(da U Zlatého tygra, in Husova 17, ci sono passato anch'io - franz)
Bohumil
passa intere serate in un angolo della birreria “Alla tigre d’oro”, via Husova
17, Praga. Il capo chinato su un grosso boccale di vetro spesso, colmo fino
all’orlo di Velké Popovice 12.
Bohumil ha scarpe grosse di camoscio, pantaloni felpati, una camicia bianca
sotto un gilet blu o una maglia a righine orizzontali, una borsa troppo
piccola, da cui fuoriescono angoli sporchi di libri, piccoli album di foto,
cartoline con gatti o paesaggi. Respira quest’aria da bettola, intrisa di odori
fortissimi: aceto, canapa, cetrioli. Il suo volto è come “solcato dai segni
dello zodiaco” mentre la sua voce è un mugolio poco chiaro, simile a quello di
chi ha la lingua arrostita da un cibo bollente. È come se le lettere gli si
arrotolassero in bocca.
Con questo tono che incespica Bohumil si racconta le storie.
“La mia vita
comincia a prendere una piega drammatica fin dal periodo prenatale”. Sei mesi
prima della sua nascita colei che sarà sua madre rientra a casa, dopo la messa
della domenica, confessa d’aspettare un bambino e che l’uomo con cui ha
giaciuto non vuol esserne il padre. Il nonno prende lo schioppo, lo punta al
ventre della ragazza e urla: “In ginocchio, che devo spararti!”. La nonna entra
dalla cucina portando un grosso tegame colmo di minestra di fagioli:
“Smettetela e venite a mangiare”. I tre si siedono, intingendo tozzi di pane
bruciato nella melassa fumante di legumi. Bohumil inizia ora a bere.
Bohumil quando ha calore, come adesso, sembra un ritratto d’Arcimboldo: gli
occhi somigliano a tocchetti di verdura, il naso è un grosso papagno, in testa
ha fili di mais, la bocca sembra fatta d’uva pestata dalla vendemmia. Due
schiocche rosse alle guance, una goccia di sudore alla fronte, un sospiro più
profondo degli altri. Ricorda, chissà perché, i dipinti che ha visto quando è
sgattaiolato in segreto in un museo accodandosi alle file straniere: l’autoritratto
di Henri Rousseau, madornale figura con alle spalle la Senna, un ponte, un
veliero; ed i quadri di Muzika, Mrkvička, Piskač e certi disegni senza nome di
negri, marinai, ballerini, giocolieri circensi, clown, fiere in gabbia,
acrobati, cinesi da music-hall, domatrici di leoni e pantere.
Bohumil, bevendo, pensa a quando voleva fare il calciatore, a quando correva
come un fenomeno (ala sinistra delle giovanili del Polan Nymburk) fino al
fondo, per poi fintare, controfintare, attendere il movimento dell’attaccante e
servirgli un cross davvero perfetto. Pensa a quando, inavvertitamente, s’è
intimidito, bloccato, fermato; a quando – per la prima volta – è rimasto
immobile al centro del campo; a quando è stato sostituito dopo quattro minuti e
ne ha passati ottantasei, più recupero, a piangere: sulla panca di uno
spogliatoio bianco, vuoto, profumato di disinfettante e d’asciugamani sudate.
Bohumil pensa alla rottura del gomito destro, alla rottura della spalla
sinistra, alla frattura della clavicola, all’operazione al ginocchio, ai dolori
alla schiena, ai denti caduti, al dolore provato quando – durante una zuffa a
una festa – alcuni litiganti gli cadono addosso facendogli perdere serata e,
forse, la donna della sua vita.
Continuando a bere Bohumil pensa alla tesi di laurea interrotta; al primo libro
che ha ricevuto in regalo; al momento nel quale, sognando di fare l’attore,
avanza in una commedia qualsiasi e – dopo poche battute e qualche gesto – sente
uno spettatore borbottare a voce alta: “Fatelo smettere, per cortesia! Non ti
avessi mai messo al mondo…”. È il padre.
