei gridato dal basso di averli con me e allora mi avrebbero lasciato passare.

“Mi farete entrare più di una volta? Non riuscirò a portare granché in una volta sola… C’è tantissima gente. Magari potreste far venire con me anche un uomo”. “Va bene”. “Potrei portare un nostro giornalista?”. “Sì, e anche qualcuno della Croce rossa”. “Grazie”.

Le richieste

Comincio a chiedere cosa vogliono. Ma politicamente Bakar è in difficoltà. Lui è “soltanto un soldato” e nient’altro. Spiega a lungo e confusamente a che serve questa azione, e si possono trovare quattro punti. Primo, Putin deve “dire una parola”: annunciare la fine della guerra. Secondo: entro ventiquattr’ore deve dimostrare che non sono solo parole, per esempio deve ritirare le truppe da una regione.

“Da quale regione? La vostra? Da Vedeno?”.

“Sei una spiona? Fai un interrogatorio proprio come una spiona. Basta, vattene!”.

Mi rendo conto che non posso andarmene, anche se mi piacerebbe moltissimo. Per questo pronuncio parole quasi di scusa – sono un’idiota, certo: “Vedete, dobbiamo sapere cosa volete. E dobbiamo saperlo con precisione. Altrimenti…”. Continuo a impuntarmi sulle parole. Il mio cervello si scontra con un problema superiore alle sue forze: cercare di salvare gli ostaggi, dato che hanno accettato di parlare con me, e allo stesso tempo non perdere la dignità. Ma purtroppo non riesco a venirne a capo. Sempre più spesso non so cosa dire, e blatero delle sciocchezze, purché Bakar non dica: “Basta!”, e io non debba andarmene a mani vuote, senza aver ottenuto niente. Così ci avviciniamo al terzo punto del “loro” piano.

Ma proprio allora Bakar riceve una telefonata sul cellulare da Boris Nemtsov. Questo telefono i combattenti l’hanno preso a uno degli ostaggi, un musicista dello spettacolo Nord-Ost, e ora lo usano per le loro conversazioni. Bakar, dopo aver parlato con Nemtsov, riceve una telefonata “da casa”, dalla regione di Vedeno, in Cecenia.

Guerra autonoma

Dopo il colloquio con Nemtsov Bakar comincia visibilmente a innervosirsi. In seguito mi avrebbe detto che Nemtsov lo prendeva in giro: il giorno prima aveva detto che la guerra in Cecenia poteva cessare, mentre oggi, il 25 ottobre, sono ripresi i rastrellamenti. Allora gli chiedo: “Voi a chi credereste? Chi può darvi la sua parola per confermare il ritiro delle truppe?”. Viene fuori che si fidano di lord Jadd (il capo dell’assemblea parlamentare del consiglio d’Europa).

Passiamo al “loro” terzo punto. È semplice: se saranno attuati i primi due, libereranno gli ostaggi. “E voi?”. “Resteremo a combattere. Accetteremo la lotta e moriremo in battaglia”. “Ma voi in realtà chi siete?”, chiedo, e mi spavento e penso, oddio, ho esagerato! “Un battaglione di esplorazione e diversione”. “Siete tutti qui?”. “No, solo una parte. Siamo stati selezionati per questa operazione. Hanno preso i migliori. Perciò anche se moriremo ci sarà sempre chi porterà avanti la nostra causa”. “Ubbidite a Maskhadov?”.

Noto un certo turbamento e poi di nuovo una grande irritazione. Le spiegazioni sconnesse possono ridursi alla formula: “Sì, Maskhadov è il nostro presidente, ma noi combattiamo per conto nostro”.

È la conferma dei peggiori timori: si tratta di uno dei reparti che in Cecenia fanno tutto da soli. Hanno una loro guerra autonoma, ed è assolutamente radicale. E se ne infischiano di Maskhadov: perché non è un estremista. Proseguo: “Eppure voi lo sapete, i colloqui di pace sono condotti da Iljas Akhmadov in America e da Akhmed Zakaev in Europa – i rappresentanti di Maskhadov. Magari volete mettervi in contatto con loro, oppure potrei chiamarli io. Non dovete fare altro”.

