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martedì 24 febbraio 2026

Un radioso futuro di civilizzazione

 cioè il colonialismo, il nostro avvenire dietro le spalle, di Francesco Masala


Quando gli europei arrivarono in America, che ancora non si chiamava così, cedevano paccottiglie varie agli indigeni in cambio di oro e altre ricchezze, gli europei si credevano i più furbi del mondo.

Quando gli indigeni di tutto il continente capirono l’avidità degli europei le ricchezze furono rubate attraverso genocidi e schiavitù, quella dei neri africani.

Un meccanismo simile funziona oggi, gli Stati Uniti d’America, si credono i più furbi del mondo, hanno imparato bene dai maestri, comprano tutti i prodotti e i servizi applicando dazi ai venditori, che in cambio comprano i prodotti e servizi Usa senza nessun dazio (e senza che le imprese Usa paghino le tasse e imposte come tutti), come in India, recentemente.

Quando gli abitanti di tutto il mondo capiscono, non da oggi, l’avidità degli Usa, sempre fedeli alla loro storia criminale (1), e che i dazi vengono applicati in maniera asimmetrica, per chi ci sta, e per gli altri, per chi non ci sta, ci sono colpi di stato, rivoluzioni colorate, guerre e genocidi (Venezuela e Palestina lo testimoniano). Alcuni stati riescono a resistere, per nostra fortuna, cosa mai successa prima, agli Usa.

 

Gli statiunitensi, eredi degli europei, come dice Narco Rubio (qui in italiano), propongono all’Europa un luminoso futuro di colonialismo, rapina, stupri e genocidi.

L’Europa applaude.(2)

 

Ci fosse Dante scriverebbe "Ahi serva Europa, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”

Allora non esistevano molti stati europei, gli Usa e Israele, e dei genocidi futuri non si aveva notizia.

E magari, pensando ai versi della Divina Commedia/Inferno/Canto XXV

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi? (Ahimè, Pistoia, perché non stabilisci di incenerirti così da non durare più oltre, dal momento che superi con le tue malefatte i tuoi progenitori?)

chissà cosa Dante scriverebbe oggi, anche solo leggendo questa notizia e quest'altra, o vedendo questo video, di sicuro lo lincerebbero dandogli dell’anticolonialista, antieuropeo, antiamericano, antisemita.

 

 

 

(1) Cavallo Pazzo, di Larry McMurtry, pubblicato nel 1999, in italiano da Einaudi nel 2025 (tradotto da Gaspare Bona) pagina 69:

Per la fortuna della Nazione e la sfortuna dei Sioux, le Black Hills aspettavano il loro momento. Da tempo correva voce che ci fossero grandi depositi d’oro nelle montagne sacre dei Sioux. Tuttavia, a imbarazzare i governanti, c’erano i vincoli del tanto strombazzato accordo del 1868, che assegnava per sempre quelle montagne agli indiani e stabiliva in maniera insolitamente chiara che ai bianchi doveva essere impedito l’accesso. Il governo degli Stati Uniti aveva infranto molti trattati con gli indiani, alcuni sostengono tutti. Recentemente lo scrittore Alex Shoumanoff ne ha calcolati 378, ma pochi di qui casi provocarono tanta agitazione, tante riflessioni e tante manfrine quanto il trattato del 1868. Il generale Sheridan cominciò a brontolare in maniera poco convincente per le violazioni da parte dei Sioux; in realtà gli indiani a quell’epoca si stavano comportando bene, come lo stesso generale aveva ammesso in un altro contesto. Non c’era nessuna scusa per rompere il trattato del 1868, se non quella che, alla fine, i bianchi usavano sempre: gli Stati Uniti volevano le Black Hills e tutto l’oro che contenevano. Il primo passo importante per impossessarsi delle montagne fu la spedizione che riportò il generale Custer a ovest, testimoniata dalla famosa fotografia di una colonna senza fine di carri che attraversa una valle delle Black Hills. La spedizione raggiunse in fretta il suo scopo principale, seppure sottaciuto, trovò oro in quantità tali da placare la sete dei mercati agonizzanti.

