Centinaia di
ONG, think tank e partiti di destra diventano credibili e, chissà perché,
“indipendenti”, e le loro dichiarazioni vengono prese per buone.
Cosa spinge
i principali quotidiani europei, anche quelli che dovrebbero essere
“progressisti”, a sostenere con vigore un personaggio come María Corina Machado
che, se vale la vecchia equazione tra progressismo e sinistra, non è affatto
progressista? Perché questi giornali dedicano intere pagine a presentare come
paladina dei diritti una persona che nel suo “programma di governo” –
presentato attraverso un candidato fantoccio intermediario, alias Edmundo
Gustavo Urrutia – si dichiara sostenitrice dello stesso modello proposto dal
“pazzo della motosega” in Argentina (privatizzazioni selvagge e tagli ai
servizi pubblici), di Trump e del genocida Netanyahu in politica estera? Come è
possibile che un oligarca suprematista bianco, che è disgustato dalle donne
“nere” (e povere) – si presenti come femminista e sostenitore del matrimonio
egualitario?
Chiunque
abbia un minimo di onestà intellettuale deve riconoscere che solo con il
socialismo bolivariano le donne dei settori popolari e tradizionalmente esclusi
(al punto da non avere nemmeno una carta d’identità perché rimaste per
generazioni al servizio di famiglie oligarchiche come i Machados) hanno avuto
tanto successo, libertà e potere di decidere della propria vita e della
politica.
Chiunque
abbia un minimo di onestà intellettuale ricorderà il triste destino politico
riservato all’unico candidato transgender eletto tra le fila della destra in un
precedente ciclo elettorale. Ricorderà anche le manifestazioni organizzate
dall’estrema destra a cui Machado appartiene per pilotare i settori reazionari
delle chiese evangeliche, emanazioni di quelle potenti multinazionali che
alimentano la destra in Brasile, Argentina, Africa e America Latina, e che si
scontrano con le associazioni interreligiose progressiste, alleate del
socialismo bolivariano.
Settori
reazionari che sono arrivati ad assediare il Parlamento venezuelano proprio per
impedire che venisse discussa la proposta del “matrimonio egualitario” e si
sono scontrati con le organizzazioni della “diversità sessuale” che sostengono
il socialismo bolivariano.
Il punto è
che mai come oggi, nel contesto di una ridefinizione dei rapporti di forza
geopolitici a livello globale, è necessario anche ristabilire i paradigmi
ideologici di una nuova egemonia, che leghi in modo coeso il discorso delle
classi dominanti. È quindi essenziale stabilire una separazione definitiva tra
la difesa dei diritti economici, che sono alla base della dignità umana, e i
cosiddetti diritti sociali.
È
necessario, cioè, nascondere l’asimmetria di classe insita nell’astratta difesa
dei diritti sociali: perché una lesbica bianca e ricca avrà certamente maggiori
possibilità di sfuggire al razzismo rispetto a una lesbica povera, nera o
indigena. E perché la lotta contro il patriarcato – essendo una questione
“sistemica” che attraversa la produzione e la riproduzione della vita – è un
asse fondamentale della lotta contro il capitalismo e l’imperialismo, poiché si
tratta di conquistare la libertà per tutti. Ed è per questo che è necessario
scegliere da che parte stare: perché se non si sta né da una parte né
dall’altra della barricata, si finisce per essere la barricata stessa.
Ma qui entra
in gioco un altro “dogma” della democrazia borghese, quello
dell’“indipendenza”: dell’informazione, delle istituzioni, ecc. ecc. Come se le
opinioni non derivassero da una visione concreta del mondo, determinata da
interessi di classe. Così, ad esempio, le dichiarazioni (tardive) di uno dei
rettori del Consiglio Nazionale Elettorale, apertamente all’opposizione, che ha
seminato dubbi sui risultati elettorali, sembrano più “indipendenti” di chi,
invece, chiede il rispetto della democrazia venezuelana, presentando prove e
non supposizioni.
E così le
centinaia e centinaia di ONG, think tank e partiti di destra diventano
credibili e, chissà perché, “indipendenti”, e le loro dichiarazioni vengono
prese al valore nominale. Data l’alta concentrazione mediatica, corrispondente
a quella economica, il livello di “indipendenza” dei media europei si evince
innanzitutto dai nomi di coloro che li finanziano e che sono i proprietari dei
“social network”.
E si vede
dai milioni di euro che vanno a sostenere la cosiddetta “libertà di stampa” in
Venezuela. Il governo svedese ha deciso di dare un ultimo contributo “urgente”
di 10 milioni di corone: “per aiutare i giornalisti a documentare le
restrizioni alle libertà e ai diritti umani all’indomani delle controverse
elezioni in Venezuela”, ha dichiarato il ministro per la Cooperazione
internazionale allo sviluppo e il commercio estero, Johan Forssell.
Due anni fa,
un’inchiesta del quotidiano sudafricano Daily Maverich ha rivelato un
finanziamento di un milione di sterline fornito a organizzazioni e media
venezuelani (tra cui l’Unione nazionale dei lavoratori della stampa, Efecto
Cocuyo e Radio Fe y Alegria) dal governo britannico attraverso la Westminster
Foundation for Democracy.
Alla nota di
protesta del governo venezuelano, i britannici hanno risposto, con arroganza,
che “la libertà di espressione e i media liberi sono necessari per la
democrazia e la loro protezione ovunque nel mondo è una priorità”. La portata
della protezione della libertà di stampa da parte dell’imperialismo britannico
si può vedere nel numero di giornalisti uccisi a Gaza dalle armi fornite a
Netanyahu.
E dovrebbe
quantomeno insospettirci il fatto che anche i nichilisti della sinistra
leggera, avversi a tutto ciò che sa di “comunismo” come sinonimo di
“dittatura”, siano ora ansiosi di riprendere gli argomenti di quella parte del
Partito Comunista del Venezuela che accusa Maduro di essere moderato e “antidemocratico”,
ma che ha votato… per l’estrema destra.
Il punto è
che, nel contesto della “terza guerra mondiale frammentata”, come l’ha
giustamente definita Papa Bergoglio, la strategia del “caos controllato” voluta
dall’imperialismo e dalla NATO deve corrispondere a quella della guerra
cognitiva contro i cervelli e le coscienze, affinché perdano il legame tra
significante e significato.
Come si può
assegnare il Premio Sakarov a un nazista che si è dichiarato tale, il
venezuelano Lorent Saleh, e definire il socialismo bolivariano una “dittatura”?
Ma è già stato fatto, e la foto diffusa dall’ex presidente cilena
“progressista” Michelle Bachelet, che dovrebbe avere un ricordo dei nazisti,
mentre abbraccia Saleh, è stata la prova del cortocircuito.
Come può un
leader golpista come Machado, che nei Paesi europei sarebbe stato in prigione
per anni, essere candidato al Premio Nobel per la pace? Ma è stato fatto, ed è
stato fatto con altri criminali di guerra, come Obama. E ora, a Praga, la
signora è una dei tre finalisti del Premio Václav Havel per i diritti umani,
assegnato ogni anno dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (APCE).
Il premio in palio è di 60.000 dollari USA. Il premio sarà utilizzato per
coprire le spese dei numerosi “influencer” che operano all’estero per conto
dell’estrema destra e che dovrebbero intorpidire i cervelli dei giovani.
Un video
dell’account Instagram @nitantukky mostra una conversazione trapelata di Greg
Allessandro Sewo Hernández, meglio conosciuto come @GregAventuras, in cui
rivela come funziona il pagamento. Sewo Hernández spiega che gli influencer
contattati dal fascismo venezuelano ricevono un totale di 400 dollari per un
pacchetto che comprende la creazione di due “rulli” di Instagram, due video di
TikTok e otto “storie” per due settimane.
Il creatore
di contenuti, che ha sede in Argentina, afferma di ricevere un pagamento
anticipato tramite Binance. Tuttavia, nei messaggi si rifiuta di spingersi
troppo oltre nei suoi appelli alla violenza di strada per paura di conseguenze
legali.
Oggi più che
mai, il socialismo bolivariano è un laboratorio che indica barriere e
prospettive per un possibile modello alternativo per questo terzo millennio.