“E perché? A noi non piacciono. Conducono questi negoziati con lentezza perché non hanno nessuna fretta, e noi intanto moriamo nelle foreste. Ci hanno stufato”.

Nel “loro” piano non ci sono altri punti. Bakar aggiunge molte frasi forti: “Per un anno e mezzo le persone hanno chiesto di poter fare i kamikaze e di venire qui”. “Siamo venuti a morire”. Non dubito affatto che siano condannati e pronti a morire – e a portare con sé tutte le vite che vorranno.

Il cellulare squilla. Bakar ascolta e comincia a gridare: “Non telefonate più. Questo è un ufficio. Disturbate il mio lavoro”.

“Posso parlare con gli ostaggi?”. “È impossibile”. Ma dopo cinque minuti, dice a un “fratello” seduto proprio dietro di me: “Portali, va bene”.

Quello fa uscire dalla sala una ragazza bella e spaventatissima, Masha, che non riesce a spiccicare parola per il terrore e la debolezza – gli ostaggi non hanno mangiato niente. Bakar è irritato dal suo balbettio e ordina di portarla via. “Prendetene una un po’ più grande”. Mentre il “fratello” va nella sala e torna, Bakar mi spiega quanto sono nobili. Ci sono tante belle ragazze nelle loro mani – e Masha è veramente bellissima – ma non hanno alcun desiderio, tutte le loro forze sono assorbite dalla lotta per la liberazione della loro terra. Interpreto le sue parole nel senso che devo essergli grata di non aver violentato Masha.

Parliamo brevemente di morale e di etica, se così si può dire. “Non mi crederete, ma moralmente qui ci sentiamo meglio che nei tre anni di guerra. Finalmente facciamo qualcosa di concreto. Siamo come pesci nell’acqua, qui. Stiamo meglio di quanto non siamo mai stati. Sarà bello morire. Aver partecipato alla storia è un grande onore. Non ci crede? Vedo che non ci crede. Io invece ci credo moltissimo. Era un anno che nell’ambiente militare ceceno se ne parlava. Vista l’inerzia del virtuale Maskhadov molti reparti combattenti sono rimasti tutto l’inverno nelle foreste e sono diventati impazienti: non si può uscire, non si riesce a combattere, bisogna fare qualcosa e dal comandante in capo non arrivano ordini. Man mano che questi sentimenti crescevano i reparti si sono disgregati oppure si sono radicalizzati, e di fatto hanno cominciato una loro guerra sulla quale Maskhadov non ha nessuna autorità”.

Un altro Kursk

Il “fratello” porta un’altra bella ragazza con i nervi molto scossi. “Sono Anja Andrijanova, inviata di Moskovskaja Pravda. Cercate di capirci: noi siamo già rassegnati a morire. Ormai l’abbiamo capito: il paese ci ha abbandonato. Noi siamo un altro Kursk. Se volete salvarci, scendete in piazza. Se mezza Mosca implorerà Putin, riusciremo a sopravvivere. Per noi è chiarissimo: se oggi moriremo, domani in Cecenia comincerà un nuovo massacro che poi rimbalzerà qui, provocando nuove vittime”.

Anja parla senza fermarsi. Bakar è nervoso, ma Anja non se ne accorge. Ho di nuovo paura che Bakar cominci a dimostrare la sua forza. Finalmente Anja viene portata via. E stabiliamo che adesso penserò a portare dell’acqua. Bakar a sorpresa aggiunge spontaneamente: “Potete portare anche dei succhi di frutta”. “Per voi?”. “No, noi ci prepariamo a morire, non beviamo e non mangiamo niente. Per loro”. “E magari qualcosa da mangiare? Almeno per i bambini”. “No. I nostri soffrono la fame. Che soffrano anche i vostri”.

