Visualizzazione post con etichetta Clara Statello. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Clara Statello. Mostra tutti i post

mercoledì 29 ottobre 2025

Marco Consolo sul Nobel per la Pace (o per il Golpe) a María Corina Machado

 

Il Nobel delle cannoniere - Marco Consolo

La grottesca assegnazione del Premio Nobel per la pace alla golpista venezuelana María Corina Machado è senza dubbio uno dei punti più bassi raggiunti dall’Istituto Nobel. Lungi dall’essere una coincidenza casuale, è parte dell’agenda bellica dell’Occidente e di una precisa strategia di aggressione nei confronti del Venezuela bolivariano e delle altre esperienze di trasformazione del sub-continente. Oggi, i venti di guerra soffiano anche nelle acque del Mar dei Caraibi e Machado ha un ruolo centrale nel tentativo di “regime change” per rovesciare il chavismo con un intervento militare diretto degli Stati Uniti.

Il sorriso ingessato di María Corina Machado 

Nata nel 1967, Machado è quella che i venezuelani chiamano “sifrina”: una donna di origini privilegiate, ricca figlia di un imprenditore siderurgico, nel 2005 ha dichiarato di aver avuto “un’infanzia al riparo dalla realtà”. Ha studiato prima in un esclusivo collegio di Caracas e poi, come è tradizione tra le antiche élite venezuelane, negli Stati Uniti.

Nonostante il tentativo dei latifondi mediatici internazionali di ripulire la sua immagine e di trasformarla in una moderna Giovanna d’Arco dal sorriso ingessato, Machado ha un lungo curriculum golpista, fatto di appelli all’intervento militare straniero contro il proprio Paese e al colpo di Stato. Già nel 2002, Machado aveva preso parte all’effimero golpe contro Hugo Chávez (con la presidenza de facto di Pedro Carmona “il breve”), firmando il decreto di scioglimento di tutti i poteri della Repubblica. La sua “Ong” Sumate è da tempo finanziata dalla NED (che fa capo al Partito Repubblicano negli USA) e dall’USAID.

Dopo la sua elezione a deputata nel 2011, Machado è stata inabilitata politicamente per aver rappresentato un altro Paese (Panama, incredibile dictu) in un vertice dell’OEA del 2014, per discutere della crisi venezuelana. Ritenendo che ciò violasse in modo flagrante la Costituzione, il potere giudiziario le ha revocato il seggio, con una decisione ratificata nel 2014 dalla Corte Suprema di Giustizia venezuelana. Machado è stata anche parte attiva dell’enorme trama di corruzione dell’autoproclamato “presidente” del Venezuela, il “signor nessuno” ex deputato Juan Guaidó.

Nel 2014 e nel 2017, è stata tra le promotrici de “La salida” con le cosiddette “guarimbas”, una strategia insurrezionale paramilitare per abbattere il chavismo, con un saldo di 43 morti, 486 feriti e 1.854 arrestati. Nel 2017 ha invocato a gran voce la “massima pressione” di Washington contro il governo di Maduro, e l’approvazione di ennesime misure coercitive unilaterali (le mal chiamate sanzioni) contro l’economia del Paese caraibico. Nel 2019 ha chiesto l’applicazione del TIAR, un vecchio trattato militare in seno alla Organizzazione degli Stati Americani (OEA), per intervenire militarmente in Venezuela, definendo il governo bolivariano come una “associazione criminale transnazionale”. Nel 2019, in una intervista alla BBC, ha affermato che “…le democrazie occidentali devono comprendere che un regime criminale lascerà il potere solo di fronte alla minaccia credibile, imminente e grave dell’uso della forza”. Un saggio di uso della forza c’è stato nel 2020, con l’avventura dello sbarco di mercenari nella Operación Gedeón.

Il suo partito “Vente Venezuela” ha firmato un patto di gemellaggio con il Likud del sionista Beniamin Netanyahu, a cui ha chiesto di intervenire militarmente in Venezuela, promettendo di spostare l’ambasciata venezuelana a Gerusalemme in caso di una sua vittoria elettorale. Il suo appoggio al sionismo non è mai cessato, neanche durante gli ultimi due anni di genocidio a Gaza.

Per quanto riguarda la concezione economica, è vicina al turbo-capitalismo di Trump e all’argentino Javier Milei, con un marcato profilo autoritario, retorica anticomunista e un modello vende-patria. Machado propone di privatizzare la compagnia petrolifera statale PDVSA, la Corporación Eléctrica Nacional e le altre aziende pubbliche, liberalizzare l’economia e ri-privatizzare le imprese nazionalizzate.

Oggi, l’assegnazione del Nobel è quindi parte del complesso intreccio di operazioni e narrative che cercano di far rivivere in America Latina e nei Caraibi i tempi del big stick e della antica diplomazia delle cannoniere. Anche in questo caso, come in Palestina, con la loro abituale arroganza coloniale, attori stranieri vogliono decidere chi deve governare il Venezuela, senza tenere conto dei venezuelani.

Babbo Natale e la testa dura dei fatti

Per quanto riguarda la strategia statunitense di questi mesi, i fatti hanno la testa dura e c’è poco da credere a Babbo Natale. Diamo un’occhiata alla tempistica degli ultimi avvenimenti.