Sul piatto
(un piatto ricco) c’è innanzitutto il possesso di risorse. Il Venezuela ha le
maggiori riserve di petrolio al mondo, rivalutate quest’anno di oltre il 30%;
il primo per oro, il quarto per riserve di gas, una delle prime riserve di
ferro, alluminio, coltan; possiede il 21% delle riserve idriche del Sudamerica…
Risorse che, come dichiara apertamente il piano “governativo” di Machado e dei
suoi compari, devono essere nuovamente privatizzate: a partire dalla compagnia
petrolifera nazionale, PDVSA.
In gioco c’è
la solida posizione del Venezuela nella ridefinizione di un mondo multicentrico
e multipolare che ha al centro l’alleanza BICS, alternativa al G7, alla quale
il Paese ha chiesto di aderire. Il 16° vertice dell’alleanza, di cui quest’anno
la Russia detiene la presidenza pro tempore, si terrà nella città di Kazan dal
22 al 24 ottobre.
Tuttavia, le
riunioni preparatorie sono già iniziate. Il viceministro per le Politiche
anti-blocco, William Castillo, ha partecipato al 6° Forum municipale
internazionale, in cui si è discusso di come recuperare le economie di Paesi
che, come il Venezuela e la Russia, sono tra le cinque nazioni sanzionate più
perseguitate al mondo, e stanno quindi sviluppando strategie comuni.
Il
viceministro per l’Europa, Coromoto Godoy, ha incontrato l’incaricato d’affari
russo in Venezuela, Eduard Sokolov, per stabilire le modalità di partecipazione
al vertice di Kazan, al quale il Venezuela parteciperà come osservatore.
Settembre sarà un mese cruciale per la vigilia. Tra gli oltre 200 eventi in
programma in Russia, dal 17 al 19 settembre si terrà a Mosca il Congresso
tecnologico internazionale, incentrato sulla ricerca della “sovranità
tecnologica e sul ruolo dei BRICS”. Secondo il ministro degli Esteri
venezuelano, Yvan Gil, a settembre ci sarà una riunione dei ministri degli
Esteri a New York per definire le modalità di adesione del Venezuela
all’alleanza.
Il ruolo di
Lula, che si gioca tra i BRICS e il Mercosur, all’interno del quale il
presidente brasiliano è da tempo disposto a firmare un accordo di libero
scambio con l’Unione Europea, è alla base del suo atteggiamento dubbioso nei
confronti delle elezioni presidenziali venezuelane.
Questa
posizione è stata apertamente criticata durante la riunione straordinaria dei
Paesi dell’Alba, l’Alleanza Bolivariana per i Popoli d’America, creata da Cuba
e Venezuela, che ha espresso un fermo sostegno alla sovranità del Paese
bolivariano e un chiaro rifiuto delle interferenze esterne. Secondo il
presidente nicaraguense Daniel Ortega, che ha sicuramente esperienza degli
assedi imperiali al suo Paese, Lula e il suo omologo colombiano, Gustavo Petro,
“si contendono la leadership nella regione, per conto dell’amministrazione
statunitense”, che è in agguato e minaccia con il potere delle sue basi
militari e dei suoi mercenari.
D’altra
parte, Daniel ha ribadito che il governo e il popolo del Nicaragua si
opporranno a qualsiasi atto di ostilità contro la nazione bolivariana, con la
quale il Nicaragua mantiene solide relazioni di amicizia e collaborazione.
“Dobbiamo prepararci, Nicolás, a combatterli e a sconfiggerli. E stai certo che
in questa battaglia puoi contare sui combattenti sandinisti”, ha detto.
Un’altra
grande posta in gioco è la pace del continente latinoamericano, l’unico non
ancora infestato dalla guerra imperialista. L’obiettivo di un’estrema destra
che ha le sue roccaforti nella regione“, ha detto il presidente Maduro, ‘è
distruggere la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (Celac),
dichiarata ’zona di pace”. Ma chi oserà attaccare il Venezuela dovrà vedersela
– ha detto – “con i nostri amici, che ci proteggeranno, perché molte persone
sono disposte a fare qualsiasi cosa per ottenere la pace in Venezuela, che è la
pace del Sud America”.
Intanto
continua l’attacco al processo bolivariano, articolato anche da grandi
multinazionali “umanitarie” come Amnesty International, che è scesa in campo
lanciando una raccolta di firme contro il diritto del Paese di decidere sulla
base delle proprie leggi, e falsificando il numero dei morti, come sempre
attribuendoli alla parte sbagliata.
È una lotta
senza quartiere.
Mai come in
questo momento il frenetico attacco al Venezuela bolivariano, alle sue
istituzioni, al suo progetto sociale e al suo presidente Maduro, rieletto il 28
luglio, ha avuto un coraggio e una portata che supera i confini del Paese
latinoamericano e quelli del continente a cui appartiene.
L’11
settembre, giorno che ha ricordato il colpo di stato di Pinochet in Cile contro
il governo socialista di Salvador Allende, 52 anni fa, nel Parlamento europeo,
quella che può essere con ragione considerata una nuova internazionale
nazi-fascista (e sionista) ha mostrato ancora una volta i denti contro il
socialismo bolivariano. Con 355 voti a favore, 173 contrari e 15 astensioni,
gli eurodeputati hanno approvato, infatti, una risoluzione proposta dal partito
spagnolo Vox e dal gruppo Patrioti per l’Europa per includere il cosiddetto
Cartello dei Soli, che per l’estrema destra è diretto da Nicolas Maduro, nella
lista delle organizzazioni terroriste. Nell’elenco, il testo ha messo anche il Clan del Golfo, e
le fazioni dissidenti delle guerriglie colombiane, delle Farc e dell’Eln,
sottolineando che tutte rappresentano una minaccia per la sicurezza regionale e
internazionale.
L'eurodeputato
di Vox, Hermann Tertsch, uno dei promotori della misura, insieme ad esponenti
di diversi gruppi politici (PPE, ECR, Renew) ha affermato: "Sotto Gustavo
Petro l'attività del crimine organizzato e la produzione di coca sono salite
alle stelle. La complicità di Petro con Maduro, il capo del cartello
terrorista, è chiara".
La faccia
tosta, certo, non gli manca, considerando il ruolo dei cartelli nei precedenti
governi delle destre in Colombia. Ma tant’è. L’importante è mettersi in riga
con Trump, che ha inviato una flotta armata nelle acque dei Caraibi,
dopo aver dichiarato “narco-terrorista” il governo bolivariano e aver portato a
50.000 dollari la taglia sulla testa del suo presidente. Puro far west, in cui
il tycoon, che già di suo ama fare il bullo a livello internazionale, viene
scavalcato a destra dal suo segretario di Stato, Marco Rubio, voce rabbiosa dei
potentati anticomunisti di Miami.
Un uomo di
molto potere – ha detto Brian Nichols, sottosegretario di Stato per l’emisfero
occidentale durante la presidenza di Joe Biden, facendo notare che Rubio è
anche consigliere per la sicurezza nazionale. “Mai, dai tempi di Henry Kissinger
due incarichi così importanti erano stati concentrati in una sola persona”, ha
affermato Nichols in un’intervista molto enfatizzata dall’estrema destra
venezuelana, vogliosa di sapere se, secondo il diplomatico statunitense, Trump
invaderà il Venezuela.
Al
democratico Usa è stato chiesto più volte di spiegare come mai il tycoon sia
passato dal concedere alla sua multinazionale Chevron la licenza di operare in
Venezuela all’assedio militare. “La strategia dell’amministrazione Trump – ha
risposto Nichols – è quella di aumentare l’assedio militare per obbligare
Maduro a negoziare per davvero”. Detto questo – ha aggiunto – nessuno può
prevedere con certezza quel che Trump può decidere, visto il suo stile bizzarro
e contraddittorio. E, comunque, l’esperienza ha dimostrato che “per togliere il
potere a Maduro è necessario attuare a livello militare”.