Proprio come in Cecenia

Questa giornata di storia è finita. Poi c’è stato l’attacco. E io continuo a chiedermi: abbiamo fatto tutto il possibile per contribuire a evitare che ci fossero vittime? È stata davvero una grande “vittoria”? E io personalmente sono servita a qualcuno con i miei succhi e i miei tentativi sull’orlo del baratro?

La mia risposta è sì, sono servita. Ma non abbiamo fatto tutto il possibile. Perché abbiamo ancora molto davanti a noi, anche se alle nostre spalle c’è già troppo. La tragedia del Nord-Ost non è nata dal nulla e non segna la fine. Adesso vivremo nel terrore costante vedendo uscire di casa i bambini e gli anziani: li rivedremo di nuovo? Proprio come ha vissuto in questi ultimi anni la gente in Cecenia.

Ci sono solo due varianti.

La prima: finalmente ci renderemo conto che più aumentano la violenza, il sangue, le vittime, i sequestri e le umiliazioni, più si moltiplicano quelli che vogliono vendicarsi, nonostante tutto e malgrado tutto. E più arrivano nuove reclute nell’esercito di chi vuole morire vendicandosi. E poiché questa guerra non si combatterà sul campo di battaglia, ma accanto a noi e con la partecipazione di gente che non c’entra niente – noi tutti – saremo condannati a un altro Nord-Ost, e nessuno potrà sentirsi sicuro in nessun luogo, per strada come nel proprio appartamento.

Un uomo con le spalle al muro inventa metodi sempre più astuti per vendicarsi.

La seconda variante è difficile, impegnativa, ma almeno si muove in direzione di un miglioramento: bisogna cominciare a parlare con colui che resta aggrappato all’ultimo filo del suo potere, con Maskhadov. Altrimenti saremo condannati a negoziati come quelli del Nord-Ost, segnati alla disperazione. Quando la posta in gioco è la vita degli innocenti.