Ad aprile c’era stata la visita a Panama del Segretario della Difesa (ora della Guerra) Pete Hegseth, seguita da un via vai di alti comandi del Pentagono e da esercizi militari e spiegamento di truppe per consolidarne la presenza.

A settembre, Trump ha ordinato l’invio di una flotta militare nel Mar dei Caraibi con 8 navi da guerra (fregate, cacciatorpedinieri ed un sottomarino nucleare) e circa 4000 marines, con il ridicolo pretesto della “lotta al narcotraffico”. Subito dopo c’è stato lo spostamento di dieci caccia F35 in una delle basi a stelle e strisce di Puerto Rico, protagonisti immediati di provocazioni ai limiti dello spazio aereo venezuelano.

Il 6 ottobre, Trump ha ordinato all’inviato speciale della Casabianca, Richard Grenell, di sospendere tutti i contatti diplomatici con il governo bolivariano. Contatti che avevano portato ad un parziale allentamento del blocco petrolifero, alla liberazione di alcuni mercenari statunitensi catturati e alla ripatriazione di decine di venezuelani espulsi dagli Stati Uniti. Secondo il New York Times, Trump lo ha fatto per la sua “crescente frustrazione per il fatto che Maduro non abbia acconsentito alle richieste degli Stati Uniti di abbandonare volontariamente il potere (sic) e per la continua insistenza dei funzionari venezuelani nel sostenere di non avere nulla a che fare con il traffico di droga”.  La reazione di Grenell all’assegnazione del Nobel a Machado sul suo profilo di X è stata lapidaria: “il Premio Nobel è morto da anni”.

Lo scorso 7 ottobre, il Presidente venezuelano Nicolás Maduro ha denunciato un piano per compiere un attentato esplosivo contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Caracas, fortunatamente sventato. Un attentato di “falsa bandiera”, organizzato da un settore dell’estrema destra venezuelana, alla ricerca di un pretesto per un attacco militare statunitense. La sede diplomatica è chiusa dal 2019, quando si sono interrotti i rapporti diplomatici. Il governo Maduro ha comunicato “ufficialmente” a Washington i dettagli del complotto. “Gli Stati Uniti dispongono delle informazioni, dei nomi e cognomi, dell’ora dell’incontro, di ciò che è stato discusso e dove si è discusso di questo attentato, approvato e richiesto da una persona che sarà presto resa nota”, ha affermato il Presidente venezuelano senza fornire ulteriori dettagli.

Secondo il New York Times, in queste settimane il numero dei militari statunitensi nei Caraibi è aumentato a circa diecimila, la maggioranza dei quali a Puerto Rico. Al largo delle coste del Venezuela, si sarebbe poi aggiunta la nave da guerra “fantasma” Ocean Trader, che funge da supporto alle forze speciali statunitensi con una capacità di navigazione senza tracciabilità.

E nei giorni scorsi, Washington si è assicurato l’appoggio allo spiegamento militare del governo di Trinidad Tobago, grazie alla promessa dell’esplorazione congiunta di un giacimento di gas al limite delle acque territoriali venezuelane. La minaccia militare è oggi a circa 11 chilometri dalle coste venezuelane.

Il 15 ottobre, tre caccia-bombardieri statunitensi, partiti dalla Louisiana, sono entrati nello spazio aereo venezuelano, per l’ennesima provocazione, mentre il New York Times filtrava l’informazione di un semaforo verde dato da Trump alla CIA per operazioni in territorio venezuelano.

Dulcis in fundo, l’assegnazione del premio Nobel per la pace a Machado.

Maga, non Maga….

Nonostante le apparenze, la politica estera dell’amministrazione Trump non è priva di contraddizioni. Da una parte, ci sono i falchi, capitanati dal Segretario di Stato, il guerrafondaio cubano-statunitense Marco Rubio (con la sua ossessione di utilizzare la potenza militare contro Cuba e Venezuela). Dall’altra, i membri del MAGA nel governo (gruppo in cui Richard Grenell ha una posizione di rilievo per la politica estera), che sarebbero in contrasto con la visione di Rubio e che provano a screditarla e ridurne la portata. Un eventuale intervento militare potrebbe allarmare la base del MAGA, vista la forte inclinazione isolazionista, con dei costi politici ed elettorali per lo stesso Trump. Questo braccio di ferro per imporre la propria visione della politica estera, al momento, traspare anche dai mezzi di comunicazione statunitensi. Le contraddizioni della Casa Bianca stanno dando al Venezuela il tempo di prepararsi al peggiore degli scenari, mentre il presidente Maduro si rafforza di fronte alla minaccia esterna. Per Rubio, il tempo scorre in un clima di tensione e aumenta la pressione nei suoi confronti. Il movimento MAGA, guidato da Grenell, spera nel suo fallimento, per espellerlo definitivamente dal gabinetto di Trump.

La risposta bolivariana

Da parte sua, il governo venezuelano non sottovaluta il pericolo di conflitto. Oltre ad aver posto in stato di allerta le FF.AA., mobilitato la marina e la milizia popolare, il governo è impegnato in un’offensiva diplomatica. Tra le altre iniziative, ha convocato una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tenutasi il 10 ottobre, per denunciare l’escalation bellicista. Il Segretario generale del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), Diosdado Cabello, ha affermato che «la Nazione utilizza tutti i meccanismi diplomatici per evitare sempre qualsiasi conflitto, non solo nel territorio venezuelano, ma in qualsiasi parte del mondo», dato che «il Venezuela si è sempre contraddistinto per la sua diplomazia bolivariana di pace».