Come? Lo ha
lasciato intendere il segretario di Guerra statunitense, Pete Hegseth, in
un’intervista a Fox News, che ha a sua volta fatto venire l’acquolina in bocca
all’estrema destra venezuelana. Hegseth ha ricordato che Trump ha definito
diversi cartelli del narcotraffico come organizzazioni terroristiche straniere.
Questo passo consente al governo Usa di usare una varietà di strumenti legali e
militari non convenzionali: che includono operazioni mirate contro i leader, i
beni e le reti logistiche di questi gruppi nel continente.
La misura
abilita le Forze Armate a intervenire, dando priorità all'azione diretta fuori
dal territorio statunitense e con il supporto dell'intelligence nazionale. “Li
tratteremo come abbiamo trattato al-Qaeda”, ha
avvertito Hegseth prospettando, di fatto, un’aggressione simile a
quella che ha colpito l’Iran, accusata di aver violato il trattato sulle armi
nucleari.
Che gli Usa
abbiano inviato nelle acque caraibiche persino un sottomarino nucleare,
violando il trattato di Tlatelolco (un trattato, firmato a Città del
Messico il 14 febbraio del 1967, che proibisce la circolazione e l'uso delle
armi nucleari in America latina e nei Caraibi) non viene tenuto in conto. A
protestare sono stati solo i paesi dell’Alba, l’Alleanza bolivariana per i
popoli della Nostra America, e alcuni presidenti progressisti, come il
colombiano Gustavo Petro, a cui spetta la presidenza pro-tempore della Celac.
Un organismo internazionale che, nel 2014, in un vertice a Cuba, ha dichiarato
l’America latina e i Caraibi, zona di pace.
"La
Colombia non presterà il suo territorio per un'invasione. Come potremmo
permettere un'invasione?", ha detto il leader colombiano. Quindi, ha
insistito sul fatto che l'attacco di navi militari statunitensi a
un'imbarcazione civile venezuelana nei Caraibi che, secondo quanto riferito
dagli Usa, trasportava droga, e che ha causato undici morti, deve essere
trattato come un omicidio.
Ha aggiunto
che se i Paesi del Sud America non protesteranno per un tale atto, se si
metteranno a difendere i governi che si schierano dalla parte dei genocidi,
potrebbero subirne le conseguenze in futuro. "L'America Latina, che è
padrona dei Caraibi, non può sopportare ciò e rimanere in silenzio perché
altrimenti, in futuro, le bombe cadranno su Bogotá, Rio de Janeiro, e altre
città della regione", ha affermato Petro.
Un
atteggiamento che ha contribuito a metterlo al centro della risoluzione votata
a Bruxelles, e ad aumentare il livore dell’estrema destra europea. Uno
schieramento che, da tempo, ha adottato la posizione di Maria Corina Machado,
una delle firmatarie, insieme all’attuale prima ministra italiana, della Carta
di Madrid: un documento con cui Trump, durante il suo primo mandato ha
patrocinato la nascita della nuova internazionale nazi-fascista, scagliandola
all’epoca contro il Foro di San Paolo e il Gruppo di Puebla. E ora
organizzandola in una nuova finta crociata antidroga.
E poco
importa se a dirigerla c’è uno come Rubio, le cui ascendenze non gli
consentirebbero esattamente il ruolo di paladino della lotta al narcotraffico:
tanto che, a sinistra, da tempo lo chiamano “Narco-Rubio”. Per anni, infatti,
il personaggio - che si fa passare per rifugiato “cubano-americano” quando i
suoi avi se ne sono andati da Cuba ai tempi del dittatore Batista -, ha vissuto
nella casa del cognato, che era un centro operativo di narcotraffico. Il
cognato finì in carcere e subì una condanna per aver distribuito circa 15
milioni di dollari in cocaina. Quando, però, Rubio venne eletto deputato per la
Florida, nel 2000, venne liberato e entrò a far parte del suo staff politico.
Per intanto,
però, Rubio incassa il plauso dei governi vassalli dell’America latina e dei
Caraibi, come quello della Guyana e di Trinidad e Tobago. Da tempo, conta su
quello dell’Ecuador di Noboa, ricco imprenditore di banane, noto per i suoi
intrecci con i cartelli del narcotraffico (quelli veri, non quelli inventati
come il Cartel de los Soles). E, ora, ha incassato anche il plauso del
presidente neoliberista di Panama, José Raúl Mulino: il quale ha detto che
“non gli tremerà la mano” se dovrà classificare il Cartel de los Soles come
organizzazione terrorista. Non contento di aver scatenato massicce proteste
popolari per le misure neoliberiste imposte, Mulino cerca di ritagliarsi il
ruolo di cagnolino da cruscotto degli Usa, che già una volta hanno fatto capire
l’aria a suon di bombe a un ex pupillo che gli si era messo contro, Noriega.
"La
Terza Guerra Mondiale è già iniziata. Io credo che sia così. L'impero
statunitense ha un piano di guerra per cercare di rafforzare la sua egemonia
politica, economica, culturale e militare nel mondo", ha detto il
presidente Maduro. Intanto, tutti i settori popolari, ma anche quella parte di
opposizione che ha accettato la dialettica parlamentare, si stanno mobilitando.
Se gli Usa decidessero di invadere il paese, ha avvertito il presidente,
incontrerebbero “un nuovo Vietnam”.
Il congresso
straordinario del Psuv e della gioventù del partito ha mandato lo stesso
messaggio, ripetendo l’esortazione di Maduro, pronunciata in questi anni tante
volte, in risposta alle tante aggressioni imposte dall’imperialismo all’eroico
popolo bolivariano: “Nervi d'acciaio, calma e saggezza, massima mobilitazione
popolare”
“Querida Patricia. Me gustaría agradecerles por la reunión de ayer con el
Sr. Armstrong Williams y el Sr. William Barr. Creo que nuestra reunión fue muy
productiva y juntos podemos trabajar para sacar del poder al dictador Maduro.
Después de una larga conversación con la señora María Corina, creemos que la
cantidad ofrecida (3,2M) será suficiente para poder financiar toda la campaña
electoral y centrarnos mucho en las redes sociales. Tomamos la decisión de
utilizar a la fundación Disenso como receptora de nuestros recursos y si esto
les resulta extraño estaré encantado de explicarles el motivo de nuestra
decisión, tendremos que tener cuidado con todas las transacciones porque el
gobierno de Maduro siempre está monitoreando a nosotros”. La copia
autenticata di questa lettera, è uno dei documenti prodotti da Venezuela news a
prova dello scoop realizzato il 16 maggio. Riguarda il patto, firmato da Maria
Corina Machado e Juan Guaidó, esponenti dell’estrema destra venezuelana, con
importanti lobby politiche dell’impresa statunitense Howard Stirk Holdings
(HSH): in cambio della cifra di 3,2 milioni di dollari, sborsata a Machado per
organizzare le sue “primarie”, i due promettevano di consegnare l’impresa
petrolifera nazionale, PDVSA alla Chevron.
A rivelarlo, una giornalista brasiliana, Patricia De Oliveira Souza Lelis,
che ha lavorato negli Usa, sia occupandosi di America latina per vari media
come Fox News, sia organizzando lobby internazionali. In questo quadro, mentre
si occupava delle lobby in Venezuela, De Oliveira ha conosciuto Machado,
impegnata a presentarsi come candidata alla presidenza con i suoi padrini
nordamericani. La giornalista racconta che le cose, per lei, hanno cominciato a
complicarsi quando ha rifiutato di portare in Venezuela una valigia piena di
dollari da consegnare a Machado per le sue “primarie”. Una campagna che –
rileva Venezuela news – la rappresentante di Vente Venezuela ha portato avanti
in modo illegale e senza l’appoggio del Cne proprio perché disponeva di un
simile sostegno finanziario. Facile anche comprendere perché Machado non si sia
preoccupata di nascondere l’entità della farsa, denunciata anche dall’interno
delle sue componenti: come sempre, l’estrema destra venezuelana non si
preoccupa del parere degli elettori, ma di quello dei suoi finanziatori.