Internazionale, numero 461, 1 novembre 2002

da qui

mercoledì 25 marzo 2020

PENSARE DI NON RIUSCIRE A PENSARE - Graziano Graziani


La reclusione da pandemia, in molti lo hanno sottolineato, potrebbe essere rovesciata in un momento prezioso di studio e scrittura. Chi lavora nel mondo culturale può beneficiare di una condizione per certi versi insperata, dedicandosi a lavori da concludere o iniziare.
Eppure sembra che per molti tutto questo non avvenga. Che la concentrazione sia diventata un miraggio. Che manchi la voglia. Come mai? La spiegazione più ovvia è l’allerta costante in cui stiamo vivendo, l’ansia con cui si aspetta il bollettino delle 18 della protezione civile per sapere se la situazione migliora, l’apprensione per i parenti più anziani o per chi è solo, i confronti con i colleghi del proprio settore lavorativo per cercare di capire quanto tutto questo impatterà sulle nostre economie, quali imprese chiuderanno, fino a quando riusciremo a resistere con quello che c’è oggi sul conto in banca. Tutto questo crea una cappa snervante, cui si aggiunge la frustrazione di dover restare in casa che, alla lunga, comincia a pesare. E così quella “condizione ideale per concentrarsi” può facilmente rovesciarsi in qualcos’altro. Il tempo, che in teoria è così tanto, diventa pochissimo. L’attenzione si concentra e si disperde secondo dinamiche inconsuete con cui non abbiamo ancora familiarità.
Nella mia esperienza personale, ad esempio, la lettura è diventata un affare complicato, la scrittura quasi impossibile. Questa medesima condizione, stando ai racconti di colleghi e amici, è molto comune. C’entra l’allerta dei sensi, l’animalità che reagisce al mutare della situazione, ma non solo. Quello che è cambiato è l’ambiente psichico in cui stiamo vivendo, nel quale siamo tutti immersi. Una condizione che, per altro, potrebbe durare per un bel po’. È qualcosa che cambierà radicalmente il nostro mondo? C’è chi ipotizza futuri distopici non più così irrealistici (e oggi “distopia” è diventata quasi una parolaccia) nei quali non ci si tocca più, ci si saluta a distanza, in cui l’ansia delatoria di alcuni, ossessionati da chi non rispetta le regole o non le ha capite, guidati dall’ansia di essere dalla parte giusta, civile, della barricata, avrà corrotto irrimediabilmente i rapporti umani. Per dirlo è decisamente presto. Alcune delle ossessioni di oggi evaporeranno, altre lasceranno segni. Ma più che lanciarsi in ipotesi fantasiose sul futuro è interessate cercare di capire cosa, delle nostre pratiche del passato sembra essere in crisi, forse definitivamente.
L’ambiente psichico è composto da vari fattori. Interagisce ad esempio con l’ambiente fisico e in questi giorni la cosa salta agli occhi molto di più. Con buona pace degli appelli di Fiorello e di altri personaggi famosi a stare a casa a divertirsi, non tutti hanno a disposizione case adeguate a una reclusione che potrebbe diventare molto lunga. Ci sono persone che vivono in appartamenti minuscoli, coppie che hanno figli piccoli difficili da gestire in un ambiente ristretto, fuorisede e lavoratori precari e condividono appartamenti dormitorio dove a volte non esiste nemmeno uno spazio comune. La fuga della gente da Parigi la sera prima della chiusura lo testimonia in modo drammatico: nessuno vuole restare in reclusione in uno “studiò”, o nei tanti appartamenti minuscoli che caratterizzano quella città e, sempre di più, anche le nostre. Di fronte all’emergenza, tutte le giustificazioni con cui abbiamo accettato la speculazione che divorava spazi nelle nostre città e metri quadri nelle nostre case sembrano evaporare. Più in generale oggi sembra addirittura scandaloso il fatto che certi diritti essenziali non siano stati davvero amministrati come tali, in senso universalistico; e l’idea che una parte sostanziale della crisi che viviamo in Italia sia dovuta anche ai tagli che ha subito il Sistema Sanitario Nazionale, e con esso i posti disponibili nei reparti di rianimazione, ci appare una follia. Di fatto, però, fino a qualche settimana fa convivevamo tranquillamente con l’aporia che metteva assieme il nostro sistema economico, fatto di tagli continui al pubblico, e alcuni diritti che a parole definiamo universali – come quello sancito dall’articolo 32 della Costituzione. Semplicemente, il nuovo ambiente psichico ha fatto emergere quella contraddizione fino a farla scoppiare.