————————————————————————————————————————————————–

SCHEDA

Un poco di storia del Nobel

L’Istituto Nobel, anche nel lontano passato, si è s/qualificato con l’assegnazione del premio a personaggi a dir poco sinistri. Solo per rinfrescare la memoria delle perle più eclatanti, nei primi decenni del secolo scorso furono insigniti del Premio Nobel per la Pace due dei presidenti più guerrafondai di tutta la storia coloniale degli Stati Uniti: Theodore Roosevelt nel 1906 e Woodrow Wilson nel 1919.

Roosevelt creò la politica del big stick (speak softly and carry a big stick, you will go far) con cui gli Stati Uniti riaffermarono la possibilità di intervenire se i loro interessi erano in gioco. Fu così che ordinò la guerra coloniale del 1898 (la «piccola guerra splendida», come fu definita cinicamente) con cui gli Stati Uniti si impossessarono di Porto Rico, Cuba, Filippine e Guam. Roosevelt mise anche lo zampino nella secessione di Panama dalla Grande Colombia per la costruzione del Canale, oltre a invadere Cuba, Haiti, la Repubblica Dominicana e il Nicaragua.

Woodrow Wilson, era un razzista a tutto campo, simpatizzante del Ku Klux Klan e difensore della “purezza razziale” dei bianchi statunitensi, che approfondì la segregazione nella pubblica amministrazione. Non contento, ordinò operazioni militari in Messico (l’invasione di Veracruz e le spedizioni punitive contro Pancho Villa), ed appoggiò lunghe occupazioni con i marines ad Haiti, nella Repubblica Dominicana e in Nicaragua. A quei tempi, la proxy war fu condotta dal pirata William Walker, fedele mercenario ed esecutore della teoria del “destino manifesto”.

Più recentemente, altri tre premi Nobel per la pace hanno fatto scandalo.

Il primo, nel 1973, a Henry Kissinger per i negoziati nella guerra del Vietnam e per i successivi accordi di pace di Parigi, anche se in realtà la guerra di liberazione nazionale terminò con la vittoria dei Việt Cộng e la caduta di Saigon nel 1975. In quell’occasione fu insignito del Nobel anche il Presidente vietnamita Le Duc Tho, l’unico a rifiutare il premio in tutta la storia del Nobel per la Pace. Come si ricorderà, Kissinger era stato Consigliere per la sicurezza nazionale e poi Segretario di Stato del Presidente Nixon, allargando la guerra del Vietnam al Laos e alla Cambogia, con pesanti bombardamenti nei due Paesi. In America Latina è stato il cervello del colpo di Stato contro Salvador Allende in Cile del 1973 e delle altre dittature civili-militari oltre all’inventore del macabro Plan Condor. Lo scandalo del premio fu tale che due membri del comitato Nobel decisero di dimettersi.

Nel 2009, è stato premiato Barack Obama «per i suoi straordinari sforzi volti a rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli». Peccato che l’ex presidente democratico ha continuato le guerre in Afghanistan e Iraq iniziate da George W. Bush; ha distrutto la Libia di Gheddafi (il Paese più prospero e sviluppato di tutta l’Africa); ha sostenuto la guerra civile in Siria contro il governo di Bashar al-Assad ed appoggiato l’Arabia Saudita nella sua guerra contro gli Houthi dello Yemen.

E nel 2016, il premio è toccato al presidente colombiano Juan Manuel Santos per gli accordi di pace firmati all’Avana con la guerriglia delle FARC-EP. Ma come ministro della Difesa di Álvaro Uribe, Santos è stato responsabile dei cosiddetti “falsi positivi”, con centinaia di esecuzioni extragiudiziali di indigeni o contadini, fatti passare come guerriglieri uccisi in combattimento.

Viceversa, non si può che salutare positivamente, l’incontrovertibile assegnazione del premio a Desmond Tutu e Nelson Mandela per la loro lotta contro l’apartheid in Sudafrica, a Martin Luther King per la sua battaglia contro l’apartheid negli Stati Uniti, o a Adolfo Pérez Esquivel per la difesa dei diritti umani durante l’ultima dittatura civile-militare argentina.

Ma, da tempo, l’ago della bilancia del Nobel pende sempre più a destra, con un premio geopolitico, utilizzato per dare una verniciata di legittimità alle cause e alle figure ben viste dalle potenze occidentali nei momenti più opportuni. Seguendo la geografia dei premi, possiamo identificare la mappa degli avversari dell’Occidente collettivo: la ex-Unione Sovietica, la Cina governata dal Partito Comunista, il mondo arabo-mussulmano o la Russia di Vladimir Putin.

da qui

 

 

Un Nobel val bene una messa - Giusi Di Cristina

«La satira politica è divenuta obsoleta da quando il Premio Nobel per la Pace è stato dato a Henry Kissinger» (Tom Lehrer, autore e compositore satirico).