 

(2) Cominciamo con qualche frase dal discorso del Segretario di Stato alla Conferenza di Monaco, un discorso che ha fatto fare sospiri di sollievo alla leadership europea nonostante non contenga nulla di nuovo.

“Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente era stato in espansione: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il globo. Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, era in contrazione. L’Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla presto. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino irreversibile, accelerato dalle rivoluzioni comuniste atee e dalle rivolte anticolonialiste che avrebbero trasformato il mondo e drappeggiato la falce e il martello rossi su vaste aree della mappa negli anni a venire”. Poi nel 1945 l’unione sacra tra le due coste dell’Atlantico ha evitato questo disastro e l’Occidente è tornato a dominare. Oggi dunque l’obiettivo è fermare “il declino controllato dell’Occidente”, per far rivivere “l’era di dominio dell’Occidente” e per “rinnovare la più grande civiltà della storia umana”.

Rubio ha anche nominato Dante, Shakespeare, Mozart e Beethoven e qualche altro gigante della cultura occidentale, dimenticando chissà perché Galileo e Darwin e pure che alcune cose tra quelle che fanno grande l’Occidente sono il frutto di innovazioni fatte fuori da esso: la polvere da sparo viene dalla Cina probabilmente via mercanti arabi, mentre quella cosa che fa funzionare i social network si chiama algoritmo e come tutte le parole che cominciano per al viene dalla dominazione araba – Rubio ha menzionato anche Beatles e Rolling Stones, i primi dischi dei secondi sono blues, quella musica americana che senza l’importazione forzata di persone non cristiane non sarebbe mai nata. Naturalmente all’inverso anche cinesi, arabi e africani si sono giovati di cose inventate da noi…

da qui

mercoledì 28 giugno 2023

I 10 rifugiati più celebri della letteratura e dell’arte

 

Il 20 giugno si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato. Per l'occasione, vi proponiamo una lista di letterati, filosofi e artisti che hanno segnato la storia letteraria e artistica lontano dai rispettivi Paesi d'origine.

 

Oggi come ieri, quello dei rifugiati è un tema di stretta attualità. Nel corso della storia individui o intere popolazioni hanno dovuto abbandonare le loro case per sfuggire a persecuzioni, guerre e violenze. Tra loro sono numerosi anche i personaggi celebri che durante la loro vita sono stati costretti a cercare rifugio lontano dal loro Paese di origine per sfuggire a persecuzioni, per lo più politiche e/o razziali. Per comprendere meglio il presente, ripercorriamo anche stavolta la storia attraverso l’esperienza dei grandi personaggi: vediamo la storia di questi letterati, filosofi e artisti che hanno segnato la storia letteraria e artistica lontano dai rispettivi Paesi d’origine.

I 10 rifugiati più celebri della letteratura e dell’arte:

 

Isabel Allende

Nipote del presidente cileno Salvador Allende, fu esiliata dopo che lo zio venne deposto dalle forze golpiste di Pinochet nel 1973, la scrittrice iniziò a ricevere minacce di morte e venne presa di mira dal regime. Decise così di trasferirsi prima in Venezuela. Ha sempre continuato la sua carriera da giornalista anche in esilio collaborando con il giornale (El Nacional). Le sue novelle e i suoi romanzi, tradotti in tutto il mondo, spesso raccontano della sua esperienza di esilio. Nel 1985 si è trasferita negli Stati Uniti e nel 1990, quando è stata ristabilita la democrazia in Cile, è ritornata, dopo 15 anni di assenza, per ricevere il premio “Grabiela Mistral”.

 

Sigmund Freud

 

Il grande psicologo austriaco era di origini ebraiche. Quando nel 1938 l’Austria, paese in cui viveva, venne annessa al Terzo Reich, per Freud iniziarono i problemi. Nel 1933 le sue opere furono bruciate e la casa editrice che pubblicava i suoi libri fu occupata dai nazisti. Il figlio Martin fu arrestato e dopo una settimana anche la figlia Anna portata via. Li rilasciarono quasi subito, ma Freud, sconvolto, si vide costretto all’esilio. Ottenne un visto d’entrata in Inghilterra grazie alla fama di cui godeva in quel Paese. Gli venne concesso di migrare dalla Germania, previo il pagamento di tasse. Venne privato della cittadinanza austriaca e divenne apolide. Accompagnato dalla moglie Martha e dalla figlia Anna partì per Londra, dove ottenne lo status di rifugiato politico. Cinque anni dopo, le sue quattro sorelle, rimaste a Vienna, vennero arrestate e uccise in un campo di concentramento.