Il tema del nuovo ambiente psichico che si è venuto a creare con la crisi del Covid-19 è, paradossalmente, la cosa meno affrontata dalle autorità italiane, al momento. La Cina, invece, ha dovuto affrontare questo problema, anche perché la reclusione prolungata ha provocato un’impennata di violenza domestica, oltre che di divorzi, complicata dal fatto che le autorità sono impegnate a gestire l’emergenza presidiando le strade. L’Italia non è la Cina, si dirà. Eppure questa è una crisi soprattutto legata alle fragilità, quelle che scopriamo in noi stessi e quelle che il nostro sistema cerca di nascondere sotto il tappeto. La scoperta della fragilità e uno degli elementi costitutivi di questo nuovo ambiente psichico (quanto durerà tutto questo? come faccio con i lavori che ho perso? che impatto avrà il crollo economico sulla mia vita? che ne sarà dei progetti che stavo portando avanti?). Ma l’effetto che questa fragilità ha su di noi è duplice: se da un lato c’è un senso di comunità che prevale rispetto a chi è nella nostra stessa condizione, dall’altro ci preoccupiamo molto meno di chi è in difficoltà, perché siamo noi a sentirci in prima linea – su questo punto di vista propone uno sguardo importante l’articolo di Internazionale che ha raccontato i senza fissa dimora all’epoca del coronavirus.
Quello che è certo è che anche gli strumenti intellettuali che fino a pochi giorni fa sembravano illuminanti, oggi sembrano inefficaci, vecchissimi. Il tempo, irrimediabilmente fermo, scorre per certi versi velocissimo e consuma le nostre categorie di pensiero. Interventi come quello di Giorgio Agamben sullo stato d’eccezione sono risultati illuminanti per qualche ora e vacui il giorno. Lo stesso è avvenuto per la poesia, molto condivisa, di una bravissima poetessa come Mariangela Gualtieri, che si incentra sul concetto di specie a lei molto caro. Sono pensieri e forme che abbiamo apprezzato in passato, riconosciuto immediatamente leggendole oggi, che per un attimo sembravano dirci delle cose importanti sul presente che stavamo vivendo e poco dopo sono risultate insufficienti. È stata una sensazione costante per tutti i primi giorni della quarantena: la stragrande maggioranza degli interventi, artistici o intellettuali, per quanto sensati, sembravano fuori fuoco nel giro di qualche ora. Distanti. I discorsi validi al mattino erano superati la sera stessa.
Questo intreccio di un ambiente psichico mutato e di strumenti intellettivi in affanno apre domande sul futuro. Qualcuno, in uno slancio di entusiasmo, è arrivato a preconizzare la fine del capitalismo e alcuni provvedimenti – come la scelta del governo spagnolo di requisire la sanità privata – sono talmente eccezionali che sembra davvero di trovarsi alle soglie di una nuova epoca. Le dichiarazioni di Giuseppe Conte al Corriere della Sera del 16 marzo, in cui afferma che “dovremo sederci e riformulare le regole del commercio e del libero mercato” sono a loro modo impressionanti. Non per il contenuto in sé, che un pezzo di mondo chiede a gran voce da decenni, ma per il fatto che a formularle sia stato il capo di governo di un paese del blocco capitalista occidentale. Al di là della motivazione più o meno strumentale del premier, è chiaro che oggi viviamo in un ambiente mentale inedito, dove una simile ipotesi non è più un tabù. E il capitalismo, come tutti i “miti collettivi”, ha bisogno non solo di un’etica a cui appoggiarsi – come rilevava Weber – ma anche di un ambiente mentale in cui prosperare. A posizionare il capitalismo tra i miti collettivi, al pari delle religioni o dei sentimenti patriottici, è Harari, che nel suo saggio “Sapiens” rileva come alcuni degli aspetti cruciali dell’esistenza umana in ambito sociale non risiedano nella realtà fisica, ma in quella dell’immaginario condiviso. Ovviamente non parliamo di un immaginario finzionale, ma di quello che condiziona i nostri comportamenti e le nostre relazioni, che ha mezzi coercitivi e prescrittivi, come il diritto, ad esempio, o il denaro, che è un dispositivo sempre meno materiale. Debiti, crediti e sistemi di retribuzione esistono in quello stesso spazio mentale condiviso.