Erano gli anni Settanta e il Premio Nobel per la pace venne assegnato a Le Duc Tho, il politico e rivoluzionario vietnamita che fu il capo della delegazione del Vietnam del Nord ai trattati per la pace in Vietnam con gli Stati Uniti, e ad Henry Kissinger, segretario di Stato degli USA. Il motivo del duplice premio erano appunto gli Accordi che avrebbero portato alla fine di una guerra che aveva trucidato da una parte il popolo vietnamita – pur non piegandolo, anzi – e dall’altra un’intera generazione nordamericana, costretta alle armi.

Le Duc Tho, però, rifiuta il premio, affermando che nel suo Paese la pace non era affatto stata raggiunta, visto che i combattimenti continuavano a sud.

Kissinger, al contrario, il premio lo accetta eccome. Peccato che era il medesimo Kissinger ideatore del Plan Condor, che stava assicurando sostegno economico, militare e politico alle sadiche dittature latinoamericane.

D’altronde, da eccellente realista qual è, il segretario di Stato sa bene quanto sia necessario influenzare i destini dei Paesi che servono al benessere e al mantenimento dello status quo delle sfere d’influenza. Ed è una pratica politica talmente accettata, talmente ritenuta normale che persino l’altra parte, l’URSS, non si scompose minimamente, riconoscendo i nuovi dittatori a capo dei rispettivi Paesi.

A corollario delle azioni di politica estera aggressiva, il soft power veniva agito per raggiungere anche l’ultimo dei cittadini del mondo e convincerlo che gli Stati Uniti, in fondo, aggiustavano le cose, stavano coi buoni, fornivano le soluzioni corrette a chi rischiava di corrompersi a causa del socialismo o, peggio, del comunismo.

E perché non farlo anche attraverso il Premio Nobel per la Pace?

Le istituzioni occidentali hanno da sempre sostenuto e difeso un determinato modello di mondo: l’eurocentrismo ha sdoganato pratiche aberranti come il colonialismo, fatto passare come legittime le invasioni, accettato le distruzioni e i massacri quando utili ad aumentare la potenza di un grande Stato occidentale. Spesso persino chi era vittima del sistema eurocentrico lo sosteneva, vivendolo come ineluttabile o addirittura giusto.

«Colonialidad del poder» la chiamava Anibal Quijano, aggiungendo all’analisi anche il richiamo alla razza, concetto inventato appositamente per costruire una gerarchia dell’umanità e un presunto destino biologico di una parte a dominarne un’altra.

Quijano era peruviano: scriveva forte di un’esperienza diretta che ha aiutato spesso altri grandi studiosi latinoamericani a redigere analisi che hanno apportato elementi nuovi e originali, più volte in rottura anche con la parte più vicina (si pensi a come il marxismo occidentale ha compreso a fatica, quando non rigettato in toto, gli approcci politici latinoamericani).

Oggi il metodo non è cambiato: il Nord globale continua a voler dettare la linea politica ed economica rispetto al Sud (o, a mio parere, ai differenti Sud), attraverso un sistema ben oliato di hard e soft power.

E il Premio Nobel per la Pace fa parte di questo sistema, oggi come ieri.

A parte qualche rarissima eccezione (Martin Luther King o Rigoberta Menchú), il premio è stato sempre legato a una precisa lettura della realtà, da cui i promotori della pace o dei diritti umani possono essere di una parte politica. Già con la nascita della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, l’Accademia degli Antropologi denunciava che quella dichiarazione sottoponeva il mondo a una forma di “giustizia” che stava solo da una parte, appunto.

È di qualche giorno fa la scandalosa assegnazione del Premio Nobel per la pace del 2025 a María Carina Machado. Scandalosa per due ragioni: non risulta che abbia fatto qualcosa per la pace e ha suggerito, al contrario, azioni violente contro il suo stesso Paese, nel suo stesso Paese.

María Carina Machado è figlia di un ricco imprenditore, direttamente coinvolto nelle grandi aziende dell’acciaio e dell’energia elettrica che durante l’era di Chávez sono state nazionalizzate. Machado si è formata in scuole d’élite, per poi perfezionarsi in Massachussetts e a Yale. Ad un certo punto ha deciso di dedicarsi alla politica e lo fa partecipando attivamente al colpo di Stato che nel 2002 tenta di far fuori Chávez: è al fianco dell’autoproclamato presidente ad interim Pedro Carmona e firmataria del decreto di scioglimento dell’Assemblea Nazionale. In effetti, già dall’inizio della sua carriera, si nota come il pacifismo è la cifra rilevante della sua azione politica.

Per consolidare la sua posizione crea Súmate, una ong che riceve ingenti finanziamenti dagli Usa e viene accolta da G.W.Bush alla stanza Ovale, come diretta interlocutrice del governo statunitense in Venezuela.

Se durante il mandato di Obama, Machado chiedeva sanzioni molto più forti nei confronti di personaggi politici del suo Paese, con l’arrivo di Trump Machado si è convertita in un personaggio chiave, che ha sistematicamente accolto positivamente non solo le sanzioni individuali ma anche la stretta economica contro il Venezuela (soprattutto il divieto di vendere petrolio, prima e più importante risorsa venezuelana), che ha spinto il Paese verso una crisi senza pari. Il tentativo di allentamento delle pressioni, suggerito dall’amministrazione Biden, è stato duramente criticato da Machado, in quanto troppo morbido.