Sta di fatto che, da allora, la giornalista è stata messa sotto controllo
dell’Fbi, che le ha contestato di aver espresso posizioni di sinistra sulle
reti sociali, e l’ha esplicitamente minacciata, inviando suoi funzionari a
cercarla in Messico, dove si era trasferita. Patricia Lelis ha mostrato le
prove che, a minacciarla, furono agenti degli Stati uniti coinvolti in tutti i
piani per uccidere Maduro e per far cadere il governo bolivariano. L’Fbi ha
anche offerto alla giornalista una grossa somma in cambio dei documenti in suo
possesso, illustrati nell’intervista a Venezuela news, e diffusi dall’agenzia
di notizie. Infine, afferma Lelis, hanno cominciato a formulare accuse false
contro di lei mediante un giudice, Russell Carlberg che, secondo la
giornalista, è al corrente del piano e delle sue implicazioni.
Un piano che implica una poderosa campagna di discredito sulle reti sociali
per presentare il presidente del Venezuela come “dittatore”, enfatizzando al
contempo la figura di Machado come alternativa in una presunta “transizione”.
La giornalista rivela che, quando le proposero di trasportare denaro in
Venezuela, ebbe una riunione con Guaidó sull’impiego di quel denaro nella
“transizione”, perché gli Usa lo volevano sapere. De Oliveira Lelis ha anche
sostenuto che Machado, Guaidó e altri dirigenti di estrema destra parlavano
apertamente di uccidere Nicolás Maduro. “Io mi trovavo nell’ufficio di
Washington DC e questo genere di cose si facevano con dei politici in Florida,
legati a Guaidó e María Corina”, ha detto, offrendo altri particolari sul luogo
di queste riunioni: una villa in Puerto Vallarta, in Messico, comprata
illegalmente.“Guaidó – ha detto Lelis - utilizzava sempre quella proprietà per
riunirsi con i politici. Una villa intestata a Terry Giles e Armstrong
Williams. Terry è un avvocato repubblicano legato a Trump e a William Barr”.
Un quadro che consente anche ai più ingenui di riflettere sui temi, le
strategie e gli attori che configurano i progetti dell’estrema destra
venezuelana sulle prossime elezioni presidenziali, quali interessi la muovano e
chi tira le fila.
Intanto, la fondazione Dissenso, fondata in Spagna e presieduta dal leader
del partito di estrema destra Vox, Santiago Abascal, riunisce partiti e
organizzazioni affini, in Europa e in America latina, con il compito di
promuovere figure come Milei o nel passato Bolsonaro, con il cui figlio Maria
Corina Machado ha animato dibattiti per la fondazione. Con la sua fondazione,
Abascal ha promosso la “Carta di Madrid”, firmata dalla ex deputata di Vente
Venezuela per attaccare il Foro di San Paolo e il Gruppo de Puebla e rinnovare
l’ossessione anti-comunista contro Cuba, il Venezuela e il Socialismo del
Secolo XXI. Tra i firmatari, anche Marion Maréchal, nipote di Marine Le
Pen, e Giorgia Meloni, dirigente di Fratelli d’Italia diventata, in seguito,
presidente del consiglio italiano…
Dissenso è parte di una poderosa rete di think tank finanziati da
Washington attraverso i suoi centri di potere, deputati a organizzare
l’ingerenza e la destabilizzazione nei paesi non graditi agli Usa: dal punto di
vista economico, ideologico e anche militare. Una rete che sa “lubrificare” adeguatamente
giornalisti e opinionisti a livello internazionale, come hanno tentato di fare
con Lelis. E che fa vincere lauti premi, come quello della It Takes
Courage, ricevuto da Machado a Panama, e ritirato dalla figlia.
“Il mio appello è a creare una piattaforma cittadina senza
precedenti, con 600.000 persone. Una cosa mai vista in Venezuela”, ha detto
Machado in un’intervista a El Mundo, che l’ha presentata come la “Walesa
del Venezuela”. L’allusione al ruolo svolto dall’ex sindacalista polacco, poi divenuto
presidente, contro l’allora Unione sovietica, indicano quanto sia importante,
per gli Usa, ri-declinare nel presente l’ossessione anti-comunista, e cercare
di costruire personaggi in grado di rendere appetibile un modello capitalista
in crisi sistemica, messo in questione dal sorgere di un mondo multicentrico e
multipolare.
Un reportage pubblicato da Le Monde diplomatique, mostra chi siano i
personaggi che, dalla Spagna, dove vivono lussuosamente con il denaro sottratto
al popolo venezuelano, sponsorizzano le campagne sporche contro il socialismo
bolivariano, coalizzandosi nell’odio contro l’insopportabile ex operaio del
metro, Maduro.
Per questo, gli Usa e le sue reti di intossicazione ideologica provano
addirittura a distorcere nel suo contrario il ruolo deflagrante avuto dal
comandante Chávez nell’elezione del 1998. Un tentativo grottesco che stride,
anche solo a utilizzare il buon senso: da una parte un grande leader
indipendentista, dall’altra una burattina degli Usa, affiancata da un anziano di
cartapesta, che ricorda gli anni oscuri della IV Repubblica.
articoli e video di John J. Mearsheimer, Hadar Morag, Alain Gabon, Raffaele Oriani, Pino Cabras, David Hearst, Alessandro Orsini, Giacomo Gabellini, Enzo Traverso, Lana Tatour, Jeremy Scahill, Farah Nabulsi, Alberto Negri, Franco Fortini, Heba Akila, Ramzy Baroud, Geraldina Colotti, Clara Statello, Gideon Levy, Alberto Bradanini, Lorenzo Maria Pacini, Cristiano Sabino, Amro Ali, Davide Malacaria, Disarmisti Esigenti
IL GENOCIDIO DI GAZA – John J. Mearsheimer
Scrivo per segnalare un documento veramente importante che dovrebbe essere diffuso e letto attentamente da chiunque sia interessato alla guerra di Gaza attualmente in corso.
Nello specifico, mi riferisco alla “istanza” di 84 pagine che il Sudafrica ha presentato alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) il 29 dicembre 2023, accusando Israele di aver commesso un genocidio contro i palestinesi di Gaza [1]. In essa si sostiene che le azioni di Israele dall’inizio della guerra il 7 ottobre 2023 “sono destinate a portare alla distruzione di una parte sostanziale del gruppo nazionale, razziale ed etnico palestinese … nella Striscia di Gaza”. (pagina 1) Questa accusa rientra chiaramente nella definizione di genocidio della Convenzione di Ginevra, di cui Israele è firmatario [2].
Il ricorso è una superba descrizione di ciò che Israele sta facendo a Gaza. È completa, ben scritta, ben argomentata e accuratamente documentata. La domanda è composta da tre parti principali.
In primo luogo, descrive in dettaglio gli orrori che l’IDF ha inflitto ai palestinesi dal 7 ottobre 2023 e spiega perché per loro si prospettano ancora morte e distruzione.
In secondo luogo, l’applicazione fornisce una serie di prove sostanziali che dimostrano che i leader israeliani hanno intenzioni genocide nei confronti dei palestinesi. (59-69) In effetti, i commenti dei leader israeliani – tutti scrupolosamente documentati – sono scioccanti. Leggendo i commenti sui palestinesi degli israeliani in “posizioni di massima responsabilità”, ci si ricorda di come i nazisti parlavano di come trattare gli ebrei. (59) In sostanza, il documento sostiene che le azioni di Israele a Gaza, combinate con le dichiarazioni di intenti dei suoi leader, rendono chiaro che la politica israeliana è “calcolata per portare alla distruzione fisica dei palestinesi a Gaza”. (39)
In terzo luogo, il documento si impegna a fondo per inserire la guerra di Gaza in un contesto storico più ampio, chiarendo che Israele per molti anni ha trattato i palestinesi di Gaza come animali in gabbia. Il documento cita numerosi rapporti delle Nazioni Unite che descrivono il crudele trattamento riservato da Israele ai palestinesi. In breve, l’istanza chiarisce che ciò che gli israeliani hanno fatto a Gaza dal 7 ottobre è una versione più estrema di ciò che facevano già da prima del 7 ottobre.