 

Pablo Neruda


Stabilitosi in Spagna nel 1934, lavorò al seguito dell’ambasciata cilena. La guerra civile e il suo temperamento drammatico lo spinsero sempre più a precisi impegni politici che tanta parte hanno avuto poi nella sua vita e in tutta la produzione posteriore. Dopo ancora qualche anno di servizio diplomatico, nel 1944 N. tornò in Cile, e fu eletto senatore, ma un’accusa di tradimento lo costrinse ben presto a esulare in Messico. Non potendo tornare nella sua terra d’origine, compì lunghi viaggi in Europa (Parigi, Polonia, Ungheria). Nel 1951 visitò l’Italia e la Cina. Nel 1952 fu ancora in Italia, da dove venne mandato in esilio ancora una volta, espulso come straniero indesiderabile. Tuttavia, a seguito di un movimento d’opinione pubblica, il decreto fu revocato, e poté trascorrere un lungo periodo a Capri. Nel 1953 tornò in patria, nel suo rifugio di Isla Negra presso Valparaíso. Con l’avvento alla presidenza della Repubblica di S. Allende (1970), fu nominato ambasciatore a Parigi. Nel 1972, gravemente malato, tornò in Cile, mentre il governo Allende era in crisi.

 

Niccolò Machiavelli


E’ indubbiamente uno dei più importanti personaggi della storia della letteratura. Inizia la sua carriera politica in seno al governo della repubblica fiorentina alla caduta di Girolamo Savonarola. Il ritorno dei Medici dopo diciotto anni di esilio significò per Machiavelli, inviso per i suoi ideali repubblicani e l’amicizia con Soderini, l’esonero dall’incarico, il confino per un anno entro il territorio del dominio e, nel 1513, il carcere e la tortura perché sospettato di aver preso parte alla congiura antimedicea di Boscoli e di Capponi. Proprio in esilio scrisse la sua opera più importante: Il Principe. L’intenzione era di dedicare l’opera al detentore del potere nella famiglia Medici, con la speranza di riacquistare l’incarico di Segretario della Repubblica.

 

Marc Chagall

 

Il pittore bielorusso naturalizzato francese era di origini ebraiche. Per questo motivo venne perseguitato sotto il regime dello zar. Una volta divenuto noto come artista, lasciò San Pietroburgo per stabilirsi a Parigi.
Quando le potenze dell’Asse arrivarono a Parigi e poco prima che si stabilisse la Repubblica collaborativa di Vichy, fuggì dalla capitale francese e si nascose con la famiglia nei pressi di Marsiglia. Successivamente si trasferì negli Stati Uniti.

 

Victor Hugo


Figlio di un generale dell’esercito napoleonico. Divenne ben presto scrittore e poeta ed è passato alla storia come padre del Romanticismo in Francia. Nel 1845 venne nominato da Luigi Filippo Pari di Francia, nel 1848 deputato all’Assemblea Costituente, dove fu uno dei più fieri avversari del presidente Luigi Bonaparte. Ma il colpo di stato del 1851 segnò per lui l’inizio dell’esilio. Inizia qui a prendere forma la sua mitica figura poetica e ideale di “Padre della patria in esilio”, periodo durante il quale comincerà la sua produzione letteraria satirica nei confronti dello stato. Rientrò a Parigi dopo il crollo del III impero, entrò nel Senato nel 1876 e morì il 22 maggio 1885. Le sue esequie furono un’apoteosi; la sua salma fu lasciata per una notte sotto l’Arco di Trionfo dei Campi Elisi e vegliata da dodici poeti.