Le critiche hanno avuto fine con l’avvento del secondo Trump e il ripristinarsi di minacce e operazioni di forza contro il Venezuela. La signora Machado ha spesso invocato la necessità di un intervento armato contro il suo stesso Paese, condividendo la posizione dell’ex ambasciatore statunitense in Venezuela, Cile e Colombia William Brownfield secondo il quale per portare la pace in un Paese si deve ricorrere a qualsiasi misura drastica, sia essa una invasione militare o lasciare i cittadini senza cibo.

Insomma un rinnovato Plan Condor, senza neppure cambiare di copione.

María Corina Machado è la prima cittadina venezuelana a ricevere un Nobel per la pace, con queste motivazioni: «per il suo instancabile lavoro nella promozione dei diritti democratici per il popolo venezuelano e per la sua lotta per raggiungere una transizione giusta e pacifica dalla dittatura alla democrazia».

Rimangono almeno due enormi quesiti alla luce di questa premiazione. Il primo è legato alla comprensione di quali siano i criteri secondo cui invitare i Paesi stranieri ad invadere militarmente il proprio Paese (è spuntato anche un documento in cui la pacifica signora Machado invita il presidente Netanyahu a mandare truppe per salvare il Venezuela) equivarrebbe a proporre transizioni pacifiche e democratiche, rispettose dei diritti umani.

Il secondo è l’ubriacatura della pseudo sinistra governativa italiana che si spertica in applausi per questa premiazione, aggiungendo che non si poteva premiare Trump. Peccato che Machado abbia dedicato il premio proprio a Trump (mi meraviglio non l’abbia dedicato anche a Netanyahu). A questo coro felice e sognante si è unita, immancabilmente, anche una parte di pseudo intellighenzia, che non riesce più ad unire un paio di informazioni concrete e vive della medesima propaganda dei  detestati Salvini e Meloni.

A conferma che Quijano aveva ragione: non è quanto abbiamo studiato, ma quello che ci fa sentire al sicuro.

da qui

 


Machado: cancellata la tradizionale fiaccolata per il Nobel per la Pace - Giusi Di Cristina

Il Consiglio della Pace norvegese ha annunciato che quest’anno non organizzerà la fiaccolata che solitamente celebra la consegna del premio Nobel per la pace. Secondo la dichiarazione ufficiale, i membri della ong «non sentono che la vincitrice sia conforme con i valori fondamentali del Consiglio della Pace norvegesi e dei nostri membri». L’ONG raggruppa infatti altre 17 organizzazioni pacifiste norvegesi e circa 15.000 attivisti e ne ha approfittato per criticare anche l’intero comparto decisionale che, ha affermato, non pare aver rispettato alcuni loro valori imprescindibili, quali ad esempio «la promozione del dialogo e i metodi non violenti».

Non è la prima volta che il Consiglio della Pace cancella la storica fiaccolata (che si svolge dal 1954), ma il rifiuto a celebrare questo Nobel – che ad ogni modo è stato ufficializzato e sarà consegnato il 10 di dicembre prossimo – dà la possibilità a quanti si sono indignati per la scelta di veder riconosciuta, appunto, la giustezza della propria indignazione.

María Corina Machado, dopo aver dedicato a Trump il premio, un paio di giorni dopo la sua proclamazione ha telefonato al presidente israeliano Netanyahu, congratulandosi per la gestione della guerra. Insomma: un premio Nobel che si premura, fra i primi atti, di congratularsi con un leader dell’estrema destra mondiale che sta conducendo da anni un’aggressione inarrestabile che mira alla pulizia etnica.

Per quanto la fiaccolata sia un atto simbolico, essa accompagna da moltissimi anni la consegna del Nobel per la pace e rappresenta il riconoscimento del premio da parte della società civile, non solo norvegese.

Da parte sua, l’Istituto per il Nobel non ha dato risposte, a parte informare che Machado potrebbe forse non riuscire a raggiungere Oslo per ragioni di sicurezza. Incaponito in una scelta che, evidentemente, ha sconcertato quella parte di opinione pubblica libera dal lavaggio di cervello neoliberale (che venga dalla destra o dalla sinistra), procede in un atto che, come precedentemente scritto su queste pagine, non rappresenta null’altro che soft power.

In un momento storico, tra l’altro, in cui l’America Latina è ancora una volta sottoposta a tentativi di intrusione violenta da parte degli Stati Uniti, urlati da Donald Trump, ormai convinto di essere il padrone del mondo, in splendida compagnia di tutti quegli Stati che concepiscono la politica estera come piena subordinazione all’ordine nordamericano.

da qui


lunedì 26 maggio 2025

Il genocidio non si ferma ancora

Gli Houthi dello Yemen orgoglio dell’umanità – Francesco Masala

Quando i nazisti sterminavano i prigionieri nei campi di concentramento (non solo ebrei, lo sanno tutti, speriamo) si sapeva, lo sapevano in Vaticano, lo sapevano gli inglesi, lo sapevano gli statiunitensi, da anni (i cattivi pensano che tutti aspettassero l’esito dell’invasione nazista in Unione Sovietica per decidere cosa fare), ma furono i sovietici a liberare i prigionieri dei campi di concentramento nazisti.