Indubbiamente molti dei fatti descritti nel documento sudafricano erano stati riportati in precedenza dai media. Ciò che rende la richiesta così importante, tuttavia, è che mette insieme tutti questi fatti e fornisce una descrizione generale e accuratamente supportata del genocidio israeliano. In altre parole, fornisce il quadro generale senza trascurare i dettagli.
Non sorprende che il governo israeliano abbia etichettato le accuse come una “accusa del sangue” senza “alcuna base fattuale e giudiziaria”. Inoltre, Israele sostiene che “il Sudafrica starebbe collaborando con un gruppo terroristico che chiede la distruzione dello Stato di Israele” [3]. Una lettura attenta del documento, tuttavia, rende chiaro che queste affermazioni non hanno alcun fondamento. In effetti, è difficile capire come Israele potrà difendersi in modo razionale e legale quando inizierà il procedimento. Dopo tutto, i fatti nudi e crudi sono difficili da contestare.
Permettetemi di fare alcune osservazioni aggiuntive sulle accuse sudafricane.
In primo luogo, il documento sottolinea che il genocidio è distinto dagli altri crimini di guerra e dai crimini contro l’umanità, sebbene “vi sia spesso una stretta connessione tra tutti questi atti”. (1) Ad esempio, prendere di mira una popolazione civile per cercare di vincere una guerra – come era accaduto quando la Gran Bretagna e gli Stati Uniti avevano bombardato le città tedesche e giapponesi nella Seconda Guerra Mondiale – è un crimine di guerra, ma non un genocidio. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti non stavano cercando di distruggere “una parte sostanziale” o tutta la popolazione di quegli Stati presi di mira. Anche la pulizia etnica, sostenuta dalla violenza selettiva, è un crimine di guerra, sebbene non sia un genocidio, un’azione che Omer Bartov, l’esperto israeliano dell’Olocausto, definisce “il crimine di tutti i crimini “[4] .
Per la cronaca, durante i primi due mesi di guerra ritenevo che Israele fosse colpevole di gravi crimini di guerra – ma non di genocidio – anche se c’erano prove crescenti di quello che Bartov ha definito “intento genocida” da parte dei leader israeliani [5]. Ma mi era apparso chiaro, dopo la fine della tregua del 24-30 novembre 2023 e la ripresa dell’offensiva da parte di Israele, che i leader israeliani stavano effettivamente cercando di distruggere fisicamente una parte sostanziale della popolazione palestinese di Gaza.
In secondo luogo, anche se l’istanza sudafricana si concentra su Israele, ha enormi implicazioni per gli Stati Uniti, in particolare per il presidente Biden e i suoi principali luogotenenti. Perché? Perché ci sono pochi dubbi sul fatto che l’amministrazione Biden sia complice del genocidio di Israele, e [questo tipo di complicità] è essa stessa un atto punibile secondo la Convenzione sul genocidio. Nonostante abbia ammesso che Israele è impegnato in “bombardamenti indiscriminati”, il Presidente Biden ha anche dichiarato che “non faremo un accidente di niente se non proteggere Israele. Nient’altro” [6]. È stato fedele alla parola data, arrivando a scavalcare due volte il Congresso per far arrivare rapidamente ulteriori armamenti a Israele. A prescindere dalle implicazioni legali del suo comportamento, il nome di Biden – e quello dell’America – sarà per sempre associato a quello che probabilmente diventerà uno dei casi da manuale di tentato genocidio.
In terzo luogo, non avrei mai immaginato di vedere il giorno in cui Israele, un Paese pieno di sopravvissuti all’Olocausto e dei loro discendenti, avrebbe dovuto affrontare una seria accusa di genocidio. Indipendentemente da come si svolgerà il caso presso la Corte internazionale di giustizia – e qui sono pienamente consapevole delle manovre che gli Stati Uniti e Israele impiegheranno per evitare un processo equo – in futuro Israele sarà ampiamente considerato come il principale responsabile di uno dei casi canonici di genocidio.
In quarto luogo, il documento sudafricano sottolinea che non c’è motivo di pensare che questo genocidio finirà in tempi brevi, a meno che la Corte internazionale di giustizia non intervenga con successo. Il documento cita due volte le parole pronunciate dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu il 25 dicembre 2023 a sostegno di questo punto: “Non ci fermiamo, continuiamo a combattere, e intensificheremo i combattimenti nei prossimi giorni, e questa sarà una lunga battaglia e non è vicina alla fine”. (8, 82) Speriamo che il Sudafrica e la CIG mettano fine ai combattimenti, ma, in ultima analisi, il potere dei tribunali internazionali di costringere Paesi come Israele e gli Stati Uniti è estremamente limitato.
Infine, gli Stati Uniti sono una democrazia liberale piena di intellettuali, direttori di giornali, politici, opinionisti e studiosi che abitualmente proclamano il loro profondo impegno a proteggere i diritti umani nel mondo. Tendono a farsi sentire quando i Paesi commettono crimini di guerra, soprattutto se sono coinvolti gli Stati Uniti o i loro alleati. Nel caso del genocidio israeliano, tuttavia, la maggior parte dei leader liberali che si occupano di diritti umani ha parlato poco delle azioni selvagge di Israele a Gaza o della retorica genocida dei suoi leader. Speriamo che prima o poi giustifichino il loro inquietante silenzio. In ogni caso, la storia non sarà buona con loro, visto che non avevano detto quasi neanche una parola mentre il loro Paese diventava complice di un crimine orribile, perpetrato proprio sotto gli occhi di tutti.
“Quando mia nonna arrivò qui, dopo l’Olocausto, l’Agenzia Ebraica le promise una casa. Non aveva niente, tutta la sua famiglia era stata sterminata. È rimasta in attesa per lungo tempo in una tenda, in una situazione estremamente precaria. La portarono quindi ad Ajami, a Jaffa, in una stupenda casa sulla spiaggia. Vide che sul tavolo c’erano ancora i piatti degli arabi che ci abitavano e che erano stati cacciati via. Allora lei tornò all’agenzia e disse: riportatemi nella tenda, non farò mai a qualcun altro ciò che è stato fatto a me. Questa è la mia eredità, ma non tutti hanno fatto quella scelta. Come possiamo essere diventati ciò che avversavamo? Questa è la grande domanda”.
La pittrice palestinese Heba Zagout è stata uccisa in un attacco aereo israeliano il 13 ottobre. (screenshot di Hyperallergic tramite Palestine Artists su YouTube)
GENOCIDIO CULTURALE: ISRAELE HA SPAZZATO VIA UNA GENERAZIONE D’ORO DI ARTISTI, MUSICISTI, ATTORI E SCRITTORI DI GAZA (DA THE NEW ARAB)
L’assalto genocida di Israele a Gaza assediata ha spazzato via una generazione di artisti che per decenni avevano rispecchiato la resilienza e la creatività palestinese.
Non molto tempo fa, la comunità artistica di Gaza costituiva un elemento vitale della società palestinese e un riflesso vibrante della sua resilienza; oggi lottano per sopravvivere: l’assalto genocida di Israele ha spazzato via una generazione di artisti dalla Striscia di Gaza.
Il Ministero della Cultura palestinese ha rivelato i dati statistici secondo cui il bombardamento brutale e indiscriminato della Striscia di Gaza da parte di Israele ha portato fino ad ora alla morte di 28 artisti, intellettuali e autori palestinesi.
Il rapporto sottolinea il profondo impatto che l’attuale attacco israeliano sta avendo sul tessuto culturale di Gaza e sottolinea la gravità della situazione attuale. Di seguito sono riportate alcune parole in testimonianza di alcuni importanti artisti, figure culturali e anime creative palestinesi che sono stati uccisi da Israele a partire dal 7 ottobre.
Heba Zaqout
L’artista visiva e insegnante di belle arti, Heba Ghazi Ibrahim Zaqout (39 anni) è stata uccisa il 13 ottobre insieme a suo figlio. Zaqout si era laureata in belle arti all’Università Al-Aqsa di Gaza. Molti dei suoi dipinti erano realizzati in acrilico e raffiguravano donne, la patria palestinese e la natura. I suoi dipinti enfatizzavano l’identità e l’esistenza palestinese, con paesaggi luminosi e gioiosi spesso pieni di moschee e chiese, minareti e cupole.