 

Bertolt Brecht


Importante drammaturgo e poeta tedesco aderì fin da giovane al movimento marxista così, quando Hitler salì al potere nel 1933 fu costretto a lasciare la Germania per paura della propria incolumità. Da questo momento la produzione letteraria e teatrale avviene su diversi suoli esteri. Peregrina per 15 anni attraverso molti paesi ma dopo il 1941 si stabilisce negli Stati Uniti. Alla fine del conflitto mondiale, diventato sospetto alle autorità americane per le sue polemiche politiche e sociali, lascia gli Stati Uniti e si trasferisce nella Repubblica Democratica Tedesca, a Berlino, dove fonda la compagnia teatrale del ”Berliner Ensemble”, tentativo concreto di realizzare le sue idee. In seguito, l'”ensemble” diventerà una delle più affermate compagnie teatrali.

 

Milan Kundera


Critico e saggista ceco naturalizzato francese, ha contribuito a diffondere la cultura e gli autori più interessanti del suo Paese nell’occidente europeo. Iscritto al partito comunista, nel ’48 fu espulso a causa delle sue idee che non seguivano le linee ufficiali del partito. Inoltre, la sua partecipazione al movimento di riforma della “Primavera di Praga” gli costò la cittadinanza cecoslovacca e il licenziamento. Espulso dal suo Paese, si è trasferito in Francia, dove ha insegnato all’Università di Rennes e a Parigi, dove tuttora vive e lavora. Ha comunque continuato a scrivere in ceco (a parte gli ultimissimi romanzi), nonostante che le sue opere fossero proibite in patria, fino al crollo del regime filo-sovietico.

 

Hanna Arendt


La filosofa tedesca, pur non avendo ricevuto un’educazione religiosa di tipo tradizionale, non negò mai la propria identità ebraica, professando sempre la propria fede in Dio. Questo quadro di riferimento è estremamente importante, perché Hannah Arendt dedicò tutta la vita allo sforzo di comprendere il destino del popolo ebraico e si identificò totalmente con le sue vicissitudini.

Dopo l’avvento al potere del nazionalsocialismo e l’inizio delle persecuzioni nei confronti delle comunità ebraiche, La Arendt abbandona la Germania nel 1933 attraversando il cosiddetto “confine verde” delle foreste della Erz. Passando per Praga, Genova, Ginevra e infine Parigi. Ma gli sviluppi storici del secondo conflitto mondiale la portano a doversi allontanare anche dal suolo francese. Internata nel campo di Gurs dal governo Vichy in quanto “straniera sospetta” e poi rilasciata, dopo varie peripezie riesce a salpare dal porto di Lisbona alla volta di New York dove ottenne la cittadinanza americana nel 1951. La lotta ai totalitarismi continua coraggiosa anche in esilio concretizzatisi da una parte con il libro-inchiesta su Adolf Eichmann e il nazismo: “La banalità del male” e, nel 1951, con il fondamentale “Le origini del totalitarismo”, frutto di una accurata indagine storica e filosofica.

 

Dante Alighieri


La vita di Dante Alighieri è strettamente legata agli avvenimenti della vita politica fiorentina. All’epoca di Dante il partito guelfo era diviso in due fazioni: i bianchi e i neri. Quando, nel 1295, Dante cominciò la propria carriera politica, aderì ai guelfi bianchi perché era in contrasto con la politica dei neri che appoggiavano l’espansionismo di papa Bonifacio VIII. Dante fu anche il promotore di molte leggi che ostacolavano il pontefice. Per questo motivo Bonifacio VIII lo prese di mira. Nel 1301, infatti, quando i neri si impadronirono di Firenze con l’appoggio papale, l’Alighieri fu coperto di accuse infamanti, e nel 1304 fu condannato all’esilio. Proseguì il suo esilio nel Veneto e poi in Lunigiana. Poiché il poeta si sentiva completamente innocente, non accettò di sottoporsi a una simile umiliazione e scelse di restare in esilio. Trascorse gli ultimi anni della propria vita a Verona e infine a Ravenna, dove morì nella stima del signore della città e 
tra l’affetto dei propri cari il 14 settembre 1321. La tomba di Dante si trova proprio a Ravenna.