Oggi per il genocidio in corso a Gaza, dopo più di un anno e mezzo, ci sono infinite prove e testimonianze. in diretta; alcuni (pochi) paesi europei (l’Italia è esclusa) s’indignano (o fanno finta), dopo decine e decine di migliaia di morti assassinati deliberatamente da un esercito ignobile, e propongono, quei paesi europei, sanzioni importanti contro lo stato che stermina i civili palestinesi, verranno comprati sessanta chili di pompelmi in meno, e addirittura l’anno prossimo Israele, forse, non sarà invitato all’Eurovision Song Contest. Che sanzioni decisive, l’Unione Europea spaventa il mondo!

Ma cosa aspettarsi da un’Italia che ha delegato la gestione dei servizi segreti agli israeliani (qui)?

Gli unici che si oppongono con le armi ai nazisionisti che sterminano la popolazione palestinese sono gli Houthi dello Yemen, scandalizzando l’Occidente che fornisce le armi a Israele.

Eppure da decine e decine di anni l’Onu dovrebbe fare quello che fanno gli Houthi, a uno stato nato grazie all’Onu, ma che non ha mai rispettato le regole delle relazioni internazionali definite dalle Nazioni Unite, occupa territori (prima la Palestina, poi il Libano, adesso anche la Siria) di altri paesi, pratica l’apartheid, invade la Palestina con centinaia di migliaia di coloni armati (e a volte assassini), pratica con entusiasmo il genocidio (qualcuno lo ammette anche in Israele).

A discolpa di Israele si dice che è uno stato democratico, chissà se qualcuno si ricorda che la Germania aveva democraticamente eletto il serial killer Hitler e la sua corte, ma anche Israele ha democraticamente eletto il serial killer Netanyahu e la sua corte, come pure la democratica Ucraina ha democraticamente eletto il gentile Zelensky (Ali Baba e i quaranta ladroni sfigurano al suo confronto).

Lunga vita agli Houthi dello Yemen!!!

 

 

 

 