Heba Abu Nada
La scrittrice, poetessa e insegnante Heba Abu Nada (32 anni) è stata uccisa, insieme a suo figlio, in un raid aereo israeliano su Khan Younis il 20 ottobre. Il suo romanzo “L’ossigeno non è per i morti”, ha vinto il secondo posto allo Sharjah Award for Arab Creativity nel 2017
Nel suo ultimo tweet postato l’8 ottobre, aveva scritto in arabo: “La notte di Gaza è buia a parte il bagliore dei razzi, silenziosa a parte il rumore delle bombe, terrificante a parte il conforto della preghiera, nera a parte la luce dei martiri. Buonanotte, Gaza.”
Omar Abu Shawish
Allo stesso modo, il poeta, romanziere e attivista sociale Omar Fares Abu Shawish (36 anni) è stato martirizzato il 7 ottobre durante il bombardamento del campo profughi di Nuseirat a Gaza, dove era nato e vissuto. Abu Shawish era ben noto per la sua preoccupazione per le questioni che riguardavano i giovani e aveva partecipato alla creazione di diverse associazioni giovanili e ricevendo numerosi premi locali e internazionali.
A testimonianza della sua influenza, il Consiglio della Gioventù Araba per lo Sviluppo Integrato, affiliato alla Lega degli Stati Arabi (LAS), lo aveva insignito del premio “Gioventù araba illustre nel campo dei media, del giornalismo e della cultura” nel 2013. Nel 2016 aveva pubblicato diverse raccolte di poesie e un romanzo dal titolo “’Alā qayd al-mawt”.
Inas Saqqa
Inas Saqqa era una nota attrice, drammaturga e insegnante specializzata in teatro per bambini. È stata uccisa in un raid aereo israeliano alla fine di ottobre insieme a tre dei suoi figli, Sara, Leen e Ibrahim. Saqqa è stata una delle figure più influenti e di spicco sulla scena teatrale di Gaza e una pioniera delle arti creative per i bambini nella Striscia, organizzando numerosi laboratori teatrali estivi per i giovani.
Inas Saqqa è stata una delle attrici e drammaturghe più celebri di Gaza ed è stata uccisa con tre dei suoi figli in un attacco aereo israeliano il 31 ottobre 2023
Era anche un’abile attrice: i contributi di Saqqa al cinema includevano i suoi ruoli nei due film “Sara” e “Il passero della patria” nel 2014. “Sara” affrontava l’urgente questione sociale dei delitti d’onore, e “Il passero della patria” esaminava la lotta palestinese tra la Nakba del 1948 e l’occupazione israeliana della Cisgiordania e di Gaza nel 1967. Oltre alla recitazione, era nota per i suoi contributi culturali e la sua collaborazione con numerose compagnie teatrali nella Striscia di Gaza. Aveva anche partecipato alla scrittura e produzione di diverse opere teatrali tra cui “The Bear”, “Women of Gaza and Ayoub’s Patience” e “Everything is Fine”.
Youssef Dawas
Il 14 ottobre, il musicista, scrittore, giornalista, fotografo e aspirante psicoanalista palestinese Yousef Dawas (20 anni) è stato ucciso in un attacco aereo israeliano contro la sua casa di famiglia nel nord di Gaza. Dawas parlava correntemente arabo e inglese, sia scritto che parlato, e scriveva articoli che trattavano una vasta gamma di argomenti.
Yousef Dawas è stato ucciso da un attacco aereo israeliano sulla sua casa di famiglia nel nord di Gaza il 14 ottobre 2023
Dawas ha anche prodotto brevi video che trattavano molti argomenti diversi, comprese le sue aspirazioni a viaggiare e scoprire il mondo – anche se in un videoclip sottolineava che sognava di visitare altre città e villaggi palestinesi ,più che lontane destinazioni oltreoceano. Israele ha messo fine alla sua vita e ai suoi tanti sogni.
Mohammed Qraiqea
A soli 24 anni, l’innovativo fumettista, artista, fotografo, volontario e attivista Mohammed Sami Qraiqea è stato ucciso il 17 ottobre, una delle circa 500 vittime uccise quando l’ospedale arabo Al-Ahli fu bombardato mentre migliaia di civili vi si rifugiavano.
Mohammed Qraiqea era un artista interessato a fondere la tecnologia con l’arte. Ha trascorso i suoi ultimi giorni intrattenendo i bambini rifugiati nell’ospedale arabo di Al-Ahli
Anche nei suoi ultimi giorni, insieme ad altri che cercavano rifugio nel complesso ospedaliero, Qraiqea si è sforzato di alleggerire l’atmosfera di tensione e alleviare il terrore e l’ansia che consumavano i bambini e i feriti dell’ospedale, usando le sue capacità artistiche e la sua energia contagiosa. , che lui definiva come “cercare di dare il primo soccorso psicologico ai bambini e alle famiglie”. In un video clip in uno dei suoi ultimi post su Instagram lo si può vedere al centro di un cerchio di bambini nel cortile dell’ospedale Al-Ahli, mentre li intrattiene per distrarsi dallo stress psicologico e dal trauma a cui erano sottoposti.
Nooraldeen Hajjaj
Il 2 dicembre, il giovane scrittore Nooraldeen Hajjaj (27) è stato martirizzato in un attacco aereo israeliano nella sua casa nel quartiere di Shujaiya. Aveva composto l’opera teatrale “I Grigi” nel 2022 e il romanzo “Le ali che non volano” nel 2021. Aveva partecipato attivamente anche a iniziative come l’Associazione Cordoba e la Fondazione Giornate del Teatro.
Il suo ultimo messaggio al mondo esterno è stato: “Mi chiamo Nour al Din Hajjaj, sono uno scrittore palestinese, ho ventisette anni e ho tanti sogni.
Non sono un numero e non acconsento che la mia morte diventi notizia passeggera. Dite che amavo la vita, la felicità, la libertà, le risate dei bambini, il mare, il caffè, la scrittura, Fairouz, tutto ciò che è gioioso, anche se tutte queste cose scompariranno nello spazio di un momento.”
Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org
Gaza: 500mila morti se la guerra durerà per tutto il 2024
Se la guerra di Gaza continuerà per tutto il 2024, come peraltro annunciato dall’esercito israeliano, moriranno 500mila palestinesi. L’avvertimento arriva dalla professoressa Devi Sridhar, ordinario di Sanità pubblica globale presso l’Università di Edimburgo, che ne ha scritto sul Guardian il 29 dicembre.
Gaza: I morti attuali, solo un precursore…
Scrive il Guardian: “Secondo le stime dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione, circa l’85% degli abitanti di Gaza sono già sfollati. Gli esperti che analizzano i precedenti spostamenti di rifugiati hanno pubblicato una stima su Lancet secondo la quale i tassi approssimativi di mortalità (cioè morti ogni 1.000 persone) erano in media più alti di 60 volte rispetto agli inizi di ogni altro conflitto”.
“Estrapolando questo dato alla situazione attuale di Gaza – dove ,prima del conflitto, il tasso approssimativo di mortalità era di 3,82, cioè relativamente basso a motivo della popolazione per lo più giovane – i tassi di mortalità potrebbero raggiungere 229,2 nel 2024 se il conflitto e lo sfollamento continueranno con l’attuale intensità e gli abitanti di Gaza continueranno a non avere accesso a servizi igienico-sanitari, a strutture sanitarie e ad alloggi stabili”.
“In definitiva, a meno che qualcosa non cambi, il mondo si trova di fronte alla prospettiva che quasi un quarto dei 2 milioni di abitanti di Gaza – circa mezzo milione di esseri umani – muoia entro un anno. Per lo più tali decessi sarebbero provocati da cause sanitarie prevenibili e dal collasso del sistema sanitario. È una stima approssimativa, ma fondata su dati, calcolata in base al numero spaventosamente reale di morti registrati in conflitti precedenti e comparabili”.