I miti hanno la capacità di rimodellarsi, proprio perché si fondano su dispositivi che non hanno a che vedere con la realtà fisica. Se i debiti degli stati non appartenessero a questo piano immateriale della realtà, ad esempio, sarebbe stato impossibile per la Germania chiedere ed ottenere di decurtare il proprio debito dopo la prima e dopo la seconda guerra mondiale. Perché è stato fatto? Perché era meno conveniente che quel paese finisse in miseria, trascinandosi dentro sistemi di comportamenti e relazioni che hanno a che fare con la produzione di beni e di valori, piuttosto che incassare interessi e cifre concordate. In entrambi i casi, tuttavia, si era alla fine di due guerre sanguinosissime, quello che potremmo definire un ambiente psichico eccezionale. Ora è davvero troppo presto per capire che cosa avverrà, invece, al nostro presente. Le manovre espansive dei governi, misure che fino a poche settimane fa credevamo estinte, oggi tornano prepotentemente reali. Per Alitalia, uno dei grandi malati del sistema italiano, si parla di un programma di nazionalizzazione senza che nessuno alzi un sopracciglio; anzi, la notizia è passata senza colpo ferire. Ma c’è anche il risorgere della sovranità degli stati, i confini chiusi, il dispiego di forze dell’ordine, che ci fanno sentire come dentro un vecchio (e sgradevole) film già visto.
Che ne sarà dell’Europa? Torneremo a viaggiare come un tempo? Questo blocco non sta risolvendo, indirettamente, il problema dell’inquinamento globale? E il virus, la cui mortalità sembra connessa alle alte concentrazioni di particolato nell’aria, non è in fondo anche un segnale della saturazione dell’ambiente rispetto alla nostra capacità di manipolarlo? E forse è vero che cambieranno le regole economiche, ma chi ne beneficerà? A godere non sarà chi ha molto, chi ha accumulato e ora potrà investire, mentre il prezzo più alto sarà sempre e comunque pagato da chi ha poco? Domande cui è impossibile, per ora, dare una risposta. Ma con le quali dovremo sicuramente fare i conti, forse molto presto. Il presente che viviamo, infatti, è ricco di aporie che stanno facendo scoppiare le contraddizioni su cui si basava il nostro mondo fino a ieri. Contraddizioni che riguardano persino le tesi più sensate e obiettivamente giuste, come quella ambientale: il rallentamento della produzione ha oggettivi riscontri benefici per l’ambiente, ma ha anche innescato una paura profonda per il futuro, anche dal punto di vista di chi si dichiara contro il global warming ma ha comportamenti – come la frequente propensione al viaggio, per citarne uno – che producono effetti in contraddizione con quanto auspica sul tema.
D’altronde, lo diceva già Mark Fisher che è più difficile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo (frase che oggi viene attribuita a lui, e che invece il saggista inglese attribuisce Fredric Jameson o Slavoj Žižek). Nel suo “Realismo capitalista”, non a caso, partiva da una distopia – I figli degli uomini di Alfonso Cuaron – per raccontare l’abbraccio tra gestione autoritaria e ultracapitalismo, qualcosa che sembrava poco probabile nel Novecento e che, all’inizio del XXI secolo con la guerra al terrore, è diventata piano piano un’opzione sul campo. “I neoliberali, ovvero i realisti capitalisti per eccellenza – scrive Fisher – hanno più volte celebrato la distruzione dello spazio pubblico: ma contrariamente alle loro aspirazioni ufficiali, ne I figli degli uomini non assistiamo a nessun arretramento dello Stato, quanto semmai un ritorno dello Stato alle sue originali funzioni di stampo militare e poliziesco”.
Ricorda qualcosa? È impossibile non fare un paragone con quanto tutti noi vediamo fuori dalle nostre finestre, ma allo stesso tempo la giusta domanda di sicurezza sanitaria e l’apertura a misure sociali poderose, che forse non saranno nemmeno le uniche, lasciano intravedere anche scenari diversi. Non per forza migliori, ma nemmeno per forza catastrofici. La fine del capitalismo – o sia pure di una sua fase – è, in un certo senso, anche la fine di un mondo: il mondo psichico che abbiamo abitato fino a oggi. Il mondo dell’accelerazione sfrenata e del lavoro martellante a cui anche i critici più radicali hanno di fatto aderito, perché la nostra esistenza biologica è immersa in quel medesimo spazio mentale. Quell’accelerazione nei confronti della quale, all’inizio della quarantena, anche i più preoccupati di noi per il futuro, quelli che mordono il freno per tornare a produrre, non hanno potuto trattenere un sospiro di sollievo per aver preso da essa, sia pure momentaneamente, le distanze. Se anche tutto tornerà come prima in poco tempo, un’altra aporia è scoppiata fragorosamente, quella che riguarda la condizione di benessere che caratterizza le nostre esistenze all’epoca del tardo-capitalismo. E rispetto alle difficoltà a immaginare e focalizzare la trasformazione sostanziale del nostro sistema produttivo e dell’ambiente psichico che lo sorregge, è chiaro adesso che per vederne la fine occorre allo stesso tempo vedere anche la fine del mondo, poiché in parte le due cose coincidono. Oggi, per quanto surreale e incredibile possa apparire tutto questo, è esattamente il paesaggio che possiamo osservare affacciandoci alla finestra.