Bohumil ama i nubifragi, le squadre di demolizione, i giganteschi pneumatici;
ama trascorrere i pomeriggi ad osservare come le case vengono abbattute: i
mattoni che si sollevano, le tegole che crollano, le finestre che si piegano in
se stesse, le travi spezzate che mostrano gli artigli in legname, il nugolo
della polvere che sale dal terreno e diventa una nuvola a mezz’aria. Domani
distruggeranno un intero condominio: andrà a dare un’occhiata.
Bohumil si considera un “pábitel” ovvero uno “stamparlone”, uno di quegli
sbruffoni che hanno abitato l’Europa centrale per secoli colmandola di
chiacchiere, di sghignazzi e amarezze. È in questa maniera che ha continuato,
per tutta la vita, “a lavorare per un’immagine più umana del mondo”.
“Ho sempre cercato di mettermi in situazioni che non mi si confacevano,
sgradevoli per me, contrarie alla mia natura” blatera, impastando le parole,
bevendo un altro sorso di birra. Se non fosse già ubriaco avrebbe articolato
meglio: “Io ho addirittura escogitato per me stesso la teoria del Destino
Artificiale, sono andato a cacciarmi dove non avrei mai voluto essere. Io, con
la mia timidezza, mi sono messo a proporre assicurazioni sulla vita, a vendere
cosmetici, a lavorare nelle acciaierie mentre scrivevo, scrivevo, scrivevo…”.
Bohumil è stato: minutante notarile, magazziniere di una cooperativa di
consumo, manovale delle ferrovie, telegrafista, macchinista di scena, muratore,
fabbro, capo movimento in un piccolo scalo di mezzi di trasporto, manovratore
di montacarichi, addetto ai semafori, scaricatore di bibite, tuttofare in un
birrificio, commesso viaggiatore, operaio in acciaieria, bigliettaio, impiegato
in un autolavaggio, rappresentante di un’azienda di merceria e giocattoli,
venditore di bengala e fuochi d’artificio, addetto vendita ai Grandi Magazzini
Statali di Praga, assicuratore presso il Fondo di Anzianità e Invalidità per
Artigiani e Commercianti.
Bohumil scrive questi versi: “Ero così tranquillo, / perché non mi restava
altro / che andare per il mondo come forbici da sarto / … / sicché la gente
innocente pensava / che fossi un mulino a vento… / che alla clessidra fosse
venuta la sete” e, adesso, mormorando “la sete” ritiene necessario affondare le
labbra nella schiuma.
Bohumil adora le trottole colorate tenute da un filo nero di cotone sottile,
adora le cialde ripiene di scaglie minuscole di cioccolata e nocciola, adora il
viola dei timbri quando stampano piccole immagini o firme d’ufficio. Adora
anche i lamponi, la frescura del quarzo, un tè italiano che ha assaggiato una
sola volta e di cui non riesce più a ricordare il nome. Adora i taccuini neri
su cui scrivere con una penna blu.
Beve e continua a bere, Bohumil: “Adesso che posso guardare a me stesso come a
una terza persona e ad un uomo anziano, adesso mi accorgo che per me la misura
delle cose è l’uomo comune”. “Per questo” – aggiunge prima di bere ancora –
“invece che scrittore preferisco definirmi trascrittore, perché non ho
fatto che descrivere avvenimenti e situazioni limite, come un buon reporter”.
Quindi sorseggia, sorride, poi ripensa al destino maligno toccato alla sua
prima raccolta di poesie (la tipografia viene nazionalizzata e, nel breve
volgere dei giorni, chiusa: i suoi componimenti finiscono al macero) o ad un
suo libro di racconti (gli operai del deposito gli sono ostili: abbandonano
copie tra i corridoi, sotto i macchinari, nel giardino che circonda la casa
editrice disperdendo gran parte della produzione). Ne ridacchia, calmo,
stringendo le palpebre.