Nel rilanciare l’avvertimento della Sridhar, Odeh Bisharat, su Haaretz dell’8 gennaio, commenta: “In altre parole, i 22.000 abitanti di Gaza uccisi nella prima ondata di bombardamenti su Gaza sono (scusate l’espressione) una piccola cosa rispetto a ciò che si prospetta. Sono solo un precursore della catastrofe che attende la Striscia di Gaza. Non dobbiamo aspettare, perché siamo già testimoni della distruzione di gran parte di Gaza, una territorio che assomiglia più all’inferno che alla terra”.
Il silenzio calerà sull’abisso
Eppure, Bisharat sa, come annota, che tale allarme non troverà orecchie attente presso l’opinione pubblica del suo Paese. Infatti, scrive, con sconforto, che ormai in Israele “non c’è spazio per la misericordia” e che sa bene, “sulla base di amare esperienze, che a ogni richiesta di simpatia si risponderà essenzialmente con urla di indignazione e reazioni del tipo: ‘Se la sono cercata’, oppure “non provo empatia’, se non peggio. Questa durezza di cuore è ampiamente diffusa. Ogni espressione di empatia verso l’altro è considerata un tradimento, quindi chi ha un minimo di senso morale non ha altra scelta che rimanere in silenzio e autocensurarsi”.
Allora perché scriverne? Per “un’antica abitudine umana, quella di non tenersi dentro il dolore e di gridare, come canta la cantante libanese Fayrouz: ‘O voce mia, continua a scuotere la coscienza, racconta quello che sta succedendo, svegliati’”.
Non solo la noncuranza verso la tragedia provocata nella Striscia, “ancora peggio, c’è chi in Israele non è soddisfatto del disastro che ha colpito Gaza – un alto funzionario governativo non ha escluso di sganciare una bomba atomica – kaboom ed è tutto finito”
“Zvi Yehezkeli, reporter specializzato in affari arabi di Channel 13, sarebbe contento dell’eliminazione di 100.000 palestinesi, che verrebbero uccisi solo al primo colpo – ovviamente seguiranno altre morti. Fate un semplice calcolo: se 22.000 morti e tutta la distruzione connessa possono portare a 500.000 morti, allora secondo il multiplo discendente dalla richiesta di Yehezkeli, 100.000 vittime potrebbero portare a 2,5 milioni morti nel prossimo anno”.
“Allora Gaza sarà cancellata – non sarà più vista né più ascoltata. E il silenzio calerà sull’abisso. Gaza diventerà la terra dei morti”.
Guerra a Gaza: gli otto metodi di genocidio di Israele – Alain Gabon
Giunto al terzo mese, il livellamento di Gaza, che ha causato una distruzione senza precedenti di persone, infrastrutture e habitat, sembra inarrestabile.
Né la pressione degli Stati Uniti volta a limitare le vittime civili, né la retorica degli stati arabi – che non sono riusciti nemmeno a mettersi d’accordo su azioni congiunte, come un embargo petrolifero o la temporanea rottura delle relazioni diplomatiche formali – sono riuscite a fermare, o addirittura a moderare, la feroce azione di Israele. Anche le risoluzioni delle Nazioni Unite e le proteste di massa globali si sono rivelate inefficaci.
Per quanto possa sembrare incredibile, sembra che il destino di milioni di palestinesi continuerà a essere deciso solo da due uomini: il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Joe Biden.
Israele ha dichiarato che la sua campagna durerà ancora per molti mesi, possibilmente senza ulteriori periodi di tregua. Lungi dal ridurre l’escalation dell’offensiva o dall’assicurare un bilancio delle vittime civili significativamente più basso – come hanno esortato a fare gli Stati Uniti, non tanto per preoccupazione per le vite dei palestinesi, quanto per paura di una guerra regionale più ampia e di danni al sostegno internazionale a Washington e Tel. Aviv, dopo la breve tregua di novembre Israele ha invece intensificato i suoi attacchi
È fuori dubbio che Israele abbia già commesso una serie di crimini di guerra. Ciò non sorprende per uno Stato che per decenni ha sviluppato e coltivato tale abitudine – e ancor meno se si ricorda che Israele è stato fondato sulla pulizia etnica.
Crimini di guerra, discriminazione contro i non ebrei e disprezzo per il diritto internazionale sono stati parti importanti del DNA di Israele sin dalla sua creazione nel 1948, e anche prima, se si ricordano i paramilitari sionisti come l’Irgun e l’Haganah. Ma ora si discute se i massacri di Israele abbiano raggiunto il livello di genocidio nel senso legale del termine.
Esistono molti malintesi popolari su ciò che costituisce un genocidio, il principale dei quali è che per essere tale, le atrocità devono raggiungere la portata e il livello dell’Olocausto o sterminare quasi un intero popolo o gruppo. Questo non è il caso.
Definire il genocidio
Secondo l’articolo II della Convenzione sul genocidio, per genocidio si intende uno qualsiasi dei seguenti atti commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso: uccidere membri del gruppo; causare loro gravi danni fisici o mentali; infliggere deliberatamente condizioni di vita volte a provocare la distruzione del gruppo; imporre misure intese a prevenire le nascite; o trasferire forzatamente i bambini ad un altro gruppo.
Le azioni di Israele a Gaza e le loro terribili conseguenze sull’intera popolazione civile, insieme alle ripetute dichiarazioni di funzionari statali israeliani che suggeriscono fortemente l’intento deliberato di spazzare via o almeno danneggiare il maggior numero possibile di palestinesi, lasciano pochi dubbi sul fatto che il limite sia stato raggiunto e ormai superato da tempo. Molti funzionari, giornalisti e membri della società civile lo hanno pubblicamente definito un genocidio.
Nonostante alcune riserve, sembra emergere un consenso tra accademici, studiosi di diritto e persino ex procuratori della Corte penale internazionale, che certamente sono in grado riconoscere un genocidio quando si sta svolgendo davanti ai loro occhi.
Israele combina sistematicamente e metodicamente tutti questi metodi di morte, con risultati orribili
La storia ci ha insegnato che esistono molti modi per sterminare un gruppo di persone o impoverire una popolazione. Ma la campagna di genocidio di Israele, in corso dal 1948, è definita da diverse caratteristiche: la sua natura permanente, la variazione tra genocidio “al rallentatore” e ondate di massacri brutali, e la ricca gamma di tecniche di morte di massa.
Nel momento attuale, Israele sta combinando sistematicamente e metodicamente tutti questi metodi di morte, con risultati orribili. Si possono identificare almeno otto tecniche genocide che sono confluite nella reazione dello Stato all’attacco del 7 ottobre da parte di Hamas, definito organizzazione terroristica nel Regno Unito e in altri paesi.
Sembra che Israele abbia colto questa opportunità per portare il suo “genocidio al rallentatore” a un livello completamente nuovo di brutalità.
Le otto tecniche
Ucciderli: bombardare i palestinesi indiscriminatamente (qui, l’attenzione dei media, la pressione di alleati come gli Stati Uniti e le proteste internazionali possono avere una certa efficacia nel frenare Israele). Nonostante le affermazioni di Israele secondo cui sta adottando misure per proteggere i civili, la realtà sul campo dimostra il contrario, con i non combattenti che rappresentano la maggior parte delle vittime. Scuole, ospedali e condomini sono stati presi di mira direttamente.
Farli morire di fame: questo viene fatto attraverso il blocco delle forniture di cibo e acqua. Ancora una volta, questa non è una novità; è stato a lungo parte di una politica israeliana concertata e organizzata volta a privare i palestinesi anche della più fondamentale di tutte le risorse di sostentamento, l’acqua.
Privare loro delle cure mediche: Israele sta massimizzando il numero delle vittime distruggendo le infrastrutture mediche, compresi gli ospedali, garantendo così che molti che avrebbero potuto essere salvati moriranno invece per ferite non curate.
Diffondere le malattia : il collasso delle infrastrutture mediche, insieme a condizioni di vita catastrofiche, ha garantito la diffusione delle malattie, rischiando un’altra significativa ondata di morti.
Esaurirli attraverso gli sgomberi forzati: prendendo spunto dal genocidio armeno, Israele sta ora utilizzando il trasferimento forzato, prima dal nord di Gaza al sud, poi all’interno del sud, per far sì che le persone esauste e spesso ferite si spostino da una presunta “area sicura”. ” alla successiva. Una mappa a griglia pubblicata da Israele ha diviso il sud di Gaza in centinaia di minuscoli appezzamenti, tra i quali le persone sono costrette a spostarsi con breve preavviso per evitare le bombe.