 

da qui

lunedì 6 dicembre 2021

LIMITE E ILLIMITE: ULISSE, PROMETEO E...ELON MUSK - Stefania Sinigaglia

 

 

DOV’ERCULE SEGNO’ LI SUOI RIGUARDI

(Dante, Inferno, Canto XXVI, verso 109)

 

Mi imbattei per la prima volta nel concetto di limite a scuola, studiando analisi matematica al liceo, e me ne innamorai. Cominciai a ideare integrali con variabili della vita quotidiana, per valori ipotetici, perdendoci dietro tempo invece di risolvere gli esercizi dei compiti. E al contempo mi affascinava l’idea della retta (o la curva) che tende all’infinito per un determinato valore della funzione (al limite). Anche l’infinito diventava un sinuoso simbolo matematico, un fantastico serpente, un doppio uroboro. E il bello era che i concetti di limite e infinito si coniugavano, l’uno rimandava all’altro.  Passando a studi letterari la sbornia del limite associato all’idea di infinito svaporò, ma rimase l’attrazione per l’idea di tensione ad quem, che ritrovai espressa nel bellissimo verbo tedesco streben, un verbo-leitmotiv che attraversa tutto il Faust di Goethe e spiega la salvezza dell’anima di Faust nonostante il suo patto con Mefistofele. Streben esprime lo slancio umano finalizzato non solo all’autorealizzazione ma verso la verità, il bene collettivo, l’inveramento del meglio di sé con l’altro[1]

E’ ancora lo streben che percorre la letteratura medievale francese nel tema della quête del cavaliere errante, che è ricerca ideale non solo in senso religioso ma esistenziale. Nel Parzival (Parsifal) di Wolfram von Eschenbach, che riprende la chanson de geste incompiuta di Chretien de Troyes, la ricerca del Graal riassume il compito sommo di tutta la vita. Creando la figura immortale di Don Chisciotte, la letteratura spagnola con Cervantes sancisce la fine di questo ciclo letterario facendo collassare il sublime nel ridicolo e viceversa.

Il limite come orizzonte di senso si ritrova nella filosofia classica greca, iscritto in una cornice politica ed etica e relazionato al concetto di misura, alla giusta misura dell’agire. La realtà però, essendo fatta di polarità, è mescolanza di limite e illimite, l’uno rimanda all’altro, e ciò crea un tutto armonico e ordinato, il cosmo contrapposto al caos[2]. Nell’agire umano tale equilibrio si ritrova nell’esercizio della temperanza, del rifiuto di accumulare ricchezze o di perseguire ambizioni smodate: “la virtù greca (areté)…va intesa come ciò per cui ogni cosa attua nel modo migliore la sua natura specifica: nel caso dell’uomo…si tratta di esplicare in modo ottimale la propria razionalità, coltivando la propria anima con ordine e misura, appunto con temperanza”[3].

L’eroe per antonomasia della tensione strenua verso e oltre un limite sancito dal comune intendimento dell’epoca come invalicabile è stato creato dalla fantasia poetica di Dante nel XXVI Canto dell’Inferno. Ulisse è relegato in una delle più profonde bolge infernali, prigioniero di una fiamma incessante che lo avvolge, insieme a Diomede, in quanto politico fraudolento che abusò dell’ingegno di cui era dotato per trarre altrui in inganno e nuocere. La riprovazione del moralista Dante si unisce all’ammirazione intellettuale per colui che il poeta immagina lanciato nel suo ultimo viaggio, quello che lo perderà ma lo renderà per sempre nella letteratura universale l’emblema della sete umana di conoscere e superare nuove mete. “Facendo ali al folle volo[4]” per “seguir virtute e canoscenza[5]” Ulisse, con la sua “compagna picciola[6]”, oltrepassa un limite che la ragione teologica di Dante giudica invalicabile, perché così ritenuto dalla concezione cosmologica di allora (tolemaica) e perché non illuminato dalla grazia divina. Infatti, oltrepassando le colonne d’Ercole e continuando la navigazione, di fronte alla nave si erge la montagna del Purgatorio, l’oltretomba precluso ai pagani, e il naufragio e la morte sono ineluttabili

Primo Levi riprende in un indimenticabile capitolo di Se questo è un uomo i versi dell’ultimo viaggio di Ulisse del XXVI Canto dantesco: l’autore era uscito dal lager di Auschwitz con altri compagni per eseguire un lavoro pesante, e tornando al suo inferno cerca di ricordarli e li traduce al suo compagno di lager. Mentre camminano riaffermano la loro dignità di uomini pensanti, l’uno citando e l’altro chiedendo. Oltrepassato il cancello del lager, il mare si richiude anche su di loro[7].