FORTE AUMENTO DEI DECESSI PER FAME: IN SOLE 24 ORE, 26 PALESTINESI A GAZA SONO MORTI PER DENUTRIZIONE E MANCANZA DI CURE MEDICHE
Dell’Osservatorio Euro-Mediterraneo per i Diritti Umani – 21 maggio 2025
Territorio Palestinese – I decessi tra anziani, bambini e malati nella Striscia di Gaza sono aumentati in modo allarmante a causa della denutrizione, della malnutrizione e della mancanza di cure mediche, in condizioni di vita create da Israele per esaurire la popolazione palestinese.
Queste condizioni includono la fame intenzionale, sofferenze estreme e la privazione sistematica dell’assistenza sanitaria, insieme a un blocco totale: tutto ciò fa parte di una Campagna di Genocidio in corso che è ormai entrata nel suo 19° mese consecutivo.
L’Osservatorio Euro-Mediterraneo ha documentato la morte di 26 palestinesi, tra cui nove bambini, in sole 24 ore. Queste morti sono il risultato di una deliberata politica israeliana che usa la fame e la negazione delle cure come armi per uccidere i civili palestinesi. L’inasprimento del blocco, in vigore dal 2 marzo, colpisce in modo sproporzionato i più vulnerabili e trasforma la catastrofe umanitaria provocata da Israele in uno Strumento di Sterminio.
C’è stato un aumento significativo dei decessi tra anziani, bambini e pazienti cronici a causa della denutrizione e del collasso dei servizi sanitari nella Striscia di Gaza. Israele ha metodicamente smantellato il sistema sanitario della Striscia attraverso una combinazione di assedio e attacchi diretti, costringendo ospedali come l’Ospedale Europeo di Gaza, a Sud, e l’Ospedale Indonesiano, a Nord, a chiudere completamente. Tutte le strutture mediche rimanenti sono a malapena operative.
L’assenza di un sistema efficace all’interno del Ministero della Sanità di Gaza per monitorare questi decessi significa che molti sono ufficialmente registrati come dovuti a “cause naturali”, nonostante siano direttamente causati da politiche deliberate di Carestia e dal collasso sistematico del sistema sanitario. La chiara prassi israeliana di Uccisioni intenzionali è proibita dal Diritto Internazionale Umanitario e penale.
Il personale sul campo dell’Osservatorio Euro-Mediterraneo ha raccolto testimonianze strazianti di anziani sfollati forzatamente, mentre morivano di fame, in seguito agli ordini di evacuazione israeliani. “Vivo in una tenda vicino alla mia casa distrutta ad Abasan al-Kabira, a Est di Khan Younis”, ha detto Abdel Salam Qudeih, 76 anni. “L’esercito ha pubblicato una mappa che ci ordinava di evacuare. Non potevo portare nulla. Ho camminato per tre ore senza mangiare per un giorno intero, finché non sono arrivato ad Al-Mawasi in cattive condizioni di salute. Non potevo nemmeno procurarmi le medicine per la mia malattia cronica”.
L’artista Samir al-Kabariti, un uomo anziano del quartiere Shuja’iyya di Gaza, è stato visto piangere mentre fuggiva su una sedia a rotelle. “Non mangio da due o tre giorni”, ha detto. “Voglio solo un pezzo di pane”.
Widad al-Sumairi di 73 anni è fuggita da Al-Qarara, a Nord-Est di Khan Younis, con la famiglia di suo figlio, percorrendo a piedi diversi chilometri senza portare nulla con sé. “Non abbiamo più cibo”, ha detto. “Per giorni abbiamo mangiato solo un piccolo pasto. I bambini sono disidratati. Lo sfollamento ha peggiorato le nostre sofferenze. Perché stiamo morendo di fame e veniamo sfollati continuamente? Qualcuno, per favore, ci aiuti”.
Non ci sono prove tangibili degli aiuti che Israele afferma di aver permesso. Il primo giorno, solo cinque camion sarebbero entrati. Non è ancora chiaro se i camion, carichi solo di integratori alimentari e sudari, abbiano raggiunto la Striscia di Gaza o se siano ancora bloccati al Valico di Kerem Shalom. Secondo le Nazioni Unite, il carico di aiuti è “una goccia nell’oceano” di ciò che è necessario per soddisfare i bisogni quotidiani urgenti della popolazione.
La situazione è aggravata dai continui bombardamenti israeliani, che distruggono case, rifugi e scarse scorte alimentari ogni volta che le persone vengono costrette a sfollare. Pertanto, le famiglie non solo fuggono dai bombardamenti, ma devono affrontare la minaccia della fame a ogni nuovo sfollamento.
Gli atti sopra menzionati rappresentano alcuni dei Crimini più gravi ai sensi dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, che classifica l'”Omicidio intenzionale” come il causare la morte attraverso mezzi come la fame e la negazione di cure mediche. Questi atti possono essere considerati Crimini di Guerra e Crimini contro l’Umanità quando commessi nell’ambito di un attacco diffuso o sistematico contro i civili, il che descrive chiaramente le azioni di Israele nella Striscia di Gaza.
Le azioni di Israele soddisfano anche i criteri legali per il Genocidio, tra cui l’uccisione e l’inflizione di gravi danni fisici o mentali ai membri di un gruppo protetto e l’imposizione deliberata di condizioni di vita volte a provocare la distruzione fisica del gruppo, in tutto o in parte.
Questo Genocidio infuria da oltre 19 mesi, con Israele che prende apertamente di mira la popolazione civile della Striscia di Gaza. La crisi umanitaria nell’enclave assediata ha ormai raggiunto livelli catastrofici. La fame attualmente colpisce non solo i più vulnerabili, ma ogni segmento della società, in un contesto di collasso quasi totale dei servizi essenziali e di assenza di beni di prima necessità come cibo, assistenza sanitaria e alloggio.
L’illegale blocco israeliano, che esisteva prima dell’inizio del Genocidio nell’ottobre 2023 ma che è peggiorato da allora, insieme alle sistematiche restrizioni agli aiuti umanitari e alla deliberata distruzione del sistema sanitario della Striscia di Gaza, in particolare negli ultimi 70 giorni, ha causato una distruzione irreversibile. La popolazione della Striscia, di oltre due milioni di persone, deve affrontare diffuse conseguenze sanitarie.
L’attuale meccanismo proposto da Israele e Stati Uniti per gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza non è altro che una nuova manovra progettata per prolungare l’attuale e illegale blocco. Cerca di riconfezionare il Crimine della fame utilizzando un fuorviante quadro cosiddetto “umanitario”, legittimando così falsamente il continuo uso della Fame come Arma di Genocidio.
Tutti gli Stati, individualmente e collettivamente, devono assumersi le proprie responsabilità legali e agire con urgenza per porre fine al Genocidio. Ciò include l’adozione di tutte le misure efficaci per proteggere i civili palestinesi e la revoca immediata del blocco illegale sulla Striscia di Gaza, l’unica via percorribile per fermare il peggioramento della crisi umanitaria e garantire l’ingresso senza ostacoli di aiuti salvavita.
Ogni ulteriore ritardo nella revoca dell’assedio costituisce una continuazione di gravi violazioni del Diritto Internazionale Umanitario, aggravandone le conseguenze catastrofiche e incontrollabili. Finché la comunità internazionale non costringerà Israele e i suoi alleati più potenti a cambiare rotta, gli oltre due milioni di civili nella Striscia di Gaza saranno tenuti in ostaggio: affamati, assetati e privati delle cure mediche, in palese violazione dei loro diritti fondamentali alla Vita e alla Dignità.
La comunità internazionale deve imporre sanzioni economiche, diplomatiche e militari a Israele e ai suoi più stretti alleati per le suddette sistematiche e gravi violazioni del Diritto Internazionale. Queste sanzioni includono un embargo totale sulle armi, incluso il divieto di esportazione, di beni a duplice uso e di cooperazione militare; la sospensione di ogni forma di sostegno politico, finanziario e militare; il congelamento dei beni dei funzionari israeliani implicati in Crimini contro i palestinesi; l’imposizione di divieti di viaggio a tutti i responsabili; e la sospensione dei privilegi commerciali e degli accordi bilaterali che forniscono a Israele vantaggi economici che ne consentono la prosecuzione dei Crimini.
Inoltre, la Corte Penale Internazionale deve accelerare le sue indagini ed emettere mandati di arresto per ogni funzionario israeliano coinvolto in Crimini internazionali commessi nella Striscia di Gaza. Questi Crimini devono essere formalmente riconosciuti e trattati come Atti di Genocidio. Si ricorda agli Stati Parte dello Statuto di Roma il loro obbligo giuridico di cooperare pienamente con la Corte, garantire l’esecuzione dei mandati d’arresto e assicurare alla giustizia i responsabili, ovvero porre fine alla loro continua impunità.
La comunità internazionale deve adempiere immediatamente ai propri obblighi legali e morali affrontando la causa principale della sofferenza e dell’oppressione del popolo palestinese, che persiste da 77 anni: il Regime di Apartheid imposto ai palestinesi dall’Impresa Coloniale israeliana. Per garantire il diritto dei palestinesi alla libertà, alla dignità e all’autodeterminazione secondo il Diritto Internazionale, la comunità internazionale deve agire per porre fine all’Occupazione illegale di Israele.
Israele deve essere costretto a revocare il suo blocco illegale sulla Striscia di Gaza, tutti gli autori di Crimini commessi contro i palestinesi nella Striscia devono essere ritenuti responsabili e giustizia e riparazione devono essere garantite alle vittime palestinesi.