Distruggere il loro ambiente: quello che sta accadendo a Gaza è un vero ecocidio. La quantità di distruzione ambientale, che va dall’inquinamento durevole alle munizioni militari, è enorme e potrebbe colpire le generazioni future.
Atomizzare la loro società: la distruzione sistematica delle strutture governative e amministrative con il pretesto di combattere Hamas ha sconvolto la società palestinese. Sfollando la maggior parte dei 2,3 milioni di abitanti di Gaza, Israele sta recidendo i loro legami sociali; non è chiaro come potranno ricreare una società in futuro, soprattutto perché Israele ha cercato di legare tutti i civili ad Hamas e intende mantenere il controllo sul territorio e sulle sue risorse per il prossimo futuro.
Spezzare il loro spirito: per decenni Israele ha utilizzato la guerra psicologica per alimentare un senso di disperazione e impotenza tra la popolazione. Ciò è stato terribilmente efficace tra i più vulnerabili: i bambini di Gaza, molti dei quali soffrivano di grave depressione e pensieri suicidi anche prima dell’attuale offensiva. Dato che Israele rende quasi impossibile il trattamento di questi pazienti, la maggior parte subirà traumi a lungo termine.
Gli otto metodi sopra menzionati sono tutte forme di punizione collettiva, con conseguenze destinate a durare almeno una generazione, anche se la guerra dovesse finire oggi.
Il dottor Alain Gabon è professore associato di studi francesi e presidente del dipartimento di lingue e letterature straniere presso la Virginia Wesleyan University di Virginia Beach, USA. Ha scritto e tenuto numerose conferenze negli Stati Uniti, in Europa e altrove sulla cultura, la politica, la letteratura e le arti francesi contemporanee e, più recentemente, sull’Islam e i musulmani. I suoi lavori sono stati pubblicati in diversi paesi su riviste accademiche, think tank e media mainstream e specializzati come Saphirnews, Milestones. Commentari sul mondo islamico e Les Cahiers de l’Islam. Il suo recente saggio intitolato “I miti gemelli della ‘minaccia jihadista’ occidentale e della ‘radicalizzazione islamica’” è disponibile in francese e inglese sul sito della Cordoba Foundation britannica.
Traduzione di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali” -Invictapalestina.org
Gaza. La lettera con cui il giornalista Raffaele Oriani interrompe la sua collaborazione con il Venerdì di Repubblica
Un plauso della redazione de l’AntiDiplomatico al giornalista Raffaele Oriani che ha deciso di lasciare Repubblica dopo 12 anni, facendo onore alla sua professione e alla sua integrità morale. La sua lettera in cui motiva la decisione è un meraviglioso J’Accuse alla stampa italiana ed europea sul genocidio in corso a Gaza.
Di seguito la lettera:
“Care colleghe e colleghi -ha scritto nella sua lettera alla redazione- ci tengo a farvi sapere che a malincuore interrompo la mia collaborazione con il Venerdì. Collaboro con il newsmagazine di Repubblica ormai da dodici anni ed è sempre un grande onore vedere i propri articoli pubblicati su questo splendido settimanale. Eppure chiudo qua, perchè la strage in corso a Gaza è accompagnata dall’incredibile reticenza di gran parte della stampa europea, compresa Repubblica (oggi due famiglie massacrate in ultima riga a pagina 15). Sono 90 giorni che non capisco. Muoiono e vengono mutilate migliaia di persone, travolte da una piena di violenza che ci vuole pigrizia a chiamare guerra. Penso che raramente si sia vista una cosa del genere, così, sotto gli occhi di tutti. E penso che tutto questo non abbia nulla a che fare con Israele, né con la Palestina, né con la geopolitica, ma solo con i limiti della nostra tenuta etica. Magari fra decenni, ma in tanti si domanderanno dove eravamo, cosa facevamo, cosa pensavamo mentre decine di migliaia di persone finivano sotto le macerie. Quanto accaduto il 7 ottobre è la vergogna di Hamas, quanto avviene dall’8 ottobre è la vergogna di noi tutti. Questo massacro ha una scorta mediatica che lo rende possibile. Questa scorta siamo noi. Non avendo alcuna possibilità di cambiare le cose, con colpevole ritardo mi chiamo fuori”.
Deportare nel deserto del Sinai la gente di Gaza? Per il Sionismo Reale è da fare – Pino Cabras
E poi ci sono i professori che vorrebbero relegare gli abitanti di Gaza nel deserto della penisola del Sinai. Lo ha suggerito in un pensoso editoriale su «The Jerusalem Post» che sta facendo parecchio rumore il professore israeliano Joel Roskin, un geologo-geografo (e immagino anche geoparaculo) del Dipartimento di Geografia e Ambiente dell’Università Bar-Ilan di Tel Aviv.
Gli stati coloniali non funzionerebbero un solo minuto se dovessero basare i loro regimi di occupazione sulla sola forza dei loro soldati. Hanno bisogno anche di finanzieri, di organi di stampa compiacenti, di dirigenti collaborazionisti, di intellettuali organici che fiancheggino l’ideologia coloniale e le sue pianificazioni. Sono loro a fornire alle potenze colonialiste il balsamo che ammorbidisce con altisonante e visionaria “progettualità” anche le più bieche e crudeli pulizie etniche, i genocidi, le rapine minerali e territoriali realizzate con la liquidazione di intere comunità.
Joel Roskin e il «Jerusalem Post» non fanno eccezione. E quindi non si vergognano. Non hanno nessun imbarazzo a dichiarare tutto già nel titolo dell’articolo: «Perché spostarsi verso la penisola del Sinai è la soluzione per i palestinesi di Gaza». Un atto volontario, insomma, che deve andare contro l’insistenza a rimanere, una qualità degli abitanti di Gaza definita da Roskin come mera «stubborness», cocciutaggine.
Il geoparaculo attinge alle sue conoscenze per descrivere le mirabolanti caratteristiche che avrebbe quella scatola di sabbia del Sinai per ospitare – come mai ha fatto nella storia – addirittura due milioni di persone. E che sarà mai, sradicare quei cocciuti da Gaza, resa inabitabile da Sor Netanyahu? Allegri, suvvia! Mentre a Gaza stanno strettini e con un vicino leggermente stronzetto che gli fa i dispettucci, nel Sinai potranno finalmente distendere i piedi. Fra le sue sabbie polverose li attende una specie di terra vergine, certo un aridissimo prolungamento del Sahara, ma dotato di insospettabili e inesplorate riserve d’acqua che Roskin e pochi altri saggi conoscono bene. Fidatevi!
L’importante è che in nessun punto dell’articolo questa sia definita come una “deportazione”, che sarebbe un crimine di guerra e non sta mica bene, bensì come «un luogo ideale per sviluppare uno spazioso reinsediamento». Vedete come suona figo? Spazioso reinsediamento, «spacious resettlement». Sembra quasi la prolusione di un agente immobiliare che vi illustra un appartamento più ampio del triste monolocale dove stavate sinora. Strano però che altri agenti immobiliari stiano già illustrando ai coloni israeliani fanatici il “rendering” delle case da costruire a Gaza, una volta sfrattati o seppelliti i cocciuti. Si vede che ai coloni piace invece stare stretti, sono fatti così. Solo i maliziosi pensano che vogliano appropriarsi anche dei vasti giacimenti di gas (anche loro “spaziosi”) nella piattaforma marina davanti a Gaza che ad oggi spetterebbe ai palestinesi.
Appare evidente che il geografo ha una specie di amnesia selettiva, quella geografia lì non la ricorda. Potrebbe essere un problema della sua corteccia prefrontale dorso-laterale o un problema di geografia. Nel primo caso, proprio nell’Università Bar-Ilan c’è un’ottima facoltà di medicina dove andare. Nel secondo, c’è la sua facoltà dove andare.
Per parte mia, ho un’idea ben precisa di dove il prof. Roskin dovrebbe andare.