L’altro eroe mitico del travalicamento del limite è il titano Prometeo, che, nella tragedia di Eschilo Il Prometeo Incatenato, impietosito per la miseria in cui versa la condizione umana, ruba una scintilla di fuoco per donarla agli uomini e migliorare così la loro vita, suscitando la collera di Zeu,s che ordina al Potere e alla Forza di incatenarlo con l’aiuto di Efesto ad una rupe sulle montagne della Scizia. Prometeo confida al coro delle Oceanine, turbate dalle sue sofferenze inflitte da un dio a lui dio pur minore, che ha commesso il furto consapevole delle conseguenze che la sua azione avrebbe avuto, perché riteneva giusto farlo. E’ punito, si lamenta ormai avvinto alle rocce, perché troppo profondamente dall’alto/ebbi pietà della mortalità degli uomini. Ha varcato il limite che un dio più potente ma tiranno vietava di oltrepassare, per altruismo e non per tracotanza o per vantaggi personali. E’ un “travalicatore virtuoso” di frontiere ingiuste e ingiustificate, pronto a pagare di persona per il suo gesto di sfida.

Stefano Levi della Torre riprende la figura di Prometeo nella bella raccolta di saggi Essere fuori Luogo[8], nel capitolo intitolato Mosé e Prometeo, con un brevissimo ed enigmatico racconto di F.Kafka che lui interpreta come “racconto alla rovescia” ed esempio di “inabissarsi di senso”, che riporto per la sua gelida perfezione:

“Di Prometeo raccontano quattro leggende. Secondo la prima egli, avendo tradito gli dei in favore degli uomini, venne incatenato al Caucaso, e gli dei inviarono delle aquile a divorargli il fegato che ricresceva continuamente. La seconda narra che Prometeo, per il dolore causato dai becchi che lo dilaniavano, si serrò sempre più alla roccia finché divenne una sola cosa con essa. Secondo la terza il suo tradimento venne dimenticato attraverso i millenni: gli dei, le aquile, egli stesso dimenticarono. Secondo la quarta, tutti si stancarono di colui che ormai non aveva più senso. Gli dei si stancarono, le aquile si stancarono, la ferita si richiuse stancamente. Rimase l’inesplicabile montagna di roccia. La leggenda tenta di spiegare l’inesplicabile. Poiché nasce da un fondo di verità, deve finire nell’inesplicabile”.

In epoca moderna (quasi contemporanea) ritroviamo in politica il concetto di limite con il famoso Rapporto I limiti dello sviluppo del 1972 commissionato al MIT[9] dal Club di Roma[10] (si noti che il titolo in inglese è The Limits to Growth, cioè I limiti allo sviluppo), il cui succo tuttora attualissimo era: attenzione, in un sistema finito le risorse non sono infinite e la crescita progressiva non commisurata a quanto effettivamente disponibile e passibile di rigenerazione conduce al declino e al collasso. Ne sono uscite riedizioni aggiornate dagli autori nel 1992 e nel 2004, basate su dati reali e nuove tecniche di calcolo più sofisticate.

Figlia del concetto del limite necessario è la formulazione dell’idea di sostenibilità intesa come “… la caratteristica di un processo o di uno stato che può essere mantenuto a un certo livello indefinitamente”[11], che appare nel Rapporto Brundtland del 1987. La sostenibilità rischia oggi di divenire un mantra invocato a destra e a manca, svuotato di ogni sostanza in un’orgia di ipocrisia e impostura intellettuale al servizio di politiche improntate al saccheggio continuo delle risorse ambientali, economiche, culturali e dello sfruttamento sfrenato della forza lavoro a vantaggio di una accumulazione selvaggia di ricchezza. Sembra che neppure i Rapporti dell’IPPC[12], sempre più precisi, frutto del lavoro di centinaia di scienziati di tutto il mondo, che pullulano di scenari infausti come conseguenza di un innalzamento della temperatura media globale del pianeta oltre il limite di 1,5° C a causa dei gas presenti in atmosfera servano a flettere le politiche delle maggiori potenze industriali e politiche e a indirizzarle verso quella moderazione e quel senso della giusta misura così bene illustrati dalla filosofia classica greca e da Platone.