 

 

 

 

 

mercoledì 15 gennaio 2025

Interferenze ucraine in Italia: Kiev MINACCIA la nostra libertà di espressione?

 



Villa Paradiso e la vergognosa russofobia del Comune di Bologna - Leonardo Sinigaglia

 

Il consiglio comunale di Bologna, guidato dal membro del Partito Democratico Matteo Lepore, ha deliberato la rimozione di “Villa Paradiso” dall’elenco delle Case di Quartiere della città. La struttura ospita da cinque anni un centro sociale culturale che si trova quindi fattivamente “sfrattato”. Quella che potrebbe sembrare una semplice decisione amministrativa è in realtà squisitamente politica, perché il centro sociale di Villa Paradiso ha la grave “colpa” di  aver provocato più di un grattacapo ai dirigenti piddini del comune, organizzando, oltre a numerose iniziative sociali, eventi culturali volti a infrangere la cupola di propaganda e mistificazione della realtà costruita dalla macchina mediatica della NATO, dando spazio a temi come il genocidio in corso in Palestina, il ricordo dei partigiani sovietici nella Resistenza italiana, le cause e la realtà del conflitto in corso in Donbass e Ucraina.

L’azione “non-allineata” del centro sociale aveva già portato a diversi episodi di censura, con l’ordine dato da Lepore di desistere dall’organizzare conferenze e proiezioni di documentari, pena la revoca della concessione della struttura. Mancando i presupposti per poter procedere in questo senso, essendosi i gestori sempre adeguati alle liberticidi direttive, il sindaco ha pensato di risolvere la questione alla radice, “chiudendo” la casa di quartiere. Così facendo Bologna si qualifica a tutti gli effetti come “capitale italiana della censura”.

Incontenibile la gioia della fanatica atlantista Pina Picierno, vicepresidente del cosiddetto “Parlamento europeo”, che sul suo profilo X scrive: “Molto bene la decisione del @comunebologna che revoca la convenzione con l’associazione filorussa che gestiva Villa Paradiso; Villa Paradiso sarà destinata al welfare e al benessere dei cittadini e non più alla diffusione di disinformazione di stampo putiniano; La consapevolezza delle istituzioni locali che la disinformazione del regime putiniano è un problema di sicurezza nazionale cresce giorno dopo giorno e continueremo ad essere vigili e attenti, ognuno per la propria parte di responsabilità. Intanto grazie al Sindaco di Bologna Matteo Lepore per questa importante iniziativa[1].

Quello che Lepore e la sua ghenga piddina ammettono solo a denti stretti è orgogliosamente sbandierato dalla Picierno: una struttura è stata sottratta all’uso pubblico unicamente per le opinioni politiche dei suoi gestori, che rifiutano di essere arruolati nella guerra della NATO contro la Russia sottomettendosi a narrazioni tossiche frutto di vere e proprie operazioni psicologiche e propagandiste.

Il vergognoso atto del Comune di Bologna è la “degna” conclusione di più di un anno di campagna censoria e persecutoria volta disperatamente a combattere l’oggettiva tendenza che porta gli italiani sempre più lontani dalle bugie della NATO e li spinge a cercare punti di vista alternativi. Non si tratta di un caso isolato: solo in questa settimana ben due strutture comunali, a Tortona e Arezzo, sono state negate per motivi politici a chi voleva organizzare la proiezioni di documentari prodotti da Russia Today. L’ambasciata di Kiev in Italia è scesa direttamente in campo per cercare invece di impedire la proiezione di un documentario a Resana, in provincia di Treviso. In questo caso si tratta del documentario  “I bambini del Donbass”, che getta luce su coloro che, dal 2014 ad oggi, nella loro vita non hanno conosciuto altro che la guerra e le bombe sganciate dalle milizie del regime di Kiev.

E’ chiaramente in atto una campagna a livello nazionale dalla chiara matrice euro-atlantica che mira a combattere la libertà d’informazione ed esercitare una censura politica preventiva su qualsiasi iniziativa culturale. Questa campagna, nonostante gli sforzi degli agenti del potere imperialista, dal “Parlamento europeo” ai consigli comunali, è destinata a fallire, non solo per il declino dell’egemonia statunitense, ma per la tenace resistenza di chi in Italia continua ad opporsi all’esistenza di una narrazione a senso unico, di un monopolio informativo atlantista che avvelena le coscienze della nostra popolazione.

[1] https://x.com/pinapic/status/1877811615518560272?t=TNq8bgpIuqkskcy3o-DNrQ&s=19

da qui