Ordinando un’altra birra pensa alla sua frase preferita: “L’incredibile diventa
realtà”. Per questo immagina nei suoi scritti masnade di gradassi, falliti,
vecchi ciarloni; di parassiti, scrocconi, poeti incapaci; di fannulloni
squattrinati e sconfitti, di pagliacci sbruffoni e sballati; di cacastorie che
parlano a vanvera e li immagina coinvolti in picaresche avventure colme di seni
femminili, grasse risate, mangiate gustose, bevute d’alcol, fumate intense,
assaggi poderosi di zucchero.
Non sorride quando pensa – invece – alla carta perduta, alle opere che sono
state e che sono scomparse, ai fogli che vengono tagliati, sminuzzati, ridotti
in poltiglia: ha visto, Bohumil, intere produzioni affogare nel buio. L’ha
visto lavorando in un deposito di carta da macero: libri intonsi – mai letti da
qualcuno ma da qualcuno pur scritti – che finiscono assieme agli steli
appassiti delle fiorerie, alle carte dei grandi magazzini, ai programmi ed ai
tagliandi scaduti, alle bustine dei cremini, ai cartoni inzaccherati dagli
imbianchini, ai mucchi di carta bagnata o avariata, ai disegni gettati al
cestino, ai progetti che non hanno più corso, ai documenti ridotti in strisce
sottili, ai mucchi di fogli insanguinati dalle macellerie, alle trinciature
taglienti degli studi fotografici, agli avanzi degli uffici, ai biglietti
d’auguri di compleanni e onomastici che sono trascorsi. No, non sorride
Bohumil, quando pensa che ha pressato, sfatto, scomposto, scolorito e ridotto
in frammenti copie e copie di Faust, Don Carlos, Amleto, Così
parlò Zarathustra, Il sosia, Memorie del sottosuolo, Anna
Karenina, Orlando Furioso, de Il gabbiano o de Il
giardino dei ciliegi.
Buhumil ha bisogno di una terza birra per chiedersi ciò che sta per chiedersi:
“Ho ancora fedeltà nella meraviglia?”.
Buhumil non si dà una risposta. Beve la sua terza birra tutta d’un fiato,
preferendo asciugarsi le labbra col dorso della mano piuttosto che con questo
tovagliolo ingiallito, alla destra del tavolo. Scosta leggermente i piedi,
divaricandoli, tende la schiena sentendo il duro del legno tra le scapole,
china la testa all’indietro, scorge una piccola crosta sporcare il soffitto, ne
segue il tracciato immaginando altri piani, altre stanze, altri mondi dietro
quel rigagnolo nero ma viene distratto da un avventore, che lo riconosce
chiedendogli di Una solitudine troppo rumorosa. Bofonchia un
lamento, s’affretta a lasciare sulla tovaglia quanto deve, s’alza fuggendo
verso la notte accesa di Praga.
Col mento scivolato sul petto, seduto alla prima panchina che incontra,
s’addormenta salivando l’ultima considerazione della serata: “Nulla posso dire
di me, nulla. Io sono ormai un vecchio signore e ho pudore e vergogna a parlare
dei libri che ho scritto, perché sogno ancora di scrivere un libro nel quale ci
sarà tutto, attraverso le impressioni e le esperienze, che potrei andare là
dove per ora nessuno mi attende, là dove il presente è inesistente, il passato
minaccioso e il futuro così ben… ah, così ben conosciuto, come ha scritto il
mio amato György Lukács”.
Respira russando, adesso; la testa calata, l’alito muove il fazzoletto verde al
taschino. Due passanti, giovani ed innamorati, si distraggono dalla passione
per un attimo, lo guardano, sorridono scuotendo la testa. “Un altro ubriaco”
dice lui a lei, o forse lei a lui.
Una foglia cade da un ramo secco, il vento trascina la perduta perlina di una
collana sul fondo di un tombino.