In questa frenetica e folle corsa verso un “sempre più” (più veloce, più ricco, più produttivo, più redditizio, più letale, più distruttivo, e via dicendo) si inseriscono non solo le politiche socio-economiche, la finanziarizzazione  dell’economia e la distruzione dello Stato Sociale, ma anche la corsa agli armamenti e la corsa verso la conquista dello “spazio”: Luna e Marte per ora, a parte il nugolo di satelliti che ruota sempre più numeroso intorno alla Terra e causa sempre più detriti pericolosi (space debris)[13]. La NASA ha aperto le danze e molti si sono lanciati al seguito, anche se gli Stati Uniti lottano strenuamente per mantenere la leadership nelle tecnologie di punta in ogni campo a suon di migliaia di miliardi, tallonati da Cina, Russia, India e ormai anche dalle potenze del Golfo. Ma non si trovano i miliardi per rimediare alle crepe terrestri e all’avanzare gagliardo di questo pianeta verso la sua rovina.

L’ antieroe emblematico di questa corsa allo spazio e allo sperpero planetario mi sembra oggi essere Elon Musk, un aspirante travalicatore di limiti agli antipodi delle figure mitiche prima ricordate, in quanto non animato né da amore della scienza e conoscenza né dal desiderio di giovare al benessere collettivo o di una qualche comunità. E’ un imprenditore dello spazio, e in quanto tale i suoi prodotti debbono generare profitto. Con Starship HLS[14], navicella spaziale con struttura di alto livello (questo significa HLS) per transitare un futuribile equipaggio da un’astronave (Orion) all’atterraggio sulla luna, la sua società Space X ha vinto una gara d’appalto (2,9 miliardi di dollari) della NASA nell’aprile scorso contro l’altro aspirante imprenditore spaziale, Jeff Bezos, CEO di Amazon e famigerato sfruttatore di forza lavoro a buon mercato, che gareggiava con il suo Blue Origin[15]. La NASA tranquillizza lo sconfitto: ci sarà spazio per tutti, spazio appunto, in futuro. E intanto ambedue cercano di attirare miliardari annoiati in cerca di brivido per un breve tuffetto nello spazio e ritorno per pagarsi almeno il caffè e la brioche del mattino. O magari, en attendant Godot, sulla Luna. E Mr Musk dichiara sprezzante: “Non vogliamo essere una di quelle specie che vivono soltanto su un pianeta; noi vogliamo essere una specie che vive su molti pianeti”[16]. Da non credere.

In effetti, a Elon Musk la luna non interessava granché. La concezione della Starship originale di Space X nel 2010 era mirata alla colonizzazione di Marte, che secondo l’imprenditore celeste sarebbe raggiungibile a livello tecnico con un equipaggio nel 2026. Una volta mangiatasi la terra, succhiate fino al midollo le sue risorse, questi pseudo-visionari, nanetti assetati di soldi e potere, guardano al sistema solare, lasciando i torsoli rosicchiati ai circa otto miliardi o più di poveracci che non potranno scappare a cento milioni di km di distanza su un altro pianeta per distrarsi un po’ – pianeta che tra l’altro non appare molto attraente. Probabilmente assomiglia al futuro della Terra spolpata. Il titolo di un articolo letto per la preparazione di questo articolo recita “La nuova ambizione di Elon Musk potrebbe essere la più rischiosa impresa (quest = ricerca, analogo inglese della quête) mai intrapresa dagli umani”[17]. Ma il signor Elon non è un cavaliere errante che rischia in prima persona. “Molti scienziati, tuttavia, mettono in guardia sulle troppe domande senza risposta rispetto ai viaggi nelle profondità dello spazio (deep-space travel). “Musk ha ammesso di riconoscere i rischi: è dura scorrazzare lassù (it’s tough sledding over there)”[18]. La pelle non è la sua.

L’antieroe ha anche i piedi ben piantati a terra e ha fiutato da tempo un altro ottimo affare: la Tesla è la sua automobile elettrica e ha ora costruito un mega-impianto in Germania nei pressi di Berlino che sfornerà centinaia di migliaia di auto con batterie elettriche ricaricabili. Auto per la motorizzazione privata naturalmente, replicando l’errore fatale di molti decenni fa a discapito del trasporto pubblico, su rotaia, su gomma, via mare o fiumi, con il bel risultato attuale di aria irrespirabile e intasamento della circolazione urbana e extra-urbana. E centinaia di migliaia di morti da inquinamento. I gas di scarico dei veicoli privati costituiscono una percentuale consistente dell’inquinamento totale dell’aria che respiriamo[19].

E peccato che le batterie elettriche necessitino di litio ad esempio, per cui si sta scatenando una corsa per lo sfruttamento di nuovi giacimenti di questo minerale per la cui estrazione si consumano quantità immani di acqua. Le più grandi miniere di litio sono in territori fragilissimi e aridi: i salares, deserti di sale della Bolivia e del Cile. Ho visto il salar dell’Atacama nell’estremo nord del Cile, il deserto più arido del mondo, delicatissimo: non si poteva calpestare, c’erano sottili tracciati da percorrere. I villaggi sparsi attorno a San Pedro de Atacama potranno crepare di sete, gli acquiferi esaurirsi, ma ci saranno auto elettriche per tutti! E quando la Terra comincerà a bollire davvero e l’acqua a scarseggiare dappertutto e non solo nelle campagne africane riarse, tutti i miliardari si rifugeranno su Marte, grazie al benefattore visionario Elon Musk.

Specie multi-planetaria o specie estinta? Oggi i soli travalicatori virtuosi di limiti ingiusti sono i migranti.

 

[1] Nel momento culminante dell’opera di Goethe, appena prima di morire, Faust sta lavorando per sottrarre una palude all’acqua che la invade per riscattarla in “verdi campi fecondi” dove si potrà “In una terra libera fra un popolo libero esistere” e afferma “la libertà come la vita/si merita solo chi ogni giorno/ la dovrà conquistare”.  Raggiunge così il fine della sua vita, dice all’attimo il fatidico “Fermati dunque, sei così bello”, e muore. (Faust II, Atto quinto, pag. 1017/1019, Oscar Mondadori 2010, trad. di Franco Fortini). Mefistofele è sconfitto, l’anima di Faust è salva per il suo streben incessante, non più verso la pura conoscenza ma per azioni a vantaggio dell’umanità.

[2] Platone nel Gorgia

[3] https://www.economiaediritto.it/il-concetto-greco-di-limite-come-orizzonte-di-senso-per-una-vera-politica/

[4] Verso 125

[5] Verso 120: la dizione scelta da Natalino Sapegno è “canoscenza”, come più avanti compagna” (compagnia)

[6] Versi 101-102

[7] Capitolo “Il canto di Ulisse”.

[8] Stefano Levi della Torre, Mosé e Prometeo, Essere fuori luogo, Donzelli, 1995.

[9] Massachusetts Institute of Technology

[10] https://it.wikipedia.org/wiki/Rapporto_sui_limiti_dello_sviluppo

[11] https://it.wikipedia.org/wiki/Sostenibilit%C3%A0

[12] Intergovernmental Panel on Climate Change, Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico

[13] https://en.wikipedia.org/wiki/Kessler_syndrome

[14] https://en.wikipedia.org/wiki/Starship_HLS

[15] Michael Sheetz@thesheetztweetz

[16] Published Fri, Apr 23 202111:10 AM EDTUpdated Fri, Apr 23 202111:43 AM EDT, Michael Sheetz@thesheetztweetz

[17] https://www.livemint.com/news/world/elon-musk-s-new-ambition-could-be-riskiest-ever-human-quest-11622008817799.html

[18] Ibid.

[19] Il settore dei trasporti è responsabile del 30% delle emissioni totali di CO2 in Europa; di questo 30%, il 72% è prodotto dal solo trasporto stradale (europarlamento.europa. eu, 18/04/2